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    <title>blog &amp;mdash; Transit </title>
    <link>https://noblogo.org/transit/tag:blog</link>
    <description>Il blog di Alessandra Corubolo e Daniele Mattioli (on-line, in varie forme,  dal 2005.)</description>
    <pubDate>Sat, 09 May 2026 23:01:57 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>Il peso di un gesto. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/il-peso-di-un-gesto</link>
      <description>&lt;![CDATA[(223) &#xA;&#xA;(CP1)&#xA;&#xA;Questo post è probabilmente scritto più per me stesso che per Voi. &#xA;O, almeno, non per tutti Voi.&#xA;&#xA;In calce al testo, l&#39;ultimo brano inciso da Capovilla con i &#34;Cattivi Maestri.&#34;&#xA;Ora, ascoltandolo, capirete che la coerenza e lo sguardo sul mondo non passano per radio. &#xA;&#xA;Sul &#34;red carpet&#34; dei &#34;David di Donatello&#34;, tra smoking impeccabili e abiti da sera, #PierpaoloCapovilla ha sfilato con una kefiah al collo. &#xA;Tessuta in Cisgiordania. &#xA;Non era un vezzo stilistico, non era una provocazione gratuita. &#xA;Era, semplicemente, lui.&#xA;&#xA;Chi conosce il percorso artistico di Capovilla (dalla stagione feroce e visionaria del &#34;Teatro degli Orrori&#34; fino alla sua presenza sempre più intensa nel cinema), sa che tra la sua arte e la sua vita non c’è mai stato un confine netto. &#xA;Le sue canzoni hanno sempre parlato di dolore sociale, di margini, di chi resta indietro. &#xA;Salire sul red carpet della più importante cerimonia del cinema italiano con una kefiah non è un’eccezione alla sua coerenza: è la conferma di essa.&#xA;&#xA;Lo ha spiegato con parole semplici e dirette: la kefiah è un simbolo di solidarietà, fratellanza e vicinanza verso chi soffre la violenza armata. &#xA;E ha aggiunto che indossarla aiuta il suo cuore e la sua anima a esserci ancora. &#xA;C’è qualcosa di molto preciso in quella frase. &#xA;Non il linguaggio dello slogan, non la retorica del comunicato. &#xA;C’è la voce di qualcuno che ha bisogno di non distogliere lo sguardo per continuare a fare arte con integrità.&#xA;&#xA;Viviamo in un tempo in cui è facile condividere un post, mettere una cornice alla foto del profilo, scrivere qualcosa di indignato prima di passare alla storia successiva. &#xA;È più raro, e per questo più significativo, scegliere di portare quella posizione nel corpo, fisicamente, in un luogo pubblico e visibile, sapendo che qualcuno storcerebbe il naso, che qualcuno avrebbe qualcosa da dire, qualcuno ti odierà.&#xA;&#xA;Un simbolo indossato non salva nessuno, è vero. &#xA;Ma testimonia qualcosa che i social, con tutta la loro velocità, faticano a restituire: la continuità tra ciò che si pensa e ciò che si fa, tra la propria arte e il proprio stare nel mondo.&#xA;&#xA;E questo piccolo gesto (piccolo solo nelle dimensioni) ci interroga tutti. &#xA;&#xA;Ci chiede dove siamo, non online, ma nella vita concreta. &#xA;Ci chiede se gli ideali che diciamo di difendere abitano anche i nostri corpi, le nostre scelte quotidiane, le occasioni in cui potremmo dire qualcosa e scegliamo il silenzio comodo. &#xA;&#xA;In tempi in cui la giustizia viene erosa ogni giorno con una normalità che fa spavento, chi sceglie di esserci, davvero, con coerenza e senza calcolo, ci ricorda che schierarsi è ancora possibile. &#xA;E che è ancora necessario.&#xA;&#xA;Video di &#34;Dimenticare Maria&#34; di &#34;Pierpaolo Capovilla e i cattivi maestri&#34;:&#xA;https://www.youtube.com/watch?v=4v09Q-FCPMo&amp;list=RD4v09Q-FCPMo&amp;startradio=1&#xA;&#xA;#Blog #PierpaoloCapovilla #DavidDiDonatello #Palestina &#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(223)</p>

<p><img src="https://www.alanews.it/wp-content/uploads/2026/05/20260506214203_David_Donatello_Capovilla_Incredulo_di_candidatura_indosso_kefiah_perch_simbolo_di_solidariet__RAW-1.jpg" alt="(CP1)"></p>

<p><strong>Questo post è probabilmente scritto più per me stesso che per Voi.
O, almeno, non per tutti Voi</strong>.</p>

<p>In calce al testo, l&#39;ultimo brano inciso da Capovilla con i “Cattivi Maestri.”
Ora, ascoltandolo, capirete che la coerenza e lo sguardo sul mondo non passano per radio.</p>

<p>Sul “red carpet” dei “David di Donatello”, tra smoking impeccabili e abiti da sera, <a href="/transit/tag:PierpaoloCapovilla" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">PierpaoloCapovilla</span></a> ha sfilato con una kefiah al collo.
Tessuta in Cisgiordania.
Non era un vezzo stilistico, non era una provocazione gratuita.
Era, semplicemente, lui.</p>

<p>Chi conosce il percorso artistico di Capovilla (dalla stagione feroce e visionaria del “Teatro degli Orrori” fino alla sua presenza sempre più intensa nel cinema), sa che tra la sua arte e la sua vita non c’è mai stato un confine netto.
Le sue canzoni hanno sempre parlato di dolore sociale, di margini, di chi resta indietro.
Salire sul red carpet della più importante cerimonia del cinema italiano con una kefiah non è un’eccezione alla sua coerenza: è la conferma di essa.</p>

<p>Lo ha spiegato con parole semplici e dirette: <strong>la kefiah è un simbolo di solidarietà, fratellanza e vicinanza verso chi soffre la violenza armata</strong>.
E ha aggiunto che indossarla aiuta il suo cuore e la sua anima a esserci ancora.
C’è qualcosa di molto preciso in quella frase.
Non il linguaggio dello slogan, non la retorica del comunicato.
C’è la voce di qualcuno che ha bisogno di non distogliere lo sguardo per continuare a fare arte con integrità.</p>

<p>Viviamo in un tempo in cui è facile condividere un post, mettere una cornice alla foto del profilo, scrivere qualcosa di indignato prima di passare alla storia successiva.
È più raro, e per questo più significativo, scegliere di portare quella posizione nel corpo, fisicamente, in un luogo pubblico e visibile, sapendo che qualcuno storcerebbe il naso, che qualcuno avrebbe qualcosa da dire, qualcuno ti odierà.</p>

<p>Un simbolo indossato non salva nessuno, è vero.
Ma testimonia qualcosa che i social, con tutta la loro velocità, faticano a restituire: la continuità tra ciò che si pensa e ciò che si fa, tra la propria arte e il proprio stare nel mondo.</p>

<p><strong>E questo piccolo gesto (piccolo solo nelle dimensioni) ci interroga tutti</strong>.</p>

<p><strong>Ci chiede dove siamo, non online, ma nella vita concreta.
Ci chiede se gli ideali che diciamo di difendere abitano anche i nostri corpi, le nostre scelte quotidiane, le occasioni in cui potremmo dire qualcosa e scegliamo il silenzio comodo</strong>.</p>

<p><strong>In tempi in cui la giustizia viene erosa ogni giorno con una normalità che fa spavento, chi sceglie di esserci, davvero, con coerenza e senza calcolo, ci ricorda che schierarsi è ancora possibile.
E che è ancora necessario</strong>.</p>

