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    <title>diritticivili &amp;mdash; Transit </title>
    <link>https://noblogo.org/transit/tag:diritticivili</link>
    <description>Il blog di Alessandra Corubolo e Daniele Mattioli (on-line, in varie forme,  dal 2005.)</description>
    <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 20:47:09 +0000</pubDate>
    <item>
      <title>La sicurezza secondo Meloni: ordine, paura e confini della democrazia.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/la-sicurezza-secondo-meloni-ordine-paura-e-confini-della-democrazia</link>
      <description>&lt;![CDATA[(S1)&#xA;&#xA;(231) &#xA;&#xA;Quando la risposta politica alla crisi sociale si riduce a stretta, controllo e legittimazione della forza privata, a rischiare non è solo la libertà dei singoli, ma l’equilibrio costituzionale del Paese.&#xA;&#xA;La sicurezza secondo il #GovernoMeloni è una linea retta: ordine, controllo, punizione. &#xA;Non c’è un prima e un dopo, non c’è una riflessione sui contesti, sulle cause sociali, sul lavoro lungo di prevenzione; c’è l’idea che la sicurezza si misuri in divieti, fermi, aggravanti, poteri alle forze dell’ordine e messaggi muscolari al Paese. &#xA;&#xA;In questa visione, lo spazio pubblico è soprattutto un luogo da sorvegliare e disciplinare: la movida, le piazze, le periferie diventano scenari di devianza potenziale, più che luoghi di vita e di relazione. Ne deriva una sicurezza costruita come dispositivo di contenimento più che come garanzia di libertà: si previene vietando, si rassicura mostrando il pugno di ferro, si governa indicando di volta in volta una categoria da additare come problema.&#xA;&#xA;I provvedimenti degli ultimi mesi rendono plastica questa impostazione: dal divieto di aggregazione per gruppi di giovani alla possibilità di fermo preventivo esteso ai minorenni, dalle nuove strette sulla “mala movida” alla progressiva erosione dei margini di protesta, tutto concorre a spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla gestione del sospetto. &#xA;&#xA;Il lessico politico scelto è quello dell’“approccio più duro”, della “tolleranza zero”, della “stretta anti‑maranza”: è un linguaggio che trasforma la complessità dei fenomeni sociali in un catalogo di allarmi, dove l’unica risposta legittima sembra essere quella penale o di polizia. &#xA;Invece di un’idea di sicurezza come risultato di scuola, servizi sociali, urbanistica, lavoro, cultura, emergono provvedimenti a cascata, sempre più dettagliati nel colpire comportamenti specifici, sempre più poveri nel costruire strumenti di emancipazione.&#xA;&#xA;(S2)&#xA;&#xA;Dentro questa cornice va collocata anche la riscrittura della legittima difesa e, soprattutto, la narrazione che l’accompagna. &#xA;Quando il messaggio politico diventa: “se ti difendi da un reato non devi risarcire chi ti ha aggredito”, si compie un salto simbolico preciso. &#xA;La legittima difesa esiste da sempre nel codice, ma viene caricata di una valenza morale nuova: non più eccezione rigorosa, ancorata a criteri di proporzionalità e necessità, ma quasi un diritto naturale alla reazione fisica, che si vorrebbe liberare da vincoli e cautele. &#xA;&#xA;In parallelo, i casi di cronaca che coinvolgono commercianti, cittadini che reagiscono, episodi di violenza vengono usati come palcoscenico per rafforzare l’idea che lo Stato debba mettersi esplicitamente dalla parte di chi colpisce, anche quando la linea tra difesa e vendetta è labile. &#xA;&#xA;È qui che l’ipotesi di una difesa personale violenta, culturalmente normalizzata, smette di essere un rischio teorico e diventa una possibile deriva concreta: se chi reagisce è per definizione nel giusto, lo spazio per il giudizio, per la valutazione dei fatti, per il limite, si restringe.&#xA;In questo scenario già inclinato verso la penalizzazione, il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori dai 14 anni, appena approvato dal Consiglio dei ministri, è un tassello perfettamente coerente, quasi inevitabile. &#xA;Formalmente l’età di imputabilità resta fissata a 14 anni, ma il cuore del disegno di legge del governo è lo spostamento della presunzione: tra i 14 e i 18 anni il minore è considerato imputabile, ed è la difesa – non più lo Stato – a dover dimostrare che non era capace di intendere e di volere. &#xA;&#xA;È un rovesciamento silenzioso, ma radicale. &#xA;Fino a ieri il sistema minorile si fondava su una cautela: sapere che l’età porta con sé immaturità, vulnerabilità, condizionamenti. &#xA;Oggi il messaggio è l’opposto: “chi sbaglia deve pagare, anche se è minorenne”, trasformando l’eccezione (il quattordicenne già pienamente consapevole) in regola, e la regola (la fragilità da valutare con attenzione) in ostacolo difensivo. &#xA;Inserito nel contesto della stretta anti‑maranza e del fermo preventivo per i ragazzi nelle aree della movida, questo disegno di legge fa emergere una figura nuova: il giovane non come soggetto da proteggere e rieducare, ma come adulto in anticipo, su cui scaricare l’intero peso simbolico della risposta penale.&#xA;&#xA;Il risultato complessivo è una sicurezza “contro” e non “per”: contro i giovani, contro le marginalità, contro chi esercita conflitto sociale e politico nello spazio pubblico, contro chi non corrisponde al modello del cittadino disciplinato. &#xA;Invece di rafforzare psicologi, educatori, mediazione culturale, presìdi sociali nei quartieri, si rafforzano fermo, ammonimento, imputabilità presunta, legittimazione della forza privata. &#xA;&#xA;È un prisma rovesciato: si chiede responsabilità totale a chi nasce e cresce dentro fratture economiche e culturali, e si concede invece un credito preventivo di legittimità a chi reagisce “per bene”, a chi incarna l’idea del cittadino che si fa giustizia o che chiede allo Stato soluzioni immediate e nette. &#xA;&#xA;Così, la difesa personale violenta non è più un tabù ma una possibilità implicitamente autorizzata: se il sistema viene costruito per colpire sempre più duro chi sbaglia, se i minori stessi vengono trattati come imputabili per definizione, l’idea che la forza sia una risposta normale si diffonde tanto nelle istituzioni quanto nel senso comune.&#xA;Una democrazia costituzionale non può accettare questa trasformazione senza interrogarsi. &#xA;&#xA;La Costituzione italiana affida alla pena una funzione rieducativa, non vendicativa; riconosce nella persona, e non nel reato, il fulcro della tutela, chiede allo Stato di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza, non di costruire nuovi dispositivi di esclusione mascherati da sicurezza. &#xA;Quando l’ordinamento si piega alla logica della paura e dell’esemplarità punitiva, quando un quattordicenne diventa prima di tutto imputabile e solo dopo persona in formazione, quando la difesa privata viene caricata di una legittimazione politica più che giuridica, allora il problema non è più solo l’eccesso in un decreto o in una norma: è l’idea stessa di cittadinanza che si restringe. &#xA;&#xA;Uno Stato che smette di vedere nei propri giovani un investimento e li trasforma in soggetti da disciplinare, uno Stato che chiama “sicurezza” ciò che in realtà è controllo selettivo e delega occulta alla violenza privata, non sta difendendo la democrazia, la sta erodendo dal di dentro. &#xA;Un Paese che accetta questo scivolamento, in nome dell’ordine, deve sapere che non sta scegliendo più sicurezza: sta scegliendo meno libertà, e sta barattando la propria Costituzione con un’illusione pericolosamente fragile.&#xA;&#xA;#Blog #GovernoMeloni #Sicurezza #DirittiCivili #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://static.open.online/wp-content/uploads/2026/02/decreto-sicurezza-cdm-cauzione-manifestanti.jpg" alt="(S1)"></p>

<p>(231)</p>

<p>Quando la risposta politica alla crisi sociale si riduce a stretta, controllo e legittimazione della forza privata, a rischiare non è solo la libertà dei singoli, ma l’equilibrio costituzionale del Paese.</p>

<p><strong>La sicurezza secondo il <a href="/transit/tag:GovernoMeloni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">GovernoMeloni</span></a> è una linea retta: ordine, controllo, punizione</strong>.
Non c’è un prima e un dopo, non c’è una riflessione sui contesti, sulle cause sociali, sul lavoro lungo di prevenzione; c’è l’idea che la sicurezza si misuri in divieti, fermi, aggravanti, poteri alle forze dell’ordine e messaggi muscolari al Paese.</p>

<p>In questa visione, lo spazio pubblico è soprattutto un luogo da sorvegliare e disciplinare: la movida, le piazze, le periferie diventano scenari di devianza potenziale, più che luoghi di vita e di relazione. <strong>Ne deriva una sicurezza costruita come dispositivo di contenimento più che come garanzia di libertà</strong>: si previene vietando, si rassicura mostrando il pugno di ferro, si governa indicando di volta in volta una categoria da additare come problema.</p>

<p>I provvedimenti degli ultimi mesi rendono plastica questa impostazione: dal divieto di aggregazione per gruppi di giovani alla possibilità di fermo preventivo esteso ai minorenni, dalle nuove strette sulla “mala movida” alla progressiva erosione dei margini di protesta, tutto concorre a spostare l’asse dalla tutela dei diritti alla gestione del sospetto.</p>

<p>Il lessico politico scelto è quello dell’“approccio più duro”, della “tolleranza zero”, della “stretta anti‑maranza”: è un linguaggio che trasforma la complessità dei fenomeni sociali in un catalogo di allarmi, dove l’unica risposta legittima sembra essere quella penale o di polizia.
<strong>Invece di un’idea di sicurezza come risultato di scuola, servizi sociali, urbanistica, lavoro, cultura, emergono provvedimenti a cascata, sempre più dettagliati nel colpire comportamenti specifici, sempre più poveri nel costruire strumenti di emancipazione</strong>.</p>

<p><img src="https://statics.cedscdn.it/photos/MED_HIGH/2026/04/21/9487072_21213853_decreto_sicurezza_fiducia_nuovo_decreto_mattarella_precedenti_moral_suasion.jpg" alt="(S2)"></p>

<p>Dentro questa cornice va collocata anche la riscrittura della legittima difesa e, soprattutto, la narrazione che l’accompagna.
Quando il messaggio politico diventa: “se ti difendi da un reato non devi risarcire chi ti ha aggredito”, si compie un salto simbolico preciso.
La legittima difesa esiste da sempre nel codice, ma viene caricata di una valenza morale nuova: non più eccezione rigorosa, ancorata a criteri di proporzionalità e necessità, ma quasi un diritto naturale alla reazione fisica, che si vorrebbe liberare da vincoli e cautele.</p>

<p>In parallelo, i casi di cronaca che coinvolgono commercianti, cittadini che reagiscono, episodi di violenza vengono usati come palcoscenico per rafforzare l’idea che lo Stato debba mettersi esplicitamente dalla parte di chi colpisce, anche quando la linea tra difesa e vendetta è labile.</p>

<p>È qui che l’ipotesi di una difesa personale violenta, culturalmente normalizzata, smette di essere un rischio teorico e diventa una possibile deriva concreta: se chi reagisce è per definizione nel giusto, lo spazio per il giudizio, per la valutazione dei fatti, per il limite, si restringe.
<strong>In questo scenario già inclinato verso la penalizzazione, il nuovo disegno di legge sull’imputabilità dei minori dai 14 anni, appena approvato dal Consiglio dei ministri, è un tassello perfettamente coerente, quasi inevitabile</strong>.
Formalmente l’età di imputabilità resta fissata a 14 anni, ma il cuore del disegno di legge del governo è lo spostamento della presunzione: tra i 14 e i 18 anni il minore è considerato imputabile, ed è la difesa – non più lo Stato – a dover dimostrare che non era capace di intendere e di volere.</p>

<p><strong>È un rovesciamento silenzioso, ma radicale</strong>.
Fino a ieri il sistema minorile si fondava su una cautela: sapere che l’età porta con sé immaturità, vulnerabilità, condizionamenti.
Oggi il messaggio è l’opposto: “chi sbaglia deve pagare, anche se è minorenne”, trasformando l’eccezione (il quattordicenne già pienamente consapevole) in regola, e la regola (la fragilità da valutare con attenzione) in ostacolo difensivo.
Inserito nel contesto della stretta anti‑maranza e del fermo preventivo per i ragazzi nelle aree della movida, questo disegno di legge fa emergere una figura nuova: <strong>il giovane non come soggetto da proteggere e rieducare, ma come adulto in anticipo, su cui scaricare l’intero peso simbolico della risposta penale</strong>.</p>

<p><strong>Il risultato complessivo è una sicurezza “contro” e non “per”</strong>: contro i giovani, contro le marginalità, contro chi esercita conflitto sociale e politico nello spazio pubblico, contro chi non corrisponde al modello del cittadino disciplinato.
Invece di rafforzare psicologi, educatori, mediazione culturale, presìdi sociali nei quartieri, si rafforzano fermo, ammonimento, imputabilità presunta, legittimazione della forza privata.</p>

