cronache dalla scuola

In quinta informatico li porto nella classe di cooperative dove c'è già pronto il poeta, Guido Caserza, che li aspetta, assieme al regista Roberto Merani. I ragazzi si siedono e Guido nella mezz'ora successiva declama il suo poema “Canto dei morti sul lavoro” accompagnato dal video multimediale di Merani. I ragazzi ascoltano, in silenzio mentre si parla di morti bianche, di arti tranciati, di capitale, di Dio, di gente che va a lavorare, a morire. Dal video arrivano rumori di fabbrica, musica industriale, volti anonimi che si accavallano e sovrappongono.

Alla fine i ragazzi applaudono e inizano a fare le domande a Caserza e Merani: in quanto tempo l'hai scritto? Credi in Dio? I volti che si vedono di chi sono? È nato prima il testo o prima il video, o assieme? Come ti sei documentato? Che stile hai usato? E molte altre. Sono domande per buona parte spontanee, è una classe di informatici, lontana dal mondo della letteratura, ma sono curiosi, vogliono capire. Per me è una fatica organizzare tutto, mi appoggio alla generosità dei miei ospiti, ma è un modo per fare entrare la letteratura viva a scuola. Mostrare come il mondo culturale si interseca con quello tecnologico. Guarda e parla della società. Impasta il suo linguaggio con quello della storia.

Ci ritorno nell'aula di cooperative, oggi, con una seconda scientifico, accompagnato da una docente di sostegno che viene di sua sponte. Faccio spostare tutti i banchi e li faccio sedere in cerchio, gli dico che ho notato che da mesi ci sono tensioni fra di loro, momenti di rabbia, divisioni in gruppi. Gli dico che si sta creando un luogo di studio e di lavoro tossico. Gli do poi un post-it, incidentalmente a forma di foglia. “Dovete scrivere – gli dico – le tre cose che più non sopportate dei vostri compagni di classe. Quelle che vi danno disagio, che vi fanno stare male”.

Nel mezzo del cerchio che si è creato metto un cartellone che ho preso dal laboratorio artistico, mi metto a quattro zampe e scrivo sopra “MALESSERE”. I ragazzi intanto compilano i loro foglietti anonimi e li posano per terra.

Quando tutti hanno fatto, con la collega li chiamiamo uno a uno: devono prendere una delle foglie posate per terra, leggere cosa c'è scritto e provare a indovinare chi l'ha scritto. La persona che viene identificata come autore può dire se è stata davvero lei a scriverlo o negare. Può anche mentire. Può dire se è d'accordo comunque con quello che c'è scritto sul foglietto, anche se non l'ha scritto lei. Poi chiediamo quanti sono d'accordo con quello che è stato scritto. Alla fine attachiamo la foglia nel cartellone “malessere” e passiamo alla foglia dopo.

Escono tante cose: fastidio di essere criticati, odio del rumore, sofferenza per il clima teso e senza momenti di rilassamento, sarcasmo e derisione. Altri inaspettati come la percezione di mancanza di igiene nei compagni. Il vittimismo davanti ai docenti, le bestemmie. Alla fine del giro il cartellone “malessere” è finito. Creiamo con la collega dei gruppi di studio per scrivere delle strategie per attenuare o risolvere questi problemi emersi. Delle “regole” che andremo a mettere in un secondo cartellone chiamato “benessere” di cui, di tanto in tanto, verificheremo l'efficacia.

Suona la campanella mentre stiamo ancora lavorando e interrompiamo tutto, continueremo domani. “Lo so perché ha fatto questa attività” mi dice uscendo uno studente. “Perché ha dimenticato il libro di storia” dice e ride.

Rido.

[cronache dalla scuola]

Oggi ho preso l'aula di cooperative learning per tutta la mattina, ormai potrei metterci il sacco a pelo e dormirci dentro. Comunque, tra le cose che ero curioso di fare oggi, ne racconto due.

La prima con i ragazzi di seconda, gli ho dato il link dell'articolo de Il Post che parla della foto che ritrae il poliziotto durante i recenti scontri torinesi, “ritoccata” con l'IA. Con i loro cellulari dovevano leggere l'articolo e – divisi in gruppi – rispondere ad alcune domande che avevo preparato per loro. Alcune di comprensione, altre di discussione.

