D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

D͏i͏-s͏t͏r͏i͏b͏u͏z͏i͏o͏n͏i͏ D͏i͏-g͏i͏t͏a͏l͏i͏ D͏i͏-v͏e͏r͏s͏i͏f͏i͏c͏a͏t͏i͏

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“Come spiego a mio figlio che il mondo sta finendo?“. Questa domanda declinata in diverse maniere, ma dettata comunque dall’urgenza di trovare, in tempi di pandemia e di guerra, una direzione da seguire me la sento rivolgere sempre più spesso. Forse perché durante i laboratori nelle scuole i bambini mi raccontano tanto, ed è proprio dalle loro parole che arrivano le risposte. O perché ormai è risaputo che ho poca voglia di interagire con gli adulti – salvo rare eccezioni – e soltanto i bambini riescono a tenermi ancorata alla Terra.

La soluzione credo risieda nel non pensare a salvare il proprio figlio dalla verità, perché non è un salvataggio, ma una condanna ad annaspare nella finzione. Se esiste un’unica regola, una soltanto, che sento di affermare con certezza riguardo ai bambini è quella di non nascondere mai nulla, non mentire di fronte a una catastrofe ambientale, a una guerra, a una relazione che non funziona, alle malattie. Intossica crescere in una vita che non esiste. La finzione genera danni terribili. A volte, ingenuamente, mi chiedo: “i mostri di oggi che bambini sono stati?“. (…)

Andando a scuola stamattina ho chiesto a mio figlio: “cosa ti fa paura?”. “Il suono assordante dell’allarme antincendio”. Avviene almeno una volta a settimana, sa bene che sono soltanto prove, esercitazioni, eppure non riesce a contenere la paura. Penso alle sirene dell’allarme bomba, ai bambini nelle cantine di Kiev. “E cosa ti fa stare meglio in quei momenti?”. “L’abbraccio della maestra”. Al sicuro, in guerra, in ospedale, i bambini hanno sempre gli stessi desideri.

Voglio ostinarmi a credere che i bambini di oggi svilupperanno anticorpi verso la guerra, verso lo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, verso ogni forma di prevaricazione; come chi è stato piccolo nel 1986 avendo memoria indelebile del disastro di Černobyl’ dovrebbe aver maturato una naturale idiosincrasia al solo accennare alla parola nucleare.

Il mondo non sta ancora finendo, non se mettiamo immediatamente in atto un cambiamento. Sta di certo finendo il mondo che abbiamo conosciuto finora, una corsa apparente in avanti che ci ha sradicato dalla nostra vera natura, dalla Natura. L’ansia del consumo che ci ha portato fino a qui è diventata distruttiva. In questo momento di devastazione facciamo gli amanuensi, impegniamoci per un rinascimento dell’essere umano, creiamo legami di complicità, educhiamo i bambini alla condivisione e non alla competizione. Non possiamo insegnare nulla se non impariamo noi per primi, magari da Patch Adams: “L’essere clown è solo un espediente per avvicinare gli altri, perché sono convinto che se non cambiamo l’attuale potere del denaro e della prevaricazione sugli altri, non ci sono speranze di sopravvivenza per la nostra specie”.

Facciamo in modo che i figli godano di ogni istante della vita. Certo, studiare è importante, è vero, ma che non diventi l’ossessione delle giornate di un bambino, di un ragazzo. Ogni attimo è prezioso, e anche un giorno di sole rubato alla scuola per una complice avventura nella natura (basta un parco) è un regalo. E allora sì studiare, ma soprattutto respirare, rispettare, non stare in quello che sarà, ma in quello che è. Niente ossessione del primo della classe, trasmettiamo il valore dell’umiltà, dello svolgere il proprio dovere senza enfasi, “faccio soltanto quello che ogni medico dovrebbe fare” ripeteva Gino Strada che tanto, troppo, ci manca.

C’è stato un attimo meraviglioso e sospeso, prima che si scatenasse di nuovo il conflitto globale – tra poteri, carri armati, pro vax e no vax… – in cui sembrava che la nostra indole atavica più profonda, quella di essere solidali e tribù, che trova la massima espressione proprio di fronte alle catastrofi, stesse finalmente rifiorendo. Non è stato così. Eppure possiamo ancora mostrare ai nostri figli che anche nella devastazione resistono semi di speranza, che ripudiamo ogni forma di guerra, che è quasi primavera.

Facciamo in modo che i figli godano di ogni istante della vita. Certo, studiare è importante, è vero, ma che non diventi l’ossessione delle giornate di un bambino, di un ragazzo. Ogni attimo è prezioso, e anche un giorno di sole rubato alla scuola per una complice avventura nella natura (basta un parco) è un regalo. E allora sì studiare, ma soprattutto respirare, rispettare, non stare in quello che sarà, ma in quello che è. Niente ossessione del primo della classe, trasmettiamo il valore dell’umiltà, dello svolgere il proprio dovere senza enfasi, “faccio soltanto quello che ogni medico dovrebbe fare” ripeteva Gino Strada che tanto, troppo, ci manca.

di Federica Morrone #Disociale

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Se fosse tuo figlio riempiresti il mare di navi di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme a milioni facessero da ponte per farlo passare.

Premuroso, non lo lasceresti mai da solo faresti ombra per non far bruciare i suoi occhi, lo copriresti per non farlo bagnare dagli schizzi d'acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare, uccideresti il pescatore che non presta la barca, urleresti per chiedere aiuto, busseresti alle porte dei governi per rivendicarne la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto, odieresti il mondo, odieresti i porti pieni di navi attraccate.

Odieresti chi le tiene ferme e lontane da chi, nel frattempo sostituisce le urla con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.

Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti vorresti spaccargli la faccia, annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo e sopratutto sicuro.

Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell'umanitá perduta, dell'umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Dormi tranquillo, certamente non è il tuo.

Sergio Guttilla

#Disociale

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Nel 1859 il naturalista inglese Charles Darwin ha pubblicato il testo “L’origine della specie” e, in un’ottica laica e apertamente sfidante verso le convenzioni del tempo, ha cambiato inevitabilmente il nostro modo di vedere il mondo.

Tra le sue brillanti osservazioni ce n’è una, all’inizio del quarto capitolo del libro, che se riletta oggi potrebbe aiutarci nella lotta al cambiamento climatico, la più grande minaccia alle nostre foreste (oltre alla deforestazione), dal momento che sottopone gli alberi a enormi stress dovuti a siccità, ondate di calore, tempeste e incendi. Una riflessione riassumibile in modo molto semplice: tante specie diverse che convivono nello stesso territorio crescono in modo più sano di una singola specie piantata individualmente.

