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from La biblioteca di Amarganta

Avviso sul ritardo!

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera &, creatore Antonio Basioli

Buona notizia! Non interromperò il blog! Quindi tranquilli. Continuerò nella mia opera di divulgazione.

Brutta notizia, purtroppo non lo farò nel breve termine a causa di impegni di lavoro, che mi tengono impegnato tutto il giorno. Tuttavia, miei “quindici lettori” vi informo che ho già impostato i temi di altri articoli, fra cui anche quelli pertinenti alle lettere E e F, dove consoceremo più approfonditamente diversi personaggi.

Vi ringrazio per il vostro supporto!

Rimanete in attesa!

 
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from Bymarty

📒Dal mio diario...

✍️Oggi è 25/03/2020... Siamo al ventesimo giorno di Isolamento e chiusura scuola! C'è ansia, tensione, compiti, tempo brutto, mio marito che va a lavorare e ogni giorno è un' incognita, io no! Allora oggi mio figlio mi ha detto una cosa bellissima! Mi sono innervosita, l'ho rimproverato, non riesco a non farlo, perché sono piena di rabbia e paura.. così ha iniziato a piangere, mi ha chiesto di abbracciarlo, ed io l'ho fatto, come cerco di farlo ogni giorno, ogni momento e mentre lui piangeva e pure io , mi ha detto! Mamma sono felice e mi sento al sicuro fra le tue braccia! Mi sono sciolta davvero! Non me lo aspettavo, non immaginavo, ma so che è di una sensibilità incredibile, è dolce , tenero, umile, è tutta la mia vita! La parte migliore di me! Poi ha continuato dicendo, che le sue erano lacrime di gioia, è stato un momento bello, intenso, quasi innaturale, ma eravamo solo noi due, è la cosa più importante per me è vederlo crescere, cambiare, a volte mi fa arrabbiare, ma credo sia normale, anch'io sbaglio sempre, ultimamente sono stanca, stressata per questa situazione, per fortuna che ci sono i cellulari, il PC, Skype, così possiamo vederci con le mie nipotine! E poi la scuola, i compiti, le video lezioni, ottima cosa perché i bambini hanno bisogno di questo contatto con le maestre e i compagni. Con la prof. di italiano sta andando bene, da domani iniziano Inglese, chissà speriamo bene..che altro! Tra due settimane sono le Palme, credo, ormai ho perso la cognizione del tempo, feste, ecc. Ormai son state cancellate feste, ricorrenze e se sopravviveremo , superando questa pandemia, passeremo alla storia e riusciremo a ricominciare tutto da capo! Saremo diversi, più maturi, freddi, egoisti, più attaccati alla vita o più timorosi? Chissà! Ieri è morto il mio prof di fisica, Lippolis, che tristezza, si muore anche in solitudine...E mentre mio figlio dorme ed io lo guardo, prego e spero che davvero ci sia qualcuno a darci ogni giorno la forza e il coraggio per andare avanti!✨

 
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from Faccia Da Cubo

Il cubo di Rubik è un gioco di logica e matematica, perciò ha un linguaggio tutto suo da imparare. Gli algoritmi, che sono delle istruzioni testuali, la cui grammatica si chiama “notazione”. Anche gli scacchi hanno una notazione conosciuta a livello internazionale come “notazione algebrica”, che traduce il gioco da visuale a scritto. Ad esempio, “1. e4 e5, 2. Nf3 Nc6” indica il posizionamento del pedone bianco e nero, e del cavallo bianco e nero, a inizio partita, ecco perché si può giocare via internet o per corrispondenza. Io gioco a scacchi ma siccome qui parlo del cubo, la notazione algebrica è solo un esempio per mostrare il concetto di “disegno tradotto in scritto”. Anche nel cubo, la notazione usa posizione e orientamento della faccia su cui il movimento si sta concentrando. F frontale, R destra, L sinistra, U superiore, D inferiore, B posteriore. Un algoritmo quindi è un insieme di mosse, con le direzioni indicate. Le facce del cubo hanno solo tre rotazioni: 90 gradi in senso orario, 90 gradi in senso antiorario, 180 gradi. Prendiamo in esempio il movimento della faccia frontale.

