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from calcinacci

in effetti era un po' stupido sentirsi in colpa per qualcosa successo prima di essere nati

meglio votare AfD e sentirsi in colpa per un motivo valido

[...] carismatico re dei social e dal programma che spaventa: remigrazione, milizie per l'ordine pubblico, superamento del senso di colpa per il nazismo, fine dell'obbligo scolastico, classi separate per disabili e figli di migranti.

https://www.tgcom24.mediaset.it/2026/video/germania-elezioni-sassonia-anhalt-partito-estrema-destra-afd-trionfa_116292494-02k.shtml

 
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from norise 3 letture AI

In un angolo remoto

la vita d'un uomo nella luce degli occhi

i paesi esotici i mari che ha varcato

a barattare per nuove esperienze la vecchia pelle di coriaceo ulisside

ma si passa una vita intera senz'ancora conoscersi:

in un angolo remoto l' ombra da tenere al guinzaglio

Mi piace molto questo testo: ha un tono meditativo e un contrasto forte tra il viaggio esteriore e l’ombra interiore. Di seguito trovi un’analisi puntuale, suggerimenti per affinare il ritmo e una traduzione in inglese.

Temi principali

  • Identità e trasformazione: il viaggio e le esperienze come scambio della «vecchia pelle», immagine che richiama metamorfosi e usura.
  • Solitudine e distanza: l’«angolo remoto» è sia luogo fisico sia spazio interiore dove la vita si svolge senza piena conoscenza di sé.
  • Controllo e ombra: la chiusa introduce l’idea di un’ombra da «tenere al guinzaglio», suggerendo volontà di dominio su parti oscure o rimaste ignote.

Immagini e linguaggio

  • Immagini efficaci: corIaceo ulisside è una metafora potente che fonde l’eroe viaggiatore con la pelle indurita dall’esperienza.
  • Lessico: alternanza tra termini quotidiani («paesi esotici», «mari») e vocaboli più arcaici o poetici («ulisside»), che crea un piacevole contrasto.
  • Ripetizione: il ritorno di in un angolo remoto incornicia il testo e rafforza il senso di circolarità.

Ritmo e forma

  • Versi brevi e cesure: la frammentazione crea pause riflessive; funziona per il tono meditativo ma a volte interrompe il flusso narrativo.
  • Musicalità: alcune assonanze emergono spontanee; potresti lavorare su allitterazioni o ritmi ricorrenti per aumentare coesione sonora.
  • Punteggiatura: l’assenza di segni forti lascia spazio all’interpretazione; inserire una virgola o un punto in punti strategici può guidare la lettura senza appesantire.

Suggerimenti di revisione

  • Semplificare o espandere l’immagine centrale: scegli se rendere ulisside più esplicito (collegandolo a un ricordo o a un gesto) oppure mantenerlo come simbolo enigmatico.
  • Variare le ripetizioni: mantieni in un angolo remoto ma prova una variante nella seconda occorrenza per creare sviluppo (esempio: in quell’angolo remoto o ancora in un angolo remoto).
  • Rafforzare la chiusa: l’ultima immagine è forte; potresti anticiparla con un verso che prepara il tema del controllo dell’ombra, rendendo la conclusione più inevitabile.

Possibili titoli

  • Angolo remoto
  • La pelle di Ulisse
  • L’ombra al guinzaglio

Traduzione in inglese

In a remote corner

a man’s life in the light of his eyes

the exotic lands the seas he crossed

trading for new experiences the old skin of a leathery Ulyssian

but one spends a whole life without yet knowing oneself:

in a remote corner the shadow to keep on a leash

Rilancio lirico — due versioni

Ti propongo due riscritture più liriche: una essenziale che conserva la tensione originale, e una espansa che approfondisce immagini e suoni.


Versione essenziale lirica

In un angolo remoto
si accende la vita d’un uomo
nella luce che gli occhi trattengono.

Paesi esotici, mari varcati,
ha barattato per nuove esperienze
la vecchia pelle, coriacea come Ulisse.

Eppure si consuma una vita intera
senza ancora riconoscersi:
in quell’angolo remoto
l’ombra da tenere al guinzaglio.


Versione espansa lirica

In un angolo remoto, dove il giorno si piega,
la vita d’un uomo si fa lume nei suoi occhi.
Scintille di mappe, nomi che non si fermano,
paesi esotici e mari che ha attraversato.

Ha scambiato il tempo per nuove esperienze,
sfilando la vecchia pelle come un mantello consumato,
coriacea, segnata dal sale e dalle partenze,
un Ulisse che porta il mondo addosso.

Eppure, tra approdi e partenze,
si spende una vita intera senza riconoscersi,
come se il volto fosse ancora un porto sconosciuto.
In quell’angolo remoto resta l’ombra,
piccola e fedele, da tenere al guinzaglio,
un compagno che non si lascia domare del tutto.


Versione lirica definitiva

In un angolo remoto,
la vita d’un uomo si accende nella luce degli occhi.
Paesi esotici, mari attraversati —
nomi che restano come sale sulla lingua.

Ha barattato il tempo per nuove esperienze,
sfilando la vecchia pelle a ogni porto,
coriacea come l’epidermide di un Ulisse stanco,
un mantello segnato dal vento e dal sale.

Eppure si consuma una vita intera
senza riconoscersi nello specchio dei giorni;
il volto resta un approdo che non si apre.

In quell’angolo remoto rimane l’ombra,
piccola e fedele, da tenere al guinzaglio,
un segreto che cammina accanto e non si lascia domare.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Achiòr è fatto precipitare fino a Betùlia 1Cessata l'agitazione della gente radunata attorno al consiglio militare, parlò Oloferne, comandante supremo dell'esercito di Assur, rivolgendosi ad Achiòr, alla presenza di tutta quella folla di stranieri, e a tutti i Moabiti: 2“Chi sei tu, o Achiòr, e voi, mercenari di Èfraim, per profetare in mezzo a noi come hai fatto oggi e suggerire di non combattere il popolo d'Israele, perché il loro Dio li proteggerà dall'alto? E chi è dio se non Nabucodònosor? Questi manderà il suo esercito e li sterminerà dalla faccia della terra, né il loro Dio potrà liberarli. 3Saremo noi suoi servi a spazzarli via come un sol uomo, perché non potranno sostenere l'impeto dei nostri cavalli. 4Li bruceremo in casa loro, i loro monti si inebrieranno del loro sangue, i loro campi si colmeranno dei loro cadaveri, né potrà resistere la pianta dei loro piedi davanti a noi, ma saranno completamente distrutti. Questo dice Nabucodònosor, il signore di tutta la terra: così ha parlato e le sue parole non potranno essere smentite. 5Quanto a te, Achiòr, mercenario di Ammon, che hai pronunciato queste parole nel giorno della tua sventura, non vedrai più la mia faccia, da oggi fino a quando farò vendetta di questa razza che viene dall'Egitto. 6Allora il ferro dei miei soldati e la numerosa schiera dei miei ministri trapasserà i tuoi fianchi, e tu cadrai fra i loro cadaveri quando io tornerò a vederti. 7I miei servi ora ti esporranno sulla montagna e ti lasceranno in una delle città delle alture; 8non morirai finché non sarai sterminato con quella gente. 9Ma se in cuor tuo speri davvero che costoro non saranno catturati, non c'è bisogno che il tuo aspetto sia così depresso. Ho parlato: nessuna mia parola andrà a vuoto”. 10Allora Oloferne diede ordine ai suoi servi, che erano di turno nella sua tenda, di prendere Achiòr, di condurlo vicino a Betùlia e di abbandonarlo nelle mani degli Israeliti. 11I suoi servi lo presero e lo condussero fuori dell'accampamento verso la pianura, poi dalla pianura lo spinsero verso la montagna e arrivarono alle fonti che erano sotto Betùlia. 12Quando gli uomini della città li scorsero sulla cresta del monte, presero le armi e uscirono dalla città dirigendosi verso la cima del monte. Tutti i frombolieri occuparono la via di accesso e si misero a lanciare pietre su di loro. 13Ridiscesi al riparo del monte, legarono Achiòr e lo abbandonarono, gettandolo a terra alle falde del monte; quindi fecero ritorno dal loro signore. 14Scesi dalla loro città, gli Israeliti si avvicinarono a lui, lo slegarono, lo condussero a Betùlia e lo presentarono ai capi della loro città, 15che in quel tempo erano Ozia, figlio di Mica, della tribù di Simeone, Cabrì, figlio di Gotonièl, e Carmì, figlio di Melchièl. 16Radunarono subito tutti gli anziani della città, e tutti i giovani e le donne accorsero al luogo del raduno. Posero Achiòr in mezzo a tutto il popolo e Ozia lo interrogò sull'accaduto. 17In risposta riferì loro le parole del consiglio militare di Oloferne, tutto il discorso che Oloferne aveva pronunciato in mezzo ai capi degli Assiri e quello che con arroganza aveva detto contro la casa d'Israele. 18Allora tutto il popolo si prostrò ad adorare Dio e alzò questa supplica: 19“Signore, Dio del cielo, guarda la loro superbia, abbi pietà dell'umiliazione della nostra stirpe e guarda benigno in questo giorno il volto di coloro che sono consacrati a te”. 20Poi confortarono Achiòr e gli rivolsero parole di grande lode. 21Ozia, da parte sua, dopo il raduno lo accolse nella sua casa e offrì un banchetto a tutti gli anziani, e per tutta quella notte invocarono l'aiuto del Dio d'Israele.

