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from Resistenza 2.0

Un nuovo inizio

Sono tornato, dopo la mia esperienza nel #Fediverso durante il primo lockdown, ho deciso di tornarci per un semplice motivo: primo ero semplicemente curioso e volenteroso, adesso ho qualcosa da offrirvi.

Sono diventato consigliere di quartiere del #Navile. Un quartiere di #Bologna che conta quasi 70.000 abitanti. Sono tornato nel Fediverso perché non ho mai smesso di credere che la politica di sinistra si debba concentrare sul nuovo conflitto sociale: il conflitto tra dimensione materiale e dimensione immateriali.

La dimensione immateriale impatta in modo concreto nella dimensione materiale, quindi nelle nostre vite, ma agisce con regole diverse (come tempo e spazio) e soprattutto è una dimensione dove molte persone non hanno nessuna conoscenza o consapevolezza della sua esistenza se non in maniera totalmente passiva.

Sono stato eletto due giorni fa e ho quindi deciso di tornare su #Mastodon alla ricerca di persone che abbiano la voglia di dare il proprio contributo politico (di idee e attivismo) per progetti dedicati al mondo del software libero e di etica digitale. Io ho già un'idea per il quartiere che vi descriverò in un prossimo post e con cui sto già lavorando con altri compagni ma più saremo e meglio è.

L'idea è quella di creare un gruppo di lavoro che tramite la politica dimostri che la società si può evolvere in un modo diverso da come si sta evolvendo oggi, soprattutto tramite gli strumenti tecnologici che ci circondando.

Io non sono un esperto, mi occupo solo di politica (oltre al mio lavoro con cui mi guadagno da vivere ovviamente). Mi appassiona la filosofia, la storia, la sociologia è tutto ciò che mi permette di avere pensieri critici sulla società che ci circonda e la sua evoluzione. Sono molto critico nei confronti della società in cui viviamo. Non credo negli eroi e nemmeno nelle persone che si fanno da sole, credo nel lavoro collettivo e nel valore della comunità.

Sono tornato nel Fediverso per fare la mia parte, sono entrato nella macchina politica, sono uno strumento al servizio della comunità e vorrei attivare quella parte di individui consci del problema, con competenze da spendere e voglia di lottare. Radicali o almeno con uno spirito critico nei confronti della società che stanno costruendo intorno a noi. Con la voglia di affrontare i giganti senza paura di farsi male.

Molti hanno repulsione verso al politica, molti credono più nella semplice divulgazione e nelle associazioni dedicate al tema. Io credo che siano sicuramente strumenti utili ma così per me si affronta il problema giocando di sponda e non in modo diretto

Se avete voglia di mettervi in gioco (e so che su Mastodon l'attivismo non manca), di dare semplicemente una mano o dei consigli io sono qua. Contattami quando volete e vediamo se insieme possiamo fare qualcosa. È un momento particolare della storia, molti investimenti saranno sulla tecnologia e farsi sentire adesso è molto importante per non venire schiacciati ancora di più in futuro. È a mio avviso necessario farlo adesso, o almeno provarci. Non basta la volontà delle persone a scegliere strumenti alternativi, bisogna utilizzare le istituzioni come strumenti della società.

Non vendo soluzioni, mi metto a disposizione nel mio ruolo politico per cercare di formare un gruppo che non giochi di sponda ma agisca direttamente con lo strumento che lo permette: la politica.

Il Navile potrebbe essere l'incubatrice di un nuovo modo di fare politica, potrebbe essere il luogo dove si darà vita a strumenti che si potranno replicare nel resto della città, della regione o del paese.

Si dice che Bologna sia la città più progressista del paese. Proviamo a dimostrarlo.

 
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from REDSHIFT

Immaginate di inventarvi una teoria secondo cui dentro le zucche ci sono delle reazioni chimiche in grado di produrre banconote da cento euro. Per quanto bizzarra, un’ipotesi teorica del genere può essere verificata scientificamente? Sì, prendiamo una zucca qualsiasi, la spacchiamo in quattro e ci guardiamo dentro.

Nella zucca c’è la banconota da cento euro? Purtroppo no, allora la nostra teoria è sbagliata. Magari abbiamo preso una zucca sbagliata? Magari dobbiamo cambiare terreno?

Alt, fermi tutti. Stiamo facendo un errore molto grosso.

Non stiamo davvero facendo scienza. Infatti, nell’esempio della zucca siamo partiti prima da una nostra teoria e poi abbiamo verificato con un esperimento; e dopo aver scoperto che la nostra teoria era sbagliata, ci è venuta la tentazione di cambiare teoria, vero?

Con la zucca, siamo partiti dalla teoria per arrivare all’osservazione. Ecco, la scienza, quella fatta bene, funziona al contrario: il metodo scientifico parte dall’osservazione e poi arriva alla verifica di una teoria.

Il metodo scientifico funziona così: (1) osserviamo un fenomeno; (2) formuliamo una teoria in grado di spiegare ciò che abbiamo osservato; (3) verifichiamo con degli esperimenti se la teoria è sbagliata.

Tre semplici passaggi logici. Il terzo passaggio è quello fondamentale: tutte le idee che abbiamo in testa devono, a un certo punto, essere verificate. Altrimenti restano solo idee, speculazioni non dimostrate. Attenzione però: possiamo solo verificare se la teoria è sbagliata. Voglio dire, se facciamo un esperimento è ciò che otteniamo non torna con la nostra teoria, allora sicuramente la teoria è sbagliata e dovremo tornare di nuovo al punto (2) del metodo scientifico e formulare una nuova teoria.

Se invece il nostro esperimento è in accordo con la teoria (entro gli errori di misura che facciamo, sempre presenti), allora possiamo solo dire che la teoria potrebbe essere giusta. Per esserne sicuri dovremmo fare un numero infinito di esperimenti simili e controllare che ogni volta la teoria ci dia il risultato aspettato. Siccome non è possibile fare un numero infinito di esperimenti, allora dobbiamo accettare il fatto che il metodo scientifico possiamo solo dire che una teoria non si può scartare o, se volete, che è provvisoriamente accettabile.

Questo status provvisorio vale per tutte le teorie, anche per la teoria della relatività: se un giorno (più di) un esperimento dovesse contraddire palesemente la relatività, allora toccherà cercare una nuova teoria o comunque toccherà modificare la teoria di Einstein. Non c’è nulla di certo nella scienza. L’unica certezza che abbiamo è il dubbio perenne.

Torniamo ora al nostro esempio delle zucche e usiamo il metodo scientifico stavolta come si deve: quindi prima apriamo una zucca e vediamo che cosa c’è dentro. Niente, purtroppo neanche una banconota.

Il metodo scientifico è una procedura con cui possiamo fare scienza: si parte dall’osservazione e si arriva alla teoria. Se volete, questo è il modo più chiaro possibile per distinguere l’attività scientifica vera da quella pseudo-scientifica, la quale invece parte dalla teoria e poi osserva. L’idea che sta dietro al metodo scientifico è tanto semplice quanto rivoluzionaria.

Ma andiamo avanti.

Supponiamo di aver osservato un fenomeno, per esempio il fatto che se ho una penna in mano a una certa altezza dal pavimento, quando apro la mano la penna cade. Osservo dunque una penna che cade: perché cade?

Usiamo il metodo scientifico: dopo l’osservazione devo formulare una teoria.

Intorno al 350 a.C. filosofo greco Aristotele provò a spiegare la caduta dei corpi. La teoria di Aristotele fu questa: tutti i corpi sono fatti di uno degli elementi principali (terra, acqua, aria, fuoco). Quelli fatti di materiale di terra tendono ad andare dove c’è tanta terra. Cioè, appunto, per terra. Ecco perché, secondo Aristotele, se scocco una freccia verso l’alto essa poi torna giù: torna verso la terra, verso la zona dove c’è gran parte della sostanza di cui è fatta. Il fumo invece, fatto di aria, tende a salire in alto, dove c’è tanta aria. Semplice e lineare. Ma non solo: secondo Aristotele, poi, se abbiamo due corpi fatti di terra, quello più grosso e massiccio cade più velocemente per terra rispetto all’altro, cioè arriva prima a terra.