  • F: questa dicitura indica un giro di 90 gradi in senso orario.
  • F': 90 gradi in senso antiorario. Si pronuncia “primo”, e usa l'apostrofo dopo la lettera. Anche se per la lettura coi sintetizzatori vocali per ciechi mettiamo il segno ° se no l'apostrofo non viene pronunciato.
  • F2: rotazione di 180 gradi.

Un esempio di algoritmo? In gergo si chiama “sexy move”, se ne parlerà più avanti...

R U R' U' Indica quattro movimenti: destra e superiore in senso orario, poi destra e superiore in senso antiorario.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

I vecchi linguaggi: il Cobol

Il linguaggio COBOL: storia, evoluzione e persistenza di un pilastro dell’informatica gestionale. Nella storia dell’informatica pochi linguaggi hanno avuto un impatto tanto duraturo quanto COBOL, acronimo di Common Business-Oriented Language. Nato in un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze e la programmazione era ancora una disciplina in formazione, COBOL fu progettato con un obiettivo molto chiaro: rendere l’informatica uno strumento affidabile per la gestione delle attività economiche e amministrative. Più di sessant’anni dopo la sua nascita, continua a rappresentare l’infrastruttura invisibile su cui poggiano sistemi bancari, assicurativi e governativi di tutto il mondo. Comprendere COBOL significa quindi comprendere una parte fondamentale dell’evoluzione dei sistemi informativi moderni. La genesi di COBOL risale alla fine degli anni Cinquanta, in un periodo in cui l’informatica stava passando da una dimensione puramente scientifica e militare a una più ampia applicazione nel mondo delle imprese. I linguaggi esistenti, come FORTRAN o Assembly, erano potenti ma poco adatti alla gestione di grandi quantità di dati amministrativi. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti promosse quindi nel 1959 la creazione di un linguaggio standard orientato alle applicazioni commerciali. Il progetto venne sviluppato da un consorzio di aziende e istituzioni riunite nel comitato CODASYL, Conference on Data Systems Languages. Tra le figure che influenzarono profondamente il progetto vi fu la pioniera dell’informatica Grace Hopper, già nota per il suo lavoro sui compilatori e sulla possibilità di avvicinare il linguaggio umano alla programmazione. L’idea alla base di COBOL era radicale per l’epoca: creare un linguaggio che assomigliasse all’inglese scritto, in modo che il codice potesse essere compreso anche da analisti e dirigenti aziendali. Questa filosofia portò alla nascita di una sintassi molto descrittiva, basata su frasi leggibili e strutture verbali chiare. Le istruzioni non erano stringhe di simboli criptici ma vere e proprie proposizioni, come ADD AMOUNT TO TOTAL oppure IF BALANCE IS GREATER THAN LIMIT. L’obiettivo era ridurre la distanza tra il linguaggio della gestione aziendale e quello della macchina. I primi standard di COBOL vennero pubblicati nel 1960 e trovarono rapidamente applicazione nei sistemi informativi delle grandi organizzazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, con l’espansione dei computer mainframe prodotti da aziende come IBM, COBOL divenne il linguaggio dominante per le applicazioni amministrative. Le imprese lo utilizzavano per elaborare paghe, gestire contabilità, registrare transazioni e amministrare archivi di clienti e fornitori. In un’epoca in cui le operazioni venivano eseguite tramite elaborazioni batch, spesso durante la notte, COBOL si dimostrò particolarmente efficiente nella gestione di grandi file sequenziali di dati. La struttura del linguaggio rifletteva questa vocazione organizzativa. Un programma COBOL era diviso in sezioni ben definite chiamate divisioni. L’Identification Division conteneva le informazioni sul programma e sul suo autore, l’Environment Division descriveva l’ambiente hardware e i dispositivi di input e output, la Data Division definiva tutte le strutture dati utilizzate dall’applicazione e la Procedure Division racchiudeva la logica operativa. Questa suddivisione non era soltanto una scelta tecnica ma anche metodologica: imponeva una disciplina progettuale che facilitava la manutenzione e la collaborazione tra