📖Un capitolo al giorno📚

DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

Vaticinio di rovina 1Mi fu quindi rivolta questa parola del Signore: 2«Figlio dell’uomo, volgiti verso i monti d’Israele e profetizza contro di essi: 3Monti d’Israele, udite la parola del Signore Dio. Così dice il Signore Dio ai monti e alle colline, alle gole e alle valli: Ecco, manderò sopra di voi la spada e distruggerò le vostre alture. 4I vostri altari saranno demoliti e quelli per l’incenso infranti, getterò i vostri cadaveri davanti ai vostri idoli 5e disseminerò le vostre ossa intorno ai vostri altari. 6Su tutto il vostro suolo dove abitate, le città saranno devastate, le alture verranno rese deserte, in modo che i vostri altari siano devastati e resi deserti, e siano frantumati e scompaiano i vostri idoli, siano spezzati i vostri altari per l’incenso e siano eliminate le vostre opere. 7Trafitti a morte cadranno in mezzo a voi e saprete che io sono il Signore. 8Tuttavia farò sopravvivere in mezzo alle nazioni alcuni di voi scampati alla spada, quando vi disperderò nei vari paesi. 9I vostri scampati si ricorderanno di me fra le nazioni in mezzo alle quali saranno deportati: io, infatti, spezzerò il loro cuore infedele, che si è allontanato da me, e i loro occhi, che si sono prostituiti ai loro idoli; avranno orrore di se stessi per le iniquità commesse e per tutti i loro abomini. 10Sapranno allora che io sono il Signore e che non ho minacciato invano di infliggere loro questi mali. 11Così dice il Signore Dio: Batti le mani, pesta i piedi e di’: “Ohimè, per tutti i loro orribili abomini il popolo d’Israele perirà di spada, di fame e di peste! 12Chi è lontano morirà di peste, chi è vicino cadrà di spada, chi è assediato morirà di fame: sfogherò su di loro il mio sdegno”. 13Saprete allora che io sono il Signore, quando i loro cadaveri giaceranno fra i loro idoli, intorno ai loro altari, su ogni colle elevato, su ogni cima di monte, sotto ogni albero verde e ogni quercia frondosa, dovunque hanno bruciato profumi soavi ai loro idoli. 14Stenderò la mano su di loro e renderò la terra desolata e brulla, dal deserto fino a Ribla, dovunque dimorino; sapranno allora che io sono il Signore».

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Vaticinio di rovina 6,1-7,27 Dopo il primo oracolo simbolico indirizzato alla capitale ebraica e ai suoi abitanti, il Signore ne comunica altri due per tutta la Giudea. Nel testo non ne è indicata l'epoca, ma probabilmente il profeta li avrà ricevuti a poca distanza dal precedente.

Il primo consta di tre parti;

  • vv. 1-7, annunzio di rovina per tutto il territorio di Giuda;
  • vv. 8-10, annunzio di conversione per gli scampati alla strage;
  • vv. 11-14, invito a rallegrarsi per l'esemplare punizione inflitta per gli abomini del popolo.

Il secondo, in forma poetica, consta di un preludio e di altre 3 strofe: una solenne proclamazione della fine del regno giudaico: 7,1-27.

6,1-7. L'unità del vaticinio è contrassegnata, come al solito in Ez, dalla formula dell'evento della parola in 6,1 e poi all'inizio del c. 7. Il profeta deve fissare lo sguardo non più sulla città assediata (4,3), ma verso tutta la regione montuosa della Giudea con le sue alture e le sue valli: è il gesto del giudice che pronunzia il verdetto di condanna. Sarà inviato da Dio il suo strumento di castigo, «la spada», cioè gli eserciti stranieri, i quali si abbatteranno su tutto il suolo distruggendone le città e i luoghi sacri. Questi, secondo l'uso dei Cananei, si trovavano sulle alture (v. 6) e consistevano in una specie di cella contenente un altare e degli oggetti di culto (figure in legno o in pietra: «idoli»). Nonostante la centralizzazione del culto jahvista nel tempio di Gerusalemme (Dt 12,1-14), il popolo ebreo fu sempre attirato dalle pratiche religiose dei pagani; e dopo la drastica riforma del re Giosia (2Re 22) era tornato in massa alle alture sacre (Ger 7-10). Il giudizio divino prende di mira tutti questi oggetti di depravazione: i monti collegati con le alture e le stele, e gli abitanti che li venerano. Tutto ciò che si è lasciato corrompere dall'idolatria sarà sottoposto a una serie di operazioni annientatrici: devastazione, distruzione, spezzamento, dissacrazione: ad esprimere il senso di orrore che suscitano. La sorte della terra contaminata segue la condanna dei suoi colpevoli abitanti. La gelosia di JHWH, come fuoco divorante, dimostrerà a chi sopravvivrà la potenza e santità del Dio dei padri (v. 7).

8-10. Il concetto espresso nel v. precedente viene sviluppato in un discorso ancora in 2ª persona (v. 8). Gli scampati si ricorderanno di JHWH, cioè si renderanno conto dell'insensatezza commessa contro il loro Dio, quando per via della grande delusione egli spezzerà il loro cuore adultero e i loro occhi sviati dietro alle fatue divinità: due immagini eloquenti che descrivono nei profeti l'infedeltà della nazione sacra verso lo sposo divino (Ger 3,1ss.; Os 2; 9,1; Ez 16,23); «spezzare il cuore» richiama la durezza del cuore di pietra e, per associazione, quella dello sguardo fisso sugli idoli. Questa breccia muoverà gli animi a sentire disgusto di se stessi (lett. «delle proprie facce», v. 9). Allora cominceranno a riconoscere la grandezza del loro Dio, il quale «non invano aveva minacciato di infliggere loro quei mali» (v. 10): effetto del contrasto tra la fiducia posta negli idoli e il dinamismo sovrumano della parola!

11-14. In corrispondenza con quelle finalità salvifiche, il portavoce del Dio d'Israele è esortato a esplodere in gesti di compiacenza: «Batti le mani, pesta i piedi in terra» (v. 11); si compie la sentenza divina sulla nazione ribelle a mezzo dei tre grandi flagelli, disseminando di cadaveri tutte le zone rese impure dai culti idolatrici, dal nord (Ribla: 2Re 23,33) fino al deserto del sud. Simili espressioni di gioia faranno i nemici di Giuda, compiacendosi della sventura del popolo eletto (25,6); ma il profeta è invitato a rallegrarsi non tanto per l'annientamento della sua nazione, quanto per la manifestazione del giusto giudizio divino, orientato al riconoscimento di JHWH: esattamente come dovrà avvenire ai deportati del 597, che all'apprendere la caduta della città santa non dovranno compiere alcun gesto di lutto, riconoscendo la giustizia di quel castigo (24,23s.). Anche in quest'annunzio il profeta persegue la meta del suo ministero: far sì che i suoi connazionali in esilio si dissocino dai promotori di tanta rovina (i paganeggianti) e si orientino verso il sincero cambiamento del cuore (“occhi e cuore spezzati”, v. 9).

(cf. GAETANO SAVOCA, Ezechiele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Azioni simboliche 1Figlio dell’uomo, prendi una spada affilata, usala come un rasoio da barbiere e raditi i capelli e la barba. Poi prendi una bilancia e dividi i peli tagliati. 2Un terzo lo brucerai sul fuoco in mezzo alla città al termine dei giorni dell’assedio. Prenderai un altro terzo e lo taglierai con la spada intorno alla città. Disperderai al vento l’ultimo terzo, mentre io sguainerò la spada dietro a loro. 3Conservane solo alcuni e li legherai al lembo del tuo mantello; 4ne prenderai ancora una piccola parte e li getterai sulla brace e da essi si sprigionerà il fuoco e li brucerai.

Spiegazione dei simboli A tutta la casa d’Israele riferirai: 5Così dice il Signore Dio: Questa è Gerusalemme! Io l’avevo collocata in mezzo alle nazioni e circondata di paesi stranieri. 6Essa si è ribellata con empietà alle mie norme più delle nazioni e alle mie leggi più dei paesi che la circondano: hanno disprezzato le mie norme e non hanno camminato secondo le mie leggi. 7Perciò, dice il Signore Dio: Poiché voi siete più ribelli delle nazioni che vi circondano, non avete camminato secondo le mie leggi, non avete osservato le mie norme e neppure avete agito secondo le norme delle nazioni che vi stanno intorno, 8ebbene, così dice il Signore Dio: Ecco, anch’io sono contro di te! Farò giustizia di te di fronte alle nazioni. 9Farò a te quanto non ho mai fatto e non farò mai più, a causa delle tue colpe abominevoli. 10Perciò in mezzo a te i padri divoreranno i figli e i figli divoreranno i padri. Porterò a compimento i miei giudizi contro di te e disperderò ai quattro venti quello che resterà di te. 11Com’è vero che io vivo, oracolo del Signore Dio: poiché tu hai profanato il mio santuario con tutte le tue nefandezze e con tutte le tue abominazioni, anche io raderò tutto, il mio occhio non si impietosirà, non avrò compassione. 12Un terzo dei tuoi morirà di peste e perirà di fame in mezzo a te; un terzo cadrà di spada attorno a te e l’altro terzo lo disperderò a tutti i venti e li inseguirò con la spada sguainata. 13Allora darò sfogo alla mia ira, scaricherò su di loro il mio furore e mi vendicherò; allora sapranno che io, il Signore, avevo parlato con sdegno, quando sfogherò su di loro il mio furore. 14Ti ridurrò a un deserto, a un obbrobrio in mezzo alle nazioni circostanti, sotto gli sguardi di tutti i passanti. 15Sarai un obbrobrio e un vituperio, un esempio e un orrore per le genti che ti circondano – io, il Signore, ho parlato – quando in mezzo a te farò giustizia, con sdegno e furore, con terribile vendetta, 16quando scoccherò contro di voi le terribili frecce della fame, che portano distruzione e che lancerò per distruggervi, e quando aumenterò la fame contro di voi, togliendovi la riserva del pane. 17Allora manderò contro di voi la fame e le belve, che ti distruggeranno i figli; in mezzo a te passeranno la peste e la strage, mentre farò piombare sopra di te la spada. Io, il Signore, ho parlato».

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Azioni simboliche 4,1-5,4 I quarto simbolo è il taglio del capelli e della barba del profeta, a indicare l'umiliazione e la distruzione di Gerusalemme. La spada usata come rasoio devastatore (Is 7,20) simboleggia la giustizia divina, che toglie ogni onore al suo popolo (barba e capelli sono l'ornamento dell'uomo: 2Sam 10,4s.; Is 15,2); il pesare e dividere i peli con la bilancia significa l'adeguatezza del castigo di fronte alle iniquità d'Israele: non vi sarà nulla di illeso. Delle tre parti di peli, una sarà consumata dal fuoco dentro la città, l'altra sarà colpita dalla spada attorno ad essa (sono i fuggiaschi uccisi dagli assedianti), la terza sarà costituita dai pochi superstiti dispersi ai 4 venti. I vv. 3-4 sono probabilmente un'aggiunta posteriore dello stesso Ezechiele; sembrano alludere al nucleo dei sopravvissuti (“conservati nel lembo del mantello”, secondo un uso orientale), al fuoco della purificazione esilica. Il testo del v. 4 è molto oscuro.

Chiamata e missione profetica 5,5-17 La spiegazione, data dallo stesso JHWH, puntualizza il senso dei quattro simboli. La città, disegnata nel plastico, è la capitale del popolo eletto. Essa rappresenta tutta la stirpe d'Israele (16,1-3), «di dura cervice», a cui Ezechiele è stato mandato (2,3s.). Era stata scelta dal Signore e collocata in un paese, gioiello di tutte le regioni (20,6), al centro della terra (38,12), perché risplendesse quale popolo suo di fronte alle altre nazioni (Dt 26, 19). Ma essa si è ribellata, trascurando «i decreti» (le prescrizioni concrete e rituali) e «i comandamenti», (le norme fondamentali del decalogo). Ha così superato in empietà le genti per la disistima e il disprezzo (v. 6) mostrati verso il suo munifico benefattore; e, contrariamente agli altri popoliche restano fedeli ai loro dei (Ger 2,10s.) loro sono infedeli! «Ecco, anch’io sono contro di te!» (v. 8): è il grido di chi è stato provocato alla lotta (Na 2,14). In forza della legge del taglione, JHWH annunzia il suo adeguato intervento: sarà corrispondente alla grande malizia degli Israeliti; essi hanno compiuto delitti contro la legge divina e profanazioni contro il santuario agli occhi dei popoli che li circondano (cc. 8.9): si abbatterà su di loro un castigo inaudito, inesorabile, corroborato da un giuramento («Com'è vero ch'io vivo», v. 11), il cannibalismo tra figli e genitori per via della fame (Lv 26,29) e la distruzione totale degli abitanti. È l'irruzione dell'ira divina nel lungo assedio (4,1-8), nella privazione di ogni sostentamento (4, 9-17), nell'umiliazione e nell'annientamento degli abitanti (5,1-4). La frase finale (vv. 14-15) fa inclusione con quella di 5,5: Gerusalemme posta al centro dei popoli per l'onore di JHWH subirà per sua colpa l'estremo «obbrobrio» sotto lo sguardo delle nazioni. In questa esatta corrispondenza, gli Israeliti potranno constatare la realizzazione della parola di JHWH pronunziata dal suo portavoce: riconosceranno cioè che egli aveva parlato nella sua «gelosia», in quanto tradito nella sua fedeltà di sovrano e di sposo (16,38; 36,6): è la consueta conclusione degli interventi divini nella storia, la “formula della autodimostrazione di JHWH” (v. 15).

I vv. 16-17 risentono di Dt 32, 23-35a: Dio viene presentato sotto un nuovo aspetto, come un arciere che lancia contro Gerusalemme le frecce dello sterminio: fame, peste e belve (gli eserciti nemici). I brano può considerarsi un amplificazione. In questa sezione (oracoli simbolici e esplicativi) viene messa in luce la grande sollecitudine di JHWH per il suo popolo. Impegna il suo messaggero a rappresentare al vivo gli interventi punitivi, che i figli d'Israele si sono attirati con la loro ingratitudine: non semplicemente per atterrirli, ma allo scopo di aprire una breccia nel loro animo e farli ravvedere. Essi soffriranno a causa della loro iniquità, ma nella correlazione tra i simboli del castigo e le loro colpe viene offerta la possibilità di riconoscere l'azione del loro sommo benefattore (5,14.15). In Am 4,4-11, Dio si rammarica che Israele non ha saputo scorgere nel ripetuti malanni, da cui era colpito, l'adeguato effetto delle sue ribellioni. Il Signore manda i suoi delegati nelle situazioni di grave crisi e li induce a denunziare in tutti i modi le infedeltà delle sue creature e le rovine che ne conseguiranno: perché al momento opportuno comprendano il loro errore e rinsaviscano. Egli non si compiace della morte del peccatore, dirà espressamente in Ez 18,23; piuttosto desidera che si converta e viva. Egli è il Dio della pietà e della clemenza (16, 5s.). Ci ha creati per amore, per farci felici nel suo amore e ci vuol salvare con l'autentico amore, cioè nella libera adesione alla sua insondabile bontà.