Queste teorie di Aristotele hanno resistito anni prima di essere scalfite, sono rimaste in piedi per più di 1800 anni.

La cosa bizzarra non è che siano rimaste in piedi così a lungo, facile per noi dirlo ora che sappiamo come stanno le cose. Il fatto curioso è che per 1800 tutti si siano fermati ai passi (1) e (2) del metodo scientifico, senza mai azzardarsi a fare il passo (3), cioè verificare le teorie con un esperimento. Per questo motivo Aristotele non può essere definito uno scienziato, perché non applicava il metodo scientifico odierno in modo completo.

Fino al 1638, quando qualcuno capì che era giunto il momento di verificare che le teorie di Aristotele fossero giuste.

Quel qualcuno fu Galileo Galilei.

Galileo Galilei è stato un grande scienziato, forse il primo personaggio storico che possiamo davvero definire scienziato. Questo perché Galileo ha prima osservato e poi formulato teorie (come Aristotele, certo), ma poi non si è fermato e ha verificato le teorie con degli esperimenti.

Aristotele dice da 1800 anni che i corpi più massicci arrivano prima a terra? Beh, verifichiamolo seriamente allora. Prima di tutto, facciamo un esperimento mentale, cioè logico, dice Galilei.

Prendiamo un martello e una piuma e lasciamoli cadere. Il martello è più massiccio della piuma, quindi dovrebbe arrivare prima a terra secondo Aristotele. Però, fa notare Galilei, la caduta avviene nell’aria. Se fossimo invece nel vuoto?

Ora, se Aristotele avesse potuto ascoltare Galileo avrebbe avuto una sincope: secondo il filosofo greco il vuoto non esiste – il celebre horro vacui – secondo Aristotele la natura fa di tutto per non avere situazioni in cui esiste il vuoto.

Galileo non la pensava allo stesso modo e ritiene invece che si debba far cadere due corpi di massa diversa nel vuoto. Secondo Galileo è la presenza dell’aria che rallenta la piuma e fa arrivare il martello per primo a terra. Secondo Galileo, se ripetessimo l’esperimento nel vuoto, piuma e martello arriverebbero insieme.

Del resto, non ci vuole molto a capire che Aristotele avesse torto marcio: se mi lancio da un aereo con il paracadute ci metto più tempo rispetto al caso in cui mi lanciassi senza paracadute. Oltre a non morire, con il paracadute sono evidentemente più massiccio (perché ho un peso in più addosso). Ecco che capiamo subito che la teoria di Aristotele è falsa, non è vero che i corpi con massa maggiore cadono più velocemente. Piuttosto, come dice bene Galileo, è l’aria che determina queste differenze: nel vuoto invece tutti i corpi cadrebbero alla stessa velocità.

L’apertura mentale e l’onestà scientifica di Galileo sono incredibili. Galilei non pensa di avere ragione, piuttosto Galilei pensa che sia il caso di controllare l’effetto dell’aria per quanto riguarda la caduta dei corpi. Ma c’è di più.

Il ragionamento di Aristotele è puramente qualitativo: il filosofo osserva la caduta dei corpi e prova a spiegare ciò che vede. L’atteggiamento di Galileo è invece quantitativo: lo scienziato pisano osserva, spiega e verifica la teoria con un esperimento, cioè misurando qualcosa (in questo caso i tempi di caduta dei corpi). Questa è la svolta, qui nasce la scienza moderna.

Galileo ha mai fatto cadere due corpi per verificare la sua teoria? La leggenda narra che Galileo abbia fatto cadere delle palle dalla torre di Pisa, ma appunto sembrerebbe essere solo una leggenda. Galileo voleva fare le cose per bene e secondo la sua teoria l’esperimento andava fatto in assenza di aria, ma nel 1638 era un po’ difficile realizzare un simile apparato sperimentale. Però Galileo ebbe un’idea: i corpi che cadono diritti da una certa altezza acquistano una velocità elevata; se però li facciamo rotolare lungo un piano sufficientemente inclinato, i corpi comunque cadano ma si può studiare la caduta in modo più calmo. Genio.

In questo modo Galileo non eliminò l’aria dai suoi esperimenti, ma ne ridusse l’impatto. Così, alla fine dei suoi esperimenti, Galileo formulò la legge di caduta dei gravi, secondo cui tutti i corpi cadono con la stessa accelerazione. Aristotele si sbagliava e il filosofo lo avrebbe magari pure capito alla sua epoca, se solo avesse usato il metodo scientifico e verificato le sue teorie.

Tuttavia, anche dopo il 1638 e gli studi sperimentali di Galileo, il suo esperimento mentale della piuma e del martello è rimasto impresso nella testa di tutte le generazioni successive di scienziate e scienziati.

Come diceva Carl Sagan, “affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie” e questo è senz’altro vero per la teoria di caduta dei gravi nel vuoto di Galileo.

L’occasione veramente buona per svolgere l’esperimento ci fu il 2 agosto 1971. David Scott, astronauta dell’Apollo 15, durante l’ultimo giorno di missione sulla Luna decide che è giunto il momento di mostrare al mondo intero che Galileo aveva ragione a contraddire Aristotele. In realtà, Scott e i suoi compagni Worden e Irving erano già arrivati dalle parti della Luna grazie ai precedenti tre secoli di metodo scientifico galileiano. Tuttavia quello di Scott fu un omaggio bellissimo allo scienziato pisano.

Come andò? Dopo aver lasciato cadere contemporaneamente piuma e martello, accade esattamente ciò che deve accadere. “Mr Galileo was correct in his findings”, ovvero “Galileo aveva ragione” dice felice Scott, che ha appena verificato una teoria del 1638 con l’esperimento più bello di sempre.

 
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from Il Mago Rosso

Questo è precisamente il libro che avrei regalato a un Mauri diecenne. Sono proprio le avventure che avrei voluto vivere io all'età dei protagonisti.

Il piccolo regno

I libri per ragazzi mi sono sempre piaciuti perché sanno cogliere lo spirito avventuroso che conservo. Sarà anche per questo che ho fatto lo Scout, ma di questo parlerò un'altra volta.

Ecco la sinossi:

Il quartier generale di noi Gente Bassa era la casa-albero. Era stata costruita da Saul e da zio Albie intorno alla base di un grosso olmo cavo che sorgeva in fondo al cortile. Era dove ci rintanavamo per discutere il da farsi, dove progettavamo le nostre spedizioni, dove raccoglievamo il bottino. Il pavimento era in assi di legno e si potevano stenderci sopra le coperte. Le finestre erano tonde come gli oblò delle navi, ed erano tre, grandi abbastanza per far entrare la luce. Dentro avevamo arredato l'ambiente con qualche vecchio cuscino e un tavolo da tè. Appesi alla parete campeggiavano il binocolo militare di zio Albie, che aveva sull'impugnatura il graffio di un proiettile tedesco, e una mappa della zona disegnata da Ariadne. Lì dentro ci sentivamo come conigli nella tana. Nessuno ci avrebbe mai sloggiati.

Wu Ming 4 è riuscito a raccontare con semplicità i pensieri e la curiosità di un gruppo di bambini che hanno tutto il tempo del mondo durante le vacanze estive. Ricordiamo tutti che le vacanze sembravano infinite quando eravamo piccoli, vero? Se aggiungiamo una casa in campagna dove trascorrere tutto questo tempo, ecco garantite le avventure quotidiane. Il periodo in cui si svolge è uno dei più incerti nella storia recente: gli anni Trenta, a cavallo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. In questa parentesi estiva i bambini, tra un gioco e l'altro, troveranno modo di riflettere anche su argomenti importanti, dopo aver scoperto un'antica tomba. Ci sono problemi che affliggono la famiglia ma questi non vengono direttamente palesati, probabilmente per immedesimare ulteriormente i lettori nella vicenda vista dal punto di vista dei ragazzi: gli adulti fanno discorsi complicati e noiosi, quindi degni di scarsa attenzione.