programmatori. Un’altra caratteristica storica di COBOL era il formato a colonne del codice sorgente, derivato direttamente dall’uso delle schede perforate. Le prime sei colonne erano dedicate ai numeri di sequenza delle schede, la settima indicava commenti o istruzioni particolari e le colonne successive contenevano il codice vero e proprio. Questo formato, oggi apparentemente anacronistico, rappresentava all’epoca una soluzione pratica per gestire fisicamente i programmi composti da centinaia o migliaia di schede. Durante gli anni Settanta COBOL si consolidò come linguaggio standard dell’informatica gestionale. Gli istituti bancari, le compagnie assicurative e le grandi amministrazioni pubbliche costruirono i propri sistemi informativi basandosi su programmi COBOL eseguiti su mainframe. La ragione di questo successo era duplice: da un lato il linguaggio offriva una straordinaria stabilità, dall’altro permetteva di modellare con precisione le strutture dei dati amministrativi. Le sue definizioni di record e campi erano particolarmente adatte alla rappresentazione di archivi contabili e anagrafici. Con l’avvento dei personal computer e dei linguaggi di programmazione più moderni negli anni Ottanta e Novanta, molti osservatori predissero la scomparsa di COBOL. In realtà accadde il contrario. Le infrastrutture informatiche costruite nei decenni precedenti erano diventate talmente centrali per il funzionamento delle organizzazioni da rendere impraticabile una sostituzione completa. Migliaia di applicazioni continuavano a gestire operazioni quotidiane fondamentali: trasferimenti bancari, calcolo degli interessi, emissione di polizze assicurative, gestione fiscale e previdenziale. Un momento emblematico della persistenza di COBOL fu la crisi informatica legata al passaggio all’anno 2000. Molti programmi scritti decenni prima utilizzavano campi di data a due cifre per rappresentare l’anno, e il rischio di errori nel passaggio dal 1999 al 2000 costrinse aziende e governi a un enorme sforzo di revisione del codice. In quel periodo il linguaggio tornò al centro dell’attenzione mondiale e migliaia di programmatori COBOL vennero richiamati o formati per aggiornare sistemi critici. L’episodio dimostrò quanto profondamente questo linguaggio fosse radicato nell’infrastruttura informatica globale. Ancora oggi una parte significativa delle transazioni finanziarie internazionali viene elaborata da sistemi scritti in COBOL. I mainframe continuano a eseguire applicazioni sviluppate decenni fa, spesso integrate con tecnologie più recenti attraverso interfacce e servizi. In molte banche il sistema centrale che gestisce conti correnti, movimenti e registrazioni contabili è ancora basato su programmi COBOL estremamente affidabili. Questi sistemi sono stati migliorati e aggiornati nel tempo, ma la logica fondamentale rimane quella originaria. L’evoluzione del linguaggio non si è comunque fermata. Gli standard più recenti hanno introdotto funzionalità orientate agli oggetti, supporto per ambienti distribuiti e integrazione con linguaggi moderni. Compilatori contemporanei permettono di eseguire codice COBOL su piattaforme diverse dai tradizionali mainframe, inclusi server Linux e infrastrutture cloud. Questa capacità di adattamento ha contribuito a prolungarne la vita operativa, consentendo alle organizzazioni di mantenere il patrimonio software esistente senza rinunciare all’innovazione tecnologica. Dal punto di vista storico, COBOL rappresenta un caso unico nell’evoluzione dei linguaggi di programmazione. Non è stato progettato per la sperimentazione accademica né per l’ottimizzazione algoritmica, ma per la gestione concreta delle attività economiche. Il suo successo dimostra che, nel mondo dell’informatica, la longevità di una tecnologia dipende spesso più dall’affidabilità e dalla stabilità che dalla modernità della sua sintassi. Per milioni di utenti che ogni giorno effettuano pagamenti, ricevono stipendi o utilizzano servizi bancari digitali, COBOL rimane una presenza invisibile ma fondamentale. È il linguaggio che ha contribuito a costruire l’infrastruttura amministrativa dell’era digitale e che continua, silenziosamente, a sostenerla.