<p>Video di “Dimenticare Maria” di “Pierpaolo Capovilla e i cattivi maestri”:
<a href="https://www.youtube.com/watch?v=4v09Q-FCPMo&amp;list=RD4v09Q-FCPMo&amp;start_radio=1" rel="nofollow">https://www.youtube.com/watch?v=4v09Q-FCPMo&amp;list=RD4v09Q-FCPMo&amp;start_radio=1</a></p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:PierpaoloCapovilla" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">PierpaoloCapovilla</span></a> <a href="/transit/tag:DavidDiDonatello" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DavidDiDonatello</span></a> <a href="/transit/tag:Palestina" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Palestina</span></a></p>

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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/il-peso-di-un-gesto</guid>
      <pubDate>Thu, 07 May 2026 13:26:44 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Torneranno le rondini. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/torneranno-le-rondini</link>
      <description>&lt;![CDATA[(222) &#xA;&#xA;(T76)&#xA;&#xA;Per me sono passati cinquant&#39;anni da una sera che non dimenticherò mai. &#xA;I ricordi non sempre sanno scindere la gioia dal dolore ed oggi, dopo tanto tempo, voglio pensare a quel giorno non con le mie parole, ma con quelle di un amico, &#34;Lobster&#34; (i nick non sempre li amo, ma servono.)&#xA;E&#39; un privilegio ospitare un suo scritto che mi ha fatto grande piacere riportarvi ed in cui ritrovo parole dette con il cuore, come a me non sempre capita. &#xA;Oggi mi piacerebbe che chi legge queste righe si sentisse Friulano. &#xA;Oggi siete tutti Friulani.&#xA;&#xA;Il primo ricordo adulto della mia vita è quello del sei Maggio 1976. &#xA;&#xA;Scoprivo che esisteva un posto che avrei amato da adulto, ma soprattutto scoprivo che si poteva morire in casa, da bambini, da vecchi, nel posto sicuro della vita. &#xA;Ricordo i nomi dei paesi, le facce dei bambini, le immagini di quella che sarebbe diventata la protezione civile che si organizzava in una macchina che che sarebbe stata rodata a casa mia. &#xA;&#xA;Imparai come erano fatti i paesi rasi al suolo, imparai Gemona. &#xA;Ero un bambino che si domandava come quei bambini si sentivano, se lo domandava in un mondo di adulti che commentavano da adulti che non sapevano ciò che sarebbe accaduto a loro 4 anni dopo. &#xA;&#xA;Quei due terremoti colpirono i più deboli, popolazioni rurali, dimenticate fino a quel momento. &#xA;&#xA;Che beffa essere dimenticati in vita e diventare celebri per un disastro. &#xA;&#xA;Torno bambino e guardo un video ora, di bambini che non quasi non parlano in italiano: quelle parole sono simili a quelle di tutti i bambini del mondo sottoposti ai terremoti, le carestie, le guerre.&#xA;&#xA;Ogni giorno è il sei Maggio 1976 perché c’è un bambino che si domanda davanti alla tv perché sia accaduto e uno che si sente in colpa per essersi salvato, ma che in fondo pensa a quando torneranno le rondini. &#xA;&#xA;Video: &#xA;https://youtu.be/ttizkMpQWa8?si=a4yhjMKnnzhqL9tu &#xA;&#xA;#Blog #Terremoto #TerremotoDelFriuli #FriuliVeneziaGiulia #Ricordi&#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(222)</p>

<p><img src="https://images.messaggeroveneto.it/view/acePublic/alias/contentid/1qmwem6xpz59okpip7h/1/martedi-11-maggio-1976-jpg.webp" alt="(T76)"></p>

<p><strong>Per me sono passati cinquant&#39;anni da una sera che non dimenticherò mai.
I ricordi non sempre sanno scindere la gioia dal dolore ed oggi, dopo tanto tempo, voglio pensare a quel giorno non con le mie parole, ma con quelle di un amico, “Lobster” (i nick non sempre li amo, ma servono.)
E&#39; un privilegio ospitare un suo scritto che mi ha fatto grande piacere riportarvi ed in cui ritrovo parole dette con il cuore, come a me non sempre capita.
Oggi mi piacerebbe che chi legge queste righe si sentisse Friulano.
Oggi siete tutti Friulani.</strong></p>

<p>Il primo ricordo adulto della mia vita è quello del sei Maggio 1976.</p>

<p>Scoprivo che esisteva un posto che avrei amato da adulto, ma soprattutto scoprivo che si poteva morire in casa, da bambini, da vecchi, nel posto sicuro della vita.
Ricordo i nomi dei paesi, le facce dei bambini, le immagini di quella che sarebbe diventata la protezione civile che si organizzava in una macchina che che sarebbe stata rodata a casa mia.</p>

<p>Imparai come erano fatti i paesi rasi al suolo, imparai Gemona.
Ero un bambino che si domandava come quei bambini si sentivano, se lo domandava in un mondo di adulti che commentavano da adulti che non sapevano ciò che sarebbe accaduto a loro 4 anni dopo.</p>

<p>Quei due terremoti colpirono i più deboli, popolazioni rurali, dimenticate fino a quel momento.</p>

<p>Che beffa essere dimenticati in vita e diventare celebri per un disastro.</p>

<p>Torno bambino e guardo un video ora, di bambini che non quasi non parlano in italiano: quelle parole sono simili a quelle di tutti i bambini del mondo sottoposti ai terremoti, le carestie, le guerre.</p>

<p>Ogni giorno è il sei Maggio 1976 perché c’è un bambino che si domanda davanti alla tv perché sia accaduto e uno che si sente in colpa per essersi salvato, ma che in fondo pensa a quando torneranno le rondini.</p>

<p>Video:
<a href="https://youtu.be/ttizkMpQWa8?si=a4yhjMKnnzhqL9tu" rel="nofollow">https://youtu.be/ttizkMpQWa8?si=a4yhjMKnnzhqL9tu</a></p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:Terremoto" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Terremoto</span></a> <a href="/transit/tag:TerremotoDelFriuli" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">TerremotoDelFriuli</span></a> <a href="/transit/tag:FriuliVeneziaGiulia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">FriuliVeneziaGiulia</span></a> <a href="/transit/tag:Ricordi" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Ricordi</span></a></p>

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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/torneranno-le-rondini</guid>
      <pubDate>Wed, 06 May 2026 12:50:59 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>I° Maggio. La verità che manca. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/ideg-maggio</link>
      <description>&lt;![CDATA[(221) &#xA;&#xA;(PM1) &#xA;&#xA;Il governo #Meloni ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine. &#xA;&#xA;Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde. &#xA;E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso.&#xA;&#xA;Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza. &#xA;&#xA;Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori. &#xA;Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa.&#xA;La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale. &#xA;Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue. &#xA;Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera. &#xA;&#xA;Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente. &#xA;Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.&#xA;&#xA;C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto. &#xA;In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità. &#xA;Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo. &#xA;&#xA;(PM2)&#xA;&#xA;È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere. &#xA;Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.&#xA;&#xA;È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti. &#xA;Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa. &#xA;&#xA;Una toppa non è una riforma. &#xA;Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.&#xA;&#xA;Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza. &#xA;Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile. &#xA;La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato. &#xA;La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità. &#xA;Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità. &#xA;&#xA;Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone.&#xA;Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale. &#xA;&#xA;Se l’Italia è davvero, come dice la #Costituzione, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete. &#xA;Tutto il resto è retorica. &#xA;E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese.&#xA;&#xA;#Blog #PrimoMaggio #Lavoro #Precarietà #DirittiCivili #DirittoAlLavoro &#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(221)</p>