<p>È un prisma rovesciato: si chiede responsabilità totale a chi nasce e cresce dentro fratture economiche e culturali, e si concede invece un credito preventivo di legittimità a chi reagisce “per bene”, a chi incarna l’idea del cittadino che si fa giustizia o che chiede allo Stato soluzioni immediate e nette.</p>

<p>Così, la difesa personale violenta non è più un tabù ma una possibilità implicitamente autorizzata: <strong>se il sistema viene costruito per colpire sempre più duro chi sbaglia, se i minori stessi vengono trattati come imputabili per definizione, l’idea che la forza sia una risposta normale si diffonde tanto nelle istituzioni quanto nel senso comune</strong>.
<strong>Una democrazia costituzionale non può accettare questa trasformazione senza interrogarsi</strong>.</p>

<p>La <strong>Costituzione italiana</strong> affida alla pena una funzione rieducativa, non vendicativa; riconosce nella persona, e non nel reato, il fulcro della tutela, chiede allo Stato di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza, non di costruire nuovi dispositivi di esclusione mascherati da sicurezza.
Quando l’ordinamento si piega alla logica della paura e dell’esemplarità punitiva, quando un quattordicenne diventa prima di tutto imputabile e solo dopo persona in formazione, quando la difesa privata viene caricata di una legittimazione politica più che giuridica, allora il problema non è più solo l’eccesso in un decreto o in una norma: <strong>è l’idea stessa di cittadinanza che si restringe</strong>.</p>

<p>Uno Stato che smette di vedere nei propri giovani un investimento e li trasforma in soggetti da disciplinare, uno Stato che chiama “sicurezza” ciò che in realtà è controllo selettivo e delega occulta alla violenza privata, non sta difendendo la democrazia, la sta erodendo dal di dentro.
<strong>Un Paese che accetta questo scivolamento, in nome dell’ordine, deve sapere che non sta scegliendo più sicurezza: sta scegliendo meno libertà, e sta barattando la propria Costituzione con un’illusione pericolosamente fragile</strong>.</p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/la-sicurezza-secondo-meloni-ordine-paura-e-confini-della-democrazia</guid>
      <pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:56:02 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Caso Roggero, la legge funziona: è la destra a deragliare.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/caso-roggero-la-legge-funziona-e-la-destra-a-deragliare</link>
      <description>&lt;![CDATA[(230) &#xA;&#xA;(R1)&#xA;&#xA;Nota: Come per Vannacci, questo sarà l&#39;unico post sulla faccenda da parte mia. Solo la grazia potrebbe farmi tornare a scrivere. &#xA;&#xA;La condanna è coerente con la legge voluta dal centrodestra, mentre la politica trasforma un imputato in martire per coprire i propri fallimenti sulla sicurezza.&#xA;&#xA;La condanna di #Roggero è giuridicamente corretta, applica alla lettera la legge sulla legittima difesa voluta dalla stessa destra che oggi urla allo scandalo e il modo in cui viene strumentalizzata configura una pericolosa deriva fascistoide nello spazio pubblico italiano. &#xA;Nel 2021 Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, inseguì in strada tre rapinatori in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo, quando l’azione dentro il negozio era già conclusa. &#xA;La Corte d’Assise d’Appello di Torino lo ha condannato per omicidio di due rapinatori e tentato omicidio del terzo, riducendo la pena da 17 anni a 14 anni e 9 mesi, poi confermati in via definitiva dalla Cassazione il 15 luglio 2026. &#xA;Nelle motivazioni, i giudici ricordano che anche dopo la riforma “#Salvini” del 2019 l’uso dell’arma è scriminato solo se il pericolo è attuale, l’impiego necessario e non vi siano alternative meno lesive; nel caso Roggero, al momento degli spari i rapinatori erano all’esterno, in fuga, e nessuno dei familiari era più esposto a un’offesa concreta. &#xA;&#xA;Proprio per questo la legittima difesa è stata esclusa: non si trattava di respingere un’aggressione in corso, ma di esercitare una violenza privata e letale in piena via pubblica, al di fuori di qualunque schema costituzionale di uso legittimo della forza. &#xA;Di fronte a questo quadro, la destra ha scelto la strada più semplice e più pericolosa: trasformare un imputato condannato definitivamente in un martire, un “uomo perbene” contro lo Stato cattivo. &#xA;&#xA;Leader come Salvini e Vannacci si sono letteralmente gettati sul “caso Roggero”, facendone il totem di una campagna sulla “difesa sempre legittima”, con sit‑in davanti al carcere e gare di dichiarazioni muscolari, in piena chiave elettorale. Non si tratta solo di solidarietà umana (che è legittima verso chiunque), ma di un uso sistematico della vicenda per alimentare l’idea che il giudice sia un nemico del “popolo” e che la sentenza non valga nulla se non coincide con l’istinto punitivo dell’opinione pubblica. &#xA;&#xA;(R2)&#xA;&#xA;In questa narrazione, il dettaglio fondamentale viene occultato: la condanna applica proprio quella legge sulla legittima difesa che il centrodestra ha sventolato come “licenza di sparare”, ma che, letta seriamente, non copre inseguimenti armati e colpi esplosi a freddo su soggetti già in fuga. &#xA;Mentre il paese affronta inflazione, salari fermi, servizi pubblici in crisi e una sicurezza reale fatta di quartieri dimenticati, il governo e la sua galassia mediatica hanno bisogno di un diversivo emotivo forte. &#xA;&#xA;Roggero, “gioielliere giustiziere”, è perfetto: polarizza, semplifica, spacca il discorso pubblico in due curve da stadio e sposta il focus dalle responsabilità concrete dell’esecutivo sul fronte della sicurezza quotidiana. &#xA;Non a caso le opposizioni sottolineano che il centrodestra insegue Vannacci facendo del caso Roggero un totem per nascondere il fallimento delle proprie politiche di sicurezza e l’incapacità di governare fenomeni complessi con strumenti diversi dallo slogan. &#xA;&#xA;Si parla per giorni di “grazia”, di “eroe tradito dallo Stato”, mentre si tace sul fatto che la stessa destra ha reso più difficile la vita nei quartieri, ha tagliato risorse e continua a vendere la favola della pistola come surrogato di politiche sociali e preventive assenti. &#xA;La Costituzione italiana pone al centro il monopolio pubblico della forza, il principio di uguaglianza davanti alla legge e il rifiuto della giustizia privata: è il cuore della rottura con il fascismo, che esaltava le spedizioni punitive e la violenza squadrista. &#xA;&#xA;L’articolo 610 del codice penale sulla violenza privata punisce proprio chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare o tollerare qualcosa: è il contrario del modello costituzionale di convivenza, che affida la reazione al reato alle istituzioni, non al singolo armato. &#xA;Quando esponenti di governo e leader di destra normalizzano l’idea che, una volta subita una rapina, sia “comprensibile” o addirittura giusto inseguire e giustiziare i fuggitivi sulla strada, stanno sdoganando la violenza privata come forma accettabile di regolazione dei conflitti. &#xA;&#xA;È esattamente la logica fascista: il cittadino “virile” che si fa Stato, che sostituisce il giudice con la pistola, che pretende una sorta di diritto personale alla vendetta, applaudito da una folla che considera la sentenza un fastidioso dettaglio tecnico invece che il fondamento dello stato di diritto. &#xA;Il pressing sulla grazia, cavalcato mediaticamente ancor prima che esistesse una domanda formalmente istruibile, è un altro tassello di questa deriva. &#xA;Il Quirinale ha ricordato che la grazia è una prerogativa del Capo dello Stato regolata dalla Costituzione e che non può trasformarsi in un quarto grado di giudizio deciso a colpi di hashtag. &#xA;&#xA;Eppure esponenti della destra hanno usato l’ipotesi di grazia come clava propagandistica, tentando di condizionare il Colle e di piegare un istituto di garanzia alla bisogna di campagna elettorale. &#xA;Quando un ministro annuncia o lascia intendere una corsia preferenziale per la grazia in concomitanza con una sentenza sgradita, manda un messaggio devastante: se il verdetto non piace al “popolo”, si cambia per via politica, non con gli strumenti di garanzia previsti dall’ordinamento. &#xA;&#xA;Questo è il punto politico: la condanna di Roggero non è uno scandalo, è la dimostrazione che la Costituzione e il codice penale funzionano e difendono l’idea che nessuno possa farsi boia in nome della paura o della rabbia. &#xA;&#xA;Lo scandalo è la legittimazione di un clima in cui la violenza privata viene romanticizzata, i giudici diventano “nemici del popolo” e il governo usa casi di sangue per minare, un pezzo alla volta, la cultura dello Stato di diritto nata dall’antifascismo. &#xA;&#xA;La domanda chiave, allora, non è se Roggero meriti umanamente pietà (ogni vita, anche quella di chi ha ucciso, la merita), ma se siamo disposti a buttare a mare decenni di civiltà giuridica per compiacere un’onda emotiva alimentata ad arte, aprendo la porta a un ritorno, magari in giacca e cravatta, della vecchia idea fascista che la legge è solo un ostacolo sulla strada del “vero popolo”.&#xA;&#xA;#Blog #Roggero #Giustizia #GovernoMeloni #DirittiCivili #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(230)</p>

<p><img src="https://tg24.sky.it/assets/images/d75f229b8d8d7f03a41093d969717fa0e5776dfe/skytg24/it/cronaca/2026/07/18/mario-roggero-news/salvini_roggero_bollate_ansa.jpg?im=Resize,width=1218" alt="(R1)"></p>

<p>Nota: Come per Vannacci, questo sarà l&#39;unico post sulla faccenda da parte mia. Solo la grazia potrebbe farmi tornare a scrivere.</p>

<p><strong>La condanna è coerente con la legge voluta dal centrodestra, mentre la politica trasforma un imputato in martire per coprire i propri fallimenti sulla sicurezza</strong>.</p>

<p>La condanna di <a href="/transit/tag:Roggero" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Roggero</span></a> è giuridicamente corretta, applica alla lettera la legge sulla legittima difesa voluta dalla stessa destra che oggi urla allo scandalo e il modo in cui viene strumentalizzata configura una pericolosa deriva fascistoide nello spazio pubblico italiano.
Nel 2021 Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, inseguì in strada tre rapinatori in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo, quando l’azione dentro il negozio era già conclusa.
La Corte d’Assise d’Appello di Torino lo ha condannato per omicidio di due rapinatori e tentato omicidio del terzo, riducendo la pena da 17 anni a 14 anni e 9 mesi, poi confermati in via definitiva dalla Cassazione il 15 luglio 2026.
Nelle motivazioni, i giudici ricordano che anche dopo la riforma “<a href="/transit/tag:Salvini" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Salvini</span></a>” del 2019 l’uso dell’arma è scriminato solo se il pericolo è attuale, l’impiego necessario e non vi siano alternative meno lesive; nel caso Roggero, al momento degli spari i rapinatori erano all’esterno, in fuga, e nessuno dei familiari era più esposto a un’offesa concreta.</p>

<p><strong>Proprio per questo la legittima difesa è stata esclusa: non si trattava di respingere un’aggressione in corso, ma di esercitare una violenza privata e letale in piena via pubblica, al di fuori di qualunque schema costituzionale di uso legittimo della forza</strong>.
Di fronte a questo quadro, la destra ha scelto la strada più semplice e più pericolosa: <strong>trasformare un imputato condannato definitivamente in un martire, un “uomo perbene” contro lo Stato cattivo</strong>.</p>

<p>Leader come Salvini e Vannacci si sono letteralmente gettati sul “caso Roggero”, facendone il totem di una campagna sulla “difesa sempre legittima”, con sit‑in davanti al carcere e gare di dichiarazioni muscolari, in piena chiave elettorale. Non si tratta solo di solidarietà umana (che è legittima verso chiunque), ma di <strong>un uso sistematico della vicenda per alimentare l’idea che il giudice sia un nemico del “popolo” e che la sentenza non valga nulla se non coincide con l’istinto punitivo dell’opinione pubblica</strong>.</p>

<p><img src="https://www.osservatoriorepressione.info/wp-content/uploads/2026/07/roggero-vannacci.jpeg" alt="(R2)"></p>

<p>In questa narrazione, il dettaglio fondamentale viene occultato: la condanna applica proprio quella legge sulla legittima difesa che il centrodestra ha sventolato come “licenza di sparare”, ma che, letta seriamente, non copre inseguimenti armati e colpi esplosi a freddo su soggetti già in fuga.
<strong>Mentre il paese affronta inflazione, salari fermi, servizi pubblici in crisi e una sicurezza reale fatta di quartieri dimenticati, il governo e la sua galassia mediatica hanno bisogno di un diversivo emotivo forte</strong>.</p>

