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from Diario di un pensionato, cose a caso.

Linux, mi ha sempre affascinato, sopratutto perché mi permette di sbagliare e di imparare senza avere il terrore di gettare via tutto, ho reinstallato decine di volte tutto il sistema operativo perché ho incasinato da shell con comandi immaginari cercando di installare programmi impossibili ecc... ec... Con il tempo ho imparato ad amare anche le sue ristrettezze di software e una certa sua essenzialità, non devo cercare 77mila programmi ma imparare bene ad usare quelli che ho. Su windos invece ero sempre alla ricerca di programmi suite per fare cose, ecco su linux invece mi concentro sulle cose da fare, per molte cose basta l'editor di testo, non un office intero, anche per fare pagine web in htlm basta scrivere testo, ma quello che conta invece sono i contenuti, le cose da raccontare. Insomma linux ti porta verso i contenuti e meno sull'apparenza, ed in questi tempi è una gran cosa. Non essendo un programmatore uscito dal università, ma un ex operaio curioso, ho cercato di capire perché alcune cose mi spaventavano di linux, perché mi lasciavo sempre una partizione windos, ora dopo molto tempo l'ho capito: linux è silenzioso e io devo riempirlo di cose mentre windos è una cacofonia teleguidata è lui che ti riempie e ti guida, come quando ti abitui ad abitare in citta ed al improvviso ti ritrovi in campagna e ti accorgi del silenzio. Ti rendi conto che l'informatica, il web è un mezzo non un fine, come del resto ero arrivato a questa conclusione anche per la fotografia. Unico rimpianto la difficoltà di scansionare i negativi che mi sviluppo da me ma risolverò anche questo. Lucio , oggi è il primo d'ottobre e mi sento ancora più libero da pesi, insieme al non andare più a lavorare è iniziata questa fase di alleggerimento.

 
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from 🅐🅡🅣🅔🅢🅤🅞🅝🅞

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La “danza moderna” opera prima dei Pere Ubu, rimane a distanza di oltre quarant’anni un disco straordinario. Ecco sì, straordinario è l’aggettivo che più gli si addice. Straordinario il nome Pere Ubu (Ubu Roi, pièce teatrale del commediografo francese di fine ‘800 Alfred Jarry), che non diceva niente a nessuno ma aveva un bel ’suono’. Straordinaria la voce di David Thomas, un gigante con i capelli a cespuglio che cantava con un vocione da orco. Straordinari i musicisti Revenstine, un cercarumori quando l’elettronica era tutt’altro che facile, il chitarrista Herman, un trasformatore elettrico da 125 in 380volts, la sezione ritmica di Krauss alla batteria e Maimone al basso che scandiscono una musica complessa e alienata. Straordinario il suono, un turbinio di note, con scenari post-industriali, schizofrenici e avanguardistici.

Gli Ubu si auto producono quattro singoli, uno più feroce dell’altro, prima di giungere a questo favoloso esordio. Il disco è tirato in poche copie, non entra mai in classifica, ma abbaglia subito i cercatori di rock diverso. Thomas e i suoi portano il rock verso nuove frontiere, senza dimenticare l’essenzialità delle sue origini. Producono una musica con la devastante energia del punk, il ruvido calore del blues e presagi di quelli che un giorno sarebbero stati chiamati ‘paesaggi immaginari’ dell’electro-music. La voce squassata del leader e mente del gruppo David Thomas, l’anti — Sinatra per il suo ‘mal di canto’ si diverte a scrivere alla rovescia la storia della canzone tipo, e fa della sua sgraziata e disarmonica vocalità il marchio di fabbrica del gruppo.

Difficile, assurdo e insignificante catalogare il loro suono, avanguardia, jazz, rock, folk, tutto questo e il contrario, un meraviglioso variopinto minestrone musicale condito in maniera razionale da una melodia strabiliante, unica e invidiabile. Una visione ‘forse’ troppo forte e troppo ‘avanti’ per l’epoca. Un disco che resta ancora straordinario per la sua forza, ancora attuale e influente.

#millenovecentosettantotto

 
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from 🅐🅡🅣🅔🅢🅤🅞🅝🅞

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Ricordo bene, era una sera d’estate del 1984, con un gruppo di amici appassionati ci si chiedeva quale fosse il più bel disco del momento, le nomination furono due: “The Medicine show” dei Dream Syndicate e “Brilliant Trees” di David Sylvian.

Album diversi fra loro ma uniti dalla una ‘nuova forza’ che li vedeva una spanna sopra alla moda musicale del momento. Ricordiamoci che siamo negli anni ottanta dove imperavano gli Spandau e Duran e non me né si voglia, ci sentivamo dei carbonari nel sostenere questa musica che per noi era ‘vera’.

David Sylvian che all’epoca ha ventisei anni abbandona come cantante il gruppo che lo ha reso famoso, i Japan. Dotato di grandi inclinazioni sonoro-vocali, intraprende una carriera solista che lo porterà con questo disco ai vertici delle classifiche.

Volendo può iniziare una vita da star commerciale, diverse sono, infatti, le proposte che gli vengono offerte ma, introverso e schivo allo show business rinuncia per una scelta dettata solo dalla sua passione che è l’espressione musicale. E’ un ottimo disco Brilliant Trees di rara intensità, anche se non il migliore, ritengo, infatti “Secrets of the Beehive” (1987) il suo capolavoro.

L’inglese David Sylvian usa la sua magia vocale per dei respiri che ci portano in un mondo dove la poesia regna arcana ed esoterica. Il termine rock ormai non abita più nelle sue ‘corde’, il suo suono è un equilibrio fra rarefazioni e melodie orientali ma con un marcato lirismo europeo. Anche i piccoli cedimenti che effettivamente esistono, poco contano nella complessità dell’album.

Non è avanguardia, ma non siamo neanche tanto lontani se per avanguardia intendiamo una forma di sperimentalismo fra ritmo e ambient, di cui poi in futuro diverrà maestro. Questo nitido esordio solista ci insegna e ci dimostra la tesi assai ardua per l’occidente; che il sentimento non passa per forza di cose attraverso il pathos e che la precisione può essere arte.

Tutto questo è stato possibile grazie anche alla collaborazione di maestri del suono come: Sakamoto, Czukay, Isham e Thompson. Manca solo Brian Eno, ma il suo spirito aleggia su tutta l’opera.

#millenovecentonovantaquattro

 
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from nonsolocorsi

Dal Vangelo secondo Luca – Lc 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

 
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from nonsolocorsi

Dal Vangelo secondo Luca – Lc 17,5-10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

 
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from D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

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Oggi ho incontrato un cane magrissimo prima di inoltrarmi nel bosco, al buio.

“Sei un osso?” “No, sono un intero cane.” “Dove vai?” “Oltre le cime degli alberi,  parallelo alla luna.” “Perché fa luce?” “No, perché fa scia. Di fiuto.” “Posso venire con te?” “Solo se stai zitta, quattr’ossi.”