(cf. GAETANO SAVOCA, Ezechiele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Simboli di sventura e spiegazione

Azioni simboliche 1«Figlio dell’uomo, prendi una tavoletta d’argilla, mettila dinanzi a te, disegnaci sopra una città, Gerusalemme, 2e disponi intorno ad essa l’assedio: rizza torri, costruisci terrapieni, schiera gli accampamenti e colloca intorno gli arieti. 3Poi prendi una teglia di ferro e mettila come muro di ferro fra te e la città, e tieni fisso lo sguardo su di essa, che sarà assediata, anzi tu la assedierai! Questo sarà un segno per la casa d’Israele. 4Mettiti poi a giacere sul fianco sinistro e io ti carico delle iniquità d’Israele. Per il numero di giorni in cui giacerai su di esso, espierai le sue iniquità: 5io ho computato per te gli anni della sua espiazione come un numero di giorni. Espierai le iniquità della casa d’Israele per trecentonovanta giorni. 6Terminati questi, giacerai sul fianco destro ed espierai le iniquità di Giuda per quaranta giorni, computando un giorno per ogni anno. 7Terrai fisso lo sguardo contro il muro di Gerusalemme, terrai il braccio disteso e profeterai contro di essa. 8Ecco, ti ho cinto di funi, in modo che tu non potrai voltarti né da una parte né dall’altra, finché tu non abbia ultimato i giorni della tua reclusione. 9Prendi intanto grano, orzo, fave, lenticchie, miglio e spelta, mettili in un recipiente e fattene del pane: ne mangerai durante tutti i giorni in cui tu rimarrai disteso sul fianco, cioè per trecentonovanta giorni. 10La razione che assumerai sarà del peso di venti sicli al giorno: la consumerai a ore stabilite. 11Anche l’acqua che berrai sarà razionata: un sesto di hin, a ore stabilite. 12Mangerai questo cibo fatto in forma di schiacciata d’orzo: la cuocerai sopra escrementi umani davanti ai loro occhi». 13Il Signore mi disse: «In tale maniera mangeranno i figli d’Israele il loro pane impuro in mezzo alle nazioni fra le quali li disperderò». 14Io esclamai: «Signore Dio, mai mi sono contaminato! Dall’infanzia fino ad ora mai ho mangiato carne di bestia morta o sbranata, né mai è entrato nella mia bocca cibo impuro». 15Egli mi rispose: «Ebbene, invece di escrementi umani ti concedo sterco di bue; lì sopra cuocerai il tuo pane». 16Poi soggiunse: «Figlio dell’uomo, ecco io tolgo a Gerusalemme la riserva del pane; mangeranno con angoscia il pane razionato e berranno in preda all’affanno l’acqua misurata. 17Mancando pane e acqua, languiranno tutti insieme e si consumeranno nelle loro iniquità.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Simboli di sventura e spiegazione 4,1-5,17 Interiormente illuminato e istruito sulle modalità e sulle asprezze del suo ministero, il profeta probabilmente nella sua stessa dimora, un giorno, comincia a ricevere una prima serie di messaggi: sono inviti a compiere dei gesti simbolici (4,1-5,4a) e a darne la corrispondente spiegazione agli astanti (5,5b-17). Più volte in seguito si farà riferimento alla casa del veggente quale luogo della proclamazione dei suoi oracoli: ai cc. 8.12.14.20.24; lì vengono a trovarlo gli anziani della comunità; lì esegue altre azioni simboliche; da lì trasmette predizioni e ammonimenti comunicatigli dal Signore. Si comporta come Dio gli ha ordinato (3,24-27): trattenersi in casa, compiere delle scene in silenzio, parlare come e quando lui vorrà.

Azioni simboliche 4,1-5,4 Le azioni simboliche sono dei gesti significativi che il Signore suggerisce ai suoi profeti, come dei mimi o degli audiovisivi (1Re 11,29-39; Is 20,2-6): hanno lo scopo di rappresentare al vivo un dato messaggio e quasi mettere in moto l'evento prefigurato (Ger 51,59-64). Per gli orientali la parola (dābār), specialmente se pronunziata in nome di Dio ed espressa con grande energia e mimata, era come il germe della realtà predetta: «Egli disse e furono creati» (Sal 148,5; Am 7,10; Is 55,10s.).

1-3. Per la prima azione Ezechiele dovrà fornirsi di un mattone d'argilla, che i Caldei usavano per le costruzioni e per incidervi disegni e iscrizioni: probabilmente più ampio del solito. Vi disegnerà la pianta della capitale giudaica, e attorno ad essa modellerà delle opere d'assedio, quali si riscontrano nei documenti assiri: torri e arieti d'assalto, terrapieni per raggiungere le mura, schieramenti di soldati (vv. 1-2). Tra sé e la città, costruita su un'altura, metterà una piastra di ferro come un muro impenetrabile (cfr. Ger 1,18), guardandola con volto adirato: rappresenterà l'inesorabile sdegno di colui che realmente l'assedia. È JHWH infatti che invierà i suoi strumenti di giustizia (9,1; Ger 1,15).

4-8. La seconda azione simboleggia la dolorosa durata dell'assedio e, insieme, degli anni di iniquità d'Israele. Ezechiele dovrà mettersi a giacere, molto probabilmente nelle ore di riposo sia notturno che diurno, sul suo fianco sinistro (il più disagevole), per portare su di esso («scontarne la pena», cfr. Is 53,12) gli anni dell'iniquità del suo popolo, in corrispondenza dei giorni d'assedio di Gerusalemme (v. 4s.). Anche nel libro dei Numeri si parla di corrispondenza tra periodo di iniquità e durata di espiazione: «Secondo il numero dei giorni che avete impiegato per esplorare il paese, quaranta giorni, sconterete le vostre iniquità per quarant'anni» (Nm 14,34). Il testo ebraico parla di «390 giorni» a differenza di quello greco («190»: v. 5); ci sembra preferibile per più motivi: è assodato anzitutto che Ez, quando nomina Israele, si riferisce a tutto il suo popolo, «la casa israelitica di ribelli», e non alle sole 10 tribù del Nord (come pare supponga la lezione dei LXX al v. 6); i 390 anni di colpe equivalgono, così, al periodo di depravazione dell'intera monarchia davidico-salomonica dal 970 ca. al 586 (anno della caduta della capitale, 24,1); e i 390 giorni di espiazione, ai circa 13 mesi della durata dell'assedio di Gerusalemme (cfr. 2Re 25,1.2; Ger 39,1.2, con l'intervallo accennato in Ger 37,5-7); i disagi punitivi a cui si riferiscono i cc. 4-24 riguardano prevalentemente le terribili sofferenze di quel medesimo assedio, e non quelle del prolungato esilio (cc. 7-12; 15; 22; 24); il v. 6, poi, presenta varie incongruenze: se si riferisce solo alla casa di Giuda (37,19), a quali anni di colpa dovrebbero corrispondere i 40 giorni di giacenza sul lato «destro»? Al 40 anni dell'esilio babilonese? Ma questi non si possono chiamare anni di iniquità, bensì di tribolazione. Il v. 6 ha tutta l'apparenza di essere una inserzione con lo scopo di simboleggiare la durata in anni dell'esilio, accanto a quella dell'assedio in giorni! (cfr. v. 8); d'altra parte, i vv. 7-8 si collegano più coerentemente con i vv. 3-5, senza l'intermediario del v. 6. L'eletto di JHwH, pur continuando a identificarsi col suo popolo nella situazione di scomoda giacenza (v. 4 e v. 8), anche qui (come in v. 3) rappresenta lo sdegno del Signore, dirigendo contro il modello della città il suo volto e il braccio «denudato» («disteso») (v. 7). In Is 52,10 Dio ha «snudato il suo santo braccio» per operare efficacemente su tutti i popoli. Il profeta è mediatore e soffre con la sua gente, ma insieme partecipa al pathos del suo misericordioso mandante.

9-17. Il terzo simbolo riguarda le terribili sofferenze dell'assedio. Mentre il veggente starà a giacere per lo più in quella posizione, per 390 giorni dovrà cibarsi con una miscela, abbastanza ripugnante, di legumi e granaglie, del peso di ca. 250-300 grammi al giorno e con acqua razionata. Inoltre avrebbe dovuto cuocere quel pane non come esigevano le norme della purità rituale; ma al profeta-sacerdote, data la sua estrema sensibilità, viene concessa una mitigazione: lo cuocerà, come era uso in Oriente, su ceneri di escrementi bovini. Tuttavia resta confermato il senso di quel pane razionato e eterogeneo: in Gerusalemme verrà meno ogni riserva di sostentamento e si morirà di inedia, e i superstiti si nutriranno del cibo impuro delle genti.

(cf. GAETANO SAVOCA, Ezechiele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Chiamata e missione profetica 1Mi disse: «Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele». 2Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, 3dicendomi: «Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele. 4Poi egli mi disse: «Figlio dell’uomo, va’, rècati alla casa d’Israele e riferisci loro le mie parole, 5poiché io non ti mando a un popolo dal linguaggio astruso e di lingua oscura, ma alla casa d’Israele: 6non a grandi popoli dal linguaggio astruso e di lingua oscura, dei quali tu non comprendi le parole; se ti avessi inviato a popoli simili, ti avrebbero ascoltato, 7ma la casa d’Israele non vuole ascoltare te, perché non vuole ascoltare me: tutta la casa d’Israele è di fronte dura e di cuore ostinato. 8Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. 9Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere, non impressionarti davanti a loro; sono una genìa di ribelli». 10Mi disse ancora: «Figlio dell’uomo, tutte le parole che ti dico ascoltale con gli orecchi e accoglile nel cuore: 11poi va’, rècati dai deportati, dai figli del tuo popolo, e parla loro. Ascoltino o non ascoltino, dirai: “Così dice il Signore”». 12Allora uno spirito mi sollevò e dietro a me udii un grande fragore: «Benedetta la gloria del Signore là dove ha la sua dimora!». 13Era il rumore delle ali degli esseri viventi, i quali le battevano l’una contro l’altra, e contemporaneamente era il rumore delle ruote e il rumore di un grande frastuono. 14Uno spirito mi sollevò e mi portò via; io me ne andai triste e con l’animo sconvolto, mentre la mano del Signore pesava su di me. 15Giunsi dai deportati di Tel-Abìb, che abitano lungo il fiume Chebar, dove hanno preso dimora, e rimasi in mezzo a loro sette giorni come stordito.

Modalità del compito 16Al termine di quei sette giorni mi fu rivolta questa parola del Signore: 17«Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. 18Se io dico al malvagio: “Tu morirai!”, e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. 19Ma se tu avverti il malvagio ed egli non si converte dalla sua malvagità e dalla sua perversa condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato. 20Così, se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette il male, io porrò un inciampo davanti a lui ed egli morirà. Se tu non l’avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate, ma della morte di lui domanderò conto a te. 21Se tu invece avrai avvertito il giusto di non peccare ed egli non peccherà, egli vivrà, perché è stato avvertito e tu ti sarai salvato». 22Anche là venne sopra di me la mano del Signore ed egli mi disse: «Àlzati e va’ nella valle; là ti voglio parlare». 23Mi alzai e andai nella valle; ed ecco, la gloria del Signore era là, simile alla gloria che avevo visto al fiume Chebar, e caddi con la faccia a terra. 24Allora uno spirito entrò in me e mi fece alzare in piedi. Egli mi disse: «Va’ e chiuditi in casa. 25E subito ti saranno messe addosso delle funi, figlio dell’uomo, sarai legato e non potrai più uscire in mezzo a loro. 26Farò aderire la tua lingua al palato e resterai muto; così non sarai più per loro uno che li rimprovera, perché sono una genìa di ribelli. 27Ma quando poi ti parlerò, ti aprirò la bocca e tu riferirai loro: “Dice il Signore Dio”. Chi vuole ascoltare ascolti e chi non vuole non ascolti; perché sono una genìa di ribelli».

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Chiamata e missione profetica 3,1-15 3,1-11. «Mi disse: ... mangia ciò che hai davanti (lett. ciò che si trova qui), mangia questo rotolo» (v. 1); «e fu ... dolce come il miele» (v. 3): sono 4 termini che richiamano Ger 15,16; 36,28; Sal 19,11; 119, 103, dove sono usati come metafore; ma nella visione estatica di Ezechiele si sono materializzati in simboli. Il profeta deve assimilare quel che gli viene presentato dalla mano divina in forma di linguaggio umano e con sentimenti dolorosi; poiché però si tratta di concreti voleri dell'Onnipotente, sono sempre sublimi e preziosi per il credente, pieni di dolcezza.

«Riferisci loro le mie parole» (v. 4); lett. in ebraico: «parla con le mie parole», usando cioè le parole divine (cfr. Es 5,23; Dn 9,6). Il messaggero di JHWH ha un mezzo potente per influire sugli uditori, il dinamismo quasi sacramentale della parola trascendente. «non ti mando a un popolo dal linguaggio astruso..., ma agli Israeliti» (v. 5). Qui conviene sottintendere: nonostante la forza dei miei oracoli, incontrerai rifiuto e opposizione. Infatti Israele non presenta una semplice incomprensione linguistica (come un qualsiasi popolo straniero), ma una chiusura radicale all'essenza del messaggio. La diversità di lingua sarebbe una difficoltà superabile riguardo all'accettazione della parola, come lo fu per l'invito alla conversione rivolto ai Niniviti (Gio 3) e come lo sarà l'annunzio pentecostale di Pietro ai molti non Giudei (At 2, 5-14): non si può dire altrettanto per la durezza di cuore dei figli di Giacobbe, «di dura cervice e di cuore ostinato» (v. 7); non intendono in partenza prestar ascolto alla chiamata divina che vibra nella voce profetica. «non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me» (v. 7a): viene indicata la motivazione profonda del rigetto che il messaggero dovrà subire, e insieme la confortante solidarietà col sovrano mandante: il «cuore di pietra» nei rapporti col creatore. «ti do una fronte dura come la loro... Come dia-mante» (BC: «ti do una faccia tosta quanto la loro...») (vv. 8s.): il compito di persistere a ogni costo è corroborato da un aiuto speciale, sì da realizzare in pieno il significato del nome «Ezechiele» (Dio fortifica): a un più alto impegno dovrà associarsi una maggiore assistenza; non gli bastava un'energia ordinaria. «le parole che ti dico acco-glile nel cuore... e parla» (vv. 10s.): l'azione simbolica della consegna viene alla fine sintetizzata in espressioni pro-prie; «mangiare il rotolo» è accogliere con attenzione quel che Dio andrà dicendo (tempo presente) al suo inviato. Il profeta è colui che sta ogni giorno in ascolto della parola e la trasmette fedelmente (Is 50, 4) nelle singole situazioni, «ascoltino o non ascoltino» (v. 11): una parola viva, esi-stenziale, corrispondente alle scelte libere dell'uomo.

