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(BOP1)

Il cosiddetto “Board of Peace” di #Trump per #Gaza nasce come organismo internazionale che affianca il cessate il fuoco tra #Israele e #Hamas, con l’obiettivo dichiarato di gestire la fase di ricostruzione e sicurezza nella Striscia.

Fin da subito, però, suscita forti perplessità sul piano politico, giuridico e istituzionale, e l’Italia si è mossa in modo ambiguo, oscillando tra il no formale e l’ipotesi di un rientro dalla finestra con un ruolo di osservatore. Trump ha annunciato il “Board of Peace” come nuova sede decisionale per la gestione del cessate il fuoco a Gaza, rivendicando che potrà fare “ciò che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare” e ponendosi esplicitamente in competizione con l’ #ONU.

Il Board riunisce una ventina di paesi, tra cui attori centrali come Israele, Egitto e Qatar, e si propone di seguire la ricostruzione postbellica e le questioni di sicurezza, con una possibile estensione del mandato ad altri conflitti. In vista della prima riunione, Trump ha sbandierato impegni per oltre 5 miliardi di dollari in aiuti e fondi per la ricostruzione di Gaza, oltre a migliaia di uomini per una forza internazionale di stabilizzazione autorizzata dall’ONU.

Di fatto, però, la sproporzione tra i costi stimati per ricostruire Gaza e le promesse, e l’assenza di un chiaro quadro di responsabilità democratiche, alimentano l’impressione di un’operazione più di immagine che di reale governance multilaterale.

(BOP2)

Diversi paesi europei, tra cui Francia e Germania, hanno assunto una posizione prudente o apertamente negativa, proprio perché il Board sembra costruito come alternativa politica al sistema di sicurezza collettiva dell’ONU.

Sul terreno, intanto, bombardamenti e vittime civili a Gaza continuano, rendendo ancora più stridente la retorica di un “board della pace” che nasce mentre manca una vera garanzia di protezione per i palestinesi.

È legittimo domandarsi se questo organismo non serva più a consolidare l’influenza geopolitica di #Washington e di Trump che a assicurare giustizia, ricostruzione e autodeterminazione ai gazawi. In questo contesto si inserisce anche il rinnovato asse Roma‑Berlino, che il governo italiano cerca di valorizzare come contrappeso alle diffidenze francesi e alle incertezze della stessa Unione Europea.

Berlino mantiene una linea molto prudente sul “Board of Peace”, teme di legittimare una struttura parallela all’ONU e preferisce incardinare ogni iniziativa sul quadro multilaterale esistente; #Roma, invece, tenta di stare a metà strada, rivendicando vicinanza agli Stati Uniti, ma ammiccando alla cautela tedesca.

Il risultato è un asse che sulla carta dovrebbe rafforzare il fronte europeo, ma che nei fatti rischia di produrre solo comunicati congiunti e poca chiarezza politica: si critica l’impianto del Board, ma non si ha il coraggio di dire apertamente che l’Europa dovrebbe rifiutare organismi costruiti su misura per la leadership di Trump.

Il governo italiano, richiamando l’articolo 11 della Costituzione, ha spiegato di non poter aderire al Board perché la sua architettura concentra un potere di vertice nelle mani di Trump, in assenza di condizioni di uguaglianza tra gli Stati membri.

È una motivazione giuridicamente corretta: l’Italia può cedere quote di sovranità solo a organismi effettivamente paritari, non a un consesso dove la lettura dello statuto è nelle mani del “presidente” di turno. Eppure, mentre #Tajani ribadisce il no formale, #Meloni apre alla possibilità di partecipare come osservatore, presentando questa scelta come modo per “non restare fuori dalla stanza” quando si decide il futuro di Gaza.

Il risultato è una linea ondivaga: da un lato si rivendica la fedeltà alla Costituzione, dall’altro si cerca un canale laterale per rientrare in un meccanismo che resta squilibrato e opaco, con il rischio di legittimarlo proprio mentre lo si critica.

In questo quadro, la prudenza italiana appare meno come un atto di autonomia politica e più come il tentativo di tenere insieme fedeltà a Washington, asse con Berlino, timori europei e vincoli costituzionali, senza mai dire chiaramente se il modello del “Board of Peace” sia compatibile con una vera architettura multilaterale. Prendere tempo sulla disgraziata #Gaza. Non di certo un modo degno di parlare di pace.

#Blog #BoardOfPeace #Medioriente #USA #Italia #GovernoMeloni #PoliticaEstera #Opinioni

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Dieci righe 108

(Caporalato)

Prima la “Cooperativa” dei #ServiziFiduciari di #Sicuritalia. Adesso la #Mondialpol (qui). Da anni i lavoratori della “Sicurezza privata” sopravvivono al #caporalato, alle paghe praticamente da fame, alla disorganizzazione, alla mancanza di professionalità, a “responsabili” inetti ed arroganti. Naturalmente quasi del tutto inascoltati. Mentre un #Tajani qualsiasi liquida il discorso sul #SalarioMinimo con un idiota “...non siamo mica in URSS”, migliaia di famiglie diventano più povere, nonostante i loro componenti lavorino. Eccome, se lo fanno, in queste aziende: anzi, per poter arrivare a mille euro al mese bisogna distruggersi anima e corpo con gli straordinari. Ma manca sempre un pezzetto, al discorso. Quello degli appalti, dei clienti. A questi ultimi non frega nulla delle condizioni lavorativi di queste persone. Basta che il servizio si assicurato. Ed allora è un sistema che non va, che non potrà mai andare. Lavarsene, con accuratezza le mani, con la ipocrita solidarietà di facciata gli permette di alzare i profitti. Crediamo sia passato da molto il tempo della protesta. Ci dovrebbe essere quello di una vera rivoluzione. Ma con chi? (A&D)

#Blog #DieciRighe #Sfruttamento #Italia #Opinioni

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Dieci righe 52

Tajani

Ed allora, affinando un pensiero che si è espresso molte volte, mettiamola sulla dialettica. Forse #Tajani ha pensato che qui, a #Udine, siamo dei sempliciotti e che serva, per forza, parlare come uno definibile in tale maniera. Più probabilmente i suoi paragoni (qui) sono stupidi. Molto. Oltretutto, come il suo amico #LaRussa, ciarla come un imbonitore da pochi spiccioli, arrogandosi il diritto (che non ha) di dire “alle donne” cosa possono e non possono fare. Roba vecchia, roba insulsa. Ha certamente il diritto di pensarla come ritiene più opportuno, ma da uno che è stato anche Presidente del Parlamento Europeo ci si potrebbe aspettare un filino di più. Magari un uso della lingua italiana meno rozzo. Sarebbe un inizio, anche se, nei fatti, non vedo l'ora che questi la finiscano. (D.)

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