Il piccolo regno è uno di quei libri che ho tirato su in libreria senza pensarci troppo. Sia chiaro, non faccio mai acquisti di impulso, ma talvolta riesco a capire al volo quando qualcosa mi potrà piacere, che sia libro, fumetto, film o videogioco, un po' come avviene col quinto senso e mezzo di Dylan Dog. Trovare soddisfatte le aspettative è una delle sensazioni più belle quando si azzarda in questo modo.

 
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from Il Mago Rosso

In questo angolino di web parlerò a ruota libera riguardo i miei interessi nell'ambito del fantastico in tutte le sue forme. Sono Maurizio Carnago e la breve biografia che di solito scrivo nei miei profili online infatti riporta:

“Mi piacciono le belle storie, i fantasmi e i viaggi nel tempo e nello spazio.”

Tutto vero e molto sintetico. Mi affascinano infatti le meccaniche narrative in qualsiasi medium: narrativa, cinema, videogiochi, fumetti e tutte le varie sfumature che possono derivare. Condivido molto di tutto questo in ambito videoludico attraverso il profilo dedicato alla mia tesi Over the Game.

Perché Mago Rosso?

Il mago rosso è una classe che nella serie di videogiochi Final Fantasy può essere assegnata a un personaggio per renderlo estremamente versatile. Citando la descrizione ufficiale:

“Pur essendo classificato come un mago, il mago rosso è perfettamente capace anche negli scontri fisici, e la pratica della magia rossa gli consente di usare contemporaneamente una grande varietà di magie di diverso tipo.”

Un mago rosso da Final Fantasy III Ecco come mi sento io. Scrivo racconti e articoli, mi occupo di grafica, monto video, realizzo siti web. Insomma, capisco quello che dicono i tecnici informatici e tipografici senza fare figuracce, riesco a parlare con loro senza fare figuracce, che non è mai scontato; nel frattempo provo a insegnare queste cose a giovani, innocenti menti. Cerco di facilitare la vita creativa e digitale anche nel web attraverso l'altro mio blog.

In pratica so fare tanto e non so fare niente bene fino in fondo. Come lo sfigatissimo mago rosso, la figura videoludica che mi identifica meglio. Spero comunque di condividere argomenti interessanti con voi. Per cominciare potete anche dare un'occhiata alla mia libreria su Literal.

Buona lettura.

 
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from luciobarabesi

Ok installare linux è facile, anche usarlo forse più facile che windos o mac, ma farci veramente di tutto non sò non mi riesce, forse perchè uso hardwer datatissimo come questo Acer Aspire One D255E con un giga di ram. Però per scrivere e girare sul web và bene . E' così piccolo e comodo, adesso che aspetto che torni mia moglie scrivo sul tavolo da cucina e mi sento parecchio libero, una bella soddisfazione, ho provato ad installare Xubuntu ma era lento ora con linx và molto meglio.

 
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from Con lo zaino in spalla

Qualche giorno prima del mio arrivo in Italia avevo letto con un po' di dispiacere il post su Facebook di una carissima amica che si lamentava delle osservazioni sgradevoli dirette a lei da parte di gente che non ha di meglio da fare che impicciarsi negli affari altrui, osservazioni ricevute durante i pochi giorni passati in Italia. “Ce l'hai il ragazzo? E quando vi sposate? E un bambino non lo fate? E perché non vuoi figli? Sei ingrassata, dovresti metterti a dieta.. eccetera eccetera..” La mia amica giustamente reclamava che non è bello vivere in un contesto in cui ogni cosa che fai non solo è osservata da occhi che giudicano, e bisogna quindi render conto delle proprie azioni di fronte a chiunque; inoltre il “giudizio” è condotto secondo parametri nient'affatto sani come, appunto, invitare a fare figli perché “si devono fare”, oppure esprimere giudizi negativi su di una persona in base alla sua forma fisica. Lessi il post e commentai che ero perfettamente d'accordo con lei.

Pochi giorni dopo arrivai in Italia e sentii ripetutamente lo stesso tipo di commenti, ma questa volta provenienti dai miei familiari. In particolare rispetto alla forma fisica. Qualche esempio? Si parla di una persona e una delle primissime cose che si dice è se è ingrassata, dimagrita, se è in sovrappeso, ecc. Insomma come se questa cosa fosse così determinante che urge specificarla fin dalle prime battute, sembra essere necessario dettagliare il più presto possibile se una persona ha accumulato una quantità di lipidi leggermente sopra o leggermente sotto i loro standard. Mi è sembrato un bombardamento costante, un continuo esprimere giudizi che derivano da una perpetua osservazione del corpo delle persone e dal paragone con quello che vediamo in altri media. I risvolti sono tragicamente molto profondi: crisi di auto-accettazione, bassa autostima, odio verso il proprio corpo, sentirsi brutta/o quando non lo si è, vedere in se stessi difetti che ci appaiono infinitamente più gravi dello zero che sono. La cellulite? ma figurati. Il naso grande? ma dai. Il culo grosso? meraviglia! Il culo piccolo? bello anche quello. La pancetta? sexy. Le striature? decorative. Purtroppo il mondo non parla così: tutti recitano perennemente l'esatto contrario. Ci fanno vivere in un inferno eterno di giudizi sulle apparenze che assimiliamo e a cui arriviamo ad obbedire anche quando pensiamo di essere diventati immuni agli altri bisogni indotti più riconoscibili. In altre parole, anche le persone che, o perché sono “antisistema” o perché sono un po' più mature della media e non cadono nella trappola di essere indotte all'acquisto di indumenti di marca, spesso cadono comunque nella trappola del dover rispondere alle aspettative intorno all'apparenza del proprio corpo.

Questo tema è abbondantemente discusso nei movimenti sociali in America latina, soprattutto nell'area femminista e del “body positive”. Forse da noi queste cose non sono ancora arrivate, e infatti mi sorprende osservare che persone “vicine”, ovvero “più o meno di sinistra”, non riconoscano questi avvenimenti come chiare manifestazioni di una sistema di pensiero oppressivo. E così un'amica dal corpo fantasticamente formoso si mette a dieta e perde peso, modifica le sue forme per aderire agli standard di “bellezza” delle pubblicità. Un'altra amica si mette a dieta ed esercizio per controllare le calorie e dimagrire. Un altro amico ha la fobia dei grassi e corre ad iscriversi in palestra. E nessuno si rende conto che dietro non c'è il desiderio di salute, perché in realtà SONO GIÀ in salute, magari un po' in sovrappeso, ma lontani dall'obesità che può costituire un problema di salute. Nelle loro parole regna la preoccupazione per l'estetica, per la riduzione di quel centimetro di troppo che ti fa sporgere la pancia oltre l'immagine che si richiede della tavola piatta con i quadratini scolpiti.

Ci sono molti movimenti sociali che riconoscono nelle critiche, nella pressione sociale esercitata tanto dai pari (amici, parenti, conoscenti) come dai media, rappresentazioni concrete del modello patriarcale-capitalista che dapprima ci mortifica facendoci sentire insufficienti, brutti, inadatti a ricevere le attenzioni che vorremmo, poi cerca di venderci le soluzioni: creme dimagranti, palestre, diete, integratori, gastrectomie, creme antietà, eccetera. Sia ben chiaro: non voglio promuovere l'obesità, sto solo dicendo che tra il fisico da influencer e quello da patologia c'è un range estremamente ampio di corpi naturali, sani, con le forme, con le curve, con la ciccia, che il nostro sistema tende ad appiattire verso “L'indesiderabile”. Il che è un grande problema per le persone che, soprattutto donne, sono per loro costituzione naturalmente formose. Magari perché hanno i fianchi larghi, magari perché sono alte un metro e 80 e sono grandi per natura, o perché hanno una genetica più rotonda: non ce la faranno mai ad assomigliare alle modelle che collezionano migliaia di likes su Instagram.