Ci tenevo che si confrontassero con un fatto che non è facilmente “polarizzabile”. Già alla prima domanda i gruppi hanno dato risposte diverse. “È una vera foto?”. Dipende cosa intendiamo per verità. Il fatto che la foto testimonia, è realmente avvenuto e – sostanzialmente nei termini mostrati dall'immagine – ma la foto – di per sé – non è una “vera foto”. Di contro non è una creazione di pura fantasia. Anche la domanda sulla natura della foto, disinformation, malinformation o misinformation ha dato vita a risposte diverse. Per alcuni la foto era disinformazione, per altri c'era anche un intento di malinformazione, perché tendeva a danneggiare – di riflesso – i manifestanti. Interessante vedere come l'articolo de Il Post apparisse a tutti neutrale e ovviamente la domanda finale: a tutti i ragazzi, anche quelli che manifestatamente simpatizzano per le forze di polizia, è sembrata una pessima idea la pubblicazione della foto manipolata.

Alla fine mi sono preso anche due minuti di pippolotto dicendo che questa cosa che è successa è interessante perché ci mostra un plot che si ripeterà sempre di più e in maniera sempre più invasiva nei prossimi anni: fonti fotografiche e video che “sembrano veri” e che hanno magari parti di realtà embeddate dentro una sovrastruttura falsificata e strutturata per disinformare le masse. E serviranno quindi nuove competenze e nuove skill per sapere gestire questi nuovi materiali di disordine informativo, competenze che non saranno solo tecniche, ma anche culturali, umane. Anche dopo la scuola e nel mondo lavorativo. Alcuni – forse – ascoltavano.

Nel corso della mattinata poi ho portato i ragazzi di quarta per leggere, sempre con i loro smartphone, un articolo del New York Times che avevo trovato piuttosto interessante. Un attore americano che negli Stati Uniti non può più recitare l'Otello per motivi legati alla cancel culture e al blackface e che riesce a metterlo in scena in un centro commerciale in Cina, modificando il copione di Shakespeare spostando la scena da Venezia e Cipro a una piccola isola del fiume Yangtze e le etnie: il “moro” è sostituito da un occidentale, mentre i veneziani sono tutti cinesi. Il razzismo che permea molte battute di Iago ai danni del 'nero', qua sono contro l'occidentale.

Anche in questo caso ho usato la tecnica di lasciarli liberi di leggere l'articolo e di rispondere alle domande che avevo preparato per loro, condividendo poi le risposte alla fine tra i vari gruppi. Mi ha fatto piacere che tutti abbiano colto il riferimento alle cose viste precedentemente in classe, indicando l'idea di Shalespeare come “artigiano” teatrale capace di modificare il copione a seconda delle esigenze e che si fossero trovati a loro agio nei riferimenti all'Otello che avevamo visto integralmente in classe nella versione di Welles e che poi loro avevano recitato creando dei brevi film con alcune delle scene chiave.

Anche qua alla fine ho fatto il pippolotto di due minuti due, mostrando come un articolo del genere fosse ricco di informazioni: ci parlava della cancel culture e dei limiti della sua applicazione; dell'interesse degli occidentali statunitensi alla censura e alle libertà concesse sotto Xi Jinping; della fortuna scenica e di come questa sia legata doppio filo alla politica (Shakespeare sparisce in Cina durante la rivoluzione culturale) e di come il teatro sia una forma di espressione che si adatta e muta nel corso del tempo e dello spazio.

È stato per me interessante vedere la curiosità di un mio studente di origini cinesi nel leggere l'articolo e nel contestare anche un termine usato dal New York Times, e di come almeno un altro studente sapesse già cosa fosse il blackface tanto da poterlo spiegare sommariamente ai suoi compagni.

Fine, torno nel mio sacco a pelo, buon fine settimana, portatemi dei caffé in barattolini di plastica monouso, grazie.

Questa settimana c'è una cosa non meglio precisata chiamata fermo didattico, così dicono gli studenti. Non sono sicuro che sia vero ma una parte degli studenti è a sciare, una attività della scuola, quindi mi sta benissimo non andare avanti, fare ripasso. Comunque. Penso come fare un ripasso che sia un po' attivo, mi vengono due idee. Affitto l'aula di cooperative learning per quattro ore.

