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    <title>carcere &amp;mdash; [sguardi]</title>
    <link>https://noblogo.org/rassegna-stampa/tag:carcere</link>
    <description>Rassegna stampa didattica</description>
    <pubDate>Fri, 01 May 2026 23:33:40 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>Inizia il processo per le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere</title>
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      <description>&lt;![CDATA[Per i fatti dell&#39;aprile del 2020 ci sono 108 imputati, 50 dei quali dovranno rispondere per la prima volta in Italia del reato di tortura&#xA;&#xA;Il Post, 15 dicembre 2021&#xA;   &#xA;Oggi comincia, con l’udienza preliminare, il processo per le violenze subite lo scorso aprile dai detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. È un processo storico perché a 50 dei 108 imputati viene contestato, per la prima volta in Italia, il reato di tortura, introdotto nel nostro ordinamento nel 2017. Ed è un processo molto complesso che sarà, probabilmente, anche molto lungo.&#xA;&#xA;Si svolgerà in due aule collegate via video all’interno del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, un edificio adiacente al carcere dove si svolsero i fatti. I 108 imputati, di cui venti  ancora agli arresti domiciliari, devono rispondere a vario titolo di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine. Tra difensori degli imputati e parti civili saranno presenti oltre 200 avvocati.!--more--&#xA;&#xA;Il 6 aprile 2020, nella casa circondariale Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere, avvenne quella che il gip Sergio Enea ha definito «un’orribile mattanza». Le responsabilità dei singoli andranno accertate durante il processo, ma le riprese delle videocamere di sorveglianza mostrano chiaramente i detenuti costretti a passare in un corridoio formato dagli agenti penitenziari con manganelli e caschi. Ogni detenuto fu colpito con calci, pugni e manganellate; alcuni detenuti furono trascinati per le scale e presi a calci, e una persona sulla sedia a rotelle venne picchiata.&#xA;&#xA;Tutto partì da una protesta messa in atto dai detenuti nei primi giorni di aprile, quando si diffuse la notizia che un addetto alla spesa era risultato positivo al coronavirus. Gli ospiti della casa circondariale chiedevano mascherine e igienizzante per le mani e protestavano contro la sospensione delle visite. Il sovraffollamento all’interno del carcere, dove erano detenute mille persone a fronte di una capienza di 809, rendeva impossibile qualsiasi forma di distanziamento. I detenuti protestavano anche per la scarsa igiene all’interno del carcere che, a causa della vicinanza con una discarica, è infestato dagli insetti. La protesta fu simile a quella che si svolse in altri penitenziari negli stessi giorni. Ci furono, da Nord a Sud, violenze e rivolte: a Modena morirono nove detenuti, a Rieti tre, dal carcere di Foggia riuscirono a scappare in 34.&#xA;&#xA;Il 5 aprile fu il giorno in cui la protesta a Santa Maria Capua Vetere si fece più dura. I detenuti continuarono a lungo a battere sulle inferriate delle celle. Il giorno seguente la situazione sembrava calma. Fu allora, però, che venne decisa una «perquisizione straordinaria generale» a cui parteciparono 300 agenti, sia interni sia esterni al carcere, ma anche dirigenti, commissari, ispettori. Erano presenti anche agenti del Gruppo di Supporto degli Interventi.&#xA;&#xA;Nei filmati si vedono le violenze messe in atto ai danni dei detenuti. Gli agenti venuti da fuori avevano il volto coperto. Un detenuto raccontò a Repubblica: «Ci costringevano a uscire e ci buttavano nei corridoi dove c’erano decine di loro a destra e a sinistra. Noi passavamo in mezzo: arrivavano manganelli, calci, pugni. Io ho preso un sacco di cazzotti e colpi alla schiena, me l’hanno fotografata, sta agli atti».&#xA;&#xA;Un detenuto di 28 anni di origine algerina, Hamine Lakimi, fu messo in isolamento subito dopo il pestaggio. Fu trovato morto il 4 maggio 2020.&#xA;&#xA;I racconti di ciò che era avvenuto nel carcere il 6 aprile arrivarono presto all’esterno e la magistratura iniziò a indagare. Il 28 giugno scorso il gip Sergio Enea emise 52 misure cautelari. Otto agenti finirono in carcere, 18 ai domiciliari. Furono poi disposti tre obblighi di dimora e 23 misure di sospensione dall’attività lavorativa per poliziotti e funzionari, tra cui l’allora capo del DAP in Campania, il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Antonio Fullone. Per la morte di Lakimi sono indagati l’allora comandante della Polizia Penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Manganelli, l’ex provveditore Antonio Fullone, due medici e gli agenti che erano nel reparto di isolamento.&#xA;&#xA;I magistrati hanno acquisito intercettazioni in cui gli agenti si scambiano commenti sui fatti: in due, molto circolate sui media, uno dice: «li abbattiamo come vitelli». Un altro: «domate il bestiame». Dopo i fatti del 6 aprile, una volta appreso dell’avvio delle indagini, furono presentati certificati medici falsificati per dimostrare che gli agenti avevano subito violenze da parte dei detenuti.&#xA;&#xA;Tra chi si è costituito parte civile al processo c’è Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania. «Mi hanno colpito due cose leggendo tutti gli atti, tantissime pagine di questo processo», ha detto in un’intervista al quotidiano Il Mattino: «la prima cosa è che il Gip la definisce una mattanza, io la definirei una mattanza di Stato, con anche un’amnesia di Stato. Tutti sapevano ma nessuno interveniva». La seconda cosa sottolineata dal garante è che un solo agente di polizia si frappose tra gli agenti picchiatori e i detenuti picchiati. «È un numero che deve farci riflettere», ha detto Ciambriello.&#xA;&#xA;Il 14 dicembre nel carcere ci sono state nuovamente forti tensioni. La scoperta di decine di casi di positività al coronavirus negli ultimi giorni ha innescato una protesta in una delle sezioni. La denuncia è arrivata da Emilio Fattorello, segretario nazionale per la Campania del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria: «Dobbiamo registrare un evento critico violento verificatosi nel Reparto Tevere. Il tampone positivo a un detenuto in partenza è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. I detenuti stranieri del terzo piano hanno inscenato una sommossa, devastando la corsia della sezione detentiva e aggredendo con violenza due agenti».&#xA;&#xA;Tag&#xA;carcere]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Per i fatti dell&#39;aprile del 2020 ci sono 108 imputati, 50 dei quali dovranno rispondere per la prima volta in Italia del reato di tortura</em></p>