<p><img src="https://www.quotidiano.net/image-service/view/acePublic/alias/contentid/OTgzYTQ4NmYtODRkOC00/0/una-protesta-per-il-salario-minimo.webp?f=16%3A9&amp;q=0.75&amp;w=1280" alt="(PM1)"></p>

<p>Il governo <a href="/transit/tag:Meloni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Meloni</span></a> ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine.</p>

<p>Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde.
<strong>E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso</strong>.</p>

<p>Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza.</p>

<p>Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori.
Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa.
<strong>La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale</strong>.
Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue.
Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera.</p>

<p>Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente.
Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.</p>

<p><strong>C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto</strong>.
In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità.
Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo.</p>

<p><img src="https://www.greenme.it/wp-content/uploads/2020/04/festa-lavoratori-min.jpg" alt="(PM2)"></p>

<p>È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere.
<strong>Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto</strong>, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.</p>

<p>È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti.
Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa.</p>

<p><strong>Una toppa non è una riforma</strong>.
Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.</p>

<p><strong>Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza.
Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile</strong>.
La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato.
La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità.
<strong>Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità</strong>.</p>

<p><strong>Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio</strong>: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone.
Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale.</p>

<p><strong>Se l’Italia è davvero, come dice la <a href="/transit/tag:Costituzione" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Costituzione</span></a>, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete.
Tutto il resto è retorica.
E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:PrimoMaggio" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">PrimoMaggio</span></a> <a href="/transit/tag:Lavoro" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Lavoro</span></a> <a href="/transit/tag:Precariet%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Precarietà</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:DirittoAlLavoro" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittoAlLavoro</span></a></p>

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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/ideg-maggio</guid>
      <pubDate>Thu, 30 Apr 2026 06:58:57 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Cosa ci insegna davvero Chernobyl. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/cosa-ci-insegna-davvero-chernobyl</link>
      <description>&lt;![CDATA[Chernobyl mostra i limiti dei sistemi complessi senza trasparenza e    responsabilità politica. &#xA;&#xA;(220) &#xA;&#xA;(C1) &#xA;&#xA;Nota: il post risulta abbastanza lungo, ma ho inteso approfondire un &#34;minimo&#34; un argomento così importante, seppur trattato innumerevoli volte. &#xA;&#xA;Il 26 aprile 1986, nella centrale nucleare di #Chernobyl, allora parte dell’Unione Sovietica, un test condotto in condizioni inadeguate provocò l’esplosione del reattore numero 4. &#xA;È rimasto uno dei più gravi disastri nucleari della storia contemporanea. &#xA;Ma ridurlo a incidente tecnico significa non comprenderne davvero la portata: né allora, né oggi.&#xA;&#xA;Il reattore coinvolto, di tipo “RBMK”, presentava caratteristiche strutturali problematiche: instabilità a bassa potenza e assenza di un adeguato contenimento. &#xA;Questi limiti erano noti in ambito tecnico, ma non vennero affrontati con la necessaria trasparenza. Il sistema sovietico tendeva a compartimentare le informazioni, limitandone la circolazione anche tra specialisti. &#xA;&#xA;Come ricorda lo storico ucraino Serhij Plochiy, il reattore era nato anche per produrre plutonio militare, e la conoscenza dei difetti non arrivò mai del tutto a chi lo gestiva ogni giorno.&#xA;La cultura politica giocò un ruolo decisivo. &#xA;La priorità era dimostrare efficienza e rispettare obiettivi produttivi stabiliti centralmente. &#xA;Segnalare criticità significava esporsi a conseguenze professionali e politiche. &#xA;La sicurezza, pur formalmente centrale, veniva spesso subordinata ad altre esigenze. &#xA;&#xA;Il Politburo di Gorbačëv riconobbe internamente che le responsabilità andavano divise tra errori umani e difetti di progettazione, ma in pubblico la colpa fu scaricata quasi interamente sugli operatori.&#xA;Gli operatori che quella notte portarono avanti il test agirono in un quadro rigido, con informazioni incomplete e istruzioni contraddittorie. &#xA;Alcuni sistemi di sicurezza furono disattivati per rispettare il protocollo sperimentale. &#xA;&#xA;In un ambiente dove il dissenso era scoraggiato, la possibilità di fermare la procedura si ridusse drasticamente. &#xA;“Aggirare” le regole era diventato prassi per tenere il passo con gli obiettivi di produzione, in un sistema che puniva l’allarme più del rischio.&#xA;Dopo l’esplosione, la gestione dell’emergenza seguì la stessa logica. &#xA;Le autorità locali e centrali evitarono di diffondere informazioni immediate e complete. &#xA;La città di Pripyat, a pochi chilometri dalla centrale, non fu evacuata subito: per ore, decine di migliaia di persone rimasero esposte senza saperlo. &#xA;Solo quando le rilevazioni di radioattività in altri paesi europei resero impossibile negare l’accaduto, l’Unione Sovietica iniziò a fornire comunicazioni ufficiali, comunque parziali e controllate.&#xA;&#xA;Le conseguenze immediate furono drammatiche: incendi, esposizione acuta alle radiazioni, morti tra i soccorritori e tra il personale della centrale. &#xA;Nei giorni successivi, centinaia di migliaia di persone furono evacuate e intere aree furono dichiarate inabitabili. &#xA;Eppure, a quarant’anni di distanza, il numero delle vittime ufficialmente riconosciute resta poco superiore alle quaranta, cioè coloro che morirono per sindrome acuta da radiazioni: tutto il resto – malattie, decessi prematuri, impatto sulla salute mentale, rimane largamente sotto‑stimato.&#xA;Gli effetti a lungo termine sono difficili da quantificare, ma non meno rilevanti. &#xA;Ancora oggi, ampie zone tra Ucraina, Bielorussia e Russia risultano contaminate. &#xA;Isotopi come il cesio-137 e lo stronzio-90 persistono nel suolo per decenni, entrando nella catena alimentare e richiedendo monitoraggi continui.&#xA;Uno degli impatti più documentati è l’aumento dei tumori alla tiroide, soprattutto tra chi era bambino all’epoca dell’incidente. &#xA;A questo si aggiungono altre patologie e conseguenze psicologiche: ansia, stigma sociale, perdita di radicamento.&#xA;&#xA;(C2)&#xA;&#xA;L’impatto sociale fu profondo. &#xA;Le evacuazioni non furono solo spostamenti logistici, ma rotture definitive: comunità disperse, economie locali distrutte, territori trasformati in zone di esclusione. &#xA;La memoria del disastro continua a influenzare la percezione del rischio nucleare in tutta Europa. L’idea che “un Chernobyl da qualche parte è un Chernobyl ovunque” ha pesato sulle scelte energetiche di diversi paesi, dall’Italia alla Germania.&#xA;&#xA;Chernobyl ebbe anche un impatto politico rilevante. &#xA;L’incidente contribuì a incrinare la fiducia nell’Unione Sovietica, sia tra i cittadini sia a livello internazionale. &#xA;La gestione opaca dell’emergenza rese evidente la distanza tra la narrazione ufficiale e la realtà, accelerando dinamiche di sfiducia già presenti. &#xA;Sempre Plochiy sottolinea che, fra i fattori del crollo dell’Urss, Chernobyl fu almeno importante quanto la guerra in Afghanistan, perché mostrò ai cittadini i limiti strutturali del sistema.&#xA;&#xA;Il nodo, quindi, non è solo tecnologico. &#xA;È politico e culturale: riguarda il rapporto tra potere, informazione e responsabilità. &#xA;Quando chi decide non è tenuto a rispondere, la gestione del rischio diventa opaca e più pericolosa.&#xA;&#xA;E qui Chernobyl smette di essere solo storia. &#xA;Le condizioni che resero possibile quel disastro (concentrazione del potere, controllo dell’informazione, repressione del dissenso) non appartengono solo al passato sovietico. Quarant’anni dopo, la sua eredità attraversa la storia dell’Ucraina indipendente e arriva fino alla guerra iniziata nel 2022, quando le truppe russe hanno occupato nuovamente il sito della centrale lungo la loro avanzata verso Kyiv.&#xA;&#xA;Nella Russia di oggi, molte di quelle dinamiche sono tornate visibili: media indipendenti ridotti o chiusi, opposizione marginalizzata o repressa, gestione del potere sempre più verticale. &#xA;In parallelo, in Ucraina la memoria di Chernobyl, insieme a quella dell’Holodomor (la carestia avvenuta durante il regime di Stalin nell&#39;Ucraina sovietica dal 1932 al 1933), è diventata uno dei pilastri dell’identità nazionale, e l’occupazione del 2022 è letta come una nuova tappa di una storia di aggressione e resistenza. &#xA;&#xA;Durante quell’occupazione, il personale ucraino della centrale ha cercato di mantenere il controllo tecnico dell’impianto, imponendo ai soldati russi regole minime di sicurezza per evitare un nuovo incidente.&#xA;Oggi il rischio nucleare non riguarda solo la tecnologia, ma anche l’uso politico e militare degli impianti: centrali occupate, infrastrutture energetiche trasformate in obiettivi militari, minacce di “ricatto atomico” come strumento di pressione. &#xA;&#xA;Chernobyl, da questo punto di vista, non è solo memoria: è un precedente concreto di cosa accade quando sistemi complessi sono gestiti da poteri non controllati. &#xA;Ricorda che gli effetti di un incidente nucleare non si fermano ai confini di uno Stato e che, di fronte a questi rischi, trasparenza, controllo indipendente e responsabilità politica non sono un di più, ma una condizione minima di sicurezza.&#xA;&#xA;#Chernobyl #Russia #UnioneSovietica #Ucraina #EnergiaAtomica #Blog #Opinioni&#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Chernobyl mostra i limiti dei sistemi complessi senza trasparenza e    responsabilità politica.</p>

