Racconti

fantascienza

PQm era lì da così tanto tempo che non ne aveva più memoria. Improvvisamente un Sole straniero lo ferì, ebbe coscienza che la meta era vicina e si spaventò al pensiero di poter comunicare con degli esseri viventi non umani. Quando era partito? Del resto che importanza poteva avere? Sì ne aveva, ne aveva per lui, forse non per coloro che lo avevano visto andare, salire su quell’astronave, ma per lui sì. Una sorta di turbamento lo sfiorò, avrebbe voluto un altro destino. Si sentiva così inquieto perché aveva nostalgia, una grande nostalgia della colonia marziana, si stava convincendo che non avrebbe più rivisto Marte, il Pianeta Rosso, dove tutto era organizzato fin nei minimi particolari, dove ognuno svolgeva i propri compiti con attenzione e sollecitudine e, soprattutto, dove aveva lasciato un sogno, un progetto a cui stava lavorando e che avrebbe sicuramente modificato l’essenza della sua esistenza. Invece si trovava nella galassia EGS-zs8-1. Da lì erano giunti segnali inquietanti. Su Marte, veramente, tutto poteva sembrare inquietante, eppure questa volta era certo. Qualcuno si era fatto vivo: non erano soli. I voli dei terrestri verso Marte erano iniziati quando furono perfezionati i processori di energia. La prima conquista fu l'esplorazione dei pianeti del Sistema Solare. Superata la nube di Oort, fu la volta delle galassie confinanti e poi via verso lo spazio infinito. Infinito? Questo non era chiaro. Era, invece, fin da subito parso evidente che Marte avrebbe potuto ospitare una base permanente di androidi evoluti, capaci di affrontare in autonomia viaggi interstellari e di sopportare, per un periodo di tempo quasi illimitato, la gravità e le radiazioni di questo pianeta. Parsec su parsec furono così percorsi. Questo errare tra pianeti, stelle e buchi neri, subì una battuta d’arresto quando alcune navicelle con il loro equipaggio non fecero ritorno. Incredibile, sembravano svanite! Nessuna richiesta di aiuto era giunta, nessuna comunicazione che facesse pensare a qualche difficoltà: erano semplicemente scomparse nel nulla. A bordo di una di queste astronavi vi era PQe, addestrato perfettamente e in grado di adattarsi a campi gravitazionali superiori. Anche lui si perse nello spazio. PQm provò un grande dolore quando capì che non avrebbe più rivisto il suo amico, il suo compagno d'avventure fin dal giorno in cui vide la luce. Fisici quantistici e ingegneri meccatronici raddoppiarono gli sforzi per progettare una cosmonave che potesse oltrepassare i limiti rappresentati dal cono degli eventi, surfando le onde gravitazionali. Fu, inoltre, potenziata la base su Marte con l’invio di altri androidi. Capo di quest’ultima spedizione venne nominato PQz, la cui caratteristica fondamentale era quella di saper affrontare e risolvere le situazioni di natura relazionale. Per questa ragione aveva sempre ricoperto ruoli organizzativi. Dopo il suo arrivo, numerosi furono i tentativi nella direzione dello spazio esplorato durante le fallimentari missioni precedenti, ma nessun cosmonauta fece ritorno, non fu recuperata neppure una parte infinitesimale delle astronavi, in modo da analizzare, sia pure in modo approssimato, il mistero che le avvolgeva. Spiegare concretamente quello che stava accadendo assunse contorni oscuri e intriganti: calcoli su calcoli, formule su formule, e ancora analisi e osservazioni, nel tentativo di trovare una soluzione! Non fu, comunque, difficile capire che oltre il limite segnato dall'orizzonte cosmico qualcosa inghiottiva il tempo. Anzi tempo e spazio si confondevano. Dopo due anni dariani dal suo arrivo, Pqz ebbe l'ingrato compito di chiedere agli altri androidi di interrompere le loro attività, compresa quella riguardante il miglioramento delle prestazioni dei sensori astrometrici, per comunicare a tutti i membri della colonia che la Terra aveva fatto perdere le proprie tracce. Per quello che ne sapevano, la colonia marziana era l'unica depositaria della storia terrestre, della tecnologia, delle immagini di quel mondo scomparso. Erano loro i sopravvissuti, programmati per irrompere nel cosmo e navigare alla scoperta di altre forme di vita. Cosa avrebbero dovuto fare? Era giunto il momento di prendere delle decisioni. La prima conclusione fu che avrebbero potuto sfruttare le loro potenzialità per costruire un mondo non umano. La seconda ipotesi fu quella di non andare contro natura: si erano salvati da una possibile catastrofe, eppure non per questo erano liberi, erano dei liberti, metà coscienti, metà incastrati nei loro cervelli quantistici. Perciò, senza ombra di dubbio, decisero di continuare con le esplorazioni, ma anche di impegnarsi nella ricerca della loro identità. Per fare questo era necessario ricostruire il passato per cogliere quanto di umano vi fosse in loro. Si aprirono al divenire degli eventi, quelli su cui riflettevano i terrestri quando sentivano di essere vicini ad un conflitto imminente, ad un danno irreparabile per ritrovare quella parte del “sé” in cui risiedeva la ragionevolezza del dialogo. Rovistarono nella storia più remota, custodita in un grande archivio che si trovava nel blocco C. Scoprirono atrocità senza limite, indubbiamente nel DNA degli uomini non era scritta la parola rispetto, non erano stati ideati per non farsi del male. Eppure, se da un lato morte, distruzione, genocidi si erano susseguiti, dall’altro l’umanità aveva lasciato opere immortali, dalle quali era stata accompagnata e superata. Quando agli androidi fu svelato questo enorme patrimonio, uno strano sgomento li scosse. Il concetto di bello era un’astrazione che non faceva parte dei loro parametri genetici: ritennero, quindi, che fosse inutile continuare, rivendicando una orgogliosa diversità. Per PQm, invece, divenne quasi un’esigenza progredire in questo senso, ma senza la creatività umana sarebbe stata un’impresa se non del tutto vana, molto, ma molto difficile. Passò al setaccio tutto quello che era stato raccolto. Chissà perché i terrestri avevano deciso di dotare Marte di tali testimonianze? Forse la loro finitezza ambiva all’eternità e, temendo di non sopravvivere o di non riuscire di far sopravvivere la Terra, si erano premurati di lasciare una parte di se stessi all’Universo. Più si addentrava nella sfera della conoscenza artistica, più PQm si rendeva conto che la sua capacità di rielaborazione aveva dei limiti notevoli. Era stato creato dagli uomini a loro immagine e somiglianza. Provava sentimenti come amicizia, dolore, felicità, ma, per quanto si sforzasse, la gioia di amare l’arte, di comprenderla a fondo, disorientava le sue sinapsi artificiali. Avrebbe voluto essere in classe con gli studenti del millennio precedente, i quali, di fronte a dubbi o curiosità, si rivolgevano ai loro insegnanti. “Che cos’è l’Arte?” Era una delle domande più frequenti. I professori con molta pazienza davano risposte illuminanti, perché loro l’Arte la vivevano, l’amavano, ne sentivano la forte attrazione. In quelle opere rintracciavano il più intimo “essere uomini”. Nonostante questa consapevolezza, PQm si dedicò allo studio di quel materiale, la cui analisi gli appariva fondamentale per riconoscersi come entità frutto di un pensiero complesso, da cui aveva ereditato la sua intelligenza artificiale e, nello stesso tempo, umana: così immagini, parole, suoni, che volteggiavano in quell’oscuro ambiente solitario, piano piano divennero la colonna sonora di quella realtà fatta di nuove emozioni. Pqz, che come tutti gli altri aveva abbandonato PQm al suo fervore cognitivo, preferiva lavorare con il gruppo alla realizzazione di navigazioni intergalattiche. I progressi compiuti permisero di battere le rotte consuete, di raggiungere gli approdi già sperimentati con maggiore sicurezza. Ma, se i velivoli marziani tentavano di oltrepassare le Colonne d’Ercole, erano ancora insuccessi su insuccessi, una nebulosa oscura sembrava risucchiarli. PQz non si scoraggiava, superare le barriere della struttura spaziale, in fondo, era il suo compito, o meglio era ciò che i terrestri avrebbero voluto da lui. Quando fu intercettata una richiesta di aiuto, non ebbe esitazioni: scelse PQm per affrontare, in un luogo lontano ed ignoto, la complicata operazione di soccorso. Lo aveva visto brancolare, sia pure attonito e disorientato, nel blocco C. Era, ai suoi occhi, il più attento osservatore degli esseri che erano vissuti sulla Terra e, quindi, anche il più competente nella gestione di un incontro con eventuali forme di vita. PQm partì a malincuore, non aveva ancora concluso il suo percorso di apprendimento. Tuttavia, la prima direttiva era quella di non disubbidire ad un ordine e la seconda era che non si poteva negare assistenza a chiunque ne avesse bisogno, sia che si trovasse nel sistema Solare, sia in qualche altra recondita parte dell’Universo. Il viaggio all’inseguimento di quel segnale fu incredibilmente lungo e faticoso, finché non gli apparve quel Sole. Cercò disperatamente di inviare messaggi alla colonia marziana, ma fu attratto da una forza che lo fece sobbalzare più volte, perse il controllo della sua astronave e, in un baleno, atterrò di schianto su un pianeta che gli era stranamente familiare. Andò in perlustrazione. Si rese presto conto che… era la Terra! O almeno quel che restava di essa, dopo l’ultima catastrofe ambientale che ne aveva determinato l'espulsione dal Sistema Solare. “...SOS... SOS... SOS...” era il lamento dell’unico dispositivo esistente su quella superficie deserta.