<p><strong>Roggero, “gioielliere giustiziere”, è perfetto: polarizza, semplifica, spacca il discorso pubblico in due curve da stadio e sposta il focus dalle responsabilità concrete dell’esecutivo sul fronte della sicurezza quotidiana</strong>.
Non a caso le opposizioni sottolineano che il centrodestra insegue Vannacci facendo del caso Roggero un totem per nascondere il fallimento delle proprie politiche di sicurezza e l’incapacità di governare fenomeni complessi con strumenti diversi dallo slogan.</p>

<p>Si parla per giorni di “grazia”, di “eroe tradito dallo Stato”, mentre si tace sul fatto che la stessa destra ha reso più difficile la vita nei quartieri, ha tagliato risorse e continua a vendere la favola della pistola come surrogato di politiche sociali e preventive assenti.
<strong>La Costituzione italiana pone al centro il monopolio pubblico della forza</strong>, il principio di uguaglianza davanti alla legge e il rifiuto della giustizia privata: è il cuore della rottura con il fascismo, che esaltava le spedizioni punitive e la violenza squadrista.</p>

<p><strong>L’articolo 610 del codice penale sulla violenza privata punisce proprio chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare o tollerare qualcosa</strong>: è il contrario del modello costituzionale di convivenza, che affida la reazione al reato alle istituzioni, non al singolo armato.
Quando esponenti di governo e leader di destra normalizzano l’idea che, una volta subita una rapina, sia “comprensibile” o addirittura giusto inseguire e giustiziare i fuggitivi sulla strada, <strong>stanno sdoganando la violenza privata come forma accettabile di regolazione dei conflitti</strong>.</p>

<p><strong>È esattamente la logica fascista</strong>: il cittadino “virile” che si fa Stato, che sostituisce il giudice con la pistola, che pretende una sorta di diritto personale alla vendetta, applaudito da una folla che considera la sentenza un fastidioso dettaglio tecnico invece che il fondamento dello stato di diritto.
<strong>Il pressing sulla grazia, cavalcato mediaticamente ancor prima che esistesse una domanda formalmente istruibile, è un altro tassello di questa deriva</strong>.
Il Quirinale ha ricordato che la grazia è una prerogativa del Capo dello Stato regolata dalla Costituzione e che non può trasformarsi in un quarto grado di giudizio deciso a colpi di hashtag.</p>

<p><strong>Eppure esponenti della destra hanno usato l’ipotesi di grazia come clava propagandistica</strong>, tentando di condizionare il Colle e di piegare un istituto di garanzia alla bisogna di campagna elettorale.
Quando un ministro annuncia o lascia intendere una corsia preferenziale per la grazia in concomitanza con una sentenza sgradita, manda un messaggio devastante: <strong>se il verdetto non piace al “popolo”, si cambia per via politica</strong>, non con gli strumenti di garanzia previsti dall’ordinamento.</p>

<p><strong>Questo è il punto politico: la condanna di Roggero non è uno scandalo, è la dimostrazione che la Costituzione e il codice penale funzionano e difendono l’idea che nessuno possa farsi boia in nome della paura o della rabbia</strong>.</p>

<p>Lo scandalo è la legittimazione di un clima in cui la violenza privata viene romanticizzata, i giudici diventano “nemici del popolo” e il governo usa casi di sangue per minare, un pezzo alla volta, la cultura dello Stato di diritto nata dall’antifascismo.</p>

<p><strong>La domanda chiave, allora, non è se Roggero meriti umanamente pietà (ogni vita, anche quella di chi ha ucciso, la merita), ma se siamo disposti a buttare a mare decenni di civiltà giuridica per compiacere un’onda emotiva alimentata ad arte, aprendo la porta a un ritorno, magari in giacca e cravatta, della vecchia idea fascista che la legge è solo un ostacolo sulla strada del “vero popolo”</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:Roggero" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Roggero</span></a> <a href="/transit/tag:Giustizia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Giustizia</span></a> <a href="/transit/tag:GovernoMeloni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">GovernoMeloni</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

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<p>
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<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/caso-roggero-la-legge-funziona-e-la-destra-a-deragliare</guid>
      <pubDate>Mon, 20 Jul 2026 06:52:59 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Il prezzo del lavoro svalutato. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/il-prezzo-del-lavoro-svalutato</link>
      <description>&lt;![CDATA[(229) &#xA;&#xA;(SB1) &#xA;&#xA;La situazione retributiva italiana non è il risultato di una singola scelta sbagliata, ma di una lunga combinazione di fattori politici, industriali e contrattuali che hanno eroso il valore del lavoro. &#xA;&#xA;Da anni il Paese convive con una crescita economica debole, una produttività stagnante e un sistema salariale incapace di trasferire miglioramenti reali ai lavoratori. &#xA;&#xA;Il punto centrale è semplice: l’Italia ha tenuto bassi i salari per decenni senza ottenere in cambio un vantaggio competitivo stabile. &#xA;Il risultato è un equilibrio povero, non una strategia vincente.&#xA;&#xA;Uno dei nodi principali è la stagnazione della produttività. &#xA;Se l’economia non cresce in efficienza, innovazione e valore aggiunto, le imprese tendono a comprimere il costo del lavoro invece di investirlo come leva di sviluppo. &#xA;In Italia questa logica si è consolidata: settori frammentati, imprese piccole, scarsa spesa in ricerca e organizzazione, contrattazione spesso difensiva. &#xA;Nel frattempo, i salari reali sono rimasti indietro rispetto al costo della vita, con un potere d’acquisto che ha subito una lunga erosione.&#xA;&#xA;I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. &#xA;Secondo varie analisi recenti, la retribuzione media annua lorda del settore privato resta intorno ai 23.662 euro in alcuni perimetri statistici, mentre altre letture più ampie collocano la media dei dipendenti privati poco sopra i 32.000 euro lordi annui. &#xA;&#xA;La differenza tra queste stime riflette ambiti diversi, ma non cambia il dato politico di fondo: una quota molto ampia di lavoratori resta sotto soglie retributive modeste, spesso insufficienti rispetto ai costi abitativi, energetici e familiari.&#xA;&#xA;(SB2)&#xA;&#xA;Il problema non è solo “quanto” si guadagna, ma come si distribuisce la ricchezza prodotta. &#xA;Per anni il sistema ha favorito una moderazione salariale presentata come necessaria per la competitività. &#xA;In realtà, quella moderazione ha spesso scaricato sui lavoratori il costo dell’aggiustamento economico, senza una contropartita credibile in termini di investimenti, innovazione o qualità del lavoro. &#xA;&#xA;È una dinamica che ha protetto margini e bilanci nel breve periodo, ma ha impoverito la base sociale e indebolito la domanda interna.&#xA;A questo si aggiunge una politica pubblica che interviene tardi e poco. &#xA;I rinnovi contrattuali arrivano spesso con ritardi enormi, la contrattazione resta frammentata e la trasparenza retributiva è stata per anni insufficiente. &#xA;&#xA;Solo nel 2026 l’Italia ha introdotto obblighi più stringenti di trasparenza salariale, segno che il sistema arrivava da una lunga stagione di opacità. &#xA;Ma la trasparenza, da sola, non alza gli stipendi. Serve una scelta più netta: investimenti produttivi, contrattazione più solida, fiscalità che premi il lavoro e non solo la rendita.&#xA;&#xA;Il punto, oggi, è che la questione salariale non è un dettaglio tecnico. &#xA;È il centro della tenuta economica e sociale del Paese. &#xA;Continuare a ignorarla significa accettare un’Italia in cui lavorare non basta più per vivere con dignità.&#xA;&#xA;#Blog #Italia #Economia #Lavoro #DirittiCivili #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(229)</p>

<p><img src="https://www.liberioltreleillusioni.it/fileadmin/Websites/LiberiOltre/Uploads/Coltivo__Francesco_Luc%C3%A0_/salari-bassi/2148746562_copia.jpg" alt="(SB1)"></p>

<p>La situazione retributiva italiana non è il risultato di una singola scelta sbagliata, ma di una lunga combinazione di fattori politici, industriali e contrattuali che hanno eroso il valore del lavoro.</p>

<p><strong>Da anni il Paese convive con una crescita economica debole, una produttività stagnante e un sistema salariale incapace di trasferire miglioramenti reali ai lavoratori</strong>.</p>

<p><strong>Il punto centrale è semplice: l’Italia ha tenuto bassi i salari per decenni senza ottenere in cambio un vantaggio competitivo stabile</strong>.
Il risultato è un equilibrio povero, non una strategia vincente.</p>

<p><strong>Uno dei nodi principali è la stagnazione della produttività</strong>.
Se l’economia non cresce in efficienza, innovazione e valore aggiunto, le imprese tendono a comprimere il costo del lavoro invece di investirlo come leva di sviluppo.
In Italia questa logica si è consolidata: settori frammentati, imprese piccole, scarsa spesa in ricerca e organizzazione, contrattazione spesso difensiva.
Nel frattempo, i salari reali sono rimasti indietro rispetto al costo della vita, con un potere d’acquisto che ha subito una lunga erosione.</p>

<p><strong>I numeri aiutano a capire la dimensione del problema</strong>.
Secondo varie analisi recenti, la retribuzione media annua lorda del settore privato resta intorno ai 23.662 euro in alcuni perimetri statistici, mentre altre letture più ampie collocano la media dei dipendenti privati poco sopra i 32.000 euro lordi annui.</p>

<p>La differenza tra queste stime riflette ambiti diversi, ma non cambia il dato politico di fondo: una quota molto ampia di lavoratori resta sotto soglie retributive modeste, spesso insufficienti rispetto ai costi abitativi, energetici e familiari.</p>

<p><img src="https://images.collettiva.it/view/acePublic/alias/contentid/1iyxasc349c4oxh5f3v/2/salari-bassi-stipendi-affitti-sfratti-jpg.jpeg?f=3%3A2" alt="(SB2)"></p>

<p><strong>Il problema non è solo “quanto” si guadagna, ma come si distribuisce la ricchezza prodotta</strong>.
Per anni il sistema ha favorito una moderazione salariale presentata come necessaria per la competitività.
In realtà, quella moderazione ha spesso scaricato sui lavoratori il costo dell’aggiustamento economico, senza una contropartita credibile in termini di investimenti, innovazione o qualità del lavoro.</p>

<p><strong>È una dinamica che ha protetto margini e bilanci nel breve periodo, ma ha impoverito la base sociale e indebolito la domanda interna.
A questo si aggiunge una politica pubblica che interviene tardi e poco</strong>.
I rinnovi contrattuali arrivano spesso con ritardi enormi, la contrattazione resta frammentata e la trasparenza retributiva è stata per anni insufficiente.</p>

<p>Solo nel 2026 l’Italia ha introdotto obblighi più stringenti di trasparenza salariale, segno che il sistema arrivava da una lunga stagione di opacità.
Ma la trasparenza, da sola, non alza gli stipendi. Serve una scelta più netta: investimenti produttivi, contrattazione più solida, fiscalità che premi il lavoro e non solo la rendita.</p>