<p><em>Il Post</em>, 15 dicembre 2021</p>

<p>Oggi comincia, con l’udienza preliminare, il processo per le violenze subite lo scorso aprile dai detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. È un processo storico perché <strong>a 50 dei 108 imputati viene contestato, per la prima volta in Italia, il reato di tortura, introdotto nel nostro ordinamento nel 2017</strong>. Ed è un processo molto complesso che sarà, probabilmente, anche molto lungo.</p>

<p>Si svolgerà in due aule collegate via video all’interno del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, un edificio adiacente al carcere dove si svolsero i fatti. <strong>I 108 imputati, di cui venti  ancora agli arresti domiciliari, devono rispondere a vario titolo di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine</strong>. Tra difensori degli imputati e parti civili saranno presenti oltre 200 avvocati.</p>

<p>Il 6 aprile 2020, nella casa circondariale Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere, avvenne quella che il gip Sergio Enea ha definito «un’orribile mattanza». Le responsabilità dei singoli andranno accertate durante il processo, ma le riprese delle videocamere di sorveglianza mostrano chiaramente i detenuti costretti a passare in un corridoio formato dagli agenti penitenziari con manganelli e caschi. <strong>Ogni detenuto fu colpito con calci, pugni e manganellate; alcuni detenuti furono trascinati per le scale e presi a calci, e una persona sulla sedia a rotelle venne picchiata.</strong></p>

<p>Tutto partì da una protesta messa in atto dai detenuti nei primi giorni di aprile, quando si diffuse la notizia che un addetto alla spesa era risultato positivo al coronavirus. Gli ospiti della casa circondariale chiedevano mascherine e igienizzante per le mani e protestavano contro la sospensione delle visite. <strong>Il sovraffollamento all’interno del carcere, dove erano detenute mille persone a fronte di una capienza di 809, rendeva impossibile qualsiasi forma di distanziamento</strong>. I detenuti protestavano anche per la scarsa igiene all’interno del carcere che, a causa della vicinanza con una discarica, è infestato dagli insetti. La protesta fu simile a quella che si svolse in altri penitenziari negli stessi giorni. Ci furono, da Nord a Sud, violenze e rivolte: a Modena morirono nove detenuti, a Rieti tre, dal carcere di Foggia riuscirono a scappare in 34.</p>

<p>Il 5 aprile fu il giorno in cui la protesta a Santa Maria Capua Vetere si fece più dura. I detenuti continuarono a lungo a battere sulle inferriate delle celle. Il giorno seguente la situazione sembrava calma. Fu allora, però, che venne decisa una «perquisizione straordinaria generale» a cui parteciparono 300 agenti, sia interni sia esterni al carcere, ma anche dirigenti, commissari, ispettori. Erano presenti anche agenti del Gruppo di Supporto degli Interventi.</p>

<p>Nei filmati si vedono le violenze messe in atto ai danni dei detenuti. Gli agenti venuti da fuori avevano il volto coperto. Un detenuto raccontò a <em>Repubblica</em>: «Ci costringevano a uscire e ci buttavano nei corridoi dove c’erano decine di loro a destra e a sinistra. Noi passavamo in mezzo: arrivavano manganelli, calci, pugni. Io ho preso un sacco di cazzotti e colpi alla schiena, me l’hanno fotografata, sta agli atti».</p>

<p><strong>Un detenuto di 28 anni di origine algerina, Hamine Lakimi, fu messo in isolamento subito dopo il pestaggio. Fu trovato morto il 4 maggio 2020.</strong></p>

<p>I racconti di ciò che era avvenuto nel carcere il 6 aprile arrivarono presto all’esterno e la magistratura iniziò a indagare. Il 28 giugno scorso il gip Sergio Enea emise 52 misure cautelari. Otto agenti finirono in carcere, 18 ai domiciliari. Furono poi disposti tre obblighi di dimora e 23 misure di sospensione dall’attività lavorativa per poliziotti e funzionari, tra cui l’allora capo del DAP in Campania, il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, Antonio Fullone. <strong>Per la morte di Lakimi sono indagati l’allora comandante della Polizia Penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Manganelli, l’ex provveditore Antonio Fullone, due medici e gli agenti che erano nel reparto di isolamento.</strong></p>

<p><strong>I magistrati hanno acquisito intercettazioni in cui gli agenti si scambiano commenti sui fatti: in due, molto circolate sui media, uno dice: «li abbattiamo come vitelli». Un altro: «domate il bestiame». Dopo i fatti del 6 aprile, una volta appreso dell’avvio delle indagini, furono presentati certificati medici falsificati per dimostrare che gli agenti avevano subito violenze da parte dei detenuti.</strong></p>

<p>Tra chi si è costituito parte civile al processo c’è Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania. «Mi hanno colpito due cose leggendo tutti gli atti, tantissime pagine di questo processo», ha detto in un’intervista al quotidiano Il Mattino: «la prima cosa è che il Gip la definisce una mattanza, io la definirei una mattanza di Stato, con anche un’amnesia di Stato. Tutti sapevano ma nessuno interveniva». La seconda cosa sottolineata dal garante è che un solo agente di polizia si frappose tra gli agenti picchiatori e i detenuti picchiati. «È un numero che deve farci riflettere», ha detto Ciambriello.</p>