<p>(220)</p>

<p><img src="https://static.ilmanifesto.it/2026/04/et-pag-2-3-passante-chernobyl-ap.jpg" alt="(C1)"></p>

<p>Nota: il post risulta abbastanza lungo, ma ho inteso approfondire un “minimo” un argomento così importante, seppur trattato innumerevoli volte.</p>

<p>Il 26 aprile 1986, nella centrale nucleare di <a href="/transit/tag:Chernobyl" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Chernobyl</span></a>, allora parte dell’Unione Sovietica, un test condotto in condizioni inadeguate provocò l’esplosione del reattore numero 4.
È rimasto uno dei più gravi disastri nucleari della storia contemporanea.
Ma ridurlo a incidente tecnico significa non comprenderne davvero la portata: né allora, né oggi.</p>

<p>Il reattore coinvolto, di tipo “<strong>RBMK</strong>”, presentava caratteristiche strutturali problematiche: instabilità a bassa potenza e assenza di un adeguato contenimento.
Questi limiti erano noti in ambito tecnico, ma non vennero affrontati con la necessaria trasparenza. Il sistema sovietico tendeva a compartimentare le informazioni, limitandone la circolazione anche tra specialisti.</p>

<p>Come ricorda lo <strong>storico ucraino Serhij Plochiy</strong>, il reattore era nato anche per produrre plutonio militare, e la conoscenza dei difetti non arrivò mai del tutto a chi lo gestiva ogni giorno.
<strong>La cultura politica giocò un ruolo decisivo.
La priorità era dimostrare efficienza e rispettare obiettivi produttivi stabiliti centralmente</strong>.
Segnalare criticità significava esporsi a conseguenze professionali e politiche.
La sicurezza, pur formalmente centrale, veniva spesso subordinata ad altre esigenze.</p>

<p>Il Politburo di Gorbačëv riconobbe internamente che le responsabilità andavano divise tra errori umani e difetti di progettazione, ma in pubblico la colpa fu scaricata quasi interamente sugli operatori.
Gli operatori che quella notte portarono avanti il test agirono in un quadro rigido, con informazioni incomplete e istruzioni contraddittorie.
Alcuni sistemi di sicurezza furono disattivati per rispettare il protocollo sperimentale.</p>

<p><strong>In un ambiente dove il dissenso era scoraggiato, la possibilità di fermare la procedura si ridusse drasticamente</strong>.
“Aggirare” le regole era diventato prassi per tenere il passo con gli obiettivi di produzione, in un sistema che puniva l’allarme più del rischio.
Dopo l’esplosione, la gestione dell’emergenza seguì la stessa logica.
Le autorità locali e centrali evitarono di diffondere informazioni immediate e complete.
La città di <strong>Pripyat</strong>, a pochi chilometri dalla centrale, non fu evacuata subito: per ore, decine di migliaia di persone rimasero esposte senza saperlo.
Solo quando le rilevazioni di radioattività in altri paesi europei resero impossibile negare l’accaduto, l’Unione Sovietica iniziò a fornire comunicazioni ufficiali, comunque parziali e controllate.</p>

<p>Le conseguenze immediate furono drammatiche: incendi, esposizione acuta alle radiazioni, morti tra i soccorritori e tra il personale della centrale.
Nei giorni successivi, centinaia di migliaia di persone furono evacuate e intere aree furono dichiarate inabitabili.
Eppure, a quarant’anni di distanza, il numero delle vittime ufficialmente riconosciute resta poco superiore alle quaranta, cioè coloro che morirono per sindrome acuta da radiazioni: tutto il resto – malattie, decessi prematuri, impatto sulla salute mentale, rimane largamente sotto‑stimato.
Gli effetti a lungo termine sono difficili da quantificare, ma non meno rilevanti.
<strong>Ancora oggi, ampie zone tra Ucraina, Bielorussia e Russia risultano contaminate</strong>.
Isotopi come il cesio-137 e lo stronzio-90 persistono nel suolo per decenni, entrando nella catena alimentare e richiedendo monitoraggi continui.
Uno degli impatti più documentati è l’aumento dei tumori alla tiroide, soprattutto tra chi era bambino all’epoca dell’incidente.
A questo si aggiungono altre patologie e conseguenze psicologiche: ansia, stigma sociale, perdita di radicamento.</p>

<p><img src="https://www.scienzainrete.it/files/styles/molto_grande/public/5964590827_cf213fb370_o_0.jpg?itok=IXHGc-qq" alt="(C2)"></p>

<p><strong>L’impatto sociale fu profondo</strong>.
Le evacuazioni non furono solo spostamenti logistici, ma rotture definitive: comunità disperse, economie locali distrutte, territori trasformati in zone di esclusione.
La memoria del disastro continua a influenzare la percezione del rischio nucleare in tutta Europa. L’idea che “un Chernobyl da qualche parte è un Chernobyl ovunque” ha pesato sulle scelte energetiche di diversi paesi, dall’Italia alla Germania.</p>

<p><strong>Chernobyl ebbe anche un impatto politico rilevante</strong>.
L’incidente contribuì a incrinare la fiducia nell’Unione Sovietica, sia tra i cittadini sia a livello internazionale.
La gestione opaca dell’emergenza rese evidente la distanza tra la narrazione ufficiale e la realtà, accelerando dinamiche di sfiducia già presenti.
Sempre Plochiy sottolinea che, fra i fattori del crollo dell’Urss, Chernobyl fu almeno importante quanto la guerra in Afghanistan, perché mostrò ai cittadini i limiti strutturali del sistema.</p>

