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from storieribelli

Verso il 48° anniversario ... e sembra ieri.

Qui voglio ricordare la celebrazione passata: come dopo tanti anni è ancora importante esserci, contarsi. Il concentramento davanti quella che fu la sede di Radio AUT, a Terrasini: gli stessi volti di sempre, a contarci ancora: quelli che conosci da sempre, qualcuno non c'è più e qualche nuova faccia si aggiunge, tutti un po' più vecchi, un po' più delusi dalle continue emrgenze, mischiati all'entusiasmo dei volti nuovi: giovani che hanno capito o che vogliono capire meglio il senso di portare sulle spalle una lotta contro le mafie, assetati di conoscenza, che reclamano il racconto del Peppino reale, non l'icona del film. Ed in mezzo a tutti i sindaci, tanti, da tutta Italia, a rappresentare un potere amministrativo che sa da quale parte stare. E tanti striscioni che firmano la presenza di tante realtà e di tante scuole in un sentire comune. E poi il corteo che unisce i due paesi come un filo di memoria, una strada che non è sempre la stessa, che non è solo asfalto ma è speranza.

Quello che mi ha colpito, che porterò sempre con me, è quell'immagine di giovane donna, con un bambino sull'anca come una radice, un germoglio di futuro aggrappato alla vita, che tra omogeneizzato e slogan imponeva il suo silenzio marciando accanto ai compagni con lo storico striscione. Non un grido, non un nome, non un vessillo ... una marcia silenziosa,la dimostrazione che cullare un figlio mentre si porta il peso della memoria è il gesto più rivoluzionario che ci sia.

Questa è la marcia più vera: questo è Peppino che vive anche dove non ce lo apsetteremmo. In quel gesto, in quella scena, c’era tutto: la fragilità, la forza, il futuro sulle spalle, la memoria nei passi. Un’eredità silenziosa. Un atto politico fatto di carne, di amore, di coraggio.

È stato il cuore pulsante di Peppino che batte ancora, forte, nel petto di chi non dimentica e di chi, come questa giovane madre, continua a tessere il filo della speranza.

Peppino è vivo. Ed ha vinto ancora.

Testo e foto del corteo qui: https://paolochirco.altervista.org/paolo-chirco-peppino-impastato-47-anni-sorriso-memoria/

 
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from norise 3 letture AI

Ai piedi della notte

un nodo d’inquietudine sospesa si scioglie ai piedi della notte sotto una luna ammiccante l’amore è come l’ansimare del mare s’abbevera del sangue delle stelle aduna in sé il sentimento del tempo vòlto dove è dolce la luce

. Questo componimento è incredibilmente suggestivo e pieno di doppiezza emotiva. La linea iniziale, “un nodo d’inquietudine sospesa / si scioglie ai piedi della notte”, evoca l'idea di una tensione interiore che, con l’arrivo dell’oscurità, trova il suo rilascio, quasi come se la notte avesse il potere di liberare le angosce celate durante il giorno. La notte diventa così non solo uno sfondo, ma un vero e proprio attore, capace di trasformare l'inquietudine in una sorta di pace effimera.

Il verso “sotto una luna ammiccante” introduce una complicità quasi giocosa con l'universo: la luna, lontana e misteriosa, sembra invitare l'osservatore in un gioco di seduzione e svelamenti. Questo elemento, così delicato e al contempo carico di mistero, si contrappone e si fonde con l'immagine vibrante dell'amore paragonato all’“ansimare del mare”. Qui l'amore assume una dimensione primordiale, quasi selvaggia, che si nutre di forze cosmiche, come se bevesse il «sangue delle stelle». Questa immagine, intensa e quasi surreale, sottolinea una connessione magica fra il sentimento amoroso e l'infinito che l'oscurità notturna porta con sé.

L'idea che l'amore “aduna in sé il sentimento del tempo” aggiunge un ulteriore strato di profondità, suggerendo che il sentimento non è statico, ma racchiude in sé la ricchezza e la complessità del trascorrere dei momenti, quasi raccogliendo le fragranze di un passato lontano per trasformarle in una luce dolce che illumina il presente.

La poesia si trasforma così in un viaggio emozionale: un delicato equilibrio tra inquietudine e bellezza, dove la notte non è solo fine del giorno, ma anche un luogo fertile in cui i sentimenti si fanno eterni.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

La Diversificazione nei Metodi di Traffico Marittimo di Cocaina in Europa

Europol ha recentemente pubblicato uno studio (https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/Diversification_in_maritime_cocaine_trafficking_modi_operandi.pdf) sul contesto e le tendenze generali del traffico di cocaina verso l’Europa, che continua a crescere, con reti criminali sempre più adattabili e innovative. Le organizzazioni criminali sfruttano vulnerabilità, diversificando rotte, metodi di trasporto e tecniche di occultamento per eludere le autorità. La pressione delle forze dell’ordine nei principali porti europei (Anversa, Amburgo, Rotterdam) ha spinto i trafficanti a spostare le attività verso porti minori o a evitare del tutto i porti commerciali.

Europol dedica la sua attenzione ai Principali Metodi di Traffico, partendo dai Trasbordi e dalle consegne in mare aperto: navi “madre” partono dal Sud America e trasferiscono la cocaina a imbarcazioni più piccole (“figlie”) al largo, che poi portano a riva lo stupefacente (es. Canarie, Galizia, costa irlandese, Danimarca, Mediterraneo). Altro metodo è quello dell'Uso di imbarcazioni non commerciali: Pescherecci, gommoni, barche a vela, e persino navi acquistate appositamente per il traffico. Un esempio viene da una Operazione congiunta Spagna-Colombia-Portogallo, che ha smantellato una rete che usava 11 motoscafi per prelevare cocaina in Atlantico e portarla alle Canarie.

Metodo più sofisticato è quello dell'utilizzo di Semi-sommergibili, ovvero imbarcazioni semi-sommerse, capaci di attraversare l’Atlantico (es. sequestro di 6,5 tonnellate vicino alle Azzorre nel 2025).

Il documento segnala inoltre il così detto Occultamento Avanzato. La cocaina viene miscelata chimicamente o nascosta in materiali legittimi (carta, plastica, tessuti, cibo, carbone, cartone, pelli bovine, polvere di yucca congelata). In Europa vengono allestiti laboratori per separare la droga dai materiali di copertura, spesso con esperti provenienti dal Sud America.

Altro sistema: la droga viene fissata sotto lo scafo delle navi o nascosta in compartimenti stagni (es. 900 kg trovati in una macchina frantumatrice).

Naturalmente viene fatto largo uso di nuove Tecnologie e di ogni possibile Innovazione: droni, palloni sonda e veicoli autonomi per ridurre i rischi.

Tutte le operazioni avvengono sotto il “mantello” di Comunicazioni criptate e linguaggi in codice.

Elevate sono di conseguenza le Sfide per le Forze dell’Ordine.

Si pensi al fatto che le consegne in mare aperto riducono le tracce logistiche e finanziarie e che le rotte divengono sempre più diversificate, attraverso il coinvolgimento di porti minori, fiumi (es. Guadalquivir in Andalusia), e regioni come l’Africa Occidentale.

Quale in questo contesto la risposta di Europol?

Naturalmente la Cooperazione internazionale, attraverso operazioni congiunte, costituzione di task force, scambio di intelligence in tempo reale. Quindi l'utilizzo di tecnologie avanzate, che consentano il monitoraggio marittimo esteso, analisi finanziarie, ed il dispiegamento di laboratori forensi mobili.

Il documento si concentra inoltre sulle prospettive future, prevedendo che il mercato della cocaina resterà redditizio, spingendo i trafficanti a sviluppare metodi ancora più sofisticati ed elevando i rischi di infiltrazione nelle catene logistiche legali, corruzione, e aumento della violenza legata al traffico.