Vista la caratura del testo e del personaggio a cui ci stiamo riferendo potrebbe sembrare incredibile ma, negli oltre 150 anni successivi alla pubblicazione del libro, questo specifico passaggio non è stato applicato spesso, tanto che le attuali politiche di riforestazione tendono piuttosto a puntare su monocolture.

A indicare l’importanza di questo passaggio del biologo inglese è stata la rivista The Conversation, dove Rob MacKenzie, direttore e fondatore del Birmingham Institute for Forest Research e Christine Foyer, professoressa di biologia presso l’Università di Birmingham, hanno sottolineato come l’osservazione di Darwin possa essere un punto di partenza ideale per un cambio di paradigma necessario.

Secondo il loro punto di vista, infatti, nessuna tecnologia umana è  in grado di competere con il lavoro di una foresta per quanto riguarda l’assorbimento di anidride carbonica e il suo conseguente stoccaggio, e il suggerimento contenuto ne “L’origine della specie” potrebbe essere la chiave per affrontare il cambiamento climatico.

Le idee su cui si basa la teoria di Darwin

Le indicazioni di Darwin fornirebbero quindi una guida illuminata su come predisporre la piantumazione di alberi. “Senza ombra di dubbio avere dalla nostra parte foreste rigogliose rappresenta uno strumento estremamente potente per mitigare la crisi climatica , ma parliamo di macchine complesse, spesso formate da milioni di componenti” affermano Foyer e MacKenzie.

Le foreste che seguono il modello descritto nel libro di Darwin, e che quindi puntano sulla diversità della piantagione, ambiscono a crescere da due a quattro volte in più, massimizzando l’assorbimento dell’anidride carbonica nell’aria e dimostrando maggiore resilienza alle epidemie, ai cambiamenti climatici e alle condizioni metereologiche estreme.

Darwin spiega le differenze di condizione tra le foreste monospecie e quelle multispecie, sostenendo che in queste ultime ogni varietà di pianta accede a diverse fonti di nutrienti rispetto alle altre, rendendo la competizione per le risorse decisamente meno pressante. Ciò si traduce in piante più forti, dagli steli e i tronchi più alti, e quindi a maggior spazio per immagazzinare CO2.

Le foreste miste inoltre sono più resistenti alle malattie, e meno vulnerabili agli attacchi di batteri e parassiti, dal momento che ogni patogeno prende di mira un bersaglio privilegiato. Avendo una rosa più nutrita di piante da poter colpire quest’ultimo agirà con minore aggressività, con una percentuale di rischio di provocare danni irreversibili decisamente ridotta.

Il caso studio dell’effetto Darwin

Proprio per discutere le considerazioni di Charles Darwin, un gruppo di esperti impegnati nella lotta al cambiamento climatico provenienti da Australia, Canada, Germania, Italia, Nigeria, Pakistan, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti si è recentemente riunito per studiare un nuovo modo di dar vita a foreste che assorbano il carbonio in modo più efficiente.  L’evento è frutto di una collaborazione tra la Association of Applied Biologist e il Birmingham Institute of Forest Research ed è parte fondamentale del programma istituito dal Regno Unito per raggiungere l’obiettivo delle zero emissioni entro il 2050. All’incontro hanno partecipato anche MacKenzie e Foyer.

“Questo meeting è un passo fondamentale nel percorso verso il net zero, perché abbiamo ancora delle domande vitali a cui rispondere a proposito di quali alberi dovremmo piantare, dove piantarli e cosa fare con loro una volta cresciuti”.

Per net zero si intende il punto d’incontro tra la percentuale di carbonio emessa nell’atmosfera e quella rimossa. Gli esperti hanno discusso inoltre il caso studio della tenuta di Norbury Park, in Inghilterra, dove sfruttando il cosiddetto “effetto Darwin” si è riusciti a catturare oltre 5.000 tonnellate di CO2 in un anno. Un record che l’ha reso il territorio più carbon-negative -ovvero in grado di creare un vantaggio ambientale eliminando più carbonio di quello che viene emesso- di tutto il Regno Unito.

Sempre MacKenzie e Foyer, continuano: “Oggi sappiamo che è impossibile piantare direttamente una foresta, ma possiamo progettare grandi piantagioni che nel corso degli anni fioriranno in boschi rigogliosi per le future generazioni”.

Darwin ci ha mostrato la strada più di un secolo e mezzo fa, a noi non resta che seguirla e immaginare una risposta pratica alle crisi climatiche e che ci permetta anche di preservare la biodiversità del nostro pianeta.

Fonte: bnpparibas

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Ci avevano raccontato che la globalizzazione ci avrebbe preservato dalle guerre. Al contrario, il mondo in cui viviamo è sempre più insicuro. Dobbiamo chiederci come rifondare l’economia per poter vivere un tempo più pacifico e più sostenibile. Cinque grandi cambiamenti da attuare secondo Francesco Gesualdi

Ci avevano raccontato che la globalizzazione ci avrebbe preservato dalle guerre. L’adagio era che permettendo alle imprese di poter collocare i propri prodotti ovunque nel mondo, di poter spostare la produzione dove appariva più conveniente, di poter trasferire i capitali dove erano garantiti maggiori vantaggi, avremmo creato un mondo più interdipendente e quindi più interessato a mantenere la pace. Ma le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina e soprattutto la guerra in Ucraina, che assomiglia sempre di più a uno scontro fra Russia e Occidente, mostrano che la maggior internazionalizzazione degli affari non è sufficiente a sopire gli istinti nazionalistici che evidentemente fanno parte integrante di ogni forma di capitalismo. E mentre rimane forte l’impegno di ogni governo ad aprire la strada commerciale alle multinazionali battenti la propria bandiera, le tensioni si fanno sempre più accese per il controllo delle risorse e il dominio delle tecnologie. La conclusione è che il mondo in cui viviamo è sempre più insicuro, per cui dobbiamo chiederci come rifondare l’economia per poter vivere in un mondo al tempo stesso più pacifico e più sostenibile. Penso che per riuscirci dovremmo introdurre cinque grandi cambiamenti che a mio avviso ogni popolo farebbe bene a valutare ed attuare, anche unilateralmente.