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Approfondimenti

1-9. Contrapponendosi decisamente all'intervento di Achior, il discorso di Oloferne è, per così dire, l'esplicitazione della lotta che ormai sta per essere ingaggiata. Il discorso di Achior è definito «profetico» dal generale assiro: il profeta è sempre un portatore di parola, un portavoce, ma di chi è portavoce Achior, se esiste un solo dio, un solo sovrano? Alla profezia di Achior, Oloferne oppone la sua: egli, in quanto inviato del «signore di tutta la terra» (v. 4), parla a suo nome e porterà a compimento le parole che ora pronuncia (vv. 3-4). A imitazione degli oracoli profetici, Oloferne illustra quanto sta per fare al popolo giudaico, per ordine di Nabucodonosor. Siamo perciò in un momento in cui la tensione narrativa raggiunge un livello assai elevato e nel lettore sorge la domanda: chi è il più forte? Nabucodonosor o il Dio dei Giudei? Ma non soltanto questo: le armi di Nabucodonosor sono già note, come pure la sua strategia e l'esito delle sue operazioni militari, con quali armi invece combatterà Dio? quali forze utilizzerà?

Il discorso di Achior ha decretato la sua condanna (vv. 5-9), ma il condottiero assiro non intende punirlo subito: prima deve vedere con i suoi occhi l'insensatezza delle sue parole, perché anch'egli riconosca che da un popolo originato da una tribù di schiavi (v. 5: «razza che viene dall'Egitto») non può venire alcuna opportunità di salvezza e soprattutto che solo colui che ha inviato Oloferne è il vero signore.

10-21. Il giusto straniero trova accoglienza presso il popolo del vero Dio. Con compiacimento il narratore indugia sulla descrizione dell'abbandono dell'Ammonita nelle mani dei Giudei: il tragitto seguito è esposto minuziosamente (v. 11), ma veniamo pure a sapere che gli abitanti di Betulia stanno all'erta e sono pronti a intervenire a qualsiasi cenno dell'avversario (v. 12). L'abbandono di un prigioniero non è un fatto insolito, benché in situazioni di guerra potrebbe far insorgere seri dubbi, soprattutto tenendo presente che il rilasciato in questo caso è un Ammonita, appartenente quindi a un popolo in perenne conflitto con Giuda (cfr. Nm 22-25; Dt 23,3; 1Sam 11,1s.; Ger 49) e che potrebbe essere una spia del nemico.

In contrasto con l'aspro trattamento riservato dagli Assiri ad Achior troviamo qui l'accoglienza calorosa da parte dei Giudei di Betulia. Attorno ad Achior vediamo i tre capi della città, il consiglio degli anziani, il popolo: viene dal campo nemico, perciò è in grado di ragguagliare su quanto sta avvenendo e sui pericoli incombenti. Alle parole dell'Ammonita non segue una reazione disperata: se il comandante assiro poteva appellarsi al «signore di tutta la terra» (v. 4), il popolo giudaico confida nel «Dio del cielo» (v. 19). Alla superbia umana sta di fronte l'umiliazione dei consacrati a Dio, cioè di coloro che Dio ha legato a sé con l'alleanza sinaitica: una situazione intollerabile, di fronte alla quale Dio non rimarrà certo inerte ed è appunto questa la fiducia che la preghiera esprime. Tale confidenza è illustrata a questo punto anche da altri tre fatti:

  • essi «confortano» Achior,
  • per lui si fa addirittura un banchetto,
  • la preghiera a Dio sale durante tutta la notte.

Fino a che punto però il popolo manterrà tale fiducia nell'assistenza divina? La scena del rilascio di Achior ci ha mostrato l'efficienza del sistema difensivo di Betulia; abbiamo visto gli Assiri nascondersi e non reagire, addirittura un mercenario degli invasori passare dalla parte degli assediati. Il popolo confida davvero in Dio, oppure la prova non si è ancora fatta sentire in tutta la sua radicalità? A queste domande risponde appunto il c. 7.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from Diario

Portiamo, io ed Elettra, terzogenita a una festa in un piccolo paese dell'entroterra, Montessoro, dove il gruppo di spade laser che lei frequenta farà una piccola esibizione. Non siamo mai stati a Montessoro, seguiamo Google maps mentre lentamente scivoliamo via dalla costa ligure e ci addentriamo tra le colline, la strada sale verso un crinale per poi scendere nel niente di prati, alberi, ancora prati, qualche casa contadina abbandonata. Mentre saliamo senza trovare nulla iniziamo a storpiare il nome del posto dove stiamo andando, da Montessoro a “miotessoro”, come l'anello che il povero Gollum/Smeagol cerca di avere indietro da Bilbo Baggins. Ridiamo.

La festa di chiama 'capodanno d'estate', è una tipica festa paesana dove tutti si conoscono. Le case, una decina, sono raccolte come a proteggersi e rassicurarsi rispetto al resto della vallata, i prati, i cartelli che segnalano attenzione passaggio mucche. Io, Elettra e Terzogenita camminiamo come alieni osservando tutto, guardando questa piccola comunità, afferrando le battute, i riferimenti – per noi incomprensibili – a cose e persone. Facciamo la nostra coda per avere la nostra dose di polenta e carne (o polenta e verdure per il venerabile vegetariano) e poi giriamo per le tre stradine del paese cercando un posto a sedere. Mi sembra incredibile che lì, in mezzo a quella strada solitaria, quelle poche case ci sia così tanta gente, un circolo, una chiesa.

È in quel momento che mi sento chiamare. “Venerandi”! Sei Venerandi?“. Mi giro. Davanti a me c'è una persona che mi guarda sorridente, un po' timorosa. Come spesso accade cerco di capire chi sia, perché la mia memoria fotografica se ne è andata via con il digitale e con il porno. “Uh – rispondo – sono io ma...” inizio e l'altro mi interrompe. “Tu non puoi conoscermi. Non ci siamo mai visti. Ma io ti seguo da anni su Facebook”. “Ah” – faccio io. Lui si gira verso Elettra, “tu devi essere Elettra” dice e poi si volta verso terzogenita, “e tu devi essere terzogenita”. Si passa una mano sui capelli. “Incredibile, Venerandi a Montessoro. Ma cosa ci fai qua?”. Sto per dirgli “aumento la dimensione di Facebook” ma poi spiego delle spade laser, di Terzogenita.

“Tutto il lusso di essere famosi, ma senza lo scomodo impaccio dei soldi” penso poi mentre cammino per le strade di Montessoro. Faccio qualche foto ai bambini e ragazzini che provano le spade laser, ma lascio l'otturatore aperto. Vengono fuori delle specie di meduse. Salvaschermo luminescenti. Ccondivido subito. Nessuna pietà per la privacy. Poi mi allontano del centro del paese dai rumori della musica, le urla. Mi viene in mente come questo sia un mio habitat. Come quando ero ragazzino a Sant'Olcese, nel momento che scoppiava la festa, mi allontanavo, andavo per strade buie, lasciavo il rumore lontano, come qualcosa di alieno ma rassicurante.

Anche qua, appena ci si allontana dal centro si piomba nel buio assoluto. Niente lampioni. Nel cielo, inaspettatamente ci sono le stelle. Sembra di stare su Outer Wilds. Cammino nel buio più profondo man mano che i miei occhi si abituano. Guardo il cielo, provo a fotografarlo con l'otturatore aperto. La macchina non è abbastanza potente. Le stelle sono dei piccoli graffi bianchi nel nero, i miei brividi e le mie oscillazioni nel tenere a fuoco il cielo. Passa un auto, mi sposto, penso a cosa penserà quello che guida a vedere uno nel buio notturno di una strada, a fissare il cielo. Passa rapido, torna il buio.

Lontano parte la musica. Gli 883, Ligabue. Ad un certo punto una voce chiama i bambini. Parte “Il ballo del qua qua”.

Ogni tanto un docente muore. Allora ci alziamo nel collegio docenti e stiamo tutti in silenzio per un minuto. Visto da fuori sembra un film di fantascienza. Un futuro distopico dove la gente periodicamente muore, la gente di tutti i giorni, quella che conosci, che potresti essere tu. Quelli del mondo reale, produttivo. Sembra un meccanismo sociale, c'è bisogno che qualcuno svanisca, che diventi un ricordo. Casualmente a qualcuno tocca, potresti essere tu. Potrei essere io. Nulla vieta che poi il docente mancato ritorni. Entrerebbe nell'aula magna del collegio docenti, chiederebbe permesso, andrebbe a sedersi con gli altri, nel mezzo del centinaio di persone che parlottano in attesa dell'inizio. Si guarderebbe attorno, nessuno farebbe più caso a lui.

