Il “lavoretto” fallo fare a tuo figlio
In Italia, quando i giovani studenti e le giovani studentesse delle superiori o ai primi anni di università durante l'estate lavorano part-time da cameriere, magazziniere, aiuto imbianchino, commesso, bagnino, animatore nei centri estivi o qualsiasi altro delle decine di lavori che i ragazzi svolgono per racimolare due soldi, letteralmente, e pagarsi le vacanze, si dice che fanno “un lavoretto”. Con questo stupido termine paternalistico e svilente, chi lo usa ammette, accetta o pratica lui stesso lo sfruttamento del lavoro.
Il “lavoretto” è sempre sinonimo di paga oraria da fame, la stessa percepita anche da qualche altro milione di lavoratori italiani, sempre rigorosamente in nero e con orari di lavoro assurdi da servi della gleba.
La mentalità del “lavoretto” è stata trasmessa ai figli da genitori fermi a 50 anni fa. Sono gli stessi genitori che convincono i figli ad accettare qualsiasi lavoro, indipendentemente dai loro studi o preparazione, con qualsiasi paga o contratto, perché “in fondo è sempre meglio di niente”; e a non lamentarsi mai, a non chiedere mai un aumento, a non chiedere maggiore sicurezza sul lavoro, a non chiedere che gli vengano pagati gli straordinari, a non prendere mai un permesso lavorativo, a sottostare a tutti i ricatti e le vessazioni di cui buona parte dei datori di lavoro italiani sono capaci.
Ma le impietose statistiche e ricerche sul mondo del lavoro ci dicono poi che i giovani che “si accontentano” e accettano fin da subito salari e contratti di lavoro non adeguati alla loro preparazione, studi e esperienza, nel corso della loro intera vita lavorativa fanno molta più fatica a migliorare le loro condizioni salariali e di lavoro in generale.
La cultura tossica del “lavoretto” e della gavetta, in una società in cui i giovani sono mediamente molto più istruiti, preparati e innovativi dei loro genitori, è roba da 1800. Allucinante.
Siamo “tutti bulicci col culo degli altri” dicono a Genova (perdonate il politically incorrect). Finché si tratta di sfruttare i figli degli altri va tutto bene, poi quando si tratta dei propri, tanti imprenditori chiedono raccomandazioni a destra e a manca, anche per figli totalmente incapaci, o li mettono direttamente a dirigere la propria azienda. Ciò ha la perversa conseguenza che il livello imprenditoriale medio, A.D. 2025, da noi è peggiore di quello del secolo scorso.
Mio figlio studia in Francia e in estate lavora per due o tre mesi per contribuire al suo mantenimento all'estero e per pagarsi le meritate, e spesso brevi, vacanze estive che si concede. Tante altre possibilità in famiglia non ne abbiamo.
In Francia non esiste il concetto di “lavoretto”. Esiste solo il concetto e la parola lavoro. Qualsiasi lavoro faccia, un ragazzo, studente o meno, part-time o full-time, 3 o 5 o 6 giorni alla settimana, anche senza alcuna esperienza, ha sempre un regolare contratto, con permessi retribuiti, straordinari pagati, riposi regolari e una paga almeno pari al salario minimo legale in vigore in Francia: 11,88 euro/ora lordi, circa 9 euro/ora netti. Cioè quanto prenderebbe un adulto neo-assunto a tempo indeterminato, con la stessa esperienza, nello stesso posto di lavoro per svolgere le stesse mansioni.
Prima del periodo estivo, in primavera, in quasi tutte le maggiori città della Francia si tengono delle vere e proprie fiere di settore dove imprese grandi, medie e piccole incontrano i giovani studenti disposti a lavorare durante il periodo estivo, per coprire le esigenze aziendali nel periodo di ferie dei suoi dipendenti.
La Francia ha una pressione fiscale alta quanto la nostra, i contributi complessivi pagati dai lavoratori (cotisations) sono più alti che da noi. Tutti pagano le tasse e lo stato sociale, il welfare, funziona abbastanza bene. La tassazione è realmente progressiva (2025): – da 0 € a 11.497 €: 0% – da 11.498 € a 29.315 €: 11% – da 29.316 € a 83.823 €: 30% – da 83.824 € a 180.294 €: 41% – oltre 180.294 €: 45%
I principi fondanti della Costituzione francese sono Liberté, Égalité, Fraternité. Tre ideali fondamentali e universali, chiari, netti e poco manipolabili. Chiunque vi si può appellare e ad essi può essere ricondotta e subordinata ogni legge. Non concedono ambiguità. Su questi principi i cittadini Francesi sono intransigenti.
L'art. 1 della nostra Costituzione sancisce che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ma l'art. 1 della nostra Costituzione è stato violentato, manipolato e vilipeso. L'art. 36 è solo un baffo di inchiostro che deturpa una pagina.
Perché le leggi lo hanno permesso e perché la cultura dell'illegalità, dell'egoismo e del “fottere il prossimo tuo” che ci contraddistingue si porta dietro l'idea che quel lavoro possa essere ...a qualunque costo, con qualunque paga e a qualunque condizione. Solo perché l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. E l'inevitabile corollario è che se un datore di lavoro, fulgido esempio dell'italica (im)prenditoria, magari commendatore o cavaliere del lavoro, ci da un lavoro qualunque e con qualunque salario, in fondo ci sta facendo un favore.
Now playing: “Talking to Myself” Sirena – Cousteau – 2002
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