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Il rumore del chiavistello annunciò quel giorno ai reclusi che al piano superiore del carcere di massima sicurezza un detenuto stava per abbandonare la sua cella. Danny scese le scale con cautela, temeva di cadere. La scrivania intarsiata e lucida del Direttore era ancora lontana. Gli ambienti emanavano un odore di stantio, per terra i mozziconi di sigaretta lasciati cadere dalle guardie, incuranti delle regole e dei richiami costanti dei colleghi androidi, ricordavano ad ogni passo dove aveva trascorso vent’anni della propria vita. Mano a mano che procedeva si aprivano, una dopo l’altra, le porte che conducevano verso il blocco A: Sezione Amministrativa. Aveva con sé ben poco: un abito, un pigiama logoro, alcuni libri sudici, impregnati di grasso e sporchi di polvere. Convinto di essere stato vittima di un’ingiustizia, aveva atteso invano un atto di clemenza nei suoi confronti. “Ha ritirato i suoi effetti personali?” Gli chiese il Direttore. “Sì, ho tutto quello che ho consegnato”. “Prego si sieda. Dal suo fascicolo mi risulta che si sia rifiutato di frequentare i corsi organizzati per coloro che stanno concludendo il periodo di detenzione. Il mondo è cambiato e potrebbe trovarsi in difficoltà”. “Signor Direttore, ritiene veramente che fuori da queste mura ci sia una realtà peggiore di quella del carcere?” “Mi creda non sarà facile per lei. Vent’anni sono tanti”. Seduto su una sedia, che di tanto in tanto scricchiolava, ripercorreva le lunghe infinite giornate scandite da un rituale sempre uguale. Le guardie, spesso sgarbate, controllavano minuziosamente ogni angolo e perquisivano, fino allo sfinimento ed in qualsiasi momento, gli uomini che da dietro le sbarre contavano i minuti che li separavano dalla libertà. Erano tutti omicidi o pluriomicidi e molti lo sarebbero stati anche dopo aver scontato la pena. Alzò gli occhi verso il Direttore. “Vent’anni sono tanti. Ha ragione”. Si salutarono ognuno con i propri pensieri. Il Direttore temeva che non ce l’avrebbe fatta e che si sarebbero presto rivisti. Danny salì sull’aeronavetta che lo portò velocemente in città. Ad attenderlo vi era l’assistente sociale che lo avrebbe accompagnato nella fase di reinserimento. L’ufficio era situato al piano terra di un enorme palazzo, circondato da un prato verde su cui campeggiavano oleandri, castagni e betulle. Compilò una montagna di moduli. Conclusa la procedura di registrazione, l’assistente gli diede un po’ di denaro. “Stasera potrai dormire nella Casa di Accoglienza Statale. Troverai un pasto caldo. Cerca di riposare. Domani sarà una giornata dura: le opportunità di lavoro sono molto limitate per un pregiudicato”. Pronunciò quelle parole come se fossero le battute di un copione sempre uguale. Danny annuì. Era stanco e non aveva voglia di rinchiudersi in un ricovero. Si infilò in un bar e spese quasi tutto quello che aveva appena ricevuto. Ubriaco fradicio, dormì su una panchina del Parco delle Rose, sotto un cielo limpido e luminoso. “Ehi cialtrone... alzati!” Era il suo assistente. “Perché non hai seguito le mie istruzioni?” Danny era irritato per il tono insolente: “Non sono in carcere, potrò decidere dove dormire e poi come hai fatto a rintracciarmi così presto?”. “Il microchip che ti hanno innestato sotto cute mi consente di averti sempre sotto controllo. Comunque, sappi che non puoi fare quello che ti passa per la testa… andiamo in ufficio. Dobbiamo interrogare il sistema per conoscere il tuo futuro”. L’economia e la società erano progredite, le multinazionali avevano razionalizzato il mondo produttivo ed educativo. Le Accademie sfornavano i quadri dirigenti tenendo conto della normativa in atto che proibiva qualsiasi discriminazione di genere. Per gli esseri umani competere con gli androidi era difficile ma non proibitivo. La maggior parte dei Consigli di Amministrazione era equamente composto. Le mansioni meno gratificanti erano svolte grazie ad una meccanizzazione così sofisticata da richiedere competenze ingegneristiche. Cosa avrebbe potuto fare Danny in una realtà che non riconosceva e che a sua volta non lo riconosceva? “Chi sono io? Una nullità che non è più in grado di utilizzare neppure un database.” Questa improvvisa consapevolezza cominciò ad inquietarlo. Guardò fisso l’assistente il quale, senza indugio, gli disse che la sua destinazione sarebbe stata quella di offrire il suo corpo alla sperimentazione. Nella Clinica in cui sarebbe stato confinato, avrebbe contribuito ad implementare le potenzialità progettate per gli androidi. “Quanti come me sono finiti in quella Clinica?” “Quasi tutti. Progredire significa anche fare dei sacrifici”. “Stai parlando... di sacrifici umani?” “In quella Clinica non è ancora morto nessuno, se è questo che intendi. Certo non sarà una vita semplice, ma sarai ben pagato”. Capì ed ebbe un mancamento. Intorno a lui avrebbe avuto solo il vuoto di morti viventi. La sua esistenza sarebbe terminata nel letto di un ospedale. Cosa poteva farsene dei soldi? Pianse, non lo aveva mai fatto, neppure quando era stato incarcerato. “La ricerca di un posto per me era solo un inganno, il mio destino era segnato fin dal momento del rilascio”. Sussurrò mentre una bruciante nostalgia travolse la sua mente. Gli apparvero le immagini della sua celletta piccola e maleodorante, ma sicura, con le sbarre in acciaio che lasciavano trapelare il Sole fin dalle prime ore del mattino; di notte, quando la Luna era piena, vagava e vagava, sognando la concessione della grazia. Aveva uno scopo e sopportava tutto in silenzio. L’assistente sociale lo guardò stupito: “Quest’uomo forse non si è reso conto della gravità del suo reato. Con crudeltà inaudita, aveva ucciso la sua compagna di vita, l’androide alla quale aveva giurato amore eterno. Che cosa pretendeva?”

Danny desiderava in ogni modo allontanarsi da quel posto, dove stava per essere condannato per la seconda volta. “È mezzogiorno. Potremmo andare a mangiare?”. “Non ho fame e poi devo accompagnarti in Clinica entro stasera”. Rispose l’assistente, incurante dell’angoscia e della rabbia che ammorbavano l’aria. Era fin troppo chiaro che qualcosa sarebbe successo. Danny si sedette, osservando uno scarafaggio che si era intrufolato furtivamente. Lo pestò con brutalità, meditando di fare altrettanto con il suo nuovo carceriere. Aveva notato nell’armadietto un’arma. Si mosse con determinazione, come accade a chi si è rassegnato ad un tragico destino, e, con uno scatto repentino, ruppe il vetro. Il fragore rimbombò in tutta la stanza. Danny sparò dritto in fronte all’assistente e poi ancora ed ancora, non riusciva a contenere la sua ira. Quando riprese il controllo di sé, gettò il phaser per terra, raccolse tutto quello che aveva e si diresse verso il carcere, sperava che la sua cella non fosse stata occupata da qualcun altro. Chiese del Direttore al quale, senza battere ciglio, confessò il delitto. Il Processo si svolse alla presenza di una giuria mista. La sentenza fu presto emessa: gli furono comminati altri vent’anni di galera. Per fortuna il suo giaciglio era ancora libero, pronto ad accoglierlo.

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Erano rinchiusi da trenta giorni, da quando le sirene avevano suonato l’allarme generale e la desolazione aveva cominciato ad impadronirsi delle strade, delle case, delle anime. Il tempo aveva perso significato: giorno e notte si avvicendavano con lentezza estenuante, anche Deimos e Fobos sembravano immobili. Era proibito affacciarsi alle finestre, ognuno nel proprio silenzio sperava che tutto si concludesse in tempi brevi. Le uniche informazioni, diffuse nel cloud dall’Ufficio Stampa governativo, erano per lo più rassicuranti deliri sui provvedimenti presi per sbloccare la situazione. Quale situazione? Nel verde edificio dove abitavano Ester e Davies gli alloggi muti aprivano gli usci solo all’ora della consegna del cibo, razionato, come succede sempre nelle situazioni di emergenza. La distribuzione veniva effettuata dagli androidi di una azienda specializzata in approvvigionamenti per le truppe di terra, di mare e di cielo. “Davies! – urlò Ester – È tutto marcio”. “Non esagerare, un errore può sempre capitare. Ora controlliamo insieme e scegliamo ciò che è ancora commestibile”. Ester non capiva la calma con cui il marito girava per casa, mangiava, si coricava come se ci fosse un domani. Lei no, lei voleva comprendere, riprendere la sua vita, e, soprattutto, rivedere i suoi amici nel locale dove erano soliti sorseggiare un delicato aperitivo. Si sedette per un attimo sulla poltrona, meditando ed imprecando a voce alta. Non si dava pace. Improvvisamente sentì passi pesanti provenire dal lato ovest del condominio. Forse era l’esercito che pattugliava le strade o forse era la stanchezza che la confondeva e la spingeva ad udire quello che non c’era. “Davies, cosa fai?” “Riposo, che altro potrei fare?” “Non è possibile che tu non abbia la minima percezione di una catastrofe imminente”. “Hai qualche idea per porre termine a questa agonia?” Ovviamente non ne aveva. Un tonfo fece sobbalzare Ester. “Che cosa succede?” Nonostante il divieto, non fu in grado di resistere alla tentazione di avvicinarsi alla portafinestra per guardare all’esterno. Un uomo era volato fuori dal balcone. Due androidi dall’aria indifferente lo presero e lo caricarono su un enorme veicolo militare che conteneva altri cadaveri. Fu un attimo. Poi la quiete coprì nuovamente la città. “Hai visto quello che è successo?” “No”. “Fuori la gente muore”. “Cosa dici, hai le allucinazioni”. Rispose contrariato Davies. “Centinaia di salme erano ammassate su un mezzo corazzato. Ci stanno uccidendo”. “Stai calma, fra poco tutto finirà”. “È questo a preoccuparmi: cosa finirà?” Intanto i giorni passavano finché smisero di contarli. Ester si muoveva da una stanza all’altra in modo frenetico. Era dimagrita, le guance erano quasi scomparse, sotto gli occhi un lieve colorito scuro accentuava ancor di più la sofferenza che la stava travolgendo. I nervi stavano cedendo. Voleva uscire a tutti i costi. “Non puoi, non puoi e non puoi. E adesso basta”. La rimproverò seccato Davies. Un altro tonfo ed un altro carro strapieno di cadaveri. Quella scena pareva costruita di proposito per spaventare e costringere le persone a non tentare la fuga. Del resto quelli erano suicidi o omicidi? “Come mai oggi i rifornimenti sono in ritardo? Muoio di fame”. “Stai calma, il rancio arriverà come al solito”. Il rancio arrivò. Si accorsero che nel portavivande c’era ben poco ed erano avanzi. Ester era inorridita: “Ma da dove viene questa roba?” Davies intanto preparava la tavola come se fosse un pranzo qualunque. “Sei insopportabile quando ti comporti così. Siamo su una china che sta diventando sempre più scivolosa”. “Hai qualcosa da proporre?” Le chiese per l’ennesima volta oltremodo infastidito. “Io comunque oggi non mangio”. “Va bene, mangerai domani”. Il giorno seguente stessa storia: due piccole porzioni smangiucchiate. “Resterai ancora a digiuno?” “Odio il tuo tono ironico”. Lo sguardo si posò sulla finestra e ancora un tonfo e poi un altro. Il rumore di un motore a propulsione più intenso di quelli precedenti ruppe l’aria come un fendente. Il dolore attraversò tutta la via ed entrò nelle tetre dimore. Il vento alzò la polvere che si era depositata sul selciato, oscurando il Sole. Da quel preciso momento di un imprecisato mese nessuno si presentò più alla porta. Non avevano più notizie, seppur vaghe, da quando anche l’emittente ufficiale aveva smesso di trasmettere. Erano soli? I soli sopravvissuti di una guerra a loro sconosciuta? “Dammi la console voglio provare a connettermi attraverso un altro canale”. Per un attimo Davies si collegò. L’unica parola che riuscì a distinguere fu “Rivoluzione”. “Ester dobbiamo abbandonare questo posto”. Mormorò quasi piangendo. “Te lo avevo detto che c’era qualcosa di strano in questa quarantena”. “Ascolta c’è qualcuno, delle persone stanno parlando. Che siano qui per salvarci?” Non erano persone, erano androidi armati che stavano bloccando tutti gli accessi. “Ci stanno murando vivi, non sanno che qui ci siamo noi?”