<p><strong>Il punto, oggi, è che la questione salariale non è un dettaglio tecnico.
È il centro della tenuta economica e sociale del Paese.
Continuare a ignorarla significa accettare un’Italia in cui lavorare non basta più per vivere con dignità</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a> <a href="/transit/tag:Economia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Economia</span></a> <a href="/transit/tag:Lavoro" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Lavoro</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/il-prezzo-del-lavoro-svalutato</guid>
      <pubDate>Wed, 08 Jul 2026 08:25:13 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Quando la remigrazione diventa programma politico.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/quando-la-remigrazione-diventa-programma-politico</link>
      <description>&lt;![CDATA[(228) &#xA;&#xA;(R1) &#xA;&#xA;Nel dibattito politico italiano la parola “#remigrazione” è arrivata con la forza tipica dei concetti che sembrano semplici solo in apparenza. &#xA;A prima vista può ricordare un termine tecnico, quasi burocratico, ma il suo contenuto è tutt’altro che neutro: indica, infatti, l’idea di riportare fuori dal paese persone straniere considerate non integrate, non desiderate o comunque incompatibili con l’ordine sociale e culturale dominante. &#xA;&#xA;È proprio questa ambivalenza a renderla così efficace e così insidiosa. &#xA;Perché la remigrazione non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è una visione della società fondata sulla selezione, sulla gerarchia delle appartenenze e sulla costruzione di un confine identitario sempre più rigido tra chi sarebbe pienamente legittimo e chi no. &#xA;In #Italia, questa parola ha trovato spazio soprattutto dentro l’ecosistema della destra radicale, ma il punto più delicato è un altro: la sua progressiva normalizzazione nel discorso pubblico, fino a diventare materia di confronto anche in contesti che un tempo l’avrebbero considerata apertamente estranea alla grammatica democratica.&#xA;&#xA;La discesa in politica di Roberto #Vannacci ha accelerato questo processo e gli ha dato una nuova visibilità. &#xA;Con la nascita di “Futuro Nazionale”, l’ex generale ha spostato la remigrazione dal margine al centro della sua proposta politica, presentandola come strumento di tutela dell’identità, della sicurezza e dei valori occidentali. &#xA;In questo passaggio c’è già una prima distorsione: il tema migratorio non viene affrontato come questione complessa di diritto, lavoro, integrazione e gestione amministrativa, ma come terreno su cui costruire consenso attraverso la paura e la contrapposizione. &#xA;&#xA;Vannacci non parla di remigrazione come di un semplice meccanismo di rimpatrio per chi è privo di titolo a restare; la inserisce invece in una narrazione più ampia, in cui il problema non è soltanto l’irregolarità, ma la presenza stessa di chi è percepito come estraneo.&#xA;Questa è la prima grande stortura, politica e culturale insieme: la confusione tra rimpatrio e remigrazione. &#xA;Il rimpatrio è uno strumento previsto dall’ordinamento e riguarda chi si trova in condizione di irregolarità; la remigrazione, nella versione rilanciata dalla nuova destra, aspira invece a diventare un progetto di più ampio respiro, capace di ridisegnare in senso etnico e simbolico la composizione della comunità nazionale. &#xA;&#xA;La differenza non è marginale, perché nel primo caso si parla di applicazione della legge, nel secondo di una idea di società da rendere omogenea. &#xA;Quando un’idea del genere entra nel dibattito politico, il rischio è che il diritto venga piegato a un obiettivo identitario, trasformando la cittadinanza in un filtro culturale e non più in uno status giuridico uguale per tutti.&#xA;La seconda distorsione è il linguaggio. &#xA;Espressioni come “culturalmente incompatibile”, ricorrenti nella retorica della remigrazione, hanno un’apparenza razionale ma aprono a criteri del tutto arbitrari. &#xA;Chi stabilisce che cosa sia compatibile e che cosa non lo sia? &#xA;Chi decide dove finisce l’integrazione e dove inizia l’incompatibilità? &#xA;Soprattutto: sulla base di quali parametri, se non di un giudizio politico e ideologico? &#xA;&#xA;(R2)&#xA;&#xA;In questo slittamento si vede la natura profonda del concetto. &#xA;La remigrazione non si limita a distinguere tra regolare e irregolare, ma prova a costruire una scala di appartenenza, nella quale alcuni soggetti restano tollerati solo fino a quando non diventano troppo visibili, troppo presenti o troppo diversi.&#xA;Il caso italiano è particolarmente significativo, perché questa evoluzione non si è prodotta in modo improvviso, ma attraverso una serie di passaggi successivi. &#xA;Prima il termine è circolato negli ambienti dell’estrema destra europea, poi è stato ripreso da movimenti identitari e da reti militanti, infine ha cominciato a trovare sponde nel dibattito mediatico e politico più largo. &#xA;&#xA;Nel frattempo, la questione migratoria è stata sempre più spesso raccontata attraverso schemi binari: da un lato il cittadino minacciato, dall’altro lo straniero che destabilizza. &#xA;Il risultato è una semplificazione estrema di problemi che invece richiederebbero strumenti diversi, dalla gestione dei flussi alle politiche abitative, dal lavoro alla scuola, dall’integrazione ai servizi territoriali. &#xA;Quando invece si sceglie la scorciatoia della remigrazione, si promette una soluzione immediata a problemi strutturali e si sposta l’attenzione dalla complessità alla punizione.&#xA;&#xA;Questa narrazione produce un effetto preciso: trasforma il migrante in un simbolo su cui scaricare ansie collettive che hanno origini molto più ampie. &#xA;Insicurezza economica, precarietà sociale, sfiducia nelle istituzioni, timore del declino: tutto viene condensato in un’unica figura di alterità. &#xA;È una strategia antica, ma oggi più potente che mai perché trova terreno fertile in un contesto di forte polarizzazione e di competizione identitaria. &#xA;&#xA;Il problema è che questa semplificazione non risolve nulla. &#xA;Al contrario, alimenta la percezione di una società divisa in blocchi incompatibili, rafforza il sospetto verso chi ha origine straniera anche quando è pienamente inserito nel tessuto civile e lavorativo, e mette in crisi l’idea stessa di convivenza come progetto comune.&#xA;&#xA;La retorica della sicurezza è il motore principale di questa operazione. &#xA;Ogni volta che si parla di remigrazione, il discorso viene immediatamente spostato sul terreno della protezione, del controllo e dell’ordine. &#xA;Ma la sicurezza, in un sistema democratico, non può diventare una categoria etnica. &#xA;Non può coincidere con l’idea che la presenza straniera sia di per sé una minaccia, né può essere usata per legittimare la compressione del principio di uguaglianza. &#xA;&#xA;Quando questo accade, la politica smette di regolare conflitti e comincia a produrre gerarchie tra esseri umani. &#xA;È qui che la remigrazione rivela il suo carattere più profondo: non una risposta ai problemi, ma una modalità di lettura del mondo che distingue tra chi appartiene e chi può essere espulso simbolicamente prima ancora che materialmente.lù&#xA;&#xA;La parabola di Vannacci è emblematica anche per un altro motivo: mostra quanto il centrodestra italiano sia attraversato da una tensione interna tra gestione istituzionale dei fenomeni migratori e radicalizzazione del linguaggio. &#xA;Da una parte c’è chi prova a parlare di rimpatri, regole e accordi; dall’altra c’è chi preferisce alzare il tono e trasformare il tema in una battaglia di civiltà. &#xA;&#xA;La remigrazione si colloca esattamente in questa seconda traiettoria, quella che consente di mobilitare consensi attraverso la contrapposizione, ma che finisce anche per spostare sempre più avanti il confine di ciò che appare politicamente legittimo. &#xA;È un meccanismo pericoloso, perché la destra istituzionale rischia di inseguire quella più estrema invece di contenerla, contribuendo così alla sua ulteriore legittimazione.&#xA;&#xA;(R3)&#xA;&#xA;Le conseguenze sociali sono ancora più gravi. &#xA;Una società che adotta la remigrazione come parola d’ordine comincia a percepirsi come un corpo da “ripulire”, non come una comunità complessa da governare. &#xA;Si rafforza la divisione tra “noi” e “loro”, si alimentano sospetti generalizzati verso interi gruppi di popolazione, si indebolisce il principio di uguaglianza e si diffonde l’idea che la presenza di alcune persone sia sempre revocabile, condizionata o temporanea. &#xA;In questo clima, la cittadinanza perde il suo significato universale e diventa un privilegio da assegnare in modo selettivo. &#xA;Non è un dettaglio lessicale: è una trasformazione profonda della cultura politica.&#xA;&#xA;Ed è proprio qui che si vede l’alterazione più importante. &#xA;La remigrazione viene presentata come soluzione a problemi concreti, ma in realtà funziona come dispositivo di spostamento del conflitto. &#xA;Invece di affrontare le cause della crisi sociale, economica e istituzionale, si costruisce un racconto in cui la responsabilità viene attribuita al soggetto più visibile e più vulnerabile. &#xA;Il migrante diventa così il bersaglio ideale: facile da nominare, semplice da contrapporre, utile da esibire come prova di fermezza. &#xA;&#xA;Una politica che sceglie questa strada non rafforza lo Stato e non rende più solida la convivenza democratica. &#xA;Produce invece una società più diffidente, più rancorosa e più disponibile ad accettare che alcuni diritti valgano meno di altri.&#xA;&#xA;La questione, in fondo, non riguarda solo la parola remigrazione. &#xA;Riguarda il modo in cui una parte della politica italiana ha deciso di usare il tema migratorio come acceleratore identitario, spostando il baricentro del dibattito dalla soluzione dei problemi alla costruzione del nemico. &#xA;La discesa in campo di Vannacci ha reso questa tendenza più visibile, più organizzata e più competitiva elettoralmente. &#xA;Ma proprio per questo andrebbe letta non come un episodio isolato, bensì come il segnale di una trasformazione più ampia: il passaggio da una politica che prova a governare la complessità a una politica che preferisce semplificare il mondo in appartenenze contrapposte. &#xA;&#xA;La remigrazione, in questa cornice, non è una proposta tra le altre. &#xA;È il sintomo di una cultura politica che non cerca di tenere insieme una società plurale, ma di ridefinirla attraverso l’esclusione.&#xA;&#xA;#Blog #Politica #Destra #DirittiCivili #Remigrazione #Vannacci&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(228)</p>

<p><img src="https://remigrazione.org/wp-content/uploads/2025/09/photo_5879856055981296551_y.jpg" alt="(R1)"></p>

<p>Nel dibattito politico italiano la parola “<a href="/transit/tag:remigrazione" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">remigrazione</span></a>” è arrivata con la forza tipica dei concetti che sembrano semplici solo in apparenza.
A prima vista può ricordare un termine tecnico, quasi burocratico, ma il suo contenuto è tutt’altro che neutro: <strong>indica, infatti, l’idea di riportare fuori dal paese persone straniere considerate non integrate, non desiderate o comunque incompatibili con l’ordine sociale e culturale dominante</strong>.</p>

<p>È proprio questa ambivalenza a renderla così efficace e così insidiosa.
Perché la remigrazione non è soltanto una proposta sull’immigrazione: <strong>è una visione della società fondata sulla selezione, sulla gerarchia delle appartenenze e sulla costruzione di un confine identitario sempre più rigido tra chi sarebbe pienamente legittimo e chi no</strong>.
In <a href="/transit/tag:Italia" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Italia</span></a>, questa parola ha trovato spazio soprattutto dentro l’ecosistema della destra radicale, ma il punto più delicato è un altro: la sua progressiva normalizzazione nel discorso pubblico, fino a diventare materia di confronto anche in contesti che un tempo l’avrebbero considerata apertamente estranea alla grammatica democratica.</p>

<p>La discesa in politica di Roberto <a href="/transit/tag:Vannacci" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Vannacci</span></a> ha accelerato questo processo e gli ha dato una nuova visibilità.
Con la nascita di “Futuro Nazionale”, <strong>l’ex generale ha spostato la remigrazione dal margine al centro della sua proposta politica, presentandola come strumento di tutela dell’identità, della sicurezza e dei valori occidentali</strong>.
In questo passaggio c’è già una prima distorsione: il tema migratorio non viene affrontato come questione complessa di diritto, lavoro, integrazione e gestione amministrativa, ma come terreno su cui costruire consenso attraverso la paura e la contrapposizione.</p>

<p><strong>Vannacci non parla di remigrazione come di un semplice meccanismo di rimpatrio per chi è privo di titolo a restare; la inserisce invece in una narrazione più ampia, in cui il problema non è soltanto l’irregolarità, ma la presenza stessa di chi è percepito come estraneo</strong>.
Questa è la prima grande stortura, politica e culturale insieme: la confusione tra rimpatrio e remigrazione.
Il <strong>rimpatrio</strong> è uno strumento previsto dall’ordinamento e riguarda chi si trova in condizione di irregolarità; la remigrazione, nella versione rilanciata dalla nuova destra, aspira invece a diventare un progetto di più ampio respiro, capace di ridisegnare in senso etnico e simbolico la composizione della comunità nazionale.</p>

<p>La differenza non è marginale, perché nel primo caso si parla di applicazione della legge, nel secondo di una idea di società da rendere omogenea.
Quando un’idea del genere entra nel dibattito politico, il rischio è che il diritto venga piegato a un obiettivo identitario, trasformando la cittadinanza in un filtro culturale e non più in uno status giuridico uguale per tutti.
La seconda distorsione è il linguaggio.
<strong>Espressioni come “culturalmente incompatibile”, ricorrenti nella retorica della remigrazione, hanno un’apparenza razionale ma aprono a criteri del tutto arbitrari</strong>.
Chi stabilisce che cosa sia compatibile e che cosa non lo sia?
Chi decide dove finisce l’integrazione e dove inizia l’incompatibilità?
Soprattutto: sulla base di quali parametri, se non di un giudizio politico e ideologico?</p>

<p><img src="https://media-assets.wired.it/photos/679ca97258fffc3d8a441290/4:3/w_5268,h_3951,c_limit/2190295844" alt="(R2)"></p>

<p>In questo slittamento si vede la natura profonda del concetto.
<strong>La remigrazione non si limita a distinguere tra regolare e irregolare, ma prova a costruire una scala di appartenenza, nella quale alcuni soggetti restano tollerati solo fino a quando non diventano troppo visibili, troppo presenti o troppo diversi.
Il caso italiano è particolarmente significativo, perché questa evoluzione non si è prodotta in modo improvviso, ma attraverso una serie di passaggi successivi.
Prima il termine è circolato negli ambienti dell’estrema destra europea, poi è stato ripreso da movimenti identitari e da reti militanti, infine ha cominciato a trovare sponde nel dibattito mediatico e politico più largo</strong>.</p>