<p>Il 14 dicembre nel carcere ci sono state nuovamente forti tensioni. La scoperta di decine di casi di positività al coronavirus negli ultimi giorni ha innescato una protesta in una delle sezioni. La denuncia è arrivata da Emilio Fattorello, segretario nazionale per la Campania del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria: «Dobbiamo registrare un evento critico violento verificatosi nel Reparto Tevere. Il tampone positivo a un detenuto in partenza è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. I detenuti stranieri del terzo piano hanno inscenato una sommossa, devastando la corsia della sezione detentiva e aggredendo con violenza due agenti».</p>

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<p><a href="/rassegna-stampa/tag:carcere" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">carcere</span></a></p>
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      <pubDate>Mon, 20 Dec 2021 19:32:48 +0000</pubDate>
    </item>
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      <title>Signor presidente le scrivo dalla Geenna. Qui è solo pianto e stridor di denti</title>
      <link>https://noblogo.org/rassegna-stampa/signor-presidente-le-scrivo-dalla-geenna</link>
      <description>&lt;![CDATA[Il Riformista, 27 novembre 2021&#xA;&#xA;Michele Nardi, dopo aver lavorato come giudice a Trani, ha prestato servizio all’Ispettorato del Ministero della giustizia e quindi alla Procura di Roma come pm. Nel 2016 è stato indagato dalla Procura di Lecce con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e al falso. Dal 14 gennaio 2019 al 24 giugno del 2020 è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere. La Cassazione, per tre volte, ha annullato il provvedimento di carcerazione preventiva. L’anno scorso è stato condannato in primo grado 16 anni e 9 mesi di reclusione. Attualmente è sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Questa settimana ha chiesto al Csm di poter tornare in servizio. Si è sempre proclamato innocente ed ha depositato a Palazzo dei Marescialli un dossier sul modo in cui sono state condotte le indagini ed il processo. Alla base delle accuse vi fu la testimonianza dell’imprenditore pugliese Flavio D’Introno. Quando Nardi venne arrestato era titolare di importanti fascicoli su esponenti politici di primo piano. Pubblichiamo qui di seguito la lettera che Michele Nardi ha inviato al presidente Mattarella in occasione della scorsa Pasqua, direttamente dal carcere di Matera.!--more--&#xA;&#xA;---&#xA;&#xA;Nelle celle delle carceri ci si ammala, si soffre e si muore, ma nessuno parla di noi a parte il Santo Pontefice. Occorre una altissima caratura morale, come quella del Pontefice, per chinarsi verso il basso e guardare nella gola infernale dello scarto sociale per occuparsi degli ultimi di questa umanità dolente. Per questo mi sarei aspettato dal lei, signor Presidente, un intervento deciso per indirizzare il governo ad adottare serie misure di sfoltimento delle carceri, l’adozione automatica e su larga scala di misure alternative alla detenzione, come fatto persino in Paesi che consideriamo meno civili di noi, al fine di allentare il pericolo di contagio e ridare speranza a questa umanità reietta. Nessuno di voi conosce lo stato delle carceri italiane, vecchie, luride, prive di manutenzione.&#xA;&#xA;Nessuno di voi ha mangiato il disgustoso rancio del carcere. Nessuno di voi conosce l’umiliazione di essere spiato e controllato anche quando sei in bagno e il dover implorare per esercitare i propri piccoli diritti, come farsi visitare se stai male o poter inviare una istanza alla Autorità giudiziaria o ricevere la visita di un avvocato.&#xA;&#xA;Se non fosse per la pietas dei nostri compagni di sventura e del personale penitenziario di ogni ordine e grado, anche loro dannati con noi in questo girone dantesco, non saremmo in grado di terminare la giornata. E questa situazione già cosi intollerabile per un Paese che si ritiene civile, è aggravata dalla situazione dalla pandemia mondiale di covid-19. Come pensa che ci si possa sentire a vedere gli agenti di polizia dotati di mascherine e guanti quando a noi non viene fornito nulla? È l’ennesima sottolineatura che siamo solo spazzatura da nascondere sotto il tappeto. Ringrazio Dio, mi creda, per avermi fatto vivere questa tragica esperienza. Per trent’anni ho spedito centinaia di persone in prigione l’ho fatto con coscienza e cercando di essere giusto, ma non potevo immaginare l’inferno a cui li condannavo perché il carcere per conoscerlo, occorre viverlo, non andarci in visita passando dagli uffici della direzione, dove tutto è tranquillo e pulito, ma immergersi negli odori nauseabondi delle celle, nella disperazione dei compagni di prigionia, nella loro rabbiosa prepotenza, nella ristrettezza degli spazi che rende difficile qualsiasi movimento.&#xA;&#xA;Si impara, stando qui, che le carceri sono piene di persone che dovrebbero stare piuttosto in un ospedale psichiatrico o ricoverati in reparti ospedalieri o, semplicemente, dovrebbero essere liberi perché innocenti o perché, anche se colpevoli, il carcere assomiglia ad una vendetta consumata nei loro confronti e non ad uno strumento di rieducazione come prescritto dalla Costituzione. Disperati spinti al margine della società e delle possibilità esistenziali, finiti inevitabilmente nelle maglie della giustizia, mischiati a criminali veri e nuovamente vittime, anche qui in carcere. Ci sono malati di cancro allo stato terminale rispetto ai quali il giudice competente non ha avuto la compassione di adottare provvedimenti alternativi e poveracci che devono scontare dieci anni per una serie di piccoli furti di natura alimentare.&#xA;&#xA;Ho conosciuto ragazzi di vent’anni che hanno tentato dì impiccarsi ed altri guardarti spauriti, gettare i loro occhi nei tuoi occhi, ancora increduli dell’inverno esistenziale che avvolgeva la loro sorte, come per cercare, nel fondo della tua anima un briciolo di compassione, di comprensione, per sentirsi ancora vivi, riconosciuti, degni di un futuro, di sogni e di speranze. Il carcere invece, aumenta solo la rabbia e la collera, la sensazione della esclusione e del biasimo collettivo e spinge ancora di più a condotte antisociali. Nessuno uscirà di qui migliorato, rieducato, risocializzato. Il carcere è una istituzione arcaica, inutile, dannosa, costosa, dolorosa, brutale, utile solo per neutralizzare temporaneamente i violenti.