Le prime due ore ci porto i ragazzi di quinta, si dividono liberamente in gruppi, si siedono io gli dico che da ora in poi sono degli storici che hanno ricevuto un documento di cui non sanno nulla, devono analizzarlo e poi rispondere a una serie di domande, tra cui, capire di che documento si tratta, quando è stato scritto, a chi si rivolge. Poi gli do le copie di una trentina di pagine del testo unico per la scuola elementare, anni trenta del periodo fascista. Si mettono lì, leggono fanno ipotesi, rispondono alle domande, cazzeggiano, sottolineano, scrivono nomi, date. Alla fine mettiamo tutto in comune e do dei punti per ogni informazione scoperta. Un gruppo ha capito che è un libro di testo per le elementari, altri notano come il valore più trasmesso è la richiesta di obbedienza, altri come si usi la storia del passato per giustificare il fascismo. Altri ancora come si educhi al nazionalismo e alla vita militare. Inizia l'intervallo, scompaiono, lentamente.

Le due ore successive ci porto i ragazzi di quarta. Devo interrogare, ma solo quattro persone. Ho due ore. Ad ogni gruppo do questa volta un A3 su cui è stampato un gioco dell'oca sulla rivoluzione francese, creato durante la rivoluzione francese. L'ho trovato su internet, mi è sembrato interessante, ma va testato. Via classroom gli mando un link con le istruzioni originali in francese e la descrizione delle caselle, sempre in francese. Mentre interrogo loro devono tradurre le istruzioni e la descrizone delle caselle in italiano, in modo da poterci giocare domani. E – soprattutto – colorare il tabellone che stampato in bianco e nero è inutilizzabile. I colori possono prenderli dal laboratorio artistico. Loro vanno con la docente di sostegno e tornano con un mazzo di matite colorate. Io poi interrogo e con la coda dell'occhio li vedo chini a chiacchierare, colorare con attenzione il gioco dell'oca a matite colorate, alla fine alcuni tabelloni sono splendidi, tradurre via internet le istruzioni. Domani – dico – portate i dadi. Suona la campanella, spariscono, lentamente.

L'ora successiva vado in seconda, vedo che c'è un buco nel muro in cartongesso con dentro pigiata dentro una bottiglia di plastica. La fotografo e la mando in una finestra in background sulla LIM. Gli dico di prendere il quaderno che parliamo della teoria delle finestre rotte. Gli mostro la foto delle auto vandalizzate nel Bronx e a Palo Alto, gli spiego la teoria e poi gli mostro, all'improvviso il buco del muro con la bottiglia. Lo riconoscono, ridono, capiscono il collegamento, si lamentano. Mi contestano, li contesto. Poi succedono delle cose, controlo dei quaderni, chiedo dei Gracchi, metto dei voti, suona la campanella. Spariscono, a macchie, lentamente.

Arrivo a scuola nel gelo della mattina. Il vento sferza, eccetera, immaginatevi un normale inizio di racconto standard. Periferia urbana. Gli addetti al comune che stanno tagliando i rami degli alberi addossati alla scuola. I docenti e i ragazzi che si muovono a scatti, un po' per scaldarsi, un po' perché siamo tutti in ritardo, la strada era bloccata dalla polizia, non so perché.

Appena entro a scuola sento odore di carta bruciata. Mi guardo attorno, vedo altri docenti che si guardano attorno: scopriremo poi che uno studente ha dato fuoco a un cestino della spazzatura fuori dal bar della scuola, per errore. Cicca di sigaretta. Entro in quinta, le luci sono mezze spente, gli studenti sono appollaiati sui banchi, c'è frenesia e stanchezza. Frenesia dovuta a una verifica in arrivo a metà mattinata, di materia di indirizzo.

Chiedo a uno studente di distribuire un pacco di fogli che ho stampato: Balestrini, Sanguineti e Pagliarani. Sto provando a fare delle unità didattiche per moduli tematici trasversali, in modo da addentare un po' di letteratura contemporanea. Stiamo facendo un modulo che parla di politica e guerra. Abbiamo già visto D'Annunzio e le sue Vergini delle rocce, Pascoli e il suo Italy, Marinetti e le parole in libertà, Ungaretti e le poesie dalla trincea, oggi tocca alle neoavanguardie.