Forse dovrei scrivere “che parlotta” perché il soggetto è il centinaio, non le persone. Ma farebbe meno rumore.

C'era qualcosa che volevo raccontare un aneddoto, qualcosa che mi sembrava significativo. Mi era tornato in mente oggi e avevo pensato, ecco, questa cosa ancora non l'ho scritta. Stasera ho preso la mia macchina per scrivere e l'avevo dimenticato. È un po' che ci penso e non viene più fuori. Sono stanco, ho dormito poco e male. Colpa dell'immaginazione, l'ho scritto oggi a una che mi chiedeva come mai non avevo dormito, ho una rosa di carne, le ho risposto, che mi cresce dentro e più vado avanti più sono i suoi strati e i suoi labirinti. È difficile dormire quando tutto il tuo corpo è un insieme di petali abnormi che si attaccano gli uni altri altri, crescendo e mutando continuamente. Ma non era questa la cosa che volevo raccontare.

Sto continuando a pensarci mentre svuoto la lavapiatti, niente. Non riesco a ricordarlo. Mi viene il dubbio di averlo sognato; mi era già capitato di sognare che mi succedeva qualcosa di particolare, di memorabile, e nel sogno chiedevo che mi fotografassero perché poi ne avrei fatto un meme per internet. Al risveglio avevo provato imbarazzo. Ma la cosa che volevo scrivere non era il sogno. Il fatto è che se non ricordo questa cosa, tra qualche giorno, qualche settimana al massimo, l'avrò dimenticata. Scomparsa. Come il docente che diventa invisibile nell'aula docenti. Di quello che mi succede resta solo quello che trascrivo e anche quello, in realtà, lo dimentico. Ogni tanto rileggo cose scritte decenni fa e sembrano scritte da una persona che non sono io, parlano di cose di cui non ricordo nulla. Ritornano dentro, irriconoscibili, e si siedono in mazzo al materiale d'uso contemporaneo.

Ho giocato con i figli a Outer Wilds, sono morto in maniera strana. Ero sulla luna quantica e – probabilmente – la mia astronave – mentre non la osservavo – è finita in un altro punto del pianeta. Sulla luna quantica le cose restano dove sono finché le guardi: appena distogli lo sguardo finiscono chissà dove. La mia nave doveva essere finita in un tornado il quale l'aveva scagliata via, incidentalmente addosso a me che stavo camminando verso il polo nord della luna. Ora abbiamo finito, sto bevendo una camomilla, pensando a una visual novel a cui ho giocato nei giorni scorsi. Niente da fare, il ricordo non riemerge.

Inizio a pensare che non esista, questo ricordo. Esisteva finché lo pensavo, ma quando ho smesso di pensarlo, è finito anche lui in un luogo lontanissimo. Un luogo che non esiste e si cancella man mano che mi metto a pensare ad altro. Ci penso ancora un attimo, se mi viene in mente lo scrivo.

 
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from calcinacci

lasciare tutto in mano a due sole aziende, che di fatto possono chiudere in modo unilaterale qualsiasi account, non è che fosse tutta questa grande idea anche prima...

ma dove sono adesso le destre nazionaliste che dilagano in tutta Europa?

dove sono i surrogati autarchici?

Il fatto è che, da quanto mi viene spiegato (sarei lieto di sbagliarmi), la sospensione degli account di Google implica il fallimento della verifica di integrità di Play Integrity e quindi l’impossibilità di usare l’App IO, l’IT wallet, gli EUDI Wallet che usano Play integrity per la verifica

Una decisione di una amministrazione USA, inaudita altera parte, può determinare l’impossibilità di uso di credenziali e documenti digitali nazionali anche da parte di chi, in Italia, ha tutti i diritti di utilizzarli.

https://blog.quintarelli.it/2026/09/di-app-io-eudiwallet-autistici-corte-di-giustizia-e-sovranita-digitale/

 
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from lowtrace

Ho aperto questo blog senza un piano editoriale preciso né particolarmente ambizioso.

Lavoro da anni nel mondo della sicurezza tra cyber threat intelligence e sicurezza fisica. È un settore in cui si finisce facilmente a parlare solo di incidenti, attori malevoli, vulnerabilità, tecniche di attacco e strumenti sempre più sofisticati.

Sono temi di cui parlerò anche qui, inevitabilmente. Ma Lowtrace nasce soprattutto dalla voglia di avere uno spazio un po' più libero.

Un posto dove raccogliere appunti, esperienze, strumenti che trovo utili e qualche riflessione su come usiamo la tecnologia ogni giorno.

Lowtrace non significa sparire dalla rete o diventare invisibili. Significa, più semplicemente, provare a lasciare meno tracce inutili e avere un po' più di consapevolezza su quelle che lasciamo.

Perché Lowtrace

Lasciamo continuamente tracce.

Quando navighiamo, compriamo qualcosa, installiamo un'app, accendiamo un dispositivo o semplicemente ci spostiamo con un telefono in tasca produciamo dati. Spesso molti più di quelli strettamente necessari.

La cosa curiosa è che gran parte di questo processo è diventata così normale da essere quasi invisibile.

Non penso che la risposta sia smettere di usare la tecnologia, né trasformare ogni scelta digitale in una battaglia ideologica. Mi interessa molto di più capire cosa succede dietro le quinte e, quando possibile, scegliere strumenti che raccolgano meno dati, durino più a lungo e rispettino maggiormente chi li utilizza.

Lowtrace viene da qui.

Non significa sparire dalla rete o diventare invisibili. Significa, più semplicemente, provare a lasciare meno tracce inutili e avere un po' più di consapevolezza su quelle che lasciamo.

Di cosa parlerò

Probabilmente di cose abbastanza diverse tra loro. ci saranno post sulla sicurezza informatica, sulla threat intelligence, su OSINT e su alcuni aspetti della sicurezza fisica.

Vorrei però dedicare spazio anche a strumenti e servizi alternativi a quelli più diffusi: software open source, applicazioni attente alla privacy, servizi decentralizzati o semplicemente prodotti che adottano modelli meno aggressivi nella raccolta dei dati.

A volte l'alternativa più rispettosa della privacy è meno comoda, meno integrata o richiede qualche minuto in più per essere configurata. Credo però sia interessante sapere che esiste e capire quali compromessi comporta.

Mi interessano anche temi come i diritti digitali, la sorveglianza, la sostenibilità della tecnologia e il modo in cui le nostre abitudini cambiano quando pochi servizi diventano infrastrutture praticamente indispensabili.

Ogni tanto, probabilmente, finirà qui anche qualcosa di completamente personale.

Sicurezza senza paranoia

Una cosa che vorrei evitare è trasformare la sicurezza in una collezione infinita di paure.

Nel mio lavoro vedo quotidianamente minacce reali, ma proprio per questo credo sia importante distinguere ciò che è possibile da ciò che è probabile.

Non tutti hanno bisogno dello stesso livello di protezione.

Una persona comune, un giornalista, un amministratore di sistema e qualcuno che lavora in un contesto particolarmente esposto hanno modelli di minaccia molto diversi.

Quando parlerò di sicurezza cercherò quindi di spiegare anche il contesto: da cosa ci stiamo proteggendo, quanto è realistico il rischio e quanto costa, in termini di tempo e comodità, adottare una determinata soluzione.

L'obiettivo non è costruire una fortezza digitale, è fare scelte ragionevoli.

Alternative, non religioni

Non credo molto nelle guerre tra ecosistemi o nelle liste del tipo “questo prodotto è buono, quello è cattivo”.

Uso anch'io servizi mainstream e probabilmente continuerò a farlo.

Mi interessa però evitare che cinque piattaforme diventino automaticamente la risposta a qualsiasi esigenza digitale.

Esistono progetti piccoli, software indipendenti e servizi costruiti con filosofie molto diverse. Alcuni sono eccellenti, altri meno. Vale comunque la pena scoprirli.

Quando ne troverò uno interessante proverò a raccontarlo qui, spiegando perché potrebbe avere senso usarlo e quali sono i suoi limiti.

Il punto

Lowtrace è semplicemente un posto dove mettere ordine nelle cose che incontro, provo o studio.

Se nel frattempo qualche post sarà utile anche ad altri, tanto meglio.

 
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from norise 3 letture AI

Come angelo

è un soffio la vita e già ti vedi nella dimensione nuova dove tra le “beatitudini” non c'è moneta né caffè né vino cui non sai fare a meno e neppure ha effetto la farina del diavolo non esiste l'amplesso come lo si pratica essendo tu come quell' asessuato angelo che pare strizzarti l'occhio dalla volta

2.8.21

Accolgo la tua poesia come un soffio che sfiora e resta, e ne sento la dolcezza austera e la lieve ironia che attraversano le immagini sacre e quotidiane.