&#xA;Alla luce dell’attuale livello tecnologico come è possibile non prevedere gli arresti domiciliari con controllo da remoto, la forma ordinaria di custodia e detenzione?&#xA;Nello sprofondo di questo inferno, dove sei fortunato se stai in una cella con un bagno in cui riesci a sederti, o farti una doccia con un minimo di privacy, vi sono uomini che marciscono sospesi nel tempo fermo e sospeso del carcere e che stanno soffrendo più di quanto dovrebbero o meriterebbero, per via della attuale situazione e, fra loro, tanti innocenti.&#xA;Già, perché nelle carceri, spesso si dimentica questo, ci sono anche degli innocenti in attesa di giudizio, ma le stimmate della galera imprimono un marchio di colpa sulla fronte di chiunque varchi il cancello che ci separa dagli altri, da quelli che giudicano e si sentono buoni cittadini. Ma un imputato assolto, dopo anni di sofferenza, non è un colpevole che è riuscito furbamente o fortunosamente a scamparsela, come qualcuno, che siede dove non meriterebbe, ha pubblicamente affermato, ma una sconfitta per l’intero consesso sociale, per il sistema giudiziario, e non perché non sia riuscito a condannarlo, ma perché ha inflitto sofferenza ad un innocente. Il diritto penale, il processo, anche negli attuali ordinamenti civili, mantiene una carica di violenza e brutalità difficile da giustificare sul piano morale. Questa lezione fondamentale di garantismo sembra del tutto dimenticata dalla classe politica, di governo e di opposizione, oltre che, purtroppo, anche da gran parte della magistratura, inevitabile figlia di questa società incattivita e impaurita da continui e ingiustificati allarmismi. Lei, signor Presidente, rischia di diventare, inconsapevolmente, il volto credibile e perbene della sanguinaria ondata giustizialista che ha travolto le radici garantiste della nostra cultura giuridica. Ma con la sua storia personale e familiare, la sua cultura e la formazione giuridica, la profonda conoscenza dei diritti fondamentali dell’uomo “riconosciuti” dalla Costituzione repubblicana, avrebbe dovuto indicare la strada, essere di ispirazione, richiamare tutti al rispetto degli alti principi di civiltà giuridica che l’Italia - il nostro Paese di cui essere orgogliosi e fieri testimoni - sin dai tempi di Cesare Beccaria ha insegnato al mondo intero. Ci saremmo aspettati una sua parola, un piccolo pensiero anche per noi. Forse avremmo evitato rivolte e manganellate, di sicuro saremmo stati risparmiati dall’amarezza e dalla delusione e, con noi, le nostre famiglie provate dal nostro dolore, dalla nostra mancanza. Forse non avremmo ricevuto niente di concreto ma almeno avremmo avuto l’illusione di avere ancore il rispetto e la considerazione del Presidente della Repubblica, delle Istituzioni, della società civile, rispetto e considerazione che sostanziano la dignità umana, quella che sembra non spettarci più per il solo fatto di essere qui, in questo mondo a parte, dove sembra che non basti privarci della libertà, ma occorre spogliarci della dignità umana, degli affetti della dimensione vitale che rende uomini, perché solo considerandoci più tali, ma scarti di cui liberarsi, si può moralmente indifferenti alle nostre disumane condizioni di detenzione e, persino, al pericolo concreto di farci ammalare e morire di Coronavirus. Il processo non è una pratica da smaltire, un risultato aziendale da inserire in una statistica di produttività, ma un pozzo nero di umanità nei quale occorre immergersi, sporcandosi, perché solo cosi si può diventare davvero giudici di uomini, titolari legittimi del destino altrui.&#xA;Perché la giustizia vive in quella sottile e sfumata linea dell’orizzonte dove il mare delle vicende umane incontra il cielo delle regole e del diritto e il compito del giudice è leggere la corretta.&#xA;Decisione su quell’impalpabile confine, dove quelle due realtà, quella umana, concreta e dolorosa e quella astratta e perfetta della norma, si incontrano come per confondersi una nell’altra. Per quanto mi riguarda posso dirle di aver trovato più umanità qui, compassione, vicinanza, fra detenuti e personale penitenziario, di quanto ne abbia mai sperimentato nella vita precedente.&#xA;Come la vedova che getta nel tesoro del Tempio la sua ultima moneta, così i detenuti di Matera hanno rinunciato, in alcuni casi, anche ad acquistare il sopravvitto per il giorno di Pasqua per donare i pochi spiccioli del loro peculio carcerario alla Caritas, perché aiuti le famiglie in difficoltà economica! Gli ultimi della terra che insegnano a tutti la solidarietà concreta, e non solo a parole. Verso un Paese in ginocchio, gemente e disperato.&#xA;Ecco perché, di fronte a questo spettacolo di umanità dolente, di cui faccio pienamente parte, ringrazio il Signore che, Crocifisso e reietto, mi ha mostrato, attraverso questa via crucis, che sono stato chiamato a vivere per caso come l’ignaro Cireneo, il Suo volto Santo attraverso quello dei miei Compagni di sventura. Noi, crocifissi accanto a Lui, crocifissi in Lui. Mi creda, signor presidente, di fronte a tutto questo dolore e mestizia che mi circondano passa in secondo ordine anche il mio destino processuale. La vita qui ha trovato la sua vocazione: essere la loro voce, la voce degli ultimi che nessuno ascolta, che nessuno vuole ascoltare. È il modo più alto per essere magistrato della Repubblica: reclamare, con tutta la voce che ho, i diritti inalienabili della parte più debole del mio Paese! La prego, per tanto, dal basso della mia condizione, dai fondo della mia umiliazione, di voler considerare l’opportunità di sollecitare il governo ad adottare misure legislative adeguate per rendere anche questo “mondo a parte” degno di un Paese civile, quale orgogliosamente deve essere e rimanere sempre la nostra amata Italia.&#xA;Buona Pasqua, signor Presidente&#xA;&#xA;Tag&#xA;carcere]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Riformista</em>, 27 novembre 2021</p>