Il primo passo da compiere è la messa al bando delle industrie di armamenti. Il Sipri valuta che nel 2020 le prime 100 imprese mondiali di armi hanno avuto un fatturato complessivo di 531 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto interno lordo del Belgio. Finché produrremo armi avremo guerre perché rappresentano l’occasione di consumo di materiale bellico. E come le imprese di imbottigliamento hanno bisogno di chi beve acqua in bottiglia, allo stesso modo le imprese di armi hanno bisogno di guerre. Non a caso i produttori di armi mantengono rapporti continui con i ministeri della Difesa e spendono fiumi di denaro per ottenere dai governi scelte a vantaggio delle proprie attività. Secondo l’organizzazione Open Secrets, nei soli Stati Uniti negli ultimi 20 anni le industrie belliche hanno speso 285 milioni di dollari per contributi alle campagne elettorali e ben 2,5 miliardi per spingere le istituzioni statunitensi a compiere scelte politiche e finanziarie favorevoli ai propri interessi. Quanto all’Unione europea, i numeri ufficiali, risalenti al 2016, dicono che le prime 10 imprese di armi spendono oltre cinque milioni di euro all’anno e dispongono di 33 lobbisti a libro paga per esercitare pressione sulle istituzioni di Bruxelles.

La seconda grande scelta da compiere è l’abbandono del consumismo a favore della sobrietà. Il consumismo è una bestia insaziabile che ha bisogno di quantità crescenti di risorse ed energia. Un’impostazione che spinge inevitabilmente alla sopraffazione per aggiudicarsi le risorse a buon mercato presenti nei territori altrui. Lo testimonia non solo il colonialismo, ma anche il neocolonialismo che oggi si presenta col volto dello scambio ineguale, del land grabbing, dello strangolamento finanziario. Fino a ieri la lotta era per il carbone, il petrolio, i minerali ferrosi, oggi è per le terre agricole, i minerali rari, la biodiversità, l’acqua. L’unico modo per interrompere le guerre di accaparramento è ripensare il nostro concetto di benessere, riportandolo nel perimetro di ciò che ci serve senza sconfinare nell’inutile e nel superfluo. Un compito non semplice perché si scontra con le nostre pulsioni più profonde, ma con possibilità di successo se torniamo a dare il giusto valore alla sfera affettiva, sociale, spirituale e più in generale agli aspetti relazionali che la logica materialista tende a mettere in ombra.   Il terzo passaggio è la capacità di orientarci totalmente verso le energie rinnovabili perché affidandoci al sole, al vento e alle altre forme di energia naturale, rompiamo la nostra dipendenza dalle risorse altrui. Un’indipendenza che ci rende al tempo stesso meno angosciati, e quindi meno aggressivi, e più propensi alla collaborazione internazionale. Ricordandoci che la transizione energetica sarà tanto più possibile quanto più sapremo orientarci verso la sobrietà perché meno consumiamo, meno energia dobbiamo produrre.

Il quarto intervento è la capacità di potenziare l’economia pubblica, precisando che pubblico non è sinonimo di Stato, ma di comunità. L’economia pubblica è l’economia della comunità che diventa imprenditrice di se stessa per garantire a tutti, in maniera solidaristica e gratuita, tutto ciò che risponde a bisogni irrinunciabili come acqua, alloggio, sanità, istruzione e in generale tutto ciò che definiamo diritto. Beni e servizi determinanti per la dignità umana che non possono essere variabili dipendenti dalla disponibilità di denaro, bensì certezze da garantire a tutti tramite la solidarietà collettiva. Se riuscissimo a liberarci dai condizionamenti ideologici capiremmo che il rafforzamento dell’economia pubblica è non solo elemento di progresso umano e sociale, ma anche di pace, perché l’economia pubblica, a differenza dell’economia di mercato, non ha bisogno di espansione. Poiché non vende, bensì distribuisce, non ha la preoccupazione di procurarsi nuovi clienti. Il suo obiettivo è produrre quanto basta per soddisfare i bisogni dei propri cittadini, dopo di che è ben lieta di fermarsi. Non così per le imprese commerciali in lotta perenne fra loro per la conquista di nuovi mercati, se necessario con l’assistenza dei propri governi che magari non usano armi, ma ricatti e altri strumenti di pressione non meno insidiosi perché capaci di suscitare rancori dagli esiti imprevedibili.

E per finire la capacità di improntare i rapporti internazionali a spirito di cooperazione ed equità. Equità per garantire la giusta remunerazione ai produttori e cooperazione per sostenersi reciprocamente e colmare gli squilibri creati da cinque secoli di economia di rapina. Tutto ciò, però, è possibile solo con un cambio di paradigma culturale. In economia bisogna passare dai principi di guadagno, crescita, concorrenza, a quelli di equità, sostenibilità, cooperazione. In ambito sociale bisogna passare dai principi di forza, vittoria, successo a quelli di mitezza, rispetto, sostegno. Perché solo predisponendoci diversamente verso l’altro potremo passare da una cultura della guerra a una cultura della pace.

di Francesco Gesualdi – via | https://altreconomia.it -

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Negli ultimi dieci-vent’anni la nostra lingua si è arricchita di una gran quantità di neologismi e anglicismi che descrivono l’esperienza dei social media.

Da “bannare” a “triggerare”, da “boomer” a “shitstorm”, ecco un ripasso generale di questo nuovo lessico.

Se avete meno di trent’anni forse le conoscete tutte, ma messe in fila fanno comunque impressione. E non sono nemmeno tutte.

Sei un boomer? In questo caso, è probabile che tu non conosca il significato di molte parole che si sono diffuse negli ultimi dieci/vent’anni. È anche possibile che tu non conosca la parola “boomer” e che ti chieda perché ti sto dando del tu, come se ci conoscessimo. Beh caro mio benvenuto a Internet, e in entrambi i casi il seguente lessico essenziale potrà tornarti utile per non sfigurare quest’estate.

Hai meno di trent’anni? Probabilmente le conosci tutte, e persino di più. Ma lette in fila fanno comunque impressione. In molti casi queste parole – alcune derivanti dall’epoca delle bacheche elettroniche – potrebbero finire nell'elenco di “parole orrende” che da un decennio il poeta Vincenzo Ostuni raccoglie; e tuttavia sono la lingua della nostra epoca. Quindi attenzione, il cringe è sempre dietro l’angolo.

Bannare

Un tempo le persone che si erano macchiate di qualche disonore venivano bandite dalle città, oggi sui social si può ricevere un ban - e quindi, traducendo male in italiano, essere “bannati” – se si infrangono le policy della piattaforma o le regole della comunità.

Nel primo caso si viene bannati (provvisoriamente oppure definitivamente) da Facebook o da Twitter, magari per effetto di una procedura automatizzata; nel secondo semplicemente dal gruppo al quale si era iscritti, per decisione di una persona o di un gruppo di persone.

Basato

Il termine indica ironicamente qualcuno che la sa lunga – lunghissima se oltre a essere basato è pure “redpillato”. Gli strati d’ironia (v. layer) sono in realtà molteplici, a partire dalla traduzione maccheronica di un termine inglese, “based”, a sua volta privo di senso.

Inoltre si tratta di espressioni originariamente tipiche dell’alt-right americana. Redpillato fa riferimento alla famosa “pillola rossa” del film Matrix, che apre gli occhi del protagonista Neo sulla verità.

