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    <title>opinioni &amp;mdash; Transit </title>
    <link>https://noblogo.org/transit/tag:opinioni</link>
    <description>Il blog di Alessandra Corubolo e Daniele Mattioli (on-line, in varie forme,  dal 2005.)</description>
    <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 19:35:46 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>La sicurezza secondo Meloni: ordine, paura e confini della democrazia.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/la-sicurezza-secondo-meloni-ordine-paura-e-confini-della-democrazia</link>
      <description>&lt;![CDATA[(S1)&#xA;&#xA;(231) &#xA;&#xA;Quando la risposta politica alla crisi sociale si riduce a stretta, controllo e legittimazione della forza privata, a rischiare non è solo la libertà dei singoli, ma l’equilibrio costituzionale del Paese.&#xA;&#xA;La sicurezza secondo il #GovernoMeloni è una linea retta: ordine, controllo, punizione. &#xA;Non c’è un prima e un dopo, non c’è una riflessione sui contesti, sulle cause sociali, sul lavoro lungo di prevenzione; c’è l’idea che la sicurezza si misuri in divieti, fermi, aggravanti, poteri alle forze dell’ordine e messaggi muscolari al Paese. &#xA;&#xA;In questa visione, lo spazio pubblico è soprattutto un luogo da sorvegliare e disciplinare: la movida, le piazze, le periferie diventano scenari di devianza potenziale, più che luoghi di vita e di relazione. Ne deriva una sicurezza costruita come dispositivo di contenimento più che come garanzia di libertà: si previene vietando, si rassicura mostrando il pugno di ferro, si governa indicando di volta in volta una categoria da additare come problema.&#xA;&#xA;I provvedimenti degli ultimi mesi rendono plastica questa impostazione: dal divieto di aggregazione per gruppi di giovani alla possibilità di fermo preventivo esteso ai minorenni, dalle nuove strette sulla “mala movida” alla progressiva erosione dei margini di protesta, tutto concorre a spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla gestione del sospetto. &#xA;&#xA;Il lessico politico scelto è quello dell’“approccio più duro”, della “tolleranza zero”, della “stretta anti‑maranza”: è un linguaggio che trasforma la complessità dei fenomeni sociali in un catalogo di allarmi, dove l’unica risposta legittima sembra essere quella penale o di polizia. &#xA;Invece di un’idea di sicurezza come risultato di scuola, servizi sociali, urbanistica, lavoro, cultura, emergono provvedimenti a cascata, sempre più dettagliati nel colpire comportamenti specifici, sempre più poveri nel costruire strumenti di emancipazione.&#xA;&#xA;(S2)&#xA;&#xA;Dentro questa cornice va collocata anche la riscrittura della legittima difesa e, soprattutto, la narrazione che l’accompagna. &#xA;Quando il messaggio politico diventa: “se ti difendi da un reato non devi risarcire chi ti ha aggredito”, si compie un salto simbolico preciso. &#xA;La legittima difesa esiste da sempre nel codice, ma viene caricata di una valenza morale nuova: non più eccezione rigorosa, ancorata a criteri di proporzionalità e necessità, ma quasi un diritto naturale alla reazione fisica, che si vorrebbe liberare da vincoli e cautele. &#xA;&#xA;In parallelo, i casi di cronaca che coinvolgono commercianti, cittadini che reagiscono, episodi di violenza vengono usati come palcoscenico per rafforzare l’idea che lo Stato debba mettersi esplicitamente dalla parte di chi colpisce, anche quando la linea tra difesa e vendetta è labile. &#xA;&#xA;È qui che l’ipotesi di una difesa personale violenta, culturalmente normalizzata, smette di essere un rischio teorico e diventa una possibile deriva concreta: se chi reagisce è per definizione nel giusto, lo spazio per il giudizio, per la valutazione dei fatti, per il limite, si restringe.&#xA;In questo scenario già inclinato verso la penalizzazione, il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori dai 14 anni, appena approvato dal Consiglio dei ministri, è un tassello perfettamente coerente, quasi inevitabile. &#xA;Formalmente l’età di imputabilità resta fissata a 14 anni, ma il cuore del disegno di legge del governo è lo spostamento della presunzione: tra i 14 e i 18 anni il minore è considerato imputabile, ed è la difesa – non più lo Stato – a dover dimostrare che non era capace di intendere e di volere. &#xA;&#xA;È un rovesciamento silenzioso, ma radicale. &#xA;Fino a ieri il sistema minorile si fondava su una cautela: sapere che l’età porta con sé immaturità, vulnerabilità, condizionamenti. &#xA;Oggi il messaggio è l’opposto: “chi sbaglia deve pagare, anche se è minorenne”, trasformando l’eccezione (il quattordicenne già pienamente consapevole) in regola, e la regola (la fragilità da valutare con attenzione) in ostacolo difensivo. &#xA;Inserito nel contesto della stretta anti‑maranza e del fermo preventivo per i ragazzi nelle aree della movida, questo disegno di legge fa emergere una figura nuova: il giovane non come soggetto da proteggere e rieducare, ma come adulto in anticipo, su cui scaricare l’intero peso simbolico della risposta penale.&#xA;&#xA;Il risultato complessivo è una sicurezza “contro” e non “per”: contro i giovani, contro le marginalità, contro chi esercita conflitto sociale e politico nello spazio pubblico, contro chi non corrisponde al modello del cittadino disciplinato. &#xA;Invece di rafforzare psicologi, educatori, mediazione culturale, presìdi sociali nei quartieri, si rafforzano fermo, ammonimento, imputabilità presunta, legittimazione della forza privata. &#xA;&#xA;È un prisma rovesciato: si chiede responsabilità totale a chi nasce e cresce dentro fratture economiche e culturali, e si concede invece un credito preventivo di legittimità a chi reagisce “per bene”, a chi incarna l’idea del cittadino che si fa giustizia o che chiede allo Stato soluzioni immediate e nette. &#xA;&#xA;Così, la difesa personale violenta non è più un tabù ma una possibilità implicitamente autorizzata: se il sistema viene costruito per colpire sempre più duro chi sbaglia, se i minori stessi vengono trattati come imputabili per definizione, l’idea che la forza sia una risposta normale si diffonde tanto nelle istituzioni quanto nel senso comune.&#xA;Una democrazia costituzionale non può accettare questa trasformazione senza interrogarsi. &#xA;&#xA;La Costituzione italiana affida alla pena una funzione rieducativa, non vendicativa; riconosce nella persona, e non nel reato, il fulcro della tutela, chiede allo Stato di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza, non di costruire nuovi dispositivi di esclusione mascherati da sicurezza. &#xA;Quando l’ordinamento si piega alla logica della paura e dell’esemplarità punitiva, quando un quattordicenne diventa prima di tutto imputabile e solo dopo persona in formazione, quando la difesa privata viene caricata di una legittimazione politica più che giuridica, allora il problema non è più solo l’eccesso in un decreto o in una norma: è l’idea stessa di cittadinanza che si restringe. &#xA;&#xA;Uno Stato che smette di vedere nei propri giovani un investimento e li trasforma in soggetti da disciplinare, uno Stato che chiama “sicurezza” ciò che in realtà è controllo selettivo e delega occulta alla violenza privata, non sta difendendo la democrazia, la sta erodendo dal di dentro. &#xA;Un Paese che accetta questo scivolamento, in nome dell’ordine, deve sapere che non sta scegliendo più sicurezza: sta scegliendo meno libertà, e sta barattando la propria Costituzione con un’illusione pericolosamente fragile.&#xA;&#xA;#Blog #GovernoMeloni #Sicurezza #DirittiCivili #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://static.open.online/wp-content/uploads/2026/02/decreto-sicurezza-cdm-cauzione-manifestanti.jpg" alt="(S1)"></p>

<p>(231)</p>

<p>Quando la risposta politica alla crisi sociale si riduce a stretta, controllo e legittimazione della forza privata, a rischiare non è solo la libertà dei singoli, ma l’equilibrio costituzionale del Paese.</p>

<p><strong>La sicurezza secondo il <a href="/transit/tag:GovernoMeloni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">GovernoMeloni</span></a> è una linea retta: ordine, controllo, punizione</strong>.
Non c’è un prima e un dopo, non c’è una riflessione sui contesti, sulle cause sociali, sul lavoro lungo di prevenzione; c’è l’idea che la sicurezza si misuri in divieti, fermi, aggravanti, poteri alle forze dell’ordine e messaggi muscolari al Paese.</p>

<p>In questa visione, lo spazio pubblico è soprattutto un luogo da sorvegliare e disciplinare: la movida, le piazze, le periferie diventano scenari di devianza potenziale, più che luoghi di vita e di relazione. <strong>Ne deriva una sicurezza costruita come dispositivo di contenimento più che come garanzia di libertà</strong>: si previene vietando, si rassicura mostrando il pugno di ferro, si governa indicando di volta in volta una categoria da additare come problema.</p>

<p>I provvedimenti degli ultimi mesi rendono plastica questa impostazione: dal divieto di aggregazione per gruppi di giovani alla possibilità di fermo preventivo esteso ai minorenni, dalle nuove strette sulla “mala movida” alla progressiva erosione dei margini di protesta, tutto concorre a spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla gestione del sospetto.</p>

<p>Il lessico politico scelto è quello dell’“approccio più duro”, della “tolleranza zero”, della “stretta anti‑maranza”: è un linguaggio che trasforma la complessità dei fenomeni sociali in un catalogo di allarmi, dove l’unica risposta legittima sembra essere quella penale o di polizia.
<strong>Invece di un’idea di sicurezza come risultato di scuola, servizi sociali, urbanistica, lavoro, cultura, emergono provvedimenti a cascata, sempre più dettagliati nel colpire comportamenti specifici, sempre più poveri nel costruire strumenti di emancipazione</strong>.</p>