<p><strong>Michele Nardi, dopo aver lavorato come giudice a Trani</strong>, ha prestato servizio all’Ispettorato del Ministero della giustizia e quindi alla Procura di Roma come pm. <strong>Nel 2016 è stato indagato dalla Procura di Lecce con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e al falso. Dal 14 gennaio 2019 al 24 giugno del 2020 è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere</strong>. La Cassazione, per tre volte, ha annullato il provvedimento di carcerazione preventiva. L’anno scorso è stato condannato in primo grado 16 anni e 9 mesi di reclusione. Attualmente è sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Questa settimana ha chiesto al Csm di poter tornare in servizio. Si è sempre proclamato innocente ed ha depositato a Palazzo dei Marescialli un dossier sul modo in cui sono state condotte le indagini ed il processo. Alla base delle accuse vi fu la testimonianza dell’imprenditore pugliese Flavio D’Introno. Quando Nardi venne arrestato era titolare di importanti fascicoli su esponenti politici di primo piano. <strong>Pubblichiamo qui di seguito la lettera che Michele Nardi ha inviato al presidente Mattarella in occasione della scorsa Pasqua, direttamente dal carcere di Matera.</strong></p>

<hr>

<p>Nelle celle delle carceri ci si ammala, si soffre e si muore, ma nessuno parla di noi a parte il Santo Pontefice. Occorre una altissima caratura morale, come quella del Pontefice, per chinarsi verso il basso e guardare nella gola infernale dello scarto sociale per occuparsi degli ultimi di questa umanità dolente. Per questo mi sarei aspettato dal lei, signor Presidente, un intervento deciso per indirizzare il governo ad adottare serie misure di sfoltimento delle carceri, l’adozione automatica e su larga scala di misure alternative alla detenzione, come fatto persino in Paesi che consideriamo meno civili di noi, al fine di allentare il pericolo di contagio e ridare speranza a questa umanità reietta. Nessuno di voi conosce lo stato delle carceri italiane, vecchie, luride, prive di manutenzione.</p>

<p><strong>Nessuno di voi ha mangiato il disgustoso rancio del carcere. Nessuno di voi conosce l’umiliazione di essere spiato e controllato anche quando sei in bagno e il dover implorare per esercitare i propri piccoli diritti, come farsi visitare se stai male o poter inviare una istanza alla Autorità giudiziaria o ricevere la visita di un avvocato.</strong></p>

<p>Se non fosse per la pietas dei nostri compagni di sventura e del personale penitenziario di ogni ordine e grado, anche loro dannati con noi in questo girone dantesco, non saremmo in grado di terminare la giornata. E questa situazione già cosi intollerabile per un Paese che si ritiene civile, è aggravata dalla situazione dalla pandemia mondiale di covid-19. <strong>Come pensa che ci si possa sentire a vedere gli agenti di polizia dotati di mascherine e guanti quando a noi non viene fornito nulla? È l’ennesima sottolineatura che siamo solo spazzatura da nascondere sotto il tappeto.</strong> Ringrazio Dio, mi creda, per avermi fatto vivere questa tragica esperienza. <strong>Per trent’anni ho spedito centinaia di persone in prigione l’ho fatto con coscienza e cercando di essere giusto, ma non potevo immaginare l’inferno a cui li condannavo perché il carcere per conoscerlo, occorre viverlo,</strong> non andarci in visita passando dagli uffici della direzione, dove tutto è tranquillo e pulito, ma immergersi negli odori nauseabondi delle celle, nella disperazione dei compagni di prigionia, nella loro rabbiosa prepotenza, nella ristrettezza degli spazi che rende difficile qualsiasi movimento.</p>

<p><strong>Si impara, stando qui, che le carceri sono piene di persone che dovrebbero stare piuttosto in un ospedale psichiatrico o ricoverati in reparti ospedalieri o, semplicemente, dovrebbero essere liberi perché innocenti o perché, anche se colpevoli, il carcere assomiglia ad una vendetta consumata nei loro confronti e non ad uno strumento di rieducazione come prescritto dalla Costituzione.</strong> Disperati spinti al margine della società e delle possibilità esistenziali, finiti inevitabilmente nelle maglie della giustizia, mischiati a criminali veri e nuovamente vittime, anche qui in carcere. Ci sono malati di cancro allo stato terminale rispetto ai quali il giudice competente non ha avuto la compassione di adottare provvedimenti alternativi e poveracci che devono scontare dieci anni per una serie di piccoli furti di natura alimentare.</p>