<p><strong>Il nodo, quindi, non è solo tecnologico.
È politico e culturale: riguarda il rapporto tra potere, informazione e responsabilità</strong>.
Quando chi decide non è tenuto a rispondere, la gestione del rischio diventa opaca e più pericolosa.</p>

<p>E qui Chernobyl smette di essere solo storia.
Le condizioni che resero possibile quel disastro (concentrazione del potere, controllo dell’informazione, repressione del dissenso) non appartengono solo al passato sovietico. Quarant’anni dopo, la sua eredità attraversa la storia dell’Ucraina indipendente e arriva fino alla guerra iniziata nel 2022, quando le truppe russe hanno occupato nuovamente il sito della centrale lungo la loro avanzata verso Kyiv.</p>

<p><strong>Nella Russia di oggi, molte di quelle dinamiche sono tornate visibili</strong>: media indipendenti ridotti o chiusi, opposizione marginalizzata o repressa, gestione del potere sempre più verticale.
In parallelo, in Ucraina la memoria di Chernobyl, insieme a quella dell’Holodomor (la carestia avvenuta durante il regime di Stalin nell&#39;Ucraina sovietica dal 1932 al 1933), è diventata uno dei pilastri dell’identità nazionale, e l’occupazione del 2022 è letta come una nuova tappa di una storia di aggressione e resistenza.</p>

<p>Durante quell’occupazione, il personale ucraino della centrale ha cercato di mantenere il controllo tecnico dell’impianto, imponendo ai soldati russi regole minime di sicurezza per evitare un nuovo incidente.
Oggi il rischio nucleare non riguarda solo la tecnologia, ma anche l’uso politico e militare degli impianti: centrali occupate, infrastrutture energetiche trasformate in obiettivi militari, minacce di “ricatto atomico” come strumento di pressione.</p>

<p><strong>Chernobyl, da questo punto di vista, non è solo memoria: è un precedente concreto di cosa accade quando sistemi complessi sono gestiti da poteri non controllati.
Ricorda che gli effetti di un incidente nucleare non si fermano ai confini di uno Stato e che, di fronte a questi rischi, trasparenza, controllo indipendente e responsabilità politica non sono un di più, ma una condizione minima di sicurezza</strong>.</p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/cosa-ci-insegna-davvero-chernobyl</guid>
      <pubDate>Sun, 26 Apr 2026 09:21:36 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Guide (per il 25 Aprile.) </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/guide-per-il-25-aprile</link>
      <description>&lt;![CDATA[(219)&#xA;&#xA;(G1) &#xA;&#xA;Premessa.&#xA;Celebrare il #25Aprile, come fa con questo bel post l’amico @piedea.bsky.social, è una cosa che dovrebbe essere normale, se vista nella giusta prospettiva. &#xA;Con questo racconto mi piace l’idea di esaltare la ricorrenza per quello che dovrebbe essere: un giorno del popolo e per il popolo, per chi crede nella memoria della lotta di liberazione dal nazifascismo, non per coloro che vogliono equiparare tutto e tutti in nome di una “normalizzazione” che è solo propaganda per un regime abbietto. &#xA;Le righe che leggerete sono colme di un sentimento che mi appartiene e che così bene è stato espresso dal mio amico. Lo ringrazio anche per aver saputo, meglio di me, intercettare il senso profondo del #25Aprile, che a tutti noi ricorda il valore imprescindibile della difesa della democrazia e della libertà. &#xA;Tutti i giorni. &#xA;Ovunque. &#xA;Per sempre.&#xA;&#xA;Ogni anno, all&#39;approssimarsi del venticinque Aprile, salta fuori qualcuno che tenta di trasformare la &#34;Festa della Liberazione&#34; dal nazi-fascismo in una blanda commemorazione delle vittime di entrambi gli schieramenti, relegando a un ormai lontano passato oscuro, da nascondere e purtroppo già in buona parte dimenticato, la parte vitale, fondante e portante della nostra democrazia.&#xA;&#xA;Rendere labile il confine tra chi è caduto cercando di riscattare l&#39;onore di un Paese dopo vent&#39;anni di dittatura e chi nella Libertà e nei valori democratici non ha mai creduto, significa rendere meno forti quei valori, anestetizzare le persone affinché non riconoscano negli odierni comportamenti illiberali le stesse radici, mai estirpate, di quelli passati.&#xA;&#xA;È un&#39;operazione tanto subdola quanto semplice, tanto che anche qualcuno &#34;di sinistra&#34; ha ceduto a volte alla tentazione di equiparare le vittime in quanto cadute per degli ideali, anche se opposti. &#xA;No: una cosa è l&#39;umana pietà (che i fasci comunque non avevano) per la persona, un&#39;altra è il giudizio storico, politico, civile, umano, che distingue in due posizioni antitetiche chi lottava per la Libertà e chi contro di essa.&#xA;&#xA;La linea di demarcazione è e deve essere netta: niente sconti, nessuno spazio ad ammorbidimenti o &#34;dimenticanze&#34;. Già troppo si è perso della spinta liberatrice primigenia, prova ne sia l&#39;attuale classe dirigente e il sostegno di cui gode.&#xA;A ricordarmi di questa netta divisione non sono le storie partigiane, che pure qui sulle Apuane non mancano, nemmeno il discorso di Calamandrei, riportato sull&#39;obelisco delle Fosse del Frigido, e neppure i periodi bui della nostra Repubblica, fra tentativi di golpe, bombe sui treni e alle stazioni e logge massoniche: a ricordarmi lo spartiacque invalicabile è Macchiarino (Machjarino), un cane.&#xA;&#xA;Con i bombardamenti e le cannonate americane, la piana e la città di Massa non erano sicure e la popolazione cercò riparo sulle colline circostanti. &#xA;Nell&#39;estate del &#39;44 fu implementata dai tedeschi la Linea Gotica, che iniziava dalle Apuane fino all&#39;Adriatico. &#xA;Ampie fasce pedemontane furono minate.&#xA;Canfin (Petrolio), così detto per i capelli e i baffoni neri e unti, aveva dei terreni dove ora abito io e tutte le mattine, prima dell&#39;alba, si metteva in cammino scendendo dal rifugio montano, e cercava di strappare qualcosa alla terra per poter sfamare alla sera la famiglia sfollata. &#xA;A far da guida a lui e altri era il suo cane Machjarino, che, non si sa come, aveva trovato un passaggio sicuro fra le mine.&#xA;Forno, Vinca, Bergiola Foscalina, San Terenzo, Castelpoggio... sono solo alcune delle stragi nazifasciste compiute in queste zone. &#xA;&#xA;(G2)&#xA;&#xA;Molti borghi all&#39;epoca erano raggiungibili solo con mulattiere o sentieri e solo gente del posto, gente in camicia nera (spesso coperta con uniformi della Wehrmacht) poteva guidare i tedeschi, svolgere ruolo di copertura e, a volte, partecipare attivamente alle stragi.&#xA;A Sant&#39;Anna di Stazzema, 560 vittime, fino a pochi anni fa i sopravvissuti vi avrebbero detto che mentre un organetto suonava tra una raffica e l&#39;altra, molti soldati tedeschi parlavano in dialetto carrarino e spezzino.&#xA;&#xA;Anche loro erano giovani che combattevano e spesso morivano per un ideale e quindi il 25 Aprile andrebbero commemorati assieme alle vittime civili e partigiane, per chiudere una questione ormai superata: questo ci tiene a farci sapere il nostro presidente del Senato. &#xA;&#xA;No, cari La Russa e accoliti: non tutti gli ideali sono uguali, come non lo sono le vittime. E nemmeno le guide. &#xA;&#xA;A guerra finita, dopo lo sminamento, Machjarino saltò su una mina perduta, ma sopravvisse. &#xA;Viva Machjarino!&#xA;&#xA;#Blog #25Aprile #FestaDellaLiberazione #Antifascismo #Italia #Repubblica #Racconti &#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(219)</p>

