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from Dispensa

Uno studio dell’Università di Bath, in Inghilterra, ha dimostrato che limitare o “abbandonare” i social network per una settimana ha effetti positivi su ansia e depressione

Avete mai provato a stare senza social network per una settimana? I ricercatori dell’Università di Bath, una città nota per le sue sorgenti calde naturali nella zona meridionale del Regno Unito, ci hanno pensato. Hanno privato più di un centinaio di persone di Facebook, Instagram, Twitter e TikTok e hanno cercato di comprenderne gli effetti. Spoiler: ansia e depressione sono diminuiti. Il team ha pubblicato i risultati su Cyberpsychology, Behavior and Social Networking, la rivista che raccoglie ricerche autorevoli sulla comprensione dell’impatto sociale, comportamentale e psicologico delle pratiche di social networking, inclusi giochi e commercio su Internet.

Secondo alcuni studi, ad aprile 2022 ci sono circa 4,65 miliardi di utenti di social media in tutto il mondo, ovvero il 58,7% della popolazione globale. Negli ultimi 12 mesi c’è stata una crescita di 326 milioni di nuovi arrivi, con ben 9 su 10 che utilizzano i social ogni mese: la crescita equivale a 10 persone nuove ogni secondo. I social che superano i 2 miliardi di utenti attivi mensili sono Facebook (con quasi 3 miliardi) e Whatsapp, seguiti da TikTok (1 miliardo). Come spiegano gli autori della ricerca, per alcuni dei 154 partecipanti tra i 18 e i 72 anni questo stop dai social ha significato liberare circa nove ore della loro settimana che solitamente spendevano scorrendo le foto di Instagram, i post di Facebook, i cinguettii di Twitter e i video di TikTok. È bastata una settimana di assenza dai social network per migliorare il livello generale di benessere di questi individui, oltre a ridurre i sintomi di ansia e depressione.

Sono stati assegnati a due gruppi: in uno dovevano limitare l’uso dei social a 21 minuti complessivi in 7 giorni, nell’altro dovevano utilizzarli con una media di 8 ore a settimana. All’inizio e alla fine dello studio sono stati registrati dei punteggi relativi ad ansia, depressione e benessere. Sulla scala del benessere mentale di Warwick-Edinburgh, il punteggio di chi aveva limitato e quasi tolgo i social è salito da una media di 46 a 55,93. I livelli di depressione, poi, sono scesi da 7,46 a 4,84 nel Patient Health Questionnaire-8. Il ricercatore capo del Dipartimento per la salute di Bath, il dottor Jeffrey Lambert, ha spiegato che «scorrere i social media è così automatico che molti di noi lo fanno quasi senza pensare, dal momento in cui ci svegliamo a quando chiudiamo gli occhi di notte».

Lambert e i suoi colleghi volevano capire se una semplice settimana avrebbe potuto fare la differenza, e «molti dei nostri partecipanti hanno riportato effetti positivi dalla pausa dai social media con un miglioramento dell’umore e meno ansia in generale. Questo suggerisce che anche solo un piccolo stop può avere un impatto». Potrebbe essere un passo avanti nello studio del rapporto tra social media e salute mentale: i ricercatori ora vorrebbero seguire le persone per più di una settimana, per vedere se i benefici durano nel tempo. Se così fosse, in futuro questo approccio potrebbe essere utilizzato per aiutare a gestire clinicamente ansia e depressione.

Fonte: https://www.lasvolta.it #Disocial

 
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from Solarpunk Reflections

[🇬🇧 BELOW]

La scorsa settimana si è conclusa una conferenza di fisica teorica incentrata sui superfluidi, esattamente il fulcro del mio dottorato. Avrebbe dovuto essere la conferenza più interessante alla quale io abbia partecipato, eppure nel corso dei giorni ho realizzato che non sarebbe stato così.

Il luogo della conferenza incarnava puntualmente i problemi che sto per esporre: un hotel di ottima qualità in cima alla collina, distaccato dal paesino ai suoi piedi e accessibile solo in macchina o tramite una ripida salita. Così è la fisica attuale: completamente avulsa, incomunicabile e per questo incomprensibile.

Il cursus academicum

La carriera accademica prevede una serie di tappe molto rigide, non differenti dal cursus honorum latino, senza le quali è impossibile ricevere una posizione fissa in università rilevanti. Si inizia con la la laurea magistrale, senza la quale è impossibile accedere al dottorato; quest’ultimo è a sua volta un requisito imprescindibile per accedere ai post-doc, i famosi assegni di ricerca precari. Il nucleo di tutti i problemi risiede in questa serie di colli di bottiglia.

Non solo è quasi impossibile completare questo percorso nello stesso ateneo o nella stessa città, ma gli spostamenti da un paese all’altro e anche da un argomento all’altro sono fortemente incoraggiati dai professori e dalle istituzioni, citando allargamenti di orizzonti e accumulo di esperienza. Questo promuove una cultura spietatamente competitiva che, sotto la maschera della collaborazione con gruppi nuovi e vecchi, nasconde l’obiettivo cardine del successo a qualunque costo, della caccia senza scrupoli al prossimo assegno e poi alla cattedra da difendere con le unghie e con i denti.

Il reale effetto di questa struttura, contemporaneamente ordinata nella sua sequenzialità e caotica nei movimenti che impone, è che lå scienziatå viene costantemente e forzatamente sradicatå dal contesto locale della sua città e del suo gruppo di ricerca. Rende più arduo costruire legami collaborativi con altri esperti o banalmente stringere amicizie e imparare la lingua locale. Esperienza che ho provato sulla mia pelle e che ha disintegrato ogni aspetto della vita sociale che avevo costruito durante gli anni di università.

Per le donne è ancora più complicato: il dover saltare di assegno in assegno ogni due o tre anni rende la scelta di una gravidanza quasi impossibile, e questo ha l’effetto di autoselezionare le donne che decidono di dedicare meno tempo alla propria famiglia o non averla affatto. Come in molti altri sistemi, il cursus academicum è pensato da uomini e per uomini, e nonostante tutte le “soluzioni” per le donne nella scienza che i vari atenei stanno cercando di perseguire, nessuna risolve veramente il nodo dei trasferimenti forzati.

Scienza e comunità

Negli ultimi decenni, i progressi scientifici (non solo in fisica) sono stati più frequenti e significativi che in qualsiasi altro periodo storico, eppure in contemporanea la sfiducia verso la scienza e i suoi esperti è in continua crescita, tra novax e negazionisti climatici. È così sorprendente, alla luce del fatto che lå scienziatå è sistematicamente estromesso da qualsiasi comunità che non sia strettamente scientifica? Lå scienziatå viene relegatå a un ruolo puramente tecnico e quasi mai sociale (informare i cittadini, partecipare al dibattito pubblico, raccontare storie) o politico (nella creazione di programmi dei partiti o nei movimenti culturali). In questo modo si innesca il circolo vizioso che sempre di più porta la professione scientifica a essere vista, sia da scienziati che da non-scienziati, come fine a se stessa, slegata dal mondo reale e senza possibili applicazioni utili. In cima alla collina, lontana dal paese.

E a questo punto che mi chiedo, da quasi-scienziato: per chi è questa scienza? Come possiamo restituire la scienza alle comunità e riattivare la partecipazione scientifica in modo che la professione diventi attiva e proficua per tutti, e non solo per una cerchia ristretta di esperti?

—– 🇬🇧 ENGLISH 🇬🇧 —-

Last week I took part in a conference on theoretical physics, specifically about superfluids, the core of my current doctoral studies. It should’ve been the most interesting conference I’d ever been to, yet as the days went on I realized it wasn’t meant to be.

The place itself closely embodied the issues I’m about to discuss: a good quality hotel on top of a hill, secluded from the town at its feet and only accessible by car or through a steep uphill. Such is current physics: completely detached, uncommunicable and therefore incomprehensible.

The cursus academicum

To embark the scientific career, one is expected to go through a very rigid set of steps, not unlike the ancient cursus honorum of Latin times. Skipping one of these steps makes it almost impossible to reach a stable teaching position in a university. It begins with masters’, a requisite to access PhD positions; the latter is again a requisite to apply for post-docs, the infamous temporary research grants. The core of all issues resides in this series of bottlenecks.

Not only it’s almost impossible to complete this path in the same institution (or even in the same city), but on top of that moving from country to country and even from topic to topic are heavily encouraged by professors and evaluation committees, mentioning broadening horizons and experience in various branches. This promotes a ruthlessly competitive culture that, under the veneer of cooperation with new and old groups, hides the main goal of success at all costs, of hunting the next grant and so on until one lands a teaching position.

The real effect of this structure, at the same time ordered in its sequentiality and chaotic in the movements it requires, is that the scientist is constantly and forcibly eradicated from the local environment of their city and research group. It makes it unnecessarily harder to form cooperative bonds with other experts or even just making new friends and learning the local language. This experience is one I’ve had on my skin and it vaporized every aspect of the social life I had built through my university years.

Women have it even harder: jumping from grant to grant every two or three years makes the choice of childbearing almost impossible, and this has the effect of self-selecting the women that end up choosing to dedicate less time to their family or to have none at all. As in many other systems, the cursus academicum is thought and planned by men and for men. Despite all the “solutions” for women in STEM that many departments are chasing, none really addresses the core issues of forced relocations.