12-15. La scena della chiamata profetica si conclude con la scomparsa della gloria divina e il rientro del neo eletto presso i suoi connazionali di Tel-Aviv. «uno spirito mi sollevò» (v. 12): Ezechiele è ancora sotto l'influsso della rûah, che, come in 2, 1 l'ha messo in piedi, ora lo porta via (lah, v. 14 = essere portato da una forza divina: Gn 5,24) e, senza che egli veda più niente («dietro a me»), gli fa percepire un grande rumore per il sollevarsi (= brum, inf. col b strumentale, invece del TM barük, «benedetta»: cfr. nota) della gloria di JHwH dal luogo dove stava: rumore che proveniva dal muoversi delle ali e delle ruote. Ed egli va pensieroso e concitato sotto l'azione della mano di Dio verso i deportati di Tel-Aviv: una località detta in origine dai Babilonesi Til-abûbi, «colle della inondazio-ne», ma chiamata dagli esuli ebrei, per via dell' assonanza, Tel-'abio, «colle della spiga»: non è stata ancora identiti-cata. Lì Ezechiele rimase sette giorni «come stordito», per la stravolgente esperienza dell'incontro con il Dio santissimo.

Modalità del compito 3,16-27 Questa sezione è composta di due brani, i v. 16-21 e 22-27. Nel primo Ezechiele viene designato come sentinella del suo popolo; nel secondo gli viene comunicato l'ordine di tenersi nella sua casa e di starsene in silenzio, finché non gli viene ingiunto di parlare. Vari autori moderni pensano si tratti di una trasposizione di versetti, da 33,1-9 e da 24,26-27. Ma non è escluso che il profeta stesso abbia ricevuto tali messaggi nel tempo e nel luogo indicati ai vv. 3, 16a e 3,22. Esaminiamoli secondo questa prospettiva. Passano sette giorni. Gli abitanti di Tel-Aviv si son già resi conto di quel che è avvenuto al figlio di Buzì e hanno cominciato a frequentarlo. Il Signore torna a parlare al neo eletto: di quei suoi compagni d'esilio egli è costituito «sentinella». Sentinella è colui che dalla sua posizione può scorgere gli eventuali pericoli per la città e darne tempestivamente l'allarme (Is 56,10; Ger 6,17). Per gli Israeliti il pericolo è una minaccia di morte da parte della giustizia divina; essere portavoce di JHWH è trovarsi nella situazione di chi può avvertirlo con sicurezza. Il carisma profetico, di conseguenza, impone l'obbligo di mettere sull'avviso quei fratelli, che per le loro colpe sono in procinto di essere colpiti da un grave castigo. I veggente è chiamato a stare sulla breccia (22,30), a salvaguardarli.

Anche i n'bî'îm, «profeti», sono considerati responsabili della sorte dei loro connazionali (13,5) e ad alcuni di essi Dio fa presagire i suoi interventi punitivi (Am 3,6). Con stile casuistico proprio dei sacerdoti (Nm 30,3-9) viene presentata una quadruplice eventualità. 1 e 2: la rovina del malvagio che non si converte coinvolgerà o meno il profeta a seconda che questi l'avrà avvertito o no (vv. 17-18; 19-20); 3 e 4: caso simile è quello del giusto che progetta di fare del male; non viene ammonito dal profeta e persevera nel suo proposito; Dio allora disporrà inciampi, mikšôl, occasioni di rovina, come quelle poste da qualcuno sui passi del cieco (Lv 19,14; Ger 6,21), ed egli troverà la morte, senza che possa contare sulle passate opere di bene: il profeta ne sarà responsabile (v. 20); se invece questi con i suoi avvertimenti avrà ottenuto che il giusto desista dai suoi progetti di male, egli avrà salvato il fratello e se stesso (v. 21). Davvero singolare l'agire del mandante divino! Prima di intervenire contro i suoi offensori, istituisce delle scolte nel loro campo, perché siano avvisati del pericolo incombente, si mettano in salvo. E lo fa con tanto zelo da minacciare l'identica rovina alle sentinelle che non avessero adempiuto al loro incarico: un Dio, si direbbe, più sollecito di preservare la vita dei suoi avversari che di difendere la sua giustizia, un Dio di insondabile pietà! Il veggente del Chebar, fin dall'inizio del suo ministero, deve sentirsi strettamente solidale con i suoi compagni di sventura, come il loro gō'ēl, «persona che si assume la responsabilità diretta riguardo al comportamento o alla condotta di un'altra» (11,15); «guai a me (dirà Paolo) se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16).

22-27. In questi versetti viene segnalato al profeta come deve esercitare il suo ministero. Forse dopo qualche giorno dall'incarico di sentinella, egli esperimenta l'azione divina, come nell'apparizione inaugurale (1,3), perché sia preparato alle istruzioni che il Signore vorrà dargli. «Alzati e va' nella valle; là ti voglio parlare» (22b): dovrà anzitutto recarsi in solitudine, presso una valle, probabilmente quella in riva al Chebar, e lì ascoltare dalla voce, che l'ha già consacrato, precise indicazioni. Recatosi lì, confortato dallo spirito, percepisce i nuovi ordini (v. 24): non deve apparire in pubblico, ma starsene come relegato in casa sua (imposizione di catene metaforiche) e rimanere in silenzio (lingua attaccata al palato), in modo da non doverli avvertire: «non sarai più per loro “un censore”» (v. 26). Agli ostinati, «genia di ribelli», gioverà a volte il silenzio dell'ammonitore, perché imparino dai loro guai ad aprirsi all'ascolto di Dio. Ezechiele parlerà solo quando il Signore glielo ordinerà, secondo le sue misteriose disposizioni: «quando poi ti parlerò, ti aprirò la bocca e tu riferirai loro» (v. 27). È stato suggerito di comportarsi così ad altri profeti (Is 8,16-18; Ger 28,11; 42,4.7), e Gesù esorterà i suoi apostoli a scuotere la polvere dai loro piedi di fronte alle città ostili e a rivolgere ad altri il suo lieto annunzio (Mt 10, 14s.).

Già questa prima pericope ci offre importanti temi teologici; anzitutto per la comprensione dell'autentico profeta. Nell'irruzione inattesa di un essere trascendente, il supremo Signore gli si manifesta con tutto il fulgore della sua maestà, facendogli esperimentare l'infinità divina e il nulla della creatura.

In quest'incontro soprannaturale e che non si può contestare, tradotto alla meglio in termini contingenti, si inserisce la chiamata a una missione e la libera radicale docilità del neo eletto. I messaggi che riceve e il compito da eseguire sono in perfetta continuità con la storia rivelatoria, già verificatasi nel suo popolo. È il Dio glorioso del Sinai che si fa presente, viene a trovare i figli d'Israele in terra straniera, per richiamarli all'osservanza della legge data ai padri, pur rispettandoli nella loro libertà. Pone dinanzi ai loro occhi la vita e la morte come nell'antico patto, e lascia a loro l'ascoltare o meno; gli eventi preannunziati grideranno per loro o contro di loro. Il portavoce di JHWH è corredato di una forza sovrumana e di una grande responsabilità: non dovrà mai desistere dall'annunziare e minacciare tutte le volte che gli sarà suggerito dall'interlocutore divino, pena un suo danno. Parlerà con tutta la sua persona, con gesti simbolici, col suo silenzio, con espressioni chiare. Dovrà subire l'urto di un'atavica ostinazione, sarà esposto a durissima prova; ma gli è fatta esperimentare la sovrana efficacia della parola, «dolce come il miele», e la certezza del suo trionfo: «riconosceranno che c'è stato un profeta in mezzo a loro» («sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro») (2,5).

Quando è il Dio vero che si rivela e invia i suoi messaggeri, attraverso le alternanze delle decisioni libere delle sue creature, è il suo piano d'amore e di salvezza che alla fine dovrà realizzarsi: il seme gettato nel campo, in parte spinoso e incolto, a suo tempo, per via del buon terreno e dell'energia stessa del seme, porterà frutto del 30, del 60 e del 100 per uno (Mc 4,8).

(cf. GAETANO SAVOCA, Ezechiele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Chiamata e missione profetica 1Mi disse: «Figlio dell’uomo, àlzati, ti voglio parlare». 2A queste parole, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. 3Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. 4Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. 5Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro. 6Ma tu, figlio dell’uomo, non li temere, non avere paura delle loro parole. Essi saranno per te come cardi e spine e tra loro ti troverai in mezzo a scorpioni; ma tu non temere le loro parole, non t’impressionino le loro facce: sono una genìa di ribelli. 7Ascoltino o no – dal momento che sono una genìa di ribelli –, tu riferirai loro le mie parole.

Consegna dei messaggi 8Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do». 9Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. 10Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Chiamata e missione profetica 2,1-7 «Mi disse» (v. 1): il soggetto non viene nominato; ma l'unico che in questa scena possa parlare è l'essere assiso sul trono, identificato già in 1,3 con JHWH. Il profeta sente ed esperimenta il divino mandante attraverso i segni della sua presenza (una «voce», 1,28; una «mano» 2,9): non lo contempla direttamente. L'espressione ben (figlio) + un sostantivo designa l'individuo di una certa categoria; qui ben-adam (uomo), di fronte agli esseri superumani della scena, potrebbe enfatizzare il carattere di debolezza del veggente prostrato al suolo (= adamâ, «terra»), e da allora (più di 90 volte) costituirà l'appellativo proprio dell'umile figlio di Buzì nei rapporti col celeste interlocutore. Nonostante la sua piccolezza, la voce divina gli ordina di alzarsi (v. 2), perché possa recepire con fiducia le parole del suo signore. Uno “spirito”, infatti, rûah, una forza proveniente dall'alto come quella che muove i quattro viventi, lo solleva e lo abilita all'ascolto. Il veggente non è un automa, ma un essere personale cosciente di fronte al mandante supremo.

3-5. «Io ti mando agli Israeliti» (v. 3): “inviare” è il termine tecnico per l'incarico di messaggero (Is 6,9; Ger 1,7). Gli «Israeliti» qui indica l'intera discendenza di Giacobbe: gli esuli delle 10 tribù del Nord e il resto del regno di Giuda (37,16). Vengono qualiticati «popolo di ribelli». Nel TM si parla di «popoli ribelli»; ma è da intendersi delle varie tribù d'Israele (cfr. Gn 35,11; Dt 33,19).

«Si sono rivoltati» si riferisce per sé al rifiuto di vassallaggio al proprio sovrano; «hanno peccato» alla trasgressione di norme e di obblighi: sono due verbi che sintetizzano la lunga storia di infedeltà dell'intero popolo eletto contro il Dio dell'alleanza e i suoi statuti. «testardi e dal “cuore indurito”» (v. 4a), letteralmente «impudenti di faccia e duri di cuore»: vengono così definiti nella loro ostinatezza psicosomatica, nel loro intimo e nel loro aspetto esterno, in quella caparbietà che sarà spezzata solo dall'immissione di «un cuore di carne» e di «uno spirito nuovo» (36,26).

«Tu dirai loro: Dice il Signore Dio» (v. 4b). L'espressione «dice il Signore» è “la formula del messageero” e denota la fonte delle parole che vengono consegnate (Es 5,10; Gdc 11,15): molto frequente in Ezechiele (circa 130 volte) e in Geremia, quasi a rivendicare la genuinità dei loro oracoli contro le aberranti convinzioni degli uditori. Nel TM di Ez il tetragramma sacro (JHWH) è spesso rafforzato dal nome divino 'adōnāy (=Signore); i LXX traducono con un solo termine «il Signore»; forse nel testo ebraico si tratta di una denominazione originale caratteristica del sommo rispetto del nostro profeta al cospetto dell'infinita maestà, equivalente a «JHWH il Signore» (cfr. Es 23,17; 34,23).

«Ascoltino o non ascoltino... sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro» (v. 5): scopo della missione profetica è la dimostrazione che il Dio d'Israele si è manifestato ancora una volta nelle vicende del suo popolo e persegue il suo indefettibile disegno di salvezza (5,5; 20,5; 36-37; cfr. Os 3). La formula di autodimostrazione di JHWH («e saprete che io sono JHWH... che io ho parlato...») ricorrerà più di 70 volte in seguito: riguarda il riconoscimento di JHWH o della sua presenza fondata sulla verifica di eventi speciali straordinari (ad es. il risorgere di ossa aride: 37,13; o un castigo esemplare: 5,13; o una restaurazione di pura misericordia: 16,62s.).

«Sono una genia di ribelli» (v. 5b), letteralmente «sono una casa di ribellione». Di fronte a “figli di ribellione” di Nm 17,25 e a “popolo di ribellione” di Is 30,9, la frase ezechieliana definisce in radice i suoi connazionali: «sono una discendenza-dinastia di pervicaci».

6-7. «Non li temere» (v. 6): il profeta è prevenuto e incoraggiato per il suo arduo compito. Due immagini dipingono al vivo l'ostilità e le reazioni che l'attendono: circondato da spine e seduto su scorpioni. E ne viene ribadita la ragione: i suoi compagni d'esilio appartengono per nascita a quell'ostinata genia di rivoltosi. Conoscendoli, egli non deve neanche lasciarsene impressionare (v. 7). La sua obbedienza e il suo coraggio dovrà essere frutto non di mancanza di informazione, ma di piena fiducia nel mandante divino; il quale lo rassicura con l'energia della sua parola e con la previsione del successo finale: alla fine sapranno. Un umile mortale, corroborato da una potenza soprannaturale e docile al suo comando, potrà certamente portare a termine la difficile missione affidatagli.

Consegna dei messaggi 2,8-3,13 2,8-9. Il profeta è esortato ad accogliere la parola nella forma che gli viene proposta, in contrasto con coloro che si rifiutano di ascoltarla; benché ossequiente al suo Signore, egli dovrà dar prova di pronta adesione al compito di messaggero di castighi.

«Era scritto all'interno e all'esterno» (v. 9): il rotolo conteneva anche nel retro espressioni di lamento e esclamazioni di dolore («Guai!»: Ger 22,13); erano le reazioni suscitate dalle sventure che si sarebbero abbattute sugli Israeliti: un modo di esprimersi orientale, una specie di metonimia.