<p><strong>Nel frattempo, la questione migratoria è stata sempre più spesso raccontata attraverso schemi binari: da un lato il cittadino minacciato, dall’altro lo straniero che destabilizza</strong>.
Il risultato è una semplificazione estrema di problemi che invece richiederebbero strumenti diversi, dalla gestione dei flussi alle politiche abitative, dal lavoro alla scuola, dall’integrazione ai servizi territoriali.
Quando invece si sceglie la scorciatoia della remigrazione, si promette una soluzione immediata a problemi strutturali e si sposta l’attenzione dalla complessità alla punizione.</p>

<p><strong>Questa narrazione produce un effetto preciso: trasforma il migrante in un simbolo su cui scaricare ansie collettive che hanno origini molto più ampie.
Insicurezza economica, precarietà sociale, sfiducia nelle istituzioni, timore del declino: tutto viene condensato in un’unica figura di alterità.
È una strategia antica, ma oggi più potente che mai perché trova terreno fertile in un contesto di forte polarizzazione e di competizione identitaria</strong>.</p>

<p>Il problema è che questa semplificazione non risolve nulla.
Al contrario, alimenta la percezione di una società divisa in blocchi incompatibili, rafforza il sospetto verso chi ha origine straniera anche quando è pienamente inserito nel tessuto civile e lavorativo, e mette in crisi l’idea stessa di convivenza come progetto comune.</p>

<p><strong>La retorica della sicurezza è il motore principale di questa operazione</strong>.
Ogni volta che si parla di remigrazione, il discorso viene immediatamente spostato sul terreno della protezione, del controllo e dell’ordine.
<strong>Ma la sicurezza, in un sistema democratico, non può diventare una categoria etnica</strong>.
<strong>Non può coincidere con l’idea che la presenza straniera sia di per sé una minaccia, né può essere usata per legittimare la compressione del principio di uguaglianza</strong>.</p>

<p><strong>Quando questo accade, la politica smette di regolare conflitti e comincia a produrre gerarchie tra esseri umani</strong>.
È qui che la remigrazione rivela il suo carattere più profondo: non una risposta ai problemi, ma una modalità di lettura del mondo che distingue tra chi appartiene e chi può essere espulso simbolicamente prima ancora che materialmente.lù</p>

<p>La parabola di Vannacci è emblematica anche per un altro motivo: mostra quanto il centrodestra italiano sia attraversato da una tensione interna tra gestione istituzionale dei fenomeni migratori e radicalizzazione del linguaggio.
Da una parte c’è chi prova a parlare di rimpatri, regole e accordi; dall’altra c’è chi preferisce alzare il tono e trasformare il tema in una battaglia di civiltà.</p>

<p><strong>La remigrazione si colloca esattamente in questa seconda traiettoria, quella che consente di mobilitare consensi attraverso la contrapposizione, ma che finisce anche per spostare sempre più avanti il confine di ciò che appare politicamente legittimo.
È un meccanismo pericoloso, perché la destra istituzionale rischia di inseguire quella più estrema invece di contenerla, contribuendo così alla sua ulteriore legittimazione</strong>.</p>

<p><img src="https://www.romatoday.it/~media/horizontal-hi/25706932867097/remigrazione-2.jpg" alt="(R3)"></p>

<p><strong>Le conseguenze sociali sono ancora più gravi.
Una società che adotta la remigrazione come parola d’ordine comincia a percepirsi come un corpo da “ripulire”, non come una comunità complessa da governare</strong>.
Si rafforza la divisione tra “noi” e “loro”, si alimentano sospetti generalizzati verso interi gruppi di popolazione, si indebolisce il principio di uguaglianza e si diffonde l’idea che la presenza di alcune persone sia sempre revocabile, condizionata o temporanea.
In questo clima, la cittadinanza perde il suo significato universale e diventa un privilegio da assegnare in modo selettivo.
<strong>Non è un dettaglio lessicale: è una trasformazione profonda della cultura politica</strong>.</p>

<p>Ed è proprio qui che si vede l’alterazione più importante.
<strong>La remigrazione viene presentata come soluzione a problemi concreti, ma in realtà funziona come dispositivo di spostamento del conflitto</strong>.
Invece di affrontare le cause della crisi sociale, economica e istituzionale, si costruisce un racconto in cui la responsabilità viene attribuita al soggetto più visibile e più vulnerabile.
<strong>Il migrante diventa così il bersaglio ideale: facile da nominare, semplice da contrapporre, utile da esibire come prova di fermezza</strong>.</p>

<p><strong>Una politica che sceglie questa strada non rafforza lo Stato e non rende più solida la convivenza democratica</strong>.
Produce invece una società più diffidente, più rancorosa e più disponibile ad accettare che alcuni diritti valgano meno di altri.</p>

<p><strong>La questione, in fondo, non riguarda solo la parola remigrazione.
Riguarda il modo in cui una parte della politica italiana ha deciso di usare il tema migratorio come acceleratore identitario, spostando il baricentro del dibattito dalla soluzione dei problemi alla costruzione del nemico</strong>.
La discesa in campo di Vannacci ha reso questa tendenza più visibile, più organizzata e più competitiva elettoralmente.
Ma proprio per questo andrebbe letta non come un episodio isolato, bensì come il segnale di una trasformazione più ampia: il passaggio da una politica che prova a governare la complessità a una politica che preferisce semplificare il mondo in appartenenze contrapposte.</p>

<p><strong>La remigrazione, in questa cornice, non è una proposta tra le altre.
È il sintomo di una cultura politica che non cerca di tenere insieme una società plurale, ma di ridefinirla attraverso l’esclusione</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:Politica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Politica</span></a> <a href="/transit/tag:Destra" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Destra</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:Remigrazione" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Remigrazione</span></a> <a href="/transit/tag:Vannacci" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Vannacci</span></a></p>

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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/quando-la-remigrazione-diventa-programma-politico</guid>
      <pubDate>Mon, 29 Jun 2026 12:52:40 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Cuba non muore da sola. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/cuba-non-muore-da-sola</link>
      <description>&lt;![CDATA[(224) &#xA;&#xA;C1)&#xA;&#xA;Cuba si sta spegnendo, lentamente e sotto gli occhi di tutti. &#xA;Tra blackout, scarsità e isolamento, l’isola paga il prezzo di un doppio fallimento: quello del proprio sistema e quello di una politica esterna che continua a colpire la popolazione invece del potere.&#xA;&#xA;Cuba non sta semplicemente attraversando una fase difficile: sta vivendo un collasso prolungato.&#xA;La vita quotidiana sull’isola è diventata un esercizio di sopravvivenza. &#xA;Mancano elettricità, carburante, pezzi di ricambio, medicinali e trasporti regolari. &#xA;Gli ospedali lavorano a intermittenza, le scuole arrancano, le famiglie si organizzano attorno ai blackout come se fossero ormai parte del paesaggio. Non lo sono. &#xA;Sono il segno di un sistema esausto, di un’economia soffocata e di una società tenuta in piedi dalla forza dell’abitudine e della scarsità.&#xA;&#xA;Dentro questa crisi c’è una responsabilità interna evidente. &#xA;Per anni il paese ha accumulato inefficienze, rigidità amministrative, scarsa produttività e un controllo politico che ha frenato ogni riforma vera. L’economia cubana non ha saputo diversificarsi, modernizzare i servizi, attrarre investimenti o garantire una base materiale stabile alla popolazione. &#xA;Il risultato è un declino che non nasce oggi, ma si è sedimentato nel tempo fino a diventare strutturale.&#xA;&#xA;(C2)&#xA;&#xA;Ma sarebbe disonesto fingere che il blocco degli Stati Uniti sia un dettaglio marginale. &#xA;Non lo è. &#xA;L’embargo commerciale, economico e finanziario imposto da #Washington pesa in modo concreto su energia, importazioni, farmaci, attrezzature e alimenti. &#xA;Rende più costoso ogni acquisto, più fragile ogni approvvigionamento, più difficile ogni transazione. &#xA;Colpisce un sistema già debole e amplifica ogni sua crepa. L’Assemblea generale dell’ #ONU ha chiesto ancora una volta la fine dell’embargo, con un voto schiacciante nel 2024, ma la distanza tra la condanna formale e gli effetti reali resta enorme.&#xA;&#xA;La linea politica di #Trump, in questo quadro, non punta alla distensione ma alla pressione massima. &#xA;L’obiettivo è isolare l’isola, alzare il costo della sua sopravvivenza economica, indebolire il governo e spingerlo verso una resa politica. &#xA;Non è diplomazia. &#xA;È un uso brutale del potere economico come arma di coercizione. &#xA;Il problema è che il prezzo di questa strategia non lo paga la nomenclatura, ma la popolazione. &#xA;A cadere non sono gli slogan del regime, ma la luce nelle case, i farmaci negli ospedali, il cibo sulle tavole.&#xA;&#xA;La comunità internazionale, nel frattempo, resta intrappolata tra dichiarazioni di principio e impotenza pratica. &#xA;Le condanne formali si ripetono, le risoluzioni si accumulano, ma nulla cambia davvero. &#xA;Molti governi sanno che l’embargo è insostenibile sul piano umanitario, pochi sono disposti a trasformare questa consapevolezza in una linea politica capace di incidere. &#xA;Cuba resta così schiacciata tra il fallimento del proprio modello interno e la durezza di una pressione esterna che punisce un intero popolo per logorare un governo.&#xA;&#xA;Il punto, alla fine, è questo: un paese non si rimette in piedi affamando la sua popolazione. E una politica che trasforma la sofferenza civile in leva diplomatica porta con sé una responsabilità morale pesantissima.&#xA;&#xA;#Blog #Cuba #USA #DirittiUmani #DirittiCivili #Embargo #Geopolitica #DirittoInternazionale&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(224)</p>

<p><img src="https://www.thesocialpost.it/wp-content/uploads/2026/05/cuba_blackout.jpg" alt="C1)"></p>

<p><strong><a href="/transit/tag:Cuba" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Cuba</span></a> si sta spegnendo, lentamente e sotto gli occhi di tutti.
Tra blackout, scarsità e isolamento, l’isola paga il prezzo di un doppio fallimento: quello del proprio sistema e quello di una politica esterna che continua a colpire la popolazione invece del potere.</strong></p>

<p><strong>Cuba non sta semplicemente attraversando una fase difficile: sta vivendo un collasso prolungato.</strong>
La vita quotidiana sull’isola è diventata un esercizio di sopravvivenza.
Mancano elettricità, carburante, pezzi di ricambio, medicinali e trasporti regolari.
Gli ospedali lavorano a intermittenza, le scuole arrancano, le famiglie si organizzano attorno ai blackout come se fossero ormai parte del paesaggio. Non lo sono.
<strong>Sono il segno di un sistema esausto, di un’economia soffocata e di una società tenuta in piedi dalla forza dell’abitudine e della scarsità.</strong></p>

<p>Dentro questa crisi c’è una responsabilità interna evidente.
Per anni il paese ha accumulato inefficienze, rigidità amministrative, scarsa produttività e un controllo politico che ha frenato ogni riforma vera. L’economia cubana non ha saputo diversificarsi, modernizzare i servizi, attrarre investimenti o garantire una base materiale stabile alla popolazione.
<strong>Il risultato è un declino che non nasce oggi, ma si è sedimentato nel tempo fino a diventare strutturale.</strong></p>

<p><img src="https://www.globalist.it/wp-content/uploads/2026/03/1774568685-estados-unidos-puede-bombardear-cuba-sacarla-colapso-economico-advierten-congresistas-e1774708616288.jpg" alt="(C2)"></p>

<p><strong>Ma sarebbe disonesto fingere che il blocco degli Stati Uniti sia un dettaglio marginale.</strong>
<strong>Non lo è.</strong>
L’embargo commerciale, economico e finanziario imposto da <a href="/transit/tag:Washington" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Washington</span></a> pesa in modo concreto su energia, importazioni, farmaci, attrezzature e alimenti.
Rende più costoso ogni acquisto, più fragile ogni approvvigionamento, più difficile ogni transazione.
Colpisce un sistema già debole e amplifica ogni sua crepa. L’Assemblea generale dell’ <a href="/transit/tag:ONU" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">ONU</span></a> ha chiesto ancora una volta la fine dell’embargo, con un voto schiacciante nel 2024, ma la distanza tra la condanna formale e gli effetti reali resta enorme.</p>

<p>La linea politica di <a href="/transit/tag:Trump" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Trump</span></a>, in questo quadro, non punta alla distensione ma alla pressione massima.
<strong>L’obiettivo è isolare l’isola, alzare il costo della sua sopravvivenza economica, indebolire il governo e spingerlo verso una resa politica.
Non è diplomazia.
È un uso brutale del potere economico come arma di coercizione.</strong>
Il problema è che il prezzo di questa strategia non lo paga la nomenclatura, ma la popolazione.
A cadere non sono gli slogan del regime, ma la luce nelle case, i farmaci negli ospedali, il cibo sulle tavole.</p>

