noblogo.org

Reader

Leggi gli ultimi post dagli utenti di noblogo.org.

from nadie


2020, RiP a la Privacidad

Hasta hace muy poco pensaba y creia que todavía teniamos una oportunidad de defender y proteger nuestra privacidad, pero el revuelo que ha provocado la entrada en vigencia del nuevo contrato de uso de la dupla Facebook y WhatsApp, me ha dejado un sabor muy poco agradable

2020 sera recordado como el año de la pandemia de un miserable virus, que consiguio lo que ni siquiera el mayor ejercito en sus fantasias podria haber logrado: Someter a todas las sociedades del planeta bajo la espada del miedo y a entregar sus ultimos centimetros de privacidad. Por todas partes me tropezaba con personas llenas de miedo corriendo a instalarse una app para permitir que los vigilara, con la única esperanza de que les informara si los otros a su alrededor (tal como el mismo) podian o no estar contagiados y asi evitar cualquier contacto. Ya todos sospechabamos lo que esa aplicación y sus desarrolladores nos ocultaron: Vigilancia y recopilación de los datos de cientos de millones de hogares. El virus existe y puede ser mortal para algunos... pero nos estan escondiendo gran parte de la realidad: Si informaran con la misma intencidad sobre como va la evolución del VIH, TBC, Denge, Chagas, y otras enfermedades extendidas, tendriamos una actitud muy diferente sobre la situación actual. Descubrir que WA y Facebook hoy se encuentra en el hogar de al menos 2/3 de todos los hogares es realmente desesperanzador y frustrante; y a esto se suma, que los borregos estan haciendo llamados a cambiarse a Telegram o Signal, que finalmente es mas de lo mismo. Si al menos los gobiernos ayudaran a sus ciudadanos a romper con este círculo absurdo y dieran el salto para cambiar hacia Tox o Briar, podriamos volver a soñar.

 
Leer más...

from Lukather Blog

Distrotube è un canale che seguo ormai da qualche settimana. È un canale dedicato alle 'cose di Linux' e visto che ultimamente sono tornato a giochicchiare con questo SO (forse ne scriverò in futuro) ho iniziato nuovamente a interessarmi all'argomento.

Mastodon

Tramite l'amico Distrotube ho scoperto Mastodon.

E che cos'è Mastodon? Mi faccio aiutare dal blog Le Alternative per spiegarlo:

È un social network identico a Twitter. Identico almeno esteticamente, dunque se arrivate da Twitter ne capirete più o meno immediatamente le principali funzioni. Una delle poche differenze, almeno nell’utilizzo quotidiano per chi è solito usare Twitter, è il numero di caratteri che potrete scrivere: sono infatti 500. I tweet, invece, sono chiamati toot. E i retweet sono condivisioni. La sua mascotte è un mammut invece dell’uccellino.

Come me e voi, anche loro si chiedono perché preferirlo a Twitter. E qua servirebbe parlare di privacy, di riappropriazione dei dati, di decentralizzazione. Argomento non così semplice da trattare. Nei prossimi giorni cercherò di condividere articoli e video che possano spiegare e sviscerare sicuramente meglio di me questo tema.

In parole povere, a differenza di Twitter (e di altri social media come Facebook/Instagram), Mastodon non ha dietro una azienda che lo controlla (e un CEO e quotazioni in borsa), non ci sono 'interessi' che guidano lo sviluppo del software e la gestione dei nostri dati (penso chiaramente alla vendita di spazi pubblicitari). In Mastodon i tweet si chiamano Toot e possono essere lunghi 500 caratteri, tutto il resto della UI è abbastanza simile: c'è una timeline (vera, in ordine cronologico e non 'guidata' da qualche IA o routine di Machine Learning), ci sono i retweet che si chiamano boost, ci sono i like e tutto quello che potreste aspettarvi da Twitter. La decentralizzazione però è il suo punto forte. Chiunque può creare un server (chiamata istanza) a qualunque indirizzo, dettare le proprie regole e gestirlo come vuole.

Potrete quindi trovare server dedicati a Linux, alle auto, alla tecnologia, generici dove si parla di tutto, ai Pokèmon, al cucito, alla propria città. E se non trovate quello che fa per voi potete crearne uno vostro, senza limiti e senza problemi.

“OK, ma così non si creano silos?”. Qua viene il bello del fediverse (anche di questo parlerò in un articolo futuro). Mettiamo che vi siete iscritti all'istanza generalista italiana mastodon.uno ma che volete comunque leggere anche cosa succede nell'istanza di Distrotube oppure semplicemente seguire Derek Taylor. Nessun problema, basta cercare Derek Taylor (o conoscere il suo indirizzo che è @derek@distrotoot.com) e cliccare su “follow”, a questo punto vedrete i suoi Toot all'interno della timeline dell'istanza Mastodon.uno, potrete interagire con lui rispondendo al Toot, fare like e anche boost. Comodo no?

Tutto questo grazie ad ActivityPub che è un protocollo dedicato ai Social Network decentralizzati. Ne esistono tantissimi ma i più interessanti, oltre a Mastodon, sono Peertube per i video e Pixelfed per le foto.

