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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Blogger e podcaster oggi

Fare il blogger oggi significa scrivere dentro un flusso continuo di parole, immagini e notifiche. La rete è diventata un luogo affollato, dove ogni minuto nascono nuovi contenuti e nuove voci cercano spazio. In questo scenario, la vera sfida non è soltanto pubblicare qualcosa, ma riuscire a dire qualcosa che abbia davvero valore. Scrivere online richiede attenzione, responsabilità e soprattutto una chiara intenzione. Il blogger contemporaneo non è semplicemente qualcuno che riempie pagine digitali. È una persona che osserva il mondo, riflette e prova a trasformare idee, esperienze e domande in parole comprensibili. In mezzo al rumore della comunicazione digitale, il compito diventa trovare un tono autentico. Non si tratta di inseguire mode o algoritmi, ma di costruire un rapporto sincero con chi legge. Lo stesso vale per chi sceglie la strada del podcast. Registrare un episodio non significa soltanto parlare davanti a un microfono. Significa immaginare una persona dall'altra parte delle cuffie, qualcuno che ha deciso di dedicare tempo e attenzione a quella voce. È una forma di comunicazione più intima, quasi confidenziale. La voce arriva direttamente nell'ascolto di chi è dall'altra parte, spesso mentre cammina, guida o si prende una pausa. Per questo il podcast richiede cura e consapevolezza. Non è soltanto intrattenimento o informazione: è anche presenza. Ogni parola, ogni pausa, ogni tono contribuisce a creare un clima di fiducia. Chi ascolta percepisce immediatamente se dietro quella voce c'è sincerità oppure solo un contenuto costruito in fretta. Molti creator lavorano con mezzi semplici. Un computer, un microfono, qualche software e una stanza trasformata in piccolo studio domestico. Non servono grandi strutture per iniziare. Quello che conta davvero è l'idea di fondo: il desiderio di raccontare qualcosa che meriti di essere condiviso. Il cosiddetto approccio “fai da te” è spesso il punto di partenza di tanti progetti autentici. Non c'è una redazione, non c'è un grande team di produzione. C'è una persona che scrive, registra, monta e pubblica. Questo processo richiede tempo, pazienza e anche una certa dose di disciplina. Ma allo stesso tempo permette una libertà creativa che raramente si trova altrove. Il blogger e il podcaster indipendente costruiscono lentamente il proprio spazio. Non si tratta necessariamente di numeri o di visibilità immediata. A volte l'obiettivo è più semplice e più profondo: creare un luogo dove le idee possano essere espresse con chiarezza. Internet offre strumenti potenti, ma porta con sé anche una grande dispersione dell'attenzione. Gli algoritmi favoriscono spesso ciò che è veloce, breve e immediatamente consumabile. Chi invece sceglie di costruire contenuti più riflessivi deve accettare un percorso più lento. Questo non significa essere fuori dal tempo. Al contrario, significa cercare una forma diversa di presenza online. Una presenza basata sulla qualità delle parole, sulla coerenza dei temi e sulla continuità del lavoro. Scrivere un articolo o registrare un podcast diventa allora un atto di cura. Ogni contenuto nasce da una domanda: vale davvero la pena dirlo? Se la risposta è sì, allora quel contenuto può trovare il suo posto nel grande spazio digitale. Chi crea contenuti con questa mentalità non sta semplicemente riempiendo il web ma sta cercando di dare forma a un pensiero. Sta provando a trasformare l'informazione in comprensione, e la comunicazione in dialogo. Nel tempo si costruisce anche una piccola comunità di lettori e ascoltatori. Persone che tornano perché riconoscono uno stile, un approccio, una certa onestà nel modo di raccontare le cose. Non è necessario parlare a milioni di persone per avere un impatto. A volte bastano pochi ascoltatori attenti per dare senso a tutto il lavoro. Il valore del blogging e del podcasting sta proprio qui. Non nella quantità di contenuti pubblicati, ma nella qualità dell'intenzione che li guida. Ogni articolo e ogni episodio diventano piccoli tasselli di un percorso più grande. In fondo, creare contenuti oggi significa questo: cercare un suono autentico nel rumore della rete. Continuare a scrivere e a parlare con la convinzione che le idee abbiano ancora un peso. E che, da qualche parte, qualcuno abbia ancora voglia di ascoltarle.

 
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from La biblioteca di Amarganta

Avviso sul ritardo!

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera &, creatore Antonio Basioli

Buona notizia! Non interromperò il blog! Quindi tranquilli. Continuerò nella mia opera di divulgazione.

Brutta notizia, purtroppo non lo farò nel breve termine a causa di impegni di lavoro, che mi tengono impegnato tutto il giorno. Tuttavia, miei “quindici lettori” vi informo che ho già impostato i temi di altri articoli, fra cui anche quelli pertinenti alle lettere E e F, dove consoceremo più approfonditamente diversi personaggi.

Vi ringrazio per il vostro supporto!

Rimanete in attesa!