Science and community

In the last decades, scientific progresses (not only in physics) have been more frequent and impactful than in any other age. Yet at the same time mistrust towards science and its experts is constantly rising, among novax and climate deniers. Is it surprising, considering that scientists are systematically ejected out of whatever community that is not strictly scientific? The scientist is relegated by design to a purely technical role and devoided of social (informing citizens, taking part in public debates, telling stories) and political (creating party programs or cultural movements) agency. This triggers the vicious circle that brings scientific professions to be seen, by both scientists and non-scientists, as selfish, detached from the ordinary world and with no useful applications. On top of the hill, far away from the town.

This is where I ask myself, as a quasi-scientist: for whom is this science? How can we give science back to the communities and reactivate scientific participation by both citizens and scientists, so that the profession becomes active and prolific for everyone and not for a tight circle of experts?

 
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from Margini

colonna sonora del secondo episodio: Deep Purple, Perfect Strangers

Insomma, la storia è questa. C’è questo tizio, Marco, grossomodo mio coetaneo, di vista ci conosciamo dai tempi della scuola, ma l’amicizia è saltata fuori molto dopo, forse perché all’epoca bazzicavamo giri diversi. Lui pure ha mantenuto una certa aria di maledettismo d’antan, il che ci rende in qualche modo affini. Anzi: suona la chitarra, e io, accidenti, non ho mai imparato, quindi lo invidio tantissimo. Ha pure una sua band, più o meno dai tempi del liceo, non voglio dire longeva come gli Stones, ma ci provano. D’estate fanno qualche data nei locali della zona, e hanno pure il loro fedele seguito di fan altrettanto stagionati. Anche lui indossa braccialetti di cuoio e perline ai polsi, in più alle dita sfoggia una notevole collezione di grossi, improbabili anelli metallici stile rocker: e non dimentichiamo l’orecchino d’ordinanza, il capello un po’ incolto, e qualche tatuaggio strategico. Secondo copione, fa il personaggio su facebook, e ha il suo nutrito seguito locale. È un affabulatore di razza, lo ammetto. Se, dopotutto, io sono una donna simpatica, lui lo è altrettanto, anzi di più. Avere una band aiuta, ovvio. Ma di mestiere fa il commercialista, figurarsi, ha famiglia, due figlioli, tre gatti (uno più di me!), un cane e una graziosa villetta a schiera a due piani più tavernetta e giardino. Come ci si poteva aspettare, ci si mette di mezzo appunto il dannato facebook, oramai il social degli anziani, e scopriamo di avere un mucchio di roba in comune: a parte la divisa da incrollabili ragazzi anni Settanta, (giovani dentro, ma boomer loro malgrado), musica, film, romanzi, persino le preferenze politiche per quel che valgono oggi, e paccottiglia varia.

Taglio corto: Marco annusa l’occasione e monta la trappola. Mica è uno rozzo. Procede a piccoli passi, lenti e misurati. Ci scambiamo pubblicamente like, cuoricini, sticker, meme. E quando siamo in vena persino qualche commento intelligente. Poi passiamo ai messaggi in privato, ma per il momento sono ispirati ad un sano cameratismo senza sottintesi, niente di compromettente: più che altro prendiamo per il culo i nostri comuni conoscenti. Facciamo un po’ i bulli, i politicamente scorretti, beninteso in segreto. Si parla male di questo o di quello, si fa un po’ di gossip, a volte attuale, a volte storico, per così dire, qualche frecciata salace, qualche aneddoto di quelli maliziosi, quelli che animano di solito la pigra routine sessualmente repressa della provincia. Mi mette al corrente, chi va a letto con chi, chi lascia, chi tiene e chi perdona, chi piange e chi ride, e io ne sono ben contenta: fra gatte e lavoro, avevo un po’ smarrito il polso della situazione, ma la mia antica vocazione al pettegolezzo riemerge in tutto il suo splendore. Ci facciamo insieme sane risate notturne alle spalle degli altri, per quanto online, fino alle ore piccole.

Si va avanti così per qualche settimana. Per me è solo un amico, intendiamoci, un caro amico recuperato da un passato remoto nel quale ci eravamo incrociati abbastanza distrattamente. Vado pure a vedere qualche concerto della sua band, mi bevo uno spritz in compagnia, incontro un po’ di gente, compresa la sua compagna che, a dirla tutta, è molto molto più appetibile della sottoscritta. Per cui non temo, non mi viene nemmeno in mente. Io non sono granché, mi vesto male, mi curo poco: sono una donna simpatica, l’ho detto, ma la seduzione non so nemmeno dove sta. Mai saputo. Non sono stupida, lo so che lui è un piacione, uno sciupafemmine, ma proprio non mi accorgo di essere nel mirino.

«Faccio un gruppo facebook dedicato alla musica, ci stai ad amministrarlo con me?» Dio santo, sì, grazie per la stima, sarò all’altezza? E avanti così. (continua)

https://www.youtube.com/watch?v=gZ_kez7WVUU

 
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from ⓔⓢⓢⓔⓑⓘ

È solo questione di tempi, e la relativa azione nasce dall’essere presente, sul pezzo, nel non lasciar andare ciò che reputiamo davvero importante…  Nessuno si sbatte l’anima per qualcosa di cui non sia veramente convinto che valga la pena farlo… Perché è tutto relativo… L’assoluto, il “mai” e il “per sempre” sono solo nostre “cornici” alla realtà, per non smarrirsi davanti al Tutto, all’Infinito, all’Universo…  Ma nulla è mai e niente è per sempre… Tutto scorre, e scorrendo muta… questa l’insondabile, eterna Legge del Logos, del viaggio della Vita…

#DintorniSB #ScrittiSB #PensieriSB #RiflessioniSB

 
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from Nonsolobotte

Riporto qui di seguito l’intervento del giornalista di economia e autore tedesco Ernst Wolff tenuto durante il WEFF (non WEF!) di Davos nell’agosto del 2021. Potete trovare l’estratto, video o trascritto, su diversi canali web, ma infarcito di pubblicità e banner; ho scelto di riportarlo qui proprio per evitare questo genere di “interferenze”. Ho inoltre aggiunto [tra parentesi nell’articolo] dei link che potrete consultare e un elenco di fonti alla fine.

La conferenza di Ernst Wolff (esperto finanziario) al “WEFF” di Davos (ovvero il WEF alternativo) conclusosi a fine agosto, demistifica l’affare coronavirus dalla A alla Z, smaschera chi c’è dietro e mostra in dettaglio in che direzione dovrebbe andare il viaggio di tutti noi. Infine, descrive nella sua conclusione perché “Loro” falliranno e cosa possiamo fare per salvare l’umanità dalla tirannia totale e dalla schiavitù. Qui il discorso di Ernst Wolff È meglio che cominci subito, in modo da fare buon uso del tempo! Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt disse una volta che nulla in politica accade per caso. Se succede qualcosa, potete scommettere che è stato pianificato esattamente allo stesso modo.

Quando si guarda a quello che è successo nell’ultimo anno e mezzo, questa frase sembra particolarmente spaventosa. Può davvero essere che tutto quello che abbiamo vissuto sia stato pianificato? Lasciatemi dire subito una cosa: non posso fornire alcuna prova definitiva di un tale piano, per esempio sotto forma di documenti verificati. Ma dopo 18 mesi di studio approfondito su questo argomento, devo dire che c’è un numero schiacciante di segni e indicazioni proprio in questa direzione. È di questi e delle loro implicazioni che vorrei parlare oggi.

La situazione in cui ci troviamo attualmente è senza precedenti nella storia dell’umanità. Mai prima d’ora il mondo intero è stato sottoposto a un tale regime globale di coercizione come nella nostra epoca. E mai prima d’ora sono state prese così tante misure che a prima vista sembrano così incomprensibili, in parte così insensate e in molti casi così contraddittorie.

Ufficialmente, stiamo affrontando la più grave crisi sanitaria a memoria d’uomo. Ma le misure che sono state prese contro di essa non hanno migliorato la situazione, bensì l’hanno continuamente peggiorata. Qualsiasi medico può confermare che oggi lo stato di salute delle persone, la maggior parte delle persone, è peggiore di quello che era prima della crisi. E anche dal punto di vista di chi ha ordinato queste misure, siamo di fronte a un disastro. La presunta minaccia di una quarta ondata e l’annuncio della necessità di una terza, quarta e quinta vaccinazione, dimostrano che le misure adottate finora hanno completamente fallito nel contenere la malattia.

Ma questo non è tutto. A causa delle chiusure, stiamo affrontando una grave crisi economica globale. La produzione è sospesa in tutto il mondo. La logistica è fuori uso, le catene di rifornimento sono rotte, abbiamo a che fare con fallimenti dei raccolti, carenze di cibo, e in cima a questo, una carenza di semiconduttori che sono vitali per gran parte dell’economia. Ma anche in questo settore, vediamo che i problemi non vengono affrontati e risolti, ma piuttosto aumentati e ingigantiti dalla promulgazione di ulteriori misure e dalla costante minaccia di nuove restrizioni. L’ultimo esempio: in Cina, un terminal portuale, il terzo porto merci più grande del mondo, è stato chiuso a causa di un singolo test positivo tra i lavoratori portuali. O la Nuova Zelanda: in Nuova Zelanda la settimana scorsa, 5 milioni di persone sono state seriamente messe in isolamento per tre giorni perché un singolo 58enne è risultato positivo [https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/08/25/nuova-zelanda-in-lockdown-dopo-un-solo-positivo-al-covid-servira-ad-accelerare-la-campagna-vaccinale/6297000/].