<p><img src="https://statics.cedscdn.it/photos/MED_HIGH/2026/04/21/9487072_21213853_decreto_sicurezza_fiducia_nuovo_decreto_mattarella_precedenti_moral_suasion.jpg" alt="(S2)"></p>

<p>Dentro questa cornice va collocata anche la riscrittura della legittima difesa e, soprattutto, la narrazione che l’accompagna.
Quando il messaggio politico diventa: “se ti difendi da un reato non devi risarcire chi ti ha aggredito”, si compie un salto simbolico preciso.
La legittima difesa esiste da sempre nel codice, ma viene caricata di una valenza morale nuova: non più eccezione rigorosa, ancorata a criteri di proporzionalità e necessità, ma quasi un diritto naturale alla reazione fisica, che si vorrebbe liberare da vincoli e cautele.</p>

<p>In parallelo, i casi di cronaca che coinvolgono commercianti, cittadini che reagiscono, episodi di violenza vengono usati come palcoscenico per rafforzare l’idea che lo Stato debba mettersi esplicitamente dalla parte di chi colpisce, anche quando la linea tra difesa e vendetta è labile.</p>

<p>È qui che l’ipotesi di una difesa personale violenta, culturalmente normalizzata, smette di essere un rischio teorico e diventa una possibile deriva concreta: se chi reagisce è per definizione nel giusto, lo spazio per il giudizio, per la valutazione dei fatti, per il limite, si restringe.
<strong>In questo scenario già inclinato verso la penalizzazione, il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori dai 14 anni, appena approvato dal Consiglio dei ministri, è un tassello perfettamente coerente, quasi inevitabile</strong>.
Formalmente l’età di imputabilità resta fissata a 14 anni, ma il cuore del disegno di legge del governo è lo spostamento della presunzione: tra i 14 e i 18 anni il minore è considerato imputabile, ed è la difesa – non più lo Stato – a dover dimostrare che non era capace di intendere e di volere.</p>

<p><strong>È un rovesciamento silenzioso, ma radicale</strong>.
Fino a ieri il sistema minorile si fondava su una cautela: sapere che l’età porta con sé immaturità, vulnerabilità, condizionamenti.
Oggi il messaggio è l’opposto: “chi sbaglia deve pagare, anche se è minorenne”, trasformando l’eccezione (il quattordicenne già pienamente consapevole) in regola, e la regola (la fragilità da valutare con attenzione) in ostacolo difensivo.
Inserito nel contesto della stretta anti‑maranza e del fermo preventivo per i ragazzi nelle aree della movida, questo disegno di legge fa emergere una figura nuova: <strong>il giovane non come soggetto da proteggere e rieducare, ma come adulto in anticipo, su cui scaricare l’intero peso simbolico della risposta penale</strong>.</p>

<p><strong>Il risultato complessivo è una sicurezza “contro” e non “per”</strong>: contro i giovani, contro le marginalità, contro chi esercita conflitto sociale e politico nello spazio pubblico, contro chi non corrisponde al modello del cittadino disciplinato.
Invece di rafforzare psicologi, educatori, mediazione culturale, presìdi sociali nei quartieri, si rafforzano fermo, ammonimento, imputabilità presunta, legittimazione della forza privata.</p>

<p>È un prisma rovesciato: si chiede responsabilità totale a chi nasce e cresce dentro fratture economiche e culturali, e si concede invece un credito preventivo di legittimità a chi reagisce “per bene”, a chi incarna l’idea del cittadino che si fa giustizia o che chiede allo Stato soluzioni immediate e nette.</p>

<p>Così, la difesa personale violenta non è più un tabù ma una possibilità implicitamente autorizzata: <strong>se il sistema viene costruito per colpire sempre più duro chi sbaglia, se i minori stessi vengono trattati come imputabili per definizione, l’idea che la forza sia una risposta normale si diffonde tanto nelle istituzioni quanto nel senso comune</strong>.
<strong>Una democrazia costituzionale non può accettare questa trasformazione senza interrogarsi</strong>.</p>

<p>La <strong>Costituzione italiana</strong> affida alla pena una funzione rieducativa, non vendicativa; riconosce nella persona, e non nel reato, il fulcro della tutela, chiede allo Stato di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza, non di costruire nuovi dispositivi di esclusione mascherati da sicurezza.
Quando l’ordinamento si piega alla logica della paura e dell’esemplarità punitiva, quando un quattordicenne diventa prima di tutto imputabile e solo dopo persona in formazione, quando la difesa privata viene caricata di una legittimazione politica più che giuridica, allora il problema non è più solo l’eccesso in un decreto o in una norma: <strong>è l’idea stessa di cittadinanza che si restringe</strong>.</p>

<p>Uno Stato che smette di vedere nei propri giovani un investimento e li trasforma in soggetti da disciplinare, uno Stato che chiama “sicurezza” ciò che in realtà è controllo selettivo e delega occulta alla violenza privata, non sta difendendo la democrazia, la sta erodendo dal di dentro.
<strong>Un Paese che accetta questo scivolamento, in nome dell’ordine, deve sapere che non sta scegliendo più sicurezza: sta scegliendo meno libertà, e sta barattando la propria Costituzione con un’illusione pericolosamente fragile</strong>.</p>

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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/la-sicurezza-secondo-meloni-ordine-paura-e-confini-della-democrazia</guid>
      <pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:56:02 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Caso Roggero, la legge funziona: è la destra a deragliare.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/caso-roggero-la-legge-funziona-e-la-destra-a-deragliare</link>
      <description>&lt;![CDATA[(230) &#xA;&#xA;(R1)&#xA;&#xA;Nota: Come per Vannacci, questo sarà l&#39;unico post sulla faccenda da parte mia. Solo la grazia potrebbe farmi tornare a scrivere. &#xA;&#xA;La condanna è coerente con la legge voluta dal centrodestra, mentre la politica trasforma un imputato in martire per coprire i propri fallimenti sulla sicurezza.&#xA;&#xA;La condanna di #Roggero è giuridicamente corretta, applica alla lettera la legge sulla legittima difesa voluta dalla stessa destra che oggi urla allo scandalo e il modo in cui viene strumentalizzata configura una pericolosa deriva fascistoide nello spazio pubblico italiano. &#xA;Nel 2021 Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, inseguì in strada tre rapinatori in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo, quando l’azione dentro il negozio era già conclusa. &#xA;La Corte d’Assise d’Appello di Torino lo ha condannato per omicidio di due rapinatori e tentato omicidio del terzo, riducendo la pena da 17 anni a 14 anni e 9 mesi, poi confermati in via definitiva dalla Cassazione il 15 luglio 2026. &#xA;Nelle motivazioni, i giudici ricordano che anche dopo la riforma “#Salvini” del 2019 l’uso dell’arma è scriminato solo se il pericolo è attuale, l’impiego necessario e non vi siano alternative meno lesive; nel caso Roggero, al momento degli spari i rapinatori erano all’esterno, in fuga, e nessuno dei familiari era più esposto a un’offesa concreta. &#xA;&#xA;Proprio per questo la legittima difesa è stata esclusa: non si trattava di respingere un’aggressione in corso, ma di esercitare una violenza privata e letale in piena via pubblica, al di fuori di qualunque schema costituzionale di uso legittimo della forza. &#xA;Di fronte a questo quadro, la destra ha scelto la strada più semplice e più pericolosa: trasformare un imputato condannato definitivamente in un martire, un “uomo perbene” contro lo Stato cattivo. &#xA;&#xA;Leader come Salvini e Vannacci si sono letteralmente gettati sul “caso Roggero”, facendone il totem di una campagna sulla “difesa sempre legittima”, con sit‑in davanti al carcere e gare di dichiarazioni muscolari, in piena chiave elettorale. Non si tratta solo di solidarietà umana (che è legittima verso chiunque), ma di un uso sistematico della vicenda per alimentare l’idea che il giudice sia un nemico del “popolo” e che la sentenza non valga nulla se non coincide con l’istinto punitivo dell’opinione pubblica. &#xA;&#xA;(R2)&#xA;&#xA;In questa narrazione, il dettaglio fondamentale viene occultato: la condanna applica proprio quella legge sulla legittima difesa che il centrodestra ha sventolato come “licenza di sparare”, ma che, letta seriamente, non copre inseguimenti armati e colpi esplosi a freddo su soggetti già in fuga. &#xA;Mentre il paese affronta inflazione, salari fermi, servizi pubblici in crisi e una sicurezza reale fatta di quartieri dimenticati, il governo e la sua galassia mediatica hanno bisogno di un diversivo emotivo forte. &#xA;&#xA;Roggero, “gioielliere giustiziere”, è perfetto: polarizza, semplifica, spacca il discorso pubblico in due curve da stadio e sposta il focus dalle responsabilità concrete dell’esecutivo sul fronte della sicurezza quotidiana. &#xA;Non a caso le opposizioni sottolineano che il centrodestra insegue Vannacci facendo del caso Roggero un totem per nascondere il fallimento delle proprie politiche di sicurezza e l’incapacità di governare fenomeni complessi con strumenti diversi dallo slogan. &#xA;&#xA;Si parla per giorni di “grazia”, di “eroe tradito dallo Stato”, mentre si tace sul fatto che la stessa destra ha reso più difficile la vita nei quartieri, ha tagliato risorse e continua a vendere la favola della pistola come surrogato di politiche sociali e preventive assenti. &#xA;La Costituzione italiana pone al centro il monopolio pubblico della forza, il principio di uguaglianza davanti alla legge e il rifiuto della giustizia privata: è il cuore della rottura con il fascismo, che esaltava le spedizioni punitive e la violenza squadrista. &#xA;&#xA;L’articolo 610 del codice penale sulla violenza privata punisce proprio chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare o tollerare qualcosa: è il contrario del modello costituzionale di convivenza, che affida la reazione al reato alle istituzioni, non al singolo armato. &#xA;Quando esponenti di governo e leader di destra normalizzano l’idea che, una volta subita una rapina, sia “comprensibile” o addirittura giusto inseguire e giustiziare i fuggitivi sulla strada, stanno sdoganando la violenza privata come forma accettabile di regolazione dei conflitti. &#xA;&#xA;È esattamente la logica fascista: il cittadino “virile” che si fa Stato, che sostituisce il giudice con la pistola, che pretende una sorta di diritto personale alla vendetta, applaudito da una folla che considera la sentenza un fastidioso dettaglio tecnico invece che il fondamento dello stato di diritto. &#xA;Il pressing sulla grazia, cavalcato mediaticamente ancor prima che esistesse una domanda formalmente istruibile, è un altro tassello di questa deriva. &#xA;Il Quirinale ha ricordato che la grazia è una prerogativa del Capo dello Stato regolata dalla Costituzione e che non può trasformarsi in un quarto grado di giudizio deciso a colpi di hashtag. &#xA;&#xA;Eppure esponenti della destra hanno usato l’ipotesi di grazia come clava propagandistica, tentando di condizionare il Colle e di piegare un istituto di garanzia alla bisogna di campagna elettorale. &#xA;Quando un ministro annuncia o lascia intendere una corsia preferenziale per la grazia in concomitanza con una sentenza sgradita, manda un messaggio devastante: se il verdetto non piace al “popolo”, si cambia per via politica, non con gli strumenti di garanzia previsti dall’ordinamento. &#xA;&#xA;Questo è il punto politico: la condanna di Roggero non è uno scandalo, è la dimostrazione che la Costituzione e il codice penale funzionano e difendono l’idea che nessuno possa farsi boia in nome della paura o della rabbia. &#xA;&#xA;Lo scandalo è la legittimazione di un clima in cui la violenza privata viene romanticizzata, i giudici diventano “nemici del popolo” e il governo usa casi di sangue per minare, un pezzo alla volta, la cultura dello Stato di diritto nata dall’antifascismo. &#xA;&#xA;La domanda chiave, allora, non è se Roggero meriti umanamente pietà (ogni vita, anche quella di chi ha ucciso, la merita), ma se siamo disposti a buttare a mare decenni di civiltà giuridica per compiacere un’onda emotiva alimentata ad arte, aprendo la porta a un ritorno, magari in giacca e cravatta, della vecchia idea fascista che la legge è solo un ostacolo sulla strada del “vero popolo”.&#xA;&#xA;#Blog #Roggero #Giustizia #GovernoMeloni #DirittiCivili #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(230)</p>