 
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from Pensiero Sovrano

Fatti. Sempre solo fatti

“Conta quello che si fa, non quello che si dice.” Cesare Pavese, con questa frase, ci ha lasciato un testamento morale che risuona oggi più che mai.. Viviamo in un’epoca in cui le parole scorrono veloci, si moltiplicano nei social, rimbalzano nei talk show e riempiono i discorsi quotidiani. Ognuno sembra avere la propria opinione pronta da lanciare nell’etere, ma pochi hanno la forza di sostenere ciò che dicono con i fatti. Il rischio è che ci si abitui a una sorta di bulimia verbale: un mare di frasi che affogano l’essenza del vivere. Invece, ciò che davvero resta, ciò che lascia il segno, non è mai una dichiarazione brillante, ma un gesto concreto. Le promesse senza azioni diventano gusci vuoti, come coriandoli lanciati al vento: colorati, forse belli per un istante, ma destinati a dissolversi senza lasciare traccia. Pensiamo a quante volte abbiamo sentito dire “domani inizio”, “un giorno cambierò”, “da lunedì comincio una nuova vita”. Frasi rassicuranti, che danno l’illusione del movimento. Eppure, se restano solo sospese nell’aria, non hanno alcun peso. È il passo che conta, non il pensiero del passo. È la scelta, anche piccola, anche imperfetta, a cambiare il corso delle cose. La verità è che l’azione è sempre più scomoda della parola. Agire significa esporsi, rischiare, faticare, fallire. Parlare, invece, costa poco: basta aprire la bocca, digitare due righe, lanciare un proclama. Ma quando si compie un gesto, per quanto minimo, si imprime nella realtà un cambiamento che nessun discorso potrà mai eguagliare. Nella vita quotidiana, questo principio è lampante. Un amico che ti promette aiuto ma non si fa mai vedere non è un amico: lo è, invece, chi non parla tanto ma compare quando serve. Un leader non si riconosce dai discorsi pieni di retorica, ma dalle scelte difficili che ha il coraggio di prendere. Un amore non è fatto di mille dichiarazioni, ma della presenza costante, delle attenzioni pratiche, della disponibilità a esserci. Eppure, continuiamo a dare più importanza a chi sa parlare bene piuttosto che a chi agisce e questa è la differenza. Forse perché le parole ci incantano, ci fanno sognare e ci danno la sensazione che qualcosa stia cambiando. Ma se dietro non ci sono mani che costruiscono, gambe che camminano, cuore che resiste, resta solo un castello di sabbia pronto a crollare alla prima onda. Oggi, più che mai, serve ribaltare la prospettiva. Non importa quanti proclami facciamo, quante frasi motivazionali condividiamo, quante volte diciamo “ci credo”. Importa quello che riusciamo a mettere in campo. Importa se, invece di annunciare progetti, cominciamo a realizzarli. Importa se smettiamo di promettere e iniziamo a mantenere. Il mondo non ha bisogno di altri discorsi, ha bisogno di esempi. Non ha bisogno di chi parla di coraggio, ma di chi lo pratica. Non ha bisogno di chi invoca il cambiamento, ma di chi lo incarna. Non ha bisogno di teorie infinite, ma di piccoli atti quotidiani che, sommati, trasformano davvero la realtà. Agire non significa essere perfetti, anzi, spesso significa sbagliare, cadere, ricominciare. Ma anche l’errore è un fatto, e vale più di cento parole mai messe in discussione. Perché un errore ti insegna, una promessa non mantenuta ti illude. La coerenza, in fondo, è questa: trasformare il pensiero in azione. Non sempre riusciremo a fare tutto quello che diciamo, ma dobbiamo almeno provarci. E nel provarci, nel metterci in gioco, troviamo il vero valore della nostra esistenza. Se vogliamo cambiare il mondo, iniziamo dal nostro piccolo mondo. Se vogliamo dare l’esempio, facciamolo con un gesto, non con una frase. Perché le parole possono ispirare, ma i fatti costruiscono. E ciò che resta, ciò che segna, ciò che verrà ricordato, non sarà mai quello che abbiamo detto, ma quello che abbiamo fatto. In definitiva, Pavese aveva ragione: contano i fatti, non le parole. Le parole possono accompagnare, certo, ma solo come eco di azioni autentiche. Non smettiamo di parlare, ma impariamo a fare. È lì, nei fatti, che si misura la nostra verità.

 
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from Alviro

Non è la pace dei diplomatici, quella che si firma sui tavoli verdi dopo notti insonni di trattative, quando le parole sono ormai logore come monete spese troppo a lungo. Non è neppure il sogno dei profeti, quella riconciliazione cosmica in cui le nature stesse si trasfigurano e il lupo si corica accanto all'agnello in una sorta di dolcezza innaturale e forse, in fondo, un po' stucchevole.