Un’altra crisi colpisce la classe media, che crea di gran lunga il maggior numero di posti di lavoro in tutto il mondo e che sopporta anche il più alto carico fiscale. La classe media viene schiacciata ogni settimana di più dall’incessante incertezza e da regolamenti sempre nuovi, e non è mai stata in una crisi così profonda come in questo momento.

Ma anche questo non è tutto. Attualmente stiamo vivendo un enorme aumento dell’inflazione in tutto il mondo, specialmente nelle materie prime, nei prezzi alla produzione e nel cibo. Ma anche qui non c’è contromisura, anzi. L’eccesso di denaro continua e si sta addirittura intensificando. Gli Stati e le banche centrali hanno iniettato quasi 20 trilioni di dollari nel ciclo monetario globale dall’inizio della crisi, senza una fine in vista. E il Fondo Monetario Internazionale, cioè la più potente organizzazione finanziaria del mondo, emetterà 650 miliardi lunedì prossimo, la più grande quantità di sempre della propria valuta di Diritti Speciali di Prelievo [https://finanza.lastampa.it/News/2021/08/23/fmi-georgieva-in-vigore-emissione-dsp-da-650-miliardi-di-dollari/MTI1XzIwMjEtMDgtMjNfVExC].

E la situazione sociale non è migliore. Solo un esempio! Negli Stati Uniti, il paese economicamente più forte del mondo, quasi 4 milioni di persone sono minacciate di sfratto perché non possono pagare l’affitto o pagare il mutuo. E più di dieci volte tanto non sono in grado di mantenersi con il proprio reddito negli Stati Uniti… ricordate, il paese più ricco del mondo.

E quello che non hanno ottenuto deliberatamente rompendo l’economia e alimentando l’inflazione, l’hanno ottenuto i politici. Una divisione trasversale della popolazione come non si era mai vista prima. E ora, per coronare il tutto, c’è il cambio di potere in Afghanistan, voluto dagli USA. Lì, i talebani sono stati lasciati, deliberatamente, con materiale militare del valore di 20 miliardi di dollari, una forza aerea completa e 11 basi aeree, il che è assolutamente certo di scatenare la prossima enorme ondata di rifugiati.

Perché ci si chiede, perché in tutto il mondo si prendono misure che provocano un disastro dopo l’altro, trascinando la maggior parte delle persone sempre più a fondo nell’abisso, invece di farle uscire dalla loro miseria. Per rispondere a questa domanda, bisogna porre altre due domande. Vale a dire: chi ha interesse in questa Agenda globale e chi ne beneficia?

La risposta a entrambe le domande è chiara! Il più grande profittatore della crisi attuale e la mente più importante dietro le quinte, è il complesso digitale-finanziario. In altre parole, una sorta di comunità d’interesse guidata dalle più grandi aziende informatiche e dai più grandi gestori di patrimoni del nostro tempo. Le più grandi aziende IT includono Apple, Alphabet, la società madre di Google, Amazon, Microsoft e Facebook. Il valore del mercato azionario di queste cinque aziende da solo è attualmente un impressionante 9,1 trilioni di dollari. Per fare un confronto, il PIL combinato di Germania, Francia e Italia è di 8,6 trilioni di dollari.

Oltre a queste società digitali, ci sono anche i grandi gestori patrimoniali, cioè Blackrock, Vangard, State Street e Fidelity. Tutti loro hanno partecipazioni significative in tutte le aziende IT e non solo. Questi 4 da soli gestiscono attualmente un totale di 22,6 trilioni di dollari. Sempre per fare un confronto, il prodotto interno lordo di tutti i 28 stati dell’Unione Europea era di 15,7 trilioni di dollari l’anno scorso.

Ma non è solo l’immenso potere finanziario di queste aziende che rende il complesso finanziario digitale così potente. Prendiamo prima le società di informatica. Non solo esse hanno un enorme potere di mercato, ma controllano anche altre 100.000 aziende, perché organizzano la loro digitalizzazione e quindi hanno una visione costante del loro flusso di dati. L’industria informatica non è altro che un “tumore”, che negli ultimi anni si è metastatizzato in tutti i settori dell’economia, li ha resi dipendenti da sé e ora li domina completamente.

E non è diverso con le società di gestione patrimoniale. Hanno una partecipazione in ogni grande azienda del mondo e sono in grado di spostare qualsiasi mercato del mondo in qualsiasi direzione. Il più grande di loro, Blackrock, ha il più grande deposito di informazioni finanziarie che il mondo abbia mai visto, con il suo sistema di analisi dei dati “Aladin”, che ha più di 40 anni. E Blackrock usa questa conoscenza in background per consigliare le più grandi banche centrali del mondo, cioè la Federal Reserve e la BCE. Con l’enorme vantaggio informativo che Blackrock ha in questo modo, dovrebbe essere piuttosto chiaro “chi dipende da chi”.

Quindi abbiamo a che fare con una miscela storicamente unica di potere finanziario concentrato e il potere di disporre di un pool di dati inimmaginabilmente enorme. Dall’inizio della crisi, questa combinazione ha dato alle aziende una spinta come non mai. E non solo, questa ripresa è in continua accelerazione. Solo nell’ultimo trimestre – aprile/giugno 2021 – queste società hanno registrato i più alti profitti di tutta la loro storia.

Dati questi fatti, non ci vuole molta immaginazione per concludere che il complesso finanziario digitale è il centro di potere globale attorno al quale tutto ruota. Il complesso finanziario digitale sta molto al di sopra di tutti i governi ed è in grado di mettere in ginocchio qualsiasi gabinetto del mondo e renderlo conforme in qualsiasi momento. Tuttavia, ci si deve interrogare ancora di più sui metodi con cui il complesso digitale-finanziario sta lavorando dall’inizio della crisi attuale, perché sembra quasi che stia minando il sistema stesso da cui esso stesso trae profitto.

Solo alcuni esempi. Se il complesso digitale-finanziario distrugge la classe media, allora sta effettivamente distruggendo il suo stesso sostentamento, perché, come abbiamo appena sentito, la classe media paga più tasse e crea più posti di lavoro. E se poi alimenta l’inflazione, allora danneggia anche se stesso.

E se distrugge la pace sociale facendo esplodere la disuguaglianza sociale, allora distrugge anche il terreno su cui fa affari. Tutte queste sono obiezioni giustificate, ma mancano di realtà. La realtà è questa: Il complesso digitale-finanziario non ha altra scelta che fare quello che sta facendo attualmente. Quello a cui stiamo assistendo non è un programma a tavolino per acquisire ancora più soldi e potere e poi godersi i frutti del proprio lavoro in pace.

Quello a cui stiamo assistendo è un gigantesco atto di disperazione, probabilmente il più grande mai visto in tutta la storia dell’umanità. Questo atto di disperazione ha la sua causa nel fatto che il sistema a cui il complesso digitale-finanziario deve la sua esistenza non può più essere tenuto in vita con i mezzi disponibili fino ad oggi.

Era già vicino alla sua fine nella crisi finanziaria mondiale del 2007/2008. Se i governi non avessero mobilitato enormi quantità di denaro dei contribuenti in quel momento e incaricato le banche centrali di creare enormi quantità di denaro dal nulla, il sistema sarebbe già crollato allora. Tuttavia, il salvataggio era solo temporaneo. La massa monetaria dovette essere continuamente aumentata per dodici anni e i tassi d’interesse dovettero essere abbassati di volta in volta, rendendo così il sistema sempre più instabile. Tutto questo non potrebbe andare bene a lungo termine.

E l’anno scorso era arrivato il momento. Nel marzo 2020, il prossimo crollo si profila. E questo crollo è stato rinviato per l’ultima volta da un’ultima dimostrazione di forza, cioè l’abbassamento dei tassi d’interesse a zero e l’iniezione di trilioni invece di miliardi. Ma questo ha creato una situazione qualitativamente nuova. Un altro rinvio richiederebbe una riduzione dei tassi d’interesse nella fascia del meno e quindi distruggerebbe la base del sistema bancario esistente. Le banche non possono vivere con tassi d’interesse negativi nel lungo periodo. Questo significa che non ci sarà un ulteriore rinvio con i mezzi utilizzati finora. Il massimo che si può fare nella situazione attuale è alimentare 1x trilioni e trilioni in più nel sistema, ma con la conseguenza che l’inflazione, che è già in forte aumento, sarà ulteriormente alimentata e trasformata in iperinflazione.

La situazione in cui si trova il complesso digitale-finanziario è quindi l’alternativa del collasso finanziario da una parte e dell’iperinflazione dall’altra, cioè la completa svalutazione del denaro. Questo significa che siamo storicamente arrivati a un punto in cui il complesso digitale-finanziario, nel quadro del sistema esistente, ha solo la scelta tra 2 diverse forme di collasso.