<p><img src="https://tg24.sky.it/assets/images/d75f229b8d8d7f03a41093d969717fa0e5776dfe/skytg24/it/cronaca/2026/07/18/mario-roggero-news/salvini_roggero_bollate_ansa.jpg?im=Resize,width=1218" alt="(R1)"></p>

<p>Nota: Come per Vannacci, questo sarà l&#39;unico post sulla faccenda da parte mia. Solo la grazia potrebbe farmi tornare a scrivere.</p>

<p><strong>La condanna è coerente con la legge voluta dal centrodestra, mentre la politica trasforma un imputato in martire per coprire i propri fallimenti sulla sicurezza</strong>.</p>

<p>La condanna di <a href="/transit/tag:Roggero" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Roggero</span></a> è giuridicamente corretta, applica alla lettera la legge sulla legittima difesa voluta dalla stessa destra che oggi urla allo scandalo e il modo in cui viene strumentalizzata configura una pericolosa deriva fascistoide nello spazio pubblico italiano.
Nel 2021 Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, inseguì in strada tre rapinatori in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo, quando l’azione dentro il negozio era già conclusa.
La Corte d’Assise d’Appello di Torino lo ha condannato per omicidio di due rapinatori e tentato omicidio del terzo, riducendo la pena da 17 anni a 14 anni e 9 mesi, poi confermati in via definitiva dalla Cassazione il 15 luglio 2026.
Nelle motivazioni, i giudici ricordano che anche dopo la riforma “<a href="/transit/tag:Salvini" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Salvini</span></a>” del 2019 l’uso dell’arma è scriminato solo se il pericolo è attuale, l’impiego necessario e non vi siano alternative meno lesive; nel caso Roggero, al momento degli spari i rapinatori erano all’esterno, in fuga, e nessuno dei familiari era più esposto a un’offesa concreta.</p>

<p><strong>Proprio per questo la legittima difesa è stata esclusa: non si trattava di respingere un’aggressione in corso, ma di esercitare una violenza privata e letale in piena via pubblica, al di fuori di qualunque schema costituzionale di uso legittimo della forza</strong>.
Di fronte a questo quadro, la destra ha scelto la strada più semplice e più pericolosa: <strong>trasformare un imputato condannato definitivamente in un martire, un “uomo perbene” contro lo Stato cattivo</strong>.</p>

<p>Leader come Salvini e Vannacci si sono letteralmente gettati sul “caso Roggero”, facendone il totem di una campagna sulla “difesa sempre legittima”, con sit‑in davanti al carcere e gare di dichiarazioni muscolari, in piena chiave elettorale. Non si tratta solo di solidarietà umana (che è legittima verso chiunque), ma di <strong>un uso sistematico della vicenda per alimentare l’idea che il giudice sia un nemico del “popolo” e che la sentenza non valga nulla se non coincide con l’istinto punitivo dell’opinione pubblica</strong>.</p>

<p><img src="https://www.osservatoriorepressione.info/wp-content/uploads/2026/07/roggero-vannacci.jpeg" alt="(R2)"></p>

<p>In questa narrazione, il dettaglio fondamentale viene occultato: la condanna applica proprio quella legge sulla legittima difesa che il centrodestra ha sventolato come “licenza di sparare”, ma che, letta seriamente, non copre inseguimenti armati e colpi esplosi a freddo su soggetti già in fuga.
<strong>Mentre il paese affronta inflazione, salari fermi, servizi pubblici in crisi e una sicurezza reale fatta di quartieri dimenticati, il governo e la sua galassia mediatica hanno bisogno di un diversivo emotivo forte</strong>.</p>

<p><strong>Roggero, “gioielliere giustiziere”, è perfetto: polarizza, semplifica, spacca il discorso pubblico in due curve da stadio e sposta il focus dalle responsabilità concrete dell’esecutivo sul fronte della sicurezza quotidiana</strong>.
Non a caso le opposizioni sottolineano che il centrodestra insegue Vannacci facendo del caso Roggero un totem per nascondere il fallimento delle proprie politiche di sicurezza e l’incapacità di governare fenomeni complessi con strumenti diversi dallo slogan.</p>

<p>Si parla per giorni di “grazia”, di “eroe tradito dallo Stato”, mentre si tace sul fatto che la stessa destra ha reso più difficile la vita nei quartieri, ha tagliato risorse e continua a vendere la favola della pistola come surrogato di politiche sociali e preventive assenti.
<strong>La Costituzione italiana pone al centro il monopolio pubblico della forza</strong>, il principio di uguaglianza davanti alla legge e il rifiuto della giustizia privata: è il cuore della rottura con il fascismo, che esaltava le spedizioni punitive e la violenza squadrista.</p>

<p><strong>L’articolo 610 del codice penale sulla violenza privata punisce proprio chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare o tollerare qualcosa</strong>: è il contrario del modello costituzionale di convivenza, che affida la reazione al reato alle istituzioni, non al singolo armato.
Quando esponenti di governo e leader di destra normalizzano l’idea che, una volta subita una rapina, sia “comprensibile” o addirittura giusto inseguire e giustiziare i fuggitivi sulla strada, <strong>stanno sdoganando la violenza privata come forma accettabile di regolazione dei conflitti</strong>.</p>

<p><strong>È esattamente la logica fascista</strong>: il cittadino “virile” che si fa Stato, che sostituisce il giudice con la pistola, che pretende una sorta di diritto personale alla vendetta, applaudito da una folla che considera la sentenza un fastidioso dettaglio tecnico invece che il fondamento dello stato di diritto.
<strong>Il pressing sulla grazia, cavalcato mediaticamente ancor prima che esistesse una domanda formalmente istruibile, è un altro tassello di questa deriva</strong>.
Il Quirinale ha ricordato che la grazia è una prerogativa del Capo dello Stato regolata dalla Costituzione e che non può trasformarsi in un quarto grado di giudizio deciso a colpi di hashtag.</p>

<p><strong>Eppure esponenti della destra hanno usato l’ipotesi di grazia come clava propagandistica</strong>, tentando di condizionare il Colle e di piegare un istituto di garanzia alla bisogna di campagna elettorale.
Quando un ministro annuncia o lascia intendere una corsia preferenziale per la grazia in concomitanza con una sentenza sgradita, manda un messaggio devastante: <strong>se il verdetto non piace al “popolo”, si cambia per via politica</strong>, non con gli strumenti di garanzia previsti dall’ordinamento.</p>

<p><strong>Questo è il punto politico: la condanna di Roggero non è uno scandalo, è la dimostrazione che la Costituzione e il codice penale funzionano e difendono l’idea che nessuno possa farsi boia in nome della paura o della rabbia</strong>.</p>

<p>Lo scandalo è la legittimazione di un clima in cui la violenza privata viene romanticizzata, i giudici diventano “nemici del popolo” e il governo usa casi di sangue per minare, un pezzo alla volta, la cultura dello Stato di diritto nata dall’antifascismo.</p>

<p><strong>La domanda chiave, allora, non è se Roggero meriti umanamente pietà (ogni vita, anche quella di chi ha ucciso, la merita), ma se siamo disposti a buttare a mare decenni di civiltà giuridica per compiacere un’onda emotiva alimentata ad arte, aprendo la porta a un ritorno, magari in giacca e cravatta, della vecchia idea fascista che la legge è solo un ostacolo sulla strada del “vero popolo”</strong>.</p>