Inizio a leggere da Vogliamo tutto, il pezzo più famoso, gli operai che discutono durante lo sciopero. Leggo con enfasi, cerco di dare l'idea del comizio pubblico e poi commento alcuni passi. Mi collego con le cose viste in storia, cerco di fargli capire che sono massimalisti, che non vogliono riforme. Vogliono un cambiamento radicale. Alcuni collegamenti li vedono: la conquista della Luna, la guerra fredda, che ancora non abbiamo fatto ma la conoscono. La critica alla Russia. Altre cose gli sfuggono. Sono ancora stanchi per la levataccia.

Leggiamo il secondo testo, sempre Balestrini. La signorina Richmond. È una poesia – spiego – che sembra quasi in prosa in cui Balestrini inserisce, quasi come elemento spam, la parola merda. “Sapete da dove nasce la parola spam, no?”. Non lo sanno. “Li conoscete i Monty Python, no?”. Non li conoscono. Mi fermo, cerco su Youtube il pezzo dello spam dei Monty Python. Mostro l'inizio ma mi fermo a metà perché vedo che l'inglese è troppo veloce per loro. Hanno capito comunque il meccanismo .“Ecco, in un certo senso Balestrini usa la parola 'merda' inserendola a forza dentro questo discorso, come uno spam intermittente” e spiego alcuni punti chiave.

“L'intellettuale per Balestrini ha una responsabilità: può coltivare l'intelligenza del suo pubblico, farlo diventare più intelligente, diciamo, o può soffocarlo con la merda. Prodotti commerciali. Spettacoli basati su intrattenimento puerile. Far restare il pubblico massa ignorante, o cercare di elevarlo” spiego. Li guardo. “Questa cosa che Balestrini dice, non è la prima volta che la sentiamo. Chi è che diceva qualcosa di simile? Un autore visto l'anno scorso. Anche lui circondato da spettacoli volgari pensava che lo spettacolo deve lasciare invece un insegnamento”. Li fisso, aspetto. Nel silenzio uno studente dice “Goldoni”. E io dentro, sospiro. Qualcuno si è ricordato qualcosa del programma dell'anno scorso. Posso morire felice. “Bravo – dico – per lui la merda del tempo era la commedia dell'arte”.

A questo punto però un altro studente dice che no, che insomma, prof, questa non è poesia. “Guardi, sono frasi con degli accapo. Con la merda, poi!”. Gli dico che Balestrini lo fa apposta. Prende delle frasi, le combina, e poi le divide graficamente in strofe e versi, in modo che formalmente abbiano la forma classica della poesia, anche se non hanno né metrica né le figure retoriche a cui siamo abituati. “Allora sono capaci tutti!” protesta. “Ma no – dico io – è un po' come l'orinatoio di Duchamp, avete presente, no?”. Non hanno presente. Gli informatici non fanno arte. Cerco in rete e gli spiego la cosa dell'orinatoio. “Quell'orinatorio diventa opera d'arte perché è collocato in una mostra d'arte. È il gesto e la contestualizzazione che lo rendono tale. È l'inizio dell'arte concettuale”.

Un altro studente dice tipo la banana appesa al muro con lo scotch. “Esatto” dico io. “Allora – contesta – potrei farlo anche io, chiunque potrebbe farlo”. “Eh no. Se io Fabrizio Venerandi attacco una banana al muro quella non è un opera d'arte”. “Perché?”. “Eh perché quando Cattelan attacca la banana al muro, c'è il muro, c'è la banana, c'è lo scotch e c'è tutto quello che Cattelan ha fatto fino a quel momento nel campo dell'arte, anche tutto quello partecipa al fatto di attaccare la banana” cerco di spiegare. “Quello che importa nell'arte concettuale è l'idea, ancora prima che prenda forma, afferrare l'azione dell'artista nel momento in cui l'idea genera l'azione. Quello che mi interessa è scuotere chi guarda, scombinare le carte, far pensare e rompere i meccanismi, senza dover per forza dipingere qualcosa o scolpire. Anche la performance vive in questo modo. Andare contro il sistema capitalistico. Creare oggetti che non hanno senso”.