Ovviamente, in questa situazione, è stata presa una decisione per un nuovo sistema e per la sua installazione con una doppia strategia. Da un lato, un nuovo sistema viene preparato sullo sfondo, lontano dagli occhi del pubblico. E dall’altra parte, stanno contemporaneamente usando la fase finale dell’attuale sistema moribondo per saccheggiarlo con ogni trucco. Questo è esattamente quello che stiamo vivendo dallo scorso marzo. La distruzione deliberata e consapevole dell’economia mondiale al solo scopo di auto-arricchimento da parte del complesso digitale-finanziario, con la simultanea preparazione di un nuovo sistema da parte delle banche centrali in collaborazione con le corporazioni informatiche.

E sappiamo già come sarà questo nuovo sistema. È la completa abolizione del contante e delle banche nella loro forma precedente e l’introduzione del denaro digitale della banca centrale. L’obiettivo finale è che ognuno di noi avrà un solo conto attraverso il quale tutte le transazioni avranno luogo, e questo conto non sarà più con una banca commerciale, ma con la banca centrale.

Lo sfondo di questo piano è il seguente: il denaro digitale delle banche centrali è programmabile e poiché le banche centrali possono creare denaro illimitato dal nulla, sarebbe effettivamente possibile introdurre tassi di interesse negativi in questo modo senza distruggere il sistema.

Ma questa è tutt’altro che l’unica proprietà che il denaro digitale delle banche centrali possiede. Permetterebbe allo Stato di monitorare tutte le transazioni, assegnarci diverse aliquote fiscali e imporci sanzioni individuali. Lo Stato potrebbe legare parzialmente il denaro a una data di scadenza e potrebbe obbligarci a spendere certe somme entro certi periodi di tempo. Ma potrebbe anche stanziare il denaro e imporci di spendere certi importi solo per certi beni o in certe regioni. Soprattutto, però, lo Stato sarebbe in grado di escludere ognuno di noi da tutti i flussi di pagamento con un semplice clic del mouse, tagliare ciascuno di noi da tutti i flussi di pagamento con un semplice clic del mouse, eliminandoci così finanziariamente.

Il denaro digitale della banca centrale sarebbe il meccanismo di controllo sociale più efficace che sia esistito nella storia dell’umanità. E così, niente di più e niente di meno che il completamento di una dittatura onnicomprensiva realizzata attraverso il denaro. Tuttavia, il tutto ha un’enorme incognita, cioè la resistenza prevista della popolazione. Si può supporre che una gran parte della gente non accetterà questa forma di privazione di ogni diritto, il che significa che l’introduzione del denaro digitale della banca centrale porterebbe a grandi disordini sociali.

Ed è proprio questo problema che ha ovviamente dato al complesso finanziario digitale l’idea di invertire il processo di introduzione di questo denaro. Cioè, non introdurre gradualmente il denaro digitale della banca centrale e rischiare una grande resistenza, ma il contrario. Gettare la società nel caos per presentare il denaro digitale della banca centrale come la soluzione a tutti i problemi, sotto forma di “Reddito di base universale”.

Per coloro che pensano che questa sia una teoria del complotto inventata di sana pianta, raccomanderei di dare un’altra occhiata da vicino a ciò che abbiamo vissuto negli ultimi 18 mesi. Con il pretesto di combattere una malattia, sono stati fatti danni devastanti e irreparabili alla salute, all’economia e alle finanze, di cui finora abbiamo solo cominciato a sentire tutti gli effetti. Allo stesso tempo, però, si lavora giorno dopo giorno per aumentare questo danno. Allo stesso tempo, il divario sociale viene sistematicamente approfondito creando nuovi cunei tra le persone. Tutto questo ci sta portando intenzionalmente in una sola direzione, disordini sociali fino alla guerra civile, e questo in tutto il mondo.

E secondo tutte le informazioni a mia disposizione, questo è precisamente ciò che si intende. Attualmente stiamo assistendo al tentativo di creare il massimo caos sociale possibile con tutti i mezzi possibili, per poi, al culmine di questo caos, proporre una panacea chiamata Reddito di Base Universale e trasformare così il massimo caos nel massimo controllo.

C’è, tra l’altro, una seconda ragione per cui il Reddito di Base Universale deve arrivare, dal punto di vista dei potenti. Siamo nel mezzo della “Quarta rivoluzione industriale” e nel periodo a venire vedremo la perdita di milioni e milioni di posti di lavoro attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale. In altre parole, milioni di consumatori saranno eliminati e la domanda di beni di consumo crollerà. E poiché l’attuale sistema economico è guidato dal consumo, per mantenerlo in vita bisogna interrompere questa spirale negativa. E l’unico modo per farlo è dare soldi ai consumatori disoccupati, anche senza lavoro.

Così vediamo che quello che abbiamo vissuto negli ultimi 18 mesi e quello che stiamo vivendo attualmente è tutto in linea con un piano ben preciso. E questo piano è: Smantellare il sistema attuale a beneficio dell’élite, creare il massimo caos economico e sociale e stabilire un nuovo sistema con il pretesto di voler fornire aiuti umanitari. Questo piano, tra l’altro, può essere letto anche nei due libri “The Fourth Industrial Revolution” e “The Great Reset” di Klaus Schwab, fondatore e attuale direttore esecutivo del World Economic Forum (WEF) che gioca un ruolo chiave nell’intera agenda.

Negli ultimi 50 anni, il WEF è riuscito a diventare uno dei più importanti centri di controllo del complesso digitale-finanziario. Mettendo in rete prima i dirigenti d’azienda, poi anche i politici e ancora più tardi i professionisti dei media, l’alta nobiltà e le celebrità, e negli anni novanta sottoponendoli inoltre a una formazione mirata. Ora sappiamo che dal 1992 i “Global Leaders of Tomorrow”, e dal 2005 i “Young Global Leaders”, sono stati sottoposti a una formazione sistematica e sempre più approfondita da parte del WEF e che queste sono proprio le persone che attualmente hanno in mano le leve del potere.

Che si tratti di Bill Gates, Jeff Bezos o Jack Ma del settore informatico, che si tratti del capo di Blackrock Larry Fink, del capo del FMI Kristalina Georgieva, o dell’ex capo della Banca d’Inghilterra Mark Carney del settore finanziario, o che si tratti di Emanuel Macron, Sebastian Kurz o Angela Merkel della politica, sono stati tutti formati dal WEF o fanno parte dei suoi comitati esecutivi. E questi sono solo alcuni dei 1.300 membri di questa élite di dirigenti strettamente collegati in rete che tirano i fili in tutto il mondo. Dal 2012, sono stati raggiunti da 10.000 under 30, i cosiddetti “Global Chapers”, che sono stati anche riuniti dal WEF ed esercitano un’influenza sul corso del mondo nel senso voluto da questi potenti.

E chiunque voglia sapere come dovrebbe essere questo corso dovrebbe dare un’occhiata alle opere del fondatore del WEF, Klaus Schwab. E se a questo punto non credete ancora che tutto quello che stiamo vivendo e abbiamo vissuto stia seguendo un piano, dovreste dare un’occhiata alla data di pubblicazione del **libro di Klaus Schwab, “The Great Reset”. Il libro viene pubblicato il 9 luglio 2020, meno di quattro mesi dopo il blocco globale e in esso ci sono già istruzioni precise su come utilizzare il Covid 19 per, nelle parole di Schwab, distruggere creativamente il mondo e costruirne uno nuovo, con l’immagine dell’uomo che dipinge e che ricorda i giorni più bui del nazismo.

Lo so, il tutto suona terrificante, come un’apocalisse preparata con cura. E in effetti, l’agenda che viene perseguita qui è ovviamente non solo pianificata, ma anche difficile da battere in termini di cattiveria e subdolità. Chi avrebbe mai sospettato che l’economia mondiale sarebbe crollata con il pretesto di proteggere la gente dagli effetti di una malattia. Che la libertà di viaggio, la libertà di riunione e la libertà di parola, di espressione della gente sarebbe stata tolta, e che più di 100 milioni di persone sarebbero state condannate a morire di fame, presumibilmente per la protezione della loro salute.

E chi avrebbe mai pensato che un palese eugenista di nome Klaus Schwab sarebbe stato messo nella posizione non solo di diffondere la sua orribile visione della fusione umana con l’intelligenza artificiale in tutto il mondo, ma di farla promuovere da decine di migliaia di aiutanti. Questi sono tutti sviluppi profondamente inquietanti che stiamo vivendo attualmente e di cui tutti dobbiamo soffrire, e i cui dettagli devono far scorrere il sangue freddo nelle vene di ogni normale essere umano pensante e con sentimenti normali. Ma, ora vengo al messaggio più importante che devo dare oggi!

C’è un altro lato in tutto questo, un lato completamente diverso, e soprattutto un lato che dovrebbe dare a tutti noi una spinta enorme e molta forza per i compiti che ci aspettano! Il piano dell’élite e le visioni di Klaus Schwab sono destinati a fallire per diverse ragioni!

La ragione più importante è che la narrazione del virus mortale che rappresenta una minaccia esistenziale per l’umanità non può essere sostenuta a lungo termine. Stiamo già vedendo come l’edificio di menzogne della sinistra e della destra sta crollando e come, per legittimarlo, si ricorre ad argomenti sempre più assurdi e a diffamazioni sempre più furiose.