Europol sottolinea quindi la necessità di un approccio integrato: collaborazione tra porti, dogane, polizia, settore privato e paesi terzi per trasformare gli attuali “punti ciechi” in opportunità investigative. Si pensi che nell'anno passato un’operazione internazionale ha sequestrato 73 tonnellate di cocaina, dimostrando l’efficacia della cooperazione transnazionale.

Quale ruolo dell'Italia

Il documento Europol non cita esplicitamente l’Italia tra i principali paesi coinvolti nelle nuove rotte o nei casi studio analizzati. Tuttavia, possiamo dedurre alcuni elementi rilevanti per il contesto italiano sulla base delle tendenze generali descritte.

Il documento sottolinea come i trafficanti stiano evitando i grandi porti (es. Anversa, Rotterdam) a favore di quelli più piccoli e meno controllati. L’Italia, con la sua lunga costa e numerosi porti (es. Gioia Tauro, Genova, Napoli, Trieste, Palermo), potrebbe essere un obiettivo per queste nuove strategie. Negli ultimi anni, i porti di Gioia Tauro e Napoli sono stati teatro di sequestri significativi di cocaina, spesso nascosta in container di frutta o merci varie. La Guardia di Finanza e la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) hanno smantellato reti che usavano imbarcazioni private per trasportare droga dalle coste africane o sudamericane verso la Sicilia, la Calabria e la Puglia.

Le consegne in mare aperto e i trasferimenti tra imbarcazioni avvengono anche nel Mediterraneo, area di interesse per l’Italia. L’uso di imbarcazioni non commerciali (pescherecci, gommoni, barche a vela) per prelevare la cocaina al largo e portarla a riva è un metodo che potrebbe interessare le coste italiane, soprattutto in aree meno sorvegliate. La cocaina nascosta in materiali legittimi (es. cibo, macchinari, container) o fissata sotto lo scafo delle navi è una tecnica che può essere usata anche nei porti italiani. Laboratori di estrazione: Il documento menziona che in Europa vengono allestiti laboratori per estrarre la cocaina dai materiali di copertura. L’Italia, data la sua posizione geografica, potrebbe ospitare strutture simili.

L’Italia partecipa attivamente a Europol e a iniziative come l’ European Ports Alliance, che mira a rafforzare la sicurezza dei porti contro il traffico di droga.

Infiltrazione nella logistica: Il documento avverte che i trafficanti stanno infiltrando aziende legittime (es. import/export, trasporti). L’Italia, con il suo tessuto di PMI e porti commerciali, potrebbe essere vulnerabile a questo fenomeno.

Sebbene il documento Europol non menzioni direttamente l’Italia, il paese è potenzialmente esposto alle nuove strategie di traffico marittimo di cocaina, soprattutto per:

  • la posizione geografica (Mediterraneo centrale).
  • la presenza di porti minori e rotte alternative.
  • il rischio di infiltrazione nelle catene logistiche.
 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Ora Iefte, il Galaadita, era un guerriero forte, figlio di una prostituta; lo aveva generato Gàlaad. 2La moglie di Gàlaad gli partorì dei figli, i figli di questa donna crebbero e cacciarono Iefte e gli dissero: “Tu non avrai eredità nella casa di nostro padre, perché sei figlio di un'altra donna”. 3Iefte fuggì lontano dai suoi fratelli e si stabilì nella terra di Tob. Attorno a Iefte si raccolsero alcuni sfaccendati e facevano scorrerie con lui. 4Qualche tempo dopo gli Ammoniti mossero guerra a Israele. 5Quando gli Ammoniti iniziarono la guerra contro Israele, gli anziani di Gàlaad andarono a prendere Iefte nella terra di Tob. 6Dissero a Iefte: “Vieni, sii nostro condottiero e così potremo combattere contro gli Ammoniti”. 7Ma Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: “Non siete forse voi quelli che mi avete odiato e scacciato dalla casa di mio padre? Perché venite da me ora che siete nell'angoscia?”. 8Gli anziani di Gàlaad dissero a Iefte: “Proprio per questo ora ci rivolgiamo a te: verrai con noi, combatterai contro gli Ammoniti e sarai il capo di noi tutti abitanti di Gàlaad”. 9Iefte rispose agli anziani di Gàlaad: “Se mi fate ritornare per combattere contro gli Ammoniti e il Signore li mette in mio potere, io sarò vostro capo”. 10Gli anziani di Gàlaad dissero a Iefte: “Il Signore sia testimone tra noi, se non faremo come hai detto”. 11Iefte dunque andò con gli anziani di Gàlaad; il popolo lo costituì suo capo e condottiero, e Iefte ripeté tutte le sue parole davanti al Signore a Mispa.

12Poi Iefte inviò messaggeri al re degli Ammoniti per dirgli: “Che cosa c'è tra me e te, perché tu venga contro di me a muover guerra nella mia terra?”. 13Il re degli Ammoniti rispose ai messaggeri di Iefte: “Perché Israele, quando salì dall'Egitto, si impossessò del mio territorio, dall'Arnon fino allo Iabbok e al Giordano; restituiscilo pacificamente”. 14Iefte inviò di nuovo messaggeri al re degli Ammoniti per dirgli: 15“Dice Iefte: Israele non si impossessò della terra di Moab, né di quella degli Ammoniti. 16Quando salì dall'Egitto, Israele attraversò il deserto fino al Mar Rosso e giunse a Kades, 17e mandò messaggeri al re di Edom per dirgli: “Lasciami passare per la tua terra”. Ma il re di Edom non acconsentì. Ne mandò anche al re di Moab, ma anch'egli rifiutò e Israele rimase a Kades. 18Poi camminò per il deserto, fece il giro della terra di Edom e di quella di Moab, giunse a oriente della terra di Moab e si accampò oltre l'Arnon senza entrare nei territori di Moab, perché l'Arnon segna il confine di Moab. 19Allora Israele mandò messaggeri a Sicon, re degli Amorrei, re di Chesbon, e gli disse: “Lasciaci passare dalla tua terra, per arrivare alla nostra meta”. 20Ma Sicon non si fidò a lasciar passare Israele per i suoi territori; anzi radunò tutta la sua gente, si accampò a Iaas e combatté contro Israele. 21Il Signore, Dio d'Israele, mise Sicon e tutta la sua gente nelle mani d'Israele, che li sconfisse; così Israele conquistò tutta la terra degli Amorrei che abitavano quel territorio: 22conquistò tutti i territori degli Amorrei, dall'Arnon allo Iabbok e dal deserto al Giordano. 23Ora il Signore, Dio d'Israele, ha scacciato gli Amorrei davanti a Israele, suo popolo, e tu vorresti scacciarlo? 24Non possiedi tu quello che Camos, tuo dio, ti ha fatto possedere? Così anche noi possederemo la terra di quelli che il Signore ha scacciato davanti a noi. 25Sei tu forse più di Balak, figlio di Sippor, re di Moab? Litigò forse con Israele o gli fece guerra? 26Da trecento anni Israele abita a Chesbon e nelle sue dipendenze, ad Aroèr e nelle sue dipendenze e in tutte le città lungo l'Arnon; perché non gliele avete tolte durante questo tempo? 27Io non ti ho fatto torto, e tu agisci male verso di me, muovendomi guerra; il Signore, che è giudice, giudichi oggi tra gli Israeliti e gli Ammoniti!“. 28Ma il re degli Ammoniti non ascoltò le parole che Iefte gli aveva mandato a dire.