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Nabal, Abigàil e Davide 1Samuele morì, e tutto Israele si radunò e fece il lamento su di lui. Lo seppellirono presso la sua casa a Rama. Davide si alzò e scese verso il deserto di Paran. 2Vi era a Maon un uomo che possedeva beni a Carmel; costui era molto ricco, aveva tremila pecore e mille capre e si trovava a Carmel per tosare il gregge. 3Quest'uomo si chiamava Nabal e sua moglie Abigàil. La donna era assennata e di bell'aspetto, ma il marito era rude e di brutte maniere; era un Calebita. 4Davide nel deserto sentì che Nabal era alla tosatura del gregge. 5Allora Davide inviò dieci domestici; Davide disse a questi domestici: “Salite a Carmel, andate da Nabal e chiedetegli a mio nome se sta bene. 6Voi direte così al mio fratello: “Pace a te e pace alla tua casa e pace a quanto ti appartiene! 7Ho sentito appunto che stanno facendo per te la tosatura. Ebbene, quando i tuoi pastori sono stati con noi, non abbiamo recato loro alcuna offesa e niente è stato loro sottratto finché sono stati a Carmel. 8Interroga i tuoi domestici e ti informeranno. Questi domestici trovino grazia ai tuoi occhi, perché siamo giunti in un giorno lieto. Da', ti prego, quanto puoi dare ai tuoi servi e al tuo figlio Davide”“. 9I domestici di Davide andarono e fecero a Nabal tutto quel discorso a nome di Davide e attesero. 10Ma Nabal rispose ai servi di Davide: “Chi è Davide e chi è il figlio di Iesse? Oggi sono troppi i servi che vanno via dai loro padroni. 11Devo prendere il pane, l'acqua e la carne che ho preparato per i tosatori e darli a gente che non so da dove venga?“. 12I domestici di Davide rifecero la strada, tornarono indietro e gli riferirono tutto questo discorso. 13Allora Davide disse ai suoi uomini: “Cingete tutti la spada!”. Tutti cinsero la spada e Davide cinse la sua e partirono dietro a Davide circa quattrocento uomini. Duecento rimasero a guardia dei bagagli. 14Ma Abigàil, la moglie di Nabal, fu avvertita da uno dei domestici, che le disse: “Ecco, Davide ha inviato messaggeri dal deserto per salutare il nostro padrone, ma egli ha inveito contro di loro. 15Veramente questi domestici sono stati molto buoni con noi; non ci hanno recato offesa e non ci è stato sottratto niente finché siamo stati con loro, quando eravamo in campagna. 16Sono stati per noi come un muro di difesa di notte e di giorno, finché siamo stati con loro a pascolare il gregge. 17Ora esamina bene ciò che devi fare, perché pende qualche male sul nostro padrone e su tutta la sua casa. Egli è un uomo perverso e non gli si può parlare”. 18Abigàil allora prese in fretta duecento pani, due otri di vino, cinque pecore già pronte, cinque sea di grano tostato, cento grappoli di uva passa e duecento schiacciate di fichi secchi, e li caricò sugli asini. 19Poi disse ai domestici: “Precedetemi, io vi seguirò”. Ma non informò il marito Nabal. 20Ora, mentre ella sul dorso di un asino scendeva lungo un sentiero nascosto della montagna, Davide e i suoi uomini scendevano di fronte a lei ed essa s'incontrò con loro. 21Davide andava dicendo: “Dunque ho custodito invano tutto ciò che appartiene a costui nel deserto; niente fu sottratto di ciò che gli appartiene ed egli mi rende male per bene. 22Tanto faccia Dio a Davide e ancora peggio, se di tutti i suoi lascerò sopravvivere fino al mattino un solo maschio!“. 23Appena Abigàil vide Davide, smontò in fretta dall'asino, cadde con la faccia davanti a Davide e si prostrò a terra. 24Caduta ai suoi piedi disse: “Ti prego, mio signore, sono io colpevole! Lascia che parli la tua schiava al tuo orecchio e tu ascolta le parole della tua schiava. 25Non faccia caso il mio signore a quell'uomo perverso che è Nabal, perché egli è come il suo nome: stolto si chiama e stoltezza è in lui; io, tua schiava, non avevo visto, o mio signore, i tuoi domestici che avevi mandato. 26Ora, mio signore, per la vita di Dio e per la tua vita, poiché Dio ti ha impedito di giungere al sangue e di farti giustizia da te stesso, ebbene ora siano come Nabal i tuoi nemici e coloro che cercano di fare il male al mio signore. 27E ora questo dono che la tua schiava porta al mio signore, fa' che sia dato ai domestici che seguono i passi del mio signore. 28Perdona la colpa della tua schiava. Certo il Signore edificherà al mio signore una casa stabile, perché il mio signore combatte le battaglie del Signore, né si troverà alcun male in te per tutti i giorni della tua vita. 29Se qualcuno insorgerà a perseguitarti e ad attentare alla tua vita, la vita del mio signore sarà conservata nello scrigno dei viventi presso il Signore, tuo Dio, mentre la vita dei tuoi nemici egli la scaglierà via come dal cavo della fionda. 30Certo, quando il Signore ti avrà concesso tutto il bene che ha detto a tuo riguardo e ti avrà costituito capo d'Israele, 31non sia d'inciampo o di rimorso al mio signore l'aver versato invano il sangue e l'essersi il mio signore fatto giustizia da se stesso. Il Signore farà prosperare il mio signore, ma tu vorrai ricordarti della tua schiava”. 32Davide disse ad Abigàil: “Benedetto il Signore, Dio d'Israele, che ti ha mandato oggi incontro a me. 33Benedetto il tuo senno e benedetta tu che sei riuscita a impedirmi oggi di giungere al sangue e di farmi giustizia da me. 34Viva sempre il Signore, Dio d'Israele, che mi ha impedito di farti del male; perché, se non fossi venuta in fretta incontro a me, non sarebbe rimasto a Nabal allo spuntar del giorno un solo maschio”. 35Davide prese poi dalle mani di lei quanto gli aveva portato e le disse: “Torna a casa in pace. Vedi: ho ascoltato la tua voce e ho rasserenato il tuo volto”. 36Abigàil tornò da Nabal: questi teneva in casa un banchetto come un banchetto da re. Il suo cuore era soddisfatto ed egli era fin troppo ubriaco. Ella non gli disse né tanto né poco fino allo spuntar del giorno. 37Il mattino dopo, quando Nabal ebbe smaltito il vino, la moglie gli narrò la faccenda. Allora il cuore gli si tramortì nel petto ed egli rimase come una pietra. 38Dieci giorni dopo il Signore colpì Nabal ed egli morì. 39Quando Davide sentì che Nabal era morto, esclamò: “Benedetto il Signore che ha difeso la mia causa per l'ingiuria fattami da Nabal e ha trattenuto il suo servo dal male e ha rivolto sul capo di Nabal la sua cattiveria”. Poi Davide mandò messaggeri e annunciò ad Abigàil che voleva prenderla in moglie. 40I servi di Davide andarono a Carmel e le dissero: “Davide ci ha mandato a prenderti, perché tu sia sua moglie”. 41Ella si alzò, si prostrò con la faccia a terra e disse: “Ecco, la tua schiava diventerà una serva per lavare i piedi ai servi del mio signore”. 42Abigàil si preparò in fretta, poi salì su un asino e, seguita dalle sue cinque ancelle, tenne dietro ai messaggeri di Davide e divenne sua moglie. 43Davide aveva preso anche Achinòam di Izreèl e furono tutte e due sue mogli. 44Saul aveva dato sua figlia Mical, già moglie di Davide, a Paltì figlio di Lais, che era di Gallìm.

__________________________ Note

25,1 Paran: si trova molto più a sud della regione in cui è ambientato il racconto. È preferibile, con i LXX, leggere Maon, come al v. seguente (e già prima: vedi nota a 23,24).

25,2 Carmel: situata a sud di Ebron, come Maon.

25,3 Nabal: apparteneva al clan di Caleb (vedi Gs 15,13-19; Gdc 1,10-15). Il suo nome vuol dire “pazzo, insensato”, come spiegherà sua moglie Abigàil (v. 25). E tale sarà il suo comportamento. La stoltezza sarà causa della sua morte (vv. 37-39).

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Approfondimenti

1-44. Il presente capitolo è, letterariamente, tra i più belli dei libri di Samuele. Con vivacità e finezza descrittiva, delinea in una spirale di dialoghi e personaggi una delle vicende di maggior rilievo vissute da Davide nel periodo di latitanza. Le costumanze dei pastori (vv. 2-4), le rivalità tra nomadi e sedentari ai margini del deserto (vv. 5-13), le schermaglie astute e cortesi in mezzo a un mondo rozzo e vendicativo (vv. 14-38) fanno da sfondo alla formazione del piccolo harem di Davide (vv. 39-44).

In breve la storia è questa: dopo i funerali di Samuele, Davide scende nel deserto di Paran, a sud di Corsa. Lì, non lontano da Carmel, si trova la fattoria del grosso allevatore di ovini Nabal che sta festeggiando la tosatura annuale delle pecore. Davide spedisce dieci dei suoi giovani a omaggiare Nabal, con la richiesta cortese ma ferma di una congrua ricompensa in cambio della protezione accordata ai suoi pastori (cfr. l'episodio di Keila 23,1-14). Egli però non ne vuol sapere e li caccia in malo modo. Mentre Davide sta meditando una spedizione punitiva contro Nabal, sua moglie Abigail, descritta come donna «di buon senso e di bell'aspetto», cerca di rimediare come può alla brutalità del marito: prepara una gran quantità di cibo e si fa incontro a Davide. Con un discorso abilissimo riesce a farlo desistere dal suo furore, concludendo poi la sua perorazione con la richiesta di non essere dimenticata. Davide non la scorda di certo; dopo la morte quasi improvvisa di Nabal la va a cercare e la prende in moglie. L'azione si svolge in quattro scene, cui si devono aggiungere una breve nota introduttiva e una conclusiva:

  • Introduzione: morte e funerali di Samuele (v. 1);
  • 1) Presentazione dei personaggi. Richiesta di Davide e rifiuto di Nabal. Ira di Davide (vv. 2-13);
  • 2) Intervento di Abigail in riparazione dell'offesa di Na-bal (vv. 14-20);
  • 3) Incontro tra Abigail e Davide (vv. 21-35);
  • 4) Morte di Nabal e matrimonio di Abigail con Davide (vv. 36-42);
  • Conclusione: le due mogli di Davide. Destino di Mikal (vv. 43-44).

In conseguenza delle nozze con Abigail Davide viene in possesso di non poca ricchezza ma, cosa ancor più notevole, stringe stretti legami di parentela con il clan dei Calebiti cui Nabal e probabilmente anche Abigail appartengono. I Calebiti diventano in tal modo sostenitori della sua causa, cosicché egli si trova ad avere con sé – contro Saul – tutto il sud del paese da Betlemme (luogo d'origine della famiglia: 16,1.18; 17,12) a Ebron, il capoluogo del territorio assegnato a Caleb (cfr. Gs 14,13-14). Proprio a Ebron Davide verrà incoronato re di Giuda (2Sam 2,1-4), dimorerà per sette anni e mezzo e infine sarà unto re anche su Israele (2Sam 5,1-5). Il capitolo è importante anche perché è un'occasione per riconfermare – dopo Gionata (20,14-16; 29,17) e Saul (24,21) – il destino regale di Davide. Abigail, oltre ad esibire una straordinaria arte retorica, si mostra così convinta del pieno successo di Davide da pronosticargli «una casa duratura» (v. 28). Non è facile capire se è solo un augurio di convenienza oppure qualcosa di più. Fatto sta che Abigail anticipa la profezia di Natan (2Sam 7,12-13) quasi con le stesse parole (cfr. v. 28).