“Allora potrei fare un libro in cui sia scritta sempre la stessa parola” ride uno studente e io gli dico che ne ho appena comprato uno per mio figlio. Cerco su internet e gli faccio vedere. C'è uno youtuber DougDoug che ha fatto un intero libro in cui è scritta solo la parola Doug. Ridono. “È un'opera concettuale” dico. “Ma è un opera d'arte?” mi chiedono. Ci penso e dico che non lo so. Forse no. È un'opera seriale e soprattuto DougDoug non voleva fare un'opera d'arte. “DougDoug è uno youtuber, si occupa di comunicazione e ha fatto un'opera che è un'opera concettuale, ma il suo scopo secondo me non era fare un prodotto artistico, ma un prodotto di comunicazione”.

A questo punto interviene il docente di sostegno. Mostra lo schermo del suo computer. “Ecco – dice – questa lo è”. È la merda di artista di Manzoni. Spiego ai ragazzi cosa è e subito vogliono sapere se dentro c'è davvero la merda. Dico che credo di no, ma loro vogliono essere sicuri, devo cercare su internet. Cerco. Scopro che nessuno, pare, abbia mai aperto la scatola per sapere se dentro c'è la merda di Mazoni, temendo che la scatola aperta deprezzasse il valore commerciale dell'opera. “Balestrini fa un'operazione simile: la poesia diventa poesia anche se sembrerebbe non avere le caratteristiche formali a cui siamo abituati, perché è inserita nella 'galleria d'arte' della forma poetica. Ha strofe, ha versi. Ed è scritta con l'intento di essere una poesia”.

So che sto semplificando alcuni concetti e che sono impreciso, ma non mi interessa la pulizia, quanto la profondità del taglio.

L'ora successiva passo a storia, entriamo nel pieno del nazismo e, pur aiutandomi con video, slide e fotografie faccio una lezione così frontale che diversi studenti crollano. Mi sento in colpa.

Al suono della campanella li saluto e corro in quarta. Ho prenotato il laboratorio di storia per lavorare in pace con loro. Abbiamo due ore: la prima ora devono imparare a memoria una scena de La locandiera, modificando tutto quello che vogliono per renderla recitabile, la seconda ora devono metterla in scena davanti ai compagni. Ho già creato dei gruppi da due o da tre, a seconda dei personaggi che sono presenti in scena. Le scene sono solo due, sempre le stesse, in modo che possano vedere e confrontarsi fra di loro.

Per un'ora li vedo che ridacchiano, si scambiano battute scritte da Goldoni qualche secolo fa, prendono appunti, ricopiano i dialoghi sul cellulare, mi chiedono delucidazioni. Io giro, annoto, preparo il modulo finale per l'autovalutazione. Non ho idea di quello che succederà l'ora successiva. Suona la campanella. Ho creato uno spazio sul margine del laboratorio. Li interrompo. Gli spiego che li chiamerò gruppo per gruppo e che dovranno cercare di recitare la loro scena, senza usare i fogli, a memoria, anche improvvisando. “Nel momento che un gruppo è qua – dico – il resto della classe deve smettere di pensare al proprio pezzo. Quando i vostri compagni iniziano a recitare voi diventate spettatori. Voglio silenzio e rispetto.”

Chiamo i primi due, io mi metto tra il pubblico armato di tablet e stilo per prendere appunti. I ragazzi si siedono e appena c'è silenzio accade questo piccolo miracolo. I due iniziano a fare la Locandiera. I tempi sono molto buoni, sanno davvero le battute a memoria. Uno dei due ha un tono un po' monocorde, l'altro recita, dà spessore al personaggio. Mi rendo conto che non sono solo io stupito, ma anche parte della classe. Nel silenzio, magari mi sbaglierò, c'è anche un po' di meraviglia. Questa cosa si può fare davvero. Arrivano al punto in cui – nel testo di Goldoni – qualcuno bussa alla porta e in quel momento un loro compagno bussa sul tavolo. Si erano messi d'accordo. Loro ridono, hanno finito, io dico, “applauso” ma è già partito da solo.

Dopo ci saranno altri nove gruppi, alcuni hanno proprio attitudini alla recitazione, altri vanno in panico, altri ci mettono un impegno ammirevole, altri perdono il filo, cercano sul cellulare le battute che hanno dimenticato. Ma tutti lo fanno, nessuno si rifiuta. Ci mettono tutto l'impegno del caso. So che è un barlume di quello che è davvero il teatro, ma quel barlume comunque fa la sua luce. Fa capire che il testo teatrale è un copione, è un materiale d'uso. Crea ricordi, compatta la classe. Fa emergere competenze.