(cf. GAETANO SAVOCA, Ezechiele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

VOCAZIONE DI EZECHIELE E ORACOLI CONTRO ISRAELE

La gloria di JHWH e la vocazione

La visione 1Nell’anno trentesimo, nel quarto mese, il cinque del mese, mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del fiume Chebar, i cieli si aprirono ed ebbi visioni divine. 2Era l’anno quinto della deportazione del re Ioiachìn, il cinque del mese: 3la parola del Signore fu rivolta al sacerdote Ezechiele, figlio di Buzì, nel paese dei Caldei, lungo il fiume Chebar. Qui fu sopra di lui la mano del Signore. 4Io guardavo, ed ecco un vento tempestoso avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di metallo incandescente. 5Al centro, una figura composta di quattro esseri animati, di sembianza umana 6con quattro volti e quattro ali ciascuno. 7Le loro gambe erano diritte e i loro piedi come gli zoccoli d’un vitello, splendenti come lucido bronzo. 8Sotto le ali, ai quattro lati, avevano mani d’uomo; tutti e quattro avevano le proprie sembianze e le proprie ali, 9e queste ali erano unite l’una all’altra. Quando avanzavano, ciascuno andava diritto davanti a sé, senza voltarsi indietro. 10Quanto alle loro fattezze, avevano facce d’uomo; poi tutti e quattro facce di leone a destra, tutti e quattro facce di toro a sinistra e tutti e quattro facce d’aquila. 11Le loro ali erano spiegate verso l’alto; ciascuno aveva due ali che si toccavano e due che coprivano il corpo. 12Ciascuno andava diritto davanti a sé; andavano là dove lo spirito li sospingeva e, avanzando, non si voltavano indietro. 13Tra quegli esseri si vedevano come dei carboni ardenti simili a torce, che si muovevano in mezzo a loro. Il fuoco risplendeva e dal fuoco si sprigionavano bagliori. 14Gli esseri andavano e venivano come una saetta. 15Io guardavo quegli esseri, ed ecco sul terreno una ruota al fianco di tutti e quattro. 16Le ruote avevano l’aspetto e la struttura come di topazio e tutte e quattro la medesima forma; il loro aspetto e la loro struttura erano come di ruota in mezzo a un’altra ruota. 17Potevano muoversi in quattro direzioni; procedendo non si voltavano. 18Avevano dei cerchioni molto grandi e i cerchioni di tutt’e quattro erano pieni di occhi. 19Quando quegli esseri viventi si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. 20Dovunque lo spirito le avesse sospinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito degli esseri viventi era nelle ruote. 21Quando essi si muovevano, anch’esse si muovevano; quando essi si fermavano, si fermavano anch’esse e, quando essi si alzavano da terra, anch’esse ugualmente si alzavano, perché nelle ruote vi era lo spirito degli esseri viventi. 22Al di sopra delle teste degli esseri viventi era disteso una specie di firmamento, simile a un cristallo splendente, 23e sotto il firmamento erano le loro ali distese, l’una verso l’altra; ciascuno ne aveva due che gli coprivano il corpo. 24Quando essi si muovevano, io udivo il rombo delle ali, simile al rumore di grandi acque, come il tuono dell’Onnipotente, come il fragore della tempesta, come il tumulto d’un accampamento. Quando poi si fermavano, ripiegavano le ali. 25Ci fu un rumore al di sopra del firmamento che era sulle loro teste. 26Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve qualcosa come una pietra di zaffìro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane. 27Da ciò che sembravano i suoi fianchi in su, mi apparve splendido come metallo incandescente e, dai suoi fianchi in giù, mi apparve come di fuoco. Era circondato da uno splendore 28simile a quello dell’arcobaleno fra le nubi in un giorno di pioggia. Così percepii in visione la gloria del Signore. Quando la vidi, caddi con la faccia a terra e udii la voce di uno che parlava.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

VOCAZIONE DI EZECHIELE E ORACOLI CONTRO ISRAELE Ezechiele era stato condotto in Babilonia, dopo l'espugnazione di Gerusalemme, con la prima ondata di prigionieri (597 a.C.). Costoro, calcolati sulle 20-30 mila persone, furono insediati presso la collina di Tel-Aviv, nelle vicinanze di Babilonia. Dopo i primi disagi cominciarono a sistemarsi secondo i compiti di lavoro ad essi imposti e a riorganizzarsi, come potevano, nella convivenza civile e religiosa: lo raccomandava dalla Giudea Geremia, l'autorevole veggente di Anatot (Ger 29). Non smettevano intanto di interessarsi delle vicende della loro terra e di sognare la disfatta dei potenti loro oppressori e un pronto ritorno in patria (Sal 137). Erano convinti che la loro città santa non poteva rimanere a lungo sotto il giogo dei pagani e che mai costoro sarebbero riusciti ad abbatterla (24,25). Passati 3-4 anni in tale stato, nel luglio del 593 il figlio del sacerdote Buzi, in una mistica esperienza presso il fiume Chebar, riceve la vocazione profetica. Probabilmente egli era nel suo 30° anno di età, quando, se fosse rimasto in patria, avrebbe dovuto iniziare il suo ministero levitico ereditario. L'investitura avviene in una cornice sfolgorante. La maestà di JHWH, che ha la sua dimora tra i cherubini del tempio di Sion, viene à trovarlo presso il luogo di preghiera degli esuli, uno dei canali dell'Eufrate, e gli dà l'invito a essere suo portavoce tra i connazionali suoi compagni. Non gli assicura un facile successo; lo premunisce contro resistenze e opposizioni; alla fine però – gli viene promesso – si dovrà riconoscere la presenza e sollecitudine del Dio dei padri in mezzo ai discendenti d'Israele: in concreto, una tenace missione di recupero e di salvezza per i suoi aberranti fratelli di sventura. Dio rivela la sua indomabile fedeltà al popolo dell'elezione sinaitica (20,ss.). Al raggiungimento di questo progetto il neo eletto prodigherà tutte le sue energie fino all'eroismo. Docile ministro del culto, egli non muove la minima obiezione per il difficile incarico: solo rimane profondamente sconvolto per quel che ha visto e sentito, il fulgore del Dio Altissimo, i pianti e i guai che attendono la sua gente. Appena ripresosi, dà inizio alla proclamazione dei messaggi.

La gloria di JHWH e la vocazione 1,1-3,27 In questa prima unità abbiamo la presentazione autobiografica:

a) dell'esperienza inaugurale del neo eletto (1,1-28); b) della sua chiamata profetica (2,1-7); c) della consegna dei messaggi (2,8-3,16a); d) delle modalità con cui dovrà compiere l'incarico (3,16b-27).

Sono gli elementi costitutivi di un autentico profeta.

In a) vengono descritte le circostanze concrete e le forme dell'apparizione: si tratta di un evento storico che porta i riflessi mentali di chi l'ha vissuto; in b) viene determinata la vocazione, con l'abilitazione all'ascolto, col compito di riferire le parole divine ai destinatari; in c) vi è la consegna dei messaggi, col simbolo del rotolo dei “guai” da assimilare; in d) il comportamento del nuovo messaggero: impegno e responsabilità di sentinella, alternare ritiro e gesti silenziosi a denunce e ammonimenti. Ne risulta una descrizione molto istruttiva di una delle geniali figure profetiche dell'AT: incontro straordinario col Dio trascendente, percezione chiara dei suoi progetti salvifici, rispetto della personalità e contingenza umana, vivo interessamento per la conversione del popolo eletto.

La visione 1,1-28 Il capitolo 1 inizia con la descrizione (vv. 1-3) di data, luogo e inizio della visione. Ezechiele (il cui significato è «Dio ti fortifica»), figlio del sacerdote Buzì, si trovava con i deportati giudei del 597 a.C. presso il canale Chebar, un piccolo affluente dell'Eufrate. Era probabilmente in preghiera. Presso l'acqua corrente gli Ebrei, lontani dal suolo sacro e tra i pagani, ritenevano più facile il contatto col loro Dio. Ricorreva l'«anno trentesimo»; ma non si specifica di quale epoca. Alcuni pensano ci si riferisca all'inizio della riforma deuteronomistico-giosiana (2Re 22,18ss.) e cioè al 621: non è improbabile. Altri, all'età del profeta, in quanto proprio in quell'anno sarebbe entrato in funzione nel tempio quale sacerdote: è possibile anche questo. Altri optano per una correzione del testo in «3°» o «13° anno». Ma nessuna proposta offre prove sicure. Quel che rimane più certo è il riferimento dell'inserzione dei vv. 2-3 in 3ª persona: un redattore, rispettoso del testo autobiografico del maestro, ha allineato la data del «30° anno» con quelle di tutto il libro, computando dalla deportazione del re Ioiachin (aprile 597). Si era cioè nel 5° anno del primo esilio babilonese: il 4 giugno 593.

«I cieli si aprirono» (v. 1): l'espressione è unica nell'AT. La volta celeste si apre per mostrare le realtà soprannaturali (cfr. Mt 3,16; Ap 4,1), cioè per le visioni dell'ambito divino (come in 8,3; 40,2). «Fu sopra di lui la mano di JHWH» (v. 3b): la mano di Dio indica la sua potenza nell'agire (Es 9,3; 1Sam 5,9), il suo impulso nei profeti (2Re 3,15), la forza che abilita Ezechiele a vedere e ascoltare realtà sovrumane (3,22; 8,1; 37,1). Il profeta qui si dichiara sotto l'influsso del Dio onnipotente.

4. La nube incandescente. La descrizione procede per gradi, cioè come si andava presentando allo sguardo del veggente. È un uragano in movimento proveniente dal nord, cioè dalla regione del monte Sion, seguendo la via carovaniera che dalla Palestina scende in Babilonia: è formato da una grande nube incandescente, segno di una presenza sovrumana (Sal 18,8-16; 1Re 19,11), con al centro il luccicare dell'elettro (=hašmal, simbolo, in testi orientali, della divinità). Si intuiva già qualcosa di trascendente.

5-10. I quattro viventi quadrimorfi. Lì in mezzo, dal basso verso l'alto, si individuano quattro esseri animati, detti hayyôt (plurale femminile). A loro vengono applicati pronomi e verbi ora al femminile (12 volte), ora al maschile (33 volte): si trattava di figure sui generis. Tale uso ambiguo del genere non ci autorizza per sé a escludere da questi versi la testimonianza diretta di Ezechiele: lo troviamo altrove anche nel nostro libro. Vi si inseriscono tuttavia doppioni e ripetizioni a opera esclusivamente dei redattori (come alcune frasi dei vv. 11.12.24). I quattro esseri avevano quattro aspetti (v. 6). In ebraico panâm ha un duplice significato: «aspetto» e «faccia»; per cui certi interpreti hanno attribuito quattro facce ai singoli esseri. Alla luce delle figure polimorfe (i karibû) dei palazzi assiri (specie di cariatidi) possiamo immaginarli così: di fronte avevano aspetto umano, cioè viso, petto, mani di uomo, al lato destro forma di leone, al lato sinistro di toro, e nelle ali fattezza d'aquila (v. 10). Tutte le creature sono al servizio del supremo Signore: si mette in risalto il dominio universale di JHwH.

11-25. Ali, ruote, fuoco, fragore. A Ezechiele è familiare l'uso del numero 4 (4 abominazioni nel tempio, c. 8; 4 piaghe nel castigo, c. 14; 4 angoli della terra, c. 37). Nel nostro brano si parlerà ancora di 4 ali, 2 per liberarsi in alto, 2 per coprire il corpo in segno di riverenza; di 4 ruote accanto ai 4 viventi, ricoperte nei cerchioni da borchie rilucenti, quasi vividi occhi: segno del dominio di JHWH su tutta la terra (4 punti cardinali) e della sua onniscienza (tanti occhi). Le gambe affusolate, gli zoccoli solidi come di bronzo, i viventi si muovono diritti davanti a sé, veloci come il baleno (v. 14), senza bisogno di cambiare posizione, poiché a sospingerli è lo stesso spirito che pervade ali, ruote, esseri (vv. 12,17.20). In mezzo a loro si vedono come dei carboni ardenti sprizzanti fuoco (v. 13). Quando tutto il complesso si muove, si ode un fragore immenso, come il tuono di grandi acque. Agli elementi teofanici della tempesta, della nube e del fuoco si aggiunge infine quello del tuono (Es 19; Ab 3): Dio si rivela in tutta la sua potenza.

26-28. La figura umano-divina sul trono. Sopra il capo dei quattro esseri si scorge ora una lastra luminosa, quasi un pezzo di cielo, simile a quella vista da Mosè ai piedi di JHWH in Es 24,10. Vi si erge una specie di trono di zaffiro, su cui appare la figura di un essere dalla sembianza umana, dai bagliori dell'elettro, cioè della divinità (v. 4), avvolto dai fulgori dell'arcobaleno. Il neo sacerdote non esita a riconoscere in tutto l'insieme l'apparizione della maestà divina, il kābôd: che è la manifestazione dell'essere trascendente quale risplende in tutto il creato (Is 6,3; Sal 19,2) e nelle teofanie del monte Oreb (Es 24,17), e si rende percepibile, per concessione dell'alto, agli occhi di alcuni prediletti sia nel tempio, sia fuori (11,23; 43,4). Ezechiele cade faccia a terra: è l'atteggiamento dell'adorazione e della totale dipendenza di fronte al supremo interlocutore: “Ecco l'umile tuo servo, disposto a tutti i tuoi voleri!” (Gdc 13,20; 1Sam 3,10; Dn 8,17s.). Le approssimazioni («come», una «specie di») e qualche incoerenza nelle descrizioni indicano il desiderio del veggente di rendere quanto più esattamente possibile la sostanza della grandiosa visione. La quale, improntata a elementi dell'iconografia biblico-sacerdotale (cherubini alati, emblemi teofanici, ruote per l'arca in processione), con qualche accostamento a figurazioni ambientali, doveva convalidare la missione straordinaria del figlio del sacerdote Buzì in terra pagana.

(cf. GAETANO SAVOCA, Ezechiele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

LETTERA DI GEREMIA

Introduzione 1Per i peccati da voi commessi di fronte a Dio sarete condotti prigionieri a Babilonia da Nabucodònosor, re dei Babilonesi. 2Giunti dunque a Babilonia, vi resterete molti anni e per lungo tempo fino a sette generazioni; dopo vi ricondurrò di là in pace. 3Ora, vedrete a Babilonia idoli d’argento, d’oro e di legno, portati a spalla, i quali infondono timore alle nazioni. 4State attenti dunque a non divenire in tutto simili agli stranieri; il timore dei loro dèi non si impadronisca di voi. 5Alla vista di una moltitudine che prostrandosi davanti e dietro a loro li adora, dite a voi stessi: «Te dobbiamo adorare, Signore». 6Poiché il mio angelo è con voi, ed è lui che si prende cura delle vostre vite.

Gli idoli non possono salvare 7Essi hanno una lingua limata da un artefice, sono coperti d’oro e d’argento, ma sono simulacri falsi e non possono parlare. 8E come per una ragazza amante degli ornamenti, prendono oro e acconciano corone sulla testa dei loro dèi. 9Talvolta anche i sacerdoti, togliendo ai loro dèi oro e argento, lo spendono per sé, e lo danno anche alle prostitute nei postriboli. 10Adornano poi con vesti, come gli uomini, gli dèi d’argento, d’oro e di legno; ma essi non sono in grado di salvarsi dalla ruggine e dai tarli. 11Sono avvolti in una veste purpurea, ma bisogna pulire il loro volto per la polvere del tempio che si posa abbondante su di essi. 12Come il governatore di una regione, il dio ha lo scettro, ma non stermina colui che lo offende. 13Ha il pugnale e la scure nella destra, ma non si libererà dalla guerra e dai ladri. 14Per questo è evidente che essi non sono dèi; non temeteli, dunque!

