📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

VII. Dio e il Verbo 1. Infatti, come ebbi a dire, non è una scoperta terrena da loro tramandata, né stimano di custodire con tanta cura un pensiero terreno né credono all'economia dei misteri umani. 2. Ma quello che è veramente signore e creatore di tutto e Dio invisibile, egli stesso fece scendere dal cielo, tra gli uomini, la verità, la parola santa e incomprensibile e l'ha riposta nei loro cuori. Non già mandando, come qualcuno potrebbe pensare, qualche suo servo o angelo o principe o uno di coloro che sono preposti alle cose terrene o abitano nei cieli, ma mandando lo stesso artefice e fattore di tutte le cose, per cui creò i cieli e chiuse il mare nelle sue sponde e per cui tutti gli elementi fedelmente custodiscono i misteri. Da lui il sole ebbe da osservare la misura del suo corso quotidiano, a lui obbediscono la luna che splende nella notte e le stelle che seguono il giro della luna; da lui tutto fu ordinato, delimitato e disposto, i cieli e le cose nei cieli, la terra e le cose nella terra, il mare e le cose nel mare, il fuoco, l'aria, l'abisso, quello che sta in alto, quello che sta nel profondo, quello che sta nel mezzo; lui Dio mandò ad essi. 3. Forse, come qualcuno potrebbe pensare, lo inviò per la tirannide, il timore e la prostrazione? 4. No certo. Ma nella mitezza e nella bontà come un re manda suo figlio, lo inviò come Dio e come uomo per gli uomini; lo mandò come chi salva, per persuadere, non per far violenza. A Dio non si addice la violenza. 5. Lo mandò per chiamare non per perseguitare; lo mandò per amore non per giudicare. 6. Lo manderà a giudicare, e chi potrà sostenere la sua presenza? 7. Non vedi (i cristiani) che gettati alle fiere perché rinneghino il Signore, non si lasciano vincere? 8. Non vedi, quanto più sono puniti, tanto più crescono gli altri? 9. Questo non pare opera dell'uomo, ma è potenza di Dio, prova della sua presenza.

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Approfondimenti

In un quadro sociale e culturale assai simile al nostro, la lettera a Diogneto – che cercava di conoscere le peculiarità della nuova religione diffusasi rapidamente nell’impero romano – presenta l’immagine del Dio dei cristiani. Dall’identità divina esposta nello scritto scaturisce un particolare profilo dei credenti che trova nella pluralità, nella complessità e nella diversità delle occasioni favorevoli per l’annuncio evangelico.

Per l’autore, il Dio unico dei cristiani è diverso da quello dei pagani poiché si è unito al suo popolo – cioè all’umanità – con amore. Questo è reso possibile dal fatto che Dio ha condiviso in Cristo la condizione delle creature ed è divenuto straniero e partecipe in tutto alla vita degli uomini. Questa immagine della divinità genera uno stile particolare che i credenti sono destinati a vivere e a diffondere nella terra. I cristiani, infatti, non usano la violenza per convertire ma propongono la loro novità con la vita vissuta nel quotidiano attraverso scelte ispirate al messaggio evangelico: chi prende su di sé il peso del prossimo e in ciò che è superiore cerca di beneficare l’inferiore; chi, dando ai bisognosi ciò che ha ricevuto da Dio, è come un Dio per i beneficati, egli è imitatore di Dio.

Dall’A Diogneto emerge chiaramente una verità che consiste nello stretto legame fra l’identità divina e l’agire dei cristiani nel mondo. La vita dei credenti è intesa come un vero e proprio luogo teologico nel quale vivere concretamente l’amore donato da Dio. In tal modo i discepoli del Cristo si lasciano plasmare dal Signore nel quale credono sino ad apparire – rispetto agli altri uomini – diversi e rinnovati poiché non fanno il male e si occupano del prossimo. Allora, il profilo dei cristiani nel mondo genera una forma particolare di cittadinanza contraddistinta non dalla paura della diversità o dal semplice rispetto delle leggi bensì dal tentativo di agire per imitare Dio.

Tratto da: La lezione dell’A Diogneto a servizio della Chiesa che verrà


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VI. L'anima del mondo 1. In una parola: i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. 2. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. 3. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile. 5. La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri carnali; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono al male. 6. Sebbene ne sia odiata, l'anima ama la carne e le sue membra, così anche i cristiani amano coloro che li odiano. 7. L'anima è rinchiusa nel corpo, ma essa a sua volta sorregge il corpo. Anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma sono essi che sorreggono il mondo. 8. L'anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l'incorruttibilità celeste. 9. L'anima, maltrattata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. 10. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è permesso a loro di abbandonarlo.

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Approfondimenti

La prima menzione dell'A Diogneto, nei documenti conciliari (che è forse la più importante e certo la più nota) è quella contenuta in Lumen gentium 38, ossia il numero conclusivo del capitolo 4 sui laici: «Ogni laico deve essere davanti al mondo il testimone della ri­surrezione e della vita del Signore Gesù e il segno del Dio vivo. Tutti insieme, e ognuno per la sua parte, devono alimentare il mondo con i frutti spirituali (cf. Gal 5,22) e in esso diffondere lo spirito, da cui sono animati i poveri, i miti e i pacifici, che il Signore nel vangelo proclamò beati (cf. Mt 5,3-9). In una parola: “ciò che l’anima è nel corpo, questo siano nel mondo i cristiani”: Lettera a Diogneto 6)». Il testo conciliare pare quindi quasi riassumere tutto l’insegnamento sulla missione laicale con le parole del nostro scritto sulla famosa opposizione dialettica anima-corpo / cristiani-mondo.

La citazione di A Diogneto VI,1 menzionata da Lumen gentium 38 viene poi richiamata in Gaudium et spes 40 (la Chiesa è «quasi l’anima della società umana»). Se la forma dell’accenno è allusiva, esplicita è invece l’intenzione dei padri conciliari, come si evince dalla nota che accompagna il documento, che rimanda espressamente al testo e alla nota di Lumen gentium 38 in oggetto: «Perciò la Chiesa, che è insieme società visibile e comunità spirituale, cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena; essa è come il fermento e quasi l’anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio».

Anche in Ad Gentes 15 si propone una significa­tiva menzione del nostro scritto. Essa comunque si presenta legger­mente adattata al contesto generale del discorso e piegata alle finalità missionarie ed ecumeniche del tempo: «I fedeli, che da tutti i popoli sono riuniti nella Chiesa, “non sono separati dagli altri uomini né per governo, né per lingua né per istituzioni politiche” (Lettera a Diogneto 5); perciò debbono vivere per Iddio e per il Cristo secondo le usanze e il comportamento del loro paese: come buoni cittadini essi debbono coltivare un sincero e fattivo amor di patria, evitare ogni forma di razzismo e di nazionali­smo esagerato e promuovere l’amore universale tra i popoli».

Le menzioni conciliari dello scritto conservano la loro massima importanza, in quanto il Vaticano II e tutta la sua preparazione sono stati per eccellenza “luogo” di ripensamento in toto della fede cristiana, ossia della presenza evangelizzatrice dei cristiani nel mondo, dove “mondo” significa in primo luogo società, cultura e politica.

Tratto da: L’A Diogneto: una perla della letteratura cristiana antica in alcuni documenti del Concilio Vaticano II


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V. Il mistero cristiano 1. I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. 2. Infatti non abitano città particolari, né parlano qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. 3. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano. 4. Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. 5. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria loro, e ogni patria è terra straniera. 6. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. 7. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. 8. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. 9. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. 10. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, superano le leggi. 11. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. 12. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. 13. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. 14. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono oltraggiati e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia. 15. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. 16. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. 17. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e i pagani li perseguitano. Ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.

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Approfondimenti

Quale vita i cristiani vivono nel mondo? E cosa significa che «ogni terra straniera è patria loro, e ogni patria è terra straniera»?