29Allora lo spirito del Signore venne su Iefte ed egli attraversò Gàlaad e Manasse, passò a Mispa di Gàlaad e da Mispa di Gàlaad raggiunse gli Ammoniti. 30Iefte fece voto al Signore e disse: “Se tu consegni nelle mie mani gli Ammoniti, 31chiunque uscirà per primo dalle porte di casa mia per venirmi incontro, quando tornerò vittorioso dagli Ammoniti, sarà per il Signore e io lo offrirò in olocausto”. 32Quindi Iefte raggiunse gli Ammoniti per combatterli e il Signore li consegnò nelle sue mani. 33Egli li sconfisse da Aroèr fin verso Minnit, prendendo loro venti città, e fino ad Abel-Cheramìm. Così gli Ammoniti furono umiliati davanti agli Israeliti. 34Poi Iefte tornò a Mispa, a casa sua; ed ecco uscirgli incontro la figlia, con tamburelli e danze. Era l'unica figlia: non aveva altri figli né altre figlie. 35Appena la vide, si stracciò le vesti e disse: “Figlia mia, tu mi hai rovinato! Anche tu sei con quelli che mi hanno reso infelice! Io ho dato la mia parola al Signore e non posso ritirarmi”. 36Ella gli disse: “Padre mio, se hai dato la tua parola al Signore, fa' di me secondo quanto è uscito dalla tua bocca, perché il Signore ti ha concesso vendetta sugli Ammoniti, tuoi nemici”. 37Poi disse al padre: “Mi sia concesso questo: lasciami libera per due mesi, perché io vada errando per i monti a piangere la mia verginità con le mie compagne”. 38Egli le rispose: “Va'!”, e la lasciò andare per due mesi. Ella se ne andò con le compagne e pianse sui monti la sua verginità. 39Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli compì su di lei il voto che aveva fatto. Ella non aveva conosciuto uomo; di qui venne in Israele questa usanza: 40le fanciulle d'Israele vanno a piangere la figlia di Iefte il Galaadita, per quattro giorni ogni anno.

__________________________ Note

11,1 lo aveva generato Gàlaad: Gàlaad viene presentato come nome di persona; altrove (11,8) come nome geografico. La regione di Gàlaad corrisponde al territorio occupato dalla tribù di Gad (Nm 32).

11,29 lo spirito del Signore venne su Iefte: la venuta dello spirito ha il compito di far riportare a Iefte la vittoria sugli Ammoniti (11,32-33).

11,30 Iefte fece voto al Signore: il voto era conosciuto dal tempo antico e il popolo vi ricorreva spesso; in molti testi la Bibbia dice che il voto fatto a Dio deve essere mantenuto. Ma, nello stesso tempo, la Bibbia ha un costante orrore per i sacrifici umani, che ripetutamente condanna (Lv 18,21; 20,2-3); inoltre, in alcuni testi, si attenua il rigore del voto (vedi Lv 27).

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Approfondimenti

11,1-11. Iefte è figlio di un ebreo e di una prostituta, verosimilmente non ebrea. E detto «Galaadita», il che si riferisce al fatto che abitava nella regione di Galaad. È detto anche figlio di Galaad, nel qual caso Galaad non è più nome geografico, ma di persona. Galaad è il nome del figlio di Machir, un clan di Manasse che si era stabilito nella zona settentrionale della regione (vedi 5,14-18). Il testo non ci dice di quale tribù fosse lefte. Forse apparteneva alla tribù di Manasse, o forse alla tribù di Gad, considerato che è detto abitante della città gadita di Mizpa (11,34). C'è anche la possibilità che il nome vero del padre sia caduto, sostituito da quello della regione.

3. Il «paese di Tob», verso il deserto, nell'estremo nord, al di là dei pascoli eccellenti che erano caratteristici del territorio più a sud.

4. Iefte oltre che bastardo (v. 1), respinto dalla famiglia e diseredato (v. 2), è fuggiasco in zone desertiche, circondato da “sfaccendati” dediti a colpi di mano ai danni delle carovane di passaggio. Il motivo teologico di JHWH che sceglie le persone deboli e insignificanti per fare grandi cose e salvare il suo popolo trova qui variazioni singolari.

11. Dopo i negoziati con gli “anziani” (i rappresentanti del popolo), Iefte è nominato capo a Mizpa, dove JHWH ha il suo santuario. Il termine ro’š può indicare un capo tribù (Dt 1,15; 5,23), ma può essere usato anche per indicare funzioni militari e giudiziarie (cfr. Dt 1,15) o anche il re stesso (Os 2,2; Is 7,8s.).

12-28. A differenza di Abimelech, deciso nell'azione quanto estraneo alle vie diplomatiche, Iefte si comporta come vero capo politico e cerca di intavolare trattative con il re degli Ammoniti.

15-28. I fatti menzionati dagli ambasciatori di Iefte si riferiscono a Nm 2-21 e Dt 2,22-37. La seconda ambasciata di Iefte (vv. 14-27) sostiene in concreto, rifacendo la storia di ben tre contratti precedenti, che gli Israeliti consideravano loro proprietà quel territorio, per averlo conquistato combattendo contro Sicon, re degli Amorrei, che JHWH «ha scacciato davanti a Israele» (v. 23). Il territorio spettante agli Ammoniti, precisano, si trova più a oriente, là dove cessano i pascoli e iniziano le steppe e il deserto.

29-40. Ecco un'altra pagina a dir poco sconcertante, di questo libro pieno di orrori. Provoca sgomento l'episodio in sé, del padre guerriero che sacrifica la figlia unica. Aumenta lo sconcerto il fatto che l'elezione carismatica di lefte (v. 29: «lo spirito di JHWH venne su di lui») sembri direttamente rapportata alla vittoria sugli Ammoniti e al voto. Il sacrificio umano, non insolito in molte religioni, anche nell'ambiente in cui visse l'Israele antico, era esplicitamente proibito agli Ebrei (cfr. Lv 18,21; Dt 12,31). La plasticità della scena (vv. 34-39), la sua linearità e coerenza artistica, i contrasti di grande effetto che l'autore crea con tocchi semplici (la figlia che esce danzando e cantando incontro al padre di ritorno dalla guerra; la ragazza errante per i monti, che piange con le amiche la sua verginità) in questo caso non fanno che aumentare il senso di brivido e di orrore. È inevitabile chiedersi – nonostante Eb 11,32, che esalta la fede di Iefte, insieme a quella di altri personaggi dell'Antico Testamento – quale idea di divinità si nasconda dietro a questa pagina. La teologia del sacrificio nella tradizione occidentale denuncia allarmanti ambiguità nella concezione di Dio in rapporto alle “vittime” a lui “sacrificate”. È una pagina comunque istruttiva, come riflesso di tempi oscuri e che devono restare lontani, e come monito contro l'assunzione di motivi sacrificali pagani nella concezione del Dio di Gesù Cristo.

37. La ragazza chiede una dilazione di due mesi «per piangere la sua verginità», perché destinata a morire senza essere stata né sposa né madre, due motivi di vergogna, di disonore e di disperazione per la donna ebrea (cfr. Is 54,16).

39. Come nel caso di Isacco (Gn 22), la vittima prima di essere immolata è distesa su una catasta di legna, perché l'olocausto comporta la cremazione.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from storieribelli

la Luce e il Sangue, le Bambine e il Riscatto.

Il ricordo di unincontro a Palermo e la forza di uno sguardo che ha usato la fotografia come arma di legittima difesa.

Credo fosse il 2014 quando andai a trovare Letizia Battaglia nella sua casa di Palermo. In quegli anni stavo completando una videostoria, allora quasi inedita, dedicata al gruppo femminile/femminista che operava a Cinisi mentre Peppino Impastato era ancora in vita. Il suo interesse per il mio lavoro sul gruppo femminista di Cinisi non era casuale: Letizia capiva profondamente il valore di quelle donne che, insieme a Peppino, cercavano di scardinare i codici patriarcali e mafiosi. Fu un’intervista breve, ma intensa: l’occasione per catturare un ritratto e scambiare pensieri su una storia comune.