C'è un mondo incredibile e interessantissimo da esplorare, io sono appena all'inizio, ho grattato la superficie e ne sono già innamorato.

Ah, anche questo blog è federato (grazie a Write Freely)

 
Continua...

from Marco-san

Una manna complottista.

Credo di aver attraversato o scoperto molte fasi del lutto attraverso un nuovo rapporto con un genitore complottista.

Due animali che combattono, via Unsplash

La prima è stata indubbiamente quella dello scontro, com'è possibile che tu non sia capace di argomentare quello che dici, o di mantenere il filo del discorso su un'unica direzione. Io ti do informazioni importanti ed urgenti, frutto di selezione da fonti molto diverse (da quelle che leggi tu) e compio il mio dovere di genitore nel farti riflettere.

Lo scontro si è caratterizzato da fasi diverse, ma molto simili. La prima è stata quella di muro contro muro: ho ragione io, no ho ragione io. La conclusione di questa fase era quella dell'acuirsi dello scontro, con nuovi argomenti e con nuovi pubblici alla volta successiva. La seconda, ugualmente fallimentare, è stata quella di provare a disinnescare lo scontro, mostrandone le evidenti fallacie logiche. Se le premesse di un argomento non sono valide, così non sarà la conclusione. Allo stesso modo, lo studio dell'oratoria fa capire che ci sono moltissime logiche deduzioni che non si basano su nessun'evidenza (l'estremizzazione, l'assunzione di non detti, ecc. ) Il vantaggio della seconda era quello di far vedere agli altri partecipanti quanto fossi arguto, ma ai fini del dialogo assolutamente inutile. Anche perché il genitore, convintosi che il dialogo fosse di interesse anche per qualcun altro, inondava le chat di gruppo con argomentazioni futili.

L'accettazione del fatto che si stava rovinando il rapporto mi portava a provare a parlare di altro, in particolare c'era ancora qualche argomento il cui discorso era decoroso e sicuro. Ma i conflitti irrisolti, e i rinforzi positivi al parlare di complotti, rovinavano tutto. Accetto quindi che il rapporto si stesse logorando era fortemente logorante. Di qui la ripetuta discussione anche con altri. “ Mah, sì, sai com è fatt*”

La terza fase, quella nuova di ieri, è stata la seguente. Immagino che tu (genitore) stia invecchiando, e abbia quindi paura di essere sempre più irrilevante. Non sono più dipendente da te, siamo interdipendenti (questa frase l'ho presa da una psicologa con cui sto lavorando) e questa interdipendenza è per te una cosa nuova. Tu mi hai detto che ovviamente volevi parlare di cose rilevanti, io ti ho detto che questo non lo è così tanto e si sta mangiando tutto. Perché non solo non è urgente, ma il modo con cui lo porti avanti è anche insultante.

Perché, nel momento in cui mi parli di qualcosa, e hai stima della mia intelligenza, devi poter permettere a me di fare gli stessi passaggi logici necessari a capire quel ragionamento (o le sue basi). Altrimenti o dici una cosa superficiale, o mi prendi per stupido. E il valore di quello che dici è nullo.

Da allora l'ultima conversazione è andata bene. Sull'inflazione, sul fatto che Fusaro non sia Marxista, sull'UE. Molto carina, quasi cute

 
Continua...

from ut

È responsabilità di don Milani aver introdotto nel dibattito pedagogico l'infelicissima metafora dell'“ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Infelice, tra le altre cose, perché un ospedale ha in primo luogo il dovere di non dimettere chi è ancora malato: e l'equivalente scolastico di questa non dimissione è esattamente la bocciatura. Ma soprattutto diverso è il rapporto tra medico e paziente e tra docente e studente. Un chirurgo può addormentare il paziente, aprirgli il petto, sistemargli il cuore e richiudere. Se è stato bravo, il paziente guarirà. Non gli si chiede se non di lasciar fare al medico e di dare un consenso iniziale all'operazione. Il docente ha bisogno invece di una continua collaborazione dello studente. L'operazione dell'apprendimento è comune. Nonostante il lessico scolastico tenda alla passivizzazione, uno studente non è un paziente. Insegnare è una cosa che non si può fare senza chiedere permesso. Di continuo. Non basta un consenso preliminare. L'intervento di chi insegna è non meno invasivo di quello di un chirurgo che apra il petto. Si tratta di operare trasformazioni profonde; di cambiare ben più del corpo. Ritenere che questa operazione così invasiva si possa fare senza un costante consenso, che si possa perfino imporre con la minaccia, è una delle tante espressioni del delirio del potere. Riteniamo, ed a ragione, che nessuno possa toccare parti sensibili del corpo altrui senza il suo consenso. E farlo è molestia sessuale. Riteniamo però al tempo stesso che alcuni abbiano il diritto di entrare senza permesso — spesso sbraitando, minacciando, blandendo, ricattando — nell'interiorità altrui. Bisognerebbe cominciare parlare di molestie pedagogiche, e perseguirle come si perseguono le molestie sessuali.