Per far luce sulla vita dei cristiani in mezzo a tutte le altre persone, bisogna anzitutto guardare alla vita di Gesù, cui i suoi discepoli fin dai primi secoli si sono ispirati. Gesù ha condiviso con discepoli e discepole la sua itineranza, a partire dalla Galilea, passando per città e villaggi, fino alla morte a Gerusalemme. Nel suo peregrinare ha incontrato tutti: giusti e peccatori, malati e sani, giovani e vecchi, giudei e pagani.

La comunità cristiana comincia a delineare il suo rapporto con il mondo a partire dall’esempio di Gesù: una comunità aperta a tutti dunque, senza discriminazioni di lingua, cultura o status sociale. La fede in Gesù Cristo implica una testimonianza concreta nella società, anche attraverso azioni, scelte, comportamenti che hanno un’incidenza politica, sociale ed economica: «[I cristiani] obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, superano le leggi». Ogni terra straniera è per loro patria, perché la fraternità che si sentono chiamati a costruire supera i confini tracciati dalla politica; e ogni patria è per loro terra straniera, perché in ultima istanza questa fraternità e solidarietà assaporate oggi attendono una pienezza che sarà possibile solo nel compimento del regno di Dio, vera “patria” del cristiano e di ogni uomo e di ogni donna, dove la morte e il male non ci saranno più e si gusterà solo una vita traboccante di gioia condivisa in cui tutti sono inclusi.


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III. Il culto giudaico 1. Inoltre, credo che tu piuttosto desideri sapere perché essi non adorano Dio secondo gli ebrei. 2. Gli ebrei hanno ragione quando rigettano l'idolatria, di cui abbiamo parlato, e venerano un solo Dio e lo ritengono padrone di tutte le cose. Ma sbagliano se gli tributano un culto simile a quello dei pagani. 3. Come i greci, sacrificando a cose insensibili e sorde dimostrano stoltezza, così essi, pensando di offrire a Dio come ne avesse bisogno, compiono qualche cosa che è simile alla follia, non un atto di culto. 4. «Chi ha fatto il cielo e la terra e tutto ciò che è in essi», e provvede tutti noi delle cose che occorrono, non ha bisogno di quei beni. Egli stesso li fornisce a coloro che credono di offrirli a lui. 5. Quelli che con sangue, grasso e olocausti credono di fargli sacrifici e con questi atti venerarlo, non mi pare che differiscano da coloro che tributano riverenza ad oggetti sordi che non possono partecipare al culto. Immaginarsi poi di fare le offerte a chi non ha bisogno di nulla!

IV. Il ritualismo giudaico 1. Non penso che tu abbia bisogno di sapere da me intorno ai loro scrupoli per certi cibi, alla superstizione per il sabato, al vanto per la circoncisione, e alla osservanza del digiuno e del novilunio: tutte cose ridicole, non meritevoli di discorso alcuno. 2. Non è ingiusto accettare alcuna delle cose create da Dio ad uso degli uomini, come bellamente create e ricusarne altre come inutili e superflue? 3. Non è empietà mentire intorno a Dio come di chi impedisce di fare il bene di sabato? 4. Non è degno di scherno vantarsi della mutilazione del corpo, come si fosse particolarmente amati da Dio? 5. Chi non crederebbe prova di follia e non di devozione inseguire le stelle e la luna per calcolare i mesi e gli anni, per distinguere le disposizioni divine e dividere i cambiamenti delle stagioni secondo i desideri, alcuni per le feste, altri per il dolore? 6. Penso che ora tu abbia abbastanza capito perché i cristiani a ragione si astengono dalla vanità, dall'impostura, dal formalismo e dalla vanteria dei giudei. Non credere di poter imparare dall'uomo il mistero della loro particolare religione.

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Approfondimenti

Uno sconosciuto autore cristiano del II secolo scrive a un colto pagano, Diogneto, il quale vuole capire chi sono e come vivono i cristiani, e conoscere il loro messaggio. La lettera continua con una critica sommaria e dura del giudaismo.


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I. Esordio 1. Vedo, ottimo Diogneto, che tu ti accingi ad apprendere la religione dei cristiani e con molta saggezza e cura cerchi di sapere di loro. A quale Dio essi credono e come lo venerano, perché tutti disdegnano il mondo e disprezzano la morte, non considerano quelli che i greci ritengono dèi, non osservano la superstizione degli ebrei, quale amore si portano tra loro, e perché questa nuova stirpe e maniera di vivere siano comparsi al mondo ora e non prima. 2. Comprendo questo tuo desiderio e chiedo a Dio, che ci fa parlare e ascoltare, che sia concesso a me di parlarti perché tu ascoltando divenga migliore, e a te di ascoltare perché chi ti parla non abbia a pentirsi.

II. L'idolatria 1. Purìficati da ogni pregiudizio che ha ingombrato la tua mente e spògliati dell'abitudine ingannatrice e fatti come un uomo nuovo da principio, per essere discepolo di una dottrina anche nuova come tu stesso hai ammesso. Non solo con gli occhi, ma anche con la mente considera di quale sostanza e di quale forma siano quelli che voi chiamate e ritenete dèi. 2. Non (sono essi) pietra come quella che si calpesta, bronzo non migliore degli utensili fusi per l'uso, legno già marcio, argento che ha bisogno di un uomo che lo guardi perché non venga rubato, ferro consunto dalla ruggine, argilla non più scelta di quella preparata a vile servizio? 3. Non (sono) tutti questi (idoli) di materia corruttibile? Non sono fatti con il ferro e con il fuoco? Non li foggiò lo scalpellino, il fabbro, l'argentiere o il vasaio? Prima che con le loro arti li foggiassero, ciascuno di questi (idoli) non era trasformabile, e non lo può (essere) anche ora? E quelli che ora sono gli utensili della stessa materia non potrebbero forse diventare simili ad essi se trovassero gli stessi artigiani? 4. E per l'opposto, questi da voi adorati non potrebbero diventare, ad opera degli uomini, suppellettili uguali alle altre? Non sono cose sorde, cieche, inanimate, insensibili, immobili? Non tutte corruttibili? Non tutte distruttibili? 5. Queste cose chiamate dèi, a queste servite, a queste supplicate, infine ad esse vi assimilate. 6. Perciò odiate i cristiani perché non le credono dèi. 7. Ma voi che li pensate e li immaginate tali non li disprezzate più di loro? Non li deridete e li oltraggiate più voi che venerate quelli di pietra e di creta senza custodi, mentre chiudete a chiave di notte quelli di argento e di oro, e di giorno mettete le guardie perché non vengano rubati? 8. Con gli onori che credete di rendere loro, se hanno sensibilità, siete piuttosto a punirli. Se non hanno i sensi siete voi a svergognarli con sacrificio di sangue e di grassi fumanti. 9. Provi qualcuno di voi queste cose, permetta che gli vengano fatte. Ma l'uomo di propria volontà non sopporterebbe tale supplizio perché ha sensibilità e intelligenza; ma la pietra lo tollera perché non sente. 10. Molte altre cose potrei dirti perché i cristiani non servono questi dèi. Se a qualcuno ciò non sembra sufficiente, credo inutile parlare anche di più.

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Approfondimenti

Uno sconosciuto autore cristiano del II secolo scrive a un colto pagano, Diogneto, il quale vuole capire chi sono e come vivono i cristiani, e conoscere il loro messaggio.

Fu il Concilio Vaticano II a rendere famosa in età moderna la lettera a Diogneto citandola ben tre volte, in Lumen gentium 38, in Dei Verbum 4 e in Ad gentes 15.

La lettera si apre con le domande relative ai cristiani, poste dal pagano Diogneto: qual è il Dio dei cristiani, qual è la religione che permette loro di disprezzare a tal punto il mondo e la morte? E in che cosa si differenzia da quelle dei greci e dei giudei? E perché questa religione, se è la vera, è apparsa nel mondo così tardi? L'autore risponde criticando sommariamente e duramente il politeismo.