1. «Samuele morì»: la notizia verrà ripresa in 28,3. È perfettamente plausibile che «tutto Israele» sia sceso a Rama per le lunghe cerimonie funebri in onore del venerando personaggio (cfr. Gn 50,3-10; il lutto per la morte di Giacobbe; Nm 20,29: per Aronne; Dt 34,8: per Mosè). Il testo non lo dice chiaramente, ma può darsi che Davide abbia partecipato alle esequie, magari approfittando della temporanea riconciliazione con Saul (c. 24). «deserto di Paran»: secondo Nm 10,12 si trova nella penisola del Sinai, molto a sud rispetto alla Palestina. Forse per tale ragione i LXX hanno proposto una lectio facilior: «deserto di Maon». Tuttavia sembra che il deserto di Pa-si estenda fino a Kades (Nm 12,16; 13,3.26) e forse anche più a nord. Non pare dunque necessario emendare il TM secondo i LXX, come qualcuno ha proposto.

3. «Nabal»: la spiegazione del nome sarà data da Abigail nel v. 25: «stolto si chiama...». Ma oltre al significato “etico” (= stolto, vile, insensato, nefando) aggettivo nabal ne ha anche uno più generico, grazie al quale esprime l'umiltà, la bassezza di condizione, l'indigenza. L'autore si sofferma anche su quest'aspetto della figura di Nabal: questi era «molto ricco» (v. 2) ma la sua stoltezza lo rende un uomo “povero”, non solo dal punto di vista interiore ma anche da quello materiale (perde tutto, anche la vita). È un gioco di parole molto fine quello che vien proposto al lettore; da esso non è certamente estranea una riflessione sapienziale sul destino umano (cfr. Prv 17,16: «A che serve il denaro in mano allo stolto (k'sîl)? Forse a comprar la sapienza se egli non ha senno?», e la parabola di Gesù sull'uomo ricco in Lc 12,13-21). «era un Calebita»: correzione del qere (kālibbî; cfr. Vg). TM (ketib) ha: «era secondo il cuore suo» (kᵉlibbô). Nabal appartiene al clan di Caleb (cfr. Gs 15,13-19; Gdc 1,12-15).

4-11. La tosatura del gregge era un avvenimento celebrato annualmente con feste (cfr. 2 Sam 13, 23ss.), in cui il proprietario del bestiame mostrava la propria generosità. Davide approfitta dell'occasione per riscuotere quel che a lui sembra giusto per la protezione accordata ai pastori di Nabal nei lunghi periodi di pascolo nel deserto. Gli amici di Davide avrebbero potuto depredare i beni di Nabal, invece sono stati «come un muro di difesa giorno e notte» (v. 16) contro le incursioni dei ladri e delle fiere. Ma la risposta di Nabal è insolente: non sarà certo lui ad aiutare dei «servi che scappano dai loro padroni» (v. 10)... e Davide è il primo fra loro!

14-19. Uno dei servi di Nabal, fortunatamente, si rende conto della tempesta che si va addensando sulla casa e corre a riferire il fatto ad Abigail. Questa è una donna assennata, ben diversa dal marito che vien definito dai domestici «troppo cattivo e non gli si può dire una parola» (v. 17). Nel trambusto generale le è facile preparare grosse quantità di vivande senza dare nell'occhio, caricarle sugli asini e far partire la piccola carovana con alcuni garzoni. «Precedetemi, io vi seguirò» (v. 19): Abigail rinvia la partenza per non insospettire il marito. Non è escluso che intenda astutamente farsi precedere dai generosi doni per calmare il furente Davide. Giacobbe – uomo non certo ingenuo (Gn 25, 29-34; 27, 1-40; 30, 25-43) – aveva pensato di usare la stessa tattica con Esaù (Gn 32, 14-21). Il v. 20 lascia supporre che il piano non sia riuscito e che il difficile compito di evitare il peggio ricada totalmente sulle parole calibrate di Abigail.

20-35. È la parte centrale della storia. I vv. 20-22 preparano stupendamente l'incontro fra Abigail e Davide. Par di vedere il «sentiero nascosto della montagna» e Abigail che si addentra con trepidazione fra le rocce consapevole della propria missione, mentre dall'altro capo del sentiero Davide sta scendendo furente con quattrocento uomini armati. Per via egli continua a rimuginare tra sé le ingiurie di Nabal, la vana generosità usatagli, la tremenda punizione che si appresta a infliggergli. Tutt'a un tratto, a una volta del sentiero, Abigail e Davide s'imbattono l'u-na nell'altro. Umilmente la donna si prostra a Davide poi, avvicinatasi, cade ai suoi piedi e comincia a parlare. Abigail deve vincere una battaglia tutt'altro che facile: espone amabilmente i suoi pensieri, attentissima a leggere negli occhi del condottiero il mutare del sentimenti

  • a) Incomincia prendendo su di sé la colpa dell'incidente occorso, chiedendo solo di essere ascoltata. Con questa prima mossa Abigail conquista l'attenzione di Davide (v. 24).
  • b) Esprime la sua totale disapprovazione per l'operato del marito, ma al contempo convince Davide a mostrarsi superiore a «quell'uomo cattivo che è Nabal»; non vale la pena di litigare con lui. Di nuovo Abigail chiede perdono per sé: se avesse assistito al litigio tra Nabal e i giovani di Davide, tutto questo non sarebbe successo (vv. 25-26).
  • c) Nel frattempo sono arrivati gli asini carichi di ogni ben di Dio. Con oculata delicatezza Abigail offre i doni (lett. «benedizione») non direttamente a Davide bensì ai suoi uomini, in maniera da renderne praticamente impossibile il rifiuto (v. 27).
  • d) Terza richiesta di perdono e, subito dopo, un lungo augurio per l'avvenire. Il merito dei successi futuri è attri-buito totalmente al Signore, che senz'altro proteggerà Da-vide a motivo della sua fedeltà. Verrà il giorno in cui questi si rallegrerà per non aver ceduto alla tentazione di am-ministrare da sé quella giustizia che appartiene solo a Dio (vv. 28-31a).
  • e) Concludendo, chiede di non essere dimenticata.

“Ricordare” implica da parte di Davide un impegno fattivo per esaudire le richieste or ora presentate (v. 31b). Davide è vinto: col cuore sgombro da sentimenti rancorosi ringrazia Abigail con parole commosse: «Benedetto il Signore... benedetto il tuo senno e benedetta tu...» (vv. 32-33). Paradossalmente Davide è ora nella medesima posizione in cui si trovava Saul nel capitolo precedente, quando dovette riconoscere nel proprio malanimo la debolezza rispetto alla bontà e giustizia usate nei suoi confronti (cfr. 24, 18-21). L'alternarsi continuo di saggezza e precipitosità, benevolenza e crudeltà, santità e peccato non deve stupire nell'“Unto del Signore” più che in un qualunque altro uomo; Dio opera meraviglie usando strumenti imperfetti affinché sia riconosciuto più limpidamente il suo operare. Verso la fine del periodo veterotestamentario la grande esperienza umana e religiosa del re Davide sarà condensata in due espressioni: «Amò colui che l'aveva creato... il Signore gli perdonò i suoi peccati» (Sir 47, 8.11). Depositario di una promessa vertiginosa quanto immeritata (2Sam 7), pronto a dimenticare il proprio onore pur di «far festa davanti al Signore» (2Sam 6, 16-23), generoso e leale (1Sam 24 e 26) ma anche determinato al male fino all'omicidio (2Sam 11), Davide è il “tipo” di tutti coloro «che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte» (Lc 1, 79) e aspettano la redenzione che entrerà nel mondo proprio attraverso un “figlio di Davide” (cfr. Lc 3, 23-38). E significativo che “l'amico dei peccatori” proclami il giudizio di misericordia sulla prostituta piangente ai suoi piedi con le stesse parole usate dal Siracide per Davide: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato» (Lc 7, 47).

22. «Tanto faccia Dio ai nemici di Davide e ancora peggio»: è la formula di giuramento imprecatorio (cfr. commento a 3, 17). Abbiamo qui un caso di imprecazione “deviata” come in 20,16. «maschio»: l'ebraico usa un pittoresco eufemismo: «colui che orina contro il muro» (cfr. v. 34; 1Re 14,10; 16,11; 21,21; 2Re 9,8).

26. In questa frase si può apprezzare la finissima intuizione psicologica di Abigail. Si schiera con Davide, s'infiamma della sua stessa ira tremenda, però intanto gli parla come se egli avesse già deciso di rinunciare alla vendetta, lasciando al Signore il compito di punire Nabal. Davide rimarrà tanto incantato dalle parole di questa donna così bella e saggia, da immedesimarsi con esse senza accorgersene (v. 33).