<p>La comunità internazionale, nel frattempo, resta intrappolata tra dichiarazioni di principio e impotenza pratica.
Le condanne formali si ripetono, le risoluzioni si accumulano, ma nulla cambia davvero.
Molti governi sanno che l’embargo è insostenibile sul piano umanitario, pochi sono disposti a trasformare questa consapevolezza in una linea politica capace di incidere.
<strong>Cuba resta così schiacciata tra il fallimento del proprio modello interno e la durezza di una pressione esterna che punisce un intero popolo per logorare un governo.</strong></p>

<p><strong>Il punto, alla fine, è questo: un paese non si rimette in piedi affamando la sua popolazione. E una politica che trasforma la sofferenza civile in leva diplomatica porta con sé una responsabilità morale pesantissima.</strong></p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:Cuba" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Cuba</span></a> <a href="/transit/tag:USA" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">USA</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiUmani" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiUmani</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:Embargo" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Embargo</span></a> <a href="/transit/tag:Geopolitica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Geopolitica</span></a> <a href="/transit/tag:DirittoInternazionale" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittoInternazionale</span></a></p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/cuba-non-muore-da-sola</guid>
      <pubDate>Sat, 16 May 2026 15:28:54 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>I° Maggio. La verità che manca. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/ideg-maggio</link>
      <description>&lt;![CDATA[(221) &#xA;&#xA;(PM1) &#xA;&#xA;Il governo #Meloni ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine. &#xA;&#xA;Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde. &#xA;E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso.&#xA;&#xA;Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza. &#xA;&#xA;Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori. &#xA;Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa.&#xA;La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale. &#xA;Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue. &#xA;Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera. &#xA;&#xA;Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente. &#xA;Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.&#xA;&#xA;C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto. &#xA;In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità. &#xA;Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo. &#xA;&#xA;(PM2)&#xA;&#xA;È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere. &#xA;Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.&#xA;&#xA;È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti. &#xA;Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa. &#xA;&#xA;Una toppa non è una riforma. &#xA;Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.&#xA;&#xA;Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza. &#xA;Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile. &#xA;La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato. &#xA;La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità. &#xA;Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità. &#xA;&#xA;Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone.&#xA;Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale. &#xA;&#xA;Se l’Italia è davvero, come dice la #Costituzione, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete. &#xA;Tutto il resto è retorica. &#xA;E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese.&#xA;&#xA;#Blog #PrimoMaggio #Lavoro #Precarietà #DirittiCivili #DirittoAlLavoro &#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(221)</p>

<p><img src="https://www.quotidiano.net/image-service/view/acePublic/alias/contentid/OTgzYTQ4NmYtODRkOC00/0/una-protesta-per-il-salario-minimo.webp?f=16%3A9&amp;q=0.75&amp;w=1280" alt="(PM1)"></p>

<p>Il governo <a href="/transit/tag:Meloni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Meloni</span></a> ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine.</p>

<p>Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde.
<strong>E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso</strong>.</p>

<p>Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza.</p>

<p>Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori.
Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa.
<strong>La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale</strong>.
Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue.
Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera.</p>

<p>Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente.
Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.</p>

<p><strong>C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto</strong>.
In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità.
Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo.</p>

<p><img src="https://www.greenme.it/wp-content/uploads/2020/04/festa-lavoratori-min.jpg" alt="(PM2)"></p>

<p>È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere.
<strong>Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto</strong>, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.</p>

<p>È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti.
Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa.</p>

<p><strong>Una toppa non è una riforma</strong>.
Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.</p>

<p><strong>Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza.
Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile</strong>.
La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato.
La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità.
<strong>Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità</strong>.</p>

<p><strong>Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio</strong>: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone.
Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale.</p>

<p><strong>Se l’Italia è davvero, come dice la <a href="/transit/tag:Costituzione" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Costituzione</span></a>, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete.
Tutto il resto è retorica.
E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:PrimoMaggio" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">PrimoMaggio</span></a> <a href="/transit/tag:Lavoro" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Lavoro</span></a> <a href="/transit/tag:Precariet%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Precarietà</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:DirittoAlLavoro" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittoAlLavoro</span></a></p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
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      <guid>https://noblogo.org/transit/ideg-maggio</guid>
      <pubDate>Thu, 30 Apr 2026 06:58:57 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Sud Sudan: la pace sospesa tra memoria e guerra.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/sud-sudan-la-pace-sospesa-tra-memoria-e-guerra</link>
      <description>&lt;![CDATA[(218) &#xA;&#xA;(SS1)&#xA;&#xA;Il #SudSudan è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte. &#xA;Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche. &#xA;Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili.&#xA;&#xA;La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi.&#xA;Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici. &#xA;&#xA;La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.&#xA;&#xA;(SS2)&#xA;&#xA;Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni. &#xA;Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare. &#xA;&#xA;La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.&#xA;&#xA;La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta. &#xA;L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche. &#xA;Parallelamente, l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica.&#xA;&#xA;La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante. &#xA;Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima. &#xA;La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.&#xA;&#xA;E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante. &#xA;Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi. &#xA;Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani. &#xA;&#xA;La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini.&#xA;Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce. &#xA;Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza. &#xA;&#xA;Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta.&#xA;&#xA;#Blog #SudSudan #Africa #DirittiUmani #DirittiCivili #Opinioni #PoliticaEstera&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(218)</p>

<p><img src="https://azionecontrolafame.b-cdn.net/wp-assets/uploads/2023/04/Cosa-sta-succedendo-in-Sudan-conflitto.jpg" alt="(SS1)"></p>

<p>Il <a href="/transit/tag:SudSudan" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">SudSudan</span></a> è un paese nato dalla guerra e forse mai uscito davvero dalla sua lunga notte.
Dal 2013, quando la rottura tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Machar fece esplodere una guerra civile aperta, il paese ha vissuto anni di massacri, spostamenti di massa e violenze etniche sistematiche.
<strong>Centinaia di migliaia di persone sono morte, più di 4 milioni sono state cacciate dalle proprie case e intere generazioni sono cresciute in un clima di paura, incertezza e violazione dei diritti umani e civili</strong>.</p>

<p>La firma dell’“Accordo di pace rivitalizzato” nel 2018 aveva acceso una timida speranza, ma non ha mai invertito la direzione di una storia marchiata da divisioni profonde, istituzioni deboli e poteri armati molto più forti delle leggi.
Oggi, il Sud Sudan è di nuovo sul ciglio di una crisi violenta, dopo un decennio di transizione fragile che ha lasciato il paese profondamente diviso, povero e cronologicamente vulnerabile a scontri etnici e calcoli politici.</p>

<p>La situazione appare sempre più instabile: l’accordo del 2018 è al collasso, le commissioni di monitoraggio dell’Onu e dell’Unione Africana segnalano violazioni continue dei cessate il fuoco e una capacità di governo che fatica a esercitarsi fuori dalla captale Juba, dove regnano compromessi di facciata più che una vera riconciliazione.</p>

<p><img src="https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2017/07/05115831/sud-sudan-copertina1.jpg" alt="(SS2)"></p>

<p><strong>Il dramma del Sud Sudan resta innestato su una complessa trama di rivalità tra gruppi etnici e di contese di potere, con lo stato dell’Upper Nile come epicentro simbolico e materiale delle tensioni</strong>.
Scontri tra forze governative e gruppi dell’opposizione coinvolgono spesso i civili, provocano spostamenti improvvisi e creano spirali di vendetta che sembrano impossibili da spezzare.</p>

<p>La frattura storica tra la maggioranza “Dinka” e il gruppo “Nuer” continua ad essere il terreno su cui le fazioni si alimentano di sospetto reciproco e di pretese di controllo locale, trasformando ogni negoziato politico in un fragile accordo da baratto.</p>

<p><strong>La paura di una nuova guerra civile generalizzata è concreta</strong>.
L’Onu e diversi osservatori parlano esplicitamente del rischio di crollo dell’assetto di pace, mentre in alcune zone la violenza continua a regnare: evacuazioni di civili, ordini di ritiro degli operatori umanitari, censura sulle notizie e accesso limitato alle aree critiche.
Parallelamente, <strong>l’accesso degli aiuti umanitari è sempre più ostacolato, con blocchi, restrizioni e aggressioni che rendono ancora più pesante il fardello sulle comunità già martoriate da violenza, carestie e povertà cronica</strong>.</p>

<p><strong>La crisi umanitaria avanza in modo lento ma devastante</strong>.
Le organizzazioni umanitarie denunciano carenza di medicinali, cibo e servizi di base, assieme a un aumento di violenze contro donne e bambini, in un contesto in cui la stessa missione Onu fatica a garantire protezione minima.
<strong>La combinazione di instabilità, assenza di istituzioni solide e debolezza economica trasforma la vita quotidiana di milioni di sud sudanesi in una lenta emergenza permanente</strong>, ben lontana dalla promessa di un futuro nuovo che il referendum del 2011 aveva suscitato.</p>

<p><strong>E sul fronte internazionale, l’immobilismo è impressionante</strong>.
Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri e traumatizzati del mondo, ma compare solo di rado nelle prime pagine dei media e ancor più raramente nelle agende politiche dei grandi.
Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si susseguono, ma restano spesso carta straccia; le dichiarazioni di principio non si traducono in pressioni sulle élite locali, né in un sostegno concreto a istituzioni indipendenti, alla giustizia o alla protezione dei diritti umani.</p>

<p><strong>La comunità internazionale è esperta a gestire la crisi, ma sembra incapace di prevenire il disastro quando il prezzo è alto, scomodo e lontano dai propri confini</strong>.
Sul piano umano, però, il conto è reale, quotidiano, atroce.
Dietro ogni cifra di sfollati, ogni report di violenza, ci sono volti, storie, madri costrette a scegliere tra fuggire e restare, tra morire lentamente o rischiare tutto per un filo di speranza.</p>

<p><strong>Mentre il resto del mondo si concentra su altri fronti, il Sud Sudan ricorda, senza urlare, che la pace non è mai un dato di fatto, ma un lavoro infinito contro l’indifferenza, la violenza e la memoria corta</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:SudSudan" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">SudSudan</span></a> <a href="/transit/tag:Africa" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Africa</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiUmani" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiUmani</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a> <a href="/transit/tag:PoliticaEstera" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">PoliticaEstera</span></a></p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

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]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/sud-sudan-la-pace-sospesa-tra-memoria-e-guerra</guid>
      <pubDate>Thu, 16 Apr 2026 13:21:59 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Decreto sicurezza: da Torino alla deriva autoritaria.</title>
      <link>https://noblogo.org/transit/decreto-sicurezza-da-torino-alla-deriva-autoritaria</link>
      <description>&lt;![CDATA[(203)&#xA;&#xA;(DS1)&#xA;&#xA;Dopo gli scontri di #Torino di sabato scorso, il governo #Meloni ha colto l’occasione per accelerare su un nuovo decreto sicurezza, trasformando un episodio di violenza circoscritto in pretesto per una stretta repressiva sul dissenso. &#xA;&#xA;Non si tratta di una reazione improvvisata, ma dell’evoluzione di un’idea di “sicurezza” che parte da lontano nella strategia della destra al potere, radicata nei pacchetti sicurezza del passato e in una narrazione binaria tra “buoni cittadini” e “teppisti” da contenere a ogni costo.&#xA;&#xA;Il contenuto del decreto (perquisizioni immediate sul posto, fermi preventivi fino a 12 ore senza vaglio giudiziario, cauzioni obbligatorie per gli organizzatori di cortei e uno “scudo penale” ampliato per le forze dell’ordine) mira a rendere costoso e rischioso l’esercizio del diritto di manifestare, spostando l’equilibrio verso un potere discrezionale della polizia quasi illimitato. &#xA;&#xA;Questa logica trasforma l’ordine pubblico in stato d’eccezione permanente: un corteo violento a Torino diventa grimaldello per limitare proteste pacifiche, centri sociali e sindacati conflittuali, colpendo il cuore dell’uguaglianza democratica e rendendo la piazza un privilegio per chi ha risorse economiche.&#xA;&#xA;(DS2)&#xA;&#xA;Le origini di questa repressione affondano nelle precedenti norme del governo, come il primo decreto sicurezza con oltre sessanta misure su immigrazione, blocchi navali e tutele alle forze dell’ordine, che già riprendevano la retorica securitaria inaugurata anni fa da altre destre. &#xA;&#xA;Culturalmente, è il trionfo di una visione che legge l’insicurezza sociale solo come minaccia da reprimere, ignorando le sue radici in disuguaglianze e mancata redistribuzione, per normalizzare un clima di sospetto verso chiunque dissenta.&#xA;&#xA;Ma i profili costituzionali sono il vero nodo: l’uso del decreto-legge viola l’articolo 77, che richiede reale urgenza e non un pretesto politico per aggirare il Parlamento, come già contestato da costituzionalisti sui provvedimenti passati. &#xA;&#xA;Le restrizioni su riunioni e manifestazioni (artt. 17 e 21 della #Costituzione) appaiono sproporzionate, con fermi e divieti basati su semplici denunce che erodono garanzie fondamentali, mentre lo scudo penale rischia di ledere l’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e i pesi e contrappesi dello Stato di diritto. &#xA;Organismi internazionali hanno già ammonito l’Italia su queste derive, che comprimono il dissenso pacifico in modo inaccettabile.&#xA;&#xA;In fondo, non è solo un pacchetto norme: è una scelta politica netta, che governa conflitti sociali con polizia e codice penale anziché con dialogo e politiche inclusive. Torino è solo la scintilla; il fuoco è un modello di democrazia sempre più autoritario, dove il garantismo cede il passo a un esecutivo onnipotente. &#xA;Resta da vedere se il Parlamento e la Consulta porranno rimedio a questa deriva, ma non si può essere troppo ottimisti. &#xA;Pure la speranza potrebbe essere scambiata per pericolosa provocazione. &#xA;&#xA;#Blog #DecretoSicurezza #GovernoMeloni #Politica #Società #DirittiCivili &#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(203)</p>