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1Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti. 2Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. 3Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia. 4Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani. 5Io mi accosterò a voi per il giudizio e sarò un testimone pronto contro gli incantatori, contro gli adùlteri, contro gli spergiuri, contro chi froda il salario all’operaio, contro gli oppressori della vedova e dell’orfano e contro chi fa torto al forestiero. Costoro non mi temono, dice il Signore degli eserciti.

Le offerte rituali 6Io sono il Signore, non cambio; voi, figli di Giacobbe, non siete ancora al termine. 7Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete osservati. Tornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore degli eserciti. Ma voi dite: «Come dobbiamo tornare?». 8Può un uomo frodare Dio? Eppure voi mi frodate e andate dicendo: «Come ti abbiamo frodato?». Nelle decime e nelle primizie. 9Siete già stati colpiti dalla maledizione e andate ancora frodandomi, voi, la nazione tutta! 10Portate le decime intere nel tesoro del tempio, perché ci sia cibo nella mia casa; poi mettetemi pure alla prova in questo – dice il Signore degli eserciti –, se io non vi aprirò le cateratte del cielo e non riverserò su di voi benedizioni sovrabbondanti. 11Terrò indietro gli insetti divoratori, perché non vi distruggano i frutti della terra e la vite non sia sterile nel campo, dice il Signore degli eserciti. 12Felici vi diranno tutte le genti, perché sarete una terra di delizie, dice il Signore degli eserciti.

Il giudizio finale 13Duri sono i vostri discorsi contro di me – dice il Signore – e voi andate dicendo: «Che cosa abbiamo detto contro di te?». 14Avete affermato: «È inutile servire Dio: che vantaggio abbiamo ricevuto dall’aver osservato i suoi comandamenti o dall’aver camminato in lutto davanti al Signore degli eserciti? 15Dobbiamo invece proclamare beati i superbi che, pur facendo il male, si moltiplicano e, pur provocando Dio, restano impuniti». 16Allora parlarono tra loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome. 17Essi diverranno – dice il Signore degli eserciti – la mia proprietà particolare nel giorno che io preparo. Avrò cura di loro come il padre ha cura del figlio che lo serve. 18Voi allora di nuovo vedrete la differenza fra il giusto e il malvagio, fra chi serve Dio e chi non lo serve. 19Ecco infatti: sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio. 20Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia e voi uscirete saltellanti come vitelli dalla stalla. 21Calpesterete i malvagi ridotti in cenere sotto le piante dei vostri piedi nel giorno che io preparo, dice il Signore degli eserciti.

Appendice 22Tenete a mente la legge del mio servo Mosè, al quale ordinai sull’Oreb precetti e norme per tutto Israele. 23Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: 24egli convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri, perché io, venendo, non colpisca la terra con lo sterminio.

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Approfondimenti

Il giorno del Signore 2,17-3,5 v. 1. Il messaggero promesso da Dio col compito di preparare la via (cfr. Is 40,3; 57,14; 62,10; 63,9) è identificato in 3,23 con il profeta Elia. Nel NT egli è individuato con Giovanni Battista (Mt 11,10.14; 17,10-13; Mc 1,2; Lc 1,17.76; 10,27). Il profeta commenta che «subito», cioè tra poco tempo e in modo imprevisto, Dio stesso verrà nel tempio. Il titolo «Signore» indica la sovranità universale di Dio (Es 23,17; 34,23; Is 1,24; Zc 4,14). «l'angelo dell'alleanza» può essere interpretato in diversi modi. Si potrebbe intendere un rappresentante della linea profetica, che tutela l'alleanza sinaitica, o un sacerdote, che rappresenta l'alleanza con Levi (cfr. 2,4-8); ma il contesto induce a capire l'espressione nel senso di un insolita e misteriosa designazione di Dio stesso (cfr. Gn 16,7-11; Es 3,2; 23,30), autore della nuova alleanza (cfr. Ger 31,31; 32,40; Ez 34,25). Non si può però escludere che ci sia un'allusione a un inviato di Dio che ha il compito di ristabilire l'alleanza compromessa dai peccati del popolo cioè che si alluda al Messia (cfr. Is 42,6; 49,8; 55,3). Nel NT Gesù è presentato come mediatore della nuova alleanza (Eb 9, 15).

v. 2. La venuta del Signore è descritta come il giorno del giudizio, seguendo l'immagine tradizionale del «fuoco» (cfr. Is 1,25; 4,4; 30,27; Ez 22,20; Lc 13,9).

v. 3. La purificazione del sacerdozio farà sì che le oblazioni siano conformi alle prescrizioni rituali e alle debite disposizioni interiori degli offerenti.

v. 4. «i giorni antichi» e «gli anni lontani» sono quelli della permanenza di Israele nel deserto, considerati come il tempo ideale per il culto, secondo la tradizione sacerdotale (cfr. Is 63,9.11; Mic 7,14).

v. 5. Viene data la risposta al problema posto nel v. 2,17. Dio, quale testimone, accusa e giudica i singoli peccatori, soprattutto per il loro atteggiamento negativo verso il prossimo. Questo giudizio avviene nell'epoca finale considerata come prossima. La retribuzione di ogni individuo è presentata in una prospettiva escatologica (cfr. Gb 21,30; Prv 11,4; Is 26,20-27,1). È questo un passo importante verso l'escatologia del NT.

Le offerte rituali 3,6-12 Dialogo tra il Signore e il popolo, in cui si alternano le accuse (vv. 6-7a.8-9), le esortazioni (vv. 7b.10a) e le promesse (vv. 7b.10b-12). Il tema del brano è il pagamento delle decime, segno di fedeltà a Dio e caparra di benedizione.

v. 6. Il Signore si difende dall'accusa di essere stato infedele alle promesse, già formulate da Aggeo e Zaccaria circa i benefici derivanti dalla ricostruzione del tempio. Il popolo invece (= «i figli di Giacobbe») è lo stesso come nel passato, giacché continua a imitare la furbizia del progenitore, Giacobbe (cfr. Os 12,4; Is 43,27).

v. 7. Con le formule tipiche del Dt viene denunciata da rottura dell'alleanza compiuta già dai padri (cfr. Ger 16,10s.; Ez 20.27). L'invito al ritorno a Dio e la promessa del ritorno del Signore, formula che esprime il ristabilimento dell'alleanza, si trova spesso nei libri profetici (cfr. Zc 1,3; 13,9; Os 2,25). Il v. 7b manca nei LXX.

v. 8. Il verbo «frodare» usato tre volte nel versetto, indica rifiutare a Dio le decime che egli esige per sé, cioè per i suoi ministri (cfr. Dt 14,2-29; 26,12-15; Nm 18,21-32; Lv 27,30-33). «primizie» (in ebr. terûmāh “offerta”), era la parte che in ogni sacrificio spettava al clero (cfr. Ne 10,38ss.).

v. 9. Il segno della maledizione, cioè del castigo per le colpe del popolo, erano le annate magre (cfr. Dt 28,15-18; Ag 1,6s.; 2,15ss.). La nazione continua a defraudare Dio, nel senso che non si converte a lui.

v. 10. Dio stesso spinge il popolo a chiedere una manifestazione straordinaria che sia una garanzia della benedizione, cioè l'abbondanza dei frutti della terra e la pioggia (cfr. Is 7,10s.; Gl 2,14; 1Re 8,35s.; Ez 34,26).

v. 11. Gli insetti divoratori sono probabilmente le cavallette (cfr. Gl 1,2-20; 2,22ss.).

v. 12. «terra di delizia» può significare un territorio prospero e fertile o anche un territorio prediletto da Dio (cfr. Ml 2,17; Is 42,21; Sal 10,20; 41,12; 107,30). La negligenza nel pagare le decime è un sintomo caratteristico della defezione del popolo dal suo Dio, e perciò del rilassamento dei vincoli fondati sull'alleanza. La preoccupazione maggiore di Dio è che il beneficiario del patto non venga meno; per questo il Signore usa le minacce, le esortazioni, le pressioni e moltiplica le promesse, fino a chiedere di mettere alla prova la sua volontà di perseverare nell'alleanza e così attirare la sua benedizione. Le decime assicuravano la permanenza del culto; rifiutarle era un attentato all'onore di Dio.