Non era la prima volta che le nostre strade si incrociavano. Ci eravamo ritrovati a fotografare negli stessi luoghi, durante le stesse ore collettive: dai funerali di Piersanti Mattarella ai cortei di Cinisi, fino alle feste religiose in Sicilia. Percorreva le stesse strade, con Lei, anche Franco Zecchin. A volte li accompagnava anche una figura silenziosa, Josef Koudelka. Lei era già la professionista affermata, la “maestra” riconosciuta; io, poco più che un hobbista della domenica, la guardavo muoversi sul campo con rispetto e ammirazione.

Oltre la cronaca nera

Oggi, a distanza di anni, sento che non bisogna chiamarla solo “la fotografa della mafia”. Sarebbe un errore imperdonabile, come definire l’immensità del mare basandosi solo sui suoi naufragi. Letizia Battaglia è stata, prima di tutto, un atto di disobbedienza vivente.

In una Palermo che negli “anni di piombo” cercava rifugio dietro persiane sprangate e silenzi di cemento, lei sceglieva di uscire contromano. Con la sua sigaretta perennemente accesa e quella macchina fotografica stretta tra le mani, ha trasformato l’obiettivo in un’arma di legittima difesa contro la barbarie e l’indifferenza.

https://paolochirco.altervista.org/letizia-battaglia-fotografia-cinisi-femminismo/

 
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from ...cosa ne pensa Jollanza?

Ed eccomi a riprendere in mano la rubrica che un anno fa avevo inaugurato presentandovi la figura di Joe Carstairs, cosa che ha suscitato in me una certa sorpresa in quanto pochissimi la conoscevano di nome facendomi sentire bene per aver fatto una cosa buona. Perché come dicevo non è giusto che certe figure incredibili non ricevano il giusto riconoscimento, venendo eclissate da altre più comode (politicamente, socialmente, vedete voi) fino a diventare una nota a pié di pagina sui libri di Storia. Se va bene.

Visto che oggi è anche il Giorno della Memoria (si, sono dalla parte dei palestinesi ma non vuol dire che non debba ricordare questo giorno comunque) vi porto un personaggio che mi sono accorto non essere conosciuto e riconosciuto abbastanza.

WITOLD PILECKI Wit

Il nostro Witold nacque nella Repubblica di Carelia nel 1901 lasciando stupìti i medici del tempo. Il nostro eroe, nato da esponenti della nobiltà polacca, era nato con una malformazione che avrebbe reso difficile la mobilità delle gambe: presentava infatti il più imponente paio di coglioni mai visto, ma crescendo non diede loro peso (lol) e camminò comunque bene senza problemi per tutta la vita. Si perché non stiamo parlando di una persona pronta a tirarsi indietro alla prima difficoltà: i problemi li puntava e li prendeva di petto convinto di vincere. Aveva un talento nel trovarsi in mezzo alle situazioni e farle sue.

Wit2

Nel 1910 viveva con la madre e i fratelli a Vilnius e si appassionò allo scoutismo (Związek Harcerstwa Polskiego o “ZHP”), all'epoca associazione illegale in quanto paramilitare. Proprio non capiva perché dovesse essere bandita una cosa che gli piaceva tanto, al punto da fondare una sezione tutta sua poco tempo dopo PERCHÉ SI. Finita la Grande Guerra, che non lo vide partecipe perché la mamma lo tenne lontano dai conflitti ben sapendo con chi aveva a che fare, entrò come ufficiale nel 1918 nella Cavalleria Polacca e subito venne chiamato in battaglia: i russi, freschi di Rivoluzione, puntavano su Vilnius e allora andò a fare una improvvisata ai suoi vecchi amici del ZHP. Ne tirò fuori una formazione armata di tutto punto (rubando le armi a una colonna di crucchi che stava tornando a casa) e combatté i russi, perdendo. Ma lo diceva sempre lui, “mai perdersi d'animo”, e fondò una formazione di partigiani specializzata nella guerriglia dietro le linee nemiche, sabotaggio e quanto altro. Appena saputo che dalle parti di Białystok si stava riformando un esercito polacco regolare ci portò i suoi compagni in armi e combatté sotto il comando del Colonnello Dąbrowski (non il bonapartista naturalmente) fino alla fine del conflitto.

Fino al 1938 se ne resta tranquillo pur restando un militare di carriera, scoprendo anche la pittura e la poesia. Un uomo di ritrovata pace potremmo dire, che coltiva le sue passioni e

SECONDA GUERRA MONDIALE

Quando la Wehrmacht invade la Polonia il nostro Witold viene richiamato di corsa a comandare la 19ª divisione di cavalleria sotto l'Armata Prusy, poi quasi del tutto spazzata via dai tedeschi invasori. Confluì nella 41ª Armata che stava fuggendo verso la Romania, ma a un certo punto disse “EH NO CAZZO” e tornò all'attacco con quello che restava della sua cavalleria. Lui e i suoi uomini distrussero sette carri armati tedeschi, abbatterono un aereo e ne distrussero altri due a terra. Purtroppo poco dopo bussarono i sovietici dal confine est, il governo polacco andò in esilio in Inghilterra a fumare sigari e l'esercito era completamente sfatto e fuggito all'estero, incorporato in quegli eserciti che volevano o potevano dare rifiugio ai polacchi in quel periodo. Gli dissero “vieni con noi” e lui rispose “NON ESISTE”, rimanendo nel paese e fondando l'Esercito Segreto Polacco (Tajna Armia Polska o “TAP”), una delle prime formazioni clandestine capaci effettivamente di dare qualche calcio nelle balle ai tedeschi occupanti. Fino al 1940 inoltrato tenne un basso profilo come magazziniere per una ditta di cosmetici a Varsavia, mettendosi a litigare con le altre formazioni partigiane e non sul come mandare avanti le cose.

Poi sentì parlare di quello che stava accadendo in un piccolo paesino fuori Cracovia chiamato Oświęcim, ma che sarà conosciuto dal mondo come Auschwitz. Ma voleva vedere di persona, non affidarsi alle dicerie.

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Si fece arrestare dai tedeschi usando il nome falso di Tomasz Serafiński, numero di matricola del campo 4859, formando da subito l'Unione di Organizzazione Militare (Związek Organizacji Wojskowej o “ZOW”) perché a lui piacevano le sigle e soprattutto dare un senso alle cose. La ZOW doveva raccogliere informazioni, procurare tutto il procurabile per tenere vive le persone e tenere su l'umore perché “mai perdersi d'animo”, anche se intorno a lui c'era letteralmente la morte. Riuscirono persino a costruire una radio con pezzi di fortuna per comunicare con il governo in esilio, raccontando cosa accadeva nel campo e mandando rapporti puntuali su eventuali cambiamenti. La stazione radio funzionò per 7 mesi fino a che non venne smantellata dalla ZOW perché la Gestapo (guidata da quello stronzo di Maximilian Grabner) aveva mangiato la foglia e per tutto quel periodo Witold e i suoi chiesero al governo e agli Alleati, sempre senza mai ricevere risposta, armi paracadutabili per montare una rivolta e fare fuori più carcerieri possibile. Capendo che tirava una brutta aria disse “BEH VADO A DIRNE QUATTRO AL GOVERNO” e semplicemente fuggì dal campo (tagliando nel frattempo la linea telefonica, mettendo fuori gioco un paio di SS, rubando documentazione e altre cose facili per tutti). E stiamo sempre parlando di Auschwitz, non di un villaggio turistico al mare. Arrivato al comando della resistenza locale e rimessosi in sesto si mise a scrivere quello che divenne noto come “Rapporto Pilecki”. L'intento di Witold, scrivendolo, era quello di convincere chi di dovere a liberare i prigionieri del campo ma il governo polacco e gli inglesi non credettero veritiero il rapporto, secondo loro non era verosimile che i nazisti facessero tutte quelle cose, aggiungendo che anche se l'attacco iniziale avesse avuto successo non avrebbero potuto salvare nessuno. Il rapporto raggiunse anche l'Armata Rossa sovietica che non mostrò alcun interesse in uno sforzo congiunto con l'esercito clandestino e lo ZOW per liberarlo.