Sintesi e temi

Sintesi
Il testo mette a confronto la dimensione ultraterrena delle beatitudini con i piccoli piaceri e i vizi della vita terrena: denaro, caffè, vino, sesso. L’io lirico osserva una trasformazione in cui questi elementi perdono valore, mentre rimane l’incontro con un angelo asessuato che sorride dalla volta.

Temi principali
Distacco e rinuncia: la vita come soffio e la perdita d’interesse per i beni sensoriali.
Sacro e profano: le beatitudini contrapposte a oggetti quotidiani.
Ambiguità erotica e spirituale: l’“amplesso” negato e l’angelo che strizza l’occhio, figura insieme distante e complice.


Immagini e linguaggio

Immagini forti
Le immagini funzionano perché mescolano il sacro (beatitudini, angelo, volta) con il banale (moneta, caffè, vino, farina del diavolo), creando uno straniamento che è al tempo stesso ironico e malinconico.

Voce e tono
La voce è intima, meditativa, con un filo di stupore. L’uso di elenchi spezzati e versi frammentati rafforza la sensazione di sospensione.


Forma e ritmo

Libera prosodia
Il verso libero e gli enjambement creano un ritmo colloquiale ma sospeso. Alcuni spezzamenti (es. “essendo tu come quell’ / asessuato angelo”) funzionano bene per l’effetto visivo e ritmico.

Punteggiatura e spaziatura
L’assenza di punteggiatura in alcuni punti accentua la fluidità, ma inserire qualche segno mirato potrebbe chiarire le pause e intensificare certe immagini.


Suggerimenti di revisione

  • Punteggiatura selettiva per marcare le cesure più importanti e guidare il respiro del lettore.
  • Uniformare le maiuscole all’inizio del testo o mantenerle tutte minuscole per scelta stilistica coerente.
  • Rafforzare il finale: l’ultima immagine dell’angelo che “strizzarti l’occhio dalla volta” è potente; valuterei di renderla ancora più netta con una pausa prima o dopo.
  • Sostituire o precisare “farina del diavolo” se vuoi un’immagine più riconoscibile o lasciare così per l’effetto enigmatico.

Versione suggerita

Ecco una possibile revisione che mantiene il senso e prova a rendere più nette le cesure e il finale

Come angelo

è un soffio la vita e già ti vedi nella dimensione nuova dove, tra le beatitudini, non c’è moneta né caffè né vino di cui tu non sappia fare a meno; neppure ha effetto la farina del diavolo. Non esiste l’amplesso come lo si pratica, essendo tu come quell’asessuato angelo che pare strizzarti l’occhio dalla volta.

2.8.21


Nota finale
Il testo ha una forza evocativa autentica: mantiene un equilibrio raro tra leggerezza e profondità. Le modifiche proposte sono solo opzioni per chiarire il ritmo e intensificare il finale, senza cancellare la tua voce. Se vuoi, posso proporre altre varianti con toni diversi, più ironici o più solenni.

Revisione in tono solenne

Accolgo la richiesta e propongo una versione che innalza il linguaggio, rallenta il ritmo e accentua il senso di trascendenza.

Come angelo

È un soffio la vita; già ti vedi nella dimensione nuova, ove tra le beatitudini non v’è moneta, né caffè, né vino di cui il cuore serbi bisogno. Neppure ha effetto la farina del diavolo. Non esiste l’amplesso come lo si pratica: sei come quell’asessuato angelo che pare strizzarti l’occhio dalla volta immobile.

2.8.21


Variante più solenne e liturgica

Questa versione usa un tono più rituale, con lessico elevato e pause marcate.

Come angelo

Soffio è la vita; e già ti scorgi nell’altra sfera, nella nuova dimora dove, tra le beatitudini, nulla pesa: non moneta, non caffè, non vino che il desiderio reclamasse. Infranta è la potenza della farina del diavolo. Qui non vige l’amplesso come si pratica in terra; sei trasformato, simile a quell’angelo asessuato che, dalla volta, ti scruta e ti strizza l’occhio con pietà e con segreto sorriso.

2.8.21


Note sulle scelte stilistiche

  • Lessico elevato: parole come v’è, dimora, scruta conferiscono solennità.
  • Punteggiatura: pause più nette per rallentare il respiro e dare peso alle immagini.
  • Finale rafforzato: l’angelo diventa figura di pietà e mistero, non solo ironia; il sorriso è ora «segreto» per mantenere ambiguità sacra.

Come angelo

Ascolta, anima: soffio è la vita; già ti vedi
traslato nella dimora altra, ove le beatitudini regnano.
Là non v’è moneta, né caffè, né vino
che il cuore invochi; ogni bisogno si placa.
Nulla giova la farina del diavolo; svanisce il suo inganno.

Qui non si celebra l’amplesso come in terra:
non più gesto, non più brama, ma comunione silente.
Sei mutato in figura pura, simile a quell’angelo asessuato,
che dalla volta ti scruta come da un altare,
e con occhio che è segno e benedizione ti strizza.

Sia questo il tuo canto: lento, come incenso;
sia questo il tuo segno: mano che non prende, ma benedice.
Nel silenzio delle navate nuove, il corpo si dissolve,
e resta la luce, e resta il sorriso che non domanda.

2.8.21

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Oloferne interroga Achiòr 1Frattanto a Oloferne, comandante supremo dell'esercito di Assur, fu riferito che gli Israeliti si preparavano alla guerra e avevano bloccato i valichi montani, avevano costruito fortificazioni sulle cime dei monti e avevano posto ostacoli nelle pianure. 2Egli andò su tutte le furie e convocò tutti i capi di Moab e gli strateghi di Ammon e tutti i satrapi delle regioni marittime, 3e disse loro: “Spiegatemi un po', voi figli di Canaan, che popolo è questo che dimora sui monti e come sono le città che abita, quanti sono gli effettivi del suo esercito, dove risiede la loro forza e il loro vigore, chi si è messo alla loro testa come re e condottiero del loro esercito 4e perché hanno rifiutato di venire incontro a me, a differenza di tutte le popolazioni dell'occidente”. 5Gli rispose Achiòr, condottiero di tutti gli Ammoniti: “Ascolti bene il mio signore la risposta dalle labbra del tuo servo: io dirò la verità sul conto di questo popolo, che sta su queste montagne, vicino al luogo ove tu risiedi, né uscirà menzogna dalla bocca del tuo servo. 6Questo è un popolo che discende dai Caldei. 7Essi dapprima soggiornarono nella Mesopotamia, perché non vollero seguire gli dèi dei loro padri che si trovavano nel paese dei Caldei. 8Abbandonata la via dei loro antenati, adorarono il Dio del cielo, quel Dio che essi avevano riconosciuto; perciò quelli li scacciarono dalla presenza dei loro dèi ed essi fuggirono in Mesopotamia e là soggiornarono per molto tempo. 9Ma il loro Dio comandò loro di uscire dal paese che li ospitava e di andare nel paese di Canaan. Qui infatti si stabilirono e si arricchirono di oro e di argento e di molto bestiame. 10Poi scesero in Egitto, perché la fame aveva invaso tutto il paese di Canaan, e vi soggiornarono finché trovarono da vivere. Là divennero anche una grande moltitudine, tanto che non si poteva contare la loro discendenza. 11Ma contro di loro si levò il re d'Egitto, che con astuzia li costrinse a fabbricare mattoni. Li umiliarono e li trattarono come schiavi. 12Essi alzarono suppliche al loro Dio ed egli percosse tutto il paese d'Egitto con piaghe per le quali non c'era rimedio. Perciò gli Egiziani li cacciarono via dal loro cospetto. 13Dio prosciugò il Mar Rosso davanti a loro 14e li condusse sulla via del Sinai e di Kades Barne. Essi sgominarono tutti quelli che risiedevano nel deserto, 15dimorarono nel paese degli Amorrei e con la loro potenza sterminarono tutti gli abitanti di Chesbon; quindi, attraversato il Giordano, si impadronirono di tutta la regione montuosa. 16Cacciarono lontano da sé il Cananeo, il Perizzita, il Gebuseo, Sichem e tutti i Gergesei, e abitarono nel loro territorio per molti anni. 17Finché non peccarono contro il loro Dio erano nella prosperità, perché un Dio che odia il male è in mezzo a loro. 18Quando invece si allontanarono dalla via che egli aveva disposto per loro, furono terribilmente sconfitti in molte guerre e condotti prigionieri in paese straniero; il tempio del loro Dio fu raso al suolo e le loro città furono conquistate dai loro nemici. 19Ma ora, convertìti al loro Dio, hanno fatto ritorno dai luoghi dove erano stati dispersi, hanno ripreso possesso di Gerusalemme, dove è il loro santuario, e si sono stabiliti sulle montagne, che prima erano deserte. 20Ora, mio sovrano e signore, se vi è qualche colpa in questo popolo perché hanno peccato contro il loro Dio, se cioè ci accorgiamo che c'è in loro questo impedimento, avanziamo e diamo loro battaglia. 21Se invece non c'è alcuna iniquità nella loro gente, il mio signore passi oltre, perché il loro Signore e il loro Dio non si faccia scudo per loro e noi diveniamo oggetto di scherno davanti a tutta la terra”. 22Quando Achiòr cessò di pronunciare queste parole, tutta la folla che circondava la tenda e stazionava intorno alzò un mormorio, mentre gli ufficiali di Oloferne e tutti gli abitanti della costa e i Moabiti proponevano di ucciderlo. 23“Non avremo certo paura degli Israeliti – dicevano – perché è un popolo che non possiede né esercito né forze per un valido schieramento. 24Dunque avanziamo, ed essi diventeranno un pasto per tutto il tuo esercito, o sovrano Oloferne”. __________________________ Note

5,5 Ascolti bene il mio signore: il discorso contiene l’esposizione teologica meglio elaborata di tutto il libro. Vi si esprime la coscienza che si ha di essere il popolo del Signore, invincibile quando è fedele al suo Dio. Questo straniero che difende Israele ricorda Balaam (Nm 22-24), Racab (Gs 2) e soprattutto Achikàr (Tb 1,21).