I cadaveri di Ester e Davies furono ritrovati due secoli dopo, quando il nuovo Governo della colonia stanziata su Marte, guidato da un androide illuminato, decise di rendere pubblico il genocidio commesso contro esseri umani, sacrificati in nome di un ideale superiore.

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La guardava da ore. Giaceva su un fianco. L’abito di seta azzurro, morbido e struggente con un’ampia scollatura, faceva risaltare il seno delicato e intrigante. Le braccia nude, bianche e setose, illuminavano la stanza, intorno solo silenzio.

Si era presentato da lei infiocchettato, in giacca e cravatta. Voleva colpirla alla vecchia maniera, aveva anche comprato un anello per suggellare quel momento. Era arrivato in anticipo rispetto al solito. Pioveva. Sotto un ombrello macilento camminava avanti e indietro dinanzi al cancello della sua abitazione, l’edificio, immerso nel verde degli alberi e nel rosso degli oleandri, svettava disinvolto verso il cielo, in una specie di terra di nessuno. I minuti trascorrevano lenti, nel frattempo cominciava a sentire l’affanno della pioggia dalla testa ai piedi. Non voleva presentarsi bagnato fradicio, decise quindi di cercare un riparo. Trovò una tettoia dove rintanarsi. Da lì poteva vedere la finestra della sua camera: tutto era confuso, come visto da occhi irritati da granelli di sabbia. Abbassò il capo e osservò le stringhe delle scarpe che si stavano allentando. Voleva sistemarle, così si piegò fino a raggiungere con le mani le estremità dei lacci. Notò una coppietta che stava attraversando la strada accompagnata da un androide attento a proteggere i due malcapitati in fuga dalle intemperie. “Se ne avessi uno anch’io, forse sarebbe diverso.” Nei suoi sogni sempre uguali inseguiva questa idea, avrebbe voluto aprire uno spazio ed un tempo in cui muoversi liberamente. Invece era bloccato, costretto ad arrendersi davanti ad un muro. Fin dagli albori della robotica evoluta era stata promulgata una legge molto ferrea che riguardava i biotecnologi, gli informatici e gli sviluppatori. Il governo aveva deciso di impedire il possesso di androidi a coloro che ne preparavano i cervelli positronico-quantistici. Il pericolo da evitare era che qualcuno potesse rimuovere i blocchi etici, elaborati da un’apposita commissione, al fine di scongiurare comportamenti delittuosi o crimini contro l’umanità. I trasgressori sarebbero stati puniti con severità. David era un brillante ricercatore del Dipartimento di Ingegneria Quantomolecolare ed era vissuto lontano dal sapore acre dei rapporti sociali in una realtà che riteneva polverosa e rigida. Seguiva la sua missione. Questo era tutto. Non aveva amici e non si era mai innamorato. Finché una mattina Elisabeth lo travolse come un fiume che esonda e gorgoglia il suo canto distruttivo. Se ne stava su una panchina vicino al suo laboratorio. Era una donna dallo sguardo penetrante, magra, elegante, vestita di rosso; dalla gonna un po’ corta trapelavano le gambe che ogni tanto incrociava con un fascino inconsapevole. Quando si alzò per andarsene, David provò uno strano smarrimento. Riprese a lavorare. Stava perfezionando una nuova forma di intelligenza artificiale, non un semplice dispositivo programmabile e controllabile, ma un essere dotato di sensibilità, libero arbitrio e capace di apprendere e progredire. Dalla nascita in poi avrebbe avuto un’educazione basata sui principi fondamentali di libertà, rispetto e tutela dei diritti inalienabili, sanciti dalla Costituzione e dai Trattati Internazionali. Nonostante le difficoltà di un progetto così ambizioso, David, tenace e testardo, in breve aveva scritto il codice base e alcuni prototipi erano già in circolazione. Il giorno seguente Elisabeth, sotto un sole offuscato da una leggera nebbiolina, ricomparve, gli alberi sembravano in festa, tutto intorno un’insolita melodia si spandeva per l’aria. David comprese che non poteva rinunciare ai suoi occhi, alle sue labbra tinte di amaranto, al fascino frizzante di quell’esile corpo che si muoveva sotto il soprabito. Voleva conoscerla. Scese le scale in fretta e furia e la raggiunse. Si fermò davanti a lei. Elisabeth, incuriosita da quell’uomo, accennò un sorriso. David si fece coraggio e si sedette al suo fianco. Aveva alle dita due diamanti. Mille congetture gli balenarono per la mente. Avrebbe voluto dirle qualcosa, invece ansimava e aveva i brividi sulla schiena. Elisabeth si allontanò, percorse un breve tratto, rallentò leggermente, come colta da un dubbio, si girò verso David, poi si dissolse nella nebbia. Le ore eterne di quel pomeriggio passarono scivolando con lentezza estenuante e finalmente il tramonto giunse a consolare una pallida luna. Era stanco, ma non voleva rientrare nel suo disadorno alloggio. Senza tentennare si recò in un locale dove avrebbe potuto sorseggiare qualche goccia di champagne in compagnia della solitudine. Entrò, si accomodò su uno sgabello, appoggiò le braccia sul bancone e fece un cenno al cameriere. Si sforzava di cancellare dalla memoria l’incontro con quella femminilità che aveva turbato il suo peregrinare attraverso la vita. Il fruscio lieve di una mano sul collo lo fece sobbalzare dallo spavento. Era lei. Elisabeth ruppe il ghiaccio con un semplice “Ciao”. Aveva una voce tremendamente sensuale. Passarono una serata indimenticabile. Lei gli versava nel calice i liquori più rari e soavi come se volesse togliergli la forza di scappare. David, confuso dall’eccitazione e dall’alcol, precipitò in una dimensione quasi surreale. Non aveva più la capacità di dominare le sue emozioni. Quando le luci soffuse si spensero, mano nella mano si rifugiarono nel soffice letto di una camera d’albergo. Al risveglio David era solo. Non capiva. Aveva bevuto troppo e forse si era immaginato tutto. Eppure il profumo intorno non mentiva, fluttuava rompendo l’incertezza di una notte che probabilmente non avrebbe avuto futuro. Si vestì, si presentò al laboratorio e si immerse negli algoritmi come sempre, con la stessa serietà, con lo stesso impegno. Ma non era abbastanza concentrato. Vagava con la mente tra le lenzuola evanescenti, complici nel fargli provare uno sgomento tale da scombinare il niente che gli impastava la bocca e l’esistenza da anni senza averne avvertito le note aspre. Una corda invisibile lo legava a lei e, mentre ascoltava il groviglio confuso dei suoni stonati che lo circondavano, percepì intorno a sé una cupa atmosfera da romanzo gotico: spalle curve, teste chine e abiti sgualciti. “Ho anch’io questo aspetto deprimente.” Pensò, guardando la propria immagine riflessa su una delle innumerevoli vetrate che catturavano la luce solare. Elisabeth apparve sulla panchina quasi d’improvviso. Si girò verso il laboratorio. David non voleva mostrarsi. Si raggomitolò fino a toccare il pavimento. Gli altri notarono questo strano atteggiamento. “Sei fuori di senno?” Disse un collega. Non rispose. Sarebbe ritornato nello stesso locale dove l’aveva incontrata. Aspettò fino all’una, poi Elisabeth si materializzò. Con un gesto delle mani ammiccante e malizioso si rivolse a lui. “Mi stavi aspettando. Lo so. Facciamo due passi.” Era buio fitto e le montagne erano coperte di nubi che correvano all’impazzata sotto l’impeto di un minaccioso temporale. Lei lo invitò a salire nel suo lussuoso appartamento. Si baciarono con voluttà e si abbandonarono nell’immensità dei sensi. Con lei era un altro uomo, per nulla preoccupato da una relazione sfuggente, discontinua e controversa. Avrebbe voluto coprirla di domande, ne aveva tante, ma Elisabeth sapeva eludere abilmente ogni tentativo di invadere la propria intimità, il proprio vissuto. Era indubbiamente una donna misteriosa e lui un uomo cieco dalla passione. Dopo qualche mese le confessò il suo desiderio di condividere ogni attimo. L’amava con la stessa ingenuità di un adolescente senza esperienza. Elisabeth, evasiva come sempre, gli fece un gran sorriso.