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<p>
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corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/caso-roggero-la-legge-funziona-e-la-destra-a-deragliare</guid>
      <pubDate>Mon, 20 Jul 2026 06:52:59 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il prezzo del lavoro svalutato. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/il-prezzo-del-lavoro-svalutato</link>
      <description>&lt;![CDATA[(229) &#xA;&#xA;(SB1) &#xA;&#xA;La situazione retributiva italiana non è il risultato di una singola scelta sbagliata, ma di una lunga combinazione di fattori politici, industriali e contrattuali che hanno eroso il valore del lavoro. &#xA;&#xA;Da anni il Paese convive con una crescita economica debole, una produttività stagnante e un sistema salariale incapace di trasferire miglioramenti reali ai lavoratori. &#xA;&#xA;Il punto centrale è semplice: l’Italia ha tenuto bassi i salari per decenni senza ottenere in cambio un vantaggio competitivo stabile. &#xA;Il risultato è un equilibrio povero, non una strategia vincente.&#xA;&#xA;Uno dei nodi principali è la stagnazione della produttività. &#xA;Se l’economia non cresce in efficienza, innovazione e valore aggiunto, le imprese tendono a comprimere il costo del lavoro invece di investirlo come leva di sviluppo. &#xA;In Italia questa logica si è consolidata: settori frammentati, imprese piccole, scarsa spesa in ricerca e organizzazione, contrattazione spesso difensiva. &#xA;Nel frattempo, i salari reali sono rimasti indietro rispetto al costo della vita, con un potere d’acquisto che ha subito una lunga erosione.&#xA;&#xA;I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. &#xA;Secondo varie analisi recenti, la retribuzione media annua lorda del settore privato resta intorno ai 23.662 euro in alcuni perimetri statistici, mentre altre letture più ampie collocano la media dei dipendenti privati poco sopra i 32.000 euro lordi annui. &#xA;&#xA;La differenza tra queste stime riflette ambiti diversi, ma non cambia il dato politico di fondo: una quota molto ampia di lavoratori resta sotto soglie retributive modeste, spesso insufficienti rispetto ai costi abitativi, energetici e familiari.&#xA;&#xA;(SB2)&#xA;&#xA;Il problema non è solo “quanto” si guadagna, ma come si distribuisce la ricchezza prodotta. &#xA;Per anni il sistema ha favorito una moderazione salariale presentata come necessaria per la competitività. &#xA;In realtà, quella moderazione ha spesso scaricato sui lavoratori il costo dell’aggiustamento economico, senza una contropartita credibile in termini di investimenti, innovazione o qualità del lavoro. &#xA;&#xA;È una dinamica che ha protetto margini e bilanci nel breve periodo, ma ha impoverito la base sociale e indebolito la domanda interna.&#xA;A questo si aggiunge una politica pubblica che interviene tardi e poco. &#xA;I rinnovi contrattuali arrivano spesso con ritardi enormi, la contrattazione resta frammentata e la trasparenza retributiva è stata per anni insufficiente. &#xA;&#xA;Solo nel 2026 l’Italia ha introdotto obblighi più stringenti di trasparenza salariale, segno che il sistema arrivava da una lunga stagione di opacità. &#xA;Ma la trasparenza, da sola, non alza gli stipendi. Serve una scelta più netta: investimenti produttivi, contrattazione più solida, fiscalità che premi il lavoro e non solo la rendita.&#xA;&#xA;Il punto, oggi, è che la questione salariale non è un dettaglio tecnico. &#xA;È il centro della tenuta economica e sociale del Paese. &#xA;Continuare a ignorarla significa accettare un’Italia in cui lavorare non basta più per vivere con dignità.&#xA;&#xA;#Blog #Italia #Economia #Lavoro #DirittiCivili #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(229)</p>

<p><img src="https://www.liberioltreleillusioni.it/fileadmin/Websites/LiberiOltre/Uploads/Coltivo__Francesco_Luc%C3%A0_/salari-bassi/2148746562_copia.jpg" alt="(SB1)"></p>

<p>La situazione retributiva italiana non è il risultato di una singola scelta sbagliata, ma di una lunga combinazione di fattori politici, industriali e contrattuali che hanno eroso il valore del lavoro.</p>

<p><strong>Da anni il Paese convive con una crescita economica debole, una produttività stagnante e un sistema salariale incapace di trasferire miglioramenti reali ai lavoratori</strong>.</p>

<p><strong>Il punto centrale è semplice: l’Italia ha tenuto bassi i salari per decenni senza ottenere in cambio un vantaggio competitivo stabile</strong>.
Il risultato è un equilibrio povero, non una strategia vincente.</p>

<p><strong>Uno dei nodi principali è la stagnazione della produttività</strong>.
Se l’economia non cresce in efficienza, innovazione e valore aggiunto, le imprese tendono a comprimere il costo del lavoro invece di investirlo come leva di sviluppo.
In Italia questa logica si è consolidata: settori frammentati, imprese piccole, scarsa spesa in ricerca e organizzazione, contrattazione spesso difensiva.
Nel frattempo, i salari reali sono rimasti indietro rispetto al costo della vita, con un potere d’acquisto che ha subito una lunga erosione.</p>

<p><strong>I numeri aiutano a capire la dimensione del problema</strong>.
Secondo varie analisi recenti, la retribuzione media annua lorda del settore privato resta intorno ai 23.662 euro in alcuni perimetri statistici, mentre altre letture più ampie collocano la media dei dipendenti privati poco sopra i 32.000 euro lordi annui.</p>

<p>La differenza tra queste stime riflette ambiti diversi, ma non cambia il dato politico di fondo: una quota molto ampia di lavoratori resta sotto soglie retributive modeste, spesso insufficienti rispetto ai costi abitativi, energetici e familiari.</p>

<p><img src="https://images.collettiva.it/view/acePublic/alias/contentid/1iyxasc349c4oxh5f3v/2/salari-bassi-stipendi-affitti-sfratti-jpg.jpeg?f=3%3A2" alt="(SB2)"></p>

<p><strong>Il problema non è solo “quanto” si guadagna, ma come si distribuisce la ricchezza prodotta</strong>.
Per anni il sistema ha favorito una moderazione salariale presentata come necessaria per la competitività.
In realtà, quella moderazione ha spesso scaricato sui lavoratori il costo dell’aggiustamento economico, senza una contropartita credibile in termini di investimenti, innovazione o qualità del lavoro.</p>

<p><strong>È una dinamica che ha protetto margini e bilanci nel breve periodo, ma ha impoverito la base sociale e indebolito la domanda interna.
A questo si aggiunge una politica pubblica che interviene tardi e poco</strong>.
I rinnovi contrattuali arrivano spesso con ritardi enormi, la contrattazione resta frammentata e la trasparenza retributiva è stata per anni insufficiente.</p>

<p>Solo nel 2026 l’Italia ha introdotto obblighi più stringenti di trasparenza salariale, segno che il sistema arrivava da una lunga stagione di opacità.
Ma la trasparenza, da sola, non alza gli stipendi. Serve una scelta più netta: investimenti produttivi, contrattazione più solida, fiscalità che premi il lavoro e non solo la rendita.</p>

<p><strong>Il punto, oggi, è che la questione salariale non è un dettaglio tecnico.
È il centro della tenuta economica e sociale del Paese.
Continuare a ignorarla significa accettare un’Italia in cui lavorare non basta più per vivere con dignità</strong>.</p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/il-prezzo-del-lavoro-svalutato</guid>
      <pubDate>Wed, 08 Jul 2026 08:25:13 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La parabola di Voznesenskij e la disumanizzazione del sistema staliniano.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/la-parabola-di-voznesenskij-e-la-disumanizzazione-del-sistema-staliniano</link>
      <description>&lt;![CDATA[(227) &#xA;&#xA;(V1) &#xA;&#xA;&#34;Il pianificatore. Economia, politica e potere in URSS&#34; di Giovanni Cadioli, edito da il Mulino, è un saggio storico di grande valore che ricostruisce la parabola esemplare di Nikolaj #Voznesenskij, il capo pianificatore dell&#39;Unione Sovietica tra il 1938 e il 1949, attraverso la quale l&#39;autore illumina le complesse dinamiche del potere nell&#39;URSS staliniana.&#xA;&#xA;Voznesenskij non fu un dissidente o un personaggio esterno alla leadership suprema, ma ne fu un perno centrale. &#xA;Presidente del Gosplan (il Comitato statale per la pianificazione) e membro del Politburo, definito «stratega della vittoria economica» dell&#39;URSS nella Seconda guerra mondiale, diresse la pianificazione sovietica in uno dei periodi più cruciali della storia russa. &#xA;La sua ascesa e la sua caduta, avvenuta nel 1949-1950 con l&#39;arresto e la fucilazione durante le purghe staliniane del dopoguerra, costituiscono il filo conduttore attraverso cui #Cadioli analizza la natura del sistema sovietico.&#xA;&#xA;Il libro mostra con chiarezza documentaria come l&#39;economia che i sovietici descrivevano come «pianificata» non lo fosse affatto. &#xA;Fin dai primi anni Trenta, l&#39;economia pianificata sovietica prese le forme di un&#39;economia di comando, all&#39;interno della quale l&#39;elemento fondamentale era il fatto che il potere direttivo, politico ed economico era nelle mani della leadership del Partito. &#xA;Le decisioni economiche venivano prese con scarsissimo interesse per i costi effettivi, essendo propedeutiche all&#39;ottenimento di obiettivi politici. &#xA;Il piano quinquennale non era uno strumento tecnico di sviluppo, ma un&#39;arma ideologica.&#xA;&#xA;Il lato umano della vicenda emerge con forza dalla ricostruzione della traiettoria di Voznesenskij. &#xA;La sua competenza tecnica, la sua dedizione al lavoro, la sua capacità di organizzare la produzione industriale durante la guerra contro la Germania nazista non lo salvarono dalla macchina del terrore. &#xA;Quando #Stalin decise di eliminare uno dei suoi più stretti collaboratori, bastarono accuse infondate di tradimento e spionaggio. &#xA;Voznesenskij fu arrestato, processato e fucilato nel 1950. &#xA;Solo nel 1956, durante il discorso segreto di Chruščёv al XX Congresso del PCUS, fu formalmente riabilitato.&#xA;&#xA;Cadioli non adotta toni enfatici o moralistici, e proprio in questo risiede la forza del suo lavoro. &#xA;Il tono è professionale e misurato, la documentazione è rigorosa, eppure la semplice esposizione dei fatti basta a tratteggiare un quadro devastante della disumanizzazione del sistema staliniano. &#xA;Un uomo che aveva dedicato la propria vita al servizio del regime, che aveva contribuito alla vittoria contro il nazismo, che aveva organizzato la produzione industriale sovietica, poté essere eliminato senza processo, senza prove, senza motivo. &#xA;La burocrazia sovietica non era inefficiente per incompetenza, ma per natura: serviva a nascondere la responsabilità delle deliberazioni e a rendere impossibile individuare chi prendeva davvero le decisioni.&#xA;&#xA;Il saggio è un contributo importante alla comprensione non solo della storia sovietica, ma della natura stessa dei totalitarismi. &#xA;La pianificazione economica, nata come strumento razionale di organizzazione sociale, si rivelò uno dei pilastri su cui si reggeva l&#39;intero apparato repressivo dello stalinismo. &#xA;Un&#39;opera di valore storico e documentario, scritta con equilibrio e rigore, che merita di essere letta da chiunque voglia comprendere i meccanismi del potere nelle dittature del Novecento.&#xA;&#xA;#Blog #URSS #Stalin #Economia #Letteratura #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(227)</p>