28. «Il Signore concederà a te... una casa duratura»: misteriosa anticipazione di 2 Sam 7 (cfr. introduzione al presente capitolo). Lo scopo immediato di Abigail è di impedire una strage, ma è il Signore che parla attraverso di lei per forgiare l'animo del suo eletto. Non è affatto casuale che i cc. 22-26 – all'apparenza cronache di un fallimento – siano scanditi dalla martellante ripetizione di un'unica certezza: «Tu certo regnerai» (23,17; 24,21; 25,30; 26,25). Però, Davide deve imparare che il regno non se lo prenderà con la forza, gli sarà affidato come vocazione cui rispondere e come missione da realizzare.

29. «scrigno della vita»: lett. «sacchetto della vita». Con quest'immagine si esprime la certezza che Dio conserva gelosamente la vita dei suoi amici. Non è da escludere un qualche riferimento a oggetti magici. In Is 3,20 c'è una strana espressione: «case dell'anima», tradotta generalmente con «boccette di profumi». Nonostante la diversità di terminologia e del contesto si potrebbe pensare a un rapporto con l'espressione di 1Sam 25, 29, ma non possiamo andare oltre.

36-42. Epilogo della storia. Nabal (a tal punto giunge la sua stoltezza!) non si è nemmeno accorto del rischio corso, tutto preso dai suoi festeggiamenti «da re» (cfr. 2Sam 23,27). Quel poco d'intelletto che ha emerge dai fumi del vino solo il giorno successivo, quando Abigail gli narra l'accaduto. Il terrore gli provoca una paralisi (alcuni ipotizzano un attacco cardiaco) e in capo a pochi giorni muore. Udita la notizia, Davide benedice il Signore constatando la saggezza dei consigli di Abigail. Nei giorni successivi al loro incontro, Davide avrà spesso pensato con riconoscenza e affetto alla moglie di Nabal; ora che ne ha la possibilità la vuole con sé e le manda dei messi a farle la proposta di matrimonio. Non passa molto tempo che Abigail entra in casa sua e diventa sua moglie.

43-44. Notizia sulla situazione familiare di Davide. In questo momento egli ha due mogli: Abigail e Achinoam da Izreel (cfr. 27, 3; 30, 5. In 2 Sam 3, 2-5 esse vengono menzionate insieme ad altre quattro mogli). Mikal figlia di Saul vien tolta a Davide ormai diseredato e ceduta a un tal Palti figlio di Lais. Quando Davide diverrà re di Giuda ne esigerà la restituzione (2Sam 3,13-16). La società israelita ammetteva la poligamia (Dt 21,15-17 la riconosce come fatto legale) anche se la Bibbia testimonia che la monogamia era la condizione più frequente della famiglia israelitica. Avere un barem numeroso era segno di ricchezza e potenza, perciò divenne privilegio dei re. Nell'harem regale entravano spesso delle straniere (Davide sposa Maaca figlia del re arameo di Ghesur, 2Sam 3,3; Salomone prende in moglie una figlia del faraone e molte altre straniere, 1Re 3,1; 11,1) che contribuivano a sigillare alleanze e a mantenere buone relazioni di vicinato con gli altri popoli. Almeno all'inizio della monarchia l'harem è considerato proprietà del re assieme al trono, cosicché passa con quest'ultimo al successore (2Sam 12,8). Per annunciare la presa del potere Assalonne si accosterà pubblicamente alle concubine del padre (16,21-22). Nonostante la proibizione della legge (Dt 23,1) per lunghi secoli Israele non si discosterà da quest'usanza ampiamente diffusa nel Vicino Oriente. Solo pian piano la rivelazione farà maturare la coscienza del “principio” secondo il quale Dio ha creato l'uomo (Gn 2,18-24; Mt 19,3-9; 1Cor 6,16) sino alla piena intelligenza del mistero dell'amore sponsale unico e indissolubile: «lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef 5,21-31).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

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càpita una casa a fenditure] craquelé krumlov ore ventidue ventigradi il neo] sindaco ha le scarpe da passeggio uno stop dopo] il sindaco delle marcite lo Shodō [書道 una caserma generalista per il luppolo è]+     [avanti

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Springsteen non fa mai nulla per caso, e questa disponibilità a mettere fuori pezzi così deboli è in fondo un regalo, un atto di innocenza, come a voler dire: all'inizio ero come tutti, come ciscuno di voi, ero solo uno dei tanti adolescenti disagiati che voleva scappare dalla condizioni anguste della provincia in cui si trovava relegato e cercava di farlo attraverso la musica. Che è in fondo quello che racconta nell’autobiografia. Dunque ci voleva qualche pezzo di verità in più... https://artesuono.blogspot.com/2016/09/bruce-springsteen-chapter-and-verse-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/0zFnhdX1FnfuExLlbVdnFU


 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Davide risparmia Saul 1Davide da quel luogo salì ad abitare nei luoghi impervi di Engàddi. 2Quando Saul tornò dall'azione contro i Filistei, gli riferirono: “Ecco, Davide è nel deserto di Engàddi”. 3Saul scelse tremila uomini valorosi in tutto Israele e partì alla ricerca di Davide e dei suoi uomini di fronte alle Rocce dei Caprioli. 4Arrivò ai recinti delle greggi lungo la strada, ove c'era una caverna. Saul vi entrò per coprire i suoi piedi, mentre Davide e i suoi uomini se ne stavano in fondo alla caverna. 5Gli uomini di Davide gli dissero: “Ecco il giorno in cui il Signore ti dice: “Vedi, pongo nelle tue mani il tuo nemico: trattalo come vuoi”“. Davide si alzò e tagliò un lembo del mantello di Saul, senza farsene accorgere. 6Ma ecco, dopo aver fatto questo, Davide si sentì battere il cuore per aver tagliato un lembo del mantello di Saul. 7Poi disse ai suoi uomini: “Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore”. 8Davide a stento dissuase con le parole i suoi uomini e non permise loro che si avventassero contro Saul. Saul uscì dalla caverna e tornò sulla via. 9Dopo questo fatto, Davide si alzò, uscì dalla grotta e gridò a Saul: “O re, mio signore!”. Saul si voltò indietro e Davide si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò. 10Davide disse a Saul: “Perché ascolti la voce di chi dice: “Ecco, Davide cerca il tuo male”? 11Ecco, in questo giorno i tuoi occhi hanno visto che il Signore ti aveva messo oggi nelle mie mani nella caverna; mi si diceva di ucciderti, ma ho avuto pietà di te e ho detto: “Non stenderò le mani sul mio signore, perché egli è il consacrato del Signore”. 12Guarda, padre mio, guarda il lembo del tuo mantello nella mia mano: quando ho staccato questo lembo dal tuo mantello nella caverna, non ti ho ucciso. Riconosci dunque e vedi che non c'è in me alcun male né ribellione, né ho peccato contro di te; invece tu vai insidiando la mia vita per sopprimerla. 13Sia giudice il Signore tra me e te e mi faccia giustizia il Signore nei tuoi confronti; ma la mia mano non sarà mai contro di te. 14Come dice il proverbio antico: “Dai malvagi esce il male, ma la mia mano non sarà contro di te”. 15Contro chi è uscito il re d'Israele? Chi insegui? Un cane morto, una pulce. 16Il Signore sia arbitro e giudice tra me e te, veda e difenda la mia causa e mi liberi dalla tua mano”. 17Quando Davide ebbe finito di rivolgere a Saul queste parole, Saul disse: “È questa la tua voce, Davide, figlio mio?”. Saul alzò la voce e pianse. 18Poi continuò rivolto a Davide: “Tu sei più giusto di me, perché mi hai reso il bene, mentre io ti ho reso il male. 19Oggi mi hai dimostrato che agisci bene con me e che il Signore mi aveva abbandonato nelle tue mani e tu non mi hai ucciso. 20Quando mai uno trova il suo nemico e lo lascia andare sulla buona strada? Il Signore ti ricompensi per quanto hai fatto a me oggi. 21Ora, ecco, sono persuaso che certamente regnerai e che sarà saldo nelle tue mani il regno d'Israele. 22Ma tu giurami ora per il Signore che non eliminerai dopo di me la mia discendenza e non cancellerai il mio nome dalla casa di mio padre”. 23Davide giurò a Saul. Saul tornò a casa, mentre Davide con i suoi uomini salì al rifugio.

__________________________ Note

24,1 Engàddi: “sorgente del capriolo”, oasi vicino al Mar Morto.