<p><strong>Ho conosciuto ragazzi di vent’anni che hanno tentato dì impiccarsi ed altri guardarti spauriti, gettare i loro occhi nei tuoi occhi, ancora increduli dell’inverno esistenziale che avvolgeva la loro sorte,</strong> come per cercare, nel fondo della tua anima un briciolo di compassione, di comprensione, per sentirsi ancora vivi, riconosciuti, degni di un futuro, di sogni e di speranze. Il carcere invece, aumenta solo la rabbia e la collera, la sensazione della esclusione e del biasimo collettivo e spinge ancora di più a condotte antisociali. Nessuno uscirà di qui migliorato, rieducato, risocializzato. Il carcere è una istituzione arcaica, inutile, dannosa, costosa, dolorosa, brutale, utile solo per neutralizzare temporaneamente i violenti.
Alla luce dell’attuale livello tecnologico come è possibile non prevedere gli arresti domiciliari con controllo da remoto, la forma ordinaria di custodia e detenzione?
Nello sprofondo di questo inferno, dove sei fortunato se stai in una cella con un bagno in cui riesci a sederti, o farti una doccia con un minimo di privacy, vi sono uomini che marciscono sospesi nel tempo fermo e sospeso del carcere e che stanno soffrendo più di quanto dovrebbero o meriterebbero, per via della attuale situazione e, fra loro, tanti innocenti.
<strong>Già, perché nelle carceri, spesso si dimentica questo, ci sono anche degli innocenti in attesa di giudizio, ma le stimmate della galera imprimono un marchio di colpa sulla fronte di chiunque varchi il cancello che ci separa dagli altri, da quelli che giudicano e si sentono buoni cittadini.</strong> Ma un imputato assolto, dopo anni di sofferenza, non è un colpevole che è riuscito furbamente o fortunosamente a scamparsela, come qualcuno, che siede dove non meriterebbe, ha pubblicamente affermato, ma una sconfitta per l’intero consesso sociale, per il sistema giudiziario, e non perché non sia riuscito a condannarlo, ma perché ha inflitto sofferenza ad un innocente. Il diritto penale, il processo, anche negli attuali ordinamenti civili, mantiene una carica di violenza e brutalità difficile da giustificare sul piano morale. Questa lezione fondamentale di garantismo sembra del tutto dimenticata dalla classe politica, di governo e di opposizione, oltre che, purtroppo, anche da gran parte della magistratura, inevitabile figlia di questa società incattivita e impaurita da continui e ingiustificati allarmismi. Lei, signor Presidente, rischia di diventare, inconsapevolmente, il volto credibile e perbene della sanguinaria ondata giustizialista che ha travolto le radici garantiste della nostra cultura giuridica. Ma con la sua storia personale e familiare, la sua cultura e la formazione giuridica, la profonda conoscenza dei diritti fondamentali dell’uomo “riconosciuti” dalla Costituzione repubblicana, avrebbe dovuto indicare la strada, essere di ispirazione, richiamare tutti al rispetto degli alti principi di civiltà giuridica che l’Italia – il nostro Paese di cui essere orgogliosi e fieri testimoni – sin dai tempi di Cesare Beccaria ha insegnato al mondo intero. Ci saremmo aspettati una sua parola, un piccolo pensiero anche per noi. Forse avremmo evitato rivolte e manganellate, di sicuro saremmo stati risparmiati dall’amarezza e dalla delusione e, con noi, le nostre famiglie provate dal nostro dolore, dalla nostra mancanza. Forse non avremmo ricevuto niente di concreto ma almeno avremmo avuto l’illusione di avere ancore il rispetto e la considerazione del Presidente della Repubblica, delle Istituzioni, della società civile, rispetto e considerazione che sostanziano la dignità umana, quella che sembra non spettarci più per il solo fatto di essere qui, in questo mondo a parte, dove sembra che non basti privarci della libertà, ma occorre spogliarci della dignità umana, degli affetti della dimensione vitale che rende uomini, perché solo considerandoci più tali, ma scarti di cui liberarsi, si può moralmente indifferenti alle nostre disumane condizioni di detenzione e, persino, al pericolo concreto di farci ammalare e morire di Coronavirus. Il processo non è una pratica da smaltire, un risultato aziendale da inserire in una statistica di produttività, ma un pozzo nero di umanità nei quale occorre immergersi, sporcandosi, perché solo cosi si può diventare davvero giudici di uomini, titolari legittimi del destino altrui.
Perché la giustizia vive in quella sottile e sfumata linea dell’orizzonte dove il mare delle vicende umane incontra il cielo delle regole e del diritto e il compito del giudice è leggere la corretta.
Decisione su quell’impalpabile confine, dove quelle due realtà, quella umana, concreta e dolorosa e quella astratta e perfetta della norma, si incontrano come per confondersi una nell’altra. <strong>Per quanto mi riguarda posso dirle di aver trovato più umanità qui, compassione, vicinanza, fra detenuti e personale penitenziario, di quanto ne abbia mai sperimentato nella vita precedente.</strong>
<strong>Come la vedova che getta nel tesoro del Tempio la sua ultima moneta, così i detenuti di Matera hanno rinunciato, in alcuni casi, anche ad acquistare il sopravvitto per il giorno di Pasqua per donare i pochi spiccioli del loro peculio carcerario alla Caritas, perché aiuti le famiglie in difficoltà economica!</strong> Gli ultimi della terra che insegnano a tutti la solidarietà concreta, e non solo a parole. Verso un Paese in ginocchio, gemente e disperato.
Ecco perché, di fronte a questo spettacolo di umanità dolente, di cui faccio pienamente parte, ringrazio il Signore che, Crocifisso e reietto, mi ha mostrato, attraverso questa via crucis, che sono stato chiamato a vivere per caso come l’ignaro Cireneo, il Suo volto Santo attraverso quello dei miei Compagni di sventura. Noi, crocifissi accanto a Lui, crocifissi in Lui. Mi creda, signor presidente, di fronte a tutto questo dolore e mestizia che mi circondano passa in secondo ordine anche il mio destino processuale. La vita qui ha trovato la sua vocazione: essere la loro voce, la voce degli ultimi che nessuno ascolta, che nessuno vuole ascoltare. È il modo più alto per essere magistrato della Repubblica: reclamare, con tutta la voce che ho, i diritti inalienabili della parte più debole del mio Paese! La prego, per tanto, dal basso della mia condizione, dai fondo della mia umiliazione, di voler considerare l’opportunità di sollecitare il governo ad adottare misure legislative adeguate per rendere anche questo “mondo a parte” degno di un Paese civile, quale orgogliosamente deve essere e rimanere sempre la nostra amata Italia.
Buona Pasqua, signor Presidente</p>