Sono conversazioni così che ti cambiano la giornata.

Arrivata qui da poco, quando poi in marzo hanno chiuso le porte della Lombardia e non potevo tornare, un uomo proprio vicino al bosco ha aspettato che lo raggiungessi e poi mi ha detto: “Lei non è di qui.” “Sì che sono di qui.” gli ho risposto. “Io non l’ho mai vista.” Allora, ho aspettato che continuasse a camminare per restare indietro per conto mio, bisbigliando: “Ci sono anche persone di là, signore. E poi non è che se lei non ha mai visto una persona, quella non può esistere lo stesso da un’altra parte.”

Un’altra volta, ho salutato con la mano una vecchietta affacciata a una finestra, ma lei si è tirata indietro e ha detto: “Io non la conosco.” Allora ho preso al volo con la mano l’invisibile segno della mia voce e ho risposto: “E allora mi riprendo il saluto.”

Per fortuna però c’è il Giovanni S., un taglialegna con la barba grigia lunga fino all’ombelico, e la coda di capelli fini fini. Lui è il padrone, ma preferirei dire custode, di Pippo Magique. Così, appena potevo lo nominavo davanti agli altri e diventava una specie di lasciapassare: “Qualcuno in paese la conosce…”

Col passare dei mesi, mi salutano in tanti e il fornaio che non ha più il negozio ma continua a sfornare il pane, al mio ‘buongiorno’ mi ha detto: “Niente buongiorno, io qui dico ciao a tutti, non mi piace a me buongiorno.” E così gli dico “ciao” e mi sento una del posto per un attimo, un po’ per finta. 

Una volta una signora mi ha fermato e mi ha detto: “Io sono la donna più sfortunata del paese.” E poi mi ha raccontato una vita terribile piena di morti. Le ho detto: “Mi dispiace tantissimo.” e sono andata via. Mi dispiaceva davvero.

Adesso qui ci sono tanti contagi per un paese piccolo, non ci sono sirene di ambulanza ma campane a morto, un suono forte, quasi senza pause, che non chiama ma dà notizia scura e il giorno dopo sui muri c’è il cartello listato a lutto e il nome del morto, quasi sempre un anziano.

La posta apre solo tre giorni alla settimana. Di solito ci lavora la lentissima e pacatissima signorina Grazia, anziana e con un profilo bellissimo, non l’ho mai vista di fronte. Io vado per spedire i pieghi di libri. Una volta però dietro il vetro c’era un uomo molto robusto. La posta è piccolissima, ci si sta uno alla volta, gli altri aspettano fuori. Ho messo il mio pacchetto sotto il vetro e lui l’ha messo sulla bilancia, poi sbuffava e sbuffava ma non succedeva niente.

Quando gli ho domandato cosa succedesse, ha detto: “Terminali bloccati.” Ho detto che allora andavo via. “Eh no eh, magari mi ha già preso la consegna, non può andarsene. “Allora gli ho chiesto se aveva dei francobolli ma lui ha risposto: “Ci saranno ma io non so dove sono – e intanto alzava qualche foglio – aspetti che tra qualche giorno torni la Grazia e chieda a lei.”  Quando, dopo un po’, gli ho chiesto come andavano i terminali, lui ha sbuffato e mi ha detto. “Lei mi opprime.” Allora, sono uscita sulla porta e ho detto alle donne in fila: “Dice che lo opprimo,” perché speravo di sobillarle un po’ e fare comunella, a Milano mi riusciva benissimo. Ma loro niente, anzi, una tutta melliflua, ha messo dentro la testa e ha chiesto: “Scusi, scusi tanto, ma anche per le raccomandate non vanno i terminali? Scusi eh.” 

Mi sentivo un ufo che dalla città si era spostato in campagna ma ufo restava. Ma da quando mi sono messa a parlare con gli animali e con gli alberi, è tutto cambiato. Ho un mondo e quando al pomeriggio corro verso il bosco so sempre di correre verso qualcuno.

Nel bosco ci vado insieme ai cinquantamila morti.

Dice Calvino-Palomar: “Ma è un dialogo, oppure ogni merlo fischia per sé e non per l’altro? […] Oppure tutto il dialogo consiste nel dire all’altro «io sto qui», e la lunghezza delle pause aggiunge alla frase il significato di un «ancora», come a dire: «io sto ancora qui, sono sempre io». E se fosse nella pausa e non nel fischio il significato del messaggio? Se fosse nel silenzio che i merli si parlano?”

Chandra Livia Candiani #Divita

 
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from La vita in famiglia è bellissima

[bada-boom #mm]

Il viaggio è lunghissimo, durerà molto di più delle dodici ore previste, chilometro dopo chilometro diventa notte e ci muoviamo in una atmosfera irreale. Alle strade si alternano gallerie che si rivelano poi tunnel che procedono verso il basso, per tempi lunghissimi. Sembra di entrare nelle viscere della terra. Le auto per strada diventano sempre meno e Google Maps inizia a portarci in posti inesistenti, accessi autostradali che sono chiusi al traffico, svincoli bloccati. Dietro dormono tutti tranne primogenito che cerca percorsi alternativi, costringe Google Maps alla realtà e ci ritroviamo in strade secondarie a tentare di superare i tratti che — in Norvegia come nel resto del mondo — di notte sono inaccessibili per lavori. “Anche qua le autostrade fanno schifo” dice, nel cuore del buio, Elettra e un po' questa cosa ci rassicura.

Non è la prima volta che succede nel viaggio. Quando siamo in Italia abbiamo una visione del resto del nord Europa come un luogo di perfezione, mentre poi — alla prova dei fatti — è un posto dove alcune cose funzionano e altre non funzionano. È tutto un grosso impasto questa parte del mondo, ci sono cose che passano le frontiere, altre no. Ci sono correnti, venature che solcano persone che parlano lingue differenti, mangiano cose diverse, credono altre divinità; sono come lingue di metallo che tengono unito un continente e sono liquide, scorrono e mutano continuamente.

Nel cuore della notte finalmente siamo instradati verso Goteborg, ho messo della musica per non dormire e il resto della macchina crolla nel sonno. Anche Elettra che non dorme mai adesso è lì vicino a me con gli occhi socchiusi e la bocca leggermente aperta a mostrarmi i denti della stanchezza. Prince grida dalle casse che lui è un testimone dell'accusa e io mi infilo in questa ennesima galleria che — appena iniziata — comincia anche lei a scendere verso il basso. C'è solo la nostra macchina sulla careggiata, ai lati ci sono cartelli che indicano la distanza dall'ingresso o dall'uscita ma sono troppo stanco per mettermi a leggere, guido — semplicemente — guardando avanti.