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Approfondimenti

1-23. Vi sono diversi elementi che accomunano il c. 24 al c. 26. In entrambi i capitoli si narra la denuncia di Davide a Saul da parte degli abitanti di Zif (24,2; 26,1); questi si muove con un esercito di tremila uomini (24,3; 26,2); Davide avrebbe l'occasione di uccidere Saul ma resiste alle istigazioni dei suoi compagni e lo risparmia, sottraendo però qualcosa che possa documentare la sua magnanimità (24,4-8; 26,5-12). Da lontano poi lo rimprovera per l'ingiusta persecuzione che è costretto a subire (24,9-16; 26,13-20) e Saul ammette con commozione il proprio sbaglio, chiede perdono a Davide e gli predice un futuro prospero (24,18-22; 26,21-25). Tuttavia i due episodi registrano anche numerose divergenze:

  • il teatro del c. 24 è il deserto di Engaddi, quello del c. 26 è il deserto di Zif (si deve però notare che «l'altura di Cachila» – 26,1 e 23,19 – si trova a mezza via tra i due deserti nominati);
  • mentre nel c. 24 Davide incontra Saul casualmente durante il giorno, nel c. 26 si tratta di una sortita notturna studiata meticolosamente;
  • gli oggetti asportati sono diversi (24,5: un lembo del mantello; 26,12: la brocca e la lancia);
  • nel c. 26 c'è una forte insistenza sulla negligenza degli ufficiali del re (vv. 14-16).

Non è facile trarre una conclusione univoca dall'analisi comparata di tutti questi dati. Se da un lato molti esegeti propendono per due tradizioni distinte di un unico avvenimento storico, dall'altro non mancano i fautori dell'opinione opposta: due episodi distinti narrati da due tradizioni in maniera molto simile. Dunque: due narrazioni analoghe per due avvenimenti storici analoghi. Per qualunque soluzione si opti, rimane il fatto che il doppio racconto della magnanimità di Davide contribuisce a consolidare il giudizio positivo su di lui. Perfino Saul vien guardato con occhio più indulgente per riguardo alla bontà di Davide; egli lascia trasparire un barlume di ravvedimento, destinato purtroppo a rimanere tale. A questo punto la riconciliazione non è più possibile: «Davide andò per la sua strada e Saul tornò alla sua dimora» (26,25).

Il c. 24 si apre con la banda di Davide che si ritira in luoghi sempre più inaccessibili a picco sul Mar Morto, presso l'oasi di Engaddi, «la fonte della capra», tuttora esistente. Saul però non demorde e riparte subito all'inseguimento (vv. 1-3). Il racconto successivo si sviluppa in tre parti:

  • a) il fatto nella caverna (vv. 4-8);
  • b) le parole di Davide a Saul (vv. 9-16);
  • c) il pentimento di Saul (vv. 17-23).

3. «tremila uomini valenti»: per contrastare i seicento uomini di Davide Saul organizza un corpo di spedizione numeroso e agguerrito. L'esercito permanente di Saul (cfr. 14,52) doveva avere press'a poco questa consistenza.

4. «recinti dei greggi lungo la strada, ove c'era una caverna»: le caverne (cfr. 22,1-5) venivano utilizzate dai pastori come ricovero notturno, mentre le pecore venivano custodite in recinti di pietre ammonticchiate proprio davanti all'imboccatura delle grotte. «vi entrò per un bisogno naturale»: TM ha un eufemismo: «per coprirsi i piedi» (cfr. Gdc 3,24). La caverna era abbastanza grande perché Davide e i suoi potessero rifugiarvisi tutti senza essere scoperti.

5. «il Signore ti dice»: i compagni di Davide danno forma alla tentazione che senz'altro travaglia l'anima del loro capo. Ma Davide sa distinguere tra i suoi desideri e quelli di Dio, tra la propria voce e quella del Signore che gli parla col suo spirito o mediante i sacerdoti e i profeti. Si alza senza dir nulla e si avvicina silenziosamente a Saul. Però non l'uccide; gli taglia con la spada «un lembo del mantello».

6-7. «si sentì battere il cuore»: lett. «il suo cuore lo colpì» (cfr. 2Sam 24,10). Davide prova pentimento per i gesto che ha fatto. Certo, non ha «steso la mano» per uccidere «il consacrato del Signore» (l'elezione del Signore rimane per sempre!) ma rimprovera se stesso per avere attentato all'indumento che in un certo senso prolunga la presenza, la dignità e l'autorità della persona regale. Per il significato attribuito agli abiti, cfr. 18,4.

8. «con parole severe»: «severe» è un'aggiunta ad sensum che non trova riscontro in TM, LXX e Vg.

9-16. Davide si prostra a Saul e lo invoca con i titoli più sconcertanti che si possano udire sulla bocca di un usurpatore: «O re, mio signore» (v. 9); «consacrato di Dio» (v. 11); «padre mio» (v. 12). Egli cerca appassionatamente di difendersi dalle accuse di cui è fatto oggetto, ma allo stesso tempo scagiona Saul che – dice – è stato sobillato da qualche malalingua. Davide è allo stesso tempo delicato e forte, comprensivo e inflessibile. Nel v. 12 TM ripete per ben due volte: «guarda... guarda...» per costringere Saul a uscire dalla nebbia interiore che lo avvolge. «Il Signore sia arbitro e giudice tra me e te» (v. 16): cfr. Gn 16,5. Davide non sta di fronte a Saul come un uomo disperato, che può solo invocare la divinità affinché gli faccia giustizia (cfr. Giobbe, terrorizzato dall'impossibilità di trovare qualcuno che faccia da mediatore tra lui e Dio: Gb 9,32-33); è, invece, il vincitore conscio della propria innocenza e integrità, certo dell'esito favorevole del confronto (cfr. 17,37.46-47). È Saul che deve deporre l'odio irragionevole contro «un cane morto, una pulce», altrimenti Dio lo condannerà senza remissione.

17-21. Nel TM Davide insiste: «guarda... guarda...» (v. 12). Saul si scuote, riconosce in Davide il “figlio” e piange. Mentre Davide sventolava il lembo del mantello (mᵉ‘îl) tagliato furtivamente nella caverna (vv. 5.12), davanti agli occhi del re dev'essere balenata la scena di Galgala: Samuele che si volta per andarsene ed ecco, tutt'a un tratto, Saul si ritrova in mano un lembo del suo mᵉ‘îl (15,27). Improvvisamente tutto diventa chiaro. È Davide quell'uomo «migliore» preannunciato da Samuele (15,28), cui è destinato il regno d'Israele: «Tu sei stato più giusto di me...» (v. 18).

22. Saul esige da Davide un giuramento avente lo stesso contenuto di quello richiesto da Gionata in 20,14-16 (cfr. 20,17: la somiglianza tra i due giuramenti è un argomento ulteriore a favore del TM). 2Sam 21 ignora l'esistenza di un simile impegno. Si ricordi però la particolare natura dei cc. 21-24 (appendici di origine diversa).

(cf. ANGELO LANFRANCHI, 1Samuele – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

[rotazioni]

le èsse le ésse [mettono in fila appena] i bruchi neri presi l'incarto o facsimile totale oppure] se incontrano un reattore non] cadono il legame è buono bonario dolce paziente indulgente ¹comprensivo mansueto umano caritatevole benevolo santo virtuoso² una stella massiccia collassa uno ³[spazio piccolissimo]⁴

 
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from Bymarty

📒Dal mio diario...

✍️Oggi è 25/03/2020... Siamo al ventesimo giorno di Isolamento e chiusura scuola! C'è ansia, tensione, compiti, tempo brutto, mio marito che va a lavorare e ogni giorno è un' incognita, io no! Allora oggi mio figlio mi ha detto una cosa bellissima! Mi sono innervosita, l'ho rimproverato, non riesco a non farlo, perché sono piena di rabbia e paura.. così ha iniziato a piangere, mi ha chiesto di abbracciarlo, ed io l'ho fatto, come cerco di farlo ogni giorno, ogni momento e mentre lui piangeva e pure io , mi ha detto! Mamma sono felice e mi sento al sicuro fra le tue braccia! Mi sono sciolta davvero! Non me lo aspettavo, non immaginavo, ma so che è di una sensibilità incredibile, è dolce , tenero, umile, è tutta la mia vita! La parte migliore di me! Poi ha continuato dicendo, che le sue erano lacrime di gioia, è stato un momento bello, intenso, quasi innaturale, ma eravamo solo noi due, è la cosa più importante per me è vederlo crescere, cambiare, a volte mi fa arrabbiare, ma credo sia normale, anch'io sbaglio sempre, ultimamente sono stanca, stressata per questa situazione, per fortuna che ci sono i cellulari, il PC, Skype, così possiamo vederci con le mie nipotine! E poi la scuola, i compiti, le video lezioni, ottima cosa perché i bambini hanno bisogno di questo contatto con le maestre e i compagni. Con la prof. di italiano sta andando bene, da domani iniziano Inglese, chissà speriamo bene..che altro! Tra due settimane sono le Palme, credo, ormai ho perso la cognizione del tempo, feste, ecc. Ormai son state cancellate feste, ricorrenze e se sopravviveremo , superando questa pandemia, passeremo alla storia e riusciremo a ricominciare tutto da capo! Saremo diversi, più maturi, freddi, egoisti, più attaccati alla vita o più timorosi? Chissà! Ieri è morto il mio prof di fisica, Lippolis, che tristezza, si muore anche in solitudine...E mentre mio figlio dorme ed io lo guardo, prego e spero che davvero ci sia qualcuno a darci ogni giorno la forza e il coraggio per andare avanti!✨