#scuola

 
Continua...

from ut

Non c'è nulla che renda tollerabile la vita più della stima degli altri. Gli anni passano, le occhiaie si fanno pesanti, il corpo tutto diventa fragile, i ricordi sempre più lontani: il passato come una nebbia, il futuro una voragine. Ma pure siamo qui, ben piantati, sicuri di noi stessi: perché la stima ci circonda. Siamo qualcuno per gli altri. E' quella cosa che Carlo chiamava rettorica. Quando ero adolescente ero circondato da una disistima così profonda, che nemmeno sentivo di esistere. Ero un essere infinitamente umiliabile. Un nulla sociale, in quanto adolescente, in quanto adolescente proletario, in quanto adolescente proletario con idee strane per la testa. Uno con al collo un cartello che diceva “Sputatemi addosso”. E chi passava ne approfittava generosamente. Ho passato i successivi decenni a riflettere su quelle umiliazioni. Sono diventato comunista, poi anarchico. Ho odiato profondamente una società nella quale è possibile che qualcuno sia infinitamente umiliabile. Poi ho cominciato a sentirmi stimato. La rabbia s'è sfumata. S'è alzata, appunto, la nebbia. Quell'adolescente è un altro. Un me diverso da me, perduto nel suo labirinto degli anni Ottanta. Ma sapeva una cosa, quel mio me distante. Quello che ha saputo, ancora, Carlo. Che per un singolare caso, l'essere infinitamente umiliabile, spinto ai margini, nudo di sguardi apre una porta interiore dietro la quale c'è una infinita pienezza.

#loingpres

 
Continua...

from fafagiolo


Cielo latte affumicato, quasi scozzese. Tra un balcone e l’altro, conversazioni di massaie in uniforme, quei loro vestitini dai colori e motivi assurdi. Fiori, cuori, azzurro quasi fluorescente. Anche qualche merletto. “Mi son svegliata presto per battere i tappeti e andare alla prima messa”. Sono le 9.30 passate da poco, in queste strade semivuote a quell’ora è ancora presto. Un motorino tutto scassato, un vecchio 50, è appoggiato a un muro tutto crepato, si reggono a vicenda. La scocca in plastica è tutta rotta, nessuno si degna di rubarlo: dovrebbero spingerlo, probabilmente. Mentre il cielo inizia a tendere all’azzurro, in una traversa ancora più spettrale annuso quel che sembra essere una frittata di cipolle, la colazione dei campioni. Staranno preparando la genovese, penso sia questa l’ipotesi più plausibile Uno stupido volpino da guardia mi abbaia contro, la padrona esce da una panetteria con un sacchetto e mi rassicura, “non fa niente”. Buon per lui. Torno verso il centro storico, un modo fiorito per definire una zona che sarebbe da radere al suolo. I vecchi orbitano attorno ai bar e parlano con giovani vecchi dentro di cose volgari, di nessuna rilevanza. Sono in molti ad approfittare della vecchiaia per rivelarsi sempre più volgari. Pensano tutto gli sia dovuto e concesso, dopo una certa età. Lo squallido cicaleccio è sovrastato, per qualche secondo, da un fruttivendolo ambulante. Dall’altoparlante della sua apecar si ode “Wonderful life”, di Black. Probabilmente, una cassetta “Anni 80 compilation, mixed by Erry”. Nelle strade ancora più povere, l’occhio cade su qualche fotocopia appiccicata ai lampioni: “cena per l’amicizia interreligiosa…”. Un po’ di calore umano, forse c’è ancora speranza. Poca. Intanto, tra i palazzi, fa capolino la linea decisa del Vesuvio. Mi pare di scorgere come delle torri, saranno nuove o non ci ho mai fatto caso. Non penso mi si sia aguzzata la vista, non è possibile. Saranno pale eoliche. Il vulcano, comunque, non vuol saperne niente di tutto questo. Sta lì e torreggia.

 
Continua...

from fafagiolo


Non so se fosse in prima o seconda visione, Alien, quando l'ho visto per la prima volta. Visto, comunque, sul solito televisore, chiaramente in bianco e nero e con una ricezione non esattamente ottimale. La scena del viaggiatore spaziale (poi avrei saputo, anni dopo, che lo chiamavano space jockey), il facehugger che evolve in chestburster. Quel portello spalancato sullo spazio che pare non chiudersi mai. Quella sera, mia mamma aveva un forte mal di denti e, il giorno dopo, andammo dal dentista. Mentre lei attendeva il suo turno, mio padre mi portò a perdere un po' di tempo in un piccolo supermercato a pochi passi, in cui lavorava tale [omissis], più grande di me di dieci anni e che molti anni dopo sarebbe diventato amico mio. Agli albori della nostra amicizia, mi chiamava “trumbettella”: in quel periodo bevevo un bel po' e reggevo spesso la birretta in posa da Miles Davis. Comunque, mi comprò un sacchetto di patatine e dentro c'era una di quelle pistoline di plastica caricate a elastici, che ne scagliano uno dopo l'altro premendo ripetutamente il grilletto. Era verde. Trovammo anche una clessidra buttata in strada, una specie di blocco di resina giallastro, trasparente, ovalizzato. Tagliato in basso e in alto e lateralmente. Uno degli angoli era scheggiato. La sabbia dentro era di un rosa buio, oggi direi magenta con una piccola percentuale di ciano. Era un oggettino molto povero, ma oggi farebbe la sua bella figura in una stanza dal design anni 70. Mi piaceva molto veder scorrere quella sabbia. Ho visto quella clessidra ormai diversi anni fa, non so che fine abbia fatto. Se ne aveste notizie, ovunque voi siate, non esistate a contattarmi: le clessidre fanno giri strani.