Il giudizio finale 3,13-21 Il brano unitario tratta più profondamente che in 2,17-3,5 del problema del male. Nel corso di una discussione Dio rimprovera lo scetticismo dei buoni che sono provati dalla disgrazia (vv. 13-15). La reazione del Signore sottolineata dal profeta (v. 16), si manifesta mediante una promessa in favore dei giusti (v. 17). Segue la descrizione apocalittica dei tempi futuri (vv. 18-21). Il brano si distingue per la perfezione letteraria e per l'abbondanza dei generi letterari: discussione, oracolo, annuncio del giudizio.

v. 13. Il rimprovero fatto ai Giudei è di aver proferito parole offensive contro Dio.

vv. 14-15. Formule violente, quasi blasfeme, che affermano l'inutilità della religione di fronte alla prosperità degli empi (cfr. Is 58,3s.; Ger 15,19).

v. 16. Dio non approva le lamentele dei pii scandalizzati dalla felicità degli arroganti (cfr. Sal 73), ma nella sua misericordia li esorta alla pazienza. Il libro, nel quale vengono registrate le azioni dei giusti, si aprirà per il giudizio (cfr. Dn 7,10; Sal 56,9; 69,29; 139,16; Is 4,3; Ez 13,9).

v. 17. I giusti diventano nel giorno del giudizio il popolo ideale di Dio, sua proprietà speciale (cfr. Es 19,5; Dt 7,6; 14,2; 26,18; Sal 135,4) e suoi figli (cfr. Es 4,22s.).

v. 18. Esiste una differenza fondamentale tra l'uomo che serve Dio e l'empio, non solo ora, ma anche nel giorno del giudizio.

v. 19. Il grande giorno escatologico è descritto con le immagini tradizionali di distruzione, quali il fuoco (Am 1,3s.; Is 10,16; 30,27; Sof 1,18), la paglia (cfr. Is 5,24; 47,14; Gl 2,5; Ne 1,10), le radici e i rami.

v. 20. «il sole di giustizia», espressione unica nella Bibbia, indica metaforicamente il pieno godimento della prosperità e della vittoria (cfr. Is 41,2.10; 45,8.13.24; 46,13; 51,5s.). La liturgia romana applica questa espressione a Gesù salvatore, luce del mondo. «con raggi benefici»: lett. «ali»; il termine richiama il simbolo dei dischi solari tipici dell'iconografia egiziana e vicinorientale. «saltare come vitelli di stalla» indica una gioia esuberante (cfr. 1Sam 28,24; Ger 46,21; Am 6,4; Sir 38,26).

v. 21. La figura degli empi ridotti in cenere e calpestati dai buoni, esprime il trionfo escatologico di Dio (cfr. Is 11,14; Mic 4,12s.; Sof 2,9; 3,8; Abd 18s.).

Appendice 3,22-24 Due aggiunte redatte in stile deuteronomistico e in forma concisa ed esortatoria, concludono in modo appropriato gli oracoli di Malachia e completano il libro dei dodici profeti minori. Nel v. 22 il popolo viene incoraggiato a osservare la legge mosaica, mentre nei vv. 23-24 viene identificato il personaggio annunciato in 3,1: egli è il profeta Elia.

v. 22. «Oreb»: è il nome del monte Sinai secondo la tradizione elohista (cfr. Es 3,1; 33,6) e il Dt (1,2.6; 4,10; 18,16). «la legge di Mosè»: indica tutto il Pentateuco (cfr. 2Cr 23,18; 30,16; Esd 6,18; 7,6; Ne 8,1). «statuti e norme»: tipica frase deuteronomistica che indica la legge di Dio in generale (cfr. Lv 26,46; Dt 4,1.5; 6,1.20; 11,32; Sal 147,19).

**vv. 23-24. Dio stesso identifica il messaggero promesso in 3,1 con Elia, il cui compito è di favorire la conversione dei cuori e l'armonia delle generazioni, onde preparare «il giorno del Signore» ed evitare la distruzione. Si legge in questi versetti la prima testimonianza letteraria circa il ritorno di Elia e il suo secondo intervento nella storia del popolo di Dio. La sua apparizione ha una portata quasi messianica. Si suppone che Elia non sia morto (cfr. 2Re 2,11). La sua missione spirituale è quella di preparare il popolo all'avvento di Dio prevenendo la collera dell'era escatologica. Secondo Sir 48,10, il profeta Elia dovrà restaurare le tribù d'Israele dopo la loro riunione. In Enoch 89,52; 90,31; 4Esd 6,26 Elia appare come il precursore del Messia. Nel NT Gesù evoca il ritorno di Elia annunciato da Malachia, precisando che questo ritorno si è realizzato nella persona e nell'opera di Giovanni Battista (Mc 9,13; Mt 17,12), a causa dell'affinità dei ruoli svolti da questi due personaggi (cfr. Mc 1,2; Lc 1,16).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Malachia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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1Ora a voi questo monito, o sacerdoti. 2Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione e cambierò in maledizione le vostre benedizioni. Anzi le ho già cambiate, perché nessuno tra voi se ne dà premura. 3Ecco, io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi, gli escrementi delle vittime immolate nelle vostre feste solenni, perché siate spazzati via insieme con essi. 4Così saprete che io ho diretto a voi questo monito, perché sussista la mia alleanza con Levi, dice il Signore degli eserciti. 5La mia alleanza con lui era alleanza di vita e di benessere, che io gli concessi, e anche di timore, ed egli mi temette ed ebbe riverenza del mio nome. 6Un insegnamento veritiero era sulla sua bocca né c’era falsità sulle sue labbra; con pace e rettitudine ha camminato davanti a me e ha fatto allontanare molti dal male. 7Infatti le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca insegnamento, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti. 8Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete distrutto l’alleanza di Levi, dice il Signore degli eserciti. 9Perciò anche io vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento.

I matrimoni misti e il divorzio 10Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri? 11Giuda è stato sleale e l’abominio è stato commesso in Israele e a Gerusalemme. Giuda infatti ha osato profanare il santuario caro al Signore e ha sposato la figlia di un dio straniero! 12Il Signore elimini chi ha agito così, chiunque egli sia, dalle tende di Giacobbe e da coloro che offrono l’offerta al Signore degli eserciti. 13Un’altra cosa fate ancora: voi coprite di lacrime, di pianti e di sospiri l’altare del Signore, perché egli non guarda all’offerta né l’accetta con benevolenza dalle vostre mani. 14E chiedete: «Perché?». Perché il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che hai tradito, mentre era la tua compagna, la donna legata a te da un patto. 15Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest’unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. 16Perché io detesto il ripudio, dice il Signore, Dio d’Israele, e chi copre d’iniquità la propria veste, dice il Signore degli eserciti. Custodite dunque il vostro soffio vitale e non siate infedeli.

Il giorno del Signore 17Voi avete stancato il Signore con le vostre parole; eppure chiedete: «Come lo abbiamo stancato?». Quando affermate: «Chiunque fa il male è come se fosse buono agli occhi del Signore e in lui si compiace», o quando esclamate: «Dov’è il Dio della giustizia?».