No, la pace che possiamo sperare di comprendere è cosa più umile e più vera. Assomiglia piuttosto a ciò che proviamo quando, placata finalmente la tempesta delle passioni, smaltita l'ebbrezza dell'eccitazione che ci teneva tesi come archi, scopriamo nel nostro stesso cuore un vuoto stanco, una distesa silenziosa dove le parole faticano a nascere e quelle che nascono parlano solo di un immenso sollievo, di una fatica che è insieme svuotamento e pienezza. È la pace che segue non alla vittoria, ma alla fine della tensione.

Questa pace, se deve venire, non la si può costruire con artifici, né imporre con decreti. Essa richiede un abbandono, una fiducia nel terreno stesso dell'esistenza. E così la immagino: come spuntano i fiori selvatici in un campo che non li ha seminati. All'improvviso, senza preavviso, senza che alcuna volontà li abbia voluti, ma nel momento stesso in cui il campo – la terra arida, il solco stanco – ne ha più bisogno. È una pace che nasce dalla necessità profonda delle cose, non dai calcoli degli uomini. Una pace selvatica, appunto: non addomesticata dai nostri progetti, non ridotta a schema, ma viva, imprevedibile e inevitabile come la primavera.

 
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from Il Mondo Positivo

Genere: fiction drama Ambientazione: Bugdom, USA. Evelyn Sloan e Reginald Moore, americani, fidanzati. hanno dei sogni, che Trump infrange a colpi di decreti...

Nessuno spazio

Si sentiva proiettata nel futuro, #Evelyn Sloan. Quella laurea ottenuta lavorando sodo, le faceva credere che quel posto di ricercatrice le appartenesse già. Lì vicino a casa, il più importante centro di ricerca degli Stati Uniti era pronto ad accoglierla. “Teniamo il mondo nelle mani”, diceva al suo fidanzato. Lui, Reginald Moore, aveva appena dato l'ultimo esame in un master in criminologia a cui teneva più della sua vita e anche lui si sentiva certo dell'esito. Ma quando #Reg aprì il portatile e consultò la posta elettronica, sbatté forte il pugno sul tavolo: “Cazzo! Cazzo! Maledetti!” La graduatoria si mostrò impietosa: primo posto Adriano La Scala, italiano, bianco. Reginald Moore, nero, era in ultima posizione. “Vaffanculo, Turnpike”, sbottò Reg, spostando il laptop da un lato; “ti sei venduto al Presidente...” “Io non lo capisco”, sospirò Evelyn; “il tuo supervisore ce l'ha a morte con gli stranieri, poi ha premiato un italiano.” “Un bianco”, la corresse Reg; “evidentemente #Adri è più degno di me, non c'è altra spiegazione. Lecca di più i piedi ai capi.” “Nemici e amici”, Evelyn gli lanciò un sorriso. “Ti conosco, non far finta di odiarlo che in fondo in fondo tu e Adri vi volete un sacco di bene.” “Qualche birra insieme, qualche notte, sì, ci siamo visti spesso, ma da qui a...” Reg si nascose il volto tra le mani, non serviva più aggiungere altro. “Fosse per me sarei già scappato all'estero, da quando quel bastardo ha preso il potere un'altra volta. Ma tu... mi tieni bloccato...” Evelyn si accigliò; non aveva mai sentito Reginald parlarle così. “A te dà fastidio che io emerga quando tu fallisci, non è vero? Ti rode che una donna possa...” “Ti mangeranno viva, tra medici e ricercatori è un branco di squali! Tu non hai proprio idea!” Evelyn non era tipo da farsi affrontare in questo modo, e si chiuse in bagno col telefono. Anche lei aspettava notizie dall'istituto di ricerca, e quello che trovò le fece lanciare un urlo liberatorio: “Italia! Bugliano! Arrivo!” “Ti sei messa a tifare una squadra, adesso? Cos'è questo urlo?” “Incarico”, disse lei cercando l'abbraccio di Reginald. “Possiamo mandare al diavolo Trump tutti e due. Ce ne andiamo in Italia. Così tu vedi il tuo amico e lo prendi a pugni una volta per sempre, io mi metto a fare ricerca sul serio. IBUOL, Reg! International Bugliano University Of Life! La migliore!”