Più scendo verso il basso più il panorama muta. Le pareti della galleria smettono di essere in cemento armato e adesso sembrano scavate nella roccia. Come se dita di un essere non umano avessero graffiato le pareti per fare questo tunnel che procede inesorabile verso il basso. Ad un certo punto la strada attraversa una specie di grotta, tutto intorno si allarga e piccoli faretti azzurri illuminano quello che ha tutta l'aria di un antro fantastico. “Avete visto?” chiedo a bassa voce, ma gli altri dormono. La strada attraversa l'antro e prosegue ancora verso il basso. Ora le luci dei neon sono sparite, guido solo con gli anabbaglianti dell'auto che illuminano la strada e il soffitto scavato nella pietra. Anche l'asfalto sembra cambiare: ora è fatto di un materiale compatto, indefinito.

Poi dal soffitto iniziano a cadere di tanto in tanto grosse gocce d'acqua. I muri lungo la strada adesso mandano come un bagliore verde, innaturale. Sulle pareti vedo incisioni, bassorilievi. Più andiamo verso il basso più emergono dalla terra quelle che inizialmente mi sembrano rocce ma poi capisco essere ossa di un corpo gigantesco, millenario. Le dita hanno ancora anelli infilati, capelli grigi accompagnano l'andamento del teschio in lontananza: è un enorme soldato colosso, un barbaro rimasto schiacciato dal continente. Un proto longobardo, germanico o qualche altra etnia romanizzata. La Citroen Nemo è circondata ora da un'aria ghiaccia, ogni tanto devo mettere i tergicristalli per fare saltare la brina che si crea sul vetro. La strada passa in mezzo alle coste del corpo e poi risale — finalmente — passando a fianco della mandibola, oltre il tappeto secco dei capelli morti.

Cambio marcia perché la strada adesso è una salita decisa, butto un occhio ai bassorilievi mentre guido e intravedo scene di battaglie, genti con il segno del Cristo che ammazzano altri con il medesimo segno, contadini zappare nei campi e attorno a loro il nulla stradale, arabeschi islamici vandalizzati da incisioni e graffiti con il logo del Mac Donald, masse di popoli che lasciano case, terra, preghiere e si muovono a forza verso altre parti della terra, e poi parole, caratteri, font di lingue diverse, incompatibili le une con le altre e frammenti di storie, che non riesco a capire, leggende, storie, lettere d'amore e di guerra, volti che rimbalzano in un labirinto occidentale. Tutto mi scorre vicino e io vado avanti senza fermarmi finché all'improvviso scompare, torna il cemento armato, l'intonaco che copre la galleria, la luce inespressiva nei neon e le indicazioni rassicuranti con le loro frecce, gli omini che corrono, simboli del fuoco, divieti autostradali.

Alla fine esco fuori e non vedo le stelle. Il cielo è coperto dalle nuvole o forse la luce dei lampioni qua è troppo forte per farmele vedere. Elettra — d'improvviso — si riscuote, apre gli occhi. “Va tutto bene?” mi chiede stirandosi e cercando di cambiare posizione. Io le dico tutto alla grande, amore, alla grande.

 
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from Art of Stimart

Partiamo dall’assunto che libertà ed uguaglianza non condividono lo stesso piano ideologico o, perlomeno, non esattamente gli stessi principi. La libertà muta in base alle persone ed alle circostanze mentre l’uguaglianza persegue un ideale proposito comune. Siamo tutti uguali non significa che siamo tutti liberi poiché l’ideale di libertà di un soggetto può non essere compatibile con quello di un altro, nonostante il comune bisogno di uguaglianza. L’eterogeneità degli esseri umani ha consentito di generare “sottoinsiemi” che hanno condiviso gli stessi obiettivi egualitari e che, attraverso il potere democratico, hanno ottenuto la maggioranza. La forza maggioritaria, così ottenuta, è diventata forza prevalente sui sistemi più piccoli (minoritari), quindi lesiva delle libertà altrui. Vince la libertà “migliore” e viene meno il principio di uguaglianza. Si noti che può esserci democrazia senza libertà o libertà senza democrazia. Esiste un paradosso interessante sulla democrazia: “se la maggioranza delle persone desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere”. La democrazia, però, almeno come principio, da voce anche alle forze di minoranza: basti pensare ai partiti di opposizione che si susseguono al governo durante le varie legislature. Le forze politiche sono i legali rappresentati dei vari “sottoinsiemi” che formano l’insieme Paese. Ad essi vanno aggiunti i corpi intermedi (associazioni, enti, etc.) che dovrebbero garantire una forma di vigilanza sulla maggioranza, al fine di evitare prevaricazioni, ingiustizie sociali etc. Questo meccanismo, a conti fatti, non crea mai un vero equilibrio, non una vera “soddisfazione collettiva”; vi è una sottile e costante forma di violenza e di ingiustizia che si abbatte meccanicamente su chi non si sente rappresentato. Kenneth Joseph Arrow, un grande economista statunitense, dopo essersi a lungo interrogato sul problema della democrazia parlò di “unanimità paretiana”: «[…]se un'alternativa A è preferita ad un'alternativa B da ciascun individuo, allora A è socialmente preferita a B; pertanto, stanti la dipendenza dal voto, la libertà individuale, il principio di unanimità ed il principio di indipendenza delle alternative irrilevanti, allora richiedere che l'ordine sociale sia lineare implica la dittatorialità». Il dittatore, nel senso di Arrow, potenzialmente può essere un qualunque “votante”. Arrow fa riferimento al concetto di “efficienza paretiana” espresso dall’ingegnere Vilfredo Pareto in cui si afferma che non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro. Detto ciò, credo che la verità sia un’astrazione soggettiva e che si autodetermina all’interno di un insieme che ne condivide i principi. Ogni insieme ha le sue verità, condivisibili o meno con altri ma pur sempre importanti nel rispetto del comune senso di uguaglianza. Lo “specismo”, in fine, è l’alibi che serve ai vari gruppi umani per imporre dogmi morali e culturali al fine di educare alla difesa dei propri confini ed alla diversità. Così nascono il razzismo, la xenofobia, la misantropia etc. Queste forme di odio sono indotte, non innate, e giovano per tenere sotto scacco i componenti di un sistema. A ciò si aggiunga il voluto e marcato indebolimento della cultura universale a favore delle dottrine elitarie; si aggiunga, inoltre, la lesinata attenzione verso i bisogni e le sofferenze altrui che crea un costante ed alienante stato di bisogno. Ecco che appare chiara l’essenza utopica della democrazia.

 
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from La vita in famiglia è bellissima

[bada-boom #!%]

Quando arriviamo con la Volvo dal campeggio scendiamo e ci comportiamo come se fossimo al primo giorno della nostra vacanza e non l'ultimo. Prendiamo possesso del bungalow, organizziamo il trasporto delle varie borse, ci insediamo con la stessa serietà e determinazione di una famiglia all'aprirsi dell'estate. Primogenito va a esplorare il lago, secondogenito si chiude nella stanza del bungalow, terzogenita prova a fare amicizia con qualsiasi forma di vita che abbia più o meno la sua età. Io e Elettra proviamo a fare un'aperitivo, a festeggiare il fatto di essere ancora lì e non avere ucciso nessuno. Giriamo, andiamo in cerca di una birra ma inutilmente: fuori dal campeggio c'è la natura, la natura norvegese. Niente birra.