<p><img src="https://www.difesa.it/assets/img/ab884272-3aba-4aed-86e6-f6c0c9e861a9.jpg" alt="(G1)"></p>

<p><strong>Premessa</strong>.
Celebrare il <a href="/transit/tag:25Aprile" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">25Aprile</span></a>, come fa con questo bel post l’amico @piedea.bsky.social, è una cosa che dovrebbe essere normale, se vista nella giusta prospettiva.
Con questo racconto mi piace l’idea di esaltare la ricorrenza per quello che dovrebbe essere: un giorno del popolo e per il popolo, per chi crede nella memoria della lotta di liberazione dal nazifascismo, non per coloro che vogliono equiparare tutto e tutti in nome di una “normalizzazione” che è solo propaganda per un regime abbietto.
Le righe che leggerete sono colme di un sentimento che mi appartiene e che così bene è stato espresso dal mio amico. Lo ringrazio anche per aver saputo, meglio di me, intercettare il senso profondo del <a href="/transit/tag:25Aprile" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">25Aprile</span></a>, che a tutti noi ricorda il valore imprescindibile della difesa della democrazia e della libertà.
Tutti i giorni.
Ovunque.
Per sempre.</p>

<p>Ogni anno, all&#39;approssimarsi del venticinque Aprile, salta fuori qualcuno che tenta di trasformare la “Festa della Liberazione” dal nazi-fascismo in una blanda commemorazione delle vittime di entrambi gli schieramenti, relegando a un ormai lontano passato oscuro, da nascondere e purtroppo già in buona parte dimenticato, la parte vitale, fondante e portante della nostra democrazia.</p>

<p><strong>Rendere labile il confine tra chi è caduto cercando di riscattare l&#39;onore di un Paese dopo vent&#39;anni di dittatura e chi nella Libertà e nei valori democratici non ha mai creduto, significa rendere meno forti quei valori, anestetizzare le persone affinché non riconoscano negli odierni comportamenti illiberali le stesse radici, mai estirpate, di quelli passati</strong>.</p>

<p>È un&#39;operazione tanto subdola quanto semplice, tanto che anche qualcuno “di sinistra” ha ceduto a volte alla tentazione di equiparare le vittime in quanto cadute per degli ideali, anche se opposti.
No: una cosa è l&#39;umana pietà (che i fasci comunque non avevano) per la persona, un&#39;altra è il giudizio storico, politico, civile, umano, che distingue in due posizioni antitetiche chi lottava per la Libertà e chi contro di essa.</p>

<p>La linea di demarcazione è e deve essere netta: niente sconti, nessuno spazio ad ammorbidimenti o “dimenticanze”. Già troppo si è perso della spinta liberatrice primigenia, prova ne sia l&#39;attuale classe dirigente e il sostegno di cui gode.
A ricordarmi di questa netta divisione non sono le storie partigiane, che pure qui sulle Apuane non mancano, nemmeno il discorso di Calamandrei, riportato sull&#39;obelisco delle Fosse del Frigido, e neppure i periodi bui della nostra Repubblica, fra tentativi di golpe, bombe sui treni e alle stazioni e logge massoniche: a ricordarmi lo spartiacque invalicabile è Macchiarino (<strong>Machjarino</strong>), un cane.</p>

<p>Con i bombardamenti e le cannonate americane, la piana e la città di Massa non erano sicure e la popolazione cercò riparo sulle colline circostanti.
Nell&#39;estate del &#39;44 fu implementata dai tedeschi la Linea Gotica, che iniziava dalle Apuane fino all&#39;Adriatico.
Ampie fasce pedemontane furono minate.
<strong>Canfin</strong> (Petrolio), così detto per i capelli e i baffoni neri e unti, aveva dei terreni dove ora abito io e tutte le mattine, prima dell&#39;alba, si metteva in cammino scendendo dal rifugio montano, e cercava di strappare qualcosa alla terra per poter sfamare alla sera la famiglia sfollata.
A far da guida a lui e altri era il suo cane Machjarino, che, non si sa come, aveva trovato un passaggio sicuro fra le mine.
Forno, Vinca, Bergiola Foscalina, San Terenzo, Castelpoggio... sono solo alcune delle stragi nazifasciste compiute in queste zone.</p>

<p><img src="https://static.ilmanifesto.it/2024/04/25aprile-1994-foto-archio-manifesto.jpg" alt="(G2)"></p>

<p>Molti borghi all&#39;epoca erano raggiungibili solo con mulattiere o sentieri e solo gente del posto, gente in camicia nera (spesso coperta con uniformi della Wehrmacht) poteva guidare i tedeschi, svolgere ruolo di copertura e, a volte, partecipare attivamente alle stragi.
<strong>A Sant&#39;Anna di Stazzema, 560 vittime, fino a pochi anni fa i sopravvissuti vi avrebbero detto che mentre un organetto suonava tra una raffica e l&#39;altra, molti soldati tedeschi parlavano in dialetto carrarino e spezzino</strong>.</p>

<p><strong>Anche loro erano giovani che combattevano e spesso morivano per un ideale e quindi il 25 Aprile andrebbero commemorati assieme alle vittime civili e partigiane, per chiudere una questione ormai superata: questo ci tiene a farci sapere il nostro presidente del Senato</strong>.</p>

<p><strong>No, cari La Russa e accoliti: non tutti gli ideali sono uguali, come non lo sono le vittime. E nemmeno le guide</strong>.</p>

<p>A guerra finita, dopo lo sminamento, Machjarino saltò su una mina perduta, ma sopravvisse.
<strong>Viva Machjarino!</strong></p>

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<p>
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<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/guide-per-il-25-aprile</guid>
      <pubDate>Fri, 24 Apr 2026 12:52:08 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sud Sudan: la pace sospesa tra memoria e guerra.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/sud-sudan-la-pace-sospesa-tra-memoria-e-guerra</link>
      <description>&lt;![CDATA[(218) &#xA;&#xA;(SS1)&#xA;&#xA;Il #SudSudan è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte. &#xA;Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche. &#xA;Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili.&#xA;&#xA;La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi.&#xA;Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici. &#xA;&#xA;La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.&#xA;&#xA;(SS2)&#xA;&#xA;Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni. &#xA;Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare. &#xA;&#xA;La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.&#xA;&#xA;La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta. &#xA;L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche. &#xA;Parallelamente, l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica.&#xA;&#xA;La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante. &#xA;Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima. &#xA;La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.&#xA;&#xA;E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante. &#xA;Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi. &#xA;Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani. &#xA;&#xA;La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini.&#xA;Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce. &#xA;Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza. &#xA;&#xA;Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta.&#xA;&#xA;#Blog #SudSudan #Africa #DirittiUmani #DirittiCivili #Opinioni #PoliticaEstera&#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; 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Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(218)</p>

<p><img src="https://azionecontrolafame.b-cdn.net/wp-assets/uploads/2023/04/Cosa-sta-succedendo-in-Sudan-conflitto.jpg" alt="(SS1)"></p>

<p>Il <a href="/transit/tag:SudSudan" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">SudSudan</span></a> è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte.
Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche.
<strong>Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili</strong>.</p>

<p>La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi.
Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici.</p>