 
Continua...

from fafagiolo


Son passato poco fa sulla strada che porta all'ex [omissis]. Dalle parti di quella saletta costretta ad aprire presto, per soddisfare la voglia di mazzate degli studenti delle superiori. Mazzate virtuali, si intende, in quel di Metro City. Già poco dopo le 7, la zona era rallegrata dalle urla belluine di Haggar & soci, nella versione bootleg di Final Fight. Tipico trovare, col suo fido Guy, [omissis], destinato poi a scaramucce leggendarie in compagnia di [omissis]. Bromance pura. Una gragnuola di colpi velocissimi da parte di Guy, poi i malvagi venivano scagliati dalla parte di Haggar per la sentenza di morte. E capitava di entrar tardi a scuola, perchè ci sono le priorità: prima il ripristino della legalità a Metro City, poi l'alfabetizzazione di base. Sfido chiunque a contrastare la Mad Gear Gang con una poesia di D'Annunzio o ricordando a memoria la capitale della Mongolia. Sarebbe stato grande entrare alla seconda ora, con tanto di giustificazione firmata, “L'alunno X entra alla seconda ora perchè Jessica è stata rapita”. In segreteria non avrebbero capito, perchè non capiscono che il crimine non ha orari.

 
Continua...

from fafagiolo

Riciclerò qualche post vecchio, per iniziare, preso da uno spazio che intendo chiudere.


Tornando verso casa da C., percorro a ritroso via N. S. e non è altro che un viaggio nel tempo, quasi ordinato in maniera discendente. Quasi, perchè certe stazioni sono messe alla rinfusa. La strada è sempre scassata: una sequela di buche, alcune rammendate a suon di toppe di colori sbagliati. Asfalto cicatrizzato male. Chiara metafora della vita, solo che nessuno ha il buon senso o la pietà di ricoprirti d'asfalto: qualche legge ingiusta lo proibisce e la gente le rispetta sempre, quelle ingiuste.

C'è un fruttivendolo, tanti anni fa apparteneva a tale A., il fratello di M.: il nostro barista storico. Una volta ci facemmo dare una grossa anguria sull'orlo della decomposizione: dovevamo farla esplodere per studiare gli effetti speciali del nostro film di zombi. Quello iniziato nel '96 e abbandonato pochi anni fa. Prendemmo la poderosa anguria e ce ne andammo sullo svincolo, allora in costruzione, della superstrada fuori paese. All'epoca avevo ancora l'auto e i capelli sulla sommità del capo. La imbottimmo di petardi e liquido infiammabile (l'anguria, non l'auto) e poi ci piazzammo lontano, telecamera con zoom al massimo come se a esplodere fosse stato un missile nucleare in un vecchio silo abbandonato alla fine della guerra fredda. Quel filmato è andato perso, quella telecamera venduta perchè mi servivano i soldi per pagare una rata di Equitalia prima dell'avvento di Equitalia. Il nastro (era su mini-dv) non so che fine abbia fatto, ma i fotogrammi ce li abbiamo ancora tutti stampati in testa.

Segue il minimarket, era di F. e ci lavorava il mio amico A.: che tarantelle, in quel minimarket. Era uno di quei periodi in cui me ne vado da lavoro perchè litigo col titolare, la mattina spesso andavo a perderci il tempo (e sì, anche a farci qualche spicciolo coi cd masterizzati). La signora che voleva la mortadella tagliata “a ditalini” e noi a mascherare la risata come potevamo. Le ragazzette che uscivano da scuola e venivano a farsi un panino, chiedevano qualcosa a caso di leggero e l'amico mio proponeva “Ciccioli e ricotta?” Poi, F. steso lungo lungo sotto il bancone, per non farsi vedere da un tizio a cui doveva dei soldi. Lui, F., alto quasi due metri, massiccio, col camice bianco sul pavimento marrone: roba da far invidia a un camaleonte con la mimetica. Il piano era di starsene buttato lì sotto finchè il creditore non se ne andava. Io dovevo fare il vago, dire che era uscito per un'emergenza. Tutto molto credibile, una salumeria abbandonata al primo che passava. Inutile dire che la cosa finì in farsa. Il tizio va a controllare il bancone, scorgendo un energumeno che finge una morte apparente. – F., e che ci fai qua a terra? – Uè, ciao... sto controllando un neon.