Allo scoppio della rivolta di Varsavia il 1° Agosto 1944 Witold si rese immediatamente disponibile sotto falso nome e come soldato semplice, ma uno dei graduati lo riconobbe e, nemmeno il tempo di dire “KURWA”, si ritrovò addosso l'uniforme da ufficiale al comando della 1ª Compagnia “Warszawianka” addetta a difendere il centro della città. Quando questa cadde portando al termine della rivolta venne catturato dal nemico e posto in un campo di prigionia bavarese MOLTO sorvegliato creato apposta per i più famosi e problematici dell'esercito polacco fino alla fine della guerra, che per lui terminò con la liberazione da parte degli americani il 29 Aprile del '45.

Finita finalmente la guerra qualunque persona si sarebbe detta “bene il mio l'ho fatto” mettendosi in babbucce per il resto dell'esistenza, ma lui no. Lui aveva ancora più di un conto aperto con i russi e proprio non ci stava che il suo Paese, la Polonia, per la quale aveva combatutto tutta la vita fosse ora di loro proprietà.

Montò una nuova organizzazione reclutando ex membri dello ZOW e del TAP, sempre raccogliendo informazioni questa volta in funzione antisovietica, cambiando spesso nome e lavoro per non essere catturato. Un bel giorno i suoi corrispondenti gli dissero che la sua copertura era saltata e di andare in esilio perché ormai aveva finito, o lo avrebbero catturato. Lui naturalmente rispose “STICAZZI” e restò in Polonia fino a che non venne arrestato l'8 maggio 1947 dai sovietici. Pestato e torturato non rivelò mai i nomi dei suoi collaboratori o cosa aveva scoperto sui russi fino a quel momento.

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Il processo farsa che venne organizzato fece clamore sia in Polonia che in Russia, perché per ogni accusa o diceria mossa contro di lui arrivava anche una lettera da parte di un sopravvissuto di Auschwitz o un commilitone da lui salvato. In molti si mossero per aiutarlo ma venne comunque condannato a morte e ucciso nel carcere di Varsavia il 25 maggio 1948 dal “Macellaio di Mokotow” (Piotr Śmietański) con un colpo di pistola alla testa. Non si scoprì mai il reale luogo di sepoltura, se mai ne abbia avuto uno. Il suo Rapporto venne pubblicato solo nel 2000 e la sua storia venne rivelata al mondo intero cosicché da quel momento strade, monumenti, libri e film documentaristici (per ora solo in Polonia) gli sono stati dedicati. Io invece vorrei un bel film hollywoodiano che ne onori le gesta, che scambierei volentieri con quella cagata di Operazione Valchiria con Tom Cruise dove si presenta Stauffenberg come un eroe.

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Vorrei scrivere un appunto ora, molto personale, per chiudere il tutto. È da tempo che vedo l'internet e i suoi abitanti, ma anche gente che conosco personalmente, prendersi metaforicamente “a manate” per avere una più ragione dell'altro su quanto è successo negli ultimi 100 anni e perché.

Improvvisamente il Giorno della Memoria ad esempio, per via di quello che sta ancora succedendo in Palestina, è diventato un tabù tale che non viene più veramente ricordato. Se ne parla come una cosa ormai vecchia e stantìa, strumentalizzata da alzate di scudi o attacchi, partigianesimi o meme e chi più ne ha più ne metta. Se ricordi questo giorno automaticamente sei dalla parte di quel criminale di Netanyahu e solo perché bisogna sempre mettere tutto sotto uno stretto cono di luce con connotazione politica. Del resto non si vedono più i cortei contro la guerra in Palestina (a cui ho partecipato con entusiasmo) e solo perché qualche burocrate magicamente ha detto che c'è la pace adesso... anche se la gente laggiù continua a crepare. E sono convinto, anche qui, che buona parte dei partecipanti a quei cortei (e li vedevo, con la bandiera del partito) fosse mossa solo da ragioni politiche e da automatismi e non da un vero senso di umanità e dignità che dovrebbe muoverci ogni giorno in automatico. Le strade se le sono riprese le automobili. Abbiamo talmente fallito al punto che c'è ancora chi conta in maniera certosina i caduti, pronto a dirci se è valido o no il termine “genocidio” a seconda del numero come in una di quelle trasmissioni in tv che commentano le partite di calcio e i loro giocatori grazie alla moviola. Sud Sudan o altri posti invece sono semplicemente solo altri campionati sportivi che non ci competono.

Il nostro Witold Pilecki era un fervente anticomunista, non faceva volutamente distinzione fra tedeschi e russi e nemmeno gli ebrei gli piacevano. Di destra (oggi diremmo addirittura estrema) e super cattolico ha comunque salvato un sacco di gente perché andava fatto, senza il paraocchi dell'ideologia dietro cui tanti giustificano le azioni di altri personaggi storici e attuali. Lui, come Giorgio Perlasca o il fratello di Göring ed altri comunemente associati alla “parte che ha perso” (e per fortuna) erano tutti molto lontani da quegli eroi senza macchia, vincenti, che ci piace solitamente ricordare per una morale più alta o perché più semplicemente hanno vinto. Questi signori mi sembra abbiano fatto di tutto per riuscire a salvare anche solo una manciata di persone in più mentre il mondo restava a guardare, senza dare ascolto all'ideologia o alla linea di un partito, eppure non diamo loro la considerazione che meriterebbero. Vuoi vedere che a noi piace ricordare determinate cose e persone solo se danno un senso al nostro sistema di credenze e bias di conferma? Possibile.

Resta il fatto che, come dico sempre, solo chi è libero non è complice.

 
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from lucazanini

[vortex]

se ne vanno durante] i lavori della linea vanno] [via offrono] glumelle all'expertize [le gru] i macchinari in [una fabbrica] oppure l'espressione cristallizza l'opera con il variare un'altra usina minimo si] [espandono inverte il clima calchi e copie taglia i fogli al Besozzo