Si tratta di un fenomeno abbondantemente studiato: Instagram è falso! Le cose che vedi lì in realtà non esistono. Basta scattare la foto con un certo angolo, in una certa posizione che stira o che accorcia, ed ecco che una ragazza “comune”, cioè con le curve, riesce a creare un autoritratto che esagera alcuni suoi attributi e ne modifica altri, generando una manifesta approvazione sui social. Su TikTok circola un audio meraviglioso che è stato riusato in diversi corti che svelano come in realtà.. è tutto un trucco. L'audio non fa che ripetere “i corpi che appaiono così, in realtà appaiono anche così”; sulla prima frase la ragazza assume una posizione “da copertina”, e in corrispondenza della seconda, ha già compiuto un minimo movimento che porta la stessa persona ad assumere un'estetica giudicata meno piacevole dal “gusto mainstream”. È TUTTO FALSO!

(Purtroppo su questo blog non riesco a postare i video, se volete vederli vi invito a fare un salto sul mio mirror wordpress )

Se ci droghiamo di gnocche.jpg (ma anche fichi.png) finiremo per credere che quello è il mondo reale, quando non lo è, e quindi arriveremo a frustrarci se non siamo così, ci sentiremo brutti noi e vedremo come brutte anche le persone che ci stanno accanto, perché magari non assomigliano alla miriade di corpicini perfetti che vediamo ogni giorno sullo schermo dello smartphone. Questa “cultura” è un ambiente ansiogenico, terreno fertile per le piccole insicurezze e le grandi paranoie.

Il percorso terapeutico serve anche a riconoscere queste storture. A dissolvere le critiche distruttive verso se stessi. A stemperare i giudizi negativi che vengono dall'esterno e che finiamo per assimilare dentro di noi, facendoci molto male.

Potrei continuare così per ore riempiendo un libro intero di esempi presi dal quotidiano. Potrei raccontare di chi fa l'amore con la luce spenta perché non vuole farsi vedere nuda, o di chi magari la luce ce l'ha accesa, ma si copre lo stomaco con le braccia per nascondere i rotolini. L'amore si fa per sentire piacere, per la spensieratezza, per abitare lo spazio animale, e se c'è la vergogna e la testa è affollata dalle preoccupazioni, non c'è più spazio per il piacere, purtroppo.

Potrei raccontare dei disturbi alimentari di chi ha lottato contro il proprio corpo, o della pressione sociale “ad essere esteticamente perfetta” che si genera quando vivi in un ambiente in cui le ragazzine si rifanno le tette a 15 anni. Potrei raccontare di quanto è patriarcale attribuire il valore di una donna alla sua estetica, come se fosse un oggetto in vetrina in vendita al miglior offerente. Potrei raccontare della grassofobia europea e che è molto meno presente in America latina e – dal poco che ne so – anche in Africa. Potrei raccontare di come gli stessi parametri di bellezza intorno alla figura femminile sono cambiati nel tempo dalla preistoria della venere di Willendorf, passando per le forme giunoniche delle bellezze greche, per arrivare all'estetica quasi anoressica degli anni '90 e al recente cambiamento di tendenza datosi con le varie Rihanna e Kardashian. Potrei fare tanti esempi, ma non penso sia necessario estendere ulteriormente il post quando le cose importanti son già state dette.

Quindi perdoniamoci più spesso le nostre imperfezioni: sono le nostre caratteristiche. E prima di esprimere un giudizio sul corpo di un'altra persona, pensiamoci due volte: potrebbe essere solo l'ennesimo commento inutilmente dannoso, riflesso di una mentalità oppressiva che faremmo bene ad abbandonare nel dimenticatoio dei pensieri nocivi.

 
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from Gippo

L'estate è finita. Dice un vecchietto alla fine del manga “Touch” da cui è stato tratto il cartone animato “Prendi il mondo e vai”: “Come li invidio i giovani, amano e vengono amati, lasciano e vengono lasciati ma per loro l'estate arriva sempre, più e più volte...”

Ecco, questa estate è passata, un anno se ne va, sto diventando grande ecc. Ho già parlato del fatto che questa estate ho rivisto “I laureati” di Pieraccioni e ho anche accennato con un racconto fantastico alla mia vaccinazione, adesso è venuto il momento di parlare d'altro.

Paperissima sprint

Quest'anno, per la prima volta, ho visto tutte le sere “Paperissima sprint”. Lo voglio scrivere perché da lunedì ricomincerà “Striscia la notizia” che non mi piace affatto. Ma ho scoperto che “Paperissima sprint” è invece una trasmissione bellissima! Ho anche scoperto per la prima volta le veline e Brumotti, mentre il Gabibbo lo conoscevo già.

Amilcareee?! Dobbiamo stare vicini vicini... Capoccione! Momenti da... briiiividooo!!!

Le veline sono due, una mora e una bionda. Non è che siano delle ragazze che come le vedi fai esclamazioni libidinose però con il tempo ho imparato ad apprezzarle. La bionda, che poi è tinta, in realtà ha origini africane, è una peperina ricca di energia in tutto ciò che fa e dice mentre la mora ha una bella eleganza, sia nelle movenze, sia nelle espressioni, sia nella voce, sempre vellutata e mai sguaiata. In questo scenario anche Brumotti, il funambolo ciclista, risulta simpatico. Per il resto, non credo che debba spiegare come funziona Paperissima: si succedono uno dietro l'altro una serie di filmati a base di comportamenti buffi di animali o bambini oppure “epic fail”, gente che salta, si tuffa, prova evoluzioni o acrobazie varie che, immancabilmente, finiscono in modo catastrofico ma divertente. I filmati si susseguono incalzanti, interrotti solo da un paio di sketch comici col Gabibbo, Brumotti, Shaila e Mikaela, gag veramente stupide ma in senso buono, c'è una generale consapevolezza della loro stupidità senza però quel nocivo compiacimento di chi vuol fare il trash a tutti i costi. Inutile dire che la ragion d'essere principale sono i filmati ma anche il contesto e la confezione sono coerenti e piacevoli. E, a proposito dei filmati, li ho guardati con divertimento ma mi sono anche fatto contagiare un po' dalla leggerezza che trasmettono per via dell'ambientazione tipica. Lo scenario base, salvo rare eccezioni, è quello della vacanza e del tempo libero, deltaplani, sci d'acqua, skateboard, tuffi. Spesso gli scenari sono tipicamente americani, grandi case su viali alberati, aria da telefilm anni 80-90. Oppure mare, spiaggia, sole. Non ci sono connotazioni sessuali ma talvolta si vedono delle belle ragazze. Spesso si susseguono serie di clip tematiche: disastri sotto l'albero di natale, scivoloni in piscina, incidenti nelle gare di bici. Le voci di commento sono fondamentali, se ci si pensa, ma in realtà, se non si è come me che devo fare un post su Paperissima, non ci si pensa affatto, si integrano alla perfezione. Mi è davvero piaciuto quest'anno Paperissima. Purtroppo però da domani non andrà più in onda e anche le veline cambieranno definitivamente.

L'estate dei ricordi

E così, con la fine dell'estate, mi è venuto in mente che avevo fatto una visual novel e che era ambientata in quel paesaggio chiamato estate. Un paesaggio che da un po' di anni a questa parte mi è cominciato a mancare. Vorrei fare con Jerry Calà un paio di discorsi sull'estate, lui si reputa un vero e proprio professionista di questa stagione, in un certo senso ha scelto di associarvi la sua vita professionale. Non solo ha girato una serie di film vacanzieri ma ha coniato una battuta che mi rimbalza in testa ad ogni bella stagione: “Che estate di merda... parliamone!”. Poi ha anche girato un film ambientato in Costa Smeralda e chiamato “Vita Smeralda” che è una specie di inno all'estate così come l'ha conosciuta lui: in pratica a trombare e a far festa con l'amico Umberto Smaila. Ci sono anche lì un paio di frasi significative, talmente significative che Calà le ribadisce con scritta in sovraimpressione alla fine del film, tipo che l'estate non è una stagione ma uno stato mentale o che in estate avviene tutto più velocemente. Francamente non me le ricordo perfettamente e non ho voglia di ricercarle, perché adesso, forse, è il caso che parli della mia estate fantastica: “L'estate dei ricordi”. Appunto.