Bloccare

Sui social network ogni utente può decidere di bloccare un altro utente per non mostrargli i propri contenuti e per non vedere i suoi. Esempio: “Se non la smetti di infastidirmi ti blocco”.

Boomer

Contrazione di “baby boomer”, termine che i demografi già usavano per indicare i nati durante il periodo particolarmente fecondo successivo alla seconda guerra mondiale (Baby Boom), ha iniziato a essere utilizzato massicciamente dagli under-40 a partire dal 2019 nell’espressione strafottente “Ok boomer”. Potremmo tradurla con: “hai ragione tu, vecchio”.

La parola boomer è restata e indica genericamente qualcuno che è rimasto indietro, cosicché per diabolico contrappasso i trenta-quarantenni che l’avevano diffusa se la sentono oggi rivolgere dagli adolescenti.

Bot

Contrazione di “robot”, indica tutti gli interlocutori non-umani con i quali possiamo avere a che fare, anche inconsapevolmente, in rete. Non solo i “bot di assistenza” di qualche sito, che rispondono alle nostre domande secondo moduli prestabiliti dandoci l’illusione di una conversazione o di una intelligenza artificiale, ma anche taluni profili fake sui social dietro ai quali sembra esserci un generatore automatico di contenuti.

Esempio: “I suoi follower su Instagram? Sono tutti dei bot.” Accusare qualcuno di essere un bot può anche essere un modo di ironizzare sulla sua mancanza di originalità.

Cancellare

Da parte di una piattaforma, che si tratti di un social network o di un distributore di contenuti, la cosiddetta cancellazione di una persona si ottiene rimuovendone il profilo o le singole opere per ragioni politiche o morali.

La cancellazione è un effetto del “deplatforming”. In senso più esteso si parla di cancellazione per indicare l’ostracizzazione di una persona. Esempio: “Mi stupisco di non essere ancora stato cancellato dopo la pubblicazione del mio primo libro”.

Copypasta

Blocco di testo che viene copiato-incollato (copy-paste) diffondendosi in modo virale (caso particolare sono le leggende metropolitane horror, i cosiddetti creepypasta).

Chad/Virgin

Questa coppia di termini, teorizzata nella cultura memetica dell’alt-right americana, contrappone ironicamente un polo attrattivo – il termine inglese Chad indica il maschio alfa – e un polo poco attrattivo – con le fattezze di un verginello magrolino. Il Chad è ovviamente basato e redpillato. 

Challenge

Periodicamente sui social network vengono lanciate delle sfide, che sia per puro divertimento oppure in nome di qualche causa umanitaria. Queste consistono spesso nel ballare al suono di una canzone o nel fare una cosa particolarmente stupida ed eventualmente pericolosa.

Tra le più celebri challenge virali del passato si ricordano la Harlem Shake del 2013 e l’Ice Bucket Challenge dell’anno successivo, che consisteva nel filmarsi mentre ci si rovesciava un secchio di acqua ghiacciata in testa per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sclerosi laterale amiotrofica e alla quale parteciparono (incredibile ma vero) nomi come Bill Gates e l’allora premier Matteo Renzi. Talvolta la stampa si allarma per qualche “challenge mortale” – in principio fu la famigerata Blue Whale – che si rivela poi essere esagerata.

Clickbaiting

Strategia editoriale che consiste nel concepire i titoli e le anteprime dei contenuti digitali (ad esempio gli articoli) sotto forma di esche (bait) per ottenere dei click, senza sincerarsi che il titolo corrispondano realmente al contenuto.

Community

Ogni gruppo di persone caratterizzate da una lingua, una storia o degli interessi in comune può essere definito una comunità, sulla base della condivisione di un tratto culturale trasversale.

Le piattaforme digitali permettono di moltiplicare le opportunità di condivisione e di appartenere a un grande numero di community sulla base di ognuno dei nostri interessi: “Fan della musica balcanica”, “Sei di Gubbio solo se…”, “Noi che discendiamo dagli etruschi”, “No agli schiamazzi dopo mezzanotte”, eccetera.

Conversazione

Tutto quello che accade in rete appartiene, da una certo punto di vista, a una grande conversazione collettiva. Questa conversazione fa evolvere, nel bene o nel male, la reputazione di ogni persona o brand.

Cringe

Imbarazzante. Esempio: “Ma che è sta boomerata? Cringe”.

Cuore

L’emoji del cuoricino – o l’emoticon equivalente <3 – indica generico affetto, senza implicazioni romantiche o sottotesti erotici e omoerotici (comunque sempre latenti).

Debunking

Confutazione di bufale e fake news da parte di una fonte autorevole. Poiché il giudizio su cosa sia una fonte autorevole è diventato sempre più soggettivo, talvolta il “debunker” viene considerato come qualcuno che opera la censura di un contenuto scomodo. Esempio: “Questa notizia è già stata ampiamente debunkata da Paolo Attivissimo”.

DM

Direct message, messaggio diretto, opzione prevista nella maggior parte dei social network, dove i messaggi sono più spesso pubblici. Esempio: “Scrivimi in DM”.

Edgelord

Polemista semi-professionale che capitalizza su posizionamenti provocatori e taglienti (“edgy”).

Edit war

Conflitto legato alle modifiche di un contenuto aperto, come ad es. una pagina di Wikipedia. Tutti possono intervenire ma possono esserci divergenze anche radicali sul modo corretto di “editare” quel contenuto.

Emoji

Icone che esprimono sentimenti e possono eventualmente sostituire il linguaggio alfabetico. Hanno preso il posto delle vecchie emoticon realizzate con i caratteri tipografici, che oggi appaiono irrimediabilmente boomer.

Possono avere usi ironici, come l’icona della faccina che ride per schernire un contenuto postato seriamente. In origine di colore giallo, sono oggi disponibili in varie pigmentazioni della pelle per venire incontro alle diverse minoranze.

Engagement

Tra le tante misure della performance di un contenuto digitale, uno dei più rilevanti per gli specialisti di marketing è l’engagement ovvero la quantità e la qualità delle interazioni generate: like, commenti, condivisioni. In un contesto in cui siamo bombardati dai contenuti, non basta più soltanto essere visti: bisogna anche assicurarsi che il contenuto faccia discutere, perché le piattaforme premiano in visibilità chi ha un maggiore engagement. Questo ha incentivato negli ultimi anni la circolazione di contenuti divisivi, capaci di generare maggiore traffico.

Fake

Con gli strumenti informatici tutti possono facilmente produrre contenuti falsificati come fotomontaggi o finti screenshot di conversazioni. Si parla in questo caso di fake, falso, o semplicemente di bufala. In caso di video fake particolarmente realistico, ottenuto con l’intelligenza artificiale, si parla di deepfake. 