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Approfondimenti

Il falso culto 1,6-2,9 Il brano, impostato sul castigo dei sacerdoti infedeli, è ricco di insegnamenti e mostra quanto il profeta fosse impegnato nella riforma del culto (vv. 1-3) e penetrato della tematica dell'alleanza (vv. 4-9).

v. 2. La maledizione che possiede un'efficacia irresistibile (cfr. Gn 27,38; Gdc 27,1ss.; Dt 28,20; 33,11), è causa di sofferenza e miseria. «Le vostre benedizioni»: possono indicare il potere sacerdotale di benedire (cfr. Nm 6,22-27), ovvero i benefici materiali che i sacerdoti ricavavano dal loro ministero.

v. 3. Il braccio spezzato (lezione dei LXX) rendeva inabile all'esercizio del sacerdozio (cfr. 1Sam 2,31). Il testo ebraico legge: «riproverò la vostra discendenza». Il brutale gesto del secondo stico indica la completa degradazione che sarà inflitta al clero (cfr. Es 29,14; Lv 4,11; 8,17; 16,27; Nm 19,5).

v. 4. L'alleanza di Dio con la tribù di «Levi» è esplicitamente menzionata nella Bibbia solamente in questo testo. In Nm 25,12 viene promessa un'alleanza perpetua a Finees, figlio di Eleazaro, figlio di Aronne. Nei testi posteriori viene espressa l'idea che la tribù di Levi è la sola detentrice del sacerdozio in virtù di un'alleanza (cfr. Ger 33,20ss.; Ne 12,29; Sir 45,23-26).

vv. 5-7. I versetti contengono un'ideale descrizione del sacerdozio levitico, che si distingue per la santità della vita (cfr. Mic 6,8), la correttezza delle decisioni (cfr. Dt 17,8ss.; 1Sam 1,17) e l'ortodossia dell'insegnamento (cfr. Dt 33,10; Os 4,6; Ger 2,8; 18,18; Sof 3,4; Ez 7,26). La «scienza» si riferisce all'interpretazione della legge (cfr. Dt 31,10-13; 17,8-12; Is 11,10). Tutto ciò è inserito nel contesto dell'alleanza, che comporta promesse da parte di Dio (vita e benessere, cfr. Zc 3,7) e obblighi da parte dei ministri sacri (riverenza, rispetto, sottomissione, cfr. Gs 8,1; Ger 23,4; 30,10; Ez 2,6.9). Per l'unica volta nell'AT il sacerdote viene designato qui quale «messaggero di Dio» (cfr. 3,1), titolo dato ai profeti (cfr. Is 44,26; 2Cr 36,15; Ag 1,13) e agli angeli (cfr. Gdc 9,23; 13,13ss.; Sal 8,6; 29,1; 45,7).

v. 8. Queste espressioni sono usate dal profeta Geremia per indicare i falsi profeti (cfr. Ger 18,15).

v. 9. «riguardo alla legge» significa riguardo all'interpretazione della legge.

I matrimoni misti e il divorzio 2,10-16 Da un principio generale (v. 10) si deduce un'accusa e un rimprovero circa i matrimoni con donne straniere (v. 11), cui segue una maledizione (v. 12). I sacrifici di coloro che praticano il divorzio non sono graditi a Dio (vv. 13-15). Il brano termina con un'esortazione (v. 16). La pericope presenta particolari difficoltà testuali.

v. 10. La paternità divina e la creazione di tutti gli animali da parte di Dio sono il fondamento dell'alleanza sinaitica, che viene tradita dalla mancanza di lealtà nei rapporti con il prossimo (cfr. Dt 32,6; Is 63,16; 64,8).

v. 11. L'abominio che di per sé indica una colpa grave, un disordine sessuale (cfr. Lv 18,22.26; 20,13; Dt 24,4) o un atto idolatrico (cfr. Dt 7,16; 32,16; 1Re 14,24), designa in questo versetto i matrimoni misti, considerati come una delle più gravi deviazioni dalla legge mosaica (cfr. Dt 7,1-4; Ne 10,29-40; 13,23-31; Esd 9-10). «il santuario»: lett. «la santità», che altrove significa il tempio, (Es 26,33; 1Re 8,6; 15,15), può significare qui la stirpe ebraica, che viene profanata, quando l'Ebreo si unisce a una donna pagana (cfr. Esd 9, 2). «le figlie di un dio straniero» sono le mogli, che adorano gli idoli (cfr. Nm 25,1-5).

v. 12. «le tende di Giacobbe» sono un'espressione arcaica che designa la comunità d'Israele fedele a Dio (cfr. Nm 24,5; Is 54,2s.; Sal 84,2). Per coloro che legalizzavano le unioni miste è invocata l'eliminazione dalla comunità ed è rifiutato anche il loro sacrificio per il peccato.

v. 13. Dio non accetta l'offerta, anche se accompagnata da espressioni di sincera pietà, da coloro che con troppa facilità praticano il divorzio. Il «pianto sull'altare» è un'espressione metaforica, che indica un lamento ingiustificato (cfr. 1Re 8,28; Ez 36,9; Sal 25,16; 69,17; 86,16).

v. 14. Il matrimonio è un atto religioso, perché stipulato alla presenza di Dio (cfr. Gn 31,49s.; Ez 16,18). «la donna legata a te da un patto»: per la prima volta il matrimonio è considerato come un contratto duraturo e stabile. Il divorzio è presentato come un tradimento del patto.

v. 15. In questo versetto molto travagliato dal punto di vista testuale, viene richiamato il disegno divino riguardante la creazione dell'uomo e della donna (cfr. Gn 1,27; 2,7.23s.), che formano un solo essere destinato a procreare la vita.

v. 16. Chiara condanna del divorzio. «coprire d'iniquità la propria veste»; è un'ardita metafora, unica nella Bibbia, che significa: macchiarsi di un delitto (cfr. Sal 73,6; 109,18).

Il giorno del Signore 2,17-3,5 Il brano, composito e rimaneggiato, inizia con un lamento del popolo (v. 17), cui risponde il Signore nel v. 3,5. Inoltre Dio annuncia l'invio di un messaggero (3,1a); la predizione è confermata dal profeta (3,1b), il quale descrive la venuta dell'araldo come una purificazione del sacerdozio.

v. 17. Usando il procedimento della disputa, i popolo si rammarica che Dio si mostri parziale nel suoi atti e ritardi la restaurazione (cfr. Sal 37,73).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Malachia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Titolo 1Oracolo. Parola del Signore a Israele per mezzo di Malachia.

SEI CONTROVERSIE

L'amore di Dio per Israele 2Vi ho amati, dice il Signore. E voi dite: «Come ci hai amati?». Non era forse Esaù fratello di Giacobbe? Oracolo del Signore. Eppure ho amato Giacobbe 3e ho odiato Esaù. Ho fatto dei suoi monti un deserto e ho dato la sua eredità agli sciacalli del deserto. 4Se Edom dice: «Siamo stati distrutti, ma ci rialzeremo dalle nostre rovine!», il Signore degli eserciti dichiara: «Essi ricostruiranno, ma io demolirò». Saranno chiamati «Territorio malvagio» e «Popolo contro cui il Signore è adirato per sempre». 5I vostri occhi lo vedranno e voi direte: «Grande è il Signore anche al di là dei confini d’Israele».

Il falso culto 6Il figlio onora suo padre e il servo rispetta il suo padrone. Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta? Se sono il padrone, dov’è il timore di me? Dice il Signore degli eserciti a voi, sacerdoti che disprezzate il mio nome. Voi domandate: «Come lo abbiamo disprezzato il tuo nome?». 7Offrite sul mio altare un cibo impuro e dite: «In che modo te lo abbiamo reso impuro?». Quando voi dite: «La tavola del Signore è spregevole» 8e offrite un animale cieco in sacrificio, non è forse un male? Quando voi offrite un animale zoppo o malato, non è forse un male? Offritelo pure al vostro governatore: pensate che sarà soddisfatto di voi o che vi accoglierà con benevolenza? Dice il Signore degli eserciti. 9Ora supplicate pure Dio perché abbia pietà di voi! Se fate tali cose, dovrebbe accogliervi con benevolenza? Dice il Signore degli eserciti. 10Oh, ci fosse fra voi chi chiude le porte, perché non arda più invano il mio altare! Non mi compiaccio di voi – dice il Signore degli eserciti – e non accetto l’offerta delle vostre mani! 11Poiché dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le nazioni e in ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure, perché grande è il mio nome fra le nazioni. Dice il Signore degli eserciti. 12Ma voi lo profanate quando dite: «Impura è la tavola del Signore e spregevole il cibo che vi è sopra». 13Voi aggiungete: «Ah! che pena!». E lo disprezzate. Dice il Signore degli eserciti. Offrite animali rubati, zoppi, malati e li portate in offerta! Posso io accettarla dalle vostre mani? Dice il Signore. 14Maledetto il fraudolento che ha nel gregge un maschio, ne fa voto e poi mi sacrifica una bestia difettosa. Poiché io sono un re grande – dice il Signore degli eserciti – e il mio nome è terribile fra le nazioni.