L'estate dei ricordi

Credo fosse il 2003. Ma di sicuro mi sbaglio. Avevo comprato Darkbasic in una libreria. Un Dvd con il linguaggio per programmare i videogiochi. Poi avevo scaricato la mia prima visual novel. Era un po' zozza in effetti: “Three sisters”. Era la classica visual novel giapponese, un po' “harem” (cioè con un sacco di ragazze con cui copulare) e ammetto di essere rimasto molto colpito. Non tanto per i disegni zozzi o le situazioni erotiche quanto per la capacità dell'autore di mischiare un registro alto (il thriller, i buoni sentimenti, la trama incalzante) con un registro più basso (essenzialmente le scopate). E poi mi era piaciuto moltissimo il modo in cui le immagini statiche, brutte in effetti, si mischiavano bene con i file midi della musica e con il testo, creando un'esperienza non troppo diversa da quella cinematografica ma decisamente più a buon mercato e alla mia portata. Ecco perché, con la mia copia di Darkbasic in mano, mi misi subito a programmare un motore per visual novel. E una volta programmato, a differenza di quanto sarebbe avvenuto negli anni a venire, mi misi subito a creare un contenuto valido per metterlo in moto, il fottuto motore. Era così, con questa ispirazione, che era nata “L'estate dei ricordi”, il cui inizio citava un po' l'incipit di “Three sisters”, evocando subito quel sentimento così inscindibilmente collegato all'estate: la nostalgia.

Altre estati, altri tempi

Ma non c'era solo questo. Erano altri tempi, con una diversa speranza. Sapevamo tutti che l'informatica sarebbe stata la vincitrice e dovevamo solo capire come sfruttare questa profezia facile facile. A me sarebbe piaciuto creare un videogioco di successo, non necessariamente nel garage di casa. La visual novel poteva essere una strada interessante, mi piaceva scrivere ma a quei tempi non ero capace di disegnare. Chissà, forse ho imparato per potermi autoprodurre il materiale per quella visual novel. Fatto sta che mi buttai sulla storia. Una storia fantascientifica, senza trascurare però l'harem con cui copulare. Alla fine la completai, anche se presi un po' troppo gusto alla narrativa delle scopate. La salvai su un hard disk, che poi cascò e si ruppe. Ma un paio di anni fa mi ritrovai una copia di backup su un Cd, solo che quel Cd non aveva la copia completa ma solo il lavoro fatto a metà. Però, adesso che ci penso, questo paragrafo si chiama “Altre estati, altri tempi” e sto chiaramente andando fuori tema.

Altre estati, altri tempi (2)

L'entusiasmo con cui avevo completato quella visual novel mi ha fatto pensare alla passione dei videogiochi dell'adolescenza. Perché – mi chiedevo quando ero più giovane – perché le persone quando raggiungono una certa età non sono più in grado di apprezzare i videogiochi? Perché diventano così prosaiche e pragmatiche da ritenere i videogiochi una perdita di tempo? In realtà bisognerebbe farsi un'altra domanda cioè: perché ai giovani i videogiochi piacciono tanto? Così mi sono messo a pensare al gioco più assurdo a cui ho giocato: “Tornado” della Digital Integration. Basta dire che per poter volare con quel simulatore di volo bisognava considerare le tre configurazioni dell'apertura alare e selezionarle a seconda della velocità espressa in nodi. Cioè, dovevo avere sottomano (o ricordare a memoria) uno specchietto da cui, verificando la velocità, avevo informazioni su quanto tenere aperte le ali dell'aereo. Perché perdere tutto quel tempo e quella concentrazione per quella inutile complicazione? E perché oggi non ci riuscirei più? Semplice, quando giocavo a Tornado, ancora non ero sicuro del fatto che non avrei mai guidato nella mia vita un esemplare di quell'aereo. Così come non ero ancora sicuro, quando giocavo ad Hardball 5, che non avrei mai giocato a baseball. Così come quando giocavo a Great Courts 2 non potevo prevedere (e come avrei potuto?) che non sarei mai diventato un campione di tennis.

L'imbuto

Diceva un mio amico che la vita è come un imbuto e pian piano le possibilità si stringono come le sue pareti e vieni trascinato giù. L'ho sempre rifiutata come una visione pessimista e deprimente ma ammetto che c'è del vero. E così, tornando all'Estate dei Ricordi, avrei voluto riprenderla in mano, col mio metodo Kaizen, e portarla avanti tra flessioni e righe di storia. Ma non funziona così. Sto ad un punto diverso dell'imbuto e non ho quell'entusiasmo, quell'oceano di possibilità che mi si spalancava tanti anni fa, quando la scrissi tutta di getto. Ma sono ottimista e non credo alla metafora dell'imbuto. Se l'oceano si trasforma in uno stretto mulinello, credo che si debba cambiare oceano.

Pieraccioni aveva ragione

Ragion per cui, amici, non scriverò più la storia de “L'estate dei ricordi” così come mi ero imposto di farlo. Non lo farò, ma non perché il mondo è saturo di videogiochi o perché questo oceano informatico è diventato un piccolo gorgo asfittico. Non lo farò perché è giusto dar ragione a Pieraccioni. Pensavo di sfangarla, di essere diverso da lui ma alla fine siamo animi affini, proprio in quanto esseri umani di mezza età. Non tutti infatti hanno la forza d'animo di Jerry Calà (e la sua libidine!). E sento, qui ed ora, la voce del mio mentore toscano che risuona un po' paternalistica, mentre si rivolge ai suoi coinquilini che non vogliono crescere (e indirettamente anche a me) quasi alla fine de “I laureati”:

“Ragazzi, basta con la ricreazione. La campanella... DLENDLENDLENDLEN! ...e l'è bella che sonàta!”

Hai ragione Leonardo, scusa, non si scappa a questo momento. Scusa anche perché non ricordo se facevi DLENDLENDLEN o DRINDRINDRIN ma ho rivisto “I laureati” già quest'estate e per ora non me la sento di rivederlo.

Alla prossima estate, bischeri!

 
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from Con lo zaino in spalla

Qualche giorno fa stavo tornando dal Guatemala, e il mio volo ha fatto scalo ad Amsterdam. Uno scalo mostruoso di 17 ore. Speravo di poter uscire dall'aeroporto, cosa non scontata ai tempi del covid. Per fortuna non ci sono state restrizioni e ho potuto fare un giro per la capitale olandese che, nonostante i miei anni di vagabondaggio, non avevo ancora avuto la fortuna di conoscere.

Ho preso il trenino che va dall'aeroporto al centro, e dopo pochi minuti sono stato scaraventato nel cuore pacifico dell'europa progressista, dove tutto è permesso, “entro un certo margine” come direbbe Rino Gaetano. Le differenze con l'America centrale sono così grandi che l'impatto è stato decisamente sconcertante. Cominciamo con la popolazione, che bene o male in Guatemala è abbastanza omogenea: non ci sono molte persone di colore, pochi i bianchi, onnipresente lo spagnolo, al massimo si sente parlare qualche lingua indigena. In Olanda ovviamente le cose sono ben diverse: ancor più che nell'Italia del 2021, sono molti gli abitanti non caucasici, molte le lingue, molti i turisti, insomma la stazione centrale sembra una piccola Babele.

Il salto nell'universo parallelo è continuato con l'osservazione delle differenze architettoniche e urbanistiche: le biciclette, i semafori che vengono rispettati, la pulizia e l'organizzazione, i cartelli segnaletici; insomma una città progettata per essere attraversata, vissuta, e non un guazzabuglio di strade trafficate piene di motorini e automobili con autisti infuriati per gli spostamenti eternamente lenti e le code che non finiscono mai, il tutto in un'aria meno che respirabile, inquinata da mezzi di trasporto logori e con poca manutenzione.