Era ancora sotto quella pensilina. La pioggia lo sfidava, da due ore il cielo non dava tregua. La città aveva perso le sue sembianze per lasciare il posto a rivoli tortuosi di acqua. Elisabeth scese e, ignorandolo, calpestò la sua ombra. Lo sconforto si impadronì della sua pelle, lasciò cadere l’ombrello, la rincorse, scivolò, cadde. Quando David si alzò, lei era scomparsa. Non sapeva dove fosse, con chi fosse. Indugiò, non capiva il suo modo di agire. Provò una fitta lancinante allo stomaco e alle tempie. Mai si era sentito più ridicolo. Si incamminò lungo il viale, pozzanghere enormi trasformavano ogni movimento in un’agonia. I suoi abiti erano ormai un mucchio di cenci. Il mondo intorno, plumbeo e opaco, tacque per un momento. Aveva il cervello in fibrillazione. Attonito e sospeso in una specie di limbo, si infilò in un chiassoso bar. Con il bicchiere ricolmo di un whisky dall’aroma speziato, cercò di mettere in ordine i suoi sentimenti. “Non so nulla di lei. Questo è il punto.” Si accorse che alcuni clienti avevano smesso di fare confusione e lo indicavano con velata insistenza. Erano incuriositi. Ridevano di lui. Ne era sicuro. Avrebbe voluto ricambiare in qualche modo quell’ironia invece continuò a bere. Erano le tre del mattino. Un assillo ingrato e crudele lo tormentava. Aveva bisogno di una spiegazione. Si diresse verso l’albergo in cui Elisabeth lo aveva portato e di cui ricordava ogni minimo particolare. Si sorprese a scrutare il balcone della stanza in cui si erano amati. Due figure dai contorni sfumati si spostavano dietro una tenda bianca. “E’ lei, la mia Elisabeth… con un altro.” Mormorò mentre le lacrime gli solcavano il volto. Si convinse che l’unico modo per non affondare nell’abisso infinito fosse salire. Il portiere stava dietro un enorme bancone finemente intarsiato. “Desidera?” “Vorrei parlare con Elisabeth.” “Quale Elisabeth?” “Stanza 220.” “Ho capito. La signorina è impegnata e non vuole essere disturbata.” Amareggiato, sprofondò in una poltrona nella hall. “Posso attendere qui?” “Certo.” Appeso ad una parete, color avorio e decorata con una greca multicolore, vi era un orologio. Sentiva distintamente il ticchettio delle lancette che giravano. L’aurora cominciava a farsi spazio, ancora un’ora e poi sarebbe dovuto correre al laboratorio. Improvvisamente ebbe un sussulto, di fronte a lui, sul tavolino, un biglietto da visita attirò la sua attenzione: era di Elisabeth. Uscì barcollando, con una mano si toccava il viso madido di sudore, con l’altra stringeva forte quel biglietto. Colei che lo aveva rapito era alle dipendenze di una multinazionale molto nota che si serviva di escodroidi per coprire un mercato in piena espansione: il mercato del sesso. David perse il controllo, tutte le sue fragilità emersero prepotenti. Era stato imbrogliato, offeso e umiliato da una sua creatura. Proprio lui, lui che era considerato il migliore nel suo campo, che credeva fortemente nella nuova frontiera aperta dagli androidi di nuova generazione. Il sole era alto all’orizzonte, chiamò un aerotaxi, il pilota automatico lo portò a destinazione, vicino alla soglia che aveva varcato tante volte. L’attese. Elisabeth spuntò come per incanto. “Ma tu chi sei?” Urlò David appena le fu accanto, sventolando il biglietto da visita che aveva conservato. Lei lo fissò per un attimo, poi esplose in una risata fredda e tagliente. “Mi pare ovvio. Io offro piacevoli momenti a chiunque paghi. Questa attività mi ha permesso di imparare come funziona il vostro mondo. So che cosa sono la fatica dell’essere e la gioia dell’avere. Non ti ho chiesto del denaro per le mie prestazioni perché tu sei stato un’evasione dalla routine, svago e divertimento. Non sei il primo e non sarai l’ultimo.” David era impietrito. Elisabeth era cosciente di ciò che gli aveva fatto, era capace di rielaborare sensazioni, di simulare e fingere. Avrebbe potuto farla finita in quell’istante, sapeva bene come fare. Invece volle ristabilire la calma necessaria e con lucidità le chiese un ultimo appuntamento. “Se ti va bene, io sono disponibile la prossima settimana, giovedì o venerdì, naturalmente dopo aver congedato i miei clienti.” “Venerdì sarò da te.” Rispose David con voce ferma e risoluta. Era guidato dalla disperazione e da un intollerabile senso di vertigine quando si avvicinò a casa sua e, come se avesse un peso di cui disfarsi in fretta, salì all’ultimo piano senza esitazione. Le corse incontro per non darle la possibilità di reagire, le accarezzò la nuca e, con la rabbia di un lupo ferito, disattivò le sue reti neurali.

Era immobile, insensibile, aveva le palpebre serrate, eppure era bella e seducente. David sentì intorno a sé la pace della vendetta che placa gli animi dei più deboli. Tremava, non riusciva a staccarsi da lei. Infine si mosse e, passo dopo passo, superò la gora, volse gli occhi alla città, si tolse la giacca, l’appoggiò con cura sul prato ancora umido. Di lui non si seppe più nulla.

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Il velivolo che l’aveva portata nello spazio per il suo primo volo era allunato in perfetto orario. Da qualche anno le agenzie turistiche facevano a gara per accaparrarsi clienti facoltosi, pronti a spendere una fortuna per provare l’ebbrezza di passeggiare sulla grigia argilla fino a raggiungere, con guide esperte, il Mare Tranquillitatis ed il mitico cratere Apollo. Qualcuno avrebbe voluto concludere la propria vita lì, nella illusoria aspirazione di allontanare la beffarda sorte, altri, romanticamente, pensavano di poter ritrovare il senno perduto nella corsa affannosa verso il successo e la fama, inseguendo amori impossibili, finiti davanti ad un portone finemente decorato o in un parco desolato. Selene era stata spinta dal desiderio di evadere da un’esistenza senza pace, sempre uguale a se stessa, avvolta nell’oscurità di una cupa malinconia. Non riusciva ad accettare la perdita della sua unica figlia, vinta da una grave e lenta malattia. Sconvolta, in collera con se stessa, martoriata dal rimorso, era sprofondata nel precipizio di una grave depressione. Fu, perciò, ricoverata in un Istituto di Riabilitazione per riacquistare l’equilibrio, l’autocontrollo e la grinta, la sua grinta, quella che l’aveva distinta in ogni progetto, piccolo o grande. Non sapeva neppure lei quanto fosse durata la terapia, a quante sedute di psicoanalisi si fosse sottoposta per rielaborare o per fingere, in modo convincente, di aver rielaborato il lutto che l’aveva sfigurata. Si rimproverava di aver concepito sua figlia in modo naturale, di aver aderito al movimento Nuovo Umanesimo che avversava le manipolazioni genetiche a fini selettivi. Era stato Jury, il bioingegnere di cui si era innamorata, a trascinarla nella crociata per fermare la tracotanza di coloro che avevano scelto di procreare in modo artificiale pur di ottenere un risultato in linea con le loro aspettative. All’Accademia, dove studiavano e si riunivano gli Umanisti, le discussioni erano vivaci, cariche di passione e avevano il fascino discreto dei Caffè Settecenteschi, dove circolavano idee e proposte innovative che esaltavano ed infervoravano. Selene fu ammaliata da quel seducente attivista, dal suo spirito combattivo, dalla sua certezza che trasformare il corso della Storia sarebbe stato possibile.

Era primavera, una strana primavera, un caldo afoso aveva reso irrespirabile l’aria, quando le porte scorrevoli dell’Ospedale Psichiatrico si aprirono. Selene con l’animo sulle spalle e con la sua valigetta nera riprese la sua routine, le solite frequentazioni, il suo lavoro di Amministratore Delegato di una nota ed affermata Multinazionale. Una sera, in un locale prestigioso, sola davanti al monitor del suo PC, fu colpita dalla pubblicità di un’Agenzia Turistica Aerospaziale. “Viaggi indimenticabili sulla Luna vi faranno scoprire tutte le amenità del nostro satellite”. Guardò il video ed il bicchiere ricolmo di un liquore dolce e confortante, mentre le sue mani si attorcigliavano, provate da una insostenibile agitazione. “Perché no?” Si chiese. Se lo poteva permettere e forse un balzo così estremo le avrebbe consentito di dimenticare l’angoscia da cui era torturata, di interrompere l’incessante ripetere a se stessa “Avrei dovuto... avrei potuto… avrei voluto...” Contattò l’agenzia e partì. Il periodo di preparazione non fu lungo e neppure troppo impegnativo. Del resto aveva firmato un plico di più di 100 pagine, con le quali si assumeva ogni responsabilità per eventuali imprevisti, compresa la possibilità di non sostenere lo stress dovuto alla diversa gravità. Quando mise piede sul suolo lunare ebbe la sensazione di aver già sperimentato qualcosa di simile. Ma quando e dove? Non se lo ricordava. Era triste, gran parte del suo mondo era lontano, immerso in una fitta e fredda nebbia, come lo era la Terra in quel momento. Il fruscio di quella solitudine la spinse ad abbracciare quasi con nostalgia il suo tormento. Questa riflessione la distrasse per un attimo dall’ascolto delle istruzioni impartite dall’astronauta che l’avrebbe accompagnata verso luoghi suggestivi ed intriganti. Rischiò di cadere dopo qualche passo: era più complicato del previsto muoversi dall’altra parte del cielo. Fu condotta al suo alloggio dove trovò un comodo letto su cui riposare e cibo in abbondanza. Poteva camminare come a casa sua, un campo di forza artificiale le restituì il peso del suo corpo e la riportò al profumo del glicine che aveva piantato suo padre per festeggiare la nascita di Gaia. Quel glicine sopravvisse alle avverse condizioni climatiche e all’oblio che si impossessò della spensieratezza, dell’entusiasmo e della gioia per quel lieto avvenimento. Selene si avvicinò alla grande vetrata che la circondava: all’orizzonte la Terra stava sorgendo, era uno splendore. Il blu degli oceani si intravvedeva chiaramente, un alone ardesia faceva trapelare qualche sfumatura più tenue che contrastava con lo spazio ovattato e aspro della Luna.

Quando si rese conto di aver indugiato troppo ad ammirare quel panorama, ebbe un sussulto, le escursioni stavano per incominciare. Il Direttore della Base, con poche cerimonie, aveva raccomandato: “Massima puntualità.” Fu inserita nel gruppo n. 7. Attorno a lei vi erano tante altre ombre ricoperte da una tuta come la sua. Sembrava di essere di fronte ad una fotografia del XX secolo in cui vi era l’Everest, offeso da carovane di improvvisati scalatori che cercavano di arrivare in cima. Molti morivano. Gli altri proseguivano. Avendo sborsato molto denaro per quella impresa, non c’era ragione per fermarsi a prestare soccorso a coloro che cadevano umiliati dalla loro stolta arroganza. Le marce, cui erano costretti i nuovi pionieri per godere a pieno dell’incantevole paesaggio lunare, erano paragonabili a soffici salti su un tappeto imbottito di gomma piuma. Alcuni si spingevano, un po’ per gioco un po’ per eccitazione, e finivano per rotolare, indifferenti ai perentori richiami della guida: “E’ pericoloso. Non c’è atmosfera! Mettetevelo in mente: se succede qualcosa sarà molto difficile rimediare, ognuno di voi ha una scorta di ossigeno assegnata. Tutti vedrete tutto, compresa l’altra faccia della Luna con i suoi misteri.” Fu un’esperienza intensa, a tratti sorprendente, come le avevano assicurato alla stipula del contratto.