<p>La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.</p>

<p><img src="https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2017/07/05115831/sud-sudan-copertina1.jpg" alt="(SS2)"></p>

<p><strong>Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni</strong>.
Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare.</p>

<p>La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.</p>

<p><strong>La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta</strong>.
L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche.
Parallelamente, <strong>l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica</strong>.</p>

<p><strong>La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante</strong>.
Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima.
<strong>La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente</strong>, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.</p>

<p><strong>E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante</strong>.
Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi.
Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani.</p>

<p><strong>La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini</strong>.
Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce.
Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza.</p>

<p><strong>Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:SudSudan" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">SudSudan</span></a> <a href="/transit/tag:Africa" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Africa</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiUmani" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiUmani</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a> <a href="/transit/tag:PoliticaEstera" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">PoliticaEstera</span></a></p>

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<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/sud-sudan-la-pace-sospesa-tra-memoria-e-guerra</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Apr 2026 13:21:59 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Le classi esistono ancora, anche se non si devono nominare.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/le-classi-esistono-ancora-anche-se-non-si-devono-nominare</link>
      <description>&lt;![CDATA[(217)&#xA;&#xA;(LDC1)&#xA;&#xA;In #Italia ogni conflitto, aperto o latente, nasce da una diseguaglianza di fondo: quella tra chi possiede e chi sopravvive. &#xA;In un paese che si illude di essere uscito dall’età delle contrapposizioni, la linea di frattura tra le classi si è soltanto spostata, assumendo forme più sottili, più digitali, ma non meno violente. &#xA;Negli ultimi decenni il linguaggio politico ha provato a disinnescare la parola “classe”, quasi fosse un relitto ideologico. &#xA;Si è preferito parlare di “merito”, “mobilità sociale” o “uguaglianza di opportunità”. &#xA;&#xA;Ma dietro la facciata della modernità resta immutata la gerarchia di fondo: chi nasce povero continua, statisticamente, a restare tale, mentre chi nasce ricco eredita non solo patrimoni, ma anche relazioni, competenze e possibilità. &#xA;In questa Italia apparentemente pacificata, la lotta di classe non è mai finita: ha solo cambiato campo di battaglia. &#xA;Le nuove forme di conflitto sociale attraversano i luoghi di lavoro precario, le piattaforme digitali, le periferie abbandonate, le scuole pubbliche impoverite. &#xA;&#xA;Dalle piazze per il diritto alla casa ai cortei studenteschi, fino alle battaglie per un salario minimo dignitoso, si muove una costellazione di resistenze che hanno tutte lo stesso nemico: un sistema economico che concentra ricchezza in poche mani e lascia briciole al resto della nazione. &#xA;Eppure queste voci vengono spesso derise, ignorate o criminalizzate. &#xA;La narrazione dominante le descrive come minoritarie o “ideologiche”, quando in realtà raccontano la condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati e migranti. &#xA;&#xA;(LDC2)&#xA;&#xA;La sinistra italiana sconta anni di arretramento culturale: ha accettato troppe volte le logiche del mercato e della finanza, dimenticando che la giustizia sociale non si misura in punti di PIL ma in vite dignitose. &#xA;Il vero dramma è che anche il fronte istituzionale, l’attuale governo, procede in direzione opposta. &#xA;Le politiche fiscali favoriscono i grandi patrimoni, la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo, la scuola vive di precarietà e tagli mentre il lavoro stabile è trattato come un privilegio. &#xA;&#xA;Si parla di sicurezza e decoro, mai di povertà; si invocano le “radici cristiane” ma si abbandonano i più fragili. &#xA;In questo scenario, riaffermare il valore delle lotte sociali significa restituire senso politico alla parola solidarietà. &#xA;Significa ricordare che ogni rivendicazione, dal diritto a un reddito dignitoso alla difesa del territorio, riguarda sempre la distribuzione del potere e della ricchezza. &#xA;&#xA;Riconoscere questo non è nostalgia, ma lucidità: finché l’Italia rimarrà divisa tra chi accumula e chi resiste, tra chi governa e chi sopporta, resterà intatta la verità di fondo da cui tutto parte: che ogni lotta, in ultima istanza, è una lotta di classe.&#xA;&#xA;#Blog #LottaDiClasse #Italia #Diseguaglianze #Opinioni #Società&#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(217)</p>

<p><img src="https://contropiano.org/img/2022/01/disuguaglianze-vignetta.jpg" alt="(LDC1)"></p>

<p>In <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> ogni conflitto, aperto o latente, nasce da una diseguaglianza di fondo: quella tra chi possiede e chi sopravvive.
In un paese che si illude di essere uscito dall’età delle contrapposizioni, la linea di frattura tra le classi si è soltanto spostata, assumendo forme più sottili, più digitali, ma non meno violente.
Negli ultimi decenni il linguaggio politico ha provato a disinnescare la parola “classe”, quasi fosse un relitto ideologico.
Si è preferito parlare di “merito”, “mobilità sociale” o “uguaglianza di opportunità”.</p>

<p><strong>Ma dietro la facciata della modernità resta immutata la gerarchia di fondo: chi nasce povero continua, statisticamente, a restare tale, mentre chi nasce ricco eredita non solo patrimoni, ma anche relazioni, competenze e possibilità.
In questa Italia apparentemente pacificata, la lotta di classe non è mai finita: ha solo cambiato campo di battaglia</strong>.
Le nuove forme di conflitto sociale attraversano i luoghi di lavoro precario, le piattaforme digitali, le periferie abbandonate, le scuole pubbliche impoverite.</p>

<p>Dalle piazze per il diritto alla casa ai cortei studenteschi, fino alle battaglie per un salario minimo dignitoso, si muove una costellazione di resistenze che hanno tutte lo stesso nemico: un sistema economico che concentra ricchezza in poche mani e lascia briciole al resto della nazione.
Eppure queste voci vengono spesso derise, ignorate o criminalizzate.
La narrazione dominante le descrive come minoritarie o “ideologiche”, quando in realtà raccontano la condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati e migranti.</p>

<p><img src="https://www.tortuga-econ.it/wp-content/uploads/2025/07/ChatGPT-Image-10-lug-2025-15_20_44.png" alt="(LDC2)"></p>

<p>La sinistra italiana sconta anni di arretramento culturale: ha accettato troppe volte le logiche del mercato e della finanza, dimenticando che la giustizia sociale non si misura in punti di PIL ma in vite dignitose.
Il vero dramma è che anche il fronte istituzionale, l’attuale governo, procede in direzione opposta.
<strong>Le politiche fiscali favoriscono i grandi patrimoni, la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo, la scuola vive di precarietà e tagli mentre il lavoro stabile è trattato come un privilegio</strong>.</p>

<p><strong>Si parla di sicurezza e decoro, mai di povertà</strong>; si invocano le “radici cristiane” ma si abbandonano i più fragili.
In questo scenario, riaffermare il valore delle lotte sociali significa restituire senso politico alla parola solidarietà.
Significa ricordare che ogni rivendicazione, dal diritto a un reddito dignitoso alla difesa del territorio, riguarda sempre la distribuzione del potere e della ricchezza.</p>

<p><strong>Riconoscere questo non è nostalgia, ma lucidità: finché l’Italia rimarrà divisa tra chi accumula e chi resiste, tra chi governa e chi sopporta, resterà intatta la verità di fondo da cui tutto parte: che ogni lotta, in ultima istanza, è una lotta di classe</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:LottaDiClasse" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">LottaDiClasse</span></a> <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> <a href="/transit/tag:Diseguaglianze" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Diseguaglianze</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a> <a href="/transit/tag:Societ%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Società</span></a></p>