 
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from Faccia Da Cubo

Il cubo di Rubik è un gioco di logica e matematica, perciò ha un linguaggio tutto suo da imparare. Gli algoritmi, che sono delle istruzioni testuali, la cui grammatica si chiama “notazione”. Anche gli scacchi hanno una notazione conosciuta a livello internazionale come “notazione algebrica”, che traduce il gioco da visuale a scritto. Ad esempio, “1. e4 e5, 2. Nf3 Nc6” indica il posizionamento del pedone bianco e nero, e del cavallo bianco e nero, a inizio partita, ecco perché si può giocare via internet o per corrispondenza. Io gioco a scacchi ma siccome qui parlo del cubo, la notazione algebrica è solo un esempio per mostrare il concetto di “disegno tradotto in scritto”. Anche nel cubo, la notazione usa posizione e orientamento della faccia su cui il movimento si sta concentrando. F frontale, R destra, L sinistra, U superiore, D inferiore, B posteriore. Un algoritmo quindi è un insieme di mosse, con le direzioni indicate. Le facce del cubo hanno solo tre rotazioni: 90 gradi in senso orario, 90 gradi in senso antiorario, 180 gradi. Prendiamo in esempio il movimento della faccia frontale.

  • F: questa dicitura indica un giro di 90 gradi in senso orario.
  • F': 90 gradi in senso antiorario. Si pronuncia “primo”, e usa l'apostrofo dopo la lettera. Anche se per la lettura coi sintetizzatori vocali per ciechi mettiamo il segno ° se no l'apostrofo non viene pronunciato.
  • F2: rotazione di 180 gradi.

Un esempio di algoritmo? In gergo si chiama “sexy move”, se ne parlerà più avanti...

R U R' U' Indica quattro movimenti: destra e superiore in senso orario, poi destra e superiore in senso antiorario.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Non ha bisogno di particolari presentazioni Brian Eno. Ex componente dei Roxy Music, il suo nome è associato a quello di artisti altrettanto prolifici, sperimentali e brillanti: basti ricordare David Bowie, Robert Fripp, David Byrne e James Blake, fra gli altri. The Ship, suo nuovo lavoro, uscito a fine aprile, arriva quattro anni dopo l’acclamato Lux e appare, sin da un primissimo ascolto, un album estremamente interessante ed elaborato, tanto a livello musicale quanto a livello concettuale. “Wave After Wave After Wave”. E’ così che si chiude The Ship, la prima delle quattro parti che compongono l’album... https://artesuono.blogspot.com/2016/05/brian-eno-ship-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/4yWhrQYuvgvy0Okb3o0EFo


 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

I vecchi linguaggi: il Cobol

Il linguaggio COBOL: storia, evoluzione e persistenza di un pilastro dell’informatica gestionale. Nella storia dell’informatica pochi linguaggi hanno avuto un impatto tanto duraturo quanto COBOL, acronimo di Common Business-Oriented Language. Nato in un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze e la programmazione era ancora una disciplina in formazione, COBOL fu progettato con un obiettivo molto chiaro: rendere l’informatica uno strumento affidabile per la gestione delle attività economiche e amministrative. Più di sessant’anni dopo la sua nascita, continua a rappresentare l’infrastruttura invisibile su cui poggiano sistemi bancari, assicurativi e governativi di tutto il mondo. Comprendere COBOL significa quindi comprendere una parte fondamentale dell’evoluzione dei sistemi informativi moderni. La genesi di COBOL risale alla fine degli anni Cinquanta, in un periodo in cui l’informatica stava passando da una dimensione puramente scientifica e militare a una più ampia applicazione nel mondo delle imprese. I linguaggi esistenti, come FORTRAN o Assembly, erano potenti ma poco adatti alla gestione di grandi quantità di dati amministrativi. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti promosse quindi nel 1959 la creazione di un linguaggio standard orientato alle applicazioni commerciali. Il progetto venne sviluppato da un consorzio di aziende e istituzioni riunite nel comitato CODASYL, Conference on Data Systems Languages. Tra le figure che influenzarono profondamente il progetto vi fu la pioniera dell’informatica Grace Hopper, già nota per il suo lavoro sui compilatori e sulla possibilità di avvicinare il linguaggio umano alla programmazione. L’idea alla base di COBOL era radicale per l’epoca: creare un linguaggio che assomigliasse all’inglese scritto, in modo che il codice potesse essere compreso anche da analisti e dirigenti aziendali. Questa filosofia portò alla nascita di una sintassi molto descrittiva, basata su frasi leggibili e strutture verbali chiare. Le istruzioni non erano stringhe di simboli criptici ma vere e proprie proposizioni, come ADD AMOUNT TO TOTAL oppure IF BALANCE IS GREATER THAN LIMIT. L’obiettivo era ridurre la distanza tra il linguaggio della gestione aziendale e quello della macchina. I primi standard di COBOL vennero pubblicati nel 1960 e trovarono rapidamente applicazione nei sistemi informativi delle grandi organizzazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, con l’espansione dei computer mainframe prodotti da aziende come IBM, COBOL divenne il linguaggio dominante per le applicazioni amministrative. Le imprese lo utilizzavano per elaborare paghe, gestire contabilità, registrare transazioni e amministrare archivi di clienti e fornitori. In un’epoca in cui le operazioni venivano eseguite tramite elaborazioni batch, spesso durante la notte, COBOL si dimostrò particolarmente efficiente nella gestione di grandi file sequenziali di dati. La struttura del linguaggio rifletteva questa vocazione organizzativa. Un programma COBOL era diviso in sezioni ben definite chiamate divisioni. L’Identification Division conteneva le informazioni sul programma e sul suo autore, l’Environment Division descriveva l’ambiente hardware e i dispositivi di input e output, la Data Division definiva tutte le strutture dati utilizzate dall’applicazione e la Procedure Division racchiudeva la logica operativa. Questa suddivisione non era soltanto una scelta tecnica ma anche metodologica: imponeva una disciplina progettuale che facilitava la manutenzione e la collaborazione tra programmatori. Un’altra caratteristica storica di COBOL era il formato a colonne del codice sorgente, derivato direttamente dall’uso delle schede perforate. Le prime sei colonne erano dedicate ai numeri di sequenza delle schede, la settima indicava commenti o istruzioni particolari e le colonne successive contenevano il codice vero e proprio. Questo formato, oggi apparentemente anacronistico, rappresentava all’epoca una soluzione pratica per gestire fisicamente i programmi composti da centinaia o migliaia di schede. Durante gli anni Settanta COBOL si consolidò come linguaggio standard dell’informatica gestionale. Gli istituti bancari, le compagnie assicurative e le grandi amministrazioni pubbliche costruirono i propri sistemi informativi basandosi su programmi COBOL eseguiti su mainframe. La ragione di questo successo era duplice: da un lato il linguaggio offriva una straordinaria stabilità, dall’altro permetteva di modellare con precisione le strutture dei dati amministrativi. Le sue definizioni di record e campi erano particolarmente adatte alla rappresentazione di archivi contabili e anagrafici. Con l’avvento dei personal computer e dei linguaggi di programmazione più moderni negli anni Ottanta e Novanta, molti osservatori predissero la scomparsa di COBOL. In realtà accadde il contrario. Le infrastrutture informatiche costruite nei decenni precedenti erano diventate talmente centrali per il funzionamento delle organizzazioni da rendere impraticabile una sostituzione completa. Migliaia di applicazioni continuavano a gestire operazioni quotidiane fondamentali: trasferimenti bancari, calcolo degli interessi, emissione di polizze assicurative, gestione fiscale e previdenziale. Un momento emblematico della persistenza di COBOL fu la crisi informatica legata al passaggio all’anno 2000. Molti programmi scritti decenni prima utilizzavano campi di data a due cifre per rappresentare l’anno, e il rischio di errori nel passaggio dal 1999 al 2000 costrinse aziende e governi a un enorme sforzo di revisione del codice. In quel periodo il linguaggio tornò al centro dell’attenzione mondiale e migliaia di programmatori COBOL vennero richiamati o formati per aggiornare sistemi critici. L’episodio dimostrò quanto profondamente questo linguaggio fosse radicato nell’infrastruttura informatica globale. Ancora oggi una parte significativa delle transazioni finanziarie internazionali viene elaborata da sistemi scritti in COBOL. I mainframe continuano a eseguire applicazioni sviluppate decenni fa, spesso integrate con tecnologie più recenti attraverso interfacce e servizi. In molte banche il sistema centrale che gestisce conti correnti, movimenti e registrazioni contabili è ancora basato su programmi COBOL estremamente affidabili. Questi sistemi sono stati migliorati e aggiornati nel tempo, ma la logica fondamentale rimane quella originaria. L’evoluzione del linguaggio non si è comunque fermata. Gli standard più recenti hanno introdotto funzionalità orientate agli oggetti, supporto per ambienti distribuiti e integrazione con linguaggi moderni. Compilatori contemporanei permettono di eseguire codice COBOL su piattaforme diverse dai tradizionali mainframe, inclusi server Linux e infrastrutture cloud. Questa capacità di adattamento ha contribuito a prolungarne la vita operativa, consentendo alle organizzazioni di mantenere il patrimonio software esistente senza rinunciare all’innovazione tecnologica. Dal punto di vista storico, COBOL rappresenta un caso unico nell’evoluzione dei linguaggi di programmazione. Non è stato progettato per la sperimentazione accademica né per l’ottimizzazione algoritmica, ma per la gestione concreta delle attività economiche. Il suo successo dimostra che, nel mondo dell’informatica, la longevità di una tecnologia dipende spesso più dall’affidabilità e dalla stabilità che dalla modernità della sua sintassi. Per milioni di utenti che ogni giorno effettuano pagamenti, ricevono stipendi o utilizzano servizi bancari digitali, COBOL rimane una presenza invisibile ma fondamentale. È il linguaggio che ha contribuito a costruire l’infrastruttura amministrativa dell’era digitale e che continua, silenziosamente, a sostenerla.