Flame

Discussione molto accesa, solitamente all’interno dei commenti di un contenuto digitale.

Follower

Letteralmente seguace, conserva la medesima connotazione religiosa per indicare chi segue un influencer. 

Freebooting

Plagio o furto di un contenuto da una pagina per essere pubblicato su un'altra. Esempio: “Mi hanno freeboottato il meme”.

Ghosting

Ignorare qualcuno, non rispondendo ai suoi messaggi, spesso nel contesto di una relazione romantica. Esempio: “Sono uscito con lei e ora mi sta ghostando”.

Godwin (legge di)

Secondo l’avvocato americano da cui la legge prende il nome, “A mano a mano che una discussione online si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler tende ad 1”.

Si definisce punto Godwin il momento in cui effettivamente nella conversazione si evoca il nazismo – si parla anche di “Reductio ad Hitlerum” – e quindi molto probabilmente diventa poco proficuo proseguire.

Hacker

Sebbene esista una distinzione tra “hacker” e “cracker”, cioè tra smanettoni e pirati informatici, si tende a parlare di hacker proprio per definire questi ultimi o ancor più spesso per indicare il fantomatico capro espiatorio per qualche disservizio digitale. Esempio: “Si è bloccato tutto, sono stati gli hacker russi”.

Hashtag

Parola chiave, introdotta da un cancelletto, con cui viene indicato il tema di un post o di un tweet. Esempio: “Appena arrivato a Ibiza #vacanze #mare

Humblebrag

Il termine indica l’abitudine, spesso inconsapevole, di scrivere sui social per lamentarsi di qualcosa che invece attira l’attenzione su quanto siamo fortunati o speciali. Ad esempio sarebbe sicuramente un humblebrag, cioè una “vanteria umile”, se io scrivessi: che noia scrivere dei libri uno più bello dell’altro! In italiano esiste la parola “cleuasmo” per indicare la figura retorica che consiste nello sminuirsi in modo autoironico per attrarre il favore di chi ascolta.

Influencer

Persona molto seguita sui social. Oltre una certa soglia di visibilità è possibile monetizzare in modo diretto (pubblicità) o indiretto (collaborazioni) il proprio status.

IRL

In Real Life, nel mondo fuori da Internet. Anche se non esiste più nulla fuori da Internet.

Like

I like di Facebook, il cuore di Twitter, ma anche le stelline sui siti di e-commerce hanno tutti la medesima funzione: attribuire a ogni singolo contenuto o prodotto un certo peso in termini di apprezzamento da parte della community.

Spesso questi like sono pubblici e permettono agli altri utenti di valutare quell’elemento in base alla quantità di apprezzamenti che ha ottenuto.

Layer

Nel linguaggio della memetica, il numero di layer indica (spesso ironicamente) gli strati d’ironia di un certo contenuto. Esempio: “Non ho capito il meme, forse mi sono perso un layer”. Ad esempio questo stesso lessico ha esattamente otto layer e mezzo, ma è difficile per chi lo legge andare oltre al settimo.

Meme

Si tratta delle immagini virali (disegni, fotografie o fotomontaggi spesso accompagnati da un testo ironico) che circolano in rete. Una vera e propria cultura dei meme è sorta nell’ultimo decennio, facendo di questa pratica apparentemente leggera una forma d’espressione a pieno titolo. Esempio: “Hai visto l’ultimo meme di Trash Bin?” Chi realizza i meme è detto memer.

Millennial (generazione Y)

Secondo la classificazione dei demografi anglosassoni, indica approssimativamente i nati tra il 1981 e il 1996, diventati maggiorenni all’inizio del nuovo millennio.

MILF

Questa è solo una delle numerose parole che dal gergo del porno sono entrate nell’uso comune, prima in rete, poi nel lessico giovanile. In principio la MILF è la Mother I'd Like to Fuck, ovvero una madre di famiglia giudicata sessualmente appetibile da persone più giovani.

Usata nel suo senso più esteso di donna attraente tra i 30 e i 50 anni – questo dipende dal POV, cioè dal punto di vista – quest’espressione non perde la sua connotazione inevitabilmente volgare e potenzialmente offensiva.

Normie o normalone

Utente poco aggiornato sulle più recenti tendenze e terminologie, estraneo alla comunità dei memer.

Post

Forma in cui vengono pubblicati i contenuti sulle piattaforme digitali e sui social media. Uno status particolarmente lungo, assimilabile a un articolo, può essere definito post.

Phishing

Truffa online attraverso la quale un malintenzionato sottrae informazioni sensibili fingendo di appartenere a un'organizzazione.

Revenge porn

Condivisione di contenuti pornografici a carattere privato senza il consenso delle parti coinvolte, reato perseguito dalla legge in Italia.

Sealioning

Forma di trolling caratterizzata dal manifestarsi in modo ricorrente nei commenti di una pagina come un leone marino.

Stalking

In riferimento al reato di stalking ma anche in forma più lieve, attenzione eccessiva, fastidiosa o inquietante rivolta a un altro utente. Esempio: “La smetti di stalkerarmi?”

Selfie

Tutti dovrebbero ormai sapere cos’è un selfie, parola dell’anno del 2013 secondo l’Oxford Dictionary, eppure essa viene ancora impropriamente usata per definire, invece che un autoscatto, un più comune ritratto fotografico. 

Sexting

Scambio privato di messaggi a sfondo sessuale.

Sharing

I contenuti pubblicati sui social network possono essere condivisi o “sharati”, raggiungendo così un contesto di ricezione diverso da quello per il quale erano stati pensati.

Shadowban

Forme di ban algoritmico di cui l'utente non è a conoscenza, ma che penalizzano la diffusione dei suoi contenuti.

Shitstorm

Polemica digitale. Esempio: “Ho fatto una semplice battuta ed è venuto giù uno shitstorm”.

Spam

Oltre alle più note mail di pubblicità non richiesta, oggi più rare che un decennio fa grazie a filtri più efficaci, possono essere considerate come forme di spam anche certi commenti autopromozionali o richieste di iscrizione a pagine Facebook. Esempio: “Mi chiedi l’amicizia e già mi spammi?”

Status

Post breve che serve a indicare il proprio stato d’animo.

Stories

Contenuti effimeri postati sui social.

Streisand (effetto)

La prima regola dell’Internet è che se non si vuole dare ulteriore visibilità a un contenuto spesso è meglio ignorarlo invece di farsi in quattro per stigmatizzarlo e farlo rimuovere, col rischio di amplificarlo.

Questa regola è associata al caso della cantante Barbra Streisand che nel fare causa nel 2003 a un fotografo per avere reso pubblica la foto della sua villa a Malibu ebbe invece l’effetto imprevisto di moltiplicare l’attenzione della rete su quella foto.