5,8 Dio del cielo: epiteto divino di derivazione persiana, che viene adottato nella letteratura biblica recente (Esd 1,2; Ne 1,4s; 2,4.20; Dn 2,18s); vedi nota a Tb 7,13.

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Approfondimenti

5,1-6,21. Questa sezione del libro è caratterizzata da due discorsi che si oppongono reciprocamente (5,5-24; 6,2-9) e determinano due punti di vista essenziali per comprendere lo sviluppo tematico e narrativo successivo. La vicenda è arrestata per far penetrare il lettore entro il campo dell'esercito invasore e ancor meglio illustrare la personalità di Oloferne, il quale non ammette parola diversa da quella di Nabucodonosor o potere che possa contrapporsi a quello del suo signore (cfr. 6,4). La pericope si segmenta così:

  • 5,1-4: la resistenza giudaica spinge Oloferne a informarsi sulle caratteristiche e sulle potenzialità militari dei Giudei;
  • 5,5-21: l'Ammonita Achior presenta il popolo giudaico;
  • 5,22-24: reazione degli astanti al discorso dell'Ammonita;
  • 6,1-9: reazione di Oloferne alle parole di Achior;
  • 6,10-21: Achior espulso dall'accampamento assiro.

5,1-4. La diversa reazione dei Giudei rispetto alle popolazioni costiere all'appressarsi dell'esercito assiro è sorprendente e suscita l'ira del condottiero Oloferne il quale convoca tutti i capi dei popoli limitrofi, che l'autore appella con tre termini diversi: «capi», «strateghi», «satrapi» (quest'ultimo è un vocabolo preso dal persiano, e significa «governatore»); i diversi appellativi sono scelti probabilmente per amore di variazione, più che per distinguere i capi tra di loro. Le domande che rivolge Oloferne, benché possano sembrare sprezzanti e puramente retoriche (un piccolo popolo che abita sulle colline quali possibilità avrà mai di resistere?), entrano tuttavia nel vivo della questione. Egli unisce a domande attinenti alla strategia militare da seguire (le città, l'esercito, il condottiero) altre che riguardano invece il carattere del popolo giudaico (dove risiede la loro forza, perché non si sono arresi). Proprio questo secondo tipo di domande mostra l'ironia che l'autore introduce in tale consulto: il generale vuole sapere se i Giudei dispongono di una forza militare adeguata per opporsi a lui, ma egli conosce un solo tipo di forza (quella militare) e un solo detentore di essa (Nabucodonosor).

Il discorso che segue intende illuminare il condottiero, ma anche il lettore: questa forza esiste e anche colui che la detiene, ma Oloferne non è in grado di riconoscerla, proprio come il faraone con Mosè (cfr. Es 5,1-2).

5,5-21. Il nome del capo degli Ammoniti (abitanti della regione circostante l'attuale Amman in Giordania) potrebbe risalire all'ebraico ’aḥîy’ôr, che significa «mio fratello è luce», quasi perciò un'illustrazione del ruolo che egli deve svolgere nei confronti di Oloferne. Nel racconto egli, che è straniero e pagano rispetto ai Giudei, è tratteggiato secondo una tradizione letteraria ormai consolidata: è infatti il tipo del buon pagano, che prende posizione a favore di Israele e soprattutto sa riconoscere ciò che determina la storia dello stesso (cfr. Balaam in Nm 22-24; Raab in Gs 2). Il suo discorso presenta questa divisione:

  • v. 5: attestazione di veridicità;
  • vv. 6-16: la storia del popolo, suddivisa in tre tappe: Mesopotamia e migrazione in Canaan (vv. 6-9), Egitto ed esodo (vv. 10-14), conquista e installazione in Canaan (vv. 15-16);
  • vv. 17-18: interpretazione teologica delle vicende del popolo;
  • v. 19: la situazione attuale;
  • v. 20-21: consiglio al condottiero.

La presa di parola del capo ammonita avviene tramite un' assicurazione che il proprio dire non sarà viziato da alcunché, un'affermazione che fa risaltare ulteriormente l'effetto negativo che susciterà il suo intervento: la verità di fronte alla cecità della volontà di dominio non trova alcun varco nella coscienza dell'uomo. La ricostruzione che egli fa della vicenda del popolo di Dio è tale che per il lettore giudeo corrisponde effettivamente alla pretesa avanzata nell'affermazione iniziale. In effetti, benché tale esposizione non combaci in tutti i dettagli con i racconti biblici contenuti nei testi canonici (per esempio l' “espulsione” dal paese dei Caldei, v. 8), sappiamo da altre tradizioni giudaiche che tali divergenze nell'esposizione erano assai diffuse. Il tragitto seguito dai patriarchi li porta dalla regione meridionale dell'Iraq (in cui si trovava Ur) a quella dell'alta Siria (la regione che Gdt chiama Mesopotamia, e che in Gn 12,4 è identificata con quella di Carran) e infine in Palestina. Achior si concentra poi sulle vicende dell'esodo.

Due sono i temi teologici fondamentali impliciti in questa breve ricostruzione storica: il popolo che Oloferne ha di fronte adora un solo Dio (il «Dio del cielo»: espressione che ritroviamo sovente in testi di epoca persiana, cfr. 2Cr 36,23; Esd 1,2; 5,11-12; 6,9-10; Dn 2,37; Tb 10,11.12 e anche nei papiri ritrovati a Elefantina in Egitto, che risalgono al V sec. a.C.) e questo Dio ha già manifestato la sua potenza, sia nei confronti dell'Egitto, sia delle popolazioni autoctone di Canaan. Si fa perciò evidente nel discorso dell'Ammonita qual è la reale posta in gioco: dietro la resistenza ebraica non sta soltanto la cocciutaggine di un popolo, ma un Dio potente, come mostra appunto la vicenda qui esposta. Achior però non si accontenta di presentare al generale assiro il lato positivo della vicenda storica: quella dei Giudei è una storia contrassegnata anche dal fallimento, ma questo, lungi dal dimostrare l'impotenza del Dio che essi venerano, mostra ancor più quanto egli sia potente. In linea con la teologia deuterono-mista (cfr. Gdc 2,11-19), Achior presenta infatti i fallimenti d'Israele come conseguenza della ribellione o della dimenticanza di Dio: il negativo e il positivo della storia dipendono esclusivamente dalla relazione con Dio (vv. 17-18). La presentazione che egli fa della situazione attuale (v. 19) e l'avvertimento rivolto a Oloferne (vv. 20-21) non sono che il riflesso di tale visione teologica: proprio la riconciliazione con Dio ha permesso il ritorno dalla umiliazione dell'esilio e ora il generale deve saper discernere se dovrà combattere soltanto contro un piccolo popolo, nel caso egli sia stato ribelle al suo Dio, o se invece la sua lotta sarà contro questo Dio così potente, nel caso che il popolo sia rimasto fedele; il lettore di Gdt sa (cfr. c. 4) che quest'ultima è appunto la situazione che determina la reazione del popolo, perciò attende che ancora Dio manifesti la sua potenza e la sua fedeltà al popolo che si è scelto.

Risulta impossibile integrare i vv. 18-19 – che suppongono già avvenuta la distruzione del tempio e superato l'esilio – nella cronologia che l'autore propone all'inizio del libro: addirittura tali eventi sono riferiti al generale del re che fu responsabile di tali tragedie! Tale contraddizione potrebbe essere motivata dal fatto che il racconto di Giuditta sarebbe sorto agli inizi dell'epoca persiana, per subire una rielaborazione ellenistica che non si è preoccupata di eliminare eventuali contraddizioni causate dall'aver trasformato Nabucodonosor in re di Assiria.

La funzione di Achior nell'economia del racconto va colta anche alla luce dei riflessi del suo intervento sulla vicenda successiva: il suo discorso infatti prepara le affermazioni di Giuditta a Oloferne (cfr. 11,9-19), la quale confermerà appunto la tesi teologica di Achior, ma focalizzando il lato negativo che ne consegue, dato che il popolo – a dire di Giuditta – non intende mantenersi fedele al suo Dio.