Alla sera cammino nel campeggio, guardo le piccole casette, le tende piantate. Vado fino al lago e lo vedo lì, schiacciato dalla grande mano dell'atmosfera, livellato dalla gravità mentre la luce del sole – lentamente – inizia a trasformarsi in quella strana luce bianca che hanno i paesi del nord nelle ore serali. Si sentono i rumori, singolarmente, il suono improvviso di qualcosa che si è mosso nell'acqua, il muoversi della canoa ormeggiata vicino alla spiaggia.

Continuo a camminare e vado nella zona più lontana del campeggio, dove ci sono altri bungalow, ma molto diversi dal nostro, sembrano delle piccole case. Davanti ci sono degli uomini e delle donne, spesso anziani, seduti nelle loro sdraio che parlano o mi guardano. Non so da dove vengano. I bungalow sembrano qua delle vere e proprie case, con un abbozzo di guardino, fiori, piccole costruzioni ornamentali. Le persone che sono lì davanti si comportano come se fosse casa loro, vedo uno che sta riparando qualcosa, mi fissano mentre passo, come se fossi uno straniero che sta camminando nella loro città e non come un turista identico a loro. Finché, a un certo punto lo vedo.

In ogni casetta, infilata dentro, c'è una roulotte o un camper. Un relitto di roulotte che ha fiorito il resto della casa e ora ne è rimasta sommersa e nascosta. Torno indietro e riguardo tutte le casette per capire se ho visto bene e — sì — tutte le casette che vedo sono gemmazioni di un camper o di una roulotte che è incastonata dentro. A volte il corpo spunta dal fondo della casa, a volte ne intuisco la porta e la forma spiando da una delle finestre, altre volte una ruota emerge dal corpo centrale, come un arto di insetto rimasto pietrificato all'interno di un enorme parassita. Rimango a fissare quel processo, mi immagino la legislazione che ha contribuito a quella specie di mutazione planimetrica e ne sono affascinato. Sono case viaggianti che a un certo punto si sono fermate e hanno iniziato a crescere, a mettere radici. I viaggiatori che le guidavano ora tornano tutte le estati a rimetterle in vita, ma non partono più. È un viaggio statico che fanno ormai mentre quelle — di anno in anno — metamorfizzano, crescono, sbocciano nuove stanze, partoriscono altri ingressi.

La mattina dopo ci sparpagliamo per il campeggio, aspettiamo tutti la telefonata del meccanico. Puliamo la casa, rimettiamo tutti i bagagli nella Volvo, ma senza avere il coraggio di partire. Se il pezzo non arrivasse nemmeno oggi, dovremmo fermarci ancora un giorno, o — altra ipotesi — salire tutti sulla Volvo e lentamente immergerci nel lago, come in un film di Wes Anderson andare nelle profondità del lago per scoprire e fare amicizia con mostri e spiriti norreni, incagliarci sul fondo di questi laghi millenari e lì restare a fissare il mondo subacqueo finendo di leggere i romanzi che ci siamo portati in viaggio e ascoltando dall'autoradio la musica degli abissi.

Il meccanico non chiama. Passa l'una e non ha ancora chiamato, e a questo punto diciamo a primogenito di chiamare lui e primogenito prende il telefono come se pesasse tonnellate e si allontana tra gli alberi, noi da distante lo vediamo parlare mentre passeggia per il campeggio, annuisce, dice qualcosa con serietà e poi mette via il cellulare e torna da noi, si siede dice che il tracking dice che il pacco è in arrivo. È lì, è oggettivamente più vicino al meccanico che al resto del mondo, anche se ancora non è arrivato. Ma il meccanico confida che ormai arriverà, che è davvero improbabile che non arrivi, a meno che il corriere non abbia un incidente a sua volta, ma è un ipotesi piuttosto remota, dice, ormai è questione di poco e il pacco con dentro il nostro turbo arriverà. Appena il turbo arriverà, il meccanico ci chiamerà e poi monta il turbo, piuttosto non chiude l'officina, paga una pizza ai ragazzi per restare fino a cena, ma ci monta il turbo.

'Sempre che questa volta gli abbiano mandato il pezzo giusto' penso tra me e me ma decido che questa botta di ottimismo me la tengo per me. Non sia mai che poi succede davvero e mi sento pure in colpa per averlo pensato. Restiamo lì, a muoverci attorno al lago, camminiamo come formiche a cui abbiano tolto la briciola di pane e ora non sappiano bene se restare ad aspettare che ricada o se meglio tornare al formicaio, un antropologo potrebbe scrivere un saggio breve sulla famiglia venerandi in questa giornata, le tensioni, i meccanismi di autodifesa, di controllo dell'ansia, dell'amore. E poi il telefono squilla. Primogenito risponde, annuisce, mette giù. “È arrivato” dice. A queste parole mi commuovo, guardo con gli occhi che sorridono gli altri che sono contenti, cazzo, sono contenti anche loro e cammino un'ultima volta sul bordo del lago e mi sento come Nanni Moretti, mi metterei ad urlare “epidurale per tutti!” solo per il gusto di sentire la mia voce che rimbalza sulla superficie dell'acqua.

Quando, quattro ore dopo, il meccanico ci restituirà la nostra Citroen Nemo, ci confesserà che la notte non aveva dormito. L'ho anche già scritto. “Non ho dormito pensando al turbo” ha detto, “a voi che lo aspettavate”. “Anche noi” gli abbiamo risposto, e abbiamo riso tutti nervosamente.

A questo punto partiamo, siamo tutti e cinque di nuovo nella Nemo, di nuovo in viaggio con due missioni ancora da compiere e senza tempo per portarle a termine. “Andiamo diretti ad Älmhult a chiudere il conto in banca” diciamo ai tre figli nei sedili posteriori. È quasi sera e partiamo. “Dove ci fermiamo a dormire?” chiede primogenito da dietro dopo un po' che stiamo andando. Io e Elettra ci voltiamo a guardarlo. L'auto sbanda per un attimo. “Nessuno ha parlato di fermarci” dice Elettra. Primogenito deglutisce, piano. “Ma da Jorpeland a Älmhult ci sono mille chilometri, saranno almeno dodici ore di viaggio” protesta. Mi schiarisco la voce. “Almeno” dico. “Ma è facile che ci metteremo qualcosa di più. La nostra missione comunque è arrivare ad Älmhult entro mezzogiorno di domani, prima della chiusura delle banche. Non possiamo fermarci a dormire”. Primogenito si butta all'indietro contro il sedile. Forse vuole protestare ma a quel punto parla Elettra. “Non preoccuparti, comunque. Tu ad Älmhult non ci arrivi. Ti molliamo a Goteborg. Stanotte. Hai un treno alle quattro che ti porterà a Stoccolma” e sorride. Abbiamo di nuovo un piano. Sorrido anche io. “Mettiamo un po' di Svevo?” chiedo accendendo l'autoradio. Gli sventurati non rispondono.