All'ultima ora vado in seconda. Avevo programmato un dettato, un esperimento che sto facendo dopo aver letto un articolo su La ricerca, sugli errori. Ma quando arrivo in classe scopro che hanno appena fatto una verifica di matematica. Sono distrutti. Se faccio un dettato adesso li ammazzo, penso. “Preferite fare il dettato che avevamo programmato, o discutere di quello che è successo a La Spezia?” chiedo.

Discutiamo per un'ora, a tratti in maniera urbana, a tratti con gran rumore di fondo. È qualcosa su cui devo ancora lavorare. Vengono fuori molte cose sulla percezione della scuola. Sull'esigenza della punizione e sulla sua paura. Sulla politica che sfrutta le tragedie. I ragazzi parlano, liberamente, si scontrano, si accordano. Sento voci di persone che in genere non parlano mai. Non arriviamo a niente, abbiamo messo le cose sul tavolo e le abbiamo analizzate, ci abbiamo parlato sopra. Suona la campanella, tutti iniziano ad andarsene, sono le due ormai. Uno studente si mette lo zaino sulle spalle e senza guardarmi dice, 'dovremmo fare più lezioni come questa'. Esce dalla classe.

“Dopo Goldoni, questo” penso.

In pratica viene questo genitore a colloquio e a un certo punto mi chiede se io sarò ancora docente di sua figlia e io dico, guardi non lo so, le cattedre dipendono da molti fattori, non siamo noi docenti a decidere. “Capisco” mi dice il genitore. “Perché – spiega – io la vorrei anche nel triennio.” Sto per dire, beh grazie, quando il genitore continua “perché lei non giudica i ragazzi”.

Resto un po' interdetto. “Beh, no – rispondo – io devo anche valutarli è il mio mestiere”. “Non ha capito” dice il genitore. “Lei non li giudica” ripete e mi spiega che il fratello maggiore del mio studente, anche lui, aveva fatto la stessa scuola della studentessa che ho io. E che erano stati cinque anni di ansia e pianto. Che il docente di italiano li pressava perché non leggevano, perché non scrivevano bene, perché non conoscevano poesie che tutti avrebbero dovuto conoscere. “Mio figlio tornava a casa ed era già a pezzi. Con lei invece, mia figlia torna a casa ed è rilassata. Studia con piacere, perché sa che lei non la fa sentire in colpa”.

Cerco di difendermi. “In realtà il mio obiettivo è che accrescano il loro vocabolario e che sappiano scrivere meglio possibile, che amino anche la letteratura, certo. Però penso anche – gli spiego – che io ho dei ragazzi che hanno scelto di fare informatica e scienze applicate. Non letteratura. Se fossero stati amanti della letteratura avrebbero scelto altre scuole. Non c'è niente di male a non amare la letteratura; semmai la mia è una sfida a fargli capire che scrivere e raccontare è una cosa affascinante”.

Mentre parlo – dicendo questa cosa che per me è piuttosto ragionevole – vedo il volto del genitore che si apre, si rasserena, sorride. “Le non sa quanto mi facciano piacere queste parole” dice. E io resto un po' sbalordito e timoroso di aver fatto un casino.

[1]

Sto spiegando frontalmente un pezzo della rivoluzione americana, parlo, mi agito, detto, indicando le slide che ho preparato cercando di rendere semplici e chiari le connessioni politico-economiche di quello di cui sto parlando, quando, a 35 minuti dall'inizio, sento una voce femminile che sussurra “bastaaa”. Mi giro e vedo il sorriso complice della studentessa e dico, ok, direi che ci possiamo un po' fermare.

Mi siedo al computer e cerco un video che spieghi come si caricavano i fucili nel 1700, giusto per sfruttare anche l'ultimo quarto d'ora di lezione, quando vedo un'ombra vicino a me. È uno studente.