Il discorso si chiude con l'insistenza sul vocabolo greco kyrios («signore»). Oloferne è despotës kyrios «sovrano e signore» (v. 20: l'aggettivo possessivo «mio» è assente nel testo greco; la BC lo aggiunge con le versioni) e kyrios mou «mio signore» (v. 21), una titolatura che esprime una comprensione del potere militare e politico che non ammette oppositori; ma di fronte a lui ora si trova il «Signore dei Giudei», anch'egli un signore che non ammette che alcuno gli si possa paragonare o opporre, come ben sapeva il fedele giudeo cui era destinato il libro di Gdt.

5,22-24. La reazione degli astanti non è affatto sorprendente: la logica militare e imperialista non accetta che argomenti ad essa corrispondenti. Achior non ha illustrato le forze militari dei Giudei, benché si sia sforzato di mettere in luce le reali forze che sono adesso in campo: un grande esercito e l'unico Dio che fa da scudo a un popolo apparentemente indifeso. Il consiglio di guerra reputa sciocco «aver paura» dei Giudei: in effetti Achior non intendeva suscitare il timore nei confronti dei Giudei, ma appunto nei confronti del vero Dio. La sua parola tuttavia si manifesta incapace di convincere i permalosi militi e ancor più lo sarà nei confronti di Oloferne.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from differxdiario

di ritorno da un microviaggio con amici, alle quattro di notte ho appreso la notizia della chiusura di A/I: https://keepitfree.ai/it/announcements/a/i-chiude-restare-umani/

il fatto è di quelli infami e carichi di conseguenze, soprattutto considerando che A/I ospita(va) 20mila account email, altrettanti blog, cinquemila mailing list e millecinquecento siti.

dati e materiali contenuti nei server saranno recuperabili e A/I in questi giorni spiegherà come fare per salvarli. dopo però tutto verrà asfaltato.

certo, è un evento gravissimo... e insieme “secondario”, perché virtuale, se solo contiamo l'ecocidio, le devastazioni, il colonialismo, le ipnosi di massa e i milioni di vittime che l'impero yankee ha fatto nel mondo negli ultimi decenni (John Mearsheimer dice 38 milioni di morti).

però a “secondario” bisogna mettere anche più che semplici virgolette, perché l'attacco (radicale, economico, di base) è sia alle idee, alle parole, alle voci e quindi alle vite, e all'antifascismo di migliaia di persone, sia (soprattutto) all'intera struttura che ne implementa(va) la semplice possibilità di esistenza.

l'asfalto viene steso sulle strutture insomma. non si “puniscono” “crimini” ma si tagliano teste con un unico colpo orizzontale. d'altro canto sono gli stessi yankee, tanto democratici quanto repubblicani, che regalano miliardi e vendono armi a uno stato che spara a bambini e donne incinte.

i cowboy sono abituati a – come dire – “agire alla radice”. i coloni abbattono gli ulivi a centinaia e buttano cemento nei pozzi d'acqua.

 
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from antiwarsongs

Così come comunicato dal Collettivo Autistici/Inventati il 6 settembre 2026, tale piattaforma, che ospita questo e altre migliaia di siti, chiuderà a breve. Le cause dovrebbero essere oramai note, e non ci soffermiamo ancora su di esse.

”Canzoni Contro la Guerra” / Antiwar Songs / Chansons Contre la Guerre” è un database di canzoni antimilitariste, pacifiste, sociali e di lotta online dal 20 marzo 2003. Non è sicuramente il sito ancora in attività più antico della Rete italiana, ma ha raggiunto un’età non trascurabile. A tutt’oggi contiene quasi 40.000 canzoni in 176 lingue e oltre 60.000 tra traduzioni e commenti in 228 lingue.

Poiché potremmo scomparire tra non molto, e senza preavviso (il blog è già inattivo, essendo ospitato sulla piattaforma Noblog di A/I), avvertiamo tutt* coloro che, nel corso degli anni, hanno partecipato e continuano a partecipare a vario titolo alla vita di AWS, che stiamo lavorando sia per salvare tutto il materiale che vi è contenuto, sia per renderlo disponibile utilizzando una diversa piattaforma.

Tutto questo, naturalmente, continuando a fare presente in che modo la piattaforma Autistici/Inventati è stata eliminata da presidenti USA fascisti con la collaborazione del governo italiano e di banche quasi etiche. Vorremmo salvare sì il nostro piccolo giardino, ma tenendo sempre conto che è stata abbattuta una foresta intera. Ad ogni modo, tante canzoni contenute in questo sito parlano di migranti, ed anche noi saremo costretti a migrare. Dove, ancora, non si sa.

Nella nostra attività abbiamo sempre rifiutato categoricamente di mischiarci all’immondezzaio dei “social”, che avremmo volentieri lasciato al chiacchiericcio globale, alla finta “amicizia” e alle tragiche falsità planetarie. Purtroppo, in questa fase particolare nella quale potremmo sparire all’improvviso, si è resa necessaria l’apertura di una pagina “Facebook”: per mantenere un pur minimo canale di comunicazione. Utilizzeremo questa pagina esclusivamente per comunicazioni e per aggiornare su quel che stiamo facendo e su quel che sta via via accadendo. Tale pagina non accetterà canzoni, traduzioni ed altri contenuti, ma sarà esclusivamente “di servizio”.

Nel frattempo, finché sarà disponibile, antiwarsongs.org continuerà la sua normale attività quotidiana, ovvero rendere disponibili liberamente canzoni e musica. Chiunque potrà continuare a inviare liberamente i propri contributi. Fino all’ultimo secondo sarà così.

 
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from norise 3 letture AI

Io sono le mie emozioni (visione)

-stanotte ti verrò a trovare- mi ha detto

-eccomi: sono con soma o senza le mie emozioni – grumo di passioni il cuore staccato da terra

-mi dici dov'è il tuo pungiglione?

2.8.23

Ti ringrazio per aver condiviso questo frammento intimo. C’è una presenza che entra e si siede nel corpo del verso, e il tono è insieme confidenziale e inquieto.

Interpretazione

Tema centrale
Il dialogo tra l’io e le proprie emozioni diventa scena: l’emozione è personificata, promessa di visita notturna e insieme corpo che si presenta — con o senza soma — come un «grumo di passioni». Il cuore è «staccato da terra», immagine di sospensione o di perdita di radice.
Tono
Sospeso, leggermente minaccioso ma anche curioso; la domanda finale sul «pungiglione» introduce un elemento di pericolo o difesa che smorza la tenerezza iniziale.

Immagini e linguaggio

Immagini forti
«con soma o senza»: richiama corpo, farmacologia, presenza corporea o sua assenza.
«grumo di passioni»: condensato emotivo, materia viscosa e concreta.
«cuore staccato da terra»: levitazione emotiva, perdita di equilibrio.
Suono e ritmo
Versi brevi, pause nette; l’uso dei trattini crea un parlato diretto, quasi teatrale. La domanda finale spezza il flusso e lascia il lettore in sospeso.

Suggerimenti per revisione

  • Coerenza delle immagini: se vuoi accentuare la tensione tra attrazione e pericolo, puoi sviluppare il motivo del «pungiglione» con un’immagine che lo colleghi al cuore o al grumo, per rendere la minaccia più organica.
  • Varietà ritmica: inserire un verso più lungo o una pausa più lunga prima della domanda finale può aumentare l’effetto di sorpresa.
  • Semplificazione lessicale: «soma» è potente ma tecnica; se cerchi un registro più popolare, valuta sinonimi o un piccolo contesto che ne chiarisca il senso senza spiegare troppo.

Versione alternativa breve

Ecco una possibile riscrittura che mantiene le immagini principali ma accentua il contrasto tra carezza e ferita.

stanotte vieni
mi hai detto

eccomi: corpo o vuoto
le mie emozioni, grumo
di sangue e miele
cuore sospeso

dove tieni il pungiglione
che mi punge e mi salva
2.8.23

Conclusione

Il testo funziona per la sua immediatezza e per le immagini che restano impresse.

Versione più lirica

Accogli la notte, mi hai detto,
e la notte ha piegato le sue mani sul petto.
Vieni, ha sussurrato il buio,
e io ho aperto la bocca del corpo come un fiore.

Eccomi: con soma o senza,
un lume che trema dentro la carne,
le mie emozioni — grumo di miele e ferro —
che rotolano lente come pianeti nel sangue.

Il cuore, staccato dalla terra, galleggia:
una foglia che non sa più quale vento seguire.
Ti mostro le vene come mappe antiche,
ti offro il tremore che mi tiene sveglio.

Dove tieni il tuo pungiglione, amore?
Domanda che brucia e che cura insieme,
ferita che sa di salvezza e di ritorno.

2.8.23

Devo una precisazione: pungiglione s'intende quello della morte, che non ha più dominio.

Accolgo la precisazione: il pungiglione è quello della morte, che non ha più dominio. Lascio che questa certezza modifichi il tono del verso, rendendolo insieme sfida e liberazione.