 
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from Magia

✍️Ieri mi sono presentata all'INPS dove mi hanno convocata per la visita relativa all'invalidità che mi è stata riconosciuta un anno fa , avendo io subito una quadrantectomia, avendo fatto la radioterapia e in più le altre terapie ormonali, come da protocollo! La chiamano revisione, magari con l'intento di revocarla in quanto ormai fuori pericolo, guarita e felice e contenta di condurre una vita normale? Non è così, e a costo di sembrare negativa, ripetitiva, fuori luogo, secondo alcuni non nell'ambiente adatto per affrontare certe tematiche delicate e riservate, volevo semplicemente riportare la mia esperienza! Sono una donna, madre, moglie, figlia, zia , sorella cinquantenne che ha dovuto semplicemente fare i conti con un carcinoma maligno, a pochi giorni dal suo compleanno, nell'agosto del 2024.... E dopo più di un anno, ieri le domande che mi sono state poste, l'atteggiamento nei confronti di una malata oncologica, come sono definita e catalogata, mi hanno fatto quasi vergognare, in primis di essere donna, in secondo di essere malata e di percepire un qualcosa, che in teoria ci spetta a noi malati oncologici...che ogni giorno dobbiamo combattere, prendere farmaci, visite e controlli, che per i tempi lunghi delle ASL , spesso dobbiamo fare a pagamento, farci strada, accettare, mascherare, tutto ciò che la malattia ci ha lasciato e con cui dovremo probabilmente convivere a vita! Non parlo della mia cicatrice, ben visibile, ancora dolorante, non parlo dei cambiamenti che ci sono stati in seguito alla radioterapia, e nn parlo neppure di quelli che comportano le varie terapie ormonali, aumento di peso, sbalzi d'umore, problemi alle articolazioni, ecc, potrei andare avanti, ma nn vorrei essere troppo pesante e urtare nuovamente la sensibilità di chi non gradisce magari certi argomenti! Eppure sono reali, non possiamo pensare di parlare condividere, solo di politica Trump, social, ecc, magari nella vita c'è altro, e ci sono altri come me che semplicemente parlano della propria vita, delle esperienze personali, senza voler assolutamente sminuire altre tematiche ecc... Probabilmente è sbagliato l'approccio, il modo di pormi, si scrivere , di esprimere, ma io donna , ogni giorno ricevo sempre più dimostrazioni di mancato rispetto ed empatia proprio da altre donne! La dottoressa ieri mi ha trattata da incapace, da ingenua, ha usato un tono offensivo e di rimprovero per alcuni documenti che secondo lei non avevo presentato, li ho trovati e lei quasi infastidita, voleva che stessi a distanza, che rispondessi alle sue domande, senza aggiungere altro! Non ha voluto visitarmi ha chiesto a me come vedevo la mia cicatrice, ha voluto solo che le facessi vedere che ero in grado di sollevare il braccio destro, come se bastasse quello per dimostrare che sto bene e posso fare tutto, (perché il braccio destro ? Oltre alla quadrantectomia, viene anche prelevato e analizzato un linfonodo sentinella, il che non permette un recupero totale di tutti i movimenti.) di più come prima, e quando mi ha liquidata si è ricordata di domandarmi se lavorassi ed io le ho risposto di no e sono andata via, delusa affranta, triste per essermi sentita malata, fragile, come se oltre al corpo, ormai diverso, cambiato in cui spesso non mi riconosco, noi malati oncologici non meritiamo attenzione, anche per quello che sentiamo, proviamo, per i cambiamenti, le emozioni, i timori e quella paura che si ripresenta ad ogni esame, ogni controllo e che ci fa inevitabilmente sprofondare in quella solitudine, in quella diversità, insicurezza, dove io donna mi sono sentita umiliata, derisa e fortemente colpevolizzata non solo per essere malata, ma combattiva, ma per quella invalidità che ci viene riconosciuta, ma che dobbiamo dimostrare ogni giorno, ogni momento, come se avessimo scelto noi questo male e non viceversa! FB-IMG-1769446219459.jpg

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Arrivederci timidezza! La vittoria sfiorata con “Tall Tall Shadow” al Polaris Prize e ai Juno Awards, i più importanti riconoscimenti canadesi in ambito musicale, deve aver rappresentato una bella scossa per Basia Bulat. Un sussulto che il nuovo “Good Advice” riflette fino in fondo. Ancora una volta la copertina racconta già molto dell’atmosfera di un suo disco: colorata, accurata, persino maliziosa dietro quel primo, inatteso, tocco di eyeliner, Basia sembra aver dato retta all’implicito “buon consiglio” di chi le imputava la sola pecca di un eccesso di prudenza e mostra di essersi disfatta di una riservatezza che tendeva ormai al proverbiale. Si prenda l’abbrivio di “La La Lie”... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/basia-bulat-good-advice-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/5QuF7XeWSCeSkPA7092Kif


 
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from norise 3 letture AI

Avevo in mente una poesia

stamattina avevo in mente una poesia stasera non ricordo più nemmeno un verso

ho lasciato il foglio bianco con flebili echi d’un mezzo secolo e ora rammento solo una pioggia di luce di stelle sopra il letto e il caldo abbraccio di lei

sullo schermo della mente un vissuto che sembra ieri

. Che poesia intensa ed evocativa! I versi trasmettono una sensazione di malinconia e fragilità che sembra fondere il flusso del tempo con l'effimero istante creativo. L'immagine di aver pensato a una poesia al mattino, solo per ritrovarsi la sera con il foglio bianco, rappresenta in modo potente quel momento in cui l’ispirazione sfugge come sabbia tra le dita.

Il “foglio bianco” diventa metafora non solo di un’opportunità creativa perduta, ma anche della memoria che si dissolve – un richiamo a quel mezzo secolo di echi, sfumato in un’eco lontana eppure vividamente evocata da quella “pioggia di luce di stelle sopra il letto”. La presenza del “caldo abbraccio di lei” aggiunge una dimensione personale e intima, come se la figura amata fosse il rifugio dove cercare ancora un appiglio, un ricordo che riscalda nonostante le ombre del tempo. Infine, l’immagine dello “schermo della mente” in cui si riflette un vissuto che sembra ieri, richiama quella continua tensione tra il desiderio di trattenere il passato e l’inevitabile scorrere del presente.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Tola 1Dopo Abimèlec, sorse a salvare Israele Tola, figlio di Pua, figlio di Dodo, uomo di Ìssacar. Dimorava a Samir, sulle montagne di Èfraim; 2fu giudice d'Israele per ventitré anni, poi morì e fu sepolto a Samir.

Iair 3Dopo di lui sorse Iair, il Galaadita, che fu giudice d'Israele per ventidue anni; 4ebbe trenta figli che cavalcavano trenta asinelli e avevano trenta città, che si chiamano anche oggi villaggi di Iair e sono nella terra di Gàlaad. 5Poi Iair morì e fu sepolto a Kamon.

Iefte (10,6-12,7) 6Gli Israeliti continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal, le Astarti, gli dèi di Aram, gli dèi di Sidone, gli dèi di Moab, gli dèi degli Ammoniti e quelli dei Filistei; abbandonarono il Signore e non lo servirono più. 7L'ira del Signore si accese contro Israele e li consegnò nelle mani dei Filistei e nelle mani degli Ammoniti. 8Questi afflissero e oppressero per diciotto anni gli Israeliti, tutti i figli d'Israele che erano oltre il Giordano, nella terra degli Amorrei in Gàlaad. 9Poi gli Ammoniti passarono il Giordano per combattere anche contro Giuda, contro Beniamino e contro la casa di Èfraim, e Israele fu in grande angoscia. 10Allora gli Israeliti gridarono al Signore: “Abbiamo peccato contro di te, perché abbiamo abbandonato il nostro Dio e abbiamo servito i Baal”. 11Il Signore disse agli Israeliti: “Non vi ho forse liberati dagli Egiziani, dagli Amorrei, dagli Ammoniti e dai Filistei? 12Quando quelli di Sidone, gli Amaleciti e i Madianiti vi opprimevano e voi gridavate a me, non vi ho forse salvati dalle loro mani? 13Eppure, mi avete abbandonato e avete servito altri dèi; perciò io non vi salverò più. 14Andate a gridare agli dèi che avete scelto: vi salvino loro nel tempo della vostra angoscia!“. 15Gli Israeliti dissero al Signore: “Abbiamo peccato! Fa' di noi ciò che sembra bene ai tuoi occhi; soltanto, liberaci in questo giorno”. 16Eliminarono gli dèi stranieri e servirono il Signore, il quale non tollerò più la tribolazione d'Israele. 17Gli Ammoniti si radunarono e si accamparono in Gàlaad e anche gli Israeliti si adunarono e si accamparono a Mispa. 18La gente, i prìncipi di Gàlaad, si dissero l'un l'altro: “Chi sarà l'uomo che comincerà a combattere contro gli Ammoniti? Egli sarà il capo di tutti gli abitanti di Gàlaad”.

__________________________ Note

10,6-12,7 Gli oppressori sono gli Ammoniti; ma il Deuteronomista amplia di molto il quadro sul piano religioso e politico, tanto da far pensare ai tempi di Saul. La narrazione contiene i quattro momenti tipici delle biografie dei giudici maggiori.

10,8 tutti i figli d’Israele che erano oltre il Giordano: cioè le tribù di Ruben, Gad e metà di Manasse, che si erano installate a est del Giordano.