Gli idoli sono insensibili 15Come un vaso di terra una volta rotto diventa inutile, così sono i loro dèi, posti nei templi. 16I loro occhi sono pieni della polvere sollevata dai piedi di coloro che entrano. 17Come per uno che abbia offeso un re si tiene bene sbarrato il luogo dove è detenuto perché deve essere condotto a morte, così i sacerdoti assicurano i templi con porte, con serrature e con spranghe, perché non vengano saccheggiati dai ladri. 18Accendono lucerne, persino più numerose che per se stessi, ma gli dèi non possono vederne alcuna. 19Sono come una trave del tempio il cui interno, si dice, viene divorato, e anch’essi, senza accorgersene, insieme con le loro vesti sono divorati dagli insetti che strisciano fuori dalla terra. 20Il loro volto si annerisce per il fumo del tempio. 21Sul loro corpo e sulla testa si posano pipistrelli, rondini, gli uccelli, come anche i gatti. 22Di qui potrete conoscere che essi non sono dèi; non temeteli, dunque!

Gli idoli sono svergognati dai loro fedeli 23L’oro di cui sono adorni per bellezza non risplende se qualcuno non ne toglie la ruggine; persino quando venivano fusi, essi non se ne accorgevano. 24Furono comprati a qualsiasi prezzo, essi che non hanno alito vitale. 25Senza piedi, vengono portati a spalla, mostrando agli uomini la loro vile condizione; provano vergogna anche coloro che li servono, perché, se cadono a terra, non si rialzano più. 26Neanche se uno li colloca diritti si muoveranno da sé, né se si sono inclinati si raddrizzeranno, ma si pongono offerte innanzi a loro come ai morti. 27I loro sacerdoti vendono le loro vittime e ne traggono profitto; allo stesso modo le mogli di costoro ne pongono sotto sale una parte e non ne danno né ai poveri né ai bisognosi. Anche una donna mestruata e la puerpera toccano le loro vittime. 28Conoscendo dunque da questo che essi non sono dèi, non temeteli!

Gli idoli non possono aiutare i loro fedeli 29Come dunque si potrebbero chiamare dèi? Poiché anche le donne sono ammesse a servire questi dèi d’argento, d’oro e di legno. 30Nei loro templi i sacerdoti guidano il carro con le vesti stracciate, le teste e le guance rasate, a capo scoperto. 31Urlano alzando grida davanti ai loro dèi, come fanno alcuni durante un banchetto funebre. 32I sacerdoti si portano via le vesti degli dèi e le fanno indossare alle loro mogli e ai loro bambini. 33Gli idoli non potranno contraccambiare né il male né il bene ricevuto da qualcuno; non possono né costituire né spodestare un re. 34Allo stesso modo non possono dare né ricchezze né denaro. Se qualcuno, fatto un voto, non lo mantiene, non lo ricercheranno. 35Non libereranno un uomo dalla morte né sottrarranno il debole dal forte. 36Non renderanno la vista a un cieco, non libereranno l’uomo che è in difficoltà. 37Non avranno pietà della vedova e non beneficheranno l’orfano. 38Sono simili alle pietre estratte dalla montagna quegli dèi di legno, d’oro e d’argento. Coloro che li servono saranno disonorati. 39Come dunque si può ritenere e dichiarare che essi sono dèi?

I Caldei disonorano i loro idoli 40Inoltre, persino gli stessi Caldei li disonorano; questi, infatti, quando vedono un muto incapace di parlare, lo presentano a Bel, pregandolo di farlo parlare, quasi che costui potesse capire. 41Ma, pur rendendosene conto, non sono capaci di abbandonare gli dèi, perché non hanno senno. 42Le donne siedono per la strada cinte di cordicelle e bruciano della crusca. 43Quando qualcuna di loro, tratta in disparte da qualche passante, si è coricata con lui, schernisce la sua vicina perché non è stata stimata come lei e perché la sua cordicella non è stata spezzata. 44Tutto ciò che accade loro, è falso; dunque, come si può credere e dichiarare che essi sono dèi?

Gli idoli sono lavoro delle mani dell'uomo 45Essi sono stati costruiti da artigiani e da orefici; non diventano nient’altro che ciò che gli artigiani vogliono che siano. 46Coloro che li fabbricano non hanno vita lunga; come potrebbero le cose da essi fabbricate essere dèi? 47Essi hanno lasciato ai loro posteri menzogna e vergogna. 48Difatti, quando sopraggiungono la guerra e i mali, i sacerdoti si consigliano fra loro dove potranno nascondersi insieme con i loro dèi. 49Come dunque è possibile non comprendere che non sono dèi coloro che non salvano se stessi né dalla guerra né dai mali? 50In merito a questo si riconoscerà che gli dèi di legno, d’oro e d’argento sono falsi; a tutte le nazioni e ai re sarà evidente che essi non sono dèi, ma opere degli uomini, e non c’è in loro nessuna opera di Dio. 51A chi dunque non è evidente che essi non sono dèi?

Gli idoli non hanno alcun potere 52Essi infatti non potranno costituire un re sulla terra né concedere la pioggia agli uomini; 53non risolveranno le contese né libereranno chi è offeso ingiustamente, poiché non hanno alcun potere. Sono come cornacchie fra il cielo e la terra. 54Infatti, se il fuoco si attacca al tempio di questi dèi di legno, d’oro e d’argento, mentre i loro sacerdoti fuggiranno e si metteranno in salvo, essi bruceranno là in mezzo come travi. 55A un re e ai nemici non potranno resistere. 56Come dunque si può ammettere e pensare che essi siano dèi?

Gli idoli non recano benefici agli uomini 57Né dai ladri né dai briganti si salveranno questi dèi di legno, d’oro e d’argento, ai quali i ladri toglieranno l’oro e l’argento e le vesti che li avvolgevano, e fuggiranno; gli dèi non potranno aiutare neppure se stessi. 58Per questo è superiore a questi dèi bugiardi un re che mostri coraggio oppure un oggetto utile in casa, di cui si servirà chi l’ha acquistato; anche una porta, che tenga al sicuro quanto è dentro la casa, è superiore a questi dèi bugiardi, o persino una colonna di legno in un palazzo. 59Il sole, la luna, le stelle, essendo lucenti e destinati a servire a uno scopo, obbediscono volentieri. 60Così anche il lampo, quando appare, è ben visibile; anche il vento spira su tutta la regione. 61Quando alle nubi è ordinato da Dio di percorrere tutta la terra, esse eseguono l’ordine; il fuoco, inviato dall’alto per consumare monti e boschi, esegue l’ordine. 62Gli dèi invece non assomigliano, né per l’aspetto né per la potenza, a queste cose. 63Da questo non si deve ritenere né dichiarare che siano dèi, poiché non possono né rendere giustizia né beneficare gli uomini. 64Conoscendo dunque che essi non sono dèi, non temeteli!

Le belve sono migliori degli idoli 65Essi non malediranno né benediranno i re; 66non mostreranno alle nazioni segni nel cielo né risplenderanno come il sole né illumineranno come la luna. 67Le belve sono migliori di loro, perché possono fuggire in un riparo e aiutare se stesse. 68Dunque, in nessuna maniera è evidente per noi che essi siano dèi; per questo non temeteli!

Conclusione 69Come infatti uno spauracchio che in un campo di cetrioli nulla protegge, tali sono i loro dèi di legno, d’oro e d’argento; 70ancora, i loro dèi di legno, d’oro e d’argento si possono paragonare a un arbusto spinoso in un giardino, su cui si posa ogni sorta di uccelli, o anche a un cadavere gettato nelle tenebre. 71Dalla porpora e dal bisso che si logorano su di loro comprenderete che non sono dèi; infine saranno divorati e nel paese saranno una vergogna. 72È migliore dunque un uomo giusto che non abbia idoli, perché sarà lontano dal disonore.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Introduzione 6,1-6 1-2. L'esilio babilonese è visto come conseguenza dei peccati degli Israeliti. Diversamente da Ger 25,11; 29,10, la durata dell'esilio non sarà di 70 anni, ma di sette generazioni; Dn 9,24 parla invece di settanta settimane di anni. Può darsi che si faccia allusione all'epoca in cui fu scritta la lettera; ma è anche possibile che si tratti di una cifra simbolica. Dopo un certo tempo, Dio ricondurrà il suo popolo in patria. JHWH parla direttamente agli esiliati in prima persona (cfr. v. 6: «il mio angelo è con voi»).

3-4. Gli idoli sono d'argento, d'oro e di legno: cfr. Sal 115,4; 135,15. L'autore sembra avere davanti agli occhi le impressionanti processioni sacre che si svolgevano a Babilonia, portando a spalla le immagini degli idoli. Il «timore» suscitato dagli idoli non è soltanto la rispettosa riverenza per il divino, ma è la “paura” e l'“intimidazione” cui il culto idolatrico soccombe di fronte a divinità minacciose e vendicatrici. Il ripetuto invito a «non temere» gli idoli è l'affermazione sia della loro nullità sia della loro falsità. Timor creat deos: non così è della fede ebraica. Il biblico “timor di Dio” equivale alla fiducia in Dio.

5-6. L'atteggiamento della minoranza ebraica in diaspora è anzitutto la fedeltà al primo comandamento: «Te dobbiamo adorare, Signore» (cfr. Dt 5,9; 8,19; 11,16, ecc.). Si suggerisce la distanza e il rifiuto interiore, non l'azione rivoluzionaria o violenta contro gli idoli; si mette in guardia dall'imitare i pagani (v. 4), ma implicitamente si invita a una certa tolleranza esteriore. Come l'angelo di Dio guidò e protesse gli Ebrei nel deserto (Es 23,23; 32,34; 33,2), così farà nell'esilio. L'espressione resa con «si prenderà cura di voi» (v. 6) letteralmente suona: «cercherà le vostre vite», echeggiando forse l'ebraico biqqeš nepeš che significa «far pagare con la vita». Le versioni proposte sono varie: per es.: «sonda le coscienze», «veglierà sulle vostre vite», «sarà responsabile delle vostre vite», «chiederà conto delle vostre vite».

Gli idoli non possono salvare 6,7-14 La critica verso gli idoli riguarda anzitutto la loro incapacità di salvare e di salvarsi. Sono opera umana; non sanno nemmeno vestirsi da soli; non sono in grado di proteggersi dalla ruggine e dai tarli; non sono capaci di pulirsi il volto dalla polvere del tempio; hanno scettro, pugnale e scure, segni di potere e di autorità, ma non liberano dalla guerra e dai ladri nemmeno se stessi. La satira identifica le divinità con le loro raffigurazioni fatte di materia inerte e corruttibile. Si screditano anche i sacerdoti idolatri sia per la loro avidità (v. 9) sia per l'uso profanatore dell'oro e argento offerto agli idoli. Non sembra trattarsi di prostitute sacre, poiché, nel tardo greco, il termine tegos significa «postribolo, bordello», senza riferimento a rituali religiosi. Dunque tutto lo sfarzo d'oro e d'argento, di vestiti ornamentali e di segni del potere, non è che illusione e falsità. Gli idoli sono impotenti e vuoti. Non c'è da temerli.

Gli idoli sono insensibili 6,15-22 Continua la critica corrosiva degli idoli, inutili come un vaso di terra andato in frantumi. Essi non vedono, anzi i loro occhi sono pieni della polvere sollevata dai visitatori del tempio; sono circondati da innumerevoli lumi, più di quelli che si usano nelle case, ma essi non ne vedono alcuno. Gli idoli non sono in grado di difendersi e perciò i sacerdoti assicurano i templi con portoni, serrature e spranghe, tenendo gli dei prigionieri, come si fa con i malfattori. La satira diventa brutale: gli idoli sono come le travi del tempio, perché anch'essi e le loro vesti sono divorati dagli insetti; il loro volto si annerisce per il fumo del tempio e sul loro corpo si posano pipistrelli, rondini, e altri uccelli, perfino i gatti. La derisione è feroce: gli idoli sono inutili; invece di proteggere e di salvare, hanno bisogno essi stessi di essere custoditi e salvaguardati. Essi non sono dei!

Gli idoli sono svergognati dai loro fedeli 6,23-28 Gli adoratori di idoli spendono patrimoni ingenti (v. 24: «a qualsiasi prezzo») per fabbricarli, ma i loro idoli nemmeno si rendono conto. I fedeli portano a spalla le statue degli idoli senza piedi, mostrando così a tutti la loro condizione vergognosa di impotente fragilità. Ciò che si fa per gli idoli manifesta non la loro grandezza, potenza, vita, ma il loro nulla. Si fanno loro offerte «come ai morti» (v. 26), perché gli idoli non le toccano nemmeno, mentre i sacerdoti avidi ne approfittano. In Israele, certe offerte avanzate dai sacrifici non potevano essere immesse sul mercato per un consumo “profano” , ma dovevano essere destinate solo al sostentamento dei sacerdoti (Lv 6-7). Invece le offerte fatte agli idoli possono essere acquistate da chiunque, anche da una donna in stato di impurità (v. 27). È una profanazione. In Israele, la legge sulle decime (cfr. Dt 14,28-29; 26,12-14) prevedeva che queste offerte fossero devolute in beneficenza per i più bisognosi. Non così fanno i sacerdoti idolatri, che non danno nulla né ai poveri né ai bisognosi (v. 27). Tutto il culto che dovrebbe onorare gli idoli, in realtà non fa che svergognarli di fronte a tutti, dimostrando che essi non sono dei.

Gli idoli non possono aiutare i loro fedeli 6,29-39 Come si potrebbero chiamare dei degli idoli che non parlano, non possono contraccambiare le offerte ricevute, non arricchiscono e non danno né tolgono potere a un re, non si curano dei voti dei loro fedeli, non liberano né dalla morte né dall'oppressione, non guariscono né consolano, insomma non sono in grado di aiutare chi li adora e li invoca? Gli idoli sono privi di vita, come pietre (v. 38) e i loro fedeli restano sempre delusi (cfr. Is 42,17; 44,11; Ger 10,14). A differenza di quel che accade in Israele, perfino le donne presentano loro offerte (v. 29) e i sacerdoti compiono riti funerari come quelli compiuti a Babilonia per la festa del Nuovo Anno (vv. 30-31), proibiti dalla legge israelitica (cfr. Lv 21,5.10; Dt 14,1), come radersi la testa e stracciarsi le vesti. Il culto diventa inoltre un indegno commercio: i sacerdoti si portan via le vesti preziose donate agli dei e ne rivestono le loro mogli e i loro bambini (v. 32). Si sottintende una netta contrapposizione con JHWH che invece compie tutto ciò che gli idoli non possono fare: costituisce e destituisce re (1Sam 2,8), dà povertà o ricchezza (Prv 30,8), domanda conto dei voti fatti (Dt 23,22), strappa dalla morte (Sal 9,14), libera il debole dal più forte (Sal 35,10), ridona la vista ai ciechi (Is 29,18; 35,5), libera dalle angosce (Sal 25,22), difende le vedove e gli orfani (Sal 68,6; 146,9).