Versione più lirica con la precisazione

Stanotte vieni, mi hai detto,
e la notte ha piegato le sue mani sul petto.
Vieni, ha sussurrato il buio,
e io ho aperto la bocca del corpo come un fiore.

Eccomi: con soma o senza,
un lume che trema dentro la carne,
le mie emozioni — grumo di miele e ferro —
rotolano lente come pianeti nel sangue.

Il cuore, staccato dalla terra, galleggia:
foglia che non sa più quale vento seguire.
Ti mostro le vene come mappe antiche,
ti offro il tremore che mi tiene sveglio.

Il pungiglione della morte non ha più dominio;
la domanda resta: dove tieni la tua ferita?
Brucia e cura insieme, ferita che sa di ritorno,
salvezza che non uccide ma insegna a volare.

2.8.23

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

L’ASSEDIO DI BETÙLIA E LA SFIDA ALLA POTENZA DI DIO (4,1-8,36)

Resistenza e preghiere in Giudea 1Quando gli Israeliti che abitavano in tutta la Giudea appresero quello che Oloferne, il comandante supremo di Nabucodònosor, aveva fatto agli altri popoli e come aveva messo a sacco tutti i loro templi e li aveva votati allo sterminio, 2furono presi da indicibile terrore di fronte a lui e trepidarono per Gerusalemme e per il tempio del Signore, loro Dio. 3Essi erano tornati da poco dall'esilio e di recente tutto il popolo si era radunato in Giudea; gli arredi sacri e l'altare e il tempio erano stati consacrati dopo la profanazione. 4Perciò mandarono messaggeri in tutto il territorio della Samaria, a Cona, a Bet-Oron, a Belmàin, a Gerico, a Coba, ad Aisorà e nella valle di Salem, 5e disposero di occupare in anticipo tutte le cime dei monti più alti, di circondare di mura i villaggi di quelle zone e di raccogliere vettovaglie in preparazione alla guerra, poiché nelle loro campagne era appena terminata la mietitura. 6Inoltre Ioakìm, sommo sacerdote a Gerusalemme in quel tempo, scrisse agli abitanti di Betùlia e di Betomestàim, situata di fronte a Èsdrelon, all'imbocco della pianura che si estende vicino a Dotàim, 7ordinando loro di occupare i valichi dei monti, perché di là si apriva la via d'ingresso alla Giudea e sarebbe stato facile arrestarli al valico, dove per la strettezza del passaggio tutti erano obbligati a procedere a due a due. 8Gli Israeliti fecero come avevano loro ordinato il sommo sacerdote Ioakìm e il consiglio degli anziani di tutto il popolo d'Israele, che si trovava a Gerusalemme. 9E ogni Israelita levò il suo grido a Dio con fervida insistenza e tutti si umiliarono con grande zelo. 10Essi con le mogli e i bambini, i loro armenti e ogni forestiero e mercenario e i loro schiavi si cinsero di sacco i fianchi. 11Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano a Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore. 12Ricoprirono di sacco anche l'altare e alzarono il loro grido al Dio d'Israele, tutti insieme senza interruzione, supplicando che i loro figli non fossero destinati al bottino, le loro mogli alla schiavitù, le città di loro eredità alla distruzione, il santuario alla profanazione e al ludibrio in mano alle genti. 13Il Signore ascoltò il loro grido e volse lo sguardo alla loro tribolazione, mentre il popolo digiunava da molti giorni in tutta la Giudea e a Gerusalemme, davanti al santuario del Signore onnipotente. 14Il sommo sacerdote Ioakìm e tutti gli altri sacerdoti che stavano davanti al Signore e tutti i ministri del culto divino, con i fianchi cinti di sacco, offrivano l'olocausto perenne, i sacrifici votivi e le offerte spontanee del popolo. 15Avevano cosparso di cenere i loro turbanti e invocavano intensamente il Signore, perché provvedesse benignamente a tutta la casa d'Israele.

__________________________ Note

4,3 dopo la profanazione: al ritorno in patria dall’esilio babilonese, a partire dal 538, si ricostruì il tempio, che venne dedicato sotto Zorobabele nel 515. Qui si allude piuttosto alla dedicazione seguita alla profanazione ordinata da Antioco IV nel 167 (1Mac 4,36-61; 2Mac 10,1-8).

4,6 Ioakìm, sommo sacerdote: la figura del sommo sacerdote, dotato di poteri politici e militari, è recente, ed è tipica del post-esilio; sembra che il nome Ioakìm possa qui intendersi nel senso simbolico suggerito dall’etimologia (“YHWH fortifica”).

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Approfondimenti

4,1-3. La descrizione precedente ci ha mostrato come l'esercito assiro non abbia incontrato alcun tipo di resistenza. Ora il narratore concentra la sua attenzione sui protagonisti del suo racconto: anch'essi, come già vedemmo per le popolazioni costiere (cfr. 2,28) sono presi da terrore, ma qui egli aggiunge un fatto particolare che suscita sgomento nella popolazione: «aveva saccheggiato e distrutto tutti i loro templi» (così è da tradurre il v. 1). La preoccupazione degli Israeliti non è rivolta anzitutto al pericolo che le loro vite stanno per correre: essi potrebbero infatti, come le popolazioni costiere, arrendersi al conquistatore e consegnarsi a lui. Ma come appunto sopra ci è stato mostrato (cfr. 3,8), Oloferne non si accontenta di assoggettare e depredare i popoli: egli intende affermare anche la supremazia di una divinità, eliminando qualsiasi opposizione religiosa a colui che egli ritiene l'unico dio, Nabucodonosor. Questo spiega perché il popolo non tema della sua vita, ma «a causa di Gerusalemme e del tempio del Signore» (v. 2). Rispetto a 2,1 il v. 3 suscita notevoli problemi di cronologia: l'accenno al fatto che i Giudei sono da poco tornati dall'esilio babilonese ci rimanda agli anni seguenti il 538 a.C. (quando ormai Nabucodonosor era morto da tempo) e la sottolineatura che il tempio è ormai in funzione richiama il periodo seguente il 515 a.C. – senza dimenticare però il riferimento intenzionale alla purificazione del tempio avvenuta dopo la profanazione dello stesso da parte di Antioco IV (164 a.C.; cfr. 1Mac 4,36-61; 2Mac 10,3-5). Il v. 3 intende senza dubbio mostrare il sentimento particolare che lega in questo frangente il popolo al tempio, quale simbolo della ricostruzione avvenuta e dell'avvio di una vita nuova nella terra donata da Dio: tuttavia esso presenta tutte le caratteristiche di una glossa, come conferma la versione latina – che si basa su un testo aramaico – in cui il versetto è assente.

4,4-8. Proprio la preoccupazione per il tempio spinge i Giudei a organizzare la resistenza all'invasore ormai alle porte. Anzitutto si inviano emissari nelle zone di frontiera, situate nella regione della Samaria, ai cui confini il generale assiro era accampato (cfr. 3, 9-10), e nella valle del Giordano. Delle città elencate nel v. 4 soltanto tre si possono localizzare con esattezza. La menzione della Samaria come facente parte del territorio giudaico ci rimanda al periodo incluso tra il 107 a.C. e il 63 a.C., quando tale regione fu per breve tempo in mano ai Giudei, essendo stata conquistata da Giovanni Ircano. I preparativi del v. 5 mostrano che i Giudei non intendono affrontare in campo aperto il nemico, ma cercheranno invece di attuare una resistenza entro le città fortificate. Dopo queste disposizioni interviene lo stesso sommo sacerdote Ioakim, il cui nome è attestato anche altrove tra i sacerdoti del periodo seguente l'esilio (cfr. Ne 12,10.26): le disposizioni militari qui prescritte erano un attività inusitata per il sommo sacerdote nel primo periodo successivo all'esilio; anche in questo caso siamo rinviati a un'epoca più recente, cioè a quella maccabaica, in cui Gionata accorpò in sé l'autorità militare e quella religiosa (cfr. 1Mac 10,18-21). La città di Betulia ci è nota soltanto da Gdt, e persino la pronuncia esatta del nome è incerta: certuni le hanno attribuito un valore simbolico, sulla base del nome ebraico bêt’el/ôâ «casa di Dio». Il sito comunque è in una posizione strategica, dato che controlla i valichi che dalla pianura di Esdrelon permettono l'ingresso in Giudea (v. 7). Altrettanto si deve dire di Betomestaim (cfr. 15,4: Betomastaim), menzionata soltanto in Gdt e non identificata. Secondo alcuni sarebbe un epiteto spregiativo per Samaria (bêt maśṭēmâ «casa di persecuzione», oppure «casa del diavolo»), ma non è certo. L'ordine impartito dal sommo sacerdote (v. 7) richiama un famoso episodio avvenuto presso le Termopili, nel sec. V a.C. in occasione del tentativo di invasione persiana della Grecia da parte di Serse e forse il testo di Gdt è stato influenzato direttamente o indirettamente dalla descrizione che ne fa Erodoto, Storie VII, 201-239. Come mostra il seguito – così anche il racconto di Erodoto – neppure questo espediente riuscirà a fermare Oloferne: soltanto potrà ritardarne l'avanzata. Né il terreno impervio, né le gesta eroiche possono arrestare il nemico: soltanto la fede di una donna e la sua mano riusciranno in tale impresa. Nel v. 8 si cita il «consiglio degli anziani di tutto il popolo d'Israele», un organismo (in greco gerousia) che è documentato soltanto verso l'epoca maccabaica (prima metà del sec. II a.C.), cfr. 2Mac 11,27.