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Approfondimenti

Titolo 1,1 È simile a quello di Ag 1,1; Zc 9,1; 12,1. «Israele» indica tutto il popolo ebraico. «Malachia» può essere compreso come un nome comune che significa «il mio messaggero» (cfr. 3,1) esso non è mai usato nell'AT come nome proprio di persona – e in questo caso la profezia sarebbe anonima –, o come un nome proprio che significa «JHWH è il mio angelo», protettore.

SEI CONTROVERSIE 1,2-3,21 I sei brani che trattano di problemi riguardanti il culto, la vita familiare, la fede nella provvidenza, la retribuzione e il giorno del Signore sono rivolti al popolo (2,10-16; 3,6-12), ai sacerdoti (1,6-2,9) e ai fedeli dubbiosi (2,17-3,5; 3,13-21).

L'amore di Dio per Israele 1,2-5 Rispondendo a un'obiezione del popolo, il profeta afferma che la predilezione di Dio per Israele si manifesta nel contrasto con l'atteggiamento usato nei confronti di Edom. Assolutamente libero nelle sue scelte, Dio continua ad amare Israele, nonostante le avversità che lo colpiscono.

v. 2. Il concetto dell'amore di Dio per il popolo si ispira a Os 3,1; 9,15; 14,5; Dt 4,37; 7,8.13; Ger 31,3; Is 43,4 e fa riferimento all'atto con cui Dio scelse Israele e lo proclamò sul Sinai popolo prediletto. Però il popolo dubita di questa scelta. «Esaù» designa il popolo di Edom, tradizionale nemico di Israele (cfr. Gn 25,29-34; 36,8; 1Re 11,15; Am 1,11s.; Ger 49,17; Ez 25,12ss.; Abd 18,21; Lam 4,21s.). Giacobbe rappresenta il popolo della Giudea. «odiare» è un'espressione semitica che significa «non preferire» (cfr. Gn 29,30; Dt 23,1.15ss.). Paolo cita questo testo in Rm 9,13 per mostrare che Dio sceglie liberamente i popoli e affida loro una speciale missione.

v. 3. Il versetto allude forse alle continue razzie subite dagli Edomiti da parte dei predoni del deserto a partire dal sec. VI a.C. in poi.

v. 4. Il ripudio del popolo di Edom è irrevocabile a causa della sua iniquità.

v. 5. La sorte di Edom indurrà Israele a riconoscere che Dio è il Signore di tutti i popoli (cfr. Am 1,1-2,3; 9,7).

Il falso culto 1,6-2,9 Nel brano che comprende un quarto del libretto, viene sottolineata l'incompatibilità del vero culto del Signore con l'offerta di sacrifici contaminati. Le domande poste ai sacerdoti (vv. 6-8) sono nello stesso tempo un'accusa contro di essi (vv. 9-10.12-14) in contrasto con il comportamento assunto dalle nazioni verso il Signore (v. 11); segue l'annuncio del castigo (2,1-4) motivato ed eseguito secondo la legge del taglione (2,5-9).

v. 6. Dio è il «padre» e il padrone dei sacerdoti (cfr. Es 4,22; Os 11,1; Ger 3,4, Is 43,6), ma essi mancano di amore e rispetto per lui (cfr. Prv 10,1; 20,20; 23,22.25; Sir 3,3-16). Malachia usa molto spesso – una ventina di volte – il titolo divino: «Signore degli eserciti».

v. 7. I sacrifici offerti nel tempio erano regolati da prescrizioni molto precise circa la purità rituale (cfr. Lv 22,17-30; Dt 15,21). Ogni infrazione di queste regole era considerata un'offesa personale fatta all'onore di Dio. «La tavola del Signore» – espressione usata solamente da Malachia – è l'altare sul quale veniva posto il cibo, cioè l'offerta sacrificale (cfr. Sal 23,5; Ez. 44,16).

v. 8. Il modo negativo col quale i sacerdoti si comportano con Dio, non si potrebbe applicare nemmeno a un uomo costituito in autorità, come il governatore persiano che risiede in Samaria.

v. 9. Invito ironico del profeta rivolto ai sacerdoti illusi, che sono così audaci da implorare ipocritamente la misericordia di Dio.

v. 10. Dio afferma che sarebbe meglio sopprimere l'offerta di sacrifici contaminati. I rimproveri rivolti ai sacerdoti sono dovuti alle trasgressioni rituali levitiche, in particolare a quelle relative alle qualità degli animali destinati al sacrifico (cfr. Lv 1-5; 22,17-30; Nm 28s.). Non bisogna pensare però che il profeta sia un formalista del culto e trascuri le disposizioni interne che accompagnano i sacrifici. Infatti in questa stessa sezione si biasimano i ministri sacri per la mancanza di sincerità (v. 8b), di obbedienza e di amore (v. 6). Nella comunità postesilica, in cui il culto aveva una suprema importanza (cfr. Ez 40-44.45), la negligenza delle regole rituali era un indice delle false disposizioni interiori nei riguardi del Signore. Questo comportamento era di cattivo esempio al popolo, che veniva indotto a sottovalutare il servizio divino e a disprezzare il ministero sacerdotale.

v. 11. In contrasto con i sacrifici offerti a Gerusalemme dagli Israeliti, Dio dichiara che i pagani lo onoreranno e gli verranno presentati l'incenso ed un'offerta pura. La grandezza del nome, cioè della persona di Dio tra le nazioni, è sottolineata quattro volte in questo capitolo: 5.11 (2 volte).14. L'espressione «il mio nome è grande» significa che i pagani riconosceranno Dio come si è manifestato in Israele, in quanto esercita un potere su tutti gli uomini. Questo riconoscimento può intendersi nel senso che i pagani confesseranno che nessuno è pari a JHWH (cfr. Ger 10,6-10) o che si convertiranno al monoteismo (cfr. Is 2,2ss.; 11,10; 42,6; 49,6; 55,3s.; 66,18-21; Ez 36,23; 37,28; 39,7). «dall'oriente all'occidente» indica l'universo (cfr. Is 45,6; 59,19; Sal 50,1; 113,3). «è offerto incenso». lett. «un incenso fumante», espressione unica nell'AT: probabilmente il testo è corrotto. Sembra che l'autore abbia in mente il sacrificio dell'incenso cioè quello incruento. L'«oblazione» indica di per sé l'offerta di cercali, ma dal contesto si deduce che significa ogni specie di sacrificio (cfr. 2,4; Gn 4,3; Sof 3,10). Il termine «puro» non indica tanto l'assenza di difetti fisici, quanto le disposizioni morali degli offerenti.

v. 13. «Ah, che pena!»: con questa frase caricaturale è espressa la noia del sacerdote professionista, che compie il suo ufficio per abitudine.