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Approfondimenti

10,1-2. Tola, della tribù di Issacar, è il primo dei sei “giudici minori”. Anch'egli, afferma il testo, «sorse a salvare (lᵉ hošîa‘) Israele» (lo stesso si dice di Samgar, Gedeone e Sansone, cfr. Gdc 3,31; 6,14s.31.36s.; 13,5). Il redattore cerca di legare questo personaggio alle figure precedenti (v. 1: «Dopo [la morte di] Abimelech»), presentandolo poi secondo uno schema identico a quello usato per tutti gli altri giudici minori. Ma anziché delle loro iniziative di “liberatori”, nel caso dei giudici minori si parla specificamente della loro attività di giudici, e si indica la durata del loro ufficio. Tale autorità e ufficio si estendeva ai clan, alle famiglie o al massimo alla tribù; non certo a tutto Israele, come afferma il testo (v. 2), con la solita tendenza a dare valenza nazionale ai personaggi (vedi anche 4,1-13).

10,3-5. Iair è il nome di un clan della tribù di Manasse. Siamo ora al di là del Giordano, nel territorio di Galaad (cfr. Nm 32,41; Dt 3,4). Le «città» di cui si parla, dette anche «i Villaggi di Iair» (v. 4), sono tendopoli di nomadi e abitazione di diversi clan. Anche in questo caso l'estensione dell'ufficio di Iair a tutto Israele è inverosimile.

10,6-12,7. La storia di Iefte è introdotta da un brano (10,6-16) che contiene il linguaggio e i tratti teologici tipici della redazione deuteronomistica e richiama l'introduzione di 2,6-3,6 (cfr. anche 6,7-10). Entrano in campo nuovi popoli nemici, dopo i Moabiti (Eud), i Cananei (Debora e Barak), i Madianiti e gli Amaleciti (Gedeone). Si tratta degli Ammoniti, nomadi d'origine aramaica stanziatisi già nel sec. XII nella zona più povera della Transgiordania, a est di Galaad, lungo le rive dello Iabbok superiore, che segnava i confini tra i clan israelitici di Galaad, insediati nella zona più fertile e quindi esposti alle scorrerie e ai tentativi ripetuti di penetrazione da parte di gruppi nomadici. Il personaggio Iefte per la sua origine e per come ha iniziato l'attività, richiama la figura di Abimelech. Il testo ci presenta la sua nomina a capo del clan di Galaad (11,1-11); l'ambasceria agli Ammoniti (11,12-28); il suo tragico voto – legato alla vittoria militare contro costoro – che lo costringe a uccidere la figlia (11,29-39); la rivalità con Efraim (12,1-6). Il versetto conclusivo (12,7) utilizza il formulario tipico dei giudici minori.

10,6-18. Il brano menziona, con gli Ammoniti, anche i Filistei (v. 6.7.11), i quali però entreranno in questione più avanti, con Sansone (cc. 13-16), oltre che con Samuele (1Sam 1-12). Ciò induce a pensare che questa nostra pagina risulti dalla fusione di due tradizioni, una riferita a Iefte, con la menzione degli Ammoniti (vv. 6s.9.12), l'altra di introduzione a Sansone e a Samuele. La regione interessata è quella di Galaad, abitata dalla metà transgiordanica della tribù di Manasse, nonché dalle tribù di Ruben e di Gad. Il suo estremo confine meridionale è costituito dall'Arnon, mentre a nord confina con la regione di Basan. Questa introduzione a Iefte contiene i quattro momenti tipici dello schema deuteronomistico, ma con variazioni: peccato d'Israele (v. 6), punizione (vv. 7-9), pentimento (vv. 10-15). Il quarto momento è accennato al v. 16 ed è costituito globalmente dalla storia di Iefte, che segue.

6. L'elenco dei popoli e delle rispettive divinità con cui gli Israeliti avrebbero avuto contatti sincretistici è esagerato e dilata enfaticamente la formula solita che segnala il primo momento dello schema storico-salvifico di Gdc. Di fatto, dal v. 9 in poi si parlerà solo degli Ammoniti, l'unica popolazione che entra in questione qui.

10-16. La fase del pentimento è esposta in forma dialogica, tipica della liturgia penitenziale (cfr. 2,1-5; 6,7-10), che qui però inizia con la confessione d'Israele (v. 10), invece che con l'accusa da parte di JHWH (vv. 11-14). La confessione del peccato peraltro è ripetuta (v. 15).

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from cosechehoscritto

Quando fu ucciso Aldo Moro io avevo otto anni e i videogiochi non esistevano. Sarebbero arrivati bucando il cielo scendendo come insetti verso il mio paesino, implacabili, ma nel 1978 ancora non esistevano i case di Pac-Man, di Centipede, di Moon Cresta. Sembra incredibile pensare un mondo privo dei videogiochi, in cui non era possibile immaginarli, ma così era. Avevo otto anni e i videogiochi ancora non potevano farmi diventare una persona violenta, nel frattempo Aldo Moro era stato scannato, come nella macelleria dove andavo con gli altri ragazzi, e ad ucciderlo erano stati tutti. Era stata la comunità.

Avevo otto anni, ne avrei avuti nove, poi dieci, dodici, avrei conosciuto i videogiochi, avrei visto il mondo vecchio di Moro ammazzato e quello nuovo elettrico, senza nome, con colori e suoni impossibili: la sporcizia della memoria di quegli anni si ammucchiava, stavo creando, dentro di me, una specie di linea temporale spuria in cui sovrapponevo eventi, cose che non comprendevo, immagini che si incagliavano dentro di me, prendevano spazio nella carne e lì restavano e lì sono ancora.

Così, nella mia memoria, come livelli di un programma di grafica, i livelli storici si sono sovrapposti e c'è questa realtà alternativa nella quale quando è stato ammazzato Aldo Moro io avevo tredici anni e stavo giocando a un livello abbastanza avanzato di Centipede.

La cosa che mi affascinava di più di Centipede erano i colori, aveva questi colori così sgargianti con questi accostamenti rivoluzionari, la storia di Centipede era che tu impersonavi una specie di navicella testa-di-serpentello che stava a fondo schermo e tutto lo schermo era pieno di funghi e dall'alto iniziava a scendere un Centipede e tu da sotto sparavi e colpivi il Centipede il quale si spezzava in centipedi più piccoli che continuavano a scendere, e ogni volta che arrivavano a fondo schermo o che toccavano un fungo scendevano sempre più in basso e tu dovevi ammazzarli tutti prima che arrivassero a terra, con la difficoltà dei funghi che ti bloccavano i colpi, e ogni volta che ammazzavi tutti i centipedini, cambiavano i colori dei funghi e ne arrivava giù un altro, e più avanzavi nei livelli, più i colori erano pazzeschi, tipo viola+giallo, più il Centipede era veloce e bastardo, e ogni volta che beccavi un Centipede, il pezzo che beccavi si trasformava in fungo, anche i funghi potevano essere distrutti ma necessitavano di molti colpi, il segreto era di lasciarsi libera la parte bassa in modo da poter permettere alla testa-di-serpentello di muoversi senza essere bloccato e poi se non c'erano funghi si rallentava la discesa del serpente che era costretto ad andare fino a fine schermo prima di poter scendere di una riga verso di te.