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      <guid>https://noblogo.org/transit/le-classi-esistono-ancora-anche-se-non-si-devono-nominare</guid>
      <pubDate>Thu, 02 Apr 2026 06:56:41 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Terremoti, sassolini, gattopardi e tanto lavoro. Di &#34;50&amp;50&#34; (*) </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/terremoti-sassolini-gattopardi-e-tanto-lavoro</link>
      <description>&lt;![CDATA[(216)&#xA;&#xA;(D1)&#xA;&#xA;(*): &#34;50&amp;50&#34; è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi. &#xA;&#xA;Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. &#xA;I pezzi che crollano uno dopo l&#39;altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l&#39;incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l&#39;idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.  &#xA; &#xA;Un terremoto appunto.  &#xA;Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l&#39;epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.  &#xA;Non conosciamo nemmeno l&#39;entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.) &#xA;&#xA;Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.  &#xA;Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.  &#xA;E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. &#xA;Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.  &#xA;Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. &#xA;Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. &#xA;Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti. &#xA; &#xA;Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato. &#xA;&#xA;(D2)&#xA;&#xA;Si potrebbe avere l&#39;impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. &#xA;Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.  &#xA;Quindi, è anche un problema di propaganda. &#xA; &#xA;Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un&#39;impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla. &#xA; &#xA;Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. &#xA;Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.  &#xA;&#xA;Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. &#xA;E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni. &#xA;&#xA;Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.  &#xA; &#xA;E curando la comunicazione.  &#xA;Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. &#xA;L&#39;augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune. &#xA;&#xA;#Blog #50&amp;50 #Politica #GovernoMeloni #Dimissioni #Italia #Opinioni&#xA; &#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(216)</p>

<p><img src="https://tg24.sky.it/assets/images/ed320e7a51bdbf62adbc47694072e6f9f34a4989/skytg24/it/politica/2026/03/27/governo-meloni-dimissioni-referendum/governo_meloni_repulisti_hero_ansa.jpg" alt="(D1)"></p>

<p>(*): “50&amp;50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.</p>

<p>Da due, tre giorni si parla di <strong>terremoto</strong> nel centro destra.
I pezzi che crollano uno dopo l&#39;altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l&#39;incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l&#39;idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.</p>

<p>Un terremoto appunto.<br>
<strong>Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l&#39;epicentro</strong>: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.<br>
Non conosciamo nemmeno l&#39;entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)</p>

<p>Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.<br>
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.<br>
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere.
Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.<br>
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo.
Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli.
Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.</p>

<p>Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.</p>

<p><img src="https://www.repstatic.it/content/nazionale/img/2025/01/25/175824397-414842f1-570b-4946-9681-bc53bd1c2439.jpg" alt="(D2)"></p>

<p>Si potrebbe avere l&#39;impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili.
Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.<br>
<strong>Quindi, è anche un problema di propaganda</strong>.</p>

<p><strong>Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un&#39;impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla</strong>.</p>

<p>Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari.
Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.</p>

<p>Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento.
E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.</p>

<p><strong>Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive</strong>.</p>

<p>E curando la comunicazione.<br>
<strong>Reimparare a comunicare, spiegare, martellare.
L&#39;augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune</strong>.</p>

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<p>
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<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/terremoti-sassolini-gattopardi-e-tanto-lavoro</guid>
      <pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:32:27 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il &#34;No&#34; che riapre la partita della partecipazione.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/il-no-che-riapre-la-partita-della-partecipazione</link>
      <description>&lt;![CDATA[(215) &#xA;&#xA;(DF1)&#xA;&#xA;Questo post nasce dall&#39;incontro di scrittura tra me e l&#39;amico &#xA;@piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto. &#xA;&#xA;Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli. &#xA;&#xA;In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento. &#xA;&#xA;La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.&#xA;&#xA;Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall&#39;alto, imposta a colpi di fiducia. &#xA;In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.&#xA;&#xA;Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza. &#xA;&#xA;Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.&#xA;&#xA;(DF2)&#xA;&#xA;C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.&#xA;&#xA;L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze.&#xA;In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non &#xA;solo come delega episodica ai partiti.&#xA;&#xA;Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo.&#xA;L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.&#xA;&#xA;Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo.&#xA;Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.&#xA;&#xA;Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.&#xA;&#xA;#Blog #Italia #Referendum #Politica #Opinioni &#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(215)</p>

<p><img src="https://cleaver.cue.rsi.ch/public/info/mondo/3617661-ve22dn-rsich_2026032319090810_46ada1e79c56cd336e06921c17ea6d02.jpg/alternates/r16x9/3617661-ve22dn-rsich_2026032319090810_46ada1e79c56cd336e06921c17ea6d02.jpg" alt="(DF1)"></p>

<p><strong>Questo post nasce dall&#39;incontro di scrittura tra me e l&#39;amico
@piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto</strong>.</p>

<p>Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.</p>

<p>In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.</p>

<p>La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.</p>

<p>Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall&#39;alto, imposta a colpi di fiducia.
In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata <strong>devono</strong> essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.</p>

<p>Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.</p>

<p>Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.</p>

<p><img src="https://www.rainews.it/dl/img/2026/03/23/1774278500274_rainewscdccadaccac.jpg" alt="(DF2)"></p>

<p>C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.</p>

<p>L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze.
In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non
solo come delega episodica ai <strong>partiti</strong>.</p>

<p><strong>Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo</strong>.
L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.</p>

<p>Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo.
Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.</p>

<p><strong>Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> <a href="/transit/tag:Referendum" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Referendum</span></a> <a href="/transit/tag:Politica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Politica</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/il-no-che-riapre-la-partita-della-partecipazione</guid>
      <pubDate>Tue, 24 Mar 2026 13:37:07 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La sconfitta di Meloni e il lavoro che resta da fare. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/la-sconfitta-di-meloni-e-il-lavoro-che-resta-da-fare</link>
      <description>&lt;![CDATA[(214)&#xA;&#xA;(R1)&#xA;&#xA;Nota: il post è scritto nell&#39;immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è assolutamente esaustivo. Per ora. &#xA;&#xA;Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%. &#xA;&#xA;È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.&#xA;&#xA;La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”. &#xA;&#xA;Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico. &#xA;&#xA;Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.&#xA;&#xA;(R2)&#xA;&#xA;All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”. &#xA;&#xA;Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro Nordio che esce politicamente indebolito. &#xA;&#xA;Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.&#xA;&#xA;Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione. &#xA;Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana. &#xA;&#xA;È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​&#xA;Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio. &#xA;&#xA;Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese. &#xA;&#xA;Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere**.&#xA;&#xA;#Blog #Italia #Referendum2026 #SeparazioneDelleCarriere #NO #Opinioni&#xA;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social&#xD;&#xA;Bio Site (tutto in un posto solo, diamine): https://bio.site/danielemattioli&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(214)</p>

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<p>**Nota: il post è scritto nell&#39;immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è <strong><em>assolutamente</em></strong> esaustivo. Per ora.</p>

<p>Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%.</p>

<p>È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.</p>

<p>La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”.</p>

<p><strong>Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico</strong>.</p>

<p>Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.</p>

<p><img src="https://api.gdb.atexcloud.io/image-service/view/acePublic/alias/contentid/1pyic7t2sjmmdbw2ur1/2/image.webp" alt="(R2)"></p>

<p>All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”.</p>

<p>Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro <strong>Nordio</strong> che esce politicamente indebolito.</p>

<p>Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.</p>

<p>Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione.
Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana.</p>

<p>È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​
Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio.</p>

<p>Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese.</p>

<p><strong>Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere</strong>.</p>

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      <pubDate>Mon, 23 Mar 2026 15:40:48 +0000</pubDate>
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