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      <pubDate>Sat, 27 Nov 2021 17:54:01 +0000</pubDate>
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      <title>Ho visitato la sezione psichiatrica del carcere di Torino: spero che ciò che ho visto non si ripeta mai più</title>
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      <description>&lt;![CDATA[di Susanna Marietti&#xA;&#xA;Nelle scorse ore ho visitato insieme a un mio collega il carcere per adulti di Torino. Di carceri ne ho viste tante in vita mia, in Italia e anche all’estero, ma raramente mi era capitato di assistere a quanto ho avuto modo di vedere nel capoluogo piemontese.&#xA;&#xA;Vi è una sezione, chiamata Sestante, che funge da articolazione psichiatrica dell’istituto. Mi auguro che qualche giornalista legga quello che sto per raccontare e che in tanti decidano di andare là dentro a vedere. Che pretendano di portare con sé le videocamere per mostrare a tutti cosa accade in quelle quattro mura. Mi auguro che tutti noi ci indigniamo in massa e pretendiamo che queste cose non succedano mai più, che quel reparto venga chiuso immediatamente: non domani, non tra una settimana, non tra mese. Ci hanno detto che stanno per fare dei lavori di ristrutturazione. Non basta. Sono anni che Antigone, anche attraverso i suoi Rapporti annuali, denuncia le condizioni di vita interne, ma nulla è cambiato.!--more--&#xA;&#xA;Al Sestante si trovano circa venti celle, dieci su ogni lato del corridoio. In ciascuna è reclusa una singola persona detenuta. uLa cella è piccola, sporca, quasi completamente vuota. Al centro vi è un letto in metallo scrostato e attaccato al pavimento con i chiodi. Sopra è buttato un materasso fetido, a volte con qualche coperta e a volte no. Qualcuno, ma non tutti, ha un piccolo cuscino di gommapiuma. Non vi è una sedia né un tavolino. Solo un piccolo cilindro che sembra di pietra dove ci si può sedere in posizione scomodissima. L’intera giornata viene trascorsa chiusi là dentro, senza nulla da fare e nessuno con cui parlare. Unico altro arredo, un orrendo bagno alla turca posizionato vicino alle sbarre, di fronte agli occhi di chiunque passi per il corridoio./u&#xA;&#xA;Noi ci siamo passati. Abbiamo dovuto insistere un po’ affinché ci aprissero il cancello della sezione. Ci siamo passati, per quel corridoio, e abbiamo guardato dentro ciascuna di quelle stanze detentive. Ognuna teneva dentro un essere umano. Ma ucertamente trattato in maniera contraria a quel senso di umanità che la nostra Costituzione chiede alle pene legittime/u. Alcuni erano solo dei mucchietti di stracci buttati immobili sulla branda. In una cella vi era un uomo sdraiato al buio sul pavimento. Nessuno lo tirava su di là. In un’altra vi era un ragazzo che stava in piedi con la faccia a pochi centimetri dal muro. Non si è girato al nostro passaggio. Teneva i palmi delle mani rivolti verso l’altro, all’altezza delle spalle. Parlava verso quella parete, ogni tanto si girava verso il letto, poi tornava a rivolgere la faccia al muro e parole a chissà che cosa. Barcollava e aveva gli occhi a mezz’asta. Nessuno ci faceva caso.&#xA;&#xA;Qualcuno si è avvicinato alle sbarre al nostro passaggio. Un uomo mi ha chiesto se potevo fare in modo che la turca della sua cella venisse aggiustata. Erano quattro giorni che non scaricava le sue feci, mi ha spiegato. L’ho detto al poliziotto del reparto.&#xA;&#xA;Un altro uomo era al buio. Si è sporto dalle sbarre e mi ha detto che avrebbe voluto un po’ di luce. Il poliziotto che era con me, un po’ imbarazzato, gli ha detto di accenderla con l’interruttore interno, che sicuramente avrebbe funzionato. Ma lui ha detto di no, mancava proprio la lampadina. Mi sono fermata per capire chi avesse ragione. Effettivamente la luce non si accendeva. Non so da quanti giorni quel signore fosse al buio dalle quattro e mezza di pomeriggio fino all’alba del giorno dopo.&#xA;&#xA;Un giovane uomo si teneva a stento in piedi sulle gambe. Aveva un filo di bava che gli colava sulla blusa. Gli occhi semichiusi, come se stesse per addormentarsi in piedi da un momento all’altro. Ha tentato di pronunciare qualche parola rivolto a me che mi ero fermata lì davanti. Faceva fatica ad articolare i suoni. uHa balbettato la parola ‘avvocato’. Gli ho chiesto se avesse avuto modo di parlare con il suo legale. Si è chinato e da un mucchietto di carte per terra ha preso un foglietto con un numero di telefono. L’ho copiato sul mio quaderno e gli ho detto che l’avrei avvisato che si trovava lì./u Mi è stato spiegato che l’uomo era a Torino per un periodo di 30 giorni di osservazione psichiatrica, mandato lì da un altro istituto. Non so cosa si possa osservare e diagnosticare in un uomo imbottito di farmaci fino al punto da non riuscire a parlare e a reggersi in piedi.&#xA;&#xA;Mi vergogno a pensare che trattiamo le persone in questo modo. Non so di chi sia la colpa. La direttrice del carcere ci ha detto che lei ha la coscienza a posto perché ha scritto varie lettere al proposito e attende interventi. Certo, da sola non può fare molto. Ma qualcosa forse sì. Come qualcosa può fare la gestione sanitaria della sezione. Come uqualcosa possiamo fare noi: far conoscere l’indecenza di questi posti, dove gli esseri umani sono privati di ogni dignità, trattati come corpi ammassati. Dove si rinuncia a vite umane come se fossero niente/u.&#xA;&#xA;Mi rivolgo alle autorità centrali che non sempre conoscono la periferia penitenziaria, mi rivolgo ai tanti dirigenti attenti e democratici che fanno con passione il proprio lavoro. Mi rivolgo agli operatori dell’informazione, che possono chiedere all’ufficio stampa del Ministero della Giustizia di essere autorizzati a entrare al reparto Sestante del carcere di Torino per raccontare fuori quel che troveranno dentro. Mi rivolgo a tutti loro: non credetemi, andate a vedere.&#xA;&#xA;Il Fatto Quotidiano, 20 novembre 2021&#xA;&#xA;Tag&#xA;carcere]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>di Susanna Marietti</p>

<p>Nelle scorse ore ho visitato insieme a un mio collega il carcere per adulti di Torino. Di carceri ne ho viste tante in vita mia, in Italia e anche all’estero, ma raramente mi era capitato di assistere a quanto ho avuto modo di vedere nel capoluogo piemontese.</p>