 
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Dopo la pubblicazione di “Terra mia” del 1977 e la conferma con l’album “Omonimo” del 1979, Pino Daniele pubblica “Nero a metà” il disco che lo consacrerà definitivamente al grande pubblico.

Daniele ha venticinque anni ma ha già una buona esperienza come strumentista suona, infatti, dall’età di dodici anni e ha già militato in diversi gruppi partenopei compresi i Napoli Centrale.

Come Napoli, possiede in questo disco una doppia anima, romantica la prima, ritmica la seconda, nervose e soleggiate entrambe.

Nero a metà è un buon disco, senza alti e bassi. Daniele riesce a stringere in dodici canzoni la ‘napolitanità’ sonora fatta di mare, caffè, chitarra e soul. Come ogni grande musica, le canzoni di Nero a metà sono quasi più di chi le ascolta che di chi le ha scritte. Ma chi le ha scritte ha un grande orecchio, e ha avuto il merito di convogliare in arte le tante ispirazioni del mondo sonoro napoletano.

Il disco inizia con l’armonica di “I say i’ sto ccà” che ci fa subito ambientare alle strade e viuzze di Napoli prima di passare alla musicalità di “Musica musica” dove il sound ci mette a nostro agio. Ci si rilassa con l’intimità di “Quanno chiove” canzone d’amore di una profondità incredibile, la napoletanissima “Puozze passà nu guaio” invece ci fa tornare nella realtà napoletana. L’intermezzo cantato in italiano di “Voglio di più” ci ricorda che Napoli non è un’isola felice e la sensuale “Appocundria” ce ne da la conferma. Il sound-napol-blues di “A me me piace ‘o blues” esprime al meglio quel suono che solo i napoletani riescono ad infondere, come l’altro brano sentimentale tra i più belli del disco che porta il titolo di “E so’ cuntento ‘e sta”. Non poteva mancare la teatralità Napoletana di “Num me scuccià” come altrettanto la jazzata “Alleria”. Concludono questo quadro sonoro la esplicita “A testa in giù” dove il testo ha il sopravvento sul suono, prima di finire con la bella vocalità di “Sotto ‘o sole”.

Sono tutte belle canzoni queste, rese grandi anche per l’aiuto di ottimi strumentisti: Vitolo, De Rienzo, Marangolo, Iermano, Senese, Potter e De Filippi. Tra i migliori musicisti partenopei e italiani.

Nero a metà resta tra le migliori produzioni musicali incise in Italia. Daniele e i suoi compagni riescono a scrivere un capitolo musicale dove il ’napoletano’ non solo viene cantato ma soprattutto viene trasmesso attraverso le note degli strumenti, attraverso il sudore dei musicisti.

#millenovecentoottanta

 
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from Transit

Di dati, commenti ed analisi al voto di ieri ne potete trovare a migliaia ovunque. Non servono di certo le nostre. Quelle che seguono sono solo considerazioni personali, se volete più astratte, ma non per questo meno sentite.

La retorica dei vincitori, come quella dei vinti, sarà il nocciolo comunicativo nelle ore a venire. Tralasciando il fatto che i dati sono impietosi, si continua a perdere di vista (e da molti anni, ormai) il vero centro della questione politica in questo paese, ovvero quella di uscire da una continua emergenza di valori e priorità. Se pur è noto che ciò che dovrebbe muovere chi sceglie l'agone pubblico è un reale interesse per i bisogni della nazione e della sua popolazione, si tende a definire più marcatamente una distinzione tra necessità reali e percepite. Fuori dalla stagnante ipocrisia dei palazzi non ci si sporca oggettivamente le mani: sembra esistere un popolo, una massa di persone cui dedicarsi, ma che non ha una definizione.

Non possono esistere necessità secondarie per milioni di persone cui sono erosi diritti e dignità a favore della visione acclarata di un'Italia che desidera vivere ben al di sopra delle sue possibilità. Certo, nei discorsi, nelle comparsate in televisione, sui disgraziati post di “Facebook” sembra il contrario. Basterebbe, però, fare uno sforzo in più per superare queste barriere dialettiche e di immagine per ricordarsi di tutti coloro che non hanno certezze, ma che masticano precarietà e delusione ogni giorno. La barca fa acqua ovunque: nelle cabine più costose si ha il diritto di non pensare, dato che non è obbligatorio avere empatia con nessuno.

Quello che la politica ha smarrito è l'ideale democratico (*) dell'avversione all'appiattimento, alla comodità. Riforme e controriforme mancano il bersaglio, costrette, ingabbiate da opportunismo e finanche atteggiamenti realmente delinquenziali. Ammorbiditi dalla nostra famosa indole del “...lascia perdere” tutti questi sbalzi, questi scivoloni finiscono nell'abnorme mucchio delle possibilità perdute, che contrasta con quello ancora maggiore di una deriva morale ed economica raccapricciante. E dato che la morale non è unica, per fortuna, quella migliore resta quella della sopraffazione. Una dittature, come scrivevo, non la bella democrazia da fatine.

Rivendicare un primato che esclude qualcuno (chiunque) è un fallo in partenza, da espulsione, non da ammonizione. Errore in cui sono caduti tutti coloro che hanno provato a essere realmente politici, realmente al di sopra di se stessi, al servizio di una comunità vasta come quella di uno Stato. Non si impara da questo abbaglio: la luce è talmente forte che non si distingue nulla. Le persone stesse che votano avrebbero tutto da guadagnare a ricominciare a pensare che non si esce da questo disastro da soli, che non esistono politici che possono realmente cambiare tutto. Solo ed unicamente una coscienza di nuovo libera da costrizioni materiali e da pressioni perbeniste (soprattutto cattoliche) potrà riaprire la porta ad un cambiamento tangibile.

Insomma, per essere banali, non dipende solo da quei due pezzi di carta con una “x”. Anzi, forse quella è la cosa più semplice. Dipende sempre e solo da noi, come singole parti di un tutto che non può più permettersi di esistere come vuota sintassi, ma che deve assolutamente divenire moto reale, pratica quotidiana, pensiero forte. Dipende da quanto vogliamo che il tempo che ci è concesso sia fruttuoso e non semplicemente speso ad aspettare il meno peggio, aggrovigliati su se stessi, senza alcuna prospettiva. Una elezione passa, come ogni cosa di questo mondo. A meno di non credere nell'immortalità è meglio rimboccarsi le maniche e lasciare una traccia di intelligenza per coloro che verranno.

(A&D)

(*): tenete conto che il termine “democrazia” evoca scenari ipotetici e perfetti, quando la realtà è quella di infiniti toni di grigio che sfumano dittature velate.