È importante rendersi conto che la veemenza attualmente mostrata dai media non è un segno della loro forza, ma della loro debolezza. Coloro che diffondono menzogne sempre più grottesche – come quella del proseguimento della pandemia a causa dei non vaccinati – che dichiarano che le persone sane siano il fattore di rischio numero uno nella società, e che bloccano interi paesi a causa di singoli casi di malattia o test, lo fanno solo perché non hanno più argomenti e, nella loro disperazione, si scagliano alla cieca.

Abraham Lincoln una volta disse che si può mentire a una parte del popolo per tutto il tempo, e a tutto il popolo per una parte del tempo. Ma non si può mentire sempre a tutto il popolo. Questo è esattamente ciò che sta accadendo nel nostro tempo. E questo, naturalmente, ha un significato immenso per noi! Perché, ironicamente, apre quello che Klaus Schwab chiama la “Finestra delle Opportunità”, ma nella dinamica esattamente opposta.

Perché, man mano che la narrazione si disintegra, la credibilità di coloro che ci hanno condotto in questa situazione viene ulteriormente minata giorno dopo giorno. E quindi per tutti noi, si sta aprendo una finestra unica di opportunità per una massiccia e completa campagna di risveglio e illuminazione. Le condizioni oggettive per educare la gente sui reali retroscena della presunta pandemia, sui reali equilibri di potere nel mondo e sulle reali minacce che stiamo affrontando non sono mai state migliori. E migliorano di giorno in giorno, perché l’altra parte deve impegnarsi in bugie sempre meno plausibili.

E anche se il complesso digitale-finanziario dovesse riuscire a introdurre la nuova moneta, non sarebbe nemmeno la fine del mondo. Dopo tutto, il denaro digitale della banca centrale può funzionare solo sulla base di un sistema coercitivo completo. Si dovranno introdurre sempre nuovi controlli sui prezzi, aumentare costantemente il reddito di base universale e generare con la forza un’inflazione permanente, che a sua volta porterà a un continuo impoverimento della popolazione e a un costante conflitto con lo stato e le autorità.

Quello che dobbiamo sapere è questo: Senza dubbio stiamo affrontando tempi turbolenti e pericolosi, ma abbiamo una carta vincente storica. Inoltre, l’altra parte non agisce secondo le regole della ragione, ma per motivi come l’avidità e il desiderio di potere. E quindi non possono fare a meno di cacciarsi sempre più nei guai.

Questo è esattamente ciò che dovremmo usare e tenere a mente – l’altra parte può avere più soldi, più possedimenti e, inoltre, tutte le armi del mondo, ma il suo potere non si basa né sui suoi soldi, né sui suoi possedimenti, né sulle sue armi, ma unicamente su un fattore, e questo è l’ignoranza della maggioranza delle persone, e il fatto che la maggioranza non vede il gioco che questa esigua minoranza sta facendo con loro. Per quanto sia terribile tutto ciò che il complesso digitale-finanziario e i suoi complici hanno fatto negli ultimi 18 mesi e stanno ancora facendo, esso si è messo in una situazione dalla quale non può più uscire e nella quale, nella sua disperazione, deve superare sempre più linee rosse.

Per tutti noi, questo significa che dovremmo semplicemente mantenere la calma in questa situazione eccezionale, smascherare costantemente tutte le menzogne e mostrare così alla gente un po’ alla volta perché e da chi è stata ingannata. Se lo facciamo, e se ricordiamo la forza dei nostri argomenti, allora possiamo non solo risolvere i problemi attuali, ma forse creare qualcosa di molto più grande. Vale a dire, possiamo usare una delle crisi più profonde dell’umanità per ribaltare le sorti della storia mondiale e aprire così la porta ad una Nuova Era.

Grazie mille!

————— Fonti: WEFF Davos 2021 https://gen-suisse.ch/weff-davos/ Nogeoingegneria.com https://www.nogeoingegneria.com/effetti/politicaeconomia/weff-non-wef-davos-discorso-di-ernst-wolff-che-cosa-verra-dopo/

 
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from loli octt

Una cosa che ho fatto mesi fa e che, fino ad ora, si è rivelata una scelta vincente, è stata l'installare un sistema operativo basato su Linux, in modalità persistente, su una piccola pennina USB. I motivi per cui ho voluto farlo inizialmente sono forse semplici e banali, ma la cosa mi ha fatto avere, in attenta analisi, alcuni vantaggi inaspettati e molto più che graditi.

Perché serviva la pennetta?

La necessità iniziale della chiavina scaturì mesi fa dal fatto che, in aula di informatica a scuola dovevo, come tutti, accedere al mio account GSuite per accedere alla classe virtuale di informatica. Questa cosa, apparentemente semplice, celava nel mio caso due ostacoli:

  • La mia password è lunga decine di caratteri casuali, me lo permetto perché uso un gestore di password (per tutti i miei account), però a digitare a mano ogni volta si soffre.
  • Google non si fida dell'indirizzo IP della scuola, e mi chiederebbe di confermare l'accesso, ma non avendo aggiunto metodi di sicurezza sull'account, mi chiede di aggiungere un numero di telefono; già solo perché lo chiede in questo modo, con una palese scusa, il mio numero a Gluglu non lo darò mai: non ha senso, se malintenzionati mi rubano nome utente e password dell'account, possono semplicemente verificare quest’ultimo con un proprio numero, e secondo Google sarà evidente che l'account appartiene a loro... ma non mi dilungo oltre.

Avrei potuto usare una pennetta qualunque, con su scaricato un browser per Windows in versione portatile, contenente la mia sessione di Google salvata da casa con l'accesso fatto con il mio IP, e avrei risolto il problema. Avrei potuto, ma non sarebbe stato divertente. Ed è qui che è saltata fuori l'idea della chiave con su un intero sistema operativo, avviabile su qualsiasi PC x86_64 in modo totalmente indipendente dal disco interno del PC in questione.

Scelta dell'hardware

Per prima cosa, ho pensato alla memoria che avrei utilizzato.

Come capacità, mi piacerebbe dire che l'ho fatto solo per la sfida, ma la verità è che sulle poche pennette molto capienti che ho ci tengo altri file, che devo tenere su pennetta, e spostarli su tante chiavette piccole è seccante e porta a confusione futura. Quindi, ho preso una delle mie pennine da 2GB, e ho detto che me la sarei fatta bastare (e, SPOILER, avevo ragione, anche se non è stato semplice). Per la velocità, ho pensato solo ad evitare roba di livelli inferiori a quelli di USB 2.0, perché in ogni caso non ho alcuna chiavetta veloce a disposizione. La mia unica chiavettina con BUS USB 3.0 (rilevata da Linux correttamente come USB 3.0), è veloce quanto una 2.0... Maledetta Kingston. Di schede microSD veloci ne avrei, ma i miei adattatori USB per quelle schedine sono tutti lenti.

Insomma, prendo la fidata pennina USB 2.0 2GB color menta (sarebbe perfetta come media di installazione di Linux Mint), anche questa di Kingston, e parto.

La chiavina USB che ho dedicato a Linux

Scelta del software

Una volta scelta la chiavettina, rimane la scelta della distribuzione Linux, forse anche più importante. Qui, non solo le distro gettonate (Ubuntu, Fedora, Mint, Pop!_OS Manjaro, ...) sono troppo grosse per entrare lasciando spazio per una partizione persistente, ma sarebbero inutilizzabili per via della lentezza della chiavetta. Fortunatamente, avevo in mente una strada da poter percorrere, perché nei mesi per curiosità avevo imparato qualcosa sul mondo delle distro Linux leggere.

Era un periodo in cui mi ero appena interessata ad Alpine Linux, per i suoi ideali di leggerezza e minimalismo, e l'ho persino usato sul desktop per qualche settimana. Era reattivo e scattante, grazie anche all'uso della musl libc anziché l'ormai obsoleta GNU libc, ma la necessità di configurare a volte minime cose a mano, anche dopo l'installazione iniziale, mi ha portata ad allontanarmene; ho comunque pensato che sarebbe stato adatto per un sistema installato su una memoria di archiviazione piccola e lenta, con poche applicazioni. L'ho quindi installato, mettendo tra i software essenziali (oltre a server video e audio): GNUstep (gestore di finestre leggero), Firefox, un emulatore terminale, e un gestore file ed editor di testo GUI.

Tutto sommato, funzionava bene e velocemente ma, nonostante le poche app installate, la memoria era strapiena. Questa cosa mi avrebbe dato alcuni problemi successivamente: ad esempio, non c'era spazio per mettere Minecraft e giocare a SpaccCraft. Questo, assieme al fatto che più tardi ho pensato che, forse, cifrare la pennetta sarebbe necessario per proteggere i miei dati contro furto o smarrimento di questa, ma i miei tentativi di cifrare il sistema già installato sono falliti, mi ha fatto un attimo fermare a riflettere.