Poi, il parco dove abitava un mio vecchio amico delle medie, G.: l'unico più piccoletto di me in classe, il che è tutto dire. All'epoca ero alto quanto Shirley Temple prima che iniziasse a far propaganda per Roosevelt e tenevo dei ciottoli in tasca per non spiccare il volo dopo aver starnutito. Aveva l'Atari 2600, all'epoca. Sessioni multiplayer furiose e infinite di Pacman, la console che brillava di luce propria per il calore generato e dovevamo giocarci vestiti da vulcanologi. Comunque. Una volta stavamo giù, lui annaffiava le aiuole. Passa un'idiota in macchina e ci spruzza col getto del lava cristalli. Ride, l'idioda. Ride col finestrino aperto. L'amico mio, direzionando sapientemente la canna dell'acqua, pulisce l'interno della macchina, con lui dentro. Ridi in faccia a questa canna, ora.

A seguire, alla fine di una lunga traversa senza uscita, abitava L., un'amica mia delle superiori. Sì, a un osservatore acuto sembrerà impossibile, ma ho avuto paio di amiche anche io. Una volta siam stati pure a giocare a biliardino da R., e quasi un quarto di secolo fa, dalle mie parti, sicuramente le presenze femminili in sala giochi avevano un sapore alieno. Poi hanno risolto chiudendo le sale. Comunque ora sarà sposata, avrà figli.

Qualche centinaio di metri dopo, l'uscita posteriore della scuola dove ho fatto le elementari, dalle monache di merda. Il cancello che dava sul cortile, avrebbero potuto farci giocare ma no: serviva solo a farci le foto ogni anni. Cinque anni di monache possono trasformare il più pio dei devoti nel gestore della pagina ufficiale di Satana su FB.

A un paio di traverse, la casa del mio amico G., detto P.: lui meriterebbe un capitolo a parte. Ricordiamo solo le sessioni di Nintendo 64 nello scantinato, con un tasso di umidità amazzonico. La cucina con le ante dei mobili legate con lo spago, altrimenti la mamma buttava dal balcone i pacchi di lenticchie e legumi vari. True story. Quella stessa mamma che voleva farci mangiare la mozzarella alle 5 del mattino, mentre giocavamo a Resident Evil: The Umbrella Chronicles, su Wii.

E siamo arrivati alla fine della camminata, all'angolo c'è una pizzeria. La cosa sicura è che c'è sempre pizzeria: è sulla gestione che regna il caos. Anni fa, quando addirittura uscivo di casa, a volte al sabato andavamo in quella pizzeria a fare gli idioti e, praticamente, ogni due o tre settimane c'era una gestione diversa. Ora è da qualche anno che si son stabilizzati. O, semplicemente, neanche si curano più di cambiare le insegne. Una volta in particolare, tanti anni fa, c'eravamo praticamente tutti ed eravamo i soli avventori del locale (il fatto che fossimo gli unici clienti forse spiegava certe cose). Quante stupidaggini e quante risate... roba da vomitare quel che avevamo mangiato, ma tra le lacrime. Quella sera è come la foto ne “Gli Intoccabili”. Nessuno di noi è stato sparato o ha incastrato Al Capone, ma tante cose sono successe da allora. Chi ha fatto carriera nell'Esercito su al Nord, chi lavora fuori. Chi è finito nell'abbraccio da filo spinato della tossicodipendenza, uscendone in qualche modo. Chi è sposato, ha un paio di figli. Chi ha mostrato quell'anima nera che grava sugli italiani, quasi tutti. E tutti loro, in misura variabile, abbindolati dalla stupidità del populismo. E il qui presente, che scrisse questa cosa una domenica sera, con un peso sullo stomaco che metterebbe in crisi una gru a granchio.

 
Continua...

from Il blog di Giuseppe.

Buona domenica a tutti. Il brano di domenica 17 Gennaio 2021 è tratto dal Vangelo secondo Giovanni, versetti 1,35-42.

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Il tema centrale di questa domenica è la vocazione. La prima lettura, tratta da 1Sam 3,3-10.19, racconta la celebre chiamata di Samuele; il Vangelo, narra quella di Andrea e Pietro, primi discepoli del Signore. Probabilmente ci sarà capitato di pensare che Dio si riveli solo ad alcuni “eletti”, che abbiano particolari qualità, abilità o ruoli di prestigio. Questi brani, invece, ci mostrano esattamente l'opposto: Samuele era un bambino, Andrea e Pietro due semplici pescatori. E queste persone non ricevono una promessa di vita facile e “comoda”: si sentono chiamati, “attratti” verso il Signore e non esitano a seguirlo. Un Gesù che è venuto a sovvertire le regole del tempo, una persona che parla “con autorità”, ma che non era certo “autorevole” come i consoli romani, o i rabbini del tempio. Possiamo anche notare gli appellativi dati a Gesù: “Agnello di Dio” (vittima pura e innocente), “Rabbì” (maestro), “Messia” (unto). Ognuno di questi “titoli” ci racconta dello scopo della Sua venuta nel mondo. I discepoli, avendo seguito e conosciuto Gesù, lo hanno testimoniato al mondo, e la loro testimonianza è valida anche oggi. Siamo noi in grado di fare altrettanto?