#Transit #opinioni #Blog #elezioni2022 #elezioni #italia #politica

 
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from La vita in famiglia è bellissima

[bada-boom #%%]

Non so come dirlo al resto della famiglia, mi metto a scrivere diversi messaggi che poi cancello e alla fine vado diretto, condisco tutto con dei “cazzo cazzo” perché sono un grande scrittore e non voglio mancare anche in questo caso di dare – oltre al dato spiccio – anche la mia partecipazione emotiva. Il succo, comunque, è che il meccanico ha ricevuto il pezzo sbagliato. Non è il turbo giusto. Il meccanico me lo ha detto soffrendo, ma il pezzo proprio non era quello giusto, un errore dovuto al fatto che la nostra macchina non era norvegese e quindi, da da da, seguono almeno trenta secondi di spiegazione in inglese tecnico-settoriale che non ho capito ma il succo è che quel pezzo non va bene. C'è un problema di alimentazione, qualcosa del genere.

E il pezzo giusto, il turbo giusto arriverà solo lunedì. Tra cinque giorni. Cinque giorni bloccati in un piccolo paese tra i fiordi norvegesi. Lo scrivo a Elettra che dopo un po' mi risponde anche lei con dei cazzo, e poi decidiamo di andare tutti e cinque dal meccanico. Negazione, rabbia. Il meccanico ci accoglie affranto, spiega a Elettra quello che ha già spiegato a me. Elettra chiede se non possiamo andare a prenderlo noi il pezzo, partiamo in auto e andiamo a prenderlo noi e lo portiamo sicuramente prima di cinque giorni e il meccanico adesso sembra il cuoco pasticcere di quel racconto di Carver, una piccola cosa buona, se potesse ci darebbe dei dolci per farci stare meglio, ma non ha dolci e quindi alla fine ci dice di pensarci, se possiamo aspettare cinque giorni e aspettare il pezzo, lui deve saperlo per farlo arrivare.

Di quello che succede dopo ho dei flash. Giriamo per il paese pensando a soluzioni alternative, prendere un'auto a noleggio per portare primogenito a Stoccolma e andare a chiudere il conto ad Älmhult, tornare tutti in treno e abbandonare l'auto al suo destino, addio piccola Citroen Nemo, smontare l'auto e vendere i pezzi come ricambi, abbandonare tutto e restare in Norvegia, cullati dal suo sistema previdenziale. Facciamo mille ipotesi e le distruggiamo e poi le ricreiamo di nuovo. La nostra vacanza sembra essere diventata una storia a bivi, sono saltati tutti i programmi che avevamo fatto, telefoniamo al campeggio già prenotato di Älmhult per dire che non arriveremo mai più.

So che a un certo punto arriva terzogenita sorridente che dice che la mamma, Elettra, ha trovato la soluzione: ha detto che se la vita ti dà del limone, ovvero qualcosa di acido che ti fa soffrire, bisogna trasformarlo in limonata. “Quindi?” faccio io. Terzogenita alza le spalle e dice, “restiamo cinque giorni in più qua e cerchiamo di godercela”. Appare anche Elettra con primogenito che parlottano, in lontananza con un sorriso un po' triste, un po' no, e mia moglie mi sembra – tra tutti – la persona più matura e che vede più lontano. Non tra i venerandi: in generale. Poi terzogenita dice che se però la limonata riuscissimo anche a venderla ci potremmo pagare il turbo.

Così inizia questa parte della vacanza non programmata, fermarci in Norvegia per cinque giorni, perché non possiamo andarcene, il motore è bruciato. Vado con primogenito a noleggiare un'auto per muoverci in quei cinque giorni e troviamo un tipo, lo descrivo meglio. Mi sono fatto un'idea di lui, ragazzotto bello, giovane, muscoloso, faccia di uno che non gliene frega niente di niente, appassionato di moto, tatuaggi, pulito ben rasato, ogni domanda che gli facciamo lui risponde come se la risposta fosse di una semplicità impressionante, gli chiediamo se possiamo avere un'auto a noleggio, lui dice sì, gli chiediamo per quanto, ci dice il prezzo, noi gli diciamo che allora la prendiamo e lui ci dà le chiavi. Tutto molto semplice. L'auto è fuori, dice. È una Volvo. Una Volvo di età indefinita, probabilmente era la testa di serie di diverse generazioni di auto fa.

Quando entriamo e ci sediamo ci sembra di essere comodi, ma non di una comodità come la pensiamo oggi nel 2023, ma di come si pensava si dovesse essere comodi negli anni settanta. È una specie di macchina del tempo. Raggiungiamo il resto della famiglia, abbiamo l'auto, penso, ora dobbiamo trovare un letto.

[...]

Il giorno che deve arrivare il turbo per la Cirtroen Nemo siamo tutti in attesa, giriamo attorno al meccanico come le mosche attorno a una carogna che però può ancora tornare in vita, come un gesùcristo qualsiasi e invece il pezzo non arriva. Il meccanico ci chiama, risponde primogenito e vedo subito che sta zitto per un tempo preoccupantemente lungo e poi dice tomorrow, altro silenzio, not today dice ancora e poi dopo un po' tomorrow. Non so se lo dica più a noi che a se stesso che al meccanico ma capiamo, il pezzo è ancora in viaggio. “In genere — ci riporta primogenito dopo aver buttato giù — sarebbe dovuto arrivare oggi ma si vede che il corriere è in ritardo”. Non osiamo parlare. Non osiamo pensare, non in maniera lineare. La nostra testa è una ramificazione di ipotesi per uscire da questa situazione e tutte vanno a scontrarsi con il fatto che ci serve il pezzo, a questo punto ci serve il pezzo. Più tardi andremo dal meccanico a fargli capire che questo ritardo per noi è un disastro e se domani il pezzo non arriva è più che un disastro, non so se esiste un termine per definire qualcosa che è più di un disastro ma è quello, più che un disastro.

Il fatto che la Norvegia sia ricca per il suo petrolio fa sì che — a cascata — sia anche economicamente svantaggiosa, se vieni dall'Italia. Il cambio è piuttosto facile: tutto costa più o meno il doppio. Se vuoi comprare qualcosa devi calcolare che spenderai il doppio di quello che avevi pensato. Devi stare attento a cosa pensi. Una volta che hai capito come funziona il cambio diventa semplice vivere in Norvegia, se sei norvegese. In tutti gli altri casi meglio vederne, goderne, e poi spostarsi. Paradossalmente anche la benzina e il diesel sono più cari che nella vecchia e tossica Italia.

Cerchiamo di fare capire al meccanico che dobbiamo tornare in Italia anche perché dobbiamo tornare a lavorare, e lui ci confessa che ci capisce e poi aggiunge, guardandoci negli occhi, che nel fine settimana ha pensato a noi tutto il tempo. É davvero dispiaciuto che non sia arrivato il pezzo, soffre anche questa volta. Ci dice — per consolarci – che se domani il pezzo arriva, in qualunque ora del giorno arrivi, lui non chiuderà l'officina finché il turbo non sarà montato sulla nostra Citroen Nemo e noi partiti per la Svezia. Di più non può fare.