“Senta – mi dice – volevo chiederle una cosa che non c'entra, ma che mi è venuta in mente mentre lei spiegava. Ma cosa succederebbe secondo lei se nel mondo si scoprisse che Dio non esiste?”. Lo guardo, mi giro verso lo schermo, guardo gli appunti. “Allora – dico – secondo me” e poi proseguiamo a parlare per venti minuti, oltre il suono della campanella, di Dio, dei Sumeri, di distopie, di Divinità native americane che colonizzano l'occidente, immaginando a un certo punto un mondo in cui mai nella sua storia avesse conosciuto il concetto di religiosità.

Alla fine io gli dico grazie e lui mi dice grazie e mi trovo così a scuotere la testa incredula guardando il vuoto.

[2]

In classe stiamo vedendo Otello di Welles, con le quarte, e io lo commento e un po' spiego Shakespeare, un po' la regia di Welles. Gli studenti dopo una mezz'ora di bianco e nero con il faccione di Welles rispondono con scarsissimo entusiasmo e crescente distrazione al capolavoro del nostro.

Al che interrompo e dico, va bene, pausa. Ora prendete i cellulari, ci dividiamo a gruppi e dovete fare un breve filmato con almeno un campo, controcampo, montaggo interno con carrello a precedere, primo piano e piano americano. Loro si risvegliano, si guardano attorno e chiedono, ok, ma dove?

Mi guardo attorno anche io. La classe è troppo piccola, nei corridoio, addio sorveglianza e poi facciamo casino e disturbiamo le frontali delle altre aule. Guardo la finestra. “Andiamo fuori” dico e prendiamo tutto e usciamo fuori dalla scuola, cerchiamo un posto vicino al parcheggio.

Nell'ora successiva io giro ridacchiando vedendoli divisi in gruppi girare il loro film, montarlo, accorrere a momenti di panico per la telecamera e delucidazioni su cosa sia un montaggio interno. Ridono, si rilassano e costruiscono qualcosa fuori dall'aula che resta là, in alto, a fissarci, con il suo occhio vitreo.

[cronache dalla scuola]

Oggi in una quinta, non mia peraltro, affianco la docente di inglese perché ho un po' di tempo libero e lanciamo un videogioco indie che ho scoperto ieri nel quale tu sei il partito socialista tedesco nel 1928 e devi – sostanzialmente – impersonare il partito socialista tedesco. La classe seduta vicino allo schermo, tutti assieme votando per alzata di mano, abbiamo giocato con me che traducevo alla buona il testo (dall'inglese) con il loro supporto e ovviamente la supervisione della docente di inglese.

Alla fine, sono le 13:49, dico, ragazzi fermiamoci qua che tra un minuto suona e dovete uscire e loro, giuro, dicono, “no prof, facciamo ancora un giro”. Se non siete pratici del mondo scuola, ai quarantanove nel tecnico in genere hanno già giacca e zaino e mordono ogni cosa si frapponga tra loro e la libertà.

Uscendo parlo con la docente di inglese, che mi ascolta, mi contraddice, limita il mio entusiasmo: certo ha funzionato anche perché prima c'è stata una lezione tradizionale, sapevano di cosa si stava parlando, certo. Però – dico io – abbiamo parlato per un'ora di parlamento tedesco, di partiti di centro, destra e sinistra, di ideologie, di caduta del governo, uso della propaganda e simili.

È, secondo me, un esempio delle potenzialità della didattica ludica, fortemente osteggiata e sottovalutata una volta usciti dal magico mondo della primaria.

[diario dalla scuola]

In pratica porto questa prima nella biblioteca della scuola e li divido in sette gruppi e gli do sette sceneggiature (fatte da un gruppo di lavoro della stessa classe) della II parte della metamorfosi di Kafka e gli dico, ok, avete un'ora per farmi un po' di girato per il vostro film, usando le tecniche che abbiamo visto la settimana scorsa: movimenti di camera, inquadrature, montaggio, eccetera.

Diciamo che non sapevo cosa sarebbe successo e mi preparavo al peggio e invece nell'ora successiva ho visto una trentina di ragazzini improvvisarsi registi con il cellulare, rantolare per terra zampettando come insetti, ritagliare cartoncino e costruire dal nulla una mela verde, reggere pareti di cartone, venire da me chiedendomi ciotole, spegnere luci per fare strani effetti di luce, chiedermi di cambiare aula per poter fare una ripresa in cui la finestra “deve essere bassa”, sbattere la testa contro la porta e fare un casino terribile, un rumore che a scuola se si sente vuol dire che non c'è lezione, e qui invece l'opposto.