<p><img src="https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/32/Voznesenskiy_NA.jpg" alt="(V1)"></p>

<p>“Il pianificatore. Economia, politica e potere in URSS” di Giovanni Cadioli, edito da il Mulino, è un saggio storico di grande valore che ricostruisce la parabola esemplare di Nikolaj <a href="/transit/tag:Voznesenskij" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Voznesenskij</span></a>, il capo pianificatore dell&#39;Unione Sovietica tra il 1938 e il 1949, attraverso la quale l&#39;autore illumina le complesse dinamiche del potere nell&#39;URSS staliniana.</p>

<p>Voznesenskij non fu un dissidente o un personaggio esterno alla leadership suprema, ma ne fu un perno centrale.
Presidente del Gosplan (il Comitato statale per la pianificazione) e membro del Politburo, definito «stratega della vittoria economica» dell&#39;URSS nella Seconda guerra mondiale, <strong>diresse la pianificazione sovietica in uno dei periodi più cruciali della storia russa</strong>.
La sua ascesa e la sua caduta, avvenuta nel 1949-1950 con l&#39;arresto e la fucilazione durante le purghe staliniane del dopoguerra, costituiscono il filo conduttore attraverso cui <a href="/transit/tag:Cadioli" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Cadioli</span></a> analizza la natura del sistema sovietico.</p>

<p><strong>Il libro mostra con chiarezza documentaria come l&#39;economia che i sovietici descrivevano come «pianificata» non lo fosse affatto</strong>.
Fin dai primi anni Trenta, l&#39;economia pianificata sovietica prese le forme di un&#39;economia di comando, all&#39;interno della quale l&#39;elemento fondamentale era il fatto che il potere direttivo, politico ed economico era nelle mani della leadership del Partito.
<strong>Le decisioni economiche venivano prese con scarsissimo interesse per i costi effettivi, essendo propedeutiche all&#39;ottenimento di obiettivi politici</strong>.
Il piano quinquennale non era uno strumento tecnico di sviluppo, ma un&#39;arma ideologica.</p>

<p>Il lato umano della vicenda emerge con forza dalla ricostruzione della traiettoria di Voznesenskij.
La sua competenza tecnica, la sua dedizione al lavoro, la sua capacità di organizzare la produzione industriale durante la guerra contro la Germania nazista non lo salvarono dalla macchina del terrore.
Quando <a href="/transit/tag:Stalin" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Stalin</span></a> decise di eliminare uno dei suoi più stretti collaboratori, bastarono accuse infondate di tradimento e spionaggio.
Voznesenskij fu arrestato, processato e fucilato nel 1950.
Solo nel 1956, durante il discorso segreto di Chruščёv al XX Congresso del PCUS, fu formalmente riabilitato.</p>

<p><strong>Cadioli non adotta toni enfatici o moralistici, e proprio in questo risiede la forza del suo lavoro</strong>.
Il tono è professionale e misurato, la documentazione è rigorosa, eppure <strong>la semplice esposizione dei fatti basta a tratteggiare un quadro devastante della disumanizzazione del sistema staliniano</strong>.
Un uomo che aveva dedicato la propria vita al servizio del regime, che aveva contribuito alla vittoria contro il nazismo, che aveva organizzato la produzione industriale sovietica, poté essere eliminato senza processo, senza prove, senza motivo.
<strong>La burocrazia sovietica non era inefficiente per incompetenza, ma per natura: serviva a nascondere la responsabilità delle deliberazioni e a rendere impossibile individuare chi prendeva davvero le decisioni</strong>.</p>

<p><strong>Il saggio è un contributo importante alla comprensione non solo della storia sovietica, ma della natura stessa dei totalitarismi.
La pianificazione economica, nata come strumento razionale di organizzazione sociale, si rivelò uno dei pilastri su cui si reggeva l&#39;intero apparato repressivo dello stalinismo.
Un&#39;opera di valore storico e documentario, scritta con equilibrio e rigore, che merita di essere letta da chiunque voglia comprendere i meccanismi del potere nelle dittature del Novecento</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:URSS" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">URSS</span></a> <a href="/transit/tag:Stalin" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Stalin</span></a> <a href="/transit/tag:Economia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Economia</span></a> <a href="/transit/tag:Letteratura" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Letteratura</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/la-parabola-di-voznesenskij-e-la-disumanizzazione-del-sistema-staliniano</guid>
      <pubDate>Tue, 23 Jun 2026 07:59:44 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Cosa ci insegna davvero Chernobyl. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/cosa-ci-insegna-davvero-chernobyl</link>
      <description>&lt;![CDATA[Chernobyl mostra i limiti dei sistemi complessi senza trasparenza e    responsabilità politica. &#xA;&#xA;(220) &#xA;&#xA;(C1) &#xA;&#xA;Nota: il post risulta abbastanza lungo, ma ho inteso approfondire un &#34;minimo&#34; un argomento così importante, seppur trattato innumerevoli volte. &#xA;&#xA;Il 26 aprile 1986, nella centrale nucleare di #Chernobyl, allora parte dell’Unione Sovietica, un test condotto in condizioni inadeguate provocò l’esplosione del reattore numero 4. &#xA;È rimasto uno dei più gravi disastri nucleari della storia contemporanea. &#xA;Ma ridurlo a incidente tecnico significa non comprenderne davvero la portata: né allora, né oggi.&#xA;&#xA;Il reattore coinvolto, di tipo “RBMK”, presentava caratteristiche strutturali problematiche: instabilità a bassa potenza e assenza di un adeguato contenimento. &#xA;Questi limiti erano noti in ambito tecnico, ma non vennero affrontati con la necessaria trasparenza. Il sistema sovietico tendeva a compartimentare le informazioni, limitandone la circolazione anche tra specialisti. &#xA;&#xA;Come ricorda lo storico ucraino Serhij Plochiy, il reattore era nato anche per produrre plutonio militare, e la conoscenza dei difetti non arrivò mai del tutto a chi lo gestiva ogni giorno.&#xA;La cultura politica giocò un ruolo decisivo. &#xA;La priorità era dimostrare efficienza e rispettare obiettivi produttivi stabiliti centralmente. &#xA;Segnalare criticità significava esporsi a conseguenze professionali e politiche. &#xA;La sicurezza, pur formalmente centrale, veniva spesso subordinata ad altre esigenze. &#xA;&#xA;Il Politburo di Gorbačëv riconobbe internamente che le responsabilità andavano divise tra errori umani e difetti di progettazione, ma in pubblico la colpa fu scaricata quasi interamente sugli operatori.&#xA;Gli operatori che quella notte portarono avanti il test agirono in un quadro rigido, con informazioni incomplete e istruzioni contraddittorie. &#xA;Alcuni sistemi di sicurezza furono disattivati per rispettare il protocollo sperimentale. &#xA;&#xA;In un ambiente dove il dissenso era scoraggiato, la possibilità di fermare la procedura si ridusse drasticamente. &#xA;“Aggirare” le regole era diventato prassi per tenere il passo con gli obiettivi di produzione, in un sistema che puniva l’allarme più del rischio.&#xA;Dopo l’esplosione, la gestione dell’emergenza seguì la stessa logica. &#xA;Le autorità locali e centrali evitarono di diffondere informazioni immediate e complete. &#xA;La città di Pripyat, a pochi chilometri dalla centrale, non fu evacuata subito: per ore, decine di migliaia di persone rimasero esposte senza saperlo. &#xA;Solo quando le rilevazioni di radioattività in altri paesi europei resero impossibile negare l’accaduto, l’Unione Sovietica iniziò a fornire comunicazioni ufficiali, comunque parziali e controllate.&#xA;&#xA;Le conseguenze immediate furono drammatiche: incendi, esposizione acuta alle radiazioni, morti tra i soccorritori e tra il personale della centrale. &#xA;Nei giorni successivi, centinaia di migliaia di persone furono evacuate e intere aree furono dichiarate inabitabili. &#xA;Eppure, a quarant’anni di distanza, il numero delle vittime ufficialmente riconosciute resta poco superiore alle quaranta, cioè coloro che morirono per sindrome acuta da radiazioni: tutto il resto – malattie, decessi prematuri, impatto sulla salute mentale, rimane largamente sotto‑stimato.&#xA;Gli effetti a lungo termine sono difficili da quantificare, ma non meno rilevanti. &#xA;Ancora oggi, ampie zone tra Ucraina, Bielorussia e Russia risultano contaminate. &#xA;Isotopi come il cesio-137 e lo stronzio-90 persistono nel suolo per decenni, entrando nella catena alimentare e richiedendo monitoraggi continui.&#xA;Uno degli impatti più documentati è l’aumento dei tumori alla tiroide, soprattutto tra chi era bambino all’epoca dell’incidente. &#xA;A questo si aggiungono altre patologie e conseguenze psicologiche: ansia, stigma sociale, perdita di radicamento.&#xA;&#xA;(C2)&#xA;&#xA;L’impatto sociale fu profondo. &#xA;Le evacuazioni non furono solo spostamenti logistici, ma rotture definitive: comunità disperse, economie locali distrutte, territori trasformati in zone di esclusione. &#xA;La memoria del disastro continua a influenzare la percezione del rischio nucleare in tutta Europa. L’idea che “un Chernobyl da qualche parte è un Chernobyl ovunque” ha pesato sulle scelte energetiche di diversi paesi, dall’Italia alla Germania.&#xA;&#xA;Chernobyl ebbe anche un impatto politico rilevante. &#xA;L’incidente contribuì a incrinare la fiducia nell’Unione Sovietica, sia tra i cittadini sia a livello internazionale. &#xA;La gestione opaca dell’emergenza rese evidente la distanza tra la narrazione ufficiale e la realtà, accelerando dinamiche di sfiducia già presenti. &#xA;Sempre Plochiy sottolinea che, fra i fattori del crollo dell’Urss, Chernobyl fu almeno importante quanto la guerra in Afghanistan, perché mostrò ai cittadini i limiti strutturali del sistema.&#xA;&#xA;Il nodo, quindi, non è solo tecnologico. &#xA;È politico e culturale: riguarda il rapporto tra potere, informazione e responsabilità. &#xA;Quando chi decide non è tenuto a rispondere, la gestione del rischio diventa opaca e più pericolosa.&#xA;&#xA;E qui Chernobyl smette di essere solo storia. &#xA;Le condizioni che resero possibile quel disastro (concentrazione del potere, controllo dell’informazione, repressione del dissenso) non appartengono solo al passato sovietico. Quarant’anni dopo, la sua eredità attraversa la storia dell’Ucraina indipendente e arriva fino alla guerra iniziata nel 2022, quando le truppe russe hanno occupato nuovamente il sito della centrale lungo la loro avanzata verso Kyiv.&#xA;&#xA;Nella Russia di oggi, molte di quelle dinamiche sono tornate visibili: media indipendenti ridotti o chiusi, opposizione marginalizzata o repressa, gestione del potere sempre più verticale. &#xA;In parallelo, in Ucraina la memoria di Chernobyl, insieme a quella dell’Holodomor (la carestia avvenuta durante il regime di Stalin nell&#39;Ucraina sovietica dal 1932 al 1933), è diventata uno dei pilastri dell’identità nazionale, e l’occupazione del 2022 è letta come una nuova tappa di una storia di aggressione e resistenza. &#xA;&#xA;Durante quell’occupazione, il personale ucraino della centrale ha cercato di mantenere il controllo tecnico dell’impianto, imponendo ai soldati russi regole minime di sicurezza per evitare un nuovo incidente.&#xA;Oggi il rischio nucleare non riguarda solo la tecnologia, ma anche l’uso politico e militare degli impianti: centrali occupate, infrastrutture energetiche trasformate in obiettivi militari, minacce di “ricatto atomico” come strumento di pressione. &#xA;&#xA;Chernobyl, da questo punto di vista, non è solo memoria: è un precedente concreto di cosa accade quando sistemi complessi sono gestiti da poteri non controllati. &#xA;Ricorda che gli effetti di un incidente nucleare non si fermano ai confini di uno Stato e che, di fronte a questi rischi, trasparenza, controllo indipendente e responsabilità politica non sono un di più, ma una condizione minima di sicurezza.&#xA;&#xA;#Chernobyl #Russia #UnioneSovietica #Ucraina #EnergiaAtomica #Blog #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>Chernobyl mostra i limiti dei sistemi complessi senza trasparenza e    responsabilità politica.</p>