v. 14. La maledizione è rivolta ai laici che offrendo sacrifici volontari non osservano le regole rituali (cfr. Lv 22,25). Il titolo «re grande» è raramente dato a Dio nella Bibbia (cfr. 1Sam 12,12; Is 33,22; 43,15; 44,6; Ger 8,19; Sof 3,15; Sal 10,16; 84,4; 95,3).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Malachia – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Combattimento intorno a Gerusalemme 1Ecco, viene un giorno per il Signore; allora le tue spoglie saranno spartite in mezzo a te. 2Il Signore radunerà tutte le nazioni contro Gerusalemme per la battaglia; la città sarà presa, le case saccheggiate, le donne violentate, metà della città partirà per l’esilio, ma il resto del popolo non sarà strappato dalla città. 3Il Signore uscirà e combatterà contro quelle nazioni, come quando combatté nel giorno dello scontro. 4In quel giorno i suoi piedi si poseranno sopra il monte degli Ulivi che sta di fronte a Gerusalemme verso oriente, e il monte degli Ulivi si fenderà in due, da oriente a occidente, formando una valle molto profonda; una metà del monte si ritirerà verso settentrione e l’altra verso mezzogiorno. 5Allora voi fuggirete attraverso la valle fra i monti, poiché la nuova valle fra i monti giungerà fino ad Asal; voi fuggirete come quando fuggiste durante il terremoto, al tempo di Ozia, re di Giuda. Verrà allora il Signore, mio Dio, e con lui tutti i suoi santi. 6In quel giorno non vi sarà né luce né freddo né gelo: 7sarà un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte, e verso sera risplenderà la luce. 8In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme e scenderanno parte verso il mare orientale, parte verso il mare occidentale: ve ne saranno sempre, estate e inverno. 9Il Signore sarà re di tutta la terra. In quel giorno il Signore sarà unico e unico il suo nome. 10Tutto il paese si trasformerà in pianura, da Gheba fino a Rimmon, a meridione di Gerusalemme, che si eleverà e sarà abitata nel luogo dov’è, dalla porta di Beniamino fino al posto della prima porta, cioè fino alla porta dell’Angolo, e dalla torre di Cananèl fino ai torchi del re. 11Ivi abiteranno: non vi sarà più sterminio e Gerusalemme se ne starà tranquilla e sicura. 12Questa sarà la piaga con cui il Signore colpirà tutti i popoli che avranno mosso guerra a Gerusalemme: imputridiranno le loro carni, mentre saranno ancora in piedi; i loro occhi marciranno nelle orbite e la lingua marcirà loro in bocca. 13In quel giorno vi sarà, per opera del Signore, un grande tumulto tra loro: uno afferrerà la mano dell’altro e alzerà la mano sopra la mano del suo amico. 14Anche Giuda combatterà a Gerusalemme e là si ammasseranno le ricchezze di tutte le nazioni vicine: oro, argento e vesti in grande quantità. 15Di piaga simile saranno colpiti i cavalli, i muli, i cammelli, gli asini e tutte le bestie degli accampamenti.

Gerusalemme centro religioso del mondo 16Allora i superstiti, fra tutte le nazioni che avranno combattuto contro Gerusalemme, vi andranno ogni anno per adorare il re, il Signore degli eserciti, e per celebrare la festa delle Capanne. 17Se qualcuna delle famiglie della terra non andrà a Gerusalemme per adorare il re, il Signore degli eserciti, su di essa non ci sarà pioggia. 18Se la famiglia d’Egitto non salirà e non vorrà venire, sarà colpita dalla stessa pena che il Signore infliggerà alle nazioni che non saranno salite a celebrare la festa delle Capanne. 19Questo sarà il castigo per l’Egitto e per tutte le nazioni che non saranno salite a celebrare la festa delle Capanne. 20In quel tempo anche sopra i sonagli dei cavalli si troverà scritto: “Sacro al Signore”, e i recipienti nel tempio del Signore saranno come i vasi per l’aspersione che sono davanti all’altare. 21Anzi, tutti i recipienti di Gerusalemme e di Giuda saranno sacri al Signore degli eserciti; quanti vorranno sacrificare verranno e li adopereranno per cuocere le carni. In quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti».

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Approfondimenti

Combattimento intorno a Gerusalemme 14,1-15 Questo c. composito, carico di aggiunte con molte allusioni ai testi sacri precedenti, descrive in forma epica e grandiosa il trionfo finale di Dio come giudice. Giuda e Gerusalemme vengono punite e purificate (vv. 1-5). Vengono cambiate le leggi della natura e tutto il paese diventa una verdeggiante pianura (vv. 6-15). Il regno universale escatologico del Signore si estende anche ai pagani (vv. 16-21). E il c. più apocalittico del Deuterozaccaria.

v. 2. Epica descrizione dell'occupazione di Gerusalemme da parte dei nemici.

v. 3. Come un valoroso guerriero Dio interviene per salvare Gerusalemme (cfr. Is 10,26; 51,9ss.). Gli sconvolgimenti della natura intendono esprimere in modo spettacolare il sovrano intervento del Giudice. Per la spaccatura del Monte degli Ulivi si ostruirà, come al tempo del re Ozia (cfr. Am 1,1), la valle orientale del Cedron.

v. 4. Grandiosa è l'immagine di Dio che si erge come gigante sul Monte degli Ulivi per venire a salvare la città (ctr. Mic 1,4; Ab 3,6; Na 1,5).

v. 5. «Asal» è una località nella valle del Cedron, situata a sud-est di Gerusalemme. I «santi» sono gli angeli che circondano il trono di Dio.

14,6-12 L'era escatologica è descritta con immagini che comportano la trasformazione fisica di Gerusalemme e della Giudea e fanno riferimento al paradiso terrestre. Viene soppressa l'alternanza delle stagioni (v. 6), onde permettere lo stabilimento di un'eterna primavera. Eliminate le tenebre, la luce regnerà sovrana (v. 7; cfr. Is 60,19s.); una sorgente di acqua viva e perenne sgorgherà da Gerusalemme e inonderà tutto il paese, eliminando il pericolo della siccità (v. 8). Tutta la Giudea diventa un'immensa fertile pianura (v. 10).

v. 8. Il «mare orientale» è probabilmente il Mar Morto che riacquista la fecondità (cfr. Ez 47,8-11; Gl 2,20; 4,18). «il Mediterraneo» è letteralmente il «mare d'Occidente» (cfr. Ez 47,11).

v. 9. Tutta l'umanità sarà unita nell'adorazione dell'unico Dio e unico re (cfr. Is 2,1-5; Mic 4,1-5,14; Ml 1,11; Sal 93.96.97.99).

v. 10. «Gabaa»: si trova a una decina di km a nord di Gerusalemme, alla frontiera tra le tribù di Giuda e Beniamino. «Rimmon» è localizzata presso Bersabea; «i torchi del re» si trovano all'estremità sud-orientale della città di Gerusalemme, nei giardini del re.

v. 12. Il combattimento escatologico consiste nell'invio di una misteriosa piaga contro l'esercito nemico. Si tratta della peste (cfr. Ez 38,22; 39,17-20). I dettagli terrificanti fanno parte della descrizione apocalittica, che spesso utilizza un linguaggio convenzionale.

v. 13. Effetto del panico di fronte alla pubblica calamità è il vicendevole assassinio.

v. 15. La piaga del v. 12 colpisce tutti gli animali, il bestiame sia grosso che minuto, sicché gli uomini sono privati di ogni sostegno per la vita (cfr. Gn 2,19s.).