<p>Vi è una sezione, chiamata Sestante, che funge da articolazione psichiatrica dell’istituto. Mi auguro che qualche giornalista legga quello che sto per raccontare e che in tanti decidano di andare là dentro a vedere. Che pretendano di portare con sé le videocamere per mostrare a tutti cosa accade in quelle quattro mura. Mi auguro che tutti noi ci indigniamo in massa e pretendiamo che queste cose non succedano mai più, che quel reparto venga chiuso immediatamente: non domani, non tra una settimana, non tra mese. Ci hanno detto che stanno per fare dei lavori di ristrutturazione. Non basta. Sono anni che Antigone, anche attraverso i suoi Rapporti annuali, denuncia le condizioni di vita interne, ma nulla è cambiato.</p>

<p>Al Sestante si trovano circa venti celle, dieci su ogni lato del corridoio. In ciascuna è reclusa una singola persona detenuta. <u>La cella è piccola, sporca, quasi completamente vuota. Al centro vi è un letto in metallo scrostato e attaccato al pavimento con i chiodi. Sopra è buttato un materasso fetido, a volte con qualche coperta e a volte no. Qualcuno, ma non tutti, ha un piccolo cuscino di gommapiuma. Non vi è una sedia né un tavolino. Solo un piccolo cilindro che sembra di pietra dove ci si può sedere in posizione scomodissima. L’intera giornata viene trascorsa chiusi là dentro, senza nulla da fare e nessuno con cui parlare. Unico altro arredo, un orrendo bagno alla turca posizionato vicino alle sbarre, di fronte agli occhi di chiunque passi per il corridoio.</u></p>

<p>Noi ci siamo passati. Abbiamo dovuto insistere un po’ affinché ci aprissero il cancello della sezione. Ci siamo passati, per quel corridoio, e abbiamo guardato dentro ciascuna di quelle stanze detentive. Ognuna teneva dentro un essere umano. Ma <u>certamente trattato in maniera contraria a quel senso di umanità che la nostra Costituzione chiede alle pene legittime</u>. Alcuni erano solo dei mucchietti di stracci buttati immobili sulla branda. In una cella vi era un uomo sdraiato al buio sul pavimento. Nessuno lo tirava su di là. In un’altra vi era un ragazzo che stava in piedi con la faccia a pochi centimetri dal muro. Non si è girato al nostro passaggio. Teneva i palmi delle mani rivolti verso l’altro, all’altezza delle spalle. Parlava verso quella parete, ogni tanto si girava verso il letto, poi tornava a rivolgere la faccia al muro e parole a chissà che cosa. Barcollava e aveva gli occhi a mezz’asta. Nessuno ci faceva caso.</p>

<p>Qualcuno si è avvicinato alle sbarre al nostro passaggio. Un uomo mi ha chiesto se potevo fare in modo che la turca della sua cella venisse aggiustata. Erano quattro giorni che non scaricava le sue feci, mi ha spiegato. L’ho detto al poliziotto del reparto.</p>

<p>Un altro uomo era al buio. Si è sporto dalle sbarre e mi ha detto che avrebbe voluto un po’ di luce. Il poliziotto che era con me, un po’ imbarazzato, gli ha detto di accenderla con l’interruttore interno, che sicuramente avrebbe funzionato. Ma lui ha detto di no, mancava proprio la lampadina. Mi sono fermata per capire chi avesse ragione. Effettivamente la luce non si accendeva. Non so da quanti giorni quel signore fosse al buio dalle quattro e mezza di pomeriggio fino all’alba del giorno dopo.</p>

<p>Un giovane uomo si teneva a stento in piedi sulle gambe. Aveva un filo di bava che gli colava sulla blusa. Gli occhi semichiusi, come se stesse per addormentarsi in piedi da un momento all’altro. Ha tentato di pronunciare qualche parola rivolto a me che mi ero fermata lì davanti. Faceva fatica ad articolare i suoni. <u>Ha balbettato la parola ‘avvocato’. Gli ho chiesto se avesse avuto modo di parlare con il suo legale. Si è chinato e da un mucchietto di carte per terra ha preso un foglietto con un numero di telefono. L’ho copiato sul mio quaderno e gli ho detto che l’avrei avvisato che si trovava lì.</u> Mi è stato spiegato che l’uomo era a Torino per un periodo di 30 giorni di osservazione psichiatrica, mandato lì da un altro istituto. Non so cosa si possa osservare e diagnosticare in un uomo imbottito di farmaci fino al punto da non riuscire a parlare e a reggersi in piedi.</p>

<p>Mi vergogno a pensare che trattiamo le persone in questo modo. Non so di chi sia la colpa. La direttrice del carcere ci ha detto che lei ha la coscienza a posto perché ha scritto varie lettere al proposito e attende interventi. Certo, da sola non può fare molto. Ma qualcosa forse sì. Come qualcosa può fare la gestione sanitaria della sezione. Come <u>qualcosa possiamo fare noi: far conoscere l’indecenza di questi posti, dove gli esseri umani sono privati di ogni dignità, trattati come corpi ammassati. Dove si rinuncia a vite umane come se fossero niente</u>.</p>

<p>Mi rivolgo alle autorità centrali che non sempre conoscono la periferia penitenziaria, mi rivolgo ai tanti dirigenti attenti e democratici che fanno con passione il proprio lavoro. Mi rivolgo agli operatori dell’informazione, che possono chiedere all’ufficio stampa del Ministero della Giustizia di essere autorizzati a entrare al reparto Sestante del carcere di Torino per raccontare fuori quel che troveranno dentro. Mi rivolgo a tutti loro: non credetemi, andate a vedere.</p>

<p><em>Il Fatto Quotidiano</em>, 20 novembre 2021</p>

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      <pubDate>Sun, 21 Nov 2021 14:17:26 +0000</pubDate>
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      <pubDate>Sun, 21 Nov 2021 08:00:14 +0000</pubDate>
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