<p>(220)</p>

<p><img src="https://static.ilmanifesto.it/2026/04/et-pag-2-3-passante-chernobyl-ap.jpg" alt="(C1)"></p>

<p>Nota: il post risulta abbastanza lungo, ma ho inteso approfondire un “minimo” un argomento così importante, seppur trattato innumerevoli volte.</p>

<p>Il 26 aprile 1986, nella centrale nucleare di <a href="/transit/tag:Chernobyl" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Chernobyl</span></a>, allora parte dell’Unione Sovietica, un test condotto in condizioni inadeguate provocò l’esplosione del reattore numero 4.
È rimasto uno dei più gravi disastri nucleari della storia contemporanea.
Ma ridurlo a incidente tecnico significa non comprenderne davvero la portata: né allora, né oggi.</p>

<p>Il reattore coinvolto, di tipo “<strong>RBMK</strong>”, presentava caratteristiche strutturali problematiche: instabilità a bassa potenza e assenza di un adeguato contenimento.
Questi limiti erano noti in ambito tecnico, ma non vennero affrontati con la necessaria trasparenza. Il sistema sovietico tendeva a compartimentare le informazioni, limitandone la circolazione anche tra specialisti.</p>

<p>Come ricorda lo <strong>storico ucraino Serhij Plochiy</strong>, il reattore era nato anche per produrre plutonio militare, e la conoscenza dei difetti non arrivò mai del tutto a chi lo gestiva ogni giorno.
<strong>La cultura politica giocò un ruolo decisivo.
La priorità era dimostrare efficienza e rispettare obiettivi produttivi stabiliti centralmente</strong>.
Segnalare criticità significava esporsi a conseguenze professionali e politiche.
La sicurezza, pur formalmente centrale, veniva spesso subordinata ad altre esigenze.</p>

<p>Il Politburo di Gorbačëv riconobbe internamente che le responsabilità andavano divise tra errori umani e difetti di progettazione, ma in pubblico la colpa fu scaricata quasi interamente sugli operatori.
Gli operatori che quella notte portarono avanti il test agirono in un quadro rigido, con informazioni incomplete e istruzioni contraddittorie.
Alcuni sistemi di sicurezza furono disattivati per rispettare il protocollo sperimentale.</p>

<p><strong>In un ambiente dove il dissenso era scoraggiato, la possibilità di fermare la procedura si ridusse drasticamente</strong>.
“Aggirare” le regole era diventato prassi per tenere il passo con gli obiettivi di produzione, in un sistema che puniva l’allarme più del rischio.
Dopo l’esplosione, la gestione dell’emergenza seguì la stessa logica.
Le autorità locali e centrali evitarono di diffondere informazioni immediate e complete.
La città di <strong>Pripyat</strong>, a pochi chilometri dalla centrale, non fu evacuata subito: per ore, decine di migliaia di persone rimasero esposte senza saperlo.
Solo quando le rilevazioni di radioattività in altri paesi europei resero impossibile negare l’accaduto, l’Unione Sovietica iniziò a fornire comunicazioni ufficiali, comunque parziali e controllate.</p>

<p>Le conseguenze immediate furono drammatiche: incendi, esposizione acuta alle radiazioni, morti tra i soccorritori e tra il personale della centrale.
Nei giorni successivi, centinaia di migliaia di persone furono evacuate e intere aree furono dichiarate inabitabili.
Eppure, a quarant’anni di distanza, il numero delle vittime ufficialmente riconosciute resta poco superiore alle quaranta, cioè coloro che morirono per sindrome acuta da radiazioni: tutto il resto – malattie, decessi prematuri, impatto sulla salute mentale, rimane largamente sotto‑stimato.
Gli effetti a lungo termine sono difficili da quantificare, ma non meno rilevanti.
<strong>Ancora oggi, ampie zone tra Ucraina, Bielorussia e Russia risultano contaminate</strong>.
Isotopi come il cesio-137 e lo stronzio-90 persistono nel suolo per decenni, entrando nella catena alimentare e richiedendo monitoraggi continui.
Uno degli impatti più documentati è l’aumento dei tumori alla tiroide, soprattutto tra chi era bambino all’epoca dell’incidente.
A questo si aggiungono altre patologie e conseguenze psicologiche: ansia, stigma sociale, perdita di radicamento.</p>

<p><img src="https://www.scienzainrete.it/files/styles/molto_grande/public/5964590827_cf213fb370_o_0.jpg?itok=IXHGc-qq" alt="(C2)"></p>

<p><strong>L’impatto sociale fu profondo</strong>.
Le evacuazioni non furono solo spostamenti logistici, ma rotture definitive: comunità disperse, economie locali distrutte, territori trasformati in zone di esclusione.
La memoria del disastro continua a influenzare la percezione del rischio nucleare in tutta Europa. L’idea che “un Chernobyl da qualche parte è un Chernobyl ovunque” ha pesato sulle scelte energetiche di diversi paesi, dall’Italia alla Germania.</p>

<p><strong>Chernobyl ebbe anche un impatto politico rilevante</strong>.
L’incidente contribuì a incrinare la fiducia nell’Unione Sovietica, sia tra i cittadini sia a livello internazionale.
La gestione opaca dell’emergenza rese evidente la distanza tra la narrazione ufficiale e la realtà, accelerando dinamiche di sfiducia già presenti.
Sempre Plochiy sottolinea che, fra i fattori del crollo dell’Urss, Chernobyl fu almeno importante quanto la guerra in Afghanistan, perché mostrò ai cittadini i limiti strutturali del sistema.</p>

<p><strong>Il nodo, quindi, non è solo tecnologico.
È politico e culturale: riguarda il rapporto tra potere, informazione e responsabilità</strong>.
Quando chi decide non è tenuto a rispondere, la gestione del rischio diventa opaca e più pericolosa.</p>