Visto che in ogni caso avrei quindi dovuto reinstallare il sistema, ne ho approfittato per cambiare distribuzione. Nonostante in passato, provando qualcosina, mi avesse dato qualche rogna come sistema persistente, ho deciso di dare una possibilità a Puppy Linux in modo serio. L'immagine base dell'ultima versione di Puppy (9.5) è appena 400MB, ma è un sistema desktop di per sé abbastanza completo, con decine di applicazioni precaricate per le necessità più varie. Come fa ad essere allo stesso tempo così compatto ma pieno di roba? Grazie all'uso di squashfs, un filesystem compresso di sola lettura, che supporta algoritmi di compressione estremamente efficienti come LZ4 e ZSTD. Se fosse completamente decompressa, infatti, l'immagine peserebbe sui 2.5GB. Anche la scelta di includere applicazioni più minimali, però, contribuisce molto, se si considera che praticamente tutti i live CD Linux usano squashfs, eppure quelli di distribuzioni più tradizionali pesano diversi GB.

Ad oggi

Puppy è la distribuzione che tutt’ora ho sulla chiavetta. Eccetto che per qualche problema minore (come cavolo faccio a collegare una tastiera Bluetooth??? e boh, tanto ora non mi serve più), funziona molto bene ed è veloce in tutto. Avendo provveduto ad impostare la cifratura LUKS sulla partizione scrivibile, adesso i miei dati (file personali e sessioni del browser) sono protetti contro eventuali incidenti. Anche il gestore di finestre integrato, JWM, è molto pulito e mi piace abbastanza, anche se mi piacerebbe avesse qualche funzione di allineamento delle finestre (sembra non abbia nulla, o mi sbaglio?). E ora, infine, di spazio libero ne ho abbastanza, e ho anche Minecraft.

Il desktop del mio Puppy Linux, con neofetch aperto sull'emulatore terminale Crediti sfondo: pixelartmaker.com/art/becdd8955dc57eb

Vantaggi importanti

Bene, con questa magica pennettina quindi ho risolto il problema dell’accesso a Google, ma continuerei ad usarla anche se non mi servisse più a questo. I motivi, tutti vantaggi di importanza, sono i seguenti; alcuni riguardano le live Linux in generale (anche quelle amnesiche), altri si applicano solo ai sistemi persistenti come il mio, ma tutti sono rilevanti per praticamente qualsiasi PC pubblico:

  • Ho a disposizione un sistema che si adatta ai miei gusti, che posso portare in tasca e usare su qualsiasi PC, senza che io debba mai riconfigurare nulla (eccetto, a volte, le impostazioni del BIOS).
  • Il sistema in questione, al contrario di ciò che potrei trovare sulla enorme maggioranza dei PC in giro (Windows), rispetta le mie libertà, e non fa finire i miei dati in mano ad una corporazione monopolistica, che in cambio non mi darebbe nulla che valga la pena: su qualunque PC che uso, anche quelli non miei, rimango coerente con i miei valori.
  • La segretezza riguardo cosa faccio sul PC in quel momento è molto più certa, così come la sicurezza dei miei dati: di un qualunque sistema operativo installato su PC pubblici si fa solo bene a diffidare, potrebbe esserci installato qualsiasi strumento di spionaggio (e, in realtà, così è su alcuni dei PC a scuola, è presente un programma di controllo desktop remoto pensato per le scuole, LanSchool).
  • Ho tutti i miei dati essenziali sempre con me, che siano semplici documenti oppure sessioni aperte su siti web e app (come il sempre comodo Element, per messaggistica e scambio di note e file piccoli tra i miei dispositivi).
  • Alcuni software particolari (che a quanto pare su alcuni PC Windows possono non funzionare perché boh, la GPU in essi non esiste e Windows non ha l’emulazione OpenGL di MESA a livello di sistema, al contrario di Linux), come Minecraft Java, dovrebbero funzionare sempre! :)
  • Ho una scusa per ricordare in giro indirettamente che, anche nel 2022, le pennine USB sono rilevanti, anche quelle di fascia ultra bassa.

Alcuni approfondimenti

Posso concludere dicendo: adottate anche voi una pennettina Linux persistente, se a volte utilizzate PC non vostri, non ve ne pentirete! In verità, vi dico, fatelo anche solo per lo sfizio, se avete qualche penna USB in disuso in un cassetto.

Riporto qui i siti web delle distribuzioni che ho già menzionato, assieme a qualche altro consiglio che credo valga ugualmente la pena controllare:

 
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from Nonsolobotte

Un imperativo, rilassarsi. Siamo talmente immersi nella melma del dover raggiungere obiettivi, dover capitalizzare il risultato, dover centrare il target, che anche rilassarsi è diventato un dovere. E allora, per rilassarsi, si fanno cose. Si fa yoga o si va in canoa, si corre per chilometri o si scalano montagne a mani nude. Sempre con un obiettivo da raggiungere. Che sia lo svuotamento della mente o l’abbassare il proprio record personale di qualche decimo di secondo, il relax si ottiene, si raggiunge, si conquista. Anche sui social network. Che, se dessimo credito all’etimologia, dovrebbero essere delle reti fatte per socializzare: scambiare quattro chiacchiere, condividere opinioni, cercare e fornire consigli. E invece eccoci lì, a contare quante visualizzazioni ha avuto un post, quanto è stato ricondiviso, quanti cuoricini ha ricevuto… Perché anche Twitter e, peggio ancora, la Zuckerimmondizia (fessbuk in primis, ma pure tutte le altre mostruose craturine dello Zuckerista monopensiero globalizzato) sono fatte per capitalizzare il risultato. Non tanto il nostro, quanto quello di investitori, realizzatori e, ovviamente, CEO. Ed ecco dunque perché mi sento tanto bene, ora, su Mastodon. Perché qui non devo fare nulla. Scrivo, se mi va. Chiacchiero, condivido, scambio opinioni e pareri in libertà. Senza stress. Senza ansie. In pieno relax. Un relax che qui, finalmente, ha anche perso il punto esclamativo.

[Il mio pensiero dopo due settimane di Mastodon]

 
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from Margini

Colonna sonora primo episodio: Dire Straits, Where do you think you’re going?

Vivo sola, con due gatte e molte foto. Per inciso, ho avuto le mie occasioni, ma sono andate, tutte, e io sono stata abbastanza saggia da rassegnarmi, credo. Resta il fatto che sono qui, a quasi sessant’anni, una stimata professionista di mezza età (anzi, alle soglie della vecchiaia, diciamo le cose come stanno), che negli anni ha prudentemente ridimensionato le antiche smanie di trasgressione, limitandole di fatto all’abitudine di indossare jeans logori, magliette informi, bracciali etnici, e di spruzzarsi abbondante patchouli ai polsi e dietro le orecchie: un po’ come quei vecchi soldati in congedo che non rinunciano ad indossare la divisa d’ordinanza, fosse solo per andare a comprare il giornale all’edicola d’angolo. Naturalmente ascolto molta musica rock e ancora frequento i parterre dei concerti. Continuerò a farlo, fin quando le ginocchia mi reggeranno. Tutto qui, e mi viene facilmente perdonato, perché mi pensano seria e affidabile, nonostante qualche tratto eccentrico. Ho molti amici e il sabato sera qualcosa da fare lo trovo sempre. Sono una donna simpatica e di compagnia.

Ma io no, non mi sto simpatica affatto.

Durante la settimana, torno dal lavoro, nutro le gatte, mi preparo una rapida cena di pura sopravvivenza. Poi mi aspettano l’inerzia serale, le ore intorpidite sul divano davanti a Netflix, lo smartphone a portata di mano per seguire i deliri social o, se mi gira, per recuperare qualche video youtube di vecchie canzoni folk rock, così mi posso abbrutire meglio nel limo della nostalgia.

Una cosa patetica, mi rendo conto. Sono praticamente una guardona. Spio le vite, vere o false che siano, degli altri, mentre me ne sto qui, da anni, ad aspettare di partire, per vivere la mia, di vita, quella che volevo, o almeno provarci. Ma non sono mai partita e, francamente, dubito di farlo ora, anche perché quella fantomatica esistenza, libera da obblighi e vincoli, che mi immaginavo ai tempi della mia inquieta giovinezza anni Settanta, è abortita per me prima di iniziare. Direi proprio che, giunti ormai quasi allo scadere del primo quarto del XXI secolo, non è più tempo di vagabondi del Dharma, zaino in spalla e sguardo sognante, on the road again, alla ricerca della risposta definitiva al mistero dell’universo (comunque la risposta, ormai, la sappiamo tutti: 42). E poi, a parte qualche canna, fumata pure con molti patemi, non mi sono mai drogata.

Ogni mattina, allo specchio, spio il mio corpo, ne conto le pieghe, osservo l’impercettibile, inesorabile disfarsi della mia faccia, le guance cadenti, gli occhi più piccoli e gonfi, i capelli radi e sottili sulla fronte, la piega triste delle labbra che stiro in un sorriso sforzato. Fingo di non essere poi così cambiata, mi ripeto che basterà mangiare meglio, dormire di più, smettere di fumare per rimettersi in piedi e scacciare quel riflesso estraneo che dall’altra parte mi fissa malinconicamente.

Rileggo quel che ho scritto e mi sto sui coglioni da sola. Grondo autocommiserazione da ogni singolo poro della mia pelle avvizzita. Capisco che qualcosa di tutto questo disagio si deve pure essere intuito. O, per essere onesta, con le mie smanie di libertà e anarchia fuori tempo massimo, devo sembrare, a conti fatti, abbastanza prevedibile. Che malinconia, scoprirsi banali, quando ancora si sogna di essere eroici, che tristezza.