Noi usciamo dall'officina come un onda dopo aver assediato uno scoglio, ma alla fine lo scoglio resta terra e il mare torna a essere liquido e instabile.

Ad un certo punto, mentre Elettra cerca un posto, un ennesimo posto dove dormire ancora una notte, io mi giro verso i miei tre figli che continuano ormai da una settimana a seguirci in questa serie di cambi improvvisi di programma, incertezza, casino, nervosismo, scazzo e gli dico grazie. Mi fermo proprio e dico ragazzi vorrei dire che vi ringrazio, che in questo momento di difficoltà per noi adulti siete sempre stati utili, non avete protestato, avete capito la tensione del momento, vi siete adattati alla situazione incasinata e — niente — non era scontato che lo faceste. Vorrei ringraziarvi, dico. E loro alzano le spalle, mi guardano, guardano Elettra, restano seri mentre parlo e quello che sto dicendo sento che lo capiscono, lo mettono in prospettiva, ognuno a suo modo. Poi vanno avanti, continuano a fare le cose che gli abbiamo chiesto di fare, spostare zaini, prendere le cose per dormire perché nel frattempo Elettra ha trovato un posto, questa notte si dorme in campeggio, un bungalow sulla riva di un lago.

 
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from La vita in famiglia è bellissima

[bada-boom #ff]

Tra la zona del porto dove siamo noi e la parte opposta c'è una specie di enorme palazzo. Un condominio, ci toglie completamente la vista. È una grande nave, una nave da crociera, ormeggiata nel piccolo porto di Stavenger. Io e terzogenita la guardiamo in silenzio, mentre finiamo di riposarci. Osservo le singole parti di cui è composta, sembrano i balconi di centinaia di appartamenti, vedo anche qua e là qualche omino piccolissimo, appoggiato alla balaustra della sua piccolissima abitazione, che ci guarda. È un condominio sull'acqua.

Mi giro verso terzogenita. “È grossa” dico e lei annuisce. Non fa commenti. “Pensa – le dico – quanto deve inquinare”. Terzogenita si volta verso di me. Non so se sto dicendo la cosa giusta. Forse dovrei dirle “guarda come è bella. Come deve essere bello viaggiare su un condominio nel mare”, ma non mi riesce. Più guardo quegli appartamenti più penso ai tubi, alle centinaia di tubi che devono essere lì dentro a raccogliere cose, merda, scarti, spazzatura per poi scaricarli in mare. Visto così, enorme, di fronte a noi, penso che deve essere una quantità impensabile di scorie che in ogni momento quel colosso scarica. “Pensa – dico a mia figlia – quanta energia deve servire per muoverla, per tenere accese tutte le luci, tutto il riscaldamento, l'elettricità per cucinare, un intero palazzo. Quante risorse vengono bruciate per fare in modo che questa cosa funzioni. Perché quelli lì dentro siano felici”. Terzogenita torna a fissare la nave, non dice niente. Annuisce. Poi fa uno scatto e corre via da Elettra.

Forse dovevo dirle “pensa quanto sarà bello quando ci viaggerai per la prima volta”. Ho sbagliato. Parlare è una storia a bivi, devo fare una scelta. Ogni scelta è sbagliata. Guardo terzogenita, si sono mossi tutti, risaliamo verso la parte dei negozi, le nuvole ora sono cariche di pioggia.

È sempre a Stavanger che a un certo punto io e i miei figli ci fermiamo davanti a un negozio, in vetrina c'è un cartello che dice, in sostanza, “di giorno studentessa, di notte nerd”, e il testo accompagna il disegno comic di una ragazza nella mise giornaliera da studentessa e quella notturna da nerd.

Entriamo e ci troviamo in un tripudio di materiale che riconosciamo subito: manga giapponesi, dadi da gioco di ruolo, manuali, giochi in scatola, libri nerd per bambini in età prescolare, tipo “la fisica quantistica spiegata a mio figlio”, modellini di personaggi Marvel e DC, anime, gadget legati al mondo dei videogame, magliette di film di Miyazaki, tazze di Zelda, edizioni giapponesi di merendine europee con gusti coloratissimi, bicchieri con cibo giapponese liofilizzato, fumetti americani, internazionali, spade Jedi di Star Wars, spille ispirate a qualche cose di raro e sconosciuto del mondo nerd che qualcuno, da qualche parte, riconoscerà nella giacca in cui le avrai infilate. Siamo letteralmente a casa e ci muoviamo come in una specie di paradiso e – notiamo dopo un po' che giriamo – non c'è niente scritto in norvegese.

Siamo usciti dalla Norvegia: tutti i testi sono in inglese. Tutti i libri, i fumetti, i manga, sono nell'edizione inglese, chiunque li può comprare. Siamo in una zona franca, siamo in quella zona transnazionale che unisce persone che non si sono mai viste e che – ora – in quel posto trovano una piccola ambasciata del loro stato, rassicurante, con i confini ben precisi, ricco di simboli condivisi.

È lì, mentre cammino per i corridoi, mentre vedo la faccia di Totoro con la sua espressione indecifrabile su una t-shirt, la sagoma di Pac-Man, la skyline di qualche città del Signore degli anelli da ricostruire con i Lego o il volto tormentato del giovane Harry Potter su uno zainetto, è lì che mi rendo conto di come tutto quello che mi circonda sia affascinante e grottesco nello stesso tempo. Mi vedo dall'esterno, un uomo di cinquantaquattro anni che gira con lo sguardo entusiasta nel mezzo di colonne di merchandising identiche a quelle che potrebbe trovare nei negozi nerd di Genova, di New York, di Tokyo.

Quello che ho attorno non è lo stato transnazionale che sognavo, non è una comunità che si ritrova e si riconosce ma sono sempre le stesse scaglie del capitalismo, preparate con cura per colpire proprio me, mettendo assieme i relitti della mia infanzia, i residui della mia nostalgia degli anni ottanta, reloaded, ricaricati e rilucidati per farli sembrare più affascinanti e per colpire anche i miei figli, di rimbalzo.

Quando mi trovo davanti all'enorme pupazzo giallo di Pikachu capisco che è lui che tiene in mano la pallina rossa e bianca e dentro ci siamo noi, siamo lì davanti a lui a combattere per ottenere quello che basta per prendere la dose quotidiana di Pokemon, di volumetti manga, delle action figure di JoJo. Siamo lì a combattere nell'arena per tenere vivo questo regno Pokemon fatto per noi, adolescenti di tutte le età. Mia figlia di dieci anni, mio figlio di diciassette, quello di ventuno, e io, l'adolescente vecchio di cinquantaquattro che continuerebbe a comprare giocattoli come li comprava da piccolo, che vorrebbe continuare a mettere questa roba vicina al modellino di Gundam che si era preso nel 1982, quando aveva dodici anni.