Gerusalemme centro religioso del mondo 14,16-21 Nell'era escatologica i pagani sopravvissuti si convertiranno al monoteismo e saliranno in pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme (v. 16). Severe sanzioni saranno applicate ai popoli refrattari (vv. 17-19). Tutto ciò che si trova nella Giudea diventa sacro (vv. 20s.).

v. 16. I superstiti dei nemici convertiti alla religione d'Israele partecipano alla solennità delle Capanne a Gerusalemme e celebrano la regalità dell'unico Dio (cfr. Is 2,2; 25,6; Mic 4,2; Ag 2,7; Zc 8,22s.).

v. 17. La siccità è il castigo particolare comminato ai popoli refrattari al monoteismo.

v. 20. Tutte le cose nel paese d'Israele vengono consacrate al culto di Dio.

v. 21. «Cananeo» probabilmente significa «Samaritano». La fede in Dio creatore è intesa nel contesto della sua potenza salvifica. Dio, che ha fondato la terra (12,1), ha il potere di abbattere le montagne (14,4). Colui che ha comunicato all'uomo lo spirito vitale (12,1) può cambiare il cuore dell'uomo, effondere sul suo popolo lo spirito di grazia, allontanando da esso la forza malvagia che lo spinge verso l'idolatria (12,10; 13,2). Dio, che all'inizio della creazione ha separato le acque, aprirà in Gerusalemme una sorgente salutare che purificherà tutti i suoi abitanti (13,1); anzi dalla città santa sgorgheranno acque vive, che produrranno benefici effetti su tutto il popolo eletto (14,8) e su tutte le nazioni (14,17). La signoria universale di Dio è posta in particolare rilievo. A Dio appartengono tutti i popoli: l'Aram (9,1), la Fenicia (9,2s.), la Filistea (9,5ss.) e l'Egitto (14,8-19). Su di essi come su Israele si esercita la sua regale munificenza (14, 9-16). Alla fine dei tempi JHWH regnerà su tutte le nazioni, che renderanno a lui l'omaggio della fede e della fedeltà. Allora sarà eliminata la presenza di chi si ostina a non riconoscere la signoria dell'unico Dio (14,9).

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ZACCARIA 9-14 NEL NT L'ultima parte del libro di Zaccaria è stata largamente utilizzata nel NT, specialmente nei racconti della passione di Cristo. Quattro passi del Deuterozaccaria vengono citati sei volte in modo esplicito e in vario senso nei Vangeli.

Zc 9,9 è citato in senso letterale in Mt 21,5 e Gv 12,5 in occasione della solenne entrata di Gesù in Gerusalemme, quale re messianico. Salito sull'asinello Gesù compì la profezia relativa all'avvento nella città santa del re umile e pacifico. L'acclamazione «figlio di Davide» (cfr. Mt 21,9) dimostra che il nuovo re è riconosciuto come discendente della dinastia davidica.

Mt 26,31 attribuisce a Gesù il testo di Zc 13,7 che parla del pastore percosso e del gregge disperso, in senso accomodatizio. La citazione non è fatta alla lettera, e alla seconda persona del testo originale viene sostituita la prima, probabilmente con l'intento di sottolineare l'analogia esistente tra il testo e la situazione in cui si trovava Gesù al momento precedente il suo arresto.

Mt 27,9s. riporta in modo molto curioso il testo di Zc 11,12 concernente il denaro gettato al vasaio. Sembra che l'evangelista si ispiri al Testo masoretico e alle parafrasi del Targum di Gionata, anziché alla versione greca dei LXX. Si hanno due presentazioni del fatto, una collegata con il tesoro del tempio (cfr. Mt 27,6) e l'altra con il campo del vasaio.

Alla fine del racconto della passione Gv 19,37 cita Zc 12,10, cioè il testo del «trafitto», applicandolo a Gesù morto sulla croce, in senso tipico. Il testo greco si accorda con la versione di Simmaco e Teodozione.

(cf. STEFANO VIRGULIN, Zaccaria – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Purificazione del paese 1In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità. 2In quel giorno – oracolo del Signore degli eserciti – io estirperò dal paese i nomi degli idoli, né più saranno ricordati; anche i profeti e lo spirito di impurità farò sparire dal paese. 3Se qualcuno oserà ancora fare il profeta, il padre e la madre che l’hanno generato, gli diranno: “Non devi vivere, perché proferisci menzogne nel nome del Signore!”, e il padre e la madre che l’hanno generato lo trafiggeranno perché fa il profeta. 4In quel giorno ogni profeta si vergognerà della visione ricevuta facendo il profeta, e non indosserà più il mantello di pelo per raccontare bugie. 5Ma ognuno dirà: “Non sono un profeta: sono un lavoratore della terra, ad essa mi sono dedicato fin dalla mia giovinezza”. 6E se gli si dirà: “Perché quelle piaghe in mezzo alle tue mani?”, egli risponderà: “Queste le ho ricevute in casa dei miei amici”.

Il nuovo popolo 7Insorgi, spada, contro il mio pastore, contro colui che è mio compagno. Oracolo del Signore degli eserciti. Percuoti il pastore e sia disperso il gregge, allora volgerò la mano anche contro i suoi piccoli. 8In tutto il paese – oracolo del Signore – due terzi saranno sterminati e periranno; un terzo sarà conservato. 9Farò passare questo terzo per il fuoco e lo purificherò come si purifica l’argento; lo proverò come si prova l’oro. Invocherà il mio nome e io l’ascolterò; dirò: “Questo è il mio popolo”. Esso dirà: “Il Signore è il mio Dio”.

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Approfondimenti

Purificazione del paese 13,1-6 Il brano, che comprende tre brevi oracoli (v. 1.2.4), è un piccolo trattato sul falso profetismo sia giudaico che idolatrico, con i suoi risvolti cultuali e naturistici.

v. 1. «impurità»: indica l'idolatria (cfr. Ez. 36,17). La «sorgente zampillante» di acqua viva toglie il peccato purificando interiormente il cuore dell'uomo (cfr. Lv 14,8-9; Nm 9,6s; 19,7-9; Ez 36,25).

v. 2. «lo spirito immondo» designa l'attrattiva per i culti idolatrici (cfr. Os 1,2; 2,6; 4,12).

v. 3. «trafiggeranno»: i genitori stessi dei falsi profeti si incaricano di eseguire la pena di morte sui figli, tanto grave è considerato il loro crimine (Dt 13,6; 18,20).

v. 4. «il mantello di pelo» è il capo di vestiario distintivo del profeta (2Re 1,8; Mt 3,4).

v. 5. Il v. ricorda la protesta di Amos 7,4. I falsi profeti affermano la loro appartenenza alla classe agricola, onde evitare di essere smascherati.

v. 6. Le «piaghe» sono delle incisioni fatte dai falsi profeti sul petto o sul viso nei momenti di trance, nell'occasione di certe feste in onore delle divinità pagane della fertilità (cfr. Lv 21,5; Dt 14,1; 1Re 18,28; Ger 5,7); «dei miei amici»: letteralmente «dei miei amanti»; sono i falsi dei, nei cui templi si celebravano le orge cultuali. Ma la risposta del profeta è ambigua, poiché amici possono essere anche i parenti.

Il nuovo popolo 13,7-9 Questo breve poema in versi, isolato dal contesto e ricco di paradossi, contiene minacce e promesse, ed è composto di tre strofe. Si fa riferimento a un enigmatico pastore che viene ucciso (v. 7), al sacro resto (v. 8) e alla nuova alleanza (v. 9). Il brano sembra essere una conclusione delle pericopi 11,4-17 e 13,1.

v. 7. Vigorosa prosopopea della «spada», strumento della giustizia divina. L'identificazione del pastore è incerta. Comunque, si tratta di un capo del popolo, che può essere considerato iniquo o probo. In questo ultimo caso non è infondato riconoscere un riferimento al «trafitto» del v. 12,10. La dispersione delle pecore è la conseguenza dell'uccisione del pastore (cfr. Ez 34,5). Questo v. è citato nel racconto dell'arresto di Cristo e del suo abbandono da parte dei discepoli (Mt 26,31; Mc 14,27).

v. 8. Alla fine dei tempi il popolo subirà delle prove tremende, e rimarrà in vita solo un resto (cfr. Ez 5,1-12). Il tema profetico del sacro resto (cfr. Is 4,3; 6,13; 7,3; 10,20; Mic 4,7; Sof 3;13) è applicato all'era escatologica.

v. 9. Alla fine del v. si trova la tradizionale formula dell'alleanza sinaitica (cfr. Os 2,25; Ger 31,33; Ez 34,21; Zc 8,8).

(cf. STEFANO VIRGULIN, Zaccaria – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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