I Caldei disonorano i loro idoli 6,40-44 Sono presentati due esempi: un muto che vuol pregare e la prostituzione.

Il muto è soccorso dai sacerdoti che parlano per lui al dio Bel, ma questi è sordo. La situazione è assurda: un muto vuol parlare a un sordo e i sacerdoti sono mediatori dell'impossibile. Invece JHWH ascolta prima ancora che l'orante pronunci una parola (Sal 139,4; Is 65,24); egli fa parlare i muti (Is 35,6). Bel (= signore) è il nome dato a Marduk, il dio protettore dello stato e della città di Babilonia.

L'altro caso è la prostituzione sacra, di cui parla anche Erodoto, severamente proibita in Israele (Dt 23, 18-19). Erodoto afferma che ogni donna babilonese, una volta nella sua vita, doveva concedersi a un estraneo nel tempio di Afrodite. Qui invece, al v. 42 si dice che le prostitute siedono per la strada cinte di cordicelle e bruciano della crusca. Le cordicelle erano forse un segno di riconoscimento o un simbolo che quelle donne erano tenute legate da forze demoniache. Erodoto menziona le cordicelle ma la loro funzione è diversa: «... (le donne con) il capo cinto da una cordicella... Delle corsie tracciate in tutti i sensi con delle corde tese permettono ai visitatori di circolare tra di loro e di fare la loro scelta». Bruciare della crusca (v. 42) era probabilmente un rito per invocare la divinità: in un inno a Marduk si menziona «la vedova con crusca bruciata». Teocrito (Le incantatrici, 33) menziona questo rito magico: «Ora brucerò crusca». Ma non è chiaro il significato.

Gli idoli sono lavoro delle mani dell'uomo 6,45-51 Gli idoli sono frutto del lavoro di uomini mortali, dunque anch'essi sono mortali. Non possono lasciare ai posteri che menzogna e ignominia. La guerra e le calamità minacciano tanto la vita degli uomini quanto quella degli idoli, anch'essi fragili e mortali. Se gli idoli non possono liberare i re e il loro popolo da guerre e calamità è perché sono privi di ogni qualità divina. Essi sono soltanto opera umana: non godono di vita immortale. Il loro culto è dunque una menzogna e un inganno.

Gli idoli non hanno alcun potere 6,52-56 Con una serie di negazioni si ripete l'argomento: gli idoli “non possono” fare nulla perché «non hanno alcun potere» (v. 53). Essi sono come cornacchie fra il cielo e la terra: non sono nemmeno come nubi benefiche perché non possono concedere la pioggia (v. 52); gracchiano inutilmente! In caso di incendio non sanno mettersi in salvo (v. 54). A un re e ai nemici non possono resistere (v. 55), figurarsi se possono liberare gli oppressi! Sono come semplici cornacchie o corvi, animali impuri, uccelli del malaugurio e messaggeri di sventure (cfr. Is 34,11).

Gli idoli non recano benefici agli uomini 6,57-64 Anzitutto gli idoli non sanno salvare se stessi da ladri, briganti; non hanno nemmeno uno scopo cui servire, come le stelle, il sole, la luna, il lampo, il vento, le nubi o il fuoco; non sono di alcuna utilità, nemmeno quanto una porta che tiene al sicuro o una colonna che sostiene un soffitto. Non hanno né la potenza né l'utilità di tutte queste cose. Dunque gli idoli sono inerti e passivi: a loro si possono fare offerte, ma si può anche derubarli dell'oro, argento e vesti di cui sono rivestiti. Non hanno né vita né potenza. Devoti e ladri per gli idoli sono la stessa cosa. Gli idoli non possono far nulla per gli uomini: né rendere giustizia né beneficarli.

Le belve sono migliori degli idoli 6,65-68 Nell'ambiente babilonese si temevano le maledizioni degli dei e si invocavano le loro benedizioni, si cercava di scrutare – mediante l'astrologia – e di interpretare i segni celesti dati dagli dei. Ma gli astri sono semplici creature di Dio (cfr. Gn 1), al quale obbediscono (v. 59). Perciò non maledicono né benedicono. Anzi sono meno potenti delle fiere, che sono esseri vivi e sanno difendersi. Gli astri sono utili; le fiere sono sottomesse al dominio dell'uomo; ma gli dei sono soltanto disprezzabili. Non sono né utili né temibili. Geremia invitava a non aver paura dei segni del cielo perché «ciò che è il terrore dei popoli è un nulla... gli idoli sono come uno spauracchio in un campo di cocomeri... Non temeteli, perché non fanno alcun male, come non è loro potere fare il bene» (Ger 10,3.5).

Conclusione 69-72 Tre paragoni illustrano la non temibilità degli idoli: sono come uno spaventapasseri in una melonaia (cfr. Ger 10,5), come un cespuglio spinoso nell'orto (cfr. Gdc 9, 15), come un morto gettato nelle tenebre. Si è raggiunto il colmo della satira: gli idoli appartengono al regno dei morti. Come ci si deve guardare dalla morte, così occorre evitare gli idoli e il loro culto. Essi non proteggono e non fanno vivere. Anzi si logorano e si consumano, dapprima nelle loro vesti di porpora e di bisso e poi nel loro interno, diventando una vergogna per chi li adora. È meglio essere persone oneste e pie, che credono in JHWH e non negli idoli, perché non ci si dovrà mai vergognare della propria fede. Infatti «Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina» (Sal 1,6).

(cf. ANTONIO BONORA, Baruc – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

La gloria di Gerusalemme 1Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. 2Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, 3perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. 4Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà». 5Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. 6Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo, come sopra un trono regale. 7Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. 8Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio. 9Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui.

Lettera di Geremia Copia della lettera che Geremia mandò a coloro che stavano per essere condotti prigionieri a Babilonia dal re dei Babilonesi, per annunciare loro quanto era stato ordinato a lui da Dio.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

La gloria di Gerusalemme 5,1-9 Con il linguaggio e le immagini del Secondo Isaia, Gerusalemme è invitata a rivestirsi della gloria splendente di Dio (Is 52,1; 61,10), a indossare il manto della giustizia divina (Is 48,18; 51,5-8; 54,14-17) e a mettersi la corona della gloria dell'Eterno. Dio comunica al suo popolo sia la sua «gloria» sia la sua «giustizia»: la gloria di Dio è menzionata sei volte in dieci versetti (4,37; 5,1.2.4.6.7.9) per indicare la sua presenza vittoriosa, potente ed efficace; il «diadema» (in greco: mitran) è un ornamento del capo portato dalle donne sia sposate (cfr. Gdt 10,3; 16,8) sia non sposate (Is 61,10); più precisamente è un «diadema di gloria» con cui Dio riabilita Gerusalemme, la ristabilisce nei suoi diritti e la fa trionfare sui nemici. Così Dio mostrerà a tutti i popoli una città piena del suo splendore (4,3) e Gerusalemme stessa risplenderà della nuova giustizia che le viene da Dio.

La città riceverà un nome nuovo, segno della sua rinnovata identità (5,4) (cfr. Is 1,26; 60,14.18; 62,4.12). Il “nome” indica anche il ruolo e la missione, i valori che la città dovrà incarnare: la pace, la giustizia, la pietà o rispetto del Signore come sua gloria (5,4).

Dalla posizione di prostrazione nella polvere e di abbattimento dolorante, la città si ergerà in piedi sull'altura (5,5), fiera e lieta per il ritorno dei suoi figli da ogni luogo della diaspora, da occidente a oriente, obbedienti alla parola efficace di Dio. Si realizzano le profezie del Secondo Isaia (40,9; 49,18; 51,17; 60,4). Tutti sono esultanti perché Dio si è ricordato di loro (5,5) intervenendo vittoriosamente.

Il ritorno è un trionfo (cfr. Is 49,22; 60,4.9; 66,12), simile a un corteo regale: si erano allontanati a piedi, ora ritornano come portati su una carrozza regale (5,6; la BC ha «trono», ma sembra trattarsi di una «lettiga, portantina, carrozza»).

Come prevedeva la profezia di Is 40,3-4, la via del ritorno sarà piana, senza asperità e difficoltà; anche il deserto (cfr. Is 41,19) diventerà una selva ombrosa, piena di alberi odorosi (5,8): il cammino sarà gradevole e sicuro sotto la guida della gloria di Dio (cfr. Is 52,12; 58,8). Tutto ciò avverrà perché «Dio ha stabilito» e ha dato un «comando»; tutto è opera sua. Sarà Dio che «ricondurrà Israele con gioia» (5,9). Così egli farà conoscere il trionfo della sua «gloria», della sua «misericordia» e della sua «giustizia».

Nella Vulgata manca la “soprascritta”, perché la lettera è considerata come c. 6 del libro di Baruc; è riportata invece nel testo greco, quella frase che, nel nostro, testo chiude il capitolo 5.

(cf. ANTONIO BONORA, Baruc – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Il dono della sapienza-legge a Israele 3,36-4,4 1Essa è il libro dei decreti di Dio e la legge che sussiste in eterno; tutti coloro che si attengono ad essa avranno la vita, quanti l’abbandonano moriranno. 2Ritorna, Giacobbe, e accoglila, cammina allo splendore della sua luce. 3Non dare a un altro la tua gloria né i tuoi privilegi a una nazione straniera. 4Beati siamo noi, o Israele, perché ciò che piace a Dio è da noi conosciuto.

ORACOLO PROFETICO DI CONSOLAZIONE

Introduzione: restaurazione di Gerusalemme 5Coraggio, popolo mio, tu, memoria d’Israele! 6Siete stati venduti alle nazioni non per essere annientati, ma perché avete fatto adirare Dio siete stati consegnati ai nemici. 7Avete irritato il vostro creatore, sacrificando a dèmoni e non a Dio. 8Avete dimenticato chi vi ha allevati, il Dio eterno, avete afflitto anche colei che vi ha nutriti, Gerusalemme.

Gerusalemme vedova e desolata 9Essa ha visto piombare su di voi l’ira divina e ha esclamato: «Ascoltate, città vicine di Sion, Dio mi ha mandato un grande dolore. 10Ho visto, infatti, la schiavitù in cui l’Eterno ha condotto i miei figli e le mie figlie. 11Io li avevo nutriti con gioia e li ho lasciati andare con pianto e dolore. 12Nessuno goda di me nel vedermi vedova e abbandonata da molti; sono stata lasciata sola per i peccati dei miei figli, perché hanno deviato dalla legge di Dio, 13non hanno riconosciuto i suoi decreti, non hanno seguito i suoi comandamenti, non hanno proceduto per i sentieri della dottrina, secondo la sua giustizia.

Il nemico straniero 14Venite, o città vicine di Sion, ricordatevi la schiavitù in cui l’Eterno ha condotto i miei figli e le mie figlie. 15Ha mandato contro di loro una nazione da lontano, una nazione malvagia di lingua straniera, che non ha avuto rispetto dei vecchi né pietà dei bambini. 16Hanno strappato via i prediletti della vedova e l’hanno lasciata sola, senza figlie».

La solitudine della città 17E io come posso aiutarvi? 18Chi vi ha afflitto con tanti mali saprà liberarvi dalle mani dei vostri nemici. 19Andate, figli miei, andate, io sono rimasta sola. 20Ho deposto l’abito di pace, ho indossato la veste di sacco per la supplica, griderò all’Eterno per tutti i miei giorni.

Il ritorno 21Coraggio, figli miei, gridate a Dio, ed egli vi libererà dall’oppressione e dalle mani dei nemici. 22Io, infatti, ho sperato dall’Eterno la vostra salvezza e una grande gioia mi è venuta dal Santo, per la misericordia che presto vi giungerà dall’Eterno, vostro salvatore. 23Vi ho lasciati andare con dolore e pianto, ma Dio vi ricondurrà a me con letizia e gioia, per sempre. 24Come ora le città vicine di Sion vedono la vostra schiavitù, così ben presto vedranno la salvezza che vi giungerà dal vostro Dio; essa verrà a voi con grande gloria e splendore dell’Eterno. 25Figli, sopportate con pazienza la collera che da Dio è venuta su di voi. Il tuo nemico ti ha perseguitato, ma vedrai ben presto la sua rovina e gli calpesterai la nuca. 26I miei teneri figli hanno camminato per aspri sentieri, sono stati portati via come gregge rapito dal nemico.

La conversione 27Coraggio, figli, gridate a Dio, poiché si ricorderà di voi colui che vi ha afflitti. 28Però, come pensaste di allontanarvi da Dio, così, ritornando, decuplicate lo zelo per ricercarlo; 29perché chi vi ha afflitto con tanti mali vi darà anche, con la vostra salvezza, una gioia perenne.

La maledizione dei nemici 30Coraggio, Gerusalemme! Colui che ti ha dato un nome ti consolerà. 31Sventurati coloro che ti hanno fatto del male, che hanno goduto della tua caduta; 32sventurate le città in cui sono stati schiavi i tuoi figli, sventurata colei che li ha trattenuti. 33Come ha gioito per la tua caduta e si è allietata per la tua rovina, così si affliggerà per la sua solitudine. 34Le toglierò l’esultanza di essere così popolata, la sua insolenza sarà cambiata in dolore. 35Un fuoco cadrà su di essa per lunghi giorni per volere dell’Eterno, e per molto tempo sarà abitata da dèmoni.

La gioia viene da Dio 36Guarda a oriente, Gerusalemme, osserva la gioia che ti viene da Dio. 37Ecco, ritornano i figli che hai visto partire, ritornano insieme riuniti, dal sorgere del sole al suo tramonto, alla parola del Santo, esultanti per la gloria di Dio.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

ORACOLO PROFETICO DI CONSOLAZIONE 4,5-5,9 Mentre la seconda parte era di tipo sapienziale, la terza è di stile protetico-lirico, ispirata al modelli del Secondo e Terzo Isaia. I frequenti imperativi richiamano in particolare Is 51,9-52,6. Si articola in tre sezioni:

  • nella prima il profeta parla al popolo (4,5-8),
  • nella seconda è Gerusalemme che si rivolge ai suoi figli (4,9-29),
  • nella terza ancora il profeta parla a Gerusalemme (4,30-5,9).

Il tono cambia: dalla lamentazione alla speranza, dalla tristezza alla gioia. Il centro geografico (e teologico) non è più l'esilio, ma Gerusalemme, punto da cui si contempla il movimento di allontanamento e di ritorno. Lo sguardo si volge ad oriente (4,36), si fa poi universale «da occidente ad oriente» 5,5). Ma soltanto gli Israeliti sono in movimento verso Gerusalemme, non i popoli pagani come in Is 2,2-5; Is 66; Zc 8,20-23.