Passa una collega di inglese che guarda tutto, ridacchia, mi dice che qualche mio collega non sarebbe d'accordo su questo tipo di lezione. “E poi -aggiunge – non vedi che si stanno divertendo? A scuola non ci si diverte!” chiosa. Ammicca, svanisce.

E in effetti penso guardandoli, si stanno anche un po' divertendo. E questo mi fa proprio impressione.

Quando i docenti si incontrano per i corridoi, nella sala docenti, quando si scrivono messaggi su WhatsApp o si mandano email difficilmente parlano di didattica o contenuti inerenti alla loro disciplina. In genere parlano dei ragazzi. Continuamente i docenti parlano dei ragazzi più di quanto i ragazzi possano pensare. Ragionano di loro, si lamentano per i tradimenti, per le disillusioni e – talvolta – mostrano entusiasmo, timido, per alcune cose che sono riuscite. Parlano del loro carattere, di come cambiano nel tempo, di come funzionino bene con altri simili a loro o si annullino, a seconda delle malformità dell'animo e della classe. Ne parlano con rabbia, a volte, con rammarico, con sarcasmo o con stupore. Con le parole cercano di tenerli sotto controllo, ma anche di capirli, di armonizzarli. Parlano delle loro famiglie, sussurrano i problemi più profondi, si chiedono come poter fare qualcosa. Ci sono voci di docenti che sono più forti, altre più sottili, alcune sono voci che tendono a costruire discorsi, altre a distruggerli, alcune voci sono più deboli ma anche più determinate. Alcune voci sono affettuose, altre fanno paura a sentirle. Tutte sono lì assieme, si impastano in un grosso mormorio che è una parte della scuola sconosciuta, forse la più interessante e lasciata a se stessa, alla volontà del singolo, all'inuizione, a una formazione spesso invisibile e inconsistente. Tra queste voci passa la storia degli studenti, la narrazione della loro partecipazione o della loro scomparsa. Quando suona l'ultima campanella, gli studenti escono con un frastuono standard, che non si sente nemmeno. Poi la struttura piomba in un crocicchio di voci lontano: sono quelle dei docenti che – abbandonate le classi – si incontrano, a coppie si sfogano, creano cappannelli, si salutano e non se ne vanno, si abbandonano, vanno a cercare qualcosa negli armadietti, continuano a parlare di quegli spettri incasinati che sono appena fuggiti, tengono viva la scuola finché anche questa si spegne nel preserale invernale.

[cronache dalla scuola]

Attività di cinema in classe, siamo seduti per terra in cerchio davanti a una mappa simbolica del mondo e l'esperta che sta facendo la lezione chiede agli studenti del loro futuro: dove pensano di vivere da adulti e come si immaginano la Genova dei prossimi secoli.

E tre cose emergono. La prima è che la quasi totalità di loro non vede l'Italia nel proprio futuro felice. Non dico Genova, proprio l'Italia. Tutti sognano una vita distante dalla nazione dove sono nati.

La seconda è che sognano di vivere in posti che – se ci vivessero – significherebbe che ce l'hanno fatta. Hanno fatto i soldi. Dubai. Montecarlo. La felicità è completamente sovrapponibile al raggiungimento di una solidissima retribuzione economica.

La terza è che la propria soddisfazione capitalista è l'unica speranza possibile. Non c'è nessuna fiducia di un futuro collettivo e felice. Molti dicono che non hanno alcune intenzione di fare figli, perché il mondo è sull'orlo di un disastro. Hanno paura della guerra: per loro, non per i loro figli. Il clima è un problema reale ma nessun politico davvero ha interesse a risolverlo. Sono problemi che verranno davvero al pettine quando i politici di oggi saranno morti. E loro, gli studenti, non potranno fare niente. Anche dopo la scuola “noi non contiamo niente”. Una totale rassegnazione e sfiducia verso il progresso.

Alla domanda “Come vorresti la Genova del futuro?” uno studente ha risposto, “come è adesso, prima che il progresso la rovini del tutto”. Avevo davanti dei ragazzini di diciotto anni che parlavano come dei vecchi disillusi.