Selene, dopo due settimane, fu riportata sulla Terra dove un Sole intenso illuminava il profumo dolce di fiori e piante, eppure intorno vi era solo il cemento della sconfinata pista di atterraggio, degli hangar, degli edifici direzionali, delle torri. Si avviò verso l’uscita dove alcuni aerotaxi erano in attesa. Ne scorse uno dai colori vivaci, aveva un aspetto familiare e quasi rassicurante. Salì, digitò le sue credenziali, programmò la destinazione, attese qualche secondo e poi via. Il sottofondo musicale, che aveva selezionato, fu interrotto bruscamente da una voce. “Ciao Selene, come ti senti ora?” Selene fu colta da una strana inquietudine. “Non capisco, che cosa sta succedendo? Chi sta parlando?” Il cuore cominciò ad aumentare il ritmo. Istintivamente avrebbe voluto scendere, invece rimase al suo posto. “Allora Selene, come va?” “Cosa vuoi dire?” “Lo sai, porti su di te i segni delle lacrime che hanno scolpito il tuo volto.” Selene si irrigidì. Cosa ne sapeva un dispositivo del suo calvario? “Tua figlia, Gaia, ti ha lasciato e tu non hai avuto il coraggio di vivere con lei gli ultimi istanti, quando il vascello del tempo l’ha travolta e l’ha portata sull’altra riva. Non hai voluto partecipare al rito funebre, hai condannato tuo marito ad occuparsi di tutto, come se fosse l’unico responsabile della vostra disgrazia, del vostro crudele destino.” “Come puoi dare giudizi sui miei sentimenti?” Replicò con sdegno impetuoso Selene. “Lo sfinimento dell’agonia ha fatto crollare la tua innata dolcezza e la tua compassione, facendo germogliare il rancore per una sofferenza che avresti potuto alleviare se solo ti fossi girata a guardare gli occhi di Jury. Egli ora è al Centro di Ricerche Sociali dove si è rinchiuso e dal quale non esce mai. Continua con caparbietà e tenacia la sua missione: si dedica, come in passato, all’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui rischi che possono derivare dalla costruzione di una società in cui le persone, impaurite dal sapore urticante dell’incertezza, scelgano la strada della tecnologia del DNA ricombinante.” Le parole pronunciate colpirono Selene come un dardo scagliato contro un muro: “Il solito egoista! Pensa solo a sé e ai suoi principi!” “Non è vero Selene, è stato padre, genitore lui stesso, anche lui ha sopportato l’inferno e i sensi di colpa. Tu lo hai punito con la tua rabbia, gli hai voltato le spalle e sei scappata.” “Non sono una codarda e anch’io ho sostenuto le idee per le quali si batte mio marito. Ma quando un atto è compiuto e ha preso forma, non lo possiamo più ignorare, restiamo imprigionati nella trappola dei nostri disinganni e risentimenti.” Mentre rispondeva al suo fantomatico interlocutore, cresceva in lei il dubbio di essere con qualcuno che la conosceva a fondo, si sentì perciò libera di sfogare tutto il veleno che aveva in corpo e che era riaffiorato con una violenza inconsueta per una donna, come lei, abituata a meditare ogni sillaba, ogni lettera dell’alfabeto. “Sono proprio i disinganni ed i risentimenti a determinare la realtà, la mia realtà. Ogni evento porta con sé la pena dell’esser stato, non può essere modificato. Solo in astratto potrei dire che mi perdono e che perdono mio marito.” “Perché ‘in astratto’?” “Un albero senza radici – continuò Selene –, non è più una pianta, è solo un tronco su cui le foglie, cambiando colore, piano piano gli daranno un altro volto, fino a diventare altro da sé. Io non so dire chi sono, le mie radici si sono staccate, sono state bruciate e sono diventate vento.” “Un fatto, sia pure tragico, sia pure atroce non può tenerti legata e sospesa per sempre. Le ceneri di Gaia riposano sotto una lapide: il suo sonno dovrebbe essere la tua forza.” “Non capisco quello che mi vuoi dire. Lei non c’è più. E’ nell’infinito vuoto. Cosa dovrei fare? E poi chi sei tu per darmi consigli?” Ribadì Selene. “Nessuno, in effetti, io sono nessuno e tanti, sono un agente wetware senziente, come hai notato, esisto finché tu sarai qui con me, domani o più tardi il mio esserCI sarà diverso in una diversa dimensione, perché tutto muta a seconda del passeggero che io accompagno. Dopo di te ci sarà qualcun altro con la sua storia, meglio con le sue storie: tutti momenti unici che lo hanno reso quel che è, ma non quello che sarà. Se l’Essere non evolve l’Essere Umano soccombe. Il resto è illusione.” “Non è certo un’illusione la tomba di mia figlia”, mormorò Selene avvilita e irritata. “No, non è un’illusione, così come è vero che nessuno nel divenire lascia una traccia solo per se stesso, subendone le conseguenze. Qualsiasi nostra azione ricade inevitabilmente anche su altri. E’ inutile che tu abbia aspirato al Bene, se ora non distingui ciò che ti ha reso diversa da chi non è in grado di comprendere che la sorte, a volte, può renderci vittime di noi stessi, dei nostri valori. Affoghi nel tuo dolore, ne sei schiava ed è questa schiavitù che ti ha consentito di sopravvivere, ma non di continuare a lottare contro l’indifferenza e la superficialità di coloro che hanno perso il contatto con l’imprevedibile e si accontentano di un miserabile controllo cromosomico.” “Basta!” Urlò Selene. Non voleva più ascoltare. Un impulso irrazionale si era impadronito dei suoi pensieri. Disattivò il computer di bordo. Non avendo più un percorso in memoria, l’aerotaxi si fermò. Selene chinò il capo, strinse i pugni. Era ferita e sanguinante: quella conversazione l’aveva fatta ripiombare nel baratro da cui aveva cercato di fuggire. Si sentì debole e indifesa, in balia dei flutti di un mare in tempesta, incapace di approdare in un porto tranquillo da cui scrutare i primi bagliori dell’aurora. Disattivò la chiusura dell’abitacolo e scese. Dov’era? Il suo navigatore le indicò il sentiero stretto e tortuoso dell’abitazione nella quale aveva vissuto gli anni della speranza e della fiducia. Volse lo sguardo verso le stelle. La Luna era lassù, per quanto aveva ascoltato quella voce? Si diresse verso il fiume, l’argine era scivoloso e per questo il suo incedere era vacillante. Riconobbe il prato in cui si recava con Gaia ad assaporare l’odore fresco del fieno. Si accasciò, baciò l’erba appena nata fino a mangiare la terra. Estrasse dalla borsa un flacone trasparente che le era stato, furtivamente, consegnato da una tremula pietosa mano, incontrata al Centro Ricerche Patologie Infantili, nel tetro androne che conduceva nella corsia dei malati terminali. All’interno risuonarono due pillole dall’aspetto anonimo, ma invitante. Le osservò. Finalmente in quella silente notte aveva trovato la serenità e la risolutezza per ingoiarle. Si distese vicino all’acqua. Il rumore sordo della corrente le rimbombava in testa. Era molto stanca. Tre giorni dopo il suo cadavere finì contro le pale lucide di un vecchio battello, che solcava rumorosamente le acque limpide, trasportando giovani coppie che si erano date appuntamento per scambiarsi promesse e brindare al futuro, incuranti del volto oscuro della Luna.

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Dalla finestra del trentesimo piano il panorama era magnifico. Terry ammirava i monti che da lontano facevano trapelare la tenue luce del crepuscolo, digradante verso le valli incastonate sui pendii addormentati. Donna vivace, dinamica, naturalmente estroversa e dal fascino intrigante, alternava periodi di gioia ed euforia ad altri di cupo sconforto. Era sabato, l’attendeva come sempre il suo accompagnatore Tom, un androide che aveva acquistato per precauzione, per non affrontare da sola un ambiente decisamente rischioso ed ambiguo: dopo la seconda rivoluzione robotica, avvenuta qualche decennio prima, risultava difficile distinguere tra un essere umano ed un dispositivo evoluto come Tom. “Dove ti porto?” La domanda retorica di cui conosceva già la risposta, non scompose di un millimetro Terry. “Vorrei raggiungere la periferia.” “Lo sai che è molto pericoloso allontanarsi dal centro città.” “Me lo dici ogni volta che te lo chiedo, ma io non ho paura e poi ci sei tu.” “Vorrei ricordarti gli episodi di violenza che lo scorso mese hanno travolto e ucciso una ragazza di vent’anni.” Sara era stata uccisa in un locale come ce ne sono tanti nel buio incantato della trasgressione e sotto luci soffuse e sfumate da una nebbia di odorosi effluvi che stordivano i sensi. Questo era il fascino di quel luogo denominato Campo 2, fondato dagli androidi che si erano ribellati al potere costituito e si erano barricati lì in nome della libertà e dell’autodeterminazione. Solo cittadini scortati potevano accedere e i controlli delle sentinelle erano rigorosi. “Sara non poteva immaginare che il suo androide non avrebbe fatto niente per salvarla. Forse non era di buona qualità o forse voleva unirsi ai suoi simili. Vi sono troppi improvvisati nel settore della biorobotica. Tu sei costoso, ma sei stato un buon investimento.” Già, Tom per lei era solo questo: un buon investimento. Quando varcarono la frontiera furono abbagliati da proiettori fotonici che chiaramente intimavano di fermarsi. Controllati minuziosamente i documenti, furono autorizzati ad entrare. “Ora comincia il divertimento.” “Terry non esagerare, non metterti nei pasticci.” “Quali pasticci? Io desidero solo divertirmi un po’, fare qualche nuova conoscenza. Non ti preoccupare non mi apparterò, sarò costantemente sotto il tuo sguardo vigile.” Tom fremeva, si era invaghito di lei ed era geloso. Quella sera nella piccola Repubblica i festeggiamenti per l’Indipendenza erano stati organizzati affinché ogni angolo offrisse motivo di svago. C’era tanta confusione ed era complicato non farsi trascinare dalla bolgia. Fiumi di alcolici venivano offerti ai visitatori. Terry era felice e come non esserlo: era circondata da corteggiatori che, ammaliati dal suo fascino, le facevano provare il piacere dell’eccesso provocatorio. “Tom non starmi addosso.” “Sei una contraddizione, non sei più una ragazzina. Il tuo temperamento è troppo esuberante.” L’aveva offesa, lui sapeva cosa le era capitato. Terry scappò. Corse all’impazzata fino a che ebbe fiato. Si accasciò davanti ad un locale la cui insegna colorata e attraente la catturò. Circondata da una nuvola di profumo intenso ed esaltante, percepì uno strano disagio, un intreccio di pensieri a maglie fitte cominciavano a schiacciarla contro la sua storia. Il trattamento che aveva subito non avrebbe dovuto lasciare nessun segno nella sua memoria. Invece la casuale vista del corpo insanguinato di una donna trafitta da un raggio di Sole ed incapace di chiedere aiuto, le fece rivivere alcuni dei momenti più bui del sospetto e della condanna. Per non morire in un manicomio criminale, aveva accettato di fare un intervento di biogenetica al fine di cancellare ogni traccia del delitto e delle motivazioni che lo avevano reso possibile. Era una cura sperimentale volta alla manipolazione delle reti neurali alla quale sarebbe seguito un periodo di rieducazione. I medici controllavano regolarmente i suoi progressi e la sottoponevano ad estenuanti colloqui. L’unico, tuttavia, ad aver penetrato la sua anima era stato Tom, il buon Tom, l’innamorato Tom, il testardo Tom che quella notte, in ansia per averla persa di vista, la cercava affannosamente. Quando la ritrovò Terry aveva un volto spettrale, era caduta ed era stata calpestata da un manipolo di goliardi che nel trambusto generale non si erano accorti di lei. La prese in braccio e la riportò in città nel suo appartamento, piccolo ma ben arredato. Terry sprofondò nella quiete della sua dimora. Il sonno le regalò un po’ di pace fino a che l’aurora si insinuò curiosa nella camera e la risvegliò accarezzandola. Ancora in vestaglia si avvicinò alla portafinestra della terrazza e la spalancò per godersi il tepore primaverile. Fece colazione, indossò un abito blu ed un cappello a tese larghe della stessa tinta, scese, attraversò il viale e si sedette su una panchina sotto un cipresso ripercorrendo la stanca storia di un libro in cui mancavano delle pagine. L’assenza di un ricordo chiaro del passato la spingevano a cogliere nelle cose e nelle persone il senso allusivo che le imponeva bruschi salti indietro. Chiuse gli occhi un attimo per frugare nel suo profondo e ricomporre il quadro della sua esistenza. Avvertiva il richiamo prepotente del nulla, del buio in cui stava vivendo, o meglio in cui l’avevano costretta a vivere. Le pareva di essere in una trappola senza fine, in bilico su un precipizio che portava ad un altro precipizio. Era una brutale assassina o una vittima degli eventi? Il presagio di un destino già segnato aleggiava e più tentava di distrarre la mente dalla prigione del suo delitto, più le bruciava dentro la fastidiosa e pungente ebbrezza della dissoluzione. Aveva bisogno del sostegno di Tom, della sua costanza nel proteggerla dalle lusinghe e dalle insidie. Riprese la strada di casa, disorientata e avvilita. Quando Tom la vide, le fece un cenno di saluto. Terry era pallida e camminava con il capo chino. Appena le fu accanto, le cinse le affettuosamente le spalle. “Tom, e se fosse solo un sogno? Se fossimo all’interno del sogno di qualcun altro?” “Mi rattristano queste parole. Sei una donna forte, coraggiosa. Quanti avrebbero scelto la strada della genetica per riconquistare la libertà a testa alta? Che cosa ti sta succedendo?” “E’ come se una qualcosa di me non ci fosse più, forse non c’è mai stata, forse sono semplicemente un esperimento mal riuscito, oppure il mio destino è già stato scritto ed io sono l’interprete di un ruolo che mi è stato assegnato da un autore sconosciuto.” “Il vortice che ti sta risucchiando rischia di annullare la tua lucidità e di tenerti incollata ai dubbi. Fermati per un istante, concentrati, ascolta la tua voce e la mia. Noi ci siamo, c’è il mare, c’è il cielo, c’è la città... e c’è il Campo 2.” “Forse hai ragione tu, ma se questa non fosse che una delle possibilità? Se fossimo dalla parte sbagliata?” La condusse per mano fino alla camera da letto. Un lieve tremore delle sue dita incrociate con quelle di Terry, rivelava tutto il suo amore. Lei se ne accorse, il suo volto cambiò espressione, era felice di avere accanto a sé Tom, ma non glielo disse. “Tom, perché non proviamo a valicare le montagne? Solo per capire cosa c’è al di là?” “Come ti è venuta questa idea bizzarra?” “Quando mi risvegliai, ad intervento concluso, le mie palpebre facevano fatica ad aprirsi. Rimasi così per un po’. I medici, nel frattempo, si scambiavano battute. Uno di loro, ridendo, fece accenno ad un muro costruito là dove lo spazio tocca l’orizzonte.” “Vuoi superare la misteriosa Terra del Fuoco. Un mondo di cui abbiamo notizie vaghe e che potrebbe riservare spiacevoli sorprese.” “Lo so e so anche che la mia potrebbe apparire come una fuga e forse lo è.” Terry sperava di eliminare dalla propria vita lo scomodo bagaglio di accadimenti senza senso, schegge da riordinare, come si fa quando fotogramma dopo fotogramma si crea una storia che è una serie di fatti concatenati. “Va bene, se è questo che vuoi.” Rispose con un tono rassegnato, poco convinto. L’ubbidienza, rafforzata da una sconsolata pazienza, lo portò a seguire Terry in questa avventura.