 
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from L' Alchimista

Fatti. Sempre solo fatti

“Conta quello che si fa, non quello che si dice.” Cesare Pavese, con questa frase, ci ha lasciato un testamento morale che risuona oggi più che mai.. Viviamo in un’epoca in cui le parole scorrono veloci, si moltiplicano nei social, rimbalzano nei talk show e riempiono i discorsi quotidiani. Ognuno sembra avere la propria opinione pronta da lanciare nell’etere, ma pochi hanno la forza di sostenere ciò che dicono con i fatti. Il rischio è che ci si abitui a una sorta di bulimia verbale: un mare di frasi che affogano l’essenza del vivere. Invece, ciò che davvero resta, ciò che lascia il segno, non è mai una dichiarazione brillante, ma un gesto concreto. Le promesse senza azioni diventano gusci vuoti, come coriandoli lanciati al vento: colorati, forse belli per un istante, ma destinati a dissolversi senza lasciare traccia. Pensiamo a quante volte abbiamo sentito dire “domani inizio”, “un giorno cambierò”, “da lunedì comincio una nuova vita”. Frasi rassicuranti, che danno l’illusione del movimento. Eppure, se restano solo sospese nell’aria, non hanno alcun peso. È il passo che conta, non il pensiero del passo. È la scelta, anche piccola, anche imperfetta, a cambiare il corso delle cose. La verità è che l’azione è sempre più scomoda della parola. Agire significa esporsi, rischiare, faticare, fallire. Parlare, invece, costa poco: basta aprire la bocca, digitare due righe, lanciare un proclama. Ma quando si compie un gesto, per quanto minimo, si imprime nella realtà un cambiamento che nessun discorso potrà mai eguagliare. Nella vita quotidiana, questo principio è lampante. Un amico che ti promette aiuto ma non si fa mai vedere non è un amico: lo è, invece, chi non parla tanto ma compare quando serve. Un leader non si riconosce dai discorsi pieni di retorica, ma dalle scelte difficili che ha il coraggio di prendere. Un amore non è fatto di mille dichiarazioni, ma della presenza costante, delle attenzioni pratiche, della disponibilità a esserci. Eppure, continuiamo a dare più importanza a chi sa parlare bene piuttosto che a chi agisce e questa è la differenza. Forse perché le parole ci incantano, ci fanno sognare e ci danno la sensazione che qualcosa stia cambiando. Ma se dietro non ci sono mani che costruiscono, gambe che camminano, cuore che resiste, resta solo un castello di sabbia pronto a crollare alla prima onda. Oggi, più che mai, serve ribaltare la prospettiva. Non importa quanti proclami facciamo, quante frasi motivazionali condividiamo, quante volte diciamo “ci credo”. Importa quello che riusciamo a mettere in campo. Importa se, invece di annunciare progetti, cominciamo a realizzarli. Importa se smettiamo di promettere e iniziamo a mantenere. Il mondo non ha bisogno di altri discorsi, ha bisogno di esempi. Non ha bisogno di chi parla di coraggio, ma di chi lo pratica. Non ha bisogno di chi invoca il cambiamento, ma di chi lo incarna. Non ha bisogno di teorie infinite, ma di piccoli atti quotidiani che, sommati, trasformano davvero la realtà. Agire non significa essere perfetti, anzi, spesso significa sbagliare, cadere, ricominciare. Ma anche l’errore è un fatto, e vale più di cento parole mai messe in discussione. Perché un errore ti insegna, una promessa non mantenuta ti illude. La coerenza, in fondo, è questa: trasformare il pensiero in azione. Non sempre riusciremo a fare tutto quello che diciamo, ma dobbiamo almeno provarci. E nel provarci, nel metterci in gioco, troviamo il vero valore della nostra esistenza. Se vogliamo cambiare il mondo, iniziamo dal nostro piccolo mondo. Se vogliamo dare l’esempio, facciamolo con un gesto, non con una frase. Perché le parole possono ispirare, ma i fatti costruiscono. E ciò che resta, ciò che segna, ciò che verrà ricordato, non sarà mai quello che abbiamo detto, ma quello che abbiamo fatto. In definitiva, Pavese aveva ragione: contano i fatti, non le parole. Le parole possono accompagnare, certo, ma solo come eco di azioni autentiche. Non smettiamo di parlare, ma impariamo a fare. È lì, nei fatti, che si misura la nostra verità.

 
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from Alviro

Non è la pace dei diplomatici, quella che si firma sui tavoli verdi dopo notti insonni di trattative, quando le parole sono ormai logore come monete spese troppo a lungo. Non è neppure il sogno dei profeti, quella riconciliazione cosmica in cui le nature stesse si trasfigurano e il lupo si corica accanto all'agnello in una sorta di dolcezza innaturale e forse, in fondo, un po' stucchevole.

No, la pace che possiamo sperare di comprendere è cosa più umile e più vera. Assomiglia piuttosto a ciò che proviamo quando, placata finalmente la tempesta delle passioni, smaltita l'ebbrezza dell'eccitazione che ci teneva tesi come archi, scopriamo nel nostro stesso cuore un vuoto stanco, una distesa silenziosa dove le parole faticano a nascere e quelle che nascono parlano solo di un immenso sollievo, di una fatica che è insieme svuotamento e pienezza. È la pace che segue non alla vittoria, ma alla fine della tensione.

Questa pace, se deve venire, non la si può costruire con artifici, né imporre con decreti. Essa richiede un abbandono, una fiducia nel terreno stesso dell'esistenza. E così la immagino: come spuntano i fiori selvatici in un campo che non li ha seminati. All'improvviso, senza preavviso, senza che alcuna volontà li abbia voluti, ma nel momento stesso in cui il campo – la terra arida, il solco stanco – ne ha più bisogno. È una pace che nasce dalla necessità profonda delle cose, non dai calcoli degli uomini. Una pace selvatica, appunto: non addomesticata dai nostri progetti, non ridotta a schema, ma viva, imprevedibile e inevitabile come la primavera.

 
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from Il Mondo Positivo

Genere: fiction drama Ambientazione: Bugdom, USA. Evelyn Sloan e Reginald Moore, americani, fidanzati. hanno dei sogni, che Trump infrange a colpi di decreti...