La tranquillità. Uno dei peggiori inconvenienti dell'America latina è l'alto tasso di criminalità, furti, rapine, omicidi impuniti. In Guatemala è relativamente comune trovarsi una pistola puntata alla testa, penso che ad ogni singolo abitante sia successo almeno un paio di volte nella vita. Sai che esci di casa, ma non sei totalmente sicurx che farai ritorno. Hai degli oggetti, anche costosi (cellulare, ecc.), che hai comprato a caro prezzo perché il potere d'acquisto è molto inferiore alla classe media europea; hai questi oggetti, ma devi pensare che in un futuro prossimo potrebbero non essere più con te a causa di qualche furto. In America centrale la sicurezza è un business e un privilegio.

Lì ad Amsterdam ho girato tranquillo del fatto che nessuno mi avrebbe puntato una pistola contro, che nessuno avrebbe cercato di rapinarmi; ho girato con una notevole quantità di denaro in contanti senza preoccuparmene. Cosa che non avrei mai fatto in Guatemala. Per carità, non voglio parlar male del Guatemala; ci ho vissuto per più di un decennio ed è una terra fantastica, con persone meravigliose, accoglienti, solidali. Ma se parli con un qualsiasi guatemalteco ti dirà che i problemi ci sono, ed è da sciocchi ignorarli.

Tornando all'escursione ad Amsterdam: ero in giro da un po', godendomi uno splendido pomeriggio di sole con un clima primaverile, quando ho deciso — da buon italietto — di fare un salto nel quartiere delle cose proibite. Mi sono imbattuto nei primi coffee shop e negozi dedicati alla cannabis. È stato ovviamente sorprendente vedere persone che fumavano i loro spinelli .. lì, in pieno giorno, alla luce del sole. Non che in Guatemala non si possa fare, beh, legalmente è proibito, ma come tante altre cose (esattamente come in Italia) lo si fa comunque. Ma sempre un po' di nascosto, sempre con la paura, insomma è sempre un problema. Se fossi stato un fumatore mi sarei fatto un cannone celebrativo anch'io, ma ho saggiamente deciso di rinunciare all'impresa e godermi il panorama in lucidità e senza le paranoie e l'ansia di stare stonato per strada, in una città sconosciuta, e dover tornare in aeroporto entro una certa ora.

L'esplorazione è continuata verso il quartiere della prostituzione e delle ragazze in vetrina. Dapprima ne ho viste solo “mature”, poi anche molto giovani, con quei tipi di corpi che corrispondono all'ideale estetico della nostra società: pelle liscia, forme voluttuose, seni che sfidano la forza di gravità. Probabilmente c'era dietro molta chirurgia. Anche avanti. La vista è stata sicuramente molto attraente ma, ancora una volta, un po' sconcertante. Non è una cosa di tutti i giorni vedere in pieno centro città una discreta quantità di ragazze in bikini che ti fanno l'occhiolino per venderti i loro servizi. E poi c'era quel conflitto del politicamente corretto tra l'abitudine a non fissare le forme di una donna che vedi in strada, per una questione di rispetto, e quella situazione atipica in cui l'osservazione del loro corpo è parte del motivo per cui sono lì in vetrina. Insomma, se il limite accettabile di osservazione di una persona sconosciuta in strada, soprattutto se donna, è una frazione di secondo, oltre il quale sorge già un principio di molestia, qual è la soglia consigliata nel caso in cui la persona osservata si dedica al lavoro sessuale?

La prostituzione c'è ovunque: in Italia tanto come in America centrale. E le modalità sono anche simili: ragazze con pochi vestiti addosso che si mettono in mostra per richiamare l'attenzione dei loro clienti. Ma, come sempre, di nascosto. È una cosa socialmente non accettata, proibita dalla legge, relegata ai margini geografici della vita pubblica: le strade ed i quartieri di periferia, gli annunci su internet. È impattante vedere che lì, in quel paese, sia stata creata una legislazione che la permetta.. “alla luce del sole”. C'è tutta una serie di aspetti psicologici che siamo abituati ad associare ad una cosa proibita: il senso di colpa, la paura, l'illecito, la percezione dello sguardo altrui, le implicazioni di un atto proibito.. Fa molto strano sapere che tutto quello che normalmente associamo con l'usufruire del lavoro sessuale lì è diverso. È legale, è normato, è accettato. Un'improvvisa libertà in un campo che sono abituato a pensare come ristretto, represso, illecito, non libero.

Una delle impressioni relative ad Amsterdam è proprio questa: sono permesse cose che altrove sono proibite; per questo mi è sembrata una sorta di parco divertimenti per turisti.

Uscito dal quartiere a luci rosse mi sono innamorato dei parchi, quelli veri, con l'erba e gli alberi, gli stagni, i sentieri. Parchi così, purtroppo, sono quasi assenti nel sud Europa e nel Sud globale dei paesi colonizzati. Ho provato un profondo e durevole piacere nell'attraversarne uno, percorrendo almeno un paio di chilometri a piedi scalzi, sentendo il prato e l'ombra e il sole; mentre centinaia di persone di ogni età, spensierate, si godevano il tempo in relax, la temperatura mite, la compagnia di altre persone, di un libro o di una canzone.

C'è un insieme di persone che stiamo proponendo nuovi significati per alcune parole, tra queste: “erotismo”. La migliore definizione ce l'ho in spagnolo: erotismo è “disfrute de la vida”, che nella nostra lingua suona più o meno come “godersi la vita”. Ovviamente questo include il piacere sensuale comunemente associato all'idea di “erotico”, ma lo estende fino ad includere ogni cosa che produce piacere: una passeggiata nei boschi, una pennichella in un parco, la visione di un tramonto, la nona di Beethoven o Light my fire dei Doors, guardare la partita con gli amici, giocare la partita con gli amici, infilare le dita nel sacco di fagioli come la Amelie del film, una birra con la focaccia, e tanto altro.

Quei parchi, quel giorno lì, con quel sole lì, con quella gente lì, mi sono sembrati l'esperienza più concreta del concetto di erotismo che ho visto negli ultimi tempi.

La passeggiata nel parco, la pennichella all'ultimo sole prima del tramonto, sono state esperienze di pienezza dello spirito, rappacificanti.

La gita si è conclusa con una notte parzialmente sonnecchiata sulle panche di un aeroporto, in attesa del terzo e ultimo volo che mi ha finalmente condotto alla destinazione finale. Ma questa è un'altra storia che racconterò, forse, in un prossimo post.

#Americacentrale #Americalatina #Amsterdam #erotismo #Guatemala #Olanda

 
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from Con lo zaino in spalla

Qualche giorno fa sono stato a Tuqtuquilal (@tuqtuquilal). Il posto è un'oasi di pace vicino a Lanquin, in Alta Verapaz, Guatemala. Sono tante le cose che mi sono piaciute: la qualità dell'aria, dell'acqua, la bellezza della natura, la valle con il suo pendio che scende sotto i tuoi piedi e risale dall'altro lato del fiume creando così una visuale estremamente gradevole per ogni momento della giornata. Mi sarebbe piaciuto passare lì molto più tempo, ma l'incombere del viaggio di ritorno in Italia mi ha obbligato ad abbandonarlo dopo solo 5 giorni.

Ecco qualche parola su ciò che mi è piaciuto di più stando lì: L'aria. Prima di descrivere l'aria bisogna fare una piccola premessa. Se in Italia stiamo uscendo dalla pandemia e praticamente tutti vanno in giro senza mascherina, quando si trovano all'aperto, in Guatemala non è così: la diffusione del virus è assolutamente fuori controllo e vige ancora l'obbligo di uso della mascherina in qualunque situazione pubblica: per strada, nei mezzi pubblici, nei mercati e supermercati e nei luoghi pubblici. In Alta Verapaz sembra esserci un'eccezione. Forse perché i messaggi diramati dalla capitale stentano ad arrivare e a farsi accettare, forse perché la popolazione è più giovane e quindi meno esposta al rischio, forse perché lo stile di vita meno contaminato dalle influenze occidentali crea una popolazione più forte e resistente alle patologie, fatto sta che l'impressione comune è che ci siano meno casi di contagio che nel resto del paese. Detto ciò, l'aria è quella dei boschi tropicali, dell'azzurro del cielo e del verde della vegetazione fulgida, clima caldo di giorno e fresco in serata, eppur sempre piacevole. Aria pulita, limpida, celestiale.