Al posto della relazione di alleanza subentrano immagini di rapporti familiari: Dio è come un Padre che ha creato, allevato e nutrito i suoi figli (4,7-8), Gerusalemme è una madre feconda di figli (4,10), divenuta vedova desolata (4,12.16) e sola (4,19), ma che ora li vede ritornare esultanti (4,37); Gerusalemme è la sposa dell'Eterno, alla quale egli ha dato un nome (cfr. Sal 46,5; Is 60,14; Is 62,1-9; «dare un nome» è farla la propria città-sposa). Dio è chiamato «l'Eterno» otto volte (4,10.14.20.22[2 volte].24.35; 5,2) oppure «Dio eterno» (4,8).

Importante è la simbolica del vestito: «l'abito di pace» (4,20), «la veste del lutto e dell'afflizione» (5, 1), «il manto della giustizia» (5,2).

Alcuni segnali di struttura sottolineano, con la loro ripetizione, l'unità dell'intero brano: «Coraggio, popolo mio» (4,5; cfr. 4,21.27.30); «Ascoltate, città vicine di Sion» (4,9; cfr. 4,14); «Guarda ad oriente, Gerusalemme» (4,36; cfr. 5,5).

Il tema dominante è il ritorno alla città santa dalla dispersione attraverso la conversione a Dio. Se il popolo si converte al suo Dio, allora l'Israele disperso ritroverà la sua unità intorno al suo centro, Gerusalemme.

Il parallelismo tra questa parte di Baruc e l'apocrifo Salmo 11 di Salomone (metà del sec. I a.C.) e la probabile dipendenza del nostro testo da codesto scritto giudaico fanno concludere che verosimilmente Baruc non ebbe la sua redazione definitiva prima della metà del I sec. a.C.

Introduzione: restaurazione di Gerusalemme 4,5-8 Con riferimento a Dt 32,15-21, si afferma che Israele fu consegnato in mano ai suoi nemici a causa della sua cattiva condotta (cfr. Is 50,1) e per la sua idolatria. I «demoni» (in greco: daimoniois) sono i falsi dei e gli idoli (cfr. Sal 106,37-38; 96,5 LXX: daimonia per «idoli»). Il popolo ha «irritato» il suo creatore, per usare una terminologia cara al Dt e a Ger; ha «dimenticato» l'Eterno, il vero Dio (cfr. Is 40,28), da cui ha avuto la vita (Dt 32, 18); ha «afflitto» la propria madre, Gerusalemme. Tuttavia esso conserva la memoria e il nome di Israele (4,5) e le promesse di Dio. Non è dunque destinato all'annientamento e può sperare nella liberazione.

Gerusalemme vedova e desolata 4,9-13 La metropoli di Gerusalemme, ora privata dei suoi figli e figlie, rimasta vedova (cfr, Lam 1,1), spiega alle «città vicine» (4,9) la sventura che l'ha colpita. Le «città vicine» sono le capitali dei regni vicini (cfr. Ez 16,57; 23,48). La madre addolorata, che ha visto andarsene i figli, riconosce coraggiosamente la causa della loro dispersione: con terminologia deuteronomistica, sono «i peccati dei miei figli» (v. 12), che deviarono dalla legge (cfr. Dt 5,32; 9,12-16; Gs 23,6; 1Re 15,5), non si curarono dei decreti di Dio (cfr. 2Re 17,26), non seguirono i suoi comandamenti (cfr. Dt 8,6; 10,12; 26,17; 28,9; 30,16); non hanno seguito i sentieri o la via della giustizia (cfr. Prv 8,20). La vedova esclama: «Dio mi ha mandato un grande dolore» (4,9), segno dell'ira divina. Che senso ha la metafora dell'ira divina? Dire che Dio è adirato o che Dio invia un dolore significa aiutare il peccatore a porsi davanti a Dio e dire: contro te solo ho peccato! Infatti misura del peccato è il “davanti a Dio” e non la coscienza del peccatore. E per questo che occorre che un altro denunzi il peccato, perché la coscienza è essa stessa inclusa nel peccato e diventa menzogna e malafede. L'ira divina è una metafora per annunciare il peccato.

Il nemico straniero 4,14-16 Come era stato minacciato nelle maledizioni di Dt 28,49-50 e da Geremia (5,15.17; 6,22-23), Dio ha mandato contro Israele un popolo lontano, straniero, crudele e senza pietà per nessuno, nemmeno per i vecchi e i bambini. Ancora è rimarcato che è stato l'Eterno a condurre in schiavitù (4,14). Se Dio non fosse presente, la condizione del suo popolo gli sarebbe estranea; attribuirla a lui è un modo per dire che egli può anche cambiarla.

La solitudine della città 4,17-20 La “madre” Gerusalemme si rivolge ai suoi figli, non invitandoli alla ribellione contro il Signore bensì affermando: «Chi vi ha afflitto... saprà liberarvi» (4,18). Addirittura esclama: «Andate, ...andate» (4,19). Non è possibile evitare ogni male, sfuggire ad ogni sventura. Sarebbe un'illusione pensare di potersi sottrarre a qualsiasi disgrazia. La madre ha deposto «l'abito di pace», cioè dei tempi felici; ha indossato il cilicio della penitenza, della supplica fiduciosa all'Eterno che può cambiare la sua condizione miserevole.

Il ritorno 4,21-26 Ecco la certezza della madre: «Dio vi ricondurrà a me con letizia e gioia, per sempre» (4,23). La salvezza (4,24) non tarderà, anzi verrà «ben presto» (4,22.24.25). Dio è il salvatore: egli libererà (4,21), opererà la salvezza come «Eterno vostro salvatore» (4,22), «vi ricondurrà a me» (4,23). Da Dio verrà allora «letizia e gioia», che durerà per sempre (4,23). Dio farà trionfare la sua «misericordia» (4,22), la sua «grande gloria» e il suo «splendore» (4,24). Il ritorno, insomma, sarà opera di Dio, sua “grazia”; in lui dunque occorre sperare (4,22), gridando a lui (4,21: «gridate a Dio»). Allora apparirà la rovina del nemico (4,25) e la sua reale debolezza, tanto che Israele calcherà il piede sul suo collo, cioè lo dominerà e gli sarà superiore (4,25; cfr. Gs 10,24), vittorioso. I piedi delicati degli Israeliti hanno dovuto camminare per aspri sentieri (4,26), il popolo era stato ridotto a un gregge rapito dal nemico (4,26), ma la «tenera e voluttuosa» (Is 47,1) Babilonia scenderà dal suo trono e siederà sulla polvere.

La conversione 4,27-29 Ora l'esortazione è a convertirsi al Signore, a decuplicare lo zelo per ricercarlo (4,28). Questo è il kerygma centrale: il ritorno attraverso la conversione; «decuplicate»: il numero dieci indica la totalità e perciò anche la continuità della ricerca (cfr. Nm 14,22; Gb 19,3). Dio infatti «si ricorderà di voi», cioè interverrà a vostro favore, potendo liberarvi dalla prova che egli controlla e domina, poiché egli «vi ha provati» (4,27). La salvezza, e la gioia perenne (cfr. Is 35,10; 51,11; 61,7) che ne consegue, saranno dono di Dio. In realtà non sarà Dio a “cambiare” atteggiamento, ma gli Israeliti che si erano allontanati da Dio (4,28) e ora ritornano a lui e lo ricercano.

La maledizione dei nemici 4,30-35 Una promessa di consolazione (come in Sof 3,16) per Gerusalemme: Dio stesso la consolerà (cfr. Is 51,3.12), ossia cambierà la sua condizione perché la città gli appartiene, avendole egli dato un nome (4,30). Ma non può mancare la maledizione per chi ha oppresso, trattenuto e ridotto in schiavitù gli Israeliti, per chi ha goduto e gioito per la rovinosa caduta di Gerusalemme. La principale responsabile è l'innominata Babilonia, che «ha trattenuti» (4,32) i figli di Gerusalemme schiavi. Essa sarà devastata, spopolata, riempita di lutti: il giudizio divino piomberà su di essa come un fuoco (cfr. Is 47,14) e per molto tempo sarà abitata da «demoni» (4,35; cfr. Is 13,19-21 dove si parla di «satiri», ma nella versione greca di «demoni»). Si tratta probabilmente della credenza che i luoghi deserti e disabitati fossero la dimora dei demoni. «Maledire» significa escludere dalla propria vita, quindi negare qualsiasi connivenza e corresponsabilità. Chi ha oppresso, ucciso, devastato deve sentire una condanna inequivocabile. Il duro linguaggio della maledizione è un modo per esprimere la sete di giustizia, il desiderio che nel mondo finisca per sempre il dominio del male.

La gioia viene da Dio 4,36-37_ Il ritorno dei figli dalla diaspora e dall'esilio è «la gioia che ti viene da Dio» (4,36). Non solo tornano dall'oriente (=esilio), ma «dall'oriente all'occidente» (4,37), da ogni luogo della diaspora. Tutti sono guidati dalla parola del Santo (4,37), sono «riuniti» come un solo popolo ed esultanti non per una vittoria propria ma «per la gloria di Dio» che si manifesta potente e invincibile. Le promesse si adempiono: «guarda, osserva, ecco»; non si tratta del futuro, ma del presente.

(cf. ANTONIO BONORA, Baruc – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage

Richiesta di perdono 1Signore onnipotente, Dio d’Israele, un’anima nell’angoscia, uno spirito tormentato grida verso di te. 2Ascolta, Signore, abbi pietà, perché abbiamo peccato contro di te. 3Tu regni per sempre, noi per sempre siamo perduti. 4Signore onnipotente, Dio d’Israele, ascolta dunque la supplica dei morti d’Israele, dei figli di coloro che hanno peccato contro di te: essi non hanno ascoltato la voce del Signore, loro Dio, e siamo stati attaccati dai mali. 5Non ricordare le ingiustizie dei nostri padri, ma ricòrdati ora della tua potenza e del tuo nome, 6poiché tu sei il Signore, nostro Dio, e noi ti loderemo, Signore. 7Per questo tu hai posto il timore di te nei nostri cuori, perché invocassimo il tuo nome. E ti loderemo nel nostro esilio, perché abbiamo allontanato dal nostro cuore tutta l’ingiustizia dei nostri padri, i quali hanno peccato contro di te. 8Eccoci ancora oggi nel nostro esilio, dove tu ci hai disperso, oggetto di obbrobrio, di maledizione e di condanna per tutte le ingiustizie dei nostri padri, che si sono ribellati al Signore, nostro Dio».

POEMA SULLA SAPIENZA

Esortazione e invito alla sapienza 9Ascolta, Israele, i comandamenti della vita, porgi l’orecchio per conoscere la prudenza. 10Perché, Israele? Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? 11Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi? 12Tu hai abbandonato la fonte della sapienza! 13Se tu avessi camminato nella via di Dio, avresti abitato per sempre nella pace. 14Impara dov’è la prudenza, dov’è la forza, dov’è l’intelligenza, per comprendere anche dov’è la longevità e la vita, dov’è la luce degli occhi e la pace.

Il potere non dà la sapienza 15Ma chi ha scoperto la sua dimora, chi è penetrato nei suoi tesori? 16Dove sono i capi delle nazioni, quelli che dominano le belve che sono sulla terra? 17Coloro che si divertono con gli uccelli del cielo, quelli che ammassano argento e oro, in cui hanno posto fiducia gli uomini, e non c’è un limite ai loro possessi? 18Coloro che lavorano l’argento e lo cesellano senza rivelare il segreto dei loro lavori? 19Sono scomparsi, sono scesi negli inferi e altri hanno preso il loro posto. 20Generazioni più giovani hanno visto la luce e hanno abitato sopra la terra, ma non hanno conosciuto la via della sapienza, 21non hanno compreso i suoi sentieri e non si sono occupate di essa; i loro figli si sono allontanati dalla loro via.

La presunta sapienza dei popoli 22Non se n’è sentito parlare in Canaan, non si è vista in Teman. 23I figli di Agar, che cercano la sapienza sulla terra, i mercanti di Merra e di Teman, i narratori di favole, i ricercatori dell’intelligenza non hanno conosciuto la via della sapienza, non si sono ricordati dei suoi sentieri. 24O Israele, quanto è grande la casa di Dio, quanto è esteso il luogo del suo dominio! 25È grande e non ha fine, è alto e non ha misura! 26Là nacquero i famosi giganti dei tempi antichi, alti di statura, esperti nella guerra; 27ma Dio non scelse costoro e non diede loro la via della sapienza: 28perirono perché non ebbero saggezza, perirono per la loro indolenza.

Dio solo conosce la via della sapienza 29Chi è salito al cielo e l’ha presa e l’ha fatta scendere dalle nubi? 30Chi ha attraversato il mare e l’ha trovata e l’ha comprata a prezzo d’oro puro? 31Nessuno conosce la sua via, nessuno prende a cuore il suo sentiero. 32Ma colui che sa tutto, la conosce e l’ha scrutata con la sua intelligenza, colui che ha formato la terra per sempre e l’ha riempita di quadrupedi, 33colui che manda la luce ed essa corre, l’ha chiamata, ed essa gli ha obbedito con tremore. 34Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito; 35egli le ha chiamate ed hanno risposto: «Eccoci!», e hanno brillato di gioia per colui che le ha create.

Il dono della sapienza-legge a Israele 36Egli è il nostro Dio, e nessun altro può essere confrontato con lui. 37Egli ha scoperto ogni via della sapienza e l’ha data a Giacobbe, suo servo, a Israele, suo amato. 38Per questo è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

Richiesta di perdono 3,1-8 Quest'ultima sezione della preghiera rinnova la richiesta di perdono: «Ascolta, Signore, abbi pietà, perché abbiamo peccato contro di te» (3,2). Il popolo è ancora esiliato 3,8: «siamo ancor oggi esiliati e dispersi»), ma il cuore è cambiato, riempito del timore di Dio (3,7) e liberato da tutta l'iniquità dei padri (3,7). L'anima è angosciata, afflitta, e lo spirito è tormentato e abbattuto (3, 1), ma ora il «timore di Dio» (3,7), cioè il rispetto e il riconoscimento e l'adesione al Signore secondo l'accezione deuteronomica, fa sgorgare la lode (3,7: «Noi ti lodiamo») insieme con la supplica e il pentimento. Nasce una generazione nuova, che si è allontanata spiritualmente dalla via peccaminosa dei padri, che hanno traviato. L'obbrobrio, la maledizione e la condanna per le iniquità commesse dai padri ribelli (3,8) pesano ancora sul popolo d'Israele. Ma ora è rinata la speranza nel Kyrios pantokratōr («Signore onnipotente») che guida e protegge il popolo perché è il «Dio di Israele» (3,1.4). E alla potenza di Dio che l'orante fa appello (3,5: «ricordati ora della tua potenza») e al suo «nome» (3,5), cioè a quello che Dio è ed ha mostrato nella storia di voler fare. Questa è «la supplica dei morti d'Israele» (3,4), di coloro che continuamente periscono (3,3), mentre Dio è un re eterno. Israele si percepisce come “morto”, oppresso dalle conseguenze delle colpe commesse dai padri, che si sono ribellati al Signore. E la condizione che emerge pure nei vari salmi di lamentazione, quando l'orante sente su di sé gli artigli della morte per i mali che l'opprimono. Forse si può vedere un'allusione a Ez 37,11 in cui l'esilio equivale alla morte. Alcuni uppongono che dietro il greco tethnēkotōn («morti») si debba pensare a un ebraico mētîm («mortali, condannati a morte», cfr. Sal 79, 11); altri ancora ipotizzano un testo ebraico che avesse m'tē («uomini, genti [di Israele]») invece di mētē («morti»). Non sembra comunque che si tratti della supplica sia degli Israeliti già morti sia dei figli di coloro che peccarono. I «morti» sono i figli di coloro che hanno peccato e ora sopportano i mali conseguenti (cfr. 1,20). Si tratta di “morte” in senso metaforico.