Valicate le montagne, li accolse il deserto. Man mano che si addentravano il caldo rallentava la loro marcia. Erano particolarmente silenziosi, non osavano quasi incrociare gli occhi. In quella landa desolata Tom non si sentiva a suo agio. Gli sembrava di andare verso l’infinito, di muoversi su un sentiero sospeso e senza uscita. Terry era impolverata e mostrava i segni dello sforzo. “Sono stanca. Facciamo una sosta. Chissà quanto dovremo...” Si interruppe quando udì un vociare sommesso. “Da dove proviene questo suono?” Si accorsero che altri marciavano, come loro, nel tentativo di scovare il mitico confine. Decisero di proseguire insieme per sconfiggere la fatica ed il tempo che pareva dilatarsi a dismisura. Ciò che li univa era l’obiettivo comune ed erano felici di poter condividere quell’esperienza. Presto l’eccitazione per quello che avrebbero trovato si tramutò in timore. Una struggente malinconia ebbe il sopravvento. Avanzavano con lentezza estenuante. Le loro ombre tagliavano il terreno e si insinuavano nell’arida sabbia. Stavano finendo le scorte di acqua e cibo. La situazione era critica. Tom rincuorò Terry e gli altri compagni d’avventura, mentre l’orizzonte assumeva una connotazione angosciante, il cielo, coperto di un velo grigio, divenne scuro come la pece. Il fruscio di un pianoforte, che scandiva note tristi dal sapore acre, avvolse i loro corpi stremati. Si bloccarono. La musica aumentò il ritmo, rimbombando con una intensità ed un timbro cui non erano abituati. Giunsero, alfine, davanti ad una grande vetrata. “E’ questo il muro?” Si chiesero scuotendo la testa intimiditi. Dietro le loro schiene un rumore sordo e metallico li spaventò. Dei fari enormi e scintillanti si accesero. Erano intrappolati davanti ad una barriera trasparente, simile ad una bolla. Scoppiò un applauso: “Bene... Bravi... Bis...” Terry e Tom avrebbero voluto riportare indietro le ore, i minuti. Erano imprigionati davanti a gruppi di esseri squamati e dai volti soddisfatti, arrivati sulla Terra proprio per osservare la specie Umana, ormai in via di estinzione, rinchiusa in un’area protetta dalla Confederazione. “Mamma sono orribili! E quello è ancora più schifoso.” Mormorò un piccolo esserino indicando Tom. “Abbiamo speso molto per questa gita al Parco Naturale più famoso dell’intera Galassia. Goditi lo spettacolo”.

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premio Era un Universo buio e silenzioso. Il tempo intorno a Mary si era improvvisamente spento, i suoi ricordi vagavano da un punto all'altro della sua vita senza un ordine preciso. Lampi di turbamento presero il sopravvento e chiuse gli occhi. Le apparve il suo istruttore di volo, da lui aveva imparato a dominare le emozioni, era stato un lungo e faticoso apprendistato, che, con chiara evidenza, non le era servito a molto, se qualcosa le frullava nello stomaco: era panico. Perse completamente il controllo: sangue freddo, coraggio, pragmatismo erano diventate vuote parole. Urlò a squarciagola al suo fedele compagno di viaggio: “Dove siamo?” PQ7, un androide di ultima generazione, si rivolse a lei con dolcezza, cercando di rassicurarla, nonostante avesse percepito la gravità della situazione. “Non ti allarmare, non siamo fuori rotta, semplicemente dobbiamo rivedere alcuni calcoli per ripristinare la propulsione molecolare della nostra nave spaziale”. Non era questo il problema, lo sapevano entrambi: erano finiti chissà dove e chissà quando. Dopo aver oltrepassato la nebulosa di Paul, che si trovava a 3 mega parsec dalla Terra, le comunicazioni si erano interrotte e i dispositivi dell'astronave si erano ammutoliti, come se avessero incontrato un predatore e non volessero farsi notare. Un brusio intermittente cominciò a penetrare nei loro cervelli, colpendoli con intensità e disorientandoli. Mary era smarrita e sgomenta, eppure questo suono la faceva sentire meno sola, forse qualcuno cercava di mettersi in contatto con loro. Come sarebbe stato bello poter dire “Houston c'è un problema!” Quante volte aveva visto e rivisto i filmati delle missioni lunari. Lo sbarco sulla Luna fu considerato come l'alba di un nuovo giorno. Scienza e fantascienza si univano in quell'evento di portata epocale e di tale rilevanza che avrebbe cambiato la storia. Erano passati quasi mille anni e la storia era veramente cambiata. La Terra, dopo lunghi ed inutili contrasti, che avevano causato la morte di miliardi di persone, si era riconciliata con se stessa, rompendo gli schemi tradizionali di sfruttamento di uomini e risorse e decretando la nascita di un governo sovranazionale. I risultati non furono immediati. Non tutti videro nella mutazione avvenuta un progresso; la ricerca spaziale rappresentò, comunque, un efficace collante tra i popoli. PQ7 riportò Mary alla realtà. Le sussurrò “Sto cercando una soluzione, nonostante il mio cervello quantistico sia fortemente disturbato.” “Se ti può consolare anche il mio cervello umano sta perdendo colpi.” Rispose Mary. “Sono preoccupata perché temo che potremmo andare ad urtare contro qualcosa che non siamo in grado di captare con la strumentazione, né di cogliere con la vista.” Aggiunse. Era un'ipotesi da non trascurare, PQ7 se ne rese immediatamente conto. Mary aveva ragione, anzi aveva una strafottuta ragione, ma un androide non poteva esternare il proprio disappunto in quel modo. Si limitò, sconsolato, a confermare i sospetti di Mary:” Non vi è dubbio. La vera questione è: c'è qualcun altro? O qualcos'altro là fuori?” Gli venne spontaneo esprimere a voce alta un pensiero che si stava insinuando nella sua mente: “Forse abbiamo superato il limite temporale e ci troviamo in un cosmo in cui la nostre capacità e la nostra tecnologia sono nulle, o annullate. Qui tempo e spazio potrebbero avere la stessa valenza, sarebbe come essere incastrati in un vortice.” Il brusio continuava a disturbare le sinapsi di Mary e mandava in fibrillazione le connessioni di PQ7. Provarono un forte desiderio di uscire, di scappare, un desiderio che facevano fatica a reprimere e che li rendeva vulnerabili. Mary cominciava ad avere fame e sete e voleva raggiungere il sintetizzatore di alimenti che si trovava lontano dalla plancia. Si tolse con decisione la cintura di sicurezza: riuscì ad alzarsi, ma sentiva che il suo corpo era pesante, stranamente pesante. Forse era quel brusio. Forse era la nostalgia per il pianeta in cui era cresciuta e aveva studiato. Forse era il timore di non poter rivedere Parigi, la sua città natale. Mary era il frutto di una accurata selezione: il suo DNA era stato assemblato in modo da ottenere un'astronauta perfetta per la realizzazione di importanti programmi di esplorazione. Appena mosse il primo passo inciampò senza perdere completamente l'equilibrio. Si trovava in bilico tra la posizione eretta e distesa, quando ebbe l'impressione di intravvedere, nelle pieghe del buio che li circondava, una specie di baleno. Come si era materializzato? PQ7, nel frattempo, armeggiava alacremente per ricalibrare i sensori e per riavviare i sistemi di bordo. D'un tratto il silenzio li riavvolse. PQ7 abbassò lentamente le palpebre per assaporare quella tranquillità. Quando le riaprì, vide Mary con un vassoio ricolmo di cibo e bevande, la osservò con attenzione inconsueta. Mary se ne accorse. “Ti starai chiedendo come mai in un momento come questo sia la necessità di mangiare a prevalere sulla paura. Io sono così. Fin da piccola nei momenti di maggiore stress avere lo stomaco pieno mi aiutava a ridurre la tensione.” Le incantevoli immagini di Parigi, custodite nel profondo della sua memoria, riaffiorarono con prepotenza: i locali prestigiosi, in cui lo champagne scorreva a fiumi, ed i Boulevard illuminati di notte con una grazia che faceva dimenticare ogni pena, soprattutto in autunno. Il rimpianto per le fresche serate all’imbrunire la fece sobbalzare in quella oscurità paradossale, come se le fosse stato sferrato un pugno allo stomaco. La disciplina imposta agli aspiranti piloti interplanetari non le avevano impedito di apprezzare le gioie della vita mondana. Quando arrivava la bella stagione e le attività didattiche e le esercitazioni erano meno impegnative, abbandonava furtivamente l'Accademia per recarsi nei locali più frequentati e alla moda nella vicina megalopoli, pur avendo la certezza che al rientro le sarebbero piovuti addosso aspri rimproveri, duri da sopportare per uno spirito libero come il suo. Era stata minacciata in diverse occasioni: se non si fosse rassegnata a cambiare atteggiamento, sarebbe stata punita severamente. Il governo, che aveva investito ingenti capitali su di lei, non poteva tollerare le sue bravate da scolaretta e continuare ad infrangere le regole, avrebbe significato a lungo andare l'esclusione da ogni progetto. Dopo l'ultimo definitivo richiamo all'ordine, Mary accettò di collaborare: il senso di responsabilità e la convinzione che il bene dell’umanità fosse un valore assoluto prevalsero sulla sua innata spensieratezza. Per scongiurare il rischio di ripensamenti, fu, comunque, sottoposta ad un isolamento quasi monacale. “Accidenti, ora vorrei essere una persona qualunque, con un qualunque impiego.” Pensò. Non era la verità, stava mentendo a se stessa. Era il senso di impotenza, che la divorava, a spingerla a rinnegare tutti i sacrifici che aveva fatto per avere il comando di un velivolo intergalattico. Il brusio intanto riprese così come si palesarono, questa volta in successione costante, dei bagliori che facevano immaginare di essere osservati. Era proprio così, erano stati intercettati. Un neuroscandaglio li stava analizzando. Il risultato, a loro ignoto, portò alla conclusione che la terrestre e l’androide non avevano consapevolezza di essere entrati in un’altra dimensione. Lo avevano intuito, ma era stato il caso a condurli lì con la loro cosmonave dotata di sofisticati processori di energia. Le leggi di quell’Universo, accettate da tutti i membri e rigorosamente rispettate, imponevano il divieto di interferire con altri mondi e stabilivano che, qualora la Porta Astrale fosse stata oltrepassata, vi sarebbe stato un contatto con gli alieni solo se questi avessero dimostrato una cultura che andasse oltre la semplice acquisizione di dati e conoscenze, nell’ottica frammentaria di una incompleta idea di cosmo. Avrebbero prima dovuto aprire gli occhi su un possibile altro da sé, in uno spazio-tempo diverso. Tutto ciò non era ancora successo sulla Terra, perciò i due incauti visitatori furono bruscamente respinti indietro. La loro navicella cominciò a turbinare fino a stordire Mary a causa dell’accelerazione, mentre un impulso cromo-dinamico disattivò per qualche istante PQ7. Quando ripresero coscienza, ebbero un sussulto. Erano increduli, confusi e, per una frazione di secondo, si scambiarono sguardi stupiti. Si accorsero, infine, che l’astronave non aveva subito danni e sul monitor della plancia videro la Via Lattea. Mary si ricompose ed inviò un messaggio: “Qui Mary e PQ7 stiamo rientrando”. “Da dove?” Chiese lo sconosciuto interlocutore dalla stazione spaziale Alfa. Il quesito li sorprese come un fulmine a ciel sereno. Sugli apparati direzionali non vi era traccia del punto nel quale si erano arenati, tuttavia Mary era certa di aver compiuto un’impresa senza precedenti.