Sono lì, ma potrei essere in qualunque altra parte del mondo. Per questo avevo – a fatica – scritto le mie sei o sette righe di Assembly negli anni ottanta? Per questo, da ragazzo, ero andato a vedere al cinema Akira, il primo cartone animato violento, il primo cartone animato per adulti? Per finire a girare in un supermercato di gadget in Norvegia? Per vedere la ricostruzione in vitro degli anni ottanta di Stranger Things?

Il consumo mi insegue per l'Europa, è un fantasma che si aggira colorato e non c'è niente che possa farlo diventare blu con la faccia terrorizzata se non se stesso. Quello che provo è un sentimento secco di amore e di estraneità per quello che ho attorno. Quelle non sono le mie passioni, sono la parodia delle mie passioni. Quel paradiso nerd è l'opposto del documenta che avevo visitato qualche giorno prima a Kassel. Là c'erano negozi ricostruiti con merci immangiabili e loghi internazionali, cibo trasformato in marmo e bronzo dal capitale. C'era l'artigianato spezzato di cose che non si possono comprare. Qua sono circondato da volti amichevoli, infantili, rassicuranti che vogliono la mia carta di credito, in maniera sfacciata.

Mi sento un traditore, lì in mezzo, a non essere felice. Continuo a girare per i corridoi per cercare lì in mezzo qualcosa di vero, qualcosa che mi faccia sentire che quella massa di materiale ha delle fibre animali, ma non le trovo. Sono sommerse dal resto. Mi sento un traditore perché so che quel mercato finge di essere implacabile ma è fragile. È letale nel suo complesso, ma ogni singola scaglia si potrebbe spezzare in un secondo. È già successo. E se qualcosa – tra le cose esposte sotto i faretti – scomparisse, so che ci soffrirei. Sono un traditore e sorrido lì in mezzo, prendendo le cose in mano, soppesandole e rimettendole a posto.

Quando andiamo verso l'uscita mi aspetto di trovarmi in un punto random dell'occidente nerd. Come se queste ambasciate fossero canali di comunicazione tra territori diversi, uniti e collegati assieme dai loghi degli animaletti antropomorfi visti prima, dai maghi adolescenti, soldati imperiali. E invece ci ritroviamo ancora a Stavanger, battuta finalmente da una pioggia fredda e vera nella quale ci precipitiamo per cercare di raggiungere la Volvo.

 
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from nonsolocorsi

Dal Vangelo secondo Luca – Lc 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

 
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In un periodo adolescenziale della mia vita fui folgorato sulla via del jazz rock (e non solo), termine non certamente ortodosso per la critica jazzistica.

Fra i tanti musicisti e gruppi in auge in quegli anni, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin nutriva la mia più sentita ammirazione.

Se Miles Davis inventò il jazz rock sulle onde di “Bitches Brew”, furono i suoi discepoli a dargli ordine e regola, a cominciare da John McLaughlin, che con Hammer e Cobham fondò nel 1971 la Mahavishnu Orchestra.

The Inner Mounting Flame è uno dei capolavori insieme a Birds of Fire (1973) di questo genere sonoro: il jazz rock. Questo primo disco è completamente composto dal giovane trentenne chitarrista, dotato di una tecnica straordinaria affinata nei lunghi anni di apprendistato nella scena jazz blues britannica.

McLaughlin è ispirato dalla filosofia induista di Sri Chinmoy e in “The Inner Mounting Flame” né dà evidente prova, infatti, per lui la musica è solo un mezzo e non un fine. Con le sue corde non vuole suscitare effimere meraviglie ma vuole premere nel profondo dello spirito.

L’album è un insieme di mistiche visioni e di furibondi eccessi di energia. I musicisti dialogano fra loro, in maniera naturale senza nessuna forzatura, seguendo una “corrente” jazzistica, che si contrappone a quella più marcata del suono rock, in cui, normalmente, la presenza di uno strumento solista tende a prevaricare sugli altri. McLaughlin non nega la possibilità anzi, spesso sembra voler letteralmente richiedere ad ogni musicista del gruppo di potersi esprimere in maniera autonoma, senza nessuna censura e con la massima libertà.

A questo, però, si contrappone al contempo una scelta di suoni e arrangiamenti spesso lontani dal jazz, che rende il gruppo artefice di quello che poi, con il passare degli anni, troverà identità propria in altri generi musicali, più ancora che nel jazz-rock o nella fusion.

Altro disco interessante è: Love Devotion Surrender (1973) insieme a Carlos Santana, un dei miei dischi preferiti, un disco che è “ode alla chitarra elettrica”, e mai come in questo caso rappresenta uno dei migliori mai suonati nella straordinaria storia del rock.

#millenovecentosettantadue

 
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from D͏i͏-s͏p͏e͏n͏s͏a͏

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E poi ho riflettuto, ho pensato che invecchiare è un regalo.

A volte mi sorprende la persona che vedo nel mio specchio.

Ma non mi preoccupo di lei da molto tempo. Io non cambierei nulla di quello che ho per qualche ruga in meno ed un ventre piatto.

Non mi rimprovero più perché non mi piace riassettare il letto, o perché non mangio alcune cose.

Mi sento finalmente nel mio diritto di essere disordinata, stravagante e trascorrere le mie ore contemplando i fiori.

Ho visto alcuni cari amici andarsene da questo mondo, prima di aver goduto della libertà che viene con l'invecchiare.

A chi interessa se scelgo di leggere o giocare sul computer fino alle 4 del mattino e poi dormire fino a chi sa che ora?

A chi interessa se ballo da sola ascoltando la musica anni 50?

E se dopo voglio piangere per un amore perduto?

E se cammino sulla spiaggia in costume da bagno, portando a spasso il mio corpo paffuto e mi tuffo fra le onde lasciandomi da esse cullare, nonostante gli sguardi di quelle che indossano ancora il bikini, saranno vecchie anche loro se avranno fortuna.

È vero che attraverso gli anni il mio cuore ha sofferto per la perdita di una persona cara, ma è la sofferenza che ci dà forza e ci fa crescere.

Un cuore che non si è rotto, è sterile e non saprà mai della felicità di essere imperfetto.

Sono orgogliosa di aver vissuto abbastanza per far ingrigire i miei capelli e per conservare il sorriso della mia giovinezza, di quando ancora non c'erano solchi profondi sul mio viso.

So che non vivrò per sempre, ma mentre sono qui, voglio vivere secondo le mie leggi, quelle del mio cuore.

Non voglio lamentarmi per ciò che non è stato, né preoccuparmi di quello che sarà.

Nel tempo che rimane, semplicemente amerò la vita come ho fatto fino ad oggi, il resto lo lascio a Dio.

(Elisa) #Divita

 
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