Un saluto a tutti.

 
Read more...

from Il blog di Giuseppe.

Buona domenica a tutti.

Oggi, 10 Gennaio 2021, festa del Battesimo del Signore, la liturgia ci propone un brano tratto dal capitolo 1 del Vangelo di Marco, versetti 1,7-11.

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

I personaggi che spiccano in questo brano sono Gesù, Giovanni il Battista e lo Spirito Santo. Gesù, per la sua prima apparizione, sceglie l'umiltà: si mette in fila e si fa battezzare, come chiunque altro e in maniera quasi “anonima”, da Giovanni il Battista. Il segno del battesimo, come sappiamo, era molto importante per il popolo ebraico, perchè segna l'inizio della vita pubblica di una persona, in questo caso di Gesù. Dall'altra parte, c'è Giovanni il Battista, che viene considerato alla stregua di un profeta e acclamato da tutti, però Giovanni conosce bene Gesù, sa la missione che Egli è venuto a compiere nel mondo, lo ha riconosciuto e vuole “farsi da parte”, per “lasciare il posto” a Lui. Quindi anche Giovanni il Battista ha un atteggiamento umile. Anche noi siamo chiamati a riconoscere Gesù nell'altro, ma questo richiede uno sforzo. Uno sforzo di umiltà, uno sforzo di “mettere da parte” il proprio egoismo e “lasciare il posto” all'altro. Possiamo anche notare la presenza dello Spirito Santo, che scende sotto forma di colomba, richiamando alla memoria l'episodio di Noé e dell'arca. Lì, portando un ramoscello d'ulivo, lo Spirito Santo porta la notizia della distruzione del peccato e della nascita di una nuova umanità; mentre oggi, lo Spirito Santo, ci dà notizia della venuta di Gesù, la “manifestazione di Dio” che ci rende “nuove creature”, “Figli” di Dio, oltre fratelli e sorelle tra noi, un umanità nuova pronta ad accogliere il messaggio di Cristo, che deve essere vissuto nella propria vita. Gesù viene per darci l'esempio. Il battesimo non deve essere visto come un fatto “esteriore”, ma come un evento “interiore”, un segno di sottomissione al Padre e di vicinanza a tutta l'umanità.

Un saluto e a presto.

 
Continua...

from Il blog di Giuseppe.

Un saluto a tutti. Il brano della liturgia di oggi, 06 Gennaio 2021, è tratto dal Vangelo di Matteo, versetti 2,1-12.

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Questo brano è abbastanza celebre: è il brano che racconta dell'esperienza dei Magi, dei saggi venuti dall'oriente che cercano Nostro Signore Gesù Cristo. Ne hanno sentito parlare, e vogliono adorarlo. E' bello vedere come, nei loro occhi, ci sia lo stupore e questo desiderio di incontrare Gesù: un semplice bambino, che però aveva una missione “speciale”, particolare. Un Signore che viene nel nascondimento e nella semplicità. Sicuramente per questi Magi non fu tutto chiaro fin dall'inizio: ad un certo punto, l'evangelista nota che la stella, ad un certo punto, scompare. I pastori, e gli stessi Magi, sicuramente erano un pò in difficoltà nel cercare di trovare la “direzione giusta”... Ma il desiderio dell'incontro con Gesù toccò così tanto il loro cuore, che essi provarono una “gioia grandissima”. La stessa gioia che dovremmo un pò provare anche noi, tutti quanti, nel sentirci comunque figli di Dio, figli “amati dal Signore”. I Magi, con questa loro esperienza, ci esortano a riscoprire la gioia di “dipendere” da questa stella, che è il Vangelo. Ovvero la “Parola del Signore” che ci porta a Gesù, conducendoci verso questo bambino, Gesù, che viene in mezzo a noi per donarci luce, speranza e pace.

Un saluto a tutti.

 
Continua...

from Il blog di Giuseppe.

Un saluto a chi legge.

Buon 2021! Ho deciso, con il nuovo anno, di dare un nuovo “taglio” a questo blog: principalmente, scriverò meditazioni sulla Parola di Dio. Essendo un seminarista, e dato che ho a che fare con la Sacra Scrittura praticamente ogni giorno, penso che potrebbe essere un modo per riflettere insieme su quanto la liturgia ci offre. E gli spunti non mancano di certo.