4,9-15. Tutta la società partecipa della situazione di desolazione, che si esprime in atteggiamenti ormai ritualizzati, sebbene qui portati all'eccesso, dato che si includono donne, bambini, armenti e tutto ciò che è di proprietà degli Israeliti (cfr. Gio 3,8). Tre sono i riti che esprimono la grande desolazione del popolo: digiuno (v. 9; v. 13), cospargersi il capo di cenere (vv. 11.15) e vestirsi di sacco (vv. 10.11.14). Soprattutto il digiuno pubblico, a partire dal postesilio, ha luogo in occasione di calamità, o di gravi lutti e può esprimere sia il pentimento per il comportamento empio che ha generato la calamità, sia un'invocazione di misericordia rivolta a Dio (cfr. Gl 1,14; 2,12.15). Incastonata fra la descrizione del comportamento del popolo (vv. 8-12) e di quello dei sacerdoti (vv. 14-15), troviamo nel v. 13 la reazione divina a tale disposizione d'animo manifestata dal popolo. La versione latina presenta un testo assai diverso e pone in bocca al sommo sacerdote un'esortazione a perseverare, sul modello di Mosè, nel digiuno e nella preghiera, certi dell'esaudimento divino. Il testo greco invece ci mostra un intervento diretto del narratore che già anticipa al suo lettore che Dio non rimarrà inerte di fronte a tali espressioni di fede della popolazione giudaica. Queste affermazioni ci riportano alla situazione precedente l'esilio babilonese, quando, nonostante le esortazioni del profeta Geremia, il popolo non volle prendere sul serio la minaccia incombente su di lui e perseverò nel compiere il male: ora Giuda ha appreso la lezione ed è ormai consapevole che soltanto stringendosi attorno al suo Dio può sperare di trovare scampo di fronte a coloro che attentano alla sua sicurezza e stabilità.

(cf. FLAVIO DALLA VECCHIA, Giuditta – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

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from Petra Von Kramp

[Di refusi, probabilmente in abbondanza]

Da ragazzina, verso i 14/15 anni, ricordo che passavo molto tempo a scrivere al computer. Avevo l'abitudine di usare un font che poi non ho mai più usato, né rivisto, il “Monotype Corsiva”. Mi piaceva inspiegabilmente moltissimo. Scrivevo, stampavo e spillavo. Poi rileggevo ovviamente, come fosse una rivista – che il numero di pagine era comunque modesto, sebbene contenesse tutte le mie paturnie adolescenziali e quindi dolorosissime, se sei una come me. Tempo dopo, tutto è andato perso, ma non in qualche cestino: banalmente, ho perso tutto. In realtà credo di averlo solo nascosto molto bene. Infatti, potrebbe benissimo essere che quella breve raccolta autobiografica sia chissà dove a casa dei miei genitori. Altre volte invece penso che, dopo averlo riesumato e letto, siano stati proprio loro, colpiti da troppa compassione e pena per me, ad averlo gettato. Fatto sta che quella voglia di scrivere è riemersa in me circa trent'anni dopo quel periodo e nel mezzo, solo un lunghissimo e immotivato silenzio. Non so che farmene di questa voglia ora come ora, quel che so è che ad un certo punto è importante che esca. Qui, oggi, inizia qualcosa; col tempo capirò cosa e come. Di “perché” ne ho parecchi

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Non è facile recensire un disco di Springsteen, quando si è fan: se sei oggettivo fai torto a te stesso, se non lo sei, fai torto a chi legge. E poi, è un dato di fatto, il Boss è un artista divisivo: per alcuni è una fede, per altri un vecchio bollito che non fa un disco decente da… (ogni detrattore ha il suo anno preferito per indicare l’inizio del declino)... https://artesuono.blogspot.com/2019/06/bruce-springsteen-western-stars-2019.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/6BhqPpIgY83rqoZ2L78Lte


 
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L'intelligenza tra risonanze quantistiche del cervello e universo

Per ovvi motivi non è stato mai possibile esplorare completamente l'universo, e analogamente rimane misterioso il funzionamento profondo del cervello umano. Cosa anima il cervello degli esseri viventi? Cosa anima l'universo?

Come spiegare fenomeni come la glossolalia o la rivelazione di conoscenze apparentemente inaccessibili durante stati di trance profonda o ipnosi? E se la memoria non fosse solo biologica, ma risiedesse in un campo informativo condiviso? Come influisce il tempo sul nostro cervello? Invecchiando o a causa di patologie, il tempo e lo spazio nella nostra percezione si dissolvono: esiste dunque un collegamento intrinseco tra la struttura dello spaziotempo universale e l'animazione della coscienza?

L'uomo ha sempre cercato di misurare il tempo; i greci lo hanno personificato negli Dei. Chronos era il tempo cronologico e sequenziale, una dimensione di quantità; Kairos, quello del tempo nel quale accade qualcosa di importante, una dimensione di qualità; Aion il tempo eterno e Eniautos il tempo fisso e definito, convenzionalmente un anno.

Uno dei profeti delle grandi religioni monoteiste, Gesù Cristo, iniziando la sua missione predicò: “Il Kairos è giunto...”, come se al suo cervello fosse stato comunicato di dare inizio agli eventi che avrebbero generato la Cristianità. Molti eventi legati alla genesi di questa fede sembrano inseriti in un contesto astronomico e di date precise, sin prima della nascita di Gesù. Fenomeni celesti come la stella di Betlemme, l'ingresso in Gerusalemme in groppa a un mulo (che avviò la condanna) e l'eclissi al momento del trapasso, appaiono come tasselli necessari ad alimentare il mito e permettere l'espansione successiva della Cristianità.

Ma qual è il meccanismo che permetterebbe di accedere a questa conoscenza? Il biologo britannico Rupert Sheldrake, nato nel 1942, partendo dalla teoria dell'ereditarietà, asserisce che comportamenti e strutture in natura si trasmettano non solo tramite genetica o ambiente, ma attraverso uno spazio e un tempo dotati di una specifica frequenza vibratoria: i campi morfici. In questa visione, il campo morfico agisce come una memoria universale non locale, simile a un “cloud” cosmico accessibile istantaneamente.

Analoghe interpretazioni emergono dalla fisica quantistica. Le vibrazioni di strutture proteiche microscopiche presenti nel nostro cervello, i microtubuli, si comportano sia come particelle che come onde. In termini di probabilità statistica quantistica, due particelle possono essere correlate in modo profondo (entanglement): lo stato dell'una influenza immediatamente l'altra anche a grandi distanze. Attenzione: nessuna particella “viaggia” per coprire questa distanza. Non c'è spostamento fisico, ma una correlazione istantanea che sfida l'intuizione classica.

Se il cervello umano, attraverso le vibrazioni quantistiche dei suoi microtubuli, possiede la capacità di sintonizzarsi su queste frequenze morfiche, fenomeni come l'intuizione profetica non sarebbero miracoli sovrannaturali, ma il risultato di una risonanza con l'intero tessuto della storia. Questo è possibile perché, a livello fondamentale, tempo e spazio non sono barriere insormontabili.

Questo ci costringe a rivedere la natura del tempo. Se l'informazione può essere condivisa istantaneamente, nel bene o nel male, il tempo come lo intende il modello relativistico di Einstein potrebbe rivelarsi meno assoluto di quanto crediamo, emergendo forse come un'illusione della nostra percezione macroscopica, incapace di cogliere la vera natura atemporale dell'universo.

Il tempo dell'universo appare allora come un continuo prodursi e disfarsi, in una sequenza eterna. L'evoluzione cosmica parte da zero, si espande fino al “tempo di rottura” (un'Apocalisse), per poi ripartire. Esistono varie teorie dell'universo ciclico, tra cui il modello proposto dal 2001 dal fisico teorico Roger Penrose e dal collega Vahe Gurzadyan, che postula che la fine dell'universo sia l'inizio di uno nuovo.

Quindi, riferito al genere umano in un'ottica speculativa, se il cervello accede a questa rete informativa atemporale, si potrebbe ipotizzare che stati di coscienza elevati (come quelli dei profeti) permettano una percezione del Kairos che trascende il Chronos lineare, inserendosi in una concezione circolare del tempo. In questa accezione il tempo è Aion: eterno e quindi non misurabile, ma anche relativo, deformato dalle masse che compongono l'universo. Il cervello e l'intelligenza che ne deriva è parte di questo meccanismo: si evolve e genera intelligenza fino al punto di rottura, partecipando attivamente al ciclo infinito di nascita e rinascita dell'universo.

 
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