<p><img src="https://pbs.twimg.com/card_img/2018273927571648513/2Gt3SObt?format=jpg&amp;name=orig" alt="(DS1)"></p>

<p>Dopo gli scontri di <a href="/transit/tag:Torino" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Torino</span></a> di sabato scorso, il governo <a href="/transit/tag:Meloni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Meloni</span></a> ha colto l’occasione per accelerare su un nuovo decreto sicurezza, trasformando un episodio di violenza circoscritto in pretesto per una stretta repressiva sul dissenso.</p>

<p><strong>Non si tratta di una reazione improvvisata, ma dell’evoluzione di un’idea di “sicurezza” che parte da lontano nella strategia della destra al potere</strong>, radicata nei pacchetti sicurezza del passato e in una narrazione binaria tra “buoni cittadini” e “teppisti” da contenere a ogni costo.</p>

<p>Il contenuto del decreto (perquisizioni immediate sul posto, fermi preventivi fino a 12 ore senza vaglio giudiziario, cauzioni obbligatorie per gli organizzatori di cortei e uno “scudo penale” ampliato per le forze dell’ordine) mira a rendere costoso e rischioso l’esercizio del diritto di manifestare, spostando l’equilibrio verso un potere discrezionale della polizia quasi illimitato.</p>

<p><strong>Questa logica trasforma l’ordine pubblico in stato d’eccezione permanente</strong>: un corteo violento a Torino diventa grimaldello per limitare proteste pacifiche, centri sociali e sindacati conflittuali, colpendo il cuore dell’uguaglianza democratica e rendendo la piazza un privilegio per chi ha risorse economiche.</p>

<p><img src="https://statics.cedscdn.it/photos/MED_HIGH/2026/02/02/9335180_02190809_onecms_1ox3g6a0c8a48r9ylwg_132r3nku77k.jpg" alt="(DS2)"></p>

<p>Le origini di questa repressione affondano nelle precedenti norme del governo, come il primo decreto sicurezza con oltre sessanta misure su immigrazione, blocchi navali e tutele alle forze dell’ordine, che già riprendevano la retorica securitaria inaugurata anni fa da altre destre.</p>

<p>Culturalmente, è il trionfo di una visione che legge l’insicurezza sociale solo come minaccia da reprimere, ignorando le sue radici in disuguaglianze e mancata redistribuzione, per normalizzare un clima di sospetto verso chiunque dissenta.</p>

<p>Ma i <strong>profili costituzionali</strong> sono il vero nodo: l’uso del decreto-legge viola l’articolo 77, che richiede reale urgenza e non un pretesto politico per aggirare il Parlamento, come già contestato da costituzionalisti sui provvedimenti passati.</p>

<p>Le restrizioni su riunioni e manifestazioni (artt. 17 e 21 della <a href="/transit/tag:Costituzione" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Costituzione</span></a>) appaiono sproporzionate, con fermi e divieti basati su semplici denunce che erodono garanzie fondamentali, mentre lo scudo penale rischia di ledere l’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e i pesi e contrappesi dello Stato di diritto.
Organismi internazionali hanno già ammonito l’Italia su queste derive, che comprimono il dissenso pacifico in modo inaccettabile.</p>

<p><strong>In fondo, non è solo un pacchetto norme: è una scelta politica netta, che governa conflitti sociali con polizia e codice penale anziché con dialogo e politiche inclusive. Torino è solo la scintilla; il fuoco è un modello di democrazia sempre più autoritario, dove il garantismo cede il passo a un esecutivo onnipotente.
Resta da vedere se il Parlamento e la Consulta porranno rimedio a questa deriva, ma non si può essere troppo ottimisti.
Pure la speranza potrebbe essere scambiata per pericolosa provocazione</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:DecretoSicurezza" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DecretoSicurezza</span></a> <a href="/transit/tag:GovernoMeloni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">GovernoMeloni</span></a> <a href="/transit/tag:Politica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Politica</span></a> <a href="/transit/tag:Societ%C3%A0" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Società</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a></p>

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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/decreto-sicurezza-da-torino-alla-deriva-autoritaria</guid>
      <pubDate>Tue, 03 Feb 2026 08:15:18 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Da Good a Pretti: l’ICE ha perso Minneapolis. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/da-good-a-pretti-lice-ha-perso-minneapolis</link>
      <description>&lt;![CDATA[(199) &#xA;&#xA;(I1)&#xA;&#xA;Minneapolis è diventata un’altra ferita aperta negli Stati Uniti, non solo per la politica immigratoria, ma per la natura stessa del potere federale e della violenza che questo può esercitare contro i cittadini. &#xA;Quello che doveva essere un controllo migratorio si è trasformato in un’operazione di punizione di massa, con agenti federali che piombano in città, sparano a cittadini americani disarmati e poi si comportano come se non fosse successo nulla. &#xA;&#xA;Il risultato è una città in rivolta, con serrande abbassate, proteste dure, e una mobilitazione che rischia di bloccare il governo: la piazza e la protesta sono diventate l’unica vera forza sociale che ancora conti.&#xA;Da #Washington, il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio: bisogna usare la forza, “spingere” l’immigrazione fuori dalle città, far paura, e mostrare che il governo non ha pietà. &#xA;&#xA;L’ #ICE è stata lanciata come una milizia pronta a colpire senza porsi troppi problemi di legalità, con operazioni che somigliano più a retate di guerra che a controlli di polizia. &#xA;Ma quando quei colpi sono arrivati addosso a due cittadini americani,Renée Good e Alex Pretti, qualcosa si è spezzato. &#xA;&#xA;Il sentimento di ribellione è diventato così forte che è arrivato a minacciare l’intero bilancio federale: nessun voto per finanziare lo stato federale, si è detto, finché quello stesso stato continua a inviare a Minneapolis agenti che sparano a chi vive lì.&#xA;&#xA;(I2)&#xA;&#xA;Proprio su questo fronte si è imposto all’attenzione mediatica il colpo di scena: la promessa di ritirare l’ICE. &#xA;Non perché ci sia stato un ripensamento morale, né per un’improvvisa riscoperta dei diritti civili, ma per pura convenienza. &#xA;&#xA;L’escalation è stata tale che minaccia di paralizzare il governo e di far pagare un prezzo politico troppo alto. Così, mentre si annuncia che i “muscoli” stanno per lasciare la città, si promette di lasciare una task force per contrastare le frodi ai servizi sociali, come se fosse un problema di frodi e non di violenza di stato. &#xA;È un modo per arretrare senza sembrare in fuga, per cambiare faccia alla repressione senza rinunciare a esercitarla.&#xA;&#xA;Intanto, la politica interna si trasforma in una sequenza di ritocchi tattici: fondi separati per il #Pentagono e la sanità, proposte per colpire le città che non collaborano con le deportazioni, qualche mea culpa strozzato, molta retorica sulla legge e sull’ordine. &#xA;La sostanza resta la stessa: la violenza è diventata strumento abituale, uno strumento che non si discute, ma si giustifica. E quando si uccide un cittadino americano, si parla di “errore” o di armi nascoste, si riscrive la storia per trasformare la vittima in minaccia, in modo che si possa continuare a credere di essere nel giusto.&#xA;&#xA;L’ICE, in questo quadro, appare per quello che è: una milizia fascistoide all’interno dello stato, una forza che agisce con impunità, furgoni anonimi, arresti lampo, violenza indiscriminata. &#xA;&#xA;Uccide in città che non hanno chiesto la sua presenza, invade comunità con una logica di guerra, e quando uccide due cittadini americani in un mese, viene difesa e coperta, non perseguita. &#xA;&#xA;Il presidente che la esalta, la chiama “fenomenale”, e non si assume la responsabilità di quei colpi di pistola, mostra che la sua America è un luogo dove la forza precede il diritto, dove la pelle, la lingua e il permesso di soggiorno definiscono chi merita di vivere e chi no.&#xA;&#xA;#Blog #USA #ICE #Minneapolis #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(199)</p>

<p><img src="https://images.euronews.com/articles/stories/09/62/47/82/1536x864_cmsv2_5c750b24-23f5-544d-b289-7b291109b132-9624782.jpg" alt="(I1)"></p>

<p><a href="/transit/tag:Minneapolis" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Minneapolis</span></a> è diventata un’altra ferita aperta negli Stati Uniti, non solo per la politica immigratoria, ma per la natura stessa del potere federale e della violenza che questo può esercitare contro i cittadini.
Quello che doveva essere un controllo migratorio si è trasformato in un’operazione di punizione di massa, con agenti federali che piombano in città, sparano a cittadini americani disarmati e poi si comportano come se non fosse successo nulla.</p>

<p>Il risultato è una città in rivolta, con serrande abbassate, proteste dure, e una mobilitazione che rischia di bloccare il governo: la piazza e la protesta sono diventate l’unica vera forza sociale che ancora conti.
Da <a href="/transit/tag:Washington" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Washington</span></a>, il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio: bisogna usare la forza, “spingere” l’immigrazione fuori dalle città, far paura, e mostrare che il governo non ha pietà.</p>

<p>L’ <a href="/transit/tag:ICE" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">ICE</span></a> è stata lanciata come una milizia pronta a colpire senza porsi troppi problemi di legalità, con operazioni che somigliano più a retate di guerra che a controlli di polizia.
Ma quando quei colpi sono arrivati addosso a due cittadini americani,Renée Good e Alex Pretti, qualcosa si è spezzato.</p>

<p>Il sentimento di ribellione è diventato così forte che è arrivato a minacciare l’intero bilancio federale: nessun voto per finanziare lo stato federale, si è detto, finché quello stesso stato continua a inviare a Minneapolis agenti che sparano a chi vive lì.</p>

<p><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/01/cartello-contro-ICE-rit.jpg" alt="(I2)"></p>

<p>Proprio su questo fronte si è imposto all’attenzione mediatica il colpo di scena: <strong>la promessa di ritirare l’ICE</strong>.
Non perché ci sia stato un ripensamento morale, né per un’improvvisa riscoperta dei diritti civili, ma per pura convenienza.</p>

<p>L’escalation è stata tale che minaccia di paralizzare il governo e di far pagare un prezzo politico troppo alto. Così, mentre si annuncia che i “muscoli” stanno per lasciare la città, si promette di lasciare una task force per contrastare le frodi ai servizi sociali, come se fosse un problema di frodi e non di violenza di stato.
È un modo per arretrare senza sembrare in fuga, per cambiare faccia alla repressione senza rinunciare a esercitarla.</p>

<p>Intanto, la politica interna si trasforma in una sequenza di ritocchi tattici: fondi separati per il <a href="/transit/tag:Pentagono" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Pentagono</span></a> e la sanità, proposte per colpire le città che non collaborano con le deportazioni, qualche mea culpa strozzato, molta retorica sulla legge e sull’ordine.
La sostanza resta la stessa: la violenza è diventata strumento abituale, uno strumento che non si discute, ma si giustifica. E quando si uccide un cittadino americano, si parla di “errore” o di armi nascoste, si riscrive la storia per trasformare la vittima in minaccia, in modo che si possa continuare a credere di essere nel giusto.</p>

<p>L’ICE, in questo quadro, appare per quello che è: <strong>una milizia fascistoide all’interno dello stato</strong>, una forza che agisce con impunità, furgoni anonimi, arresti lampo, violenza indiscriminata.</p>

<p>Uccide in città che non hanno chiesto la sua presenza, invade comunità con una logica di guerra, e quando uccide due cittadini americani in un mese, viene difesa e coperta, non perseguita.</p>

<p><strong>Il presidente che la esalta, la chiama “fenomenale”, e non si assume la responsabilità di quei colpi di pistola, mostra che la sua America è un luogo dove la forza precede il diritto, dove la pelle, la lingua e il permesso di soggiorno definiscono chi merita di vivere e chi no</strong>.</p>