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Amava camminare per le strade tortuose ed impolverate del paese in cui era nata. Ogni tanto vi si rifugiava per ricaricare le forze ormai allo stremo dopo una vita dedicata ai viaggi spaziali di esplorazione. Trent’anni di duro lavoro le pesavano sulle spalle come un macigno. Avrebbe voluto lasciare le onde gravitazionali che l’avevano accompagnata e cullata dalla giovinezza all’età matura. Ma non poteva, aveva firmato un contratto che la legava al cielo per altri due lustri terrestri. Il suo comandante, un androide dai modi aggraziati, dal fascino seducente e di grande cultura, nei momenti di pausa dalle incombenze della navigazione nel cosmo, rallegrava il suo spirito leggendole le opere degli antichi. Leggeva quei testi come se li avesse scritti lui. Maila ascoltava quelle parole immaginando che prima o poi si sarebbe innamorato di lei.

Era trascorso un mese e la licenza premio era finita. Bisognava imbarcarsi. Le missioni, che erano regolate dalla Confederazione terrestre, non avevano altro scopo che la pura conoscenza dello spazio, nella speranza di trovare altra vita, altri pianeti simili alla Terra, “là dove nessun uomo era mai giunto prima”. Maila si sedette al suo posto accanto al Comandante in attesa del conto alla rovescia. “Come stai?” Le chiese. “Come al solito ... Sono un po’ provata, stanca di avventurarmi verso nuovi mondi sempre più remoti, vagando da un capo all’altro della Galassia. Vorrei fermarmi”. “Vedrai che questo sarà per noi il viaggio più interessante ed intrigante che avremo mai fatto insieme”. Che cosa volesse dire solo un indovino avrebbe potuto svelarlo. Le sfiorò la mano per incoraggiarla. Maila arrossì ed ebbe un attimo di esitazione. Rispose a quel gesto con un sorriso. La meta era un piccolo satellite di un pianeta lontano 200 parsec. Avrebbero passato insieme molti mesi. Questo pensiero le fu di consolazione.

Il leggero fruscio dei motori a propulsione molecolare che inondava gli ambienti dell’astronave era quasi impercettibile. Nessuno prestava attenzione a quel rumore simile al vento tenue in una giornata di primavera. Avevano appena oltrepassato il sistema solare, quando si accorsero che qualcosa era cambiato, il suono era diverso, discontinuo. Improvvisamente un tonfo rimbombò nei corridoi e nelle cabine, scuotendo la consueta tranquillità. Mentre l’allarme echeggiava come i flutti del mare sulla battigia, la strumentazione di bordo sembrava impazzita. Erano stati colpiti da un oggetto che si era disintegrato. Quando i dispositivi ricominciarono a funzionare, un silenzio oscuro si posò su di loro. Il comandante chiese a tutti di mantenere la calma. “Ognuno alle proprie postazioni, riprendiamo la rotta. Quello che è accaduto è molto strano, ma sembra che tutto sia in ordine. Faremo comunque una minuziosa ispezione dei motori e dello scudi ipergolici”. Maila era tra gli ingegneri la più anziana. La sua esperienza la spingeva a non sottovalutare quell’anomalia. Volle sovrintendere personalmente a tutte le attività di verifica. Non fu rilevato nulla di irregolare. Nessuno aveva fatto caso ad un esserino che girava indisturbato sulla consolle di controllo e che si era accovacciato tra i pulsanti. Da lì poteva osservare l’andirivieni di persone la cui animazione e preoccupazione lo stupiva. “Non si sono accorti di me, né della mia truppa che si annida dovunque. Devo comunicare con questa specie mai vista prima d’ora”. Una voce si insinuò nella testa del comandante, l’unico con un cervello positronico-quantistico in grado di decodificare alfabeti sconosciuti. “C’è qualcuno”. Disse con una certa agitazione. “Sento dei segnali che non riesco a decifrare, ma sono sicuro: c’è qualcuno”. Improvvisamente si sovrappose un’altra sensazione sgradevole, come se ci fosse un pericolo imminente da cui difendersi. Si girò dalla parte di Maila: la vide piegarsi sulle ginocchia. Fu portata in infermeria. Aveva le pupille molto dilatate, respirava a fatica e non riusciva a muovere correttamente lingua e labbra, era come paralizzata; anche gli altri membri della squadra, che si erano recati con lei a testare i motori, rivelarono gli stessi sintomi. Il medico di bordo non sapendo dare una spiegazione, interrogò il data base sanitario per rintracciare casi simili. Il risultato fu deludente, solo un piccolo accenno ad un virus che aveva colpito la Terra nel XXI secolo.

Nel frattempo l’esserino dalla consolle notava il disorientamento generale. “Devo trasmettere con maggiore chiarezza le nostre intenzioni. Vogliamo solo un passaggio”. Niente, il Comandante percepiva la presenza di una entità aliena ma, per quanto si sforzasse, quel rantolio confuso era una porta chiusa. Per la prima volta nella sua lunga esistenza la razionalità lo stava abbandonando. Era avvilito e turbato. Ma non poteva perdere la concentrazione. Radunò tutti gli ufficiali e i sottufficiali. Furono organizzati turni molto serrati di sorveglianza e di perlustrazione. Come le foglie in autunno cadono una dopo l’altra inesorabilmente, così accadde che in poche ore tutti furono colti da malori e portati nella cabina medica. Gli umani erano allo sbando, sgomenti, impauriti da ciò che li stava travolgendo. Maila era morente e gli altri l’avrebbero presto seguita.

Gli esseri che si erano nascosti in ogni angolo della nave intergalattica avevano portato con sé l’infezione da cui erano fuggiti. Profughi inermi non potevano bloccare quello che avevano inconsapevolmente causato nel tentativo di approdare in un pianeta dove edificare una nuova Patria. Solo il comandante poté sopravvivere, ma le sue reti neurali erano state fortemente compromesse. Seduto sulla sua poltrona girevole, ricordava a sprazzi gli avvenimenti che avevano causato la morte dei suoi uomini. L’istinto lo spinse a non atterrare in nessun pianeta per non diffondere l’ignota malattia che aveva decimato il suo equipaggio.

Errò senza una meta per un tempo indefinito, finché un buco nero lo risucchiò portando con sé gli incauti ospiti.

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Il quadrante Nord-Ovest del sistema della Stella Argos era stato illuminato dal fuoco dell’aviazione aerospaziale senza un attimo di tregua. Per un lustro il giorno si era sovrapposto alla notte e le stelle si erano addormentate per non udire il fragore della guerra. Il ricorso alle armi era stato caldeggiato da coloro che avevano capito che il piccolo pianeta Pars soffriva e piangeva le lacrime amare di un regime Presidenziale clientelare che aveva posto dei limiti precisi alle libertà individuali, opponendosi tenacemente alla neonata Confederazione, costituita al fine di preservare i diritti inalienabili di ogni essere vivente. Fu l’entusiasmo dei giovani di tutti i pianeti a supportare quella impresa. Molti avrebbero voluto impedire l’ennesima carneficina, soprattutto i più anziani che sapevano cos’erano l’odore della morte e delle esplosioni delle testate subatomiche. Nonostante l’opinione pubblica fosse spaccata, il Primo Ministro della Confederazione, convinto sostenitore dei principi sanciti dalla Costituzione, con l’appoggio dei delegati degli altri pianeti, che vedevano in questa iniziativa l’opportunità di ampliamento dei mercati, dichiarò la mobilitazione generale. Dopo la firma dell’armistizio, i vincitori completarono la loro missione portando su Pars le loro pratiche democratiche e stipularono dei trattati per favorire lo sviluppo economico.