Nessuno spazio

Si sentiva proiettata nel futuro, #Evelyn Sloan. Quella laurea ottenuta lavorando sodo, le faceva credere che quel posto di ricercatrice le appartenesse già. Lì vicino a casa, il più importante centro di ricerca degli Stati Uniti era pronto ad accoglierla. “Teniamo il mondo nelle mani”, diceva al suo fidanzato. Lui, Reginald Moore, aveva appena dato l'ultimo esame in un master in criminologia a cui teneva più della sua vita e anche lui si sentiva certo dell'esito. Ma quando #Reg aprì il portatile e consultò la posta elettronica, sbatté forte il pugno sul tavolo: “Cazzo! Cazzo! Maledetti!” La graduatoria si mostrò impietosa: primo posto Adriano La Scala, italiano, bianco. Reginald Moore, nero, era in ultima posizione. “Vaffanculo, Turnpike”, sbottò Reg, spostando il laptop da un lato; “ti sei venduto al Presidente...” “Io non lo capisco”, sospirò Evelyn; “il tuo supervisore ce l'ha a morte con gli stranieri, poi ha premiato un italiano.” “Un bianco”, la corresse Reg; “evidentemente #Adri è più degno di me, non c'è altra spiegazione. Lecca di più i piedi ai capi.” “Nemici e amici”, Evelyn gli lanciò un sorriso. “Ti conosco, non far finta di odiarlo che in fondo in fondo tu e Adri vi volete un sacco di bene.” “Qualche birra insieme, qualche notte, sì, ci siamo visti spesso, ma da qui a...” Reg si nascose il volto tra le mani, non serviva più aggiungere altro. “Fosse per me sarei già scappato all'estero, da quando quel bastardo ha preso il potere un'altra volta. Ma tu... mi tieni bloccato...” Evelyn si accigliò; non aveva mai sentito Reginald parlarle così. “A te dà fastidio che io emerga quando tu fallisci, non è vero? Ti rode che una donna possa...” “Ti mangeranno viva, tra medici e ricercatori è un branco di squali! Tu non hai proprio idea!” Evelyn non era tipo da farsi affrontare in questo modo, e si chiuse in bagno col telefono. Anche lei aspettava notizie dall'istituto di ricerca, e quello che trovò le fece lanciare un urlo liberatorio: “Italia! Bugliano! Arrivo!” “Ti sei messa a tifare una squadra, adesso? Cos'è questo urlo?” “Incarico”, disse lei cercando l'abbraccio di Reginald. “Possiamo mandare al diavolo Trump tutti e due. Ce ne andiamo in Italia. Così tu vedi il tuo amico e lo prendi a pugni una volta per sempre, io mi metto a fare ricerca sul serio. IBUOL, Reg! International Bugliano University Of Life! La migliore!”

 
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from differxdiario

piove. le tre di notte. gli assertivi frusciano fuori dalla finestra. fanno i versi della piccola editoria, poi della media, poi della grande.

poi fanno la civetta, un'onomatopea curiosa, con il 20% di quota feltrinelli nel consiglio d'amministrazione.

vogliono prudere negli occhi degli agenti, che li piazzano, poi (col tempo) che li piazzino, e poi ancora, scemando: che li avrebbero piazzati se.

pop up, il contratto scade proprio sul filo dell'arrivo. gli si spiaccicano blocchi blob di sinapsi fuori dall'osso frontale slanciati oltre il traguardo. come in sogno.

arrivano a trieste su un treno che fuma, non sanno da che parte sta il confine, se venezia è presa o persa. arrivano a firenze ma è sbagliata. arrivano a milano con un fascio di glicemia sotto il braccio, da mostrare al cro-magnon maurizio intronato a un bar della stazione, però no, forse a monza, comunque rigido con un cappello da alpino in capo e un'asta metallica di flebo che gli tiene in vita le gengive. in parte.

btw, la flebo è caricata a versi giovanili, di milo, di vittorio, di rutilio, da petrolio.

la finestra sbatte a ritmo contro la nebbia. il vetro se ci fosse si fracasserebbe. la casa si allontana e il bianco se la mangia via.

 
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from Transit

(211)

(DLA1)

Dopo il voto di oggi al Senato, il decreto legge «antisemitismo» entra nella sua seconda fase: il testo passa ora alla Camera, dove la maggioranza punta a confermarne l’impianto senza modifiche sostanziali, blindando in via definitiva la nuova cornice giuridica su antisemitismo e critica a Israele.

All’inizio di questo post voglio essere chiaro su un punto essenziale: criticare lo Stato di Israele per la sua condotta a #Gaza e in #Cisgiordania non significa, in alcun modo, essere antisemiti. L’antisemitismo è un odio antico e pericoloso che va combattuto con la massima determinazione, ma proprio per questo non può essere usato come scusa per zittire chi denuncia bombardamenti su civili, occupazione militare, annessione di territori e violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Il decreto «antisemitismo» non è più solo una minaccia: oggi il Senato lo ha approvato, confermando in aula l’impianto liberticida già emerso nei lavori della “Commissione Affari costituzionali” e facendo un passo decisivo verso la trasformazione della critica a Israele in sospetto di odio razziale. Il testo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già al centro di durissime critiche perché, in concreto, tende a far passare come “antisemita” ogni critica radicale al sionismo e alle politiche del governo israeliano, compresa la denuncia di apartheid, annessione della Cisgiordania e pulizia etnica a Gaza.

(DLA2)

Nonostante gli appelli di giuristi, associazioni per i diritti umani e pezzi importanti della società civile, la maggioranza ha tirato dritto, respingendo gli emendamenti delle opposizioni che provavano almeno a limitare i danni di una norma che confonde deliberatamente dissenso politico e razzismo.

Rispetto alla versione iniziale, alcune delle disposizioni più sfacciatamente repressive sono state limate per evitare una bocciatura immediata davanti alla Corte costituzionale, in particolare quelle che prevedevano in modo esplicito il divieto di manifestazioni pubbliche anti ebree e l’inasprimento delle sanzioni contro personale scolastico e universitario critico verso Israele.

Ma il cuore del problema è rimasto intatto: l’adozione piena della definizione #IHRA e l’inquadramento dell’antisemitismo in una logica securitaria che consente di trattare le manifestazioni contro la politica israeliana come minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

“Amnesty International”, tra gli altri, ha avvertito che così si soffocano il dibattito pubblico, l’accademia, la libertà di associazione e di protesta, perché chi denuncia crimini di guerra, apartheid e genocidio rischia di essere equiparato per legge a chi diffonde odio antiebraico.

Considero l’antisemitismo uno dei veleni più persistenti della storia europea, da combattere con decisione nella scuola, nella cultura, nei media, nella vita quotidiana. Proprio per questo trovo gravissimo che la memoria della “Shoah” e la sacrosanta lotta all’antisemitismo vengano piegate a diventare scudo di uno Stato che oggi bombarda, assedia, occupa, annette, e che pretende immunità morale e politica in nome delle proprie vittime passate.

Difendere gli ebrei dall’odio non significa blindare il governo #Netanyahu dalle sue responsabilità, né trasformare in reato di opinione chi usa parole dure (come genocidio, apartheid, pulizia etnica) per descrivere ciò che accade sul terreno in #Palestina.

In uno Stato che voglia dirsi democratico, criticare Israele per la sua condotta deve essere non solo possibile, ma necessario, esattamente come si critica qualsiasi altro governo quando calpesta il diritto internazionale e i diritti umani.

Con il voto di oggi, il governo Meloni mostra ancora una volta il suo vero volto: non quello del presunto baluardo di libertà, ma quello di un potere che piega le leggi alla ragion di Stato filo-israeliana, subordina i diritti costituzionali alla fedeltà a un alleato e considera il dissenso un problema di ordine pubblico da neutralizzare.

Il testo ora proseguirà il suo iter alla Camera, dove la stessa maggioranza che l’ha imposto al Senato punta a blindarlo in tempi rapidi, respingendo le richieste di cambiamento di chi chiede almeno di separare chiaramente antisemitismo e critica legittima a Israele.

Ma qualunque sarà la forma finale, una cosa è già chiara: oggi Palazzo Madama ha votato non solo un disegno di legge, ha votato un messaggio politico preciso (in Italia si può dire “mai più” solo se non disturba gli equilibri geopolitici) e la libertà di parola finisce dove comincia l’interesse del governo a non irritare Tel Aviv e Washington.

#Blog #GovernoMeloni #DLAntisemitismo #Politica #Italia #Opinioni

 
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