Ne ho avuto la prova.

(continua) (https://youtu.be/d59wsd9JsuA)

 
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from ⓔⓢⓢⓔⓑⓘ

Delle volte vorremo saper parlare, ma scopriamo che qualcuno prima di noi ha avuto lo stesso bisogno di esprimere lo stesso concetto che avevamo in mente con le parole giuste. Le parole che cercavamo e che non riuscivano ad uscire. Si sente dire spesso: “Non mi vengono le parole!”. Si tratta di situazioni che riteniamo importanti e ci frega la paura di sbagliare. Ne siamo veramente sicuri? E allora perché nelle stazioni, nei bar, nei posti di lavoro o nelle circostanze più familiari succede di non essere sicuri di ciò che si dice? “Dove ho la testa?” diciamo! Perché siamo così insicuri nel parlare. Distrazione. Paura. Incapacità di relazionare. Sono queste le cause? Probabile. Il problema è che non sopportiamo di dover convivere con l’angosciante consapevolezza che tutto ciò che vive è già stato descritto, raccontato e analizzato da qualcuno prima di noi. Cosa ci preoccupa allora? Vorremmo inventare, plasmare nuove forme di espressione… Già la forma… la forma. La forma è solo un espediente. Un modo per dire: “Eh! cosi! Sto dicendo le solite cose ma guardate come le dico bene!”. Eppure è proprio lì che si gioca tutto. Le parole devono avere una forma… quella giusta per essere incastrate nel puzzle della memoria della gente che le ascolta! Se non le mettiamo nel verso giusto nessuno le conserverà. E’ così che funziona ed è proprio per questo che si ha così paura di sbagliare. Noi vogliamo comunicare, ma non sempre ci si riesce… è la nostra angoscia. Il rimedio ce lo dà la musica (degli altri). La usiamo per esprimere le nostre idee, convinzioni, sentimenti… Potrei dire che ci sono parecchi cantautori, gruppi o semplicemente musicisti che hanno saputo cogliere degli attimi della mia vita e impressionato per l’esattezza con cui li descrivevano. Ma non ha senso riportarli o citarli perché sebbene mi abbiano messo le parole in bocca, solo io conosco il significato che hanno per me. Tutti sanno ciò che le parole dicono, ma non ciò che significano! Ci sono i diritti d’autore sulle parole degli altri… ma sul loro significato non pagheremo mai una tassa, perché solo noi ne conosciamo il valore.

#DintorniSB #ScrittiSB #PensieriSB #RiflessioniSB

 
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from Nonsolobotte

Il 5 maggio ricorre la Giornata mondiale della password. Istituita in tempi piuttosto recenti, come recente è il bisogno di tutelare sé stessi e i propri dati da truffe informatiche, raggiri, phishing, furti d’identità digitale, questa Giornata è occasione per parlare di sicurezza informatica. Ben inteso: io non sono un’esperta, anzi, tutt’altro! Però, ecco, alle password che scelgo presto un minimo di attenzione. Non che abbia niente di particolare da nascondere, e il mio lavoro non è certo roba da Mata Hari né da Intrigo internazionale, però tutti noi abbiamo dei dati sensibili, diciamo personali, che non vorremmo finissero in pasto a chiunque o resi di pubblico dominio. E allora capirete perché ho avuto un momento di sconforto quando, entrando nell’ufficio di alcune colleghe, ho trovato affisso alla parete un foglio con i nomi delle quattro ragazze e, accanto a ciascuno, le password di accesso al rispettivo computer. Un altro collega, anni fa, aveva piazzato sotto la tastiera del proprio pc un post-it con scritta la password. E io che pensavo fosse solo una leggenda metropolitana! No, no, esistono davvero persone così. Con tutta la gentilezza possibile avevo provato a farlo ragionare, chiedendogli se avrebbe mai lasciato la combinazione della sua cassaforte a disposizione di chiunque, e lui mi aveva risposto di no, certo, ma ”tanto a chi vuoi che interessino queste cose?”. Ecco, credo che parte del problema sia anche questo: il fatto, cioè, che non si considera ciò che sta in un computer – o nel nostro smartphone – come qualcosa di prezioso, da proteggere e tutelare. Lì ci sono le scartoffie del lavoro o i giochini e i social network, perché mai dovrei preoccuparmi? Perché lì ci sono anche gli accessi alla banca, al conto corrente postale, ai nostri dati sanitari, alla dichiarazione dei redditi e via dicendo, ecco perché.

Mentre nella vita reale le cose sono ben distinte e separate – nessuno terrebbe le proprie cartelle cliniche nella scatola del Monopoli né gli estratti conto della banca tra ricette di cucina e le foto delle vacanze – sullo smartphone o sul desktop è tutto mischiato. Certo, in cartelle separate e distinte, ma Candy Crush sta accanto all’app della banca e l’icona di Facebook arriva proprio prima di quella della Farmacia… E visto che ogni cosa richiede una password, per evitare sforzi di memoria o di immaginazione, o si usa la stessa per tutto, o si scelgono le più facili possibili. Ecco da dove arriva il trionfo di 123456 (la password più usata nel 2021, secondo l’articolo pubblicato da Digitalichttps://www.digitalic.it/tech-news/password-piu-usate-nel-2021 – il 22 novembre dello scorso anno, basato sulle classifiche di NordPass), qwerty (quinto posto), password (ottavo posto) o 000000 (settimo posto). Non che all’estero vada molto meglio: 123456 è prima anche a livello mondiale, seguita da 123456789 e 12345 (un podio che la dice lunga sull’inventiva planetaria), quarto posto per qwerty e quinto per password.

È possibile creare delle password davvero sicure? Be’, niente è sicuro al 100% e anche la cassaforte più evoluta può essere scassinata, ma… diciamo che si può almeno cercare di rendere la vita più complicata ai ladri, reali e digitali. Tanto per cominciare, come avrete capito leggendo le password più ricorrenti dello scorso anno, sarebbe meglio evitare sequenze di numeri: non solo l’ovvio 123456 ma anche 11111, 00000 e via di seguito. Sarebbe più opportuno scegliere sequenze alfanumeriche, ovverosia sequenze che alternano lettere e numeri, meglio ancora se con qualche carattere speciale come segni di punteggiatura o aritmetici. E, visto che più una password è lunga, più complesso sarà azzeccarla, potreste dare libero sfogo alla vostra immaginazione trasformando, ad esempio, una vostra passione in una password: giardinaggio potrebbe diventare <jar0j_a<<j° o Gy1rdyn1GGyo o… fate voi! Sbizzarritevi! Altra cosa importante: non usare la stessa password per tutto! Se proprio volete ridurre il numero delle cose da ricordare, potete usare la stessa password per tutti i giochini, ma non certo per la banca, la previdenza sociale o il fascicolo sanitario; per queste “cose importanti” è bene avere un po’ più di attenzione. [Comunque su Mastodon trovate sì esperti di password e cybersecurity, quindi se volete andare sul sicuro... cavalcate il mammut!]

 
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from scriptkid

The following are a collection of best practices I came up on my own while dealing with Web Components in plain Javascript.

Full disclosure: I am becoming more and more intrigued by The Stackless Way

1. Fetch with ids

Retrieve children by their id, and this way only (they will have the same name as the component you want to access because of the Same identifier principle).

2. One component, one template

Define a new template for each and every component you're using, even if not needed right now. You will probably need it later.

3. Same identifier

Use the same identifier for the following things: – js file name (dashed) – component class name (camel case) – id of custom element in DOM (dashed) – id of template of a custom element (dashed) – name of the custom element (dashed)

For instance, MyCoolComponent is in a file named my-cool-component.js, with a custom element called my-cool-component, with an attribute id="my-cool-component, with a template with the attribute id="my-cool-component.

TODO for lists and stuff like that.

4. Communicate with attributes

Pass data to children setting attributes on them, and let them react with attributeChangedCallback.

TODO for child –> parent communication.

5. One way nesting (the only way that works)

Each Component should have nested components only inside its own shadow DOM. To do so, it must respect the One component, one template principle and then do the following:

	<!-- template of parent component (class ParentComponent) -->
       	<template id="parent-component">
            <!-- other template tags if needed -->
            <child-component id="child-component">
                <!-- slot tags if needed -->
            </child-component>
            <!-- other template tags if needed -->
        </template>

        <!-- template of child component (class ChildComponent) -->
        <template id="child-component">
            <!-- other tags if needed, or other components -->
        </template>

This requires a few lines of boilerplate code in each component constructor, for instance in the ParentComponent of the example above:

const shadowRoot = this.attachShadow({mode: 'open'});
let template = document.getElementById('child-component');
let templateContent = template.content;
shadowRoot.appendChild(templateContent.cloneNode(true));

The one outlined above is also the only way I could get nesting to work. Notice how, when inspecting the rendered DOM, each component doesn't have children outside the shadow DOM with the exception of tags with the slot attribute (which aren't really there anyway).