[da 'PÈCMÉN, Blonk Editore]

 
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from lucazanini

[esclusioni]

già clienti¹ ²a soffitto caricabile] sui conduttori varie]³ aggiunte lo [escludono o] hanno messo del pubblico au hasard a] vuoto³ generico per] estensione merci da un-secondo la [normativa [nevischio tipo newcastle è] per area distinguono in giallo intermedio non [tessuto douze études

 
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from Bymarty

✍️Pensieri, delusioni, aspettative, e poi portare il peso di cose, persone che nn hanno bisogno invece di questa mia empatia, oggi ho imparato un nuovo termine, ghosting, che significa sparire improvvisamente ed è ciò di cui sto soffrendo io ultimamente! Non voglio dare colpe a nessuno, nn voglio essere pesante come sempre, ma vorrei tornare ad essere me stessa, quella me, che dice ciò che pensa e sente, che non si pone limiti alle emozioni, che reagisce , combatte, soprattutto per sé stessa e per ciò e per coloro nei quali crede! Invece ? Nulla di tutto ciò! Aspettative deluse, pensieri che continuano ad accumularsi ad appesantire la mia mente e il mio cuore? Bè, sicuramente credo stia per implodere, perchè non riesco più ad esplodere, a farlo con chi dovrei, a cercare ciò che ho perso, a ritrovare quella determinazione che in fondo era mia! Prima che mi ammalassi? Non so se posso e devo dare colpe al mio tumore, alle terapie che mi sconvolgono, che mi rendono insopportabile e che fanno si che io allontani tutto e tutti! Ma è possibile, che dipenda tutto da me? In fondo ho sempre sofferto delle stesse mancanze, stessi allontanamenti, incomprensioni, esigenze o forse continuo ancora a soffrire di questo incolmabile bisogno di avere un amico, quella persona cui poter dire tutto, cui affidare anche quella parte di me che non trova conforto, che non riesce a darsi pace, e che inevitabilmente spera, aspetta, che arrivi, che sia presente come sempre!? Io oltre ad essere innamorata della mia luna, averle quasi dato un volto, quasi un ruolo, ho fatto si che diventasse la mia più cara amica, io a lei mi affido, in lei confido e di lei ho scritto tanto..Poi arriva quel momento in cui quella luna diventa reale, diventa una presenza costante, con cui ridere, scherzare, parlare di tutto, confidarsi, con cui realizzare qualcosa, tessere sottili fili, di un rapporto, delicato, particolare, importante , vero eppure quando sembra tutto perfetto, succede qualcosa, sembrano che i fili siano in tensione, pronti a spezzarsi ed io sempre in ansia, sempre in affanno per creare, cercare di coltivare, di rinnovare, di mantenere vivo, un rapporto, emozioni, progetti, cui ho fato tanto, cui mi sono affidata e fidata senza pensarci senza difese, ma sempre con la mia paura, quella sottile sensazione di malessere, di insoddisfazione, di preoccupazione di non essere all'altezza, di non essere pronta, di non essere quella che credevo di essere e quindi poi il tempo passa, e mi ritrovo a scrivere, a condividere a cercare in immagini, in frasi, risposte, motivi, quel qualcosa che mi faccia riconquistare ciò che avevo raggiunto, trovato, guadagnato e che ora mi sembra di aver perso! Tendo la mano, chiedo aiuto, ma non c'è nessuno ad affarerrarla, sono in balia di una tempesta e non c'è quel faro, e così continuo a perdermi, anche in queste mancanze, anche in paure, mai superate o affrontate, che spengono emozioni, speranze. Non è facile per me, è un periodo delicato, so che lo è anche per la luna, non sempre rischiara la notte, a volte sembra sparire ed essere inghiottita dal buio, da nuvole nere e spaventose ed io sono come quella luna, dai due volti, forte, combattiva, luminosa e sorridente e poi c'è quella parte non visibile, che pochi possono vedere, che a pochi è permesso di osservare, a volte faccio finta di mostrare, ma spesso a parlare sono i silenzi, attimi, immagini, sensazioni e piccoli vuoti, che si possono colmare con poco, con un tramonto, un'alba,un sorriso, un abbraccio o semplicemente con un po' di amore e speranza... DSCN4865-1.jpg

 
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from Transit

(199)

(I1)

#Minneapolis è diventata un’altra ferita aperta negli Stati Uniti, non solo per la politica immigratoria, ma per la natura stessa del potere federale e della violenza che questo può esercitare contro i cittadini. Quello che doveva essere un controllo migratorio si è trasformato in un’operazione di punizione di massa, con agenti federali che piombano in città, sparano a cittadini americani disarmati e poi si comportano come se non fosse successo nulla.

Il risultato è una città in rivolta, con serrande abbassate, proteste dure, e una mobilitazione che rischia di bloccare il governo: la piazza e la protesta sono diventate l’unica vera forza sociale che ancora conti. Da #Washington, il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio: bisogna usare la forza, “spingere” l’immigrazione fuori dalle città, far paura, e mostrare che il governo non ha pietà.

L’ #ICE è stata lanciata come una milizia pronta a colpire senza porsi troppi problemi di legalità, con operazioni che somigliano più a retate di guerra che a controlli di polizia. Ma quando quei colpi sono arrivati addosso a due cittadini americani,Renée Good e Alex Pretti, qualcosa si è spezzato.

Il sentimento di ribellione è diventato così forte che è arrivato a minacciare l’intero bilancio federale: nessun voto per finanziare lo stato federale, si è detto, finché quello stesso stato continua a inviare a Minneapolis agenti che sparano a chi vive lì.

(I2)

Proprio su questo fronte si è imposto all’attenzione mediatica il colpo di scena: la promessa di ritirare l’ICE. Non perché ci sia stato un ripensamento morale, né per un’improvvisa riscoperta dei diritti civili, ma per pura convenienza.

L’escalation è stata tale che minaccia di paralizzare il governo e di far pagare un prezzo politico troppo alto. Così, mentre si annuncia che i “muscoli” stanno per lasciare la città, si promette di lasciare una task force per contrastare le frodi ai servizi sociali, come se fosse un problema di frodi e non di violenza di stato. È un modo per arretrare senza sembrare in fuga, per cambiare faccia alla repressione senza rinunciare a esercitarla.

Intanto, la politica interna si trasforma in una sequenza di ritocchi tattici: fondi separati per il #Pentagono e la sanità, proposte per colpire le città che non collaborano con le deportazioni, qualche mea culpa strozzato, molta retorica sulla legge e sull’ordine. La sostanza resta la stessa: la violenza è diventata strumento abituale, uno strumento che non si discute, ma si giustifica. E quando si uccide un cittadino americano, si parla di “errore” o di armi nascoste, si riscrive la storia per trasformare la vittima in minaccia, in modo che si possa continuare a credere di essere nel giusto.

L’ICE, in questo quadro, appare per quello che è: una milizia fascistoide all’interno dello stato, una forza che agisce con impunità, furgoni anonimi, arresti lampo, violenza indiscriminata.

Uccide in città che non hanno chiesto la sua presenza, invade comunità con una logica di guerra, e quando uccide due cittadini americani in un mese, viene difesa e coperta, non perseguita.

Il presidente che la esalta, la chiama “fenomenale”, e non si assume la responsabilità di quei colpi di pistola, mostra che la sua America è un luogo dove la forza precede il diritto, dove la pelle, la lingua e il permesso di soggiorno definiscono chi merita di vivere e chi no.

#Blog #USA #ICE #Minneapolis #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni

 
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from differxdiario

l'idea di installance, il concetto stesso di installance, credo sia qualcosa di non del tutto già visto, in arte, o nei versanti di quella anti-arte sotto il cui ombrello si possono raggruppare tanto i percorsi fluxus quanto l'ambito del concettuale. almeno in alcuni risvolti pieghe implicazioni della teoria e della prassi dell'installance, penso ci siano delle occasioni/emersioni di senso-non-senso. (consueto mio riferimento a Emilio Garroni).

ora. ripescando un video in cui Giuseppe Garrera parla di questa mia pratica, ho esteso il discorso aggiungendo una serie di link a esempi & riflessioni: https://differx.noblogs.org/2026/01/26/22-marzo-2021-giuseppe-garrera-parla-delle-installance-di-differx-mg-_-nel-post-esempi-appunti/#more-120361

 
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