<p>E qui Chernobyl smette di essere solo storia.
Le condizioni che resero possibile quel disastro (concentrazione del potere, controllo dell’informazione, repressione del dissenso) non appartengono solo al passato sovietico. Quarant’anni dopo, la sua eredità attraversa la storia dell’Ucraina indipendente e arriva fino alla guerra iniziata nel 2022, quando le truppe russe hanno occupato nuovamente il sito della centrale lungo la loro avanzata verso Kyiv.</p>

<p><strong>Nella Russia di oggi, molte di quelle dinamiche sono tornate visibili</strong>: media indipendenti ridotti o chiusi, opposizione marginalizzata o repressa, gestione del potere sempre più verticale.
In parallelo, in Ucraina la memoria di Chernobyl, insieme a quella dell’Holodomor (la carestia avvenuta durante il regime di Stalin nell&#39;Ucraina sovietica dal 1932 al 1933), è diventata uno dei pilastri dell’identità nazionale, e l’occupazione del 2022 è letta come una nuova tappa di una storia di aggressione e resistenza.</p>

<p>Durante quell’occupazione, il personale ucraino della centrale ha cercato di mantenere il controllo tecnico dell’impianto, imponendo ai soldati russi regole minime di sicurezza per evitare un nuovo incidente.
Oggi il rischio nucleare non riguarda solo la tecnologia, ma anche l’uso politico e militare degli impianti: centrali occupate, infrastrutture energetiche trasformate in obiettivi militari, minacce di “ricatto atomico” come strumento di pressione.</p>

<p><strong>Chernobyl, da questo punto di vista, non è solo memoria: è un precedente concreto di cosa accade quando sistemi complessi sono gestiti da poteri non controllati.
Ricorda che gli effetti di un incidente nucleare non si fermano ai confini di uno Stato e che, di fronte a questi rischi, trasparenza, controllo indipendente e responsabilità politica non sono un di più, ma una condizione minima di sicurezza</strong>.</p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/cosa-ci-insegna-davvero-chernobyl</guid>
      <pubDate>Sun, 26 Apr 2026 09:21:36 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sud Sudan: la pace sospesa tra memoria e guerra.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/sud-sudan-la-pace-sospesa-tra-memoria-e-guerra</link>
      <description>&lt;![CDATA[(218) &#xA;&#xA;(SS1)&#xA;&#xA;Il #SudSudan è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte. &#xA;Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche. &#xA;Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili.&#xA;&#xA;La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi.&#xA;Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici. &#xA;&#xA;La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.&#xA;&#xA;(SS2)&#xA;&#xA;Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni. &#xA;Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare. &#xA;&#xA;La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.&#xA;&#xA;La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta. &#xA;L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche. &#xA;Parallelamente, l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica.&#xA;&#xA;La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante. &#xA;Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima. &#xA;La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.&#xA;&#xA;E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante. &#xA;Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi. &#xA;Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani. &#xA;&#xA;La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini.&#xA;Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce. &#xA;Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza. &#xA;&#xA;Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta.&#xA;&#xA;#Blog #SudSudan #Africa #DirittiUmani #DirittiCivili #Opinioni #PoliticaEstera&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(218)</p>

<p><img src="https://azionecontrolafame.b-cdn.net/wp-assets/uploads/2023/04/Cosa-sta-succedendo-in-Sudan-conflitto.jpg" alt="(SS1)"></p>

<p>Il <a href="/transit/tag:SudSudan" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">SudSudan</span></a> è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte.
Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche.
<strong>Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili</strong>.</p>

<p>La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi.
Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici.</p>

<p>La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.</p>

<p><img src="https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2017/07/05115831/sud-sudan-copertina1.jpg" alt="(SS2)"></p>

<p><strong>Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni</strong>.
Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare.</p>

<p>La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.</p>

<p><strong>La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta</strong>.
L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche.
Parallelamente, <strong>l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica</strong>.</p>

<p><strong>La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante</strong>.
Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima.
<strong>La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente</strong>, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.</p>

<p><strong>E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante</strong>.
Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi.
Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani.</p>

<p><strong>La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini</strong>.
Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce.
Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza.</p>

<p><strong>Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:SudSudan" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">SudSudan</span></a> <a href="/transit/tag:Africa" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Africa</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiUmani" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiUmani</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a> <a href="/transit/tag:PoliticaEstera" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">PoliticaEstera</span></a></p>

<p>Dove trovare i post, in alternativa.
Mastodon: <a href="https://noblogo.org/@/alda7069@mastodon.uno" class="u-url mention" rel="nofollow">@<span>alda7069@mastodon.uno</span></a>
Telegram: <a href="https://t.me/transitblog" rel="nofollow">https://t.me/transitblog</a>
Friendica: <a href="https://noblogo.org/@/danmatt@poliverso.org" class="u-url mention" rel="nofollow">@<span>danmatt@poliverso.org</span></a>
Blue Sky: <a href="https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/" rel="nofollow">https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/</a></p>

<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/sud-sudan-la-pace-sospesa-tra-memoria-e-guerra</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Apr 2026 13:21:59 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Le classi esistono ancora, anche se non si devono nominare.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/le-classi-esistono-ancora-anche-se-non-si-devono-nominare</link>
      <description>&lt;![CDATA[(217)&#xA;&#xA;(LDC1)&#xA;&#xA;In #Italia ogni conflitto, aperto o latente, nasce da una diseguaglianza di fondo: quella tra chi possiede e chi sopravvive. &#xA;In un paese che si illude di essere uscito dall’età delle contrapposizioni, la linea di frattura tra le classi si è soltanto spostata, assumendo forme più sottili, più digitali, ma non meno violente. &#xA;Negli ultimi decenni il linguaggio politico ha provato a disinnescare la parola “classe”, quasi fosse un relitto ideologico. &#xA;Si è preferito parlare di “merito”, “mobilità sociale” o “uguaglianza di opportunità”. &#xA;&#xA;Ma dietro la facciata della modernità resta immutata la gerarchia di fondo: chi nasce povero continua, statisticamente, a restare tale, mentre chi nasce ricco eredita non solo patrimoni, ma anche relazioni, competenze e possibilità. &#xA;In questa Italia apparentemente pacificata, la lotta di classe non è mai finita: ha solo cambiato campo di battaglia. &#xA;Le nuove forme di conflitto sociale attraversano i luoghi di lavoro precario, le piattaforme digitali, le periferie abbandonate, le scuole pubbliche impoverite. &#xA;&#xA;Dalle piazze per il diritto alla casa ai cortei studenteschi, fino alle battaglie per un salario minimo dignitoso, si muove una costellazione di resistenze che hanno tutte lo stesso nemico: un sistema economico che concentra ricchezza in poche mani e lascia briciole al resto della nazione. &#xA;Eppure queste voci vengono spesso derise, ignorate o criminalizzate. &#xA;La narrazione dominante le descrive come minoritarie o “ideologiche”, quando in realtà raccontano la condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati e migranti. &#xA;&#xA;(LDC2)&#xA;&#xA;La sinistra italiana sconta anni di arretramento culturale: ha accettato troppe volte le logiche del mercato e della finanza, dimenticando che la giustizia sociale non si misura in punti di PIL ma in vite dignitose. &#xA;Il vero dramma è che anche il fronte istituzionale, l’attuale governo, procede in direzione opposta. &#xA;Le politiche fiscali favoriscono i grandi patrimoni, la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo, la scuola vive di precarietà e tagli mentre il lavoro stabile è trattato come un privilegio. &#xA;&#xA;Si parla di sicurezza e decoro, mai di povertà; si invocano le “radici cristiane” ma si abbandonano i più fragili. &#xA;In questo scenario, riaffermare il valore delle lotte sociali significa restituire senso politico alla parola solidarietà. &#xA;Significa ricordare che ogni rivendicazione, dal diritto a un reddito dignitoso alla difesa del territorio, riguarda sempre la distribuzione del potere e della ricchezza. &#xA;&#xA;Riconoscere questo non è nostalgia, ma lucidità: finché l’Italia rimarrà divisa tra chi accumula e chi resiste, tra chi governa e chi sopporta, resterà intatta la verità di fondo da cui tutto parte: che ogni lotta, in ultima istanza, è una lotta di classe.&#xA;&#xA;#Blog #LottaDiClasse #Italia #Diseguaglianze #Opinioni #Società&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(217)</p>

<p><img src="https://contropiano.org/img/2022/01/disuguaglianze-vignetta.jpg" alt="(LDC1)"></p>

<p>In <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> ogni conflitto, aperto o latente, nasce da una diseguaglianza di fondo: quella tra chi possiede e chi sopravvive.
In un paese che si illude di essere uscito dall’età delle contrapposizioni, la linea di frattura tra le classi si è soltanto spostata, assumendo forme più sottili, più digitali, ma non meno violente.
Negli ultimi decenni il linguaggio politico ha provato a disinnescare la parola “classe”, quasi fosse un relitto ideologico.
Si è preferito parlare di “merito”, “mobilità sociale” o “uguaglianza di opportunità”.</p>

<p><strong>Ma dietro la facciata della modernità resta immutata la gerarchia di fondo: chi nasce povero continua, statisticamente, a restare tale, mentre chi nasce ricco eredita non solo patrimoni, ma anche relazioni, competenze e possibilità.
In questa Italia apparentemente pacificata, la lotta di classe non è mai finita: ha solo cambiato campo di battaglia</strong>.
Le nuove forme di conflitto sociale attraversano i luoghi di lavoro precario, le piattaforme digitali, le periferie abbandonate, le scuole pubbliche impoverite.</p>

<p>Dalle piazze per il diritto alla casa ai cortei studenteschi, fino alle battaglie per un salario minimo dignitoso, si muove una costellazione di resistenze che hanno tutte lo stesso nemico: un sistema economico che concentra ricchezza in poche mani e lascia briciole al resto della nazione.
Eppure queste voci vengono spesso derise, ignorate o criminalizzate.
La narrazione dominante le descrive come minoritarie o “ideologiche”, quando in realtà raccontano la condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati e migranti.</p>