POEMA SULLA SAPIENZA 3,9-4,4 Questo testo è una composizione unitaria, che gli studiosi considerano originariamente autonomo, probabilmente in lingua ebraica. I vv. 3, 9-13 lo collegano con la prima parte di Bar 1,15-3,8 spiegando l'esilio come conseguenza dell'abbandono della sapienza. Anche i vv. 3,37b-4,4 sono funzionali alla prima parte del libro; dicono che cosa ora si deve fare: il popolo del Signore deve seguire la legge di Dio, che è il mezzo per operare il cambiamento radicale rispetto al passato. Il poema si ispira a Gb 28, Sir 24, Dt 4 che identificano sapienza e torah.

Il tema-guida è suggerito dalla ripetizione dell'espressione «la via della sapienza» (vv. 20.23.27.31.37). Il tono e lo stile sapienziale differiscono sia da 1,15-3,8 sia dal discorso profetico di 4,5-5,9. Si evita, in particolare, il linguaggio antropomorfico. È difficile stabilire una datazione e il luogo di origine. Poiché si ispira a Sir 24, deve collocarsi tra il Il e il I sec. a.C. Lo scopo è didattico-esortativo: vuole mostrare a Israele che la via della sapienza si trova soltanto presso il Signore; lo sappia Israele e si regoli di conseguenza, cercando la prudenza (=phronesis vv. 9.14), l'intelligenza (=synesis vv. 14.23.32), la sapienza o il sapere (epistème vv. 20.27.37).

Si tratta di una “ricerca” della sapienza, come sottolineano i verbi e i sostantivi che alludono a un “cammino” da compiere: via (vv. 20.23.27.31.37), camminare (3,13; 4,2), sentieri (vv. 3,13.21.31), salire e scendere (3, 19.29). Israele deve scoprire la via giusta e mettersi in cammino su di essa se vuol vivere. In 3,9.14 e 4,2 abbondano gli imperativi esortativi (ascolta, porgi l'orecchio, impara, ritorna, cammina).

Tutto il poema è una composizione ritmica; ogni versetto consta di due stichi, eccetto 3,12 che ha un solo stico. Il poema si articola in tre parti:

a) 3, 9-14: esortazione e invito alla sapienza; b) 3, 15-35: inno alla sapienza; c) 3, 36 – 4, 4: il dono della sapienza, identificata con la torah.

La sezione centrale è a sua volta articolata in tre parti:

1) 3,16-21: è rivolta ironicamente ai governanti che non hanno trovato la sapienza; 2) 3,22-28: constata l'insuccesso dei popoli tradizionalmente considerati come saggi; 3) 3,29-35: risponde alla domanda formulata al v. 15, è il creatore che solo conosce la sapienza.

Esortazione e invito alla sapienza 3,9-14 L'inizio evoca Dt 4,1: «Ora, Israele, ascolta le leggi». Si tratta di «comandamenti della vita», che conducono alla vita (cfr. Es 20,12; Dt 4,1-4; 30,15; Ez 33,15); sono la legge della vita (Sir 17,9; 45,5). La «prudenza» (v. 9) è la conoscenza pratica della volontà di Dio equivalente di «intelligenza» (v. 14). Ciò cui conducono prudenza e intelligenza è “una buona qualità della vita” (in greco: zōē) e non semplicemente la vita in senso fisiologico (in greco: bios). La «vita» (vv. 9.14) è pace (vv. 13.14), longevità (v. 14), è luce degli occhi o gioia di vivere (v. 14), è forza morale e spirituale (v. 14). Insomma è semplicemente il contrario della condizione dei morti che scendono negli «inferi» (v. 11), ai quali può essere paragonato il popolo di Israele che vive in terra nemica, anzi ormai da lungo tempo «invecchia in terra straniera» (v. 10), contaminandosi con gli stranieri che sono come cadaveri (v. 11; cfr. Lv 11,29; Lv 21,1-3; Nm 19,11-13 sulla contaminazione per contatto coi cadaveri).

Israele si trova in esilio perché ha abbandonato la fonte della sapienza (cfr. Ger 2,13), cioè Dio dal quale viene ogni sapienza (Sir 1,1). La sapienza divina è espressa concretamente nei comandamenti della vita (v. 9), che sono chiamati anche «sentieri di Dio» (v. 13). Israele ha smarrito la «via» della sapienza, ora deve apprendere a conoscere «dov'è» (ripetuto 4 volte al v. 14). Ritorna la domanda dell'inno di Gb 28: «chi ha trovato il luogo della sapienza?» (cfr. Gb 28, 12-20 e Bar 3, 15). La storia avrebbe seguito un corso diverso se Israele avesse obbedito ai comandamenti della vita.

Il potere non dà la sapienza 3,15-21 Innanzitutto si dice che cosa non ha dato l'accesso alla sapienza: non il potere politico, non la ricchezza o le attività commerciali o il lavoro dell'artigiano. Il testo di Gb 28,12-20 resta sempre sullo sfondo: nessun uomo ha trovato i tesori della sapienza. Non hanno scoperto la sapienza i capi delle nazioni (3,16) che, come Nabucodonosor, dominano perfino sulle fiere (cfr. Ger 27,6) e si divertono con gli uccelli del cielo (cfr. Gb 40,29); essi ammassano argento e oro, dai quali gli uomini si aspettano sicurezza, una qualità buona della vita, potenza. Questi capi delle nazioni sono come artigiani presi totalmente dall'argento da cesellare con un'arte che non vogliono svelare (3, 17). Ma i loro piani segreti e la loro arte consumata non sono la sapienza. Anche i capi delle nazioni sono comuni mortali: muoiono e scendono agli inferi come tutti gli altri, senza possibilità di ritorno, lasciando ad altri il loro posto (3,19). Sorgono nuove generazioni, la società avanza e progredisce, ma non e questo che ta conoscere la via della sapienza (3,20). Nel contesto storico del postesilio, questo brano suona come una critica acerba e polemica degli imperi che hanno imposto con la forza il loro dominio (Persiani, Lagidi, Seleucidi). Non hanno trovato né insegnato la sapienza. La soluzione dunque non sta, come pensavano i Maccabei, nella conquista del potere politico anche con l'uso delle armi. Più ampiamente, potremmo dire che non è il potere (economico, politico, militare, tecnologico) a dare la sapienza.

La presunta sapienza dei popoli 3,22-28 I popoli, che tradizionalmente sono ritenuti campioni di sapienza come Canaan, Teman, Ismaeliti e Nabatei, non hanno conosciuto la via della sapienza. Forse anche «i mercanti di Merra e di Teman» (3, 23) indicano gruppi di popolazioni.

I Cananei o Filistei, come furono chiamati più tardi (cfr. Sof 2,5: «Canaan, terra dei Filistei»), furono maestri degli Israeliti nelle arti plastiche (1 Re 7,13), nella letteratura, nel commercio (cfr. Is 23,8 ed Ez 28).

Teman era una città edomita famosa per la sua sapienza, come testimonia Ger 49,7: «Su Edom. Così dice il Signore degli eserciti: Non c'è più sapienza in Teman? È scomparso il consiglio dei saggi? È svanita la loro sapienza?» (cfr. Abd 8-9). Nel libro di Giobbe, uno dei saggi amici è Elifaz il Temanita (cfr. Gb 2, 11).

I figli di Agar sono gli Ismaeliti e i Nabatei, beduini carovanieri (cfr. Gn 16, 15; 37, 25; Sal 83, 7). Essi «cercano sapienza terrena» (3, 23), che riguarda cioè la sfera pratica e materiale dell'esistenza.

I «mercanti» (3,23) viaggiano e sono ricchi di esperienza, per questo sono ritenuti sapienti. I «narratori di favole» (mythologoi), che raccontano storie di divinità, divulgano saghe e miti, sono anch'essi stranieri.

Ebbene, tutti costoro sono «ricercatori dell'intelligenza», del sapere sapienziale (cfr. Prv 14,6; 18,15; Sir 39,1-3), ma non hanno trovato la via della sapienza e neppure i suoi sentieri.

Rivolgendosi enfaticamente a Israele (v. 24), il poeta invita a contemplare la grandezza delle «casa di Dio», cioè l'universo intero – come lo chiama anche Filone –, la cui altezza, ampiezza e profondità non ha confini. Dio, che ha come propria casa e suo dominio l'immensità dell'universo, non ha bisogno di viaggiare per cercare la sapienza.

In questo mondo, nell'antichità ci furono i giganti famosi, alti di statura ed esperti guerrieri (3,26). Si fa allusione ad esseri divino-umani, la cui presenza favorisce un progresso umano, che Dio ritiene eccessivo tanto da intervenire per porre un limite all'esistenza umana (cfr. Gn 6,1-4 dove n'pilim è reso dalla LXX con gigantes). L'episodio genesiaco è stato ripreso in 1Enoch 6-11 in forma molto diversa, cioè trattando di esseri intermedi, o «vigilanti», che si ribellano unendosi a donne e dando origine così a giganti. La malvagità di questi ultimi provoca violenza e male sulla terra. Il tema dei giganti è quindi unito a quello della ribellione e della violenza: così appare anche in Sir 16,7 (dove «giganti» è solo nel greco, mentre l'ebraico e il siriaco hanno rispettivamente «principi» e «re»); Sap 14,6; 3Мас 2,3-6; 2Pt 2,4; Gd 6 e altri scritti giudaici. Qui si vuol dire che ai giganti, nonostante la loro origine divina, la loro statura e la loro forza straordinaria quali guerrieri, Dio non concesse la sapienza. Essi perirono perché non possedevano la sapienza e la prudenza. Né potevano prenderle per sé, perché soltanto Dio dona (3,27) la sapienza. Insomma nemmeno i giganti, alla pari dei popoli ritenuti sapienti, sono riusciti a trovare la via della sapienza. Essa infatti non può “venire” che da un dono di Dio.

Dio solo conosce la via della sapienza 3,29-35 Chi dunque ha scoperto la dimora e i forzieri dove sono custoditi i tesori della sapienza? (3,15). La risposta, già anticipata al v. 27, ora viene sviluppata, premettendo due domande retoriche (3,29-30) che riprendono l'interrogativo di 3,15, ricalcato su Dt 30,12 ss. Ecco la sentenza: nessun uomo conosce veramente la sapienza. Solo Dio la conosce e l'ha scrutata perché egli sa tutto (3,32) (cfr. Gb 28,24.27). Egli infatti «ha fondato la terra con la sapienza» (Prv 3,19; cfr. Ger 10,12), l'ha stabilita «per sempre» (eis ton aiona cfr. Sir 1,4). Dio ha creato gli animali sulla terra (3,32) e le stelle luminose nei loro posti di guardia (3,34). Gli astri brillano di gioia (3,35); Dio li chiama per nome ed essi rispondono obbedienti (cfr. Sir 43, 10: «Si comportano secondo gli ordini del Santo, non si stancano al loro posto di sentinelle»; cfr. Gb 38, 7). Dio chiama la luce ed essa obbedisce prontamente (cfr. Gn 1, 3-5), con rispettoso tremore. Il dominio incontrastato di Dio sulla terra e sul cielo dimostra che «Egli è il nostro Dio» (3,36), l'incomprensibilmente unico. Ma con questa affermazione inizia l'ultima sezione del poema. Il creatore dell'universo è il Dio d'Israele, che ha dato al suo popolo la sapienza.

Il dono della sapienza-legge a Israele 3,36-4,4 Dio, che conosce la via della sapienza, «ne ha fatto dono a Giacobbe suo servo» (cfr. Is 44,1; 45,4), al popolo d'Israele «suo diletto» (cfr. Dt 33,12). Per dono di Dio è dunque apparsa sulla terra la sapienza e perciò essa equivale alla rivelazione di Dio. Gesù Cristo, la sapienza divina incarnata, è la piena e definitiva rivelazione di Dio (cfr. 1Cor 1,24). La sapienza si identifica concretamente con «il libro dei decreti di Dio» e la «legge che sussiste nei secoli» (4,1), come in Dt 6,4 e Sir 24, 23. Il «libro dei decreti di Dio» (cfr. 2Re 22,11; Gs 24,26 e anche Dt 28,61) non designa soltanto la legge deuteronomica, bensì l'intero Pentateuco (la torah). Vita e morte sono legati all'osservanza e all'abbandono della torah secondo Dt 30, 5-16: nella sua legge, Dio ha messo davanti al suo popolo «la vita e la felicita, la morte e l'infelicità», a seconda che la si osservi o no e aggiunge: «scegli dunque la vita!» (Dt 30,19). Vita e sapienza, quindi, sono strettamente interdipendenti (cfr. Prv 4,13; 11,19). Che la sapienza offra la «vita», ossia una qualità buona della vita, è un motivo tradizionale (per es. cfr. Prv 3,18; 4,13.22.23; 13,14; 16,22).

Il poema si chiude con l'invito profetico alla conversione «ritorna»; cfr. Os 14,2-3; Ger 3,12-14) e a camminare alla luce della sapienza (4,2). Essa infatti è «il sentiero dei giusti» (Prv 4,18). La «gloria» di Israele (4,3) è la legge-sapienza (cfr. Sir 49,5) da non lasciare ad altri popoli. Perciò gli altri popoli non possono gloriarsi di possedere la vera sapienza (4,3). La legge è un privilegio dato a Israele, che per questo si “differenzia” da tutti gli altri popoli. Qualche studioso parla, in proposito, di «orizzonte nazionalistico e ostile verso gli stranieri». Questa soluzione non è soddisfacente perché la sapienza è strettamente connessa con la creazione: il creatore l'ha trovata (3,32-34) nell'universo; essa sembra identificarsi con un essere universale e cosmico. In 3,38 («è apparsa sulla terra e ha vissuto tra gli uomini») si sottolinea la presenza universale della sapienza. Si deve dunque affermare che la sapienza, pur essendo presente nell'universo, non è conosciuta da nessun popolo; incarnata concretamente nella torah, essa è data ad Israele. Nella torah trova la sua migliore e inequivocabile formulazione, valida e accessibile a tutti i popoli, la sapienza o l'ordine primordiale cosmico che tutti gli uomini cercano. Gloria e privilegio, ma anche principio di identità per Israele, è il possesso della sapienza-legge. Beato Israele cui è stata rivelata la volontà di Dio (4,4).

(cf. ANTONIO BONORA, Baruc – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R I OHomepage