L'acqua. Elemento iper-rappresentato a Tuqtuquilal, ne ho goduto la sua purezza e vitalità. L'acqua che si beve è della sorgente, così come l'acqua che esce dai rubinetti e dalle docce (che sono riscaldate con pannelli solari). È acqua viva anche quella del fiume che scorre al fondo della valle (río Lanquín), a pochi metri dall'ingresso principale; e anche quella del fiume Cahabon che si unisce al suddetto pochi chilometri più a est. È benedizione che scende dal cielo anche l'acqua che piove a volte di pomeriggio, a volte la sera, durante la stagione delle piogge (maggio-ottobre). Il fiume è saggio. Attraversa la foresta, scorre impetuosamente senza sosta, racconta storie lontane, cicli idrici interminabili, alimenta la foresta e rinfresca gli animali, umani e non. È vivo, e lo vedi così com'è sempre stato. In altri posti è molto frequente imbattersi in buste di plastica ed altri rifiuti. Lì ne ho visti davvero pochi, quasi nessuno. Puoi facilmente immaginare che ciò che vedi corrisponde a ciò che avresti potuto vedere due milioni di anni fa, prima che questo animaletto strano chiamato homo sapiens iniziasse a espandersi e a modificare l'ambiente intorno.

La valle. Penso di avere una predilezione per le valli. Amo la vista creata dal pendio: le punte degli alberi sono abbastanza in basso da non ostacolare la vista, e la terra scende sotto i tuoi piedi e risale dall'altra parte della valle. La vegetazione tinge la superficie del rilievo di verde, un verde intenso, vivido. Le palme si mescolano ad altri alberi e ogni tanto spunta un fiore a ravvivare ancora di più il quadretto.

Il progetto. Tuqtuquilal nasce come un centro ecologico di rigenerazione. Quindi vi trovate bungalow costruiti secondo i principi della bioedilizia, con tecniche quali l'adobe, il bahareque, e anche molto bambù. Producono e trasformano cacao, vendono cioccolato di altissima qualità, ovviamente tutto biologico e socialmente responsabile verso le famiglie produttrici. Si possono fare visite guidate, nelle piantagioni e nei laboratori, con cui si può conoscere le tecniche produttive del cacao, della curcuma e degli altri prodotti. Ci sono laboratori formativi per la comunità locale e in genere un contatto abbastanza stretto tra i membri di Tuqtuquilal e gli abitanti del paesino circostante.

Il soggiorno a Tuqtuquilal è stato davvero rigenerante. Breve ma intenso. Così intenso che in pochi giorni ho riacquisito un po' del senso del selvatico che un po' inevitabilmente avevo perduto vivendo in ambienti urbani e che il contatto con la natura, con la terra, la visione delle foglie secche, il contatto con l'erba e con il fango, il canto del ruscello, hanno contribuito a risvegliare. Probabilmente nel viaggio in Brasile cercherò anche posti così, in modo da poter vivere un po' di vita selvatica lontana dalla cattività degli ambienti antropici.

 
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from Marco-san

Dopo grandi dubbi decido anche io di iscrivermi al partito. È stato un autore americano, letto su una rivista, a dirmi che questa sarebbe stata la mossa migliore per ottenere un mondo migliore.

In effetti ha senso, il partito influenza e partecipa quasi ogni elezione. Non solo, al suo interno ci sono molte persone che dedicano la loro vita alla politica ed al cambiamento. Voglio far parte di un esercito di volontari che si dedicano alle istituzioni.

Foto di Greyson Joralemon su Unsplash

Mi iscrivo su internet qualche mese fa. Non ricevo nulla se non la conferma di pagamento. Sollecito l'iscrizione quando succedono fatti politici particolari. Mi spavento per come potrebbe essere la prima riunione. Penso che sarebbe una meraviglia cambiare i meccanismi dall'interno. Creare un luogo dove sia facile iscriversi, discutere, migliorare.

Vengo contattato direttamente dal segretario cittadino. Ha capito che ho avuto qualche problema ad iscrivermi, che ci sono state complicazioni logistiche, mi manda messaggi personali e personalizzati per incontrarmi. Evito l'incontro, non voglio dargli troppo spazio nella mia vita.

Oggi è la prima volta in cui ci vedremo. In cui ci presenteremo. Mio papà ha fatto politica attiva per il partito opposto, magari se ne ricordano tutti. Ho personalmente fatto a botte con uno degli ex esponenti, in gioventù. Liti giovanili, alcool. Credo fortissimamente che questo movimento possa fare un sacco di cose belle. Anzi, che le stia facendo. Trovo insopportabile che a volte sbagli. Troppo. Provo a dirmi che è solo facendo che si sbaglia, però che diritto ha di sbagliare una persona con responsabilità? Oggi arriva anche la notizia: << non abbiamo una sede, ci ritroveremo all'interno dell'auditorium dell'ospizio>>

Che paura mi può fare un manipolo di vecchietti che si trovano per progettare la rivoluzione all'interno di un ospizio? Decido di andare lo stesso. Perché anelo un luogo dove sia possibile ed organizzato il confronto. Come un posto di lavoro, un luogo in cui sia progettato non solo quello che viene fatto in modo ordinario, ma anche il flusso di discussione e di lite. Perché non ne posso più delle discussioni sul virus all'interno di una famiglia spaccata tra vaccinati e impauriti. Per pensare ad altro. Per mantenere un pezzo di novecento nella mia vita. Per poter avere il controllo, su di me, sulla mia vita.

Paura, un po' me la fa.

 
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from luciobarabesi

Settembre 13, ventiventuno.

le cose non si mettono bene, mi aspetta ancora un anno di lavoro prima che l'impianto dove lavoro venga ristrutturato e gliunga il preambolo della pensione: la cassaintegrazione. Tra speranze e aspettative che si accartocciano è sempre più valida la scelta di essere felici qui ed ora, il futuro non sarà lunghissimo, allora guardare alla pensione diventa inutile. Ma essere felici qui ed ora diventa difficilissimo .............. sono stanco e divento sempre più cattivo.

 
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from Gippo

E così l'altro giorno sono andato a farmi la terza dose di vaccino per poter aggiornare il Green Pass. Giunto al centro vaccinale non vedo molta gente, ci sono solo alcuni ragazzi e qualche ragazza. Col foglio della mia prenotazione, mi presento di fronte ad un'infermiera molto giovane e carina, con la divisa tutta rosa e una scollatura a forma di cuore al centro del petto. Sakura