Tag

Sui principali social network è possibile taggare una o più persone, ma anche marche o luoghi, per farli apparire nel nostro contenuto e coinvolgerli. Esempio: “Ti ho taggato nella mia foto”. 

Triggerare

Il trigger (grilletto) è l’evento, il contenuto o il comportamento che scatena una reazione di malessere o di rabbia. Esempio: “Ma cos’è che ti ha triggerato così tanto?”

Troll

Tutti sanno cos’è un troll in teoria, ovvero un provocatore seriale, ma nessuno sarebbe disposto ad ammettere di esserlo. Esempio: “Lascialo stare, quello è solo un troll”.

Zoomer (generazione Z)

Sempre secondo i demografi, si tratta dei nati tra il 1997 e il 2012, insomma la prima generazione di nativi digitali, che non hanno conosciuto il mondo prima di Internet e degli smartphone.

Fonte: https://www.editorialedomani.it/

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Alla fine del primo decennio dell’Ottocento, la città di Białystok (un tempo polacca, poi prussiana, russa e attualmente di nuovo parte della Polonia) era al centro della diversità, grazie ai numerosi polacchi, tedeschi, russi ed ebrei ashkenaziti di lingua yiddish. Ciascun gruppo usava un linguaggio diverso e guardava con sospetto i membri delle altre comunità.

Per anni, L.L. Zamenhof (un ebreo di Białystok che studiò medicina a Mosca) aveva sognato un metodo di comunicazione semplice e pacifica tra le diverse genti.

Il 26 luglio 1887 pubblicò ciò che oggi è conosciuto come Unua Libro, o Primo Libro, in cui introdusse e descrisse l’Esperanto, una lingua progettata nel corso di molti anni con la speranza di promuovere la pace tra le popolazioni del mondo.

Il vocabolario dell’esperanto proviene soprattutto dall’inglese, francese, tedesco, greco, italiano, latino, polacco, russo e yiddish, poiché queste erano le lingue più conosciute da Zamenhof. Dal punto di vista grammaticale, l’esperanto è influenzato dalle lingue europee in prima battuta, ma è curioso il fatto che le sue innovazioni hanno caratteristiche particolarmente simili a quelle di certe lingue asiatiche, per esempio il cinese.

Adesso, 135 anni dopo, l’Europa è di nuovo spaccata da violenza e tensioni, in primis la guerra tra Russia e Ucraina, che è in parte spinta da un dibattito politico sulle differenze linguistiche. Sfortunatamente, i conflitti per motivi di lingua sono comuni in tutto il mondo.

La promessa di pace tramite una lingua comune non ha preso ancora piede, ma ci sono forse due milioni di persone che parlano esperanto nel mondo. E si sta comunque diffondendo anche se lentamente. Famiglie da tutto il mondo si ritrovano per parlare Esperanto.  

Una lingua per tutti

Essendo cresciuto in un ambiente multiculturale ma sospettoso a Białystok, Zamenhof dedicò la sua vita a costruire un linguaggio con la speranza che potesse favorire l’armonia tra i gruppi. L’obiettivo non era di sostituire la lingua madre di ciascuno. L’esperanto doveva piuttosto servire come seconda lingua universale per promuovere la comprensione internazionale… e magari la pace.

L’esperanto è facile da imparare. I sostantivi non hanno genere grammaticale quindi non c’è rischio di usare erroneamente il maschile o il femminile. Non ci sono verbi irregolari, perciò non esistono complesse tabelle di coniugazione da memorizzare. E poi l’ortografia è totalmente fonetica, così non si viene confusi da lettere mute o lettere che suonano diverse in base al contesto.

In Unua Libro, Zamenhof delineò le sedici regole base dell’esperanto e fornì un dizionario. Questo libro fu tradotto in più di una decina di lingue e, all’inizio di ogni edizione, Zamenhof rinunciò in modo permanente a tutti i diritti personali alla sua creazione e dichiarò che l’esperanto è una “proprietà della società”.

L’esperanto si diffuse rapidamente in Asia, America del nord e del sud, nel Medio Oriente e in Africa. A partire dal 1905, i parlanti di esperanto di tutto il mondo cominciarono a ritrovarsi ogni anno nel Congresso Universale Esperanto per celebrare e usare la lingua.

Tra il 1907 e la sua morte nel 1917, Zamenhof ricevette quattordici nomine al Nobel per la pace, ma non vinse mai il premio.

Continuando il lavoro di Zamenhof, l’Associazione Universale Esperanto (un’organizzazione che ha l’obiettivo di incoraggiare le relazioni tra i popoli tramite l’uso dell’esperanto) è stata nominata per il Premio Nobel per la pace più di cento volte, grazie al riconoscimento del suo «contributo alla pace mondiale permettendo ai popoli di vari Paesi di avere relazioni dirette senza barriere linguistiche». Finora non ha mai vinto il premio.

Ma cos’è l’Esperanto e a cosa serve?  

Difficoltà e successi

Dopo la Prima Guerra Mondiale, fu fondata la Società delle nazioni (predecessore delle Nazioni Unite) con la speranza di prevenire conflitti futuri. Poco dopo, il delegato iraniano della Società propose l’esperanto come lingua delle relazioni internazionali.

Ma la proposta subì il veto del delegato francese, per timore che la sua lingua perdesse la posizione di prestigio nella diplomazia. Nel 1922 il governo francese andò oltre, vietando l’insegnamento dell’esperanto presso tutte le università francesi perché era visto come uno strumento di diffusione della propaganda comunista.

Ironicamente, la vita dei parlanti di esperanto non era più semplice dietro la Cortina di ferro. Nell’Unione Sovietica gli esperantisti erano accusati di far parte di una “organizzazione internazionale di spionaggio”. Molti furono perseguiti e morirono in seguito durante le Grandi purghe di Stalin.

Secondo Hitler, l’esperanto era la prova del complotto ebreo per conquistare il mondo. Durante il Terzo Reich, la Gestapo ricevette ordini precisi di cercare i discendenti di Zamenhof. Tutti e tre i suoi figli morirono nell’Olocausto, così come molti parlanti di esperanto.

Nonostante questi avvenimenti, nel 1954 l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (conosciuta come UNESCO) passò una risoluzione che riconobbe l’Associazione Universale Esperanto e cominciò a relazionarsi con essa; questo fece strada al movimento esperanto, rappresentato negli eventi UNESCO riguardanti le lingue.