<p><a href="/transit/tag:Blog" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Blog</span></a> <a href="/transit/tag:USA" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">USA</span></a> <a href="/transit/tag:ICE" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">ICE</span></a> <a href="/transit/tag:Minneapolis" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Minneapolis</span></a> <a href="/transit/tag:Politica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Politica</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiUmani" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiUmani</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

<p>Dove trovare i post, in alternativa.
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<p>
Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/da-good-a-pretti-lice-ha-perso-minneapolis</guid>
      <pubDate>Mon, 26 Jan 2026 13:39:43 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>La violenza che minaccia le midterm di Novembre. </title>
      <link>https://noblogo.org/transit/la-violenza-che-minaccia-le-midterm-di-novembre</link>
      <description>&lt;![CDATA[(195) &#xA;&#xA;(MD1) &#xA;&#xA;Negli ultimi mesi le violenze e gli abusi legati alla #ICE sono esplosi da questione “di nicchia” per attivisti dei diritti umani a crisi politica nazionale, con morti in detenzione e sulle strade, pestaggi, uso di armi “meno letali” contro chi protesta e un crescendo di denunce da parte di ONG e media. &#xA;&#xA;Questa escalation, nel pieno del secondo mandato #Trump, rischia di trasformarsi non solo in un tema centrale delle prossime elezioni di #midterm di novembre 2026, ma anche in un banco di prova per la tenuta stessa delle libertà civili negli Stati Uniti e altrove.​&#xA;&#xA;Dagli ultimi report di “Human Rights Watch” e di altre organizzazioni emergono quadri di detenzione sovraffollata, condizioni sanitarie degradate, pestaggi, uso di gas e granate stordenti contro chi protesta per cibo, acqua o cure mediche, fino a casi di morte evitabile in custodia. &#xA;Non parliamo solo di “mele marce”: in strutture come Fort Bliss in Texas o i centri in Florida, gli abusi appaiono sistemici, con intimidazioni, violenze fisiche e sessuali e pressioni perché le persone accettino la deportazione “volontaria”. &#xA;&#xA;Parallelamente, i dati mostrano che la grande maggioranza delle persone detenute non ha condanne per reati violenti, smentendo la narrazione di un’operazione mirata a “criminali pericolosi” e confermando piuttosto una logica di repressione di massa a fini politici. &#xA;L’uso mirato di ICE come strumento di terrore amministrativo verso migranti, comunità e attivisti finisce così per normalizzare uno stato d’eccezione permanente.​&#xA;&#xA;(MD2)&#xA;&#xA;Le proteste, in città come #Minneapolis, Boston o New York dopo l’uccisione da parte di agenti ICE di #ReneeNicoleGood, hanno riportato al centro la questione del controllo federale sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. &#xA;La risposta del governo (con la retorica di “legge e ordine”, invio della Guardia Nazionale e teorizzazione di ICE intorno ai seggi “per controllare i non cittadini”) mostra quanto la frontiera tra repressione migratoria e intimidazione politica sia ormai sottile. &#xA;&#xA;Elettoralmente, il tema è a doppio taglio. &#xA;Da un lato galvanizza la base trumpiana, che vede nella durezza contro migranti e manifestanti un segno di forza; dall’altro, rischia di mobilitare un elettorato urbano, giovane, latino e afroamericano che ha già dimostrato di reagire alle violenze di polizia trasformando la rabbia in voto. &#xA;&#xA;Per i #Democratici, restare prudenti significa perdere credibilità; schierarsi apertamente contro ICE e la militarizzazione può però costare consensi in stati chiave dove la paura è diventata l’argomento centrale della destra.​&#xA;&#xA;Sul piano giuridico, l’uso di #ICE come braccio armato interno alimenta un clima da emergenza, ma non offre un appiglio legale reale per rinviare o annullare le elezioni di midterm di novembre 2026. &#xA;La data delle midterm è fissata dal Congresso, l’amministrazione è in mano agli stati e non esiste oggi alcun potere presidenziale diretto per sospenderle o cancellarle, come ricordano costituzionalisti e fact-check indipendenti che hanno demolito le allusioni a “Big Beautiful Bill” o a stati d’emergenza estesi. &#xA;&#xA;Il pericolo non è tanto l’annullamento formale del voto, quanto il suo svuotamento materiale: intimidazione ai seggi, presenze minacciose di agenti, gestione caotica delle proteste, nuove restrizioni sul diritto di manifestare e sorveglianza capillare possono ridurre l’affluenza e selezionare chi ha realmente la forza, o il coraggio, di recarsi alle urne. &#xA;È, in altre parole, una strategia di erosione lenta e progressiva della democrazia, che mira a rendere “normale” ciò che fino a ieri sarebbe stato impensabile.​&#xA;&#xA;Quello che accade con ICE negli Stati Uniti non resta mai confinato entro i confini nazionali. Quando la prima potenza mondiale legittima campi di detenzione disumani, uso sproporzionato della forza e repressione violenta delle proteste, manda un messaggio potente a tutti i governi tentati dall’inasprire le proprie politiche di sicurezza: se lo fanno loro, lo possiamo fare anche noi. &#xA;&#xA;È così che, lentamente, il linguaggio dei diritti umani viene sostituito da quello del controllo; il migrante, il manifestante, il giornalista scomodo diventano variazioni di un’unica figura da neutralizzare. &#xA;Per questo la battaglia contro la violenza di ICE non riguarda solo chi rischia di finire su un pullman per il confine, ma chiunque tenga ancora a uno spazio pubblico in cui dissentire non sia considerato un reato, ma un diritto.​&#xA;&#xA;#ICE #USA #Midterm #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni&#xA;&#xA;Dove trovare i post, in alternativa.&#xD;&#xA;Mastodon: @alda7069@mastodon.uno&#xD;&#xA;Telegram: https://t.me/transitblog&#xD;&#xA;Friendica: @danmatt@poliverso.org&#xD;&#xA;Blue Sky: https://bsky.app/profile/mattiolidaniele.bsky.social/&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;scriptfunction loadScript(a){var b=document.getElementsByTagName(&#34;head&#34;)[0],c=document.createElement(&#34;script&#34;);c.type=&#34;text/javascript&#34;,c.src=&#34;https://tracker.metricool.com/resources/be.js&#34;,c.onreadystatechange=a,c.onload=a,b.appendChild(c)}loadScript(function(){beTracker.t({hash:&#34;70edbb2602e0451c4267847447b07ce2&#34;})});/script&#xD;&#xA;Gli scritti sono tutelati da &#34;Creative Commons&#34; (qui)&#xD;&#xA;&#xD;&#xA;Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: &#xD;&#xA;corubomatt@gmail.com]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p>(195)</p>

<p><img src="https://images.axios.com/S5tJYEuR3E7dp7IXSU1cJzw4FdI=/0x481:5637x3652/1920x1080/2026/01/15/1768510030825.jpeg" alt="(MD1)"></p>

<p>Negli ultimi mesi le violenze e gli abusi legati alla <a href="/transit/tag:ICE" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">ICE</span></a> sono esplosi da questione “di nicchia” per attivisti dei diritti umani a crisi politica nazionale, con morti in detenzione e sulle strade, pestaggi, uso di armi “meno letali” contro chi protesta e un crescendo di denunce da parte di ONG e media.</p>

<p>Questa escalation, nel pieno del secondo mandato <a href="/transit/tag:Trump" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Trump</span></a>, rischia di trasformarsi non solo in un tema centrale delle prossime elezioni di <a href="/transit/tag:midterm" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">midterm</span></a> di novembre 2026, ma anche in un banco di prova per la tenuta stessa delle libertà civili negli Stati Uniti e altrove.​</p>

<p><strong>Dagli ultimi report di “Human Rights Watch” e di altre organizzazioni emergono quadri di detenzione sovraffollata, condizioni sanitarie degradate, pestaggi, uso di gas e granate stordenti contro chi protesta per cibo, acqua o cure mediche, fino a casi di morte evitabile in custodia</strong>.
Non parliamo solo di “mele marce”: in strutture come Fort Bliss in Texas o i centri in Florida, gli abusi appaiono sistemici, con intimidazioni, violenze fisiche e sessuali e pressioni perché le persone accettino la deportazione “volontaria”.</p>

<p><strong>Parallelamente, i dati mostrano che la grande maggioranza delle persone detenute non ha condanne per reati violenti, smentendo la narrazione di un’operazione mirata a “criminali pericolosi” e confermando piuttosto una logica di repressione di massa a fini politici</strong>.
L’uso mirato di ICE come strumento di terrore amministrativo verso migranti, comunità e attivisti finisce così per normalizzare uno stato d’eccezione permanente.​</p>

<p><img src="https://www.rollingstone.com/wp-content/uploads/2026/01/Ice_Minneapolis.jpg" alt="(MD2)"></p>

<p>Le proteste, in città come <a href="/transit/tag:Minneapolis" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Minneapolis</span></a>, Boston o New York dopo l’uccisione da parte di agenti ICE di <a href="/transit/tag:ReneeNicoleGood" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">ReneeNicoleGood</span></a>, hanno riportato al centro la questione del controllo federale sulla sicurezza e sull’ordine pubblico.
La risposta del governo (con la retorica di “legge e ordine”, invio della Guardia Nazionale e teorizzazione di ICE intorno ai seggi “per controllare i non cittadini”) mostra quanto <strong>la frontiera tra repressione migratoria e intimidazione politica sia ormai sottile</strong>.</p>

<p>Elettoralmente, il tema è a doppio taglio.
Da un lato galvanizza la base trumpiana, che vede nella durezza contro migranti e manifestanti un segno di forza; dall’altro, rischia di mobilitare un elettorato urbano, giovane, latino e afroamericano che ha già dimostrato di reagire alle violenze di polizia trasformando la rabbia in voto.</p>

<p>Per i <a href="/transit/tag:Democratici" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Democratici</span></a>, restare prudenti significa perdere credibilità; schierarsi apertamente contro ICE e la militarizzazione può però costare consensi in stati chiave dove la paura è diventata l’argomento centrale della destra.​</p>

<p>Sul piano giuridico, l’uso di <a href="/transit/tag:ICE" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">ICE</span></a> come braccio armato interno alimenta un clima da emergenza, ma non offre un appiglio legale reale per rinviare o annullare le elezioni di midterm di novembre 2026.
La data delle midterm è fissata dal Congresso, l’amministrazione è in mano agli stati e non esiste oggi alcun potere presidenziale diretto per sospenderle o cancellarle, come ricordano costituzionalisti e fact-check indipendenti che hanno demolito le allusioni a “Big Beautiful Bill” o a stati d’emergenza estesi.</p>

<p><strong>Il pericolo non è tanto l’annullamento formale del voto, quanto il suo svuotamento materiale: intimidazione ai seggi, presenze minacciose di agenti, gestione caotica delle proteste, nuove restrizioni sul diritto di manifestare e sorveglianza capillare possono ridurre l’affluenza e selezionare chi ha realmente la forza, o il coraggio, di recarsi alle urne</strong>.
È, in altre parole, <strong>una strategia di erosione lenta e progressiva della democrazia</strong>, che mira a rendere “normale” ciò che fino a ieri sarebbe stato impensabile.​</p>

<p>Quello che accade con ICE negli Stati Uniti non resta mai confinato entro i confini nazionali. Quando la prima potenza mondiale legittima campi di detenzione disumani, uso sproporzionato della forza e repressione violenta delle proteste, manda un messaggio potente a tutti i governi tentati dall’inasprire le proprie politiche di sicurezza: se lo fanno loro, lo possiamo fare anche noi.</p>

<p><strong>È così che, lentamente, il linguaggio dei diritti umani viene sostituito da quello del controllo; il migrante, il manifestante, il giornalista scomodo diventano variazioni di un’unica figura da neutralizzare.
Per questo la battaglia contro la violenza di ICE non riguarda solo chi rischia di finire su un pullman per il confine, ma chiunque tenga ancora a uno spazio pubblico in cui dissentire non sia considerato un reato, ma un diritto</strong>.​</p>

<p><a href="/transit/tag:ICE" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">ICE</span></a> <a href="/transit/tag:USA" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">USA</span></a> <a href="/transit/tag:Midterm" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Midterm</span></a> <a href="/transit/tag:Politica" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Politica</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiCivili" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiCivili</span></a> <a href="/transit/tag:DirittiUmani" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">DirittiUmani</span></a> <a href="/transit/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” <a href="https://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/deed.it" rel="nofollow">(qui)</a></p>

<p>Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a:
corubomatt@gmail.com</p>
]]></content:encoded>
      <guid>https://noblogo.org/transit/la-violenza-che-minaccia-le-midterm-di-novembre</guid>
      <pubDate>Fri, 16 Jan 2026 14:35:26 +0000</pubDate>
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