In questa seconda domenica dopo Natale, ci viene proposto un celebre brano, tratto dal Vangelo secondo Giovanni (per la precisione Gv 1,1-18):

[In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta.] Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. [Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.] Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Si tratta del “prologo” di Giovanni, ovvero del brano di apertura di questo Vangelo. Un brano che sintetizza la missione di Gesù, e probabilmente buona parte della sua vita stessa. Gesù che porta la luce, l'amore di Dio, la pace. Non tutti sanno che si tratta dell'ultima parte di questo libro ad essere stata scritta, e che è una delle più significative di tutto il testo. Gesù stesso, facendosi carne, ci mostra come Dio stesso voglia diradare l'oscurità dalle nostre esistenze “opache”, per rivestirci del Suo amore, che è pura luce e puro bene. Per questo, Dio si è fatto uomo. Ed è una differenza sostanziale, rispetto all'Antico Testamento: mentre nel passato Dio si rivelava attraverso dei profeti, con la venuta di Cristo Dio si rivela direttamente all'uomo, senza intermediari e dandoci un esempio “concreto” da seguire. La missione di Giovanni il Battista era di “preparare la strada” a Gesù, ma molti credettero che fosse Giovanni stesso il “Messia”. Ma Giovanni, dice il testo venne “per dare testimonianza alla luce”, al Salvatore dell'umanità. Gesù ci parla del Padre, avendolo visto e conosciuto. Ecco perché, come cristiani, siamo chiamati a “fidarci” di Lui e a seguirne gli insegnamenti.

Buona domenica a tutti!

 
Continua...

from My Little Grundgestalts

This is my latest work — “Per Tiziana” (For Tiziana). A music theme that “haunted” me for days, until I finished working on it this morning, last day of 2020, around 3:30am.

I should probably not say this, but I love it. Makes me think of Piazzolla, and Riz Ortolani. Music for movies, as my friend @GustavinoBevilacqua@mastodon.cisti.org kindly mentioned — in fact, Per Tiziana was created as a theme in a soundtrack for an imaginary movie that probably will never be shot.

Also, it's one of those cases in which I regret the most not having studied music. Alas...

The instruments are vibraphone, alto sax, cello, pizzicato strings, electric guitar, timpani, and drums. The music composed itself between December 25 and 31, 2020.

Picture from “Samsara”, by Sergio Vanello. From “The music of Erich Zann and other stories”

A version for piano, timpani, and drums, is also available:

By Eidon. © Eidon (Eidon@tutanota.com). All rights reserved. desrever sgnorw llA

From “II”:

 
Read more...

from ut

Se tentassi un bilancio etico, per così dire, dovrei ammettere di aver fatto più male che bene. Non intenzionalmente: per ruvidezza, goffaggine, scarsa chiarezza con me stesso, scarsa capacità di comprendere l'altro, distrazione. Mi rendo conto, soprattutto, di aver probabilmente fatto più male alle persone cui più volevo bene, e alle quali avrei voluto dare il meglio di me. In qualche caso renderle addirittura felici. Ora penso che si debba piuttosto cercare di non fare il male. Dire all'altro: guardami, sono qui, sono un essere umano in difficoltà come tutti, ho una fottuta paura di morire, di invecchiare, di ammalarmi, ho un passato pieno di cose che fanno male e un futuro incerto, sono esposto a ogni impurità psicologica, mi ammalo di rabbia di tristezza di indolenza di noia, sono spesso confuso, il corpo mi fa male e mi sottrae ogni energia, a volte ho voglia di passare la frontiera, e per tutte queste ragioni non sono sicuro di riuscire a farti del bene; ma so con certezza che non voglio farti alcun male.

#loingpres

 
Continua...

from Gippo

Mi sono rotto le scatole di personalismi, narcisismi, ironie e autoironie assortite! Oggi scriverò seriamente, nel tono professionale di un professorone stipendiato!

Introduzione

Ogni teoria economica si può suddividere in varie sottoteorie: teoria dei beni, teoria del valore, teoria dello scambio, teoria del prezzo, teoria della moneta. A sua volta, ogni sottoteoria si può suddividere in varie sottocategorie, o casi particolari. E' il caso di questo post che analizza la teoria del “bene videogioco”.

I beni in generale

I beni sono strumenti atti a soddisfare un bisogno. Per tale motivo, chiedersi cosa sia un bene implica il definire quali siano i bisogni che soddisfa. Qualora si scopra accidentalmente che il nostro oggetto di osservazione non soddisfi alcun bisogno, allora non si può più parlare di bene. Come si può perciò intuire, la qualifica di bene è una questione molto soggettiva e ciò che è un bene per alcuni può non esserlo per altri. Un altra caratteristica interessante dei beni è il fatto che attribuiamo loro un valore e che siamo disposti a pagare un prezzo per acquisirli. Questo, com'è evidente, vale anche per i videogiochi.

Talune teorie economiche fanno risultare tale valore come sommatoria del lavoro e dei beni secondari (o materie prime) impiegati per costruirli o crearli. Queste teorie, nate durante la crescita e lo sviluppo una società industriale ormai alle spalle, hanno lasciato il posto anche in ambito accademico a impianti teorici che ragionano più sull'utilità per il fruitore o consumatore che sul lavoro incorporato nella produzione. Il presente saggio si basa su quest'ultima impostazione giacché è evidente, ad avviso di chi scrive, che i beni abbiano valore solo in virtù della percezione e delle aspettative che hanno coloro che ad essi si rivolgono per soddisfare i propri bisogni. Fatte tali doverose premesse, vediamo quindi quali bisogni vengono soddisfatti dai videogiochi.