Nel 1985, l’UNESCO passò una risoluzione che incoraggia le nazioni ad aggiungere l’esperanto ai programmi scolastici. Per anni, la Cina ha offerto l’esperanto come lingua straniera in svariate università, una delle quali è sede del museo dell’esperanto. Attualmente esiste un programma di interlinguistica presso l’Università Adam Mickiewicz in Polonia, che è insegnato in esperanto.

Più di recente, l’UNESCO ha dichiarato il 2017 anno di Zamenhof e da allora la sua rivista di punta (l’UNESCO Courier) gode di un’edizione trimestrale in esperanto.

Nel maggio 2022 c’è stato un gruppo di esperanto nella base Amundsen-Scott South Pole Station in Antartica.

Oggigiorno manciate di appassionati parlano l’esperanto in tutto il mondo, compreso il Polo Sud. Esistono svariate risorse online gratis di esperanto, tra cui Duolingo, lernu!, il Dizionario Illustrato Completo di Esperanto, il Manuale Completo di Grammatica Esperanta e Google Translate.

L’esperanto ha anche la propria versione di Wikipedia e, attualmente, ci sono più pagine Wikipedia scritte in esperanto che in danese, greco o gallese.

In esperanto, la parola “esperanto” significa “chi spera”. Alcuni possono sostenere che sia idealista credere che l’esperanto possa unire l’umanità, particolarmente nel bel mezzo di un’altra guerra di primo piano.

Ma anche le guerre più violente finiscono con negoziati di pace, in cui spesso sono necessari interpreti per tradurre le lingue delle parti in opposizione. Zamenhof si chiese (e lo faccio anch’io) se la violenza stessa potrebbe essere meno comune con una lingua neutrale che possa aiutare le persone a superare le divisioni.

di Joshua Holzer, Professore Associato di Scienze politiche presso il Westminster College, U.S.A.   Traduzione dall’inglese di Mariasole Cailotto. Revisione di Filomena Santoro.

via | https://www.pressenza.com #Distoria

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Gli animali domestici, a quanto pare, hanno anche loro gli ultimi desideri prima di morire, ma conosciuti solo dai veterinari che fanno addormentare animali vecchi e malati. L'utente di Twitter Jesse Dietrich ha chiesto a un veterinario quale fosse la parte più difficile del suo lavoro.

I veterinari chiedono ai proprietari di stare vicino agli animali fino alla fine. È inevitabile che muoiano prima di te. Non dimenticare che eri tu il centro della loro vita. Forse erano solo una parte di te. Ma sono anche la tua famiglia. Non importa quanto sia difficile, non lasciarli.

Non lasciateli morire in una stanza con uno sconosciuto in un posto che non gli piace. È molto doloroso per i veterinari vedere come gli animali domestici non riescano a trovare il loro padrone negli ultimi minuti di vita. Non capiscono perché il proprietario li abbia lasciati. Del resto, avevano bisogno della consolazione del loro padrone.

I veterinari fanno tutto il possibile affinché gli animali non siano così spaventati, ma siano completamente estranei. Non essere codardo perché è troppo doloroso per te. Pensa all'animale domestico. Sopporta questo dolore per il loro bene. Stai con loro fino alla fine. 

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I blog erano osterie in cui si parlava intorno a un tavolo. E si passava da un tavolo a un altro, portando con sé qualche amico... Questa è una lunga strada in cui ognuno grida la sua, o ripete qualcosa che ha sentito dire da un altro, e poi, ogni tanto, si ferma, ascolta, butta via un mi_piace e tira dritto!

Va be', non ci fate caso, ogni tanto, mi faccio prendere dalla nostalgia e ripenso ai vecchi tempi in cui ci si leggeva con rispetto e si commentava con attenzione (anche se, in fondo, pure là nella blogosfera potevi imbatterti in qualche salamelecco o in qualche stoccata gratuita di troppo; pure il paradiso è costellato di frutti che possono aggredire o offendere il nostro personale palato).

Sì, sì, lo so, in fondo, tanto i social di nuova generazione come i vecchi blog sono solo mezzi, veicoli di comunicazione...: il valore di un post dipende da quello che ci metti dentro, non dallo spazio fisico o virtuale che lo ospita. Eppure non c'è dubbio che sui social, qualunque cosa ci metti dentro, la lettura sarà rapida, distratta, pronta a scorrere sul prossimo post senza soffermarsi a riflettere sulle parole scritte o sulle immagini o i suoni proposti.

Aitan #Diconnessione

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Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile: – l’aria sarà pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni; – nelle strade, le automobili saranno schiacciate dai cani; – la gente non sarà guidata dalla automobile, non sarà programmata dai calcolatori, né sarà comprata dal supermercato, né osservata dalla televisione; – la televisione cesserà d’essere il membro più importante della famiglia e sarà trattato come una lavatrice o un ferro da stiro; – la gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare; – ai codici penali si aggiungerà il delitto di stupidità che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare; – in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare; – gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, né paragoneranno la qualità della vita alla quantità delle cose; – i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive; – gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi; – i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse; – la solennità non sarà più una virtù, e nessuno prenderà sul serio chiunque non sia capace di prendersi in giro; – la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e né per fortuna né per sfortuna, la canaglia si trasformerà in virtuoso cavaliere; – nessuno sarà considerato eroe o tonto perché fa quel che crede giusto invece di fare ciò che più gli conviene; – il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà, e l’industria militare sarà costretta a dichiararsi in fallimento; – il cibo non sarà una mercanzia, né sarà la comunicazione un’affare, perché cibo e comunicazione sono diritti umani; – nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà d’indigestione; – i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno bambini di strada; – i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perché non ci saranno bambini ricchi; – l’educazione non sarà il privilegio di chi può pagarla; – la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla; – la giustizia e la libertà, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena; – una donna nera, sarà presidente del Brasile e un’altra donna nera, sarà presidente degli Stati Uniti d’America; – una donna india governerà il Guatemala e un’altra il Perù; – in Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, poiché rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria; – la Santa Chiesa correggerà gli errori delle tavole di Mosè, e il sesto comandamento ordinerà di festeggiare il corpo; – la Chiesa stessa detterà un altro comandamento dimenticato da Dio: “Amerai la natura in ogni sua forma”; – saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima; – i disperati diverranno speranzosi e i perduti saranno incontrati, poiché costoro sono quelli che si disperarono per il tanto sperare e si persero per il tanto cercare; – saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che possiedono desiderio di giustizia e desiderio di bellezza, non importa dove siano nati o quando abbiano vissuto, giacche’ le frontiere del mondo e del tempo non conteranno più nulla; – la perfezione continuerà ad essere il noioso privilegio degli dei; – però, in questo mondo semplice e fottuto ogni notte sarà vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.