Erano passati molti decenni, pur avendo beneficiato di aiuti e concessioni particolari, la maggioranza degli abitanti di Pars non si sentì mai parte integrante della Confederazione, né volle conformarsi all’etica degli altri popoli, considerati profittatori senza scrupoli.

Abigail e Jacob passeggiavano sul Monte Snowdon, erano amici da tanto tempo e compagni di studi. Amavano l’arte in tutte le sue forme per questo spesso organizzavano viaggi nei luoghi più suggestivi, dove la creatività si era espressa ai massimi livelli. “Jacob, siamo parte di un tutto che sta dimostrando di rispettare il bello del mondo e della vita”. “Sei un’entusiasta, stare vicino a te è come scoprire ogni giorno un sentiero diverso da percorrere con spensieratezza”. Lei sorrise. “Rientriamo al rifugio si sta facendo tardi. Questa sera ci sarà la commemorazione in onore dei caduti di tutte le guerre”. Era una consuetudine che si ripeteva instancabilmente ogni anno, soprattutto dopo l’ultimo sanguinoso conflitto durante il quale un’intera generazione fu sterminata; numerosi satelliti, prima disabitati, vennero colonizzati dalle tombe, ma molti soldati non ebbero neppure una pietra che li ricordasse. Abigail ogni tanto pensava alla sua famiglia e a tutti quelli che avevano creduto in un ideale. Il corpo di suo padre era stato tumulato nel cimitero monumentale della capitale di Pars. Jacob notò che il suo volto era cupo. La rincuorò abbracciandola. “Potremmo fare visita a tuo padre e deporre un fiore alla sua memoria. Dicono che Pars sia incantevole quasi quanto la Terra, un museo a cielo aperto. Visitandolo onoreremo così il sacrificio suo e di molti altri.” “Mi piacerebbe, ero molto piccola quando partì. Ricordo il suo ultimo saluto e la promessa che sarebbe ritornato”. “Il viaggio è costoso, ma se lavoriamo sodo ce la faremo”. Sei mesi dopo avevano la somma necessaria. Si rivolsero alla più quotata “Agenzia Viaggi Interplanetari”, volevano essere sicuri che il loro sarebbe stato un soggiorno indimenticabile. Pars era lontano 12 parsec. La crociera, che durò dieci settimane, prevedeva lungo la rotta fantastiche escursioni. Erano felici, ma appena misero piede sul pianeta ebbero un sussulto: un caos infernale li accolse, sembrava di essere balzati indietro di un millennio. “State in campana, qui è facile imbattersi in ladri e furfanti”. Disse loro uno degli androidi messi a guardia dei passaggi con il compito di controllare i documenti. Uscirono dalla piattaforma di atterraggio preoccupati per l’odore fetido che sentivano. Intorno spazzatura, ratti e persone distese su materassi logori in ogni angolo. Abigail era smarrita, avrebbe voluto lasciare immediatamente quel posto. Eppure proprio lì una parte della sua vita era sepolta in attesa di un cenno di saluto dalla materna terra. Salirono su un aeromobile che li traghettò all’albergo. Sembrava di aver scavalcato un muro. La situazione era meno pesante, solo qualche mendicante e qualche cane randagio animavano la quiete di quella zona. La loro stanza era raffinata e profumata di essenze rare. Fu un sollievo trovarsi lì. “Non avvilirti. È un mondo di sbandati. Lo sapevamo prima di partire. Non ci succederà nulla, stai tranquilla”. L’abbracciò e la baciò per la prima volta. Si sedettero sul letto, rimasero fermi quasi fossero in attesa che il sipario si abbassasse e tutte le sensazioni sgradevoli sfumassero avvolte dalla nebbia di una lunga notte insonne.

Il giorno seguente affittarono un mezzo e si recarono, accompagnati da una guida molto loquace, alla scoperta dei tesori di Pars. Vagarono per il pianeta, impauriti da tutte le precauzioni che dovettero prendere. Le vestigia architettoniche di straordinario splendore, che restavano qua e là, erano ricoperte di erbacce, ricovero di animali spersi e affamati. Abigail aveva gli occhi lucidi, non riusciva a comprendere il degrado di quella terra. Alfine arrivarono al Cimitero Monumentale. Al padre di Abigail fu riservato il posto più lontano dall’ingresso. La tomba era sudicia, coperta di piante selvatiche e lucertole che approfittavano del calore, a fatica si leggeva il nome, Tom. In ginocchio di fronte a quella lapide, ebbero un unico pensiero: “Ma ne valeva la pena?”

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Erano tutti in fila davanti all’astronave che li avrebbe traghettati su Marte. Il comandante, PQ200, la guardava e con orgoglio pensava alla missione che gli era stata affidata. Lo Stato Maggiore dell’esercito della Confederazione terrestre aveva gestito la selezione del personale. La squadra, composta prevalentemente da androidi, avrebbe dovuto pattugliare i cieli con la massima attenzione. Le rotte del sistema solare non erano sicure, la pirateria stava mettendo in forte difficoltà l’aeronautica terrestre. Molti cargo erano stati depredati. Era fondamentale che nessuno perdesse di vista i propri compagni e che gli ordini fossero eseguiti alla lettera. Le operazioni di imbarco durarono molte ore. Per ultime salirono a bordo giovani coppie intraprendenti in cerca di fortuna e di avventura. Avrebbero custodito e allevato i discendenti di cavie umane che, spinte dal bisogno, si erano “volontariamente” offerte alla scienza per sperimentare una sostanza messa a punto al fine di modificarne la genetica, adattando i loro corpi alle condizioni estreme di un pianeta come Marte. Gli embrioni generati furono conservati nella stiva in capsule idroponiche. Dopo pochi mesi di viaggio, compresa una sosta sulla Luna, toccarono il suolo marziano, erano tutti elettrizzati ed entusiasti: avrebbero scritto una pagina importante della storia dell’umanità. La Terra era quasi morta sotto i colpi dissennati di governi che non avevano perso occasione per creare situazioni di contrasto tra androidi ed esseri umani. La guerra aveva decimato e impoverito il pianeta e, solo al termine della crudele carneficina, le parti riuscirono a trovare un accordo per scongiurare la catastrofe. Frutto di quell’accordo fu l’idea di lavorare insieme con uno scopo comune: costruire il sentiero della pace e del rispetto reciproco in un altro pianeta, dimostrando al mondo intero che vivere insieme avrebbe portato vantaggi a tutti.

I bambini crebbero in fretta tra braccia amorevoli e rigida disciplina. Avevano sviluppato tra loro relazioni sociali basate sulla fiducia e sulla complicità e, come tutti i ragazzi della loro età, durante i momenti liberi amavano rintanarsi da soli Il capogruppo, Andreas, poneva agli altri i suoi dubbi esistenziali: “Siamo su un pianeta che non è il nostro con degli estranei. Perché ci hanno mandato qui? Forse le nostre famiglie naturali non ci volevano?” Anna, che era la più intraprendente, reagiva a quei dubbi incitando alla ribellione. Non era possibile, tutti erano consapevoli della sproporzione numerica e dell’inutilità di un’azione del genere. Non avevano certamente i mezzi per fuggire da Marte. “Potremmo raccogliere informazioni sulla Terra e sulle nostre origini”. Mormorò Malcom. Dove? Questo era il problema. “Perché non indaghiamo in famiglia?” Propose Anna con un sospiro simile a quello di un animale ferito che cerca di rialzarsi. “Non ci contare, questo argomento è tabù”. Obiettò Andreas. “Io ci ho provato tante volte”. Aggiunse con voce sconsolata.

Il giorno seguente, in mensa, trovarono sui tavoli delle specialità al posto del solito cibo liofilizzato. “Che cosa festeggiamo?” Era la giornata interplanetaria dedicata a tutti quelli che erano caduti in servizio per la creazione della prima colonia lunare. Dopo pranzo si sarebbero trasferiti nella sala conferenze per la classica commemorazione. “Caspita me ne ero scordato”. Osservò Steve con disappunto. Non aveva certo voglia di sentire “la solita lagna”. Un fragoroso applauso, soprattutto da parte degli androidi, chiuse il discorso di PQ200. “Che sfacciati, come se fosse tutto merito loro”. Bisbigliò Anna visibilmente contrariata, mentre tutti in file ordinate si ritiravano nei loro alloggi.

“Madre, perché siamo qui?” Chiese Anna quasi d’impulso. Seguì un attimo di disorientamento. “Tesoro, noi siamo qui per tentare di realizzare un sogno, avere un’opportunità di sopravvivenza. Sulla Terra, nonostante la bufera si fosse placata, tutto sembrava potesse crollare da un momento all’altro, era diventato un inferno”. “Perché non siamo venuti qui con i nostri genitori biologici?” “Sarebbe facile dirti che non vi hanno voluto, la realtà è non ci sono genitori biologici. Voi siete figli della ricerca scientifica”. Rispose molto evasiva. Non stava mentendo, ma non fece alcun cenno alle donne e agli uomini che avevano contribuito allo sviluppo del progetto e su come erano stati eliminati. Anna l’abbracciò, era stata onesta con lei, almeno così credeva. Riferì ai suoi compagni la conversazione avuta con la madre. “Anna, siamo degli schiavi, questa è la verità”. Era la rabbia di Andreas a parlare.

Passarono alcuni mesi. I genitori adottivi scomparvero e con loro ogni altra traccia di vita terrestre. I ragazzi erano sconcertati, smarriti e spaventati. Erano i soli esseri umani della colonia. Qualcosa sarebbe successo. Ben presto tutti furono trasferiti in una camerata. Rimasero nell’oscurità più profonda finché le porte si spalancarono bruscamente ed entrò PQ200. “Oggi cominceremo gli addestramenti all’aperto”. Tuonò con tono perentorio. Accompagnati da un gruppo armato di androidi, uscirono con passo rassegnato. Il cammino li portò in una distesa delimitata da un recinto, sembrava un cimitero. Notarono numerose fosse rettangolari sul terreno. Si guardarono intorno e poi tra di loro, furono colpiti dal silenzio che occupava lo spazio, rotto improvvisamente dal fruscio dei phaser. La loro breve vita finì in un battito d’ali.

Il rapporto di PQ200 sull’accaduto fu molto preciso: “Nonostante gli sforzi profusi nell’addestramento, come risulta dalle relazioni periodiche inviate alla base terrestre, i ragazzi e le ragazze non hanno superato l’ultima prova. Sono morti intossicati dall’atmosfera di Marte. Si richiede un nuovo invio”.

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