Possiamo indicarne essenzialmente tre: il bisogno di divertimento, il bisogno di evasione, il bisogno di identità.

Cover di The Pixelated Monster

Il bisogno di divertimento

I videogiochi divertono, sono piacevoli, danno sensazioni positive. L'occhio è attratto ineluttabilmente verso le lucine in movimento sul monitor e il cervello segue con supino e languido senso di abbandono le dinamiche preconfezionate sullo schermo. In questo ambito, il videogioco è una sorta di carezza al nostro intelletto, alla nostra curiosità, alla nostra voglia di sognare a occhi aperti. Se vogliamo, è un sogno interattivo a buon mercato. In una parola: diverte. Il bisogno principale di un videogioco, probabilmente quello per cui è nato, è proprio divertire con un senso di meraviglia. Successivamente il senso di meraviglia si perde col susseguirsi delle incarnazioni videoludiche nelle loro infinite declinazioni, con l'evoluzione della grafica verso i limiti fisici, con la stabilizzazione e fossilizzazione dei generi. Però il divertimento non finisce con la fine del senso di meraviglia. E allora a supportarlo ci pensano il senso della sfida e del ritmo.

Il bisogno di evasione

Il videogioco crea esperienze altrimenti irrealizzabili per la maggior parte di noi, come guidare aeroplani e bombardare una regione del Medio Oriente. Oppure rubare auto e investire pedoni. Oppure interpretare supereroi e lanciare onde energetiche. In sintesi: ci fa evadere dalla prosaica realtà di tutti i giorni. In verità anche divertire ha nella propria etimologia la parola latina “divertere” cioè cambiare strada e, in un'interpretazione un po' moraleggiante “uscire dalla retta via”. Il videogioco realizza, sempre a buon mercato, l'opzione-fuga, quella che Henry Laborit ha descritto nel suo libro “Elogio della fuga”. La differenza tra divertimento ed evasione sta allora nella preponderanza dell'intimo bisogno di abbandonare la realtà, operazione questa fisiologica (cosa sono il sonno e i sogni se non l'insopprimibile esigenza di evitare dosi troppo pesanti di realtà?) ma che si presta a diventare, senza il giusto equilibrio, patologica. A testimonianza della necessità di distinguere divertimento ed evasione c'è l'esperienza di tanti frequentatori del subredditdedicato allo “stopgaming”, una sorta di operazione di disintossicazione dal videogioco da parte di coloro per i quali quest'ultimo ha perso ogni connotazione divertente per essere sostanto il terreno preferenziale per la fuga sofferta e involontaria da se stessi e dalla società, in una dipendenza che ha perso la sua ragion d'essere iniziale.

Il bisogno di identità

Il videogioco, come ogni prodotto moderno, non sfugge all'ideologia attuale per cui non si vendono beni ma si vendono esperienze, modi di essere, tasselli identitari.In questo non è diverso da un profumo, da un'automobile, da uncibo biologico. Un primo tassello identiario agli albori della sua storia era quello sotteso all'essere nerd, geek, otaku. Successivamente, con il diventare sempre più mainstream, il videogioco ha finito col perdere parzialmente questo senso e da allora è diventato un e-sport, un sistema gerarchico a base di ladder, una tessera fedeltà a base di achievement, un negozio di abbigliamento virtuale a base di customizzazioni onerose. Il videogioco dal punto di vista del consumatore è diventato un bene su cui investireal di là del prezzo sborsato per ottenerlo (che talvolta è pari a zero). In quest'ottica, il divertimento continua ad esistere ma non per molto. Agli albori della sua storia un buon videogioco in termini di qualità/prezzo doveva garantire non meno di 40 ore di longevità. Al giorno d'oggi un videogioco deve essere potenzialmente per sempre attraverso il rilascio di aggiornamenti, espansioni, DLC, patch, modifiche di bilanciamento. Sintetizzando nuovamente: il videogioco è diventato un lavoro, un mezzo di espressione, un'arena competitiva. In questo bisogno rientra anche l'importante fenomeno dell'appartenenza ad una community. Laddove vari anni fa la community aveva carattere esclusivamente amatoriale, oggi essa si avvale di professionisti e semi-professionisti qualificati: non solo moderatori selezionati tra utenti particolarmente responsabili e qualificati (in termini di “skill”) ma anche figure interne o comunque dipendenti a vario titolo dal team di sviluppo, quali social media manager e addetti alla comunicazione.

Conclusioni

E' interessante notare come una tale tematica sia stata affrontata da chi scrive anche dal punto di vista dello sviluppatore di videogiochi in questo post. Si può intendere dunque il presente scritto come un aggiornamento maggiormente incentrato sui bisogni del videogiocatore, ovvero del consumatore finale, piuttosto che dello sviluppatore cioè il produttore. Ciò può fornire un interessante cambio di angolazione che mette a confronto le differenti percezioni di chi produce e chi fruisce, ponendo ancor più in evidenza che anche chi crea un videogioco, in fondo, soddisfa un suo personale bisogno ed è, in definitiva, un suo particolare consumatore.

Ok, academic mode off.

 
Continua...