Per un attimo mi chiedo se non sia una cosplayer piuttosto che un'infermiera. Lei sembra leggere le mie perplessità e mi mostra un tesserino sorridendomi, strizzando l'occhio e passandosi velocemente la punta della lingua lungo tutta l'arcata del labbro superiore. Le sorrido anch'io pure se i dubbi mi rimangono, ma solo nel subconscio. “Allora” mi dice “terza dose, giusto? Che vaccino vuole stavolta?” “Dunque” rispondo “alle prime due ho preso Pfizer che praticamente è il vaccino di Bill Gates, a questo turno lei cosa mi consiglia?” “Che ne dice di questo nuovissimo vaccino israeliano? Gli israeliani fanno sempre molto figo quando si tratta robe all'avanguardia, specie se uno pensa che il mondo sia dominato da una elite pluto-giudaico-massonica. L'esercito israeliano è una macchina da guerra micidiale. Il Krav Maga è una tecnica militare terribile e letale che pratica pure la Canalis. Il Mossad conosce tutto e tutti e influenza i maggiori eventi mondiali. Poi, a tempo perso, usano pure i golem e hanno un contatto privilegiato con Dio, che, come ci spiega Biglino, in realtà sono gli Elohim cioè gli alieni.” “No, grazie, io sono un sincero democratico e penso che gli israeliani non siano diversi da tutti gli altri stronzi che ci sono in giro nel mondo.” “Ah, ma lei è un democratico ma anche un disincantato!” replica l'infermiera, notando la crudezza del termine utilizzato per designare genericamente l'assemblea globale delle nazioni. “Da un po' di tempo a questa parte mi fido solo della scienza e dei numeri. Analizzando tutti i protocolli sanitari di tutti i vaccini esistenti al mondo, la mia scelta cadrebbe oggi sul misconosciuto vaccino del Camerun.” “Wow!” “Ho qualche dubbio sull'indipendenza dei loro analisti sanitari, anche alla luce della subdola propaganda del loro dittatore pluridecennale Paul Biya, ma chi sono io per giudicarli dopo aver visto all'opera Rocco Casalino?” “Non è certo un vaccino molto popolare...” “Credo che la sua diffusione a livello mediatico sia stata frenata soprattutto da ragioni di marketing: difatti il nome 'Bingo Bongo' non ispira di suo particolare fiducia.” “Già, è un po' come tentare di vendere negli Stati Uniti un vaccino russo chiamato 'Sputnik'!” “Ehi, questo è già stato fatto!” “Ah sì, è vero...” Restiamo per un po' in silenzio, poi l'infermiera rompe gli indugi e caccia da un frigorifero una fialetta di vaccino 'Bingo Bongo'. Quindi estrae il liquido verdastro che c'è all'interno con una siringa. Vedendomi nervoso, l'infermiera allarga un po' con la mano la scollatura a forma di cuore di modo che, sbirciandone un capezzolo, possa tranquillizzarmi. La cosa funziona, così può procedere coll'infilarmi l'ago nello spazio fra le sopracciglia, nel chakra del terzo occhio. “Ho dimenticato di dirle i possibili effetti collaterali e reazioni avverse, comunque ho visto che era abbastanza informato in merito...” “So benissimo che potrei sperimentare allucinazioni aventi come protagonista qualche divinità trickster della tradizione animista africana.” “Esatto, se accade non si preoccupi, è tutto normale.” “Certo...” “Ad ogni modo una mia amica ha fatto un vaccino pellerossa ed ha subìto la visita di una divinità trickster indiana, tale Kokopelli, associato alla fertilità, che l'ha messa incinta.” “Sono sicuro che i costi superino comunque i benefici.” “Certamente! Ora si accomodi là e attenda quindici minuti. Poi torni di nuovo qua.” “Come mai?” chiedo preoccupato. Ricordavo delle prime due dosi che dopo i quindici minuti in attesa di effetti avversi, in assenza di problemi si poteva andar via direttamente. “Sorpresa!” mi risponde l'infermiera strizzandomi di nuovo l'occhio e facendo una conturbante linguetta. Mi accomodo fiducioso. Attesi i quindici minuti di rito, torno dall'infermiera. “Qualche reazione particolare?” mi chiede lei. “Beh, non so se si è trattato di un'allucinazione, sembrava così reale... comunque lo spirito del fiume Benue mi ha portato con sè oltre le nuvole e mi ha mostrato i futuri domini del presidente Paul Biya: il Camerun governerà su tutte le nazioni del mondo!” “Ed... ecco... lo spirito del fiume Benue le ha per caso asportato la milza?” “Mio Dio, no!” “Generalmente è la prima cosa che fa quando trasporta qualcuno sopra le nuvole” “N-non lo sapevo, se lo avessi saputo...” “E' un effetto collaterale che conosciamo in pochi. Mi scusi, non gliel'ho detto perché magari ci poteva ripensare!” “Certo che ci avrei ripensato!” “Ma la milza è inutile!” “Ma che discorsi sono!” L'infermiera capisce di averla fatta grossa. Per farsi perdonare si solleva leggermente la divisa, mostrando delle mutandine semitrasparenti. Quando cambia discorso, mi sono già dimenticato tutto. “Arriviamo ora alla sorpresa!” dice tutta giuliva “Con la terza dose il Green Pass glielo aggiorniamo direttamente noi e non deve ricevere SMS nè compilare moduli online, nè stampare astrusi file pdf!” “Ma veramente non è che la cosa mi desse così tanti grattacapi...” dico un po' deluso, aspettandomi una sorpresa più piacevole. “Lei è un osso duro” ribatte chinandosi sulla mia guancia e leccandomela lascivamente. “Molto duro...” aggiunge passando una mano birichina tra le mie gambe. “O-ok, è una bellissima sopresa!” dico. Tutta sorridente mi porge un Green Pass già avvolto in una plastichina trasparente. Gli do uno sguardo volante. “Ehi, qui non c'è scritto da nessuna parte che si tratta di un certificato di vaccinazione! Anzi, la parola 'vaccino' non c'è proprio!” “Già, era proprio una brutta parola, vero? No-vax, no-vaccino, una parola divisiva...” “Si ma...” “Al suo posto c'è una definizione più congrua ed accattivante, in linea con le recenti tendenze alla gamification. Suvvia, dia un'occhiata lei stesso.” Vedo meglio il mio Green Pass e comincio a leggere ad alta voce:

Il giocatore Gippo ha acquisito un segnalino protezione virus. Un giocatore che abbia acquisito un segnalino protezione virus ha una percentuale ridotta del X% di contrarre un virus Covid e una percentuale ridotta del Y% di subire un danno critico da virus Covid, dove X ed Y sono definiti dalle recenti pubblicazioni scientifiche selezionate dal Game Master e calano ad ogni turno di un ammontare definito sempre dal Game Master. Quando X e Y raggiungono 0, il giocatore deve fare una nuova dose.

“Ma che è?! E' una fottuta carta di Magic the Gathering?!? Mi state prendendo per il...” e vorrei inveire ma l'infermiera è stranamente tutta nuda, a parte il cappellino e lo stetoscopio che continua ostinatamente a passare dal capezzolo destro al sinistro e viceversa, lamentando languidamente: “Uuuh! Che brividi!”. Dimentico quello che stavo dicendo. “Allora è d'accordo con me? Vaccino era una parola brutta. Ma soprattutto inadatta.” “Sì, inadatta, sono d'accordo” dico. Mi accompagna all'uscita, sempre nuda. Una volta tornato a casa, mi accorgo che ho un nuovo tatuaggio a forma di antilope sulla spalla destra. Dev'essere un effetto collaterale del vaccino, pardon, del “segnalino protezione virus”. Domani manderò un'e-mail all'Istituto superiore della Sanità Camerunense per consentire loro di aggiornare il protocollo sanitario. Perché sono un cittadino di grande senso civico. Già che ci sono, mi farò pure una radiografia per controllare se ho ancora la milza.

 
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from Marco-san

Cambiare la mia vita, in qualche modo, perché quella che sto vivendo non è in questo momento soddisfacente. Il casino sta nel fatto che questo argomento è piuttosto confuso. Come mai la mia vita non è soddisfacente? È solo un momento? È qualcosa di specifico? E sopratutto, è cambiato qualche cosa da quando ho deciso di cambiare la mia vita?

immagine via Coursera

La prima cosa da sistemare è un lavoro. Lavoro poco, non cresco in nessun modo. Per questo motivo mi sono iscritto a un corso su internet Non è il primo che faccio, ma sembra fatto molto bene. Forse lo recensirò, in qualche modo, da qualche parte.

Una cosa mi rende sicuro. Voglio approfittare di questa cosa pazzesca data dalla condivisione delle conoscenze. Sono sicuro anche dell'altra. A 2* anni studiare è l'unica cosa che ho imparato a fare. A cui sono stato costretto. Un classico dei traumi: tornare all'essenziale.

Veduma.

Google data analyst.

Appunti. Tutti i corsi online danno la possibilità a chi già sa di sostenere gli esercizi senza farli. Una sorta di quiz preparatorio. In una materia dove ero convinto di essere molto preparato, ho superato il 67% degli esercizi. Molti erano di concetto. Il corso mi prende bene perché devo avere almeno l'80%. È sfidante.

#lavoro

 
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from luciobarabesi

Due Settembre ventiventuno. Si sta bene in questa piccola casa a Pisciotta, sulle colline di fronte al mare, il paesaggio è pieno di olivi ed io è da ieri che mi chiedo come facciano a raccoglierle con questo terreno in pendenza .., e poi sono olivi molto alti e vecchi. Tutto è molto silenzioso e calmo di turisti pochi ormai .

 
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