6. Style outside

Yes, I know that

const style = shadowRoot.appendChild(document.createElement("style"));
style.textContent = "@import url( '/components/bankster.css' );";

is ugly, but at least this way we can keep components smaller and more easily understandable.

Conclusions

While I still haven't used pure JS Web Components in a big production project, it's nice to investigate the possibility of not dealing with a framework. For small projects this will be my go to for the near future, let's see how this technology pans out.

 
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from Margini

Quando ero una ragazzina, non c’erano ancora i video musicali, però avevamo i 33 giri. Compravo un album (spesso di nascosto, perché i miei genitori trovavano discutibile il mio vizio di sputtanare i pochi soldi che avevo in tasca in qualcosa che stentavano a capire), mi rintanavo nella mia stanza ed era una festa strappare con ansia il cellophane, carezzare la cover, dispiegare, se c’era, il poster, osservare curiosa le foto. Mettevo il disco sul piatto, appoggiavo la puntina sulla lucida superficie nera e, ascoltando, leggevo avidamente i testi. C’era sempre qualcosa che non capivo del tutto, qualche frase che mi sfuggiva. Arrivava per prima la canzone ascoltata in radio, quella canzone che mi aveva spinto nel negozio di dischi, a frugare negli scaffali (non chiedevo quasi mai, cercavo sempre per conto mio), e la mettevo ancora e ancora e ancora. Poi, lasciavo che il braccio dello stereo proseguisse il suo viaggio, mentre la puntina scricchiolava piano, e alla fine trovavo la traccia che non conoscevo, ma che sin dalla prime note mi faceva segretamente tremare.

Ve lo ricordate quel tremito? Voleva dire che avevamo incontrato qualcosa, qualcuno che, finalmente, ci identificava. Era una voce estranea, versi scritti da altri, nati da occasioni che non ci appartenevano, registrati in luoghi che avremmo conosciuto solo per sentito dire. Ma in quella voce, in quei versi che traducevamo incerti, ci riconoscevamo, e Dio sa che non era solo uno sfizio da adolescenti esaltati, come credevano i nostri ignari e scettici genitori. Erano mondi che si spalancavano, possibilità che potevamo cogliere, e tutto quello che non riuscivamo a comprendere nei nostri animi ancora informi diventava improvvisamente chiaro, e per i pochi minuti di un pezzo, per i secondi di un riff, i nostri cuori battevano all’unisono con la batteria, e ci sembrava davvero di sapere chi fossimo, per una volta e per sempre.

Il tempo è passato. Siamo cresciuti, abbiamo finito la scuola, abbiamo trovato lavoro, ci siamo sposati, ed ecco, siamo genitori a nostra volta. Non è che la passione per la musica si sia spenta, ma certo non ne abbiamo più bisogno per sapere chi siamo, a parte qualche scontato momento di nostalgia per quel che avremmo potuto essere ma che abbiamo scelto di non diventare. Siamo adulti, adesso. L’adolescenza è una merda, ma siccome qualche volta ci è parso che puzzasse meno per merito di qualche ritornello indovinato, possiamo permetterci di rimpiangerla: in fondo, grazie a un vinile consumato da troppi ascolti, finito chissà dove, ci siamo illusi di poter essere liberi. Non lo siamo mai stati, ma ci piace raccontarcela diversamente. E del resto anche i nostri eroi sono invecchiati. O morti.

Sono arrivati i video a raccontarci a modo loro le storie delle canzoni, e i cd, piccoli e fragili, nei loro gusci di plastica che si sfasciavano con niente. E le playlist su Spotify.

C’è però questa faccenda di youtube. Io, lo confesso, ho una vera dipendenza, per quanto selettiva. Non amo i video ufficiali, odio le cover dei dilettanti, e salto i collage amatoriali di melense fotografie rubacchiate qua e là in rete: certe canzoni non meritano di essere affogate nel kitsch. Cerco altro.

Cerco la vita imprigionata in pochi frame sfocati.

Non so bene, tuttavia, la vita di chi. La mia, forse. Lo faccio di notte, in genere, quando il silenzio e l’assenza travestono d’altro il tempo che trascino. Il tempo che mi resta. Lo scarto fra passato e presente si annulla. Le cuffie mi riparano dal richiamo della realtà. Avvio un video dopo l’altro, fumo una sigaretta dopo l’altra. Le ore passano, il mio cervello si riempie di accordi e immagini, e quando finalmente spengo tutto e vado a letto (spesso quando la notte già comincia a sbiadire), l’eco di quel che ho visto e ascoltato rimane al fondo del mio sonno inquieto.

Vi capita mai? Vorrei raccontarlo a qualcuno, ma esito: in definitiva è un’abitudine innocente, un piccolo sfogo, una porta che socchiudo per sbarrarla subito dopo, ma è fin troppo facile apparire patetici. Oggi però ho deciso di tentare.

È capitato l’altra notte. Mi sono imbattuta nel video di un cantante morto da pochi anni. Suicida, e poco tempo dopo quella registrazione. Su quella performance stinge inevitabilmente il modo triste in cui è lui è finito, attaccato a una corda in una stanza d’albergo durante un tour. Così ognuno ci legge quel che vuole, e nemmeno la sua morte, parrebbe, gli appartiene davvero. D’altra parte, il suicidio non è raro in quel contesto e il mito dell’artista maledetto è lì da un paio di secoli ad ammonirci.

Quindi può essere che abbia scelto l’esempio sbagliato, quello più scontato.

Ma, sentite qua, che gioco ignobile quello di non poter raccontare a nessuno la propria verità, perché alla fine capiamo che verrebbe fraintesa. È un gioco che potrebbe pure spingerti nel bagno di una camera d’hotel a finirla lì, un nodo scorsoio al collo, e tanti saluti. E ancora ci sarebbe chi deplora, giudica, critica, interpreta, condanna, assolve. Sei il loro agnello sacrificale, hai preso sulle spalle i peccati di tutti, ti hanno schiantato, spolpato, divorato, e nessuno si è fatto carico dei tuoi. Però non si può evitare. Se si deve fare, si fa. Si aspetta l’accordo giusto, e quando arriva, si mettono fila le parole, poi si guarda come va a finire. Magari ci sarà salvezza, magari no.

Avvio il video. Lo avvio ancora e ancora e ancora. Sento una grande pena. E, al di là della pena, nuovamente lo stesso tremito di tanti anni fa, quello che, quando ero solo una ragazza, mi scagliava nel centro esatto della mia verità. Anche se i miei eroi sono invecchiati con me. O sono morti.

 
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from andreavarosi

REAL MADRID BATTE CITY (3-1) E VA IN FINALE

Allo stadio Bernabeu il Real Madrid ha battuto ai tempi supplementari, il Manchester City per tre a uno e va in finale dove affronterà il Liverpool.

Real Madrid – Manchester City 3 – 1 (dts)

73' Mahrez (CH) 90',91' Rodrygo (RM) 95' Benzema (rig) (RM)

 
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from Margini

Margini slabbrati, imprecisi, interrotti. Spazi offuscati, solo intravisti e subito dimenticati. Palcoscenici spogli dove si recitano storie appena abbozzate. Esistenze anonime, che si consumano rapide nella loro desolante insignificanza. Ombre indistinte che sgomitano per raggiungere il centro della scena, inciampano, retrocedono, cadono, scompaiono. Esistono solo per poco, poi si dissolvono, lasciando solo tracce confuse, un'eco flebile che subito si spenge. La memoria che ne abbiamo si appanna, i loro nomi si perdono: ci sono stati, ma non era indispensabile che ci fossero, sono solo accidentali increspature nel fluire costante del tempo, un tempo che si distende pigro e indifferente come una coltre plumbea sul brulicare indistinto di desideri e delusioni. Eppure la vita è lì, nel dettaglio di un sorriso o di uno sguardo, nel mutuo riconoscimento che gli invisibili si donano, nel gesto casuale di saluto, nel bacio o nello schiaffo, nel grido o nel sussurro che si avverte a fatica. E se la vita è lì, ai margini, e non sul podio illusorio che ci dispensa fragili miti presto sconfessati, non varrebbe la pena riconoscerla, ascoltarla, prenderla sul serio? Ricucire quei margini slabbrati, riparare il torto inflitto dalla distrazione, scoprire che forse vale la pena esistere e resistere. Anche se la nebbia è fitta e nessuno ha voglia di fermarsi ad ascoltare.

 
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from Dedicato ad Azzurra

Io credo che nella vita ci voglia soprattutto coraggio. Quel coraggio che deriva dalla fede, dall'amore e dalla speranza. Coraggio di guardare la realtà per quella che è, anche nei suoi limiti; coraggio di leggere e capire la storia nei suoi segni, anche quelli dolorosi; coraggio di camminare verso un futuro anche quando questo si mostra nebuloso. Ci vuole il coraggio che hanno avuto Maria e il gruppetto delle donne, sotto la croce: il coraggio di guardare quel figlio crocifisso, di leggerne e capirne il significato; ma soprattutto il coraggio di camminare verso un futuro nuovo. La storia di Maria, la tua storia, la mia storia è la storia di ciascuno di noi; è la storia di chi non si assoggetta alla storia ma ne è signore. È la storia di chi vuole camminare a tutti i costi perché sa che solo camminando si vince la morte.

padre Fausto Tentorio

 
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