(Eduardo Galeano) #Divita

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L’autostima è il pilastro che sta alla base del nostro benessere e della nostra crescita emotiva. Il modo in cui ci sentiamo in relazione a noi stessi ha conseguenze su ogni singolo aspetto della nostra vita; in altre parole, dalla stima che abbiamo di noi stessi dipende il nostro funzionamento nel lavoro, nell’amore, nel sesso, in famiglia, ecc.

Non esiste, infatti, una sola difficoltà psicologica che non sia attribuibile alla mancanza di autostima. Ed è così perché di tutti i giudizi ai quali siamo sottoposti nella nostra vita, nessuno vale tanto quanto quello emesso da noi stessi. In altre parole: abbiamo bisogno di autostima per raggiungere una vita piena. Ciascuno di noi è un essere unico ed esclusivo, ma per esserne convinti e poter fare la differenza dobbiamo imparare a conoscerci.

Imparare ad accettarsi e ad amarsi Il processo di miglioramento dell’autostima prevede l’individuazione delle nostre zone di auto-sconfitta, indagando sul perché vi siamo intrappolati. Superare una bassa autostima è un processo che richiede un grande lavoro su se stessi, esaminando a fondo il proprio io.

L’autostima positiva consiste nel sentimento, nell’esperienza e nella convinzione di essere pronti per affrontare la vita. La nostra mente è la chiave della nostra sopravvivenza, è il pilastro centrale su cui si regge un’autostima salutare. Se si è coscienti di questo, si potrà raggiungere un adeguato grado di conoscenza delle proprie azioni.

  1. Auto-accettazione Accettandosi a pieno, si rifiuta in automatico la possibilità di rinnegare un qualsiasi aspetto di se stessi: i pensieri, le emozioni, i ricordi, il corpo, il carattere, la personalità, etc. Di conseguenza, il processo di auto-accettazione ci porterà a smettere di lottare contro noi stessi, facendo emergere il coraggio di essere ciò che siamo, senza dover scendere a compromessi. Per questo motivo, la nostra autostima non sarà mai più alta della nostra auto-accettazione.

  2. Giudicarsi secondo i propri valori Per proteggere la nostra autostima, dobbiamo essere in grado di valutare nel giusto modo il nostro comportamento. Per fare ciò, la prima cosa è stabilire parametri di giudizio che siano nostri e di nessun altro. Quando ci valutiamo, tendiamo a basarci su quello che gli altri si aspettano da noi, anche se non siamo d’accordo. In questo senso, è bene fare un’analisi precisa riguardo le modalità di valutazione delle proprie azioni. Dobbiamo essere onesti e compassionevoli al momento di esaminare il contesto e le circostanze dei nostri atteggiamenti, così come le alternative che consideriamo accessibili.

  3. Eliminare la colpa Nel caso in cui ci sentiamo colpevoli in modo giustificato, dovremo prendere le misure necessarie per eliminare la colpa; non ha alcun senso limitarsi a soffrire passivamente.

  4. Riconoscere l’esistenza delle subpersonalità È importante essere onesti con se stessi e riconoscere l’esistenza delle “subpersonalità”. Dobbiamo stringere amicizia sia con il bambino e l’adolescente che sono in noi, sia con quell’individuo che un tempo eravamo, ma che oggi respingiamo. Così facendo, cominceremo a vedere noi stessi come un tutt’uno completo, piuttosto che parte di un individuo.

  5. Vivere attivamente Assumersi la responsabilità delle proprie azioni, dei propri sentimenti e del proprio benessere ci renderà consapevoli che esistiamo. L’indipendenza e la produttività sono virtù alla base dell’autostima, e il lavoro è il miglior modo di mostrare responsabilità verso se stessi.

  6. La fiducia in se stessi e l’auto-rispetto La fiducia in se stessi e l’auto-rispetto possono essere raggiunti solo attraverso l’autenticità dell’essere. Bisogna avere il coraggio di essere ciò che siamo, conservando la coerenza tra ciò che pensiamo/sentiamo/agiamo dentro di noi e il modo in cui lo facciamo con il mondo esterno. Non è possibile rassegnarsi al sottomondo dell’inespresso e del non vissuto.

  7. Favorire l’autostima degli altri Trattare gli altri con rispetto, benevolenza e buona volontà è necessario per poter supportare la nostra stessa autostima. Attraverso l’aiuto, ci renderemo consapevoli di quanto sia importante rispettare i tempi e permetterci di conservare i nostri propri ritmi.

  8. Rinunciare all’auto-sacrificio Dobbiamo accettare che non viviamo per servire gli altri né viceversa, che l’auto-sacrificio non contribuisce ad aumentare la nostra autostima e che ci vuole coraggio per essere egoisti in modo onesto.

La faccia più dura, ma necessaria del cambiamento duraturo Come abbiamo visto, aumentare l’autostima porterà a delle ricompense, ma comporterà anche il dover affrontare delle sfide. Per questo, a prescindere dalla fase della vita in cui ci troviamo, potremmo vederci costretti ad “abbandonare” tutto ciò che ci fa sentire a nostro agio, rinunciando alla nostra comfort zone e costretti ad esplorare un mondo sconosciuto.

C’è chi finisce per rendersi conto che non ama più il partner, che non è soddisfatto del suo lavoro o che i suoi amici non sono entusiasti di fronte al suo cambio di interessi. Naturalmente, spesso siamo portati ad accettare il modo in cui ci sentiamo – anche se non ne siamo soddisfatti –, sopportandolo, perché ormai ci siamo abituati. Abbiamo paura di non “riconoscerci” in noi stessi.

Per questo motivo, è bene capire quanto è importante che nella vita esista un certo grado di disorientamento, ai fini della crescita personale. Bisogna essere disposti a “sopportare l’incertezza e la confusione” fino a che non si raggiunge nuovamente uno stato di normalità. L’auto-tortura non è un’opzione di vita soddisfacente, per quanto vi siamo abituati. Dobbiamo dunque sforzarci di creare un concetto nuovo di noi stessi, anche se ciò implicherà un profondo processo di riadattamento.

Non saremo gli unici a subirlo: chi ci circonda dovrà lasciare da parte certi atteggiamenti per superare ed accettare il riadattamento. È probabile che cerchi di manipolarci per farci tornare ad essere ciò che eravamo prima, e per questo dovremo essere forti. In definitiva, per migliorare la propria autostima, è necessario lo sviluppo di un processo di resistenza, sia interno che esterno, che può risultare scomodo, ma che, d’altra parte, è assolutamente indispensabile per poter ottenere un cambiamento duraturo.

Avere un’alta autostima renderà ogni cosa differente. Una volta che avremo chiari in testa gli aspetti della nostra vita che cambieranno, disporremo di tutte le carte per impegnarci in questo viaggio, scoprendo che la realtà della vita può essere molto più bella.

Dalla rete #Divita

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