<p><img src="https://www.tortuga-econ.it/wp-content/uploads/2025/07/ChatGPT-Image-10-lug-2025-15_20_44.png" alt="(LDC2)"></p>

<p>La sinistra italiana sconta anni di arretramento culturale: ha accettato troppe volte le logiche del mercato e della finanza, dimenticando che la giustizia sociale non si misura in punti di PIL ma in vite dignitose.
Il vero dramma è che anche il fronte istituzionale, l’attuale governo, procede in direzione opposta.
<strong>Le politiche fiscali favoriscono i grandi patrimoni, la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo, la scuola vive di precarietà e tagli mentre il lavoro stabile è trattato come un privilegio</strong>.</p>

<p><strong>Si parla di sicurezza e decoro, mai di povertà</strong>; si invocano le “radici cristiane” ma si abbandonano i più fragili.
In questo scenario, riaffermare il valore delle lotte sociali significa restituire senso politico alla parola solidarietà.
Significa ricordare che ogni rivendicazione, dal diritto a un reddito dignitoso alla difesa del territorio, riguarda sempre la distribuzione del potere e della ricchezza.</p>

<p><strong>Riconoscere questo non è nostalgia, ma lucidità: finché l’Italia rimarrà divisa tra chi accumula e chi resiste, tra chi governa e chi sopporta, resterà intatta la verità di fondo da cui tutto parte: che ogni lotta, in ultima istanza, è una lotta di classe</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:LottaDiClasse" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">LottaDiClasse</span></a> <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> <a href="/transit/tag:Diseguaglianze" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Diseguaglianze</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a> <a href="/transit/tag:Societ%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Società</span></a></p>

<p>Dove trovare i post, in alternativa.
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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/le-classi-esistono-ancora-anche-se-non-si-devono-nominare</guid>
      <pubDate>Thu, 02 Apr 2026 06:56:41 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Terremoti, sassolini, gattopardi e tanto lavoro. Di &#34;50&amp;50&#34; (*) </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/terremoti-sassolini-gattopardi-e-tanto-lavoro</link>
      <description>&lt;![CDATA[(216)&#xA;&#xA;(D1)&#xA;&#xA;(*): &#34;50&amp;50&#34; è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi. &#xA;&#xA;Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. &#xA;I pezzi che crollano uno dopo l&#39;altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l&#39;incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l&#39;idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.  &#xA; &#xA;Un terremoto appunto.  &#xA;Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l&#39;epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.  &#xA;Non conosciamo nemmeno l&#39;entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.) &#xA;&#xA;Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.  &#xA;Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.  &#xA;E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. &#xA;Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.  &#xA;Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. &#xA;Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. &#xA;Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti. &#xA; &#xA;Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato. &#xA;&#xA;(D2)&#xA;&#xA;Si potrebbe avere l&#39;impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. &#xA;Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.  &#xA;Quindi, è anche un problema di propaganda. &#xA; &#xA;Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un&#39;impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla. &#xA; &#xA;Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. &#xA;Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.  &#xA;&#xA;Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. &#xA;E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni. &#xA;&#xA;Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.  &#xA; &#xA;E curando la comunicazione.  &#xA;Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. &#xA;L&#39;augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune. &#xA;&#xA;#Blog #50&amp;50 #Politica #GovernoMeloni #Dimissioni #Italia #Opinioni&#xA; &#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(216)</p>

<p><img src="https://tg24.sky.it/assets/images/ed320e7a51bdbf62adbc47694072e6f9f34a4989/skytg24/it/politica/2026/03/27/governo-meloni-dimissioni-referendum/governo_meloni_repulisti_hero_ansa.jpg" alt="(D1)"></p>

<p>(*): “50&amp;50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.</p>

<p>Da due, tre giorni si parla di <strong>terremoto</strong> nel centro destra.
I pezzi che crollano uno dopo l&#39;altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l&#39;incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l&#39;idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.</p>

<p>Un terremoto appunto.<br>
<strong>Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l&#39;epicentro</strong>: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.<br>
Non conosciamo nemmeno l&#39;entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)</p>

<p>Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.<br>
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.<br>
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere.
Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.<br>
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo.
Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli.
Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.</p>

<p>Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.</p>

<p><img src="https://www.repstatic.it/content/nazionale/img/2025/01/25/175824397-414842f1-570b-4946-9681-bc53bd1c2439.jpg" alt="(D2)"></p>

<p>Si potrebbe avere l&#39;impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili.
Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.<br>
<strong>Quindi, è anche un problema di propaganda</strong>.</p>

<p><strong>Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un&#39;impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla</strong>.</p>

<p>Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari.
Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.</p>

<p>Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento.
E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.</p>

<p><strong>Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive</strong>.</p>

<p>E curando la comunicazione.<br>
<strong>Reimparare a comunicare, spiegare, martellare.
L&#39;augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> #50&amp;50 <a href="/transit/tag:Politica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Politica</span></a> <a href="/transit/tag:GovernoMeloni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">GovernoMeloni</span></a> <a href="/transit/tag:Dimissioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Dimissioni</span></a> <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

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<p>
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<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/terremoti-sassolini-gattopardi-e-tanto-lavoro</guid>
      <pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:32:27 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il &#34;No&#34; che riapre la partita della partecipazione.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/il-no-che-riapre-la-partita-della-partecipazione</link>
      <description>&lt;![CDATA[(215) &#xA;&#xA;(DF1)&#xA;&#xA;Questo post nasce dall&#39;incontro di scrittura tra me e l&#39;amico &#xA;@piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto. &#xA;&#xA;Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli. &#xA;&#xA;In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento. &#xA;&#xA;La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.&#xA;&#xA;Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall&#39;alto, imposta a colpi di fiducia. &#xA;In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.&#xA;&#xA;Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza. &#xA;&#xA;Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.&#xA;&#xA;(DF2)&#xA;&#xA;C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.&#xA;&#xA;L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze.&#xA;In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non &#xA;solo come delega episodica ai partiti.&#xA;&#xA;Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo.&#xA;L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.&#xA;&#xA;Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo.&#xA;Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.&#xA;&#xA;Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.&#xA;&#xA;#Blog #Italia #Referendum #Politica #Opinioni &#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(215)</p>

<p><img src="https://cleaver.cue.rsi.ch/public/info/mondo/3617661-ve22dn-rsich_2026032319090810_46ada1e79c56cd336e06921c17ea6d02.jpg/alternates/r16x9/3617661-ve22dn-rsich_2026032319090810_46ada1e79c56cd336e06921c17ea6d02.jpg" alt="(DF1)"></p>

<p><strong>Questo post nasce dall&#39;incontro di scrittura tra me e l&#39;amico
@piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto</strong>.</p>

<p>Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.</p>

<p>In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.</p>

<p>La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.</p>

<p>Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall&#39;alto, imposta a colpi di fiducia.
In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata <strong>devono</strong> essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.</p>

<p>Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.</p>

<p>Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.</p>

<p><img src="https://www.rainews.it/dl/img/2026/03/23/1774278500274_rainewscdccadaccac.jpg" alt="(DF2)"></p>

<p>C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.</p>

<p>L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze.
In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non
solo come delega episodica ai <strong>partiti</strong>.</p>

<p><strong>Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo</strong>.
L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.</p>

<p>Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo.
Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.</p>

<p><strong>Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> <a href="/transit/tag:Referendum" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Referendum</span></a> <a href="/transit/tag:Politica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Politica</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/il-no-che-riapre-la-partita-della-partecipazione</guid>
      <pubDate>Tue, 24 Mar 2026 13:37:07 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La sconfitta di Meloni e il lavoro che resta da fare. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/la-sconfitta-di-meloni-e-il-lavoro-che-resta-da-fare</link>
      <description>&lt;![CDATA[(214)&#xA;&#xA;(R1)&#xA;&#xA;Nota: il post è scritto nell&#39;immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è assolutamente esaustivo. Per ora. &#xA;&#xA;Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%. &#xA;&#xA;È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.&#xA;&#xA;La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”. &#xA;&#xA;Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico. &#xA;&#xA;Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.&#xA;&#xA;(R2)&#xA;&#xA;All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”. &#xA;&#xA;Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro Nordio che esce politicamente indebolito. &#xA;&#xA;Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.&#xA;&#xA;Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione. &#xA;Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana. &#xA;&#xA;È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​&#xA;Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio. &#xA;&#xA;Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese. &#xA;&#xA;Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere**.&#xA;&#xA;#Blog #Italia #Referendum2026 #SeparazioneDelleCarriere #NO #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(214)</p>

<p><img src="https://media-assets.wired.it/photos/69c1130f0faa4d0b24e6bda3/16:9/w_2560%2Cc_limit/2267862713" alt="(R1)"></p>

<p>**Nota: il post è scritto nell&#39;immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è <strong><em>assolutamente</em></strong> esaustivo. Per ora.</p>

<p>Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%.</p>

<p>È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.</p>

<p>La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”.</p>

<p><strong>Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico</strong>.</p>

<p>Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.</p>

<p><img src="https://api.gdb.atexcloud.io/image-service/view/acePublic/alias/contentid/1pyic7t2sjmmdbw2ur1/2/image.webp" alt="(R2)"></p>

<p>All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”.</p>

<p>Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro <strong>Nordio</strong> che esce politicamente indebolito.</p>

<p>Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.</p>

<p>Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione.
Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana.</p>

<p>È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​
Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio.</p>

<p>Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese.</p>

<p><strong>Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> <a href="/transit/tag:Referendum2026" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Referendum2026</span></a> <a href="/transit/tag:SeparazioneDelleCarriere" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">SeparazioneDelleCarriere</span></a> <a href="/transit/tag:NO" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">NO</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
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      <pubDate>Mon, 23 Mar 2026 15:40:48 +0000</pubDate>
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