 
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from differxdiario

piove. le tre di notte. gli assertivi frusciano fuori dalla finestra. fanno i versi della piccola editoria, poi della media, poi della grande.

poi fanno la civetta, un'onomatopea curiosa, con il 20% di quota feltrinelli nel consiglio d'amministrazione.

vogliono prudere negli occhi degli agenti, che li piazzano, poi (col tempo) che li piazzino, e poi ancora, scemando: che li avrebbero piazzati se.

pop up, il contratto scade proprio sul filo dell'arrivo. gli si spiaccicano blocchi blob di sinapsi fuori dall'osso frontale slanciati oltre il traguardo. come in sogno.

arrivano a trieste su un treno che fuma, non sanno da che parte sta il confine, se venezia è presa o persa. arrivano a firenze ma è sbagliata. arrivano a milano con un fascio di glicemia sotto il braccio, da mostrare al cro-magnon maurizio intronato a un bar della stazione, però no, forse a monza, comunque rigido con un cappello da alpino in capo e un'asta metallica di flebo che gli tiene in vita le gengive. in parte.

btw, la flebo è caricata a versi giovanili, di milo, di vittorio, di rutilio, da petrolio.

la finestra sbatte a ritmo contro la nebbia. il vetro se ci fosse si fracasserebbe. la casa si allontana e il bianco se la mangia via.

 
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from Transit

(211)

(DLA1)

Dopo il voto di oggi al Senato, il decreto legge «antisemitismo» entra nella sua seconda fase: il testo passa ora alla Camera, dove la maggioranza punta a confermarne l’impianto senza modifiche sostanziali, blindando in via definitiva la nuova cornice giuridica su antisemitismo e critica a Israele.

All’inizio di questo post voglio essere chiaro su un punto essenziale: criticare lo Stato di Israele per la sua condotta a #Gaza e in #Cisgiordania non significa, in alcun modo, essere antisemiti. L’antisemitismo è un odio antico e pericoloso che va combattuto con la massima determinazione, ma proprio per questo non può essere usato come scusa per zittire chi denuncia bombardamenti su civili, occupazione militare, annessione di territori e violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Il decreto «antisemitismo» non è più solo una minaccia: oggi il Senato lo ha approvato, confermando in aula l’impianto liberticida già emerso nei lavori della “Commissione Affari costituzionali” e facendo un passo decisivo verso la trasformazione della critica a Israele in sospetto di odio razziale. Il testo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già al centro di durissime critiche perché, in concreto, tende a far passare come “antisemita” ogni critica radicale al sionismo e alle politiche del governo israeliano, compresa la denuncia di apartheid, annessione della Cisgiordania e pulizia etnica a Gaza.

(DLA2)

Nonostante gli appelli di giuristi, associazioni per i diritti umani e pezzi importanti della società civile, la maggioranza ha tirato dritto, respingendo gli emendamenti delle opposizioni che provavano almeno a limitare i danni di una norma che confonde deliberatamente dissenso politico e razzismo.

Rispetto alla versione iniziale, alcune delle disposizioni più sfacciatamente repressive sono state limate per evitare una bocciatura immediata davanti alla Corte costituzionale, in particolare quelle che prevedevano in modo esplicito il divieto di manifestazioni pubbliche anti ebree e l’inasprimento delle sanzioni contro personale scolastico e universitario critico verso Israele.

Ma il cuore del problema è rimasto intatto: l’adozione piena della definizione #IHRA e l’inquadramento dell’antisemitismo in una logica securitaria che consente di trattare le manifestazioni contro la politica israeliana come minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

“Amnesty International”, tra gli altri, ha avvertito che così si soffocano il dibattito pubblico, l’accademia, la libertà di associazione e di protesta, perché chi denuncia crimini di guerra, apartheid e genocidio rischia di essere equiparato per legge a chi diffonde odio antiebraico.

Considero l’antisemitismo uno dei veleni più persistenti della storia europea, da combattere con decisione nella scuola, nella cultura, nei media, nella vita quotidiana. Proprio per questo trovo gravissimo che la memoria della “Shoah” e la sacrosanta lotta all’antisemitismo vengano piegate a diventare scudo di uno Stato che oggi bombarda, assedia, occupa, annette, e che pretende immunità morale e politica in nome delle proprie vittime passate.

Difendere gli ebrei dall’odio non significa blindare il governo #Netanyahu dalle sue responsabilità, né trasformare in reato di opinione chi usa parole dure (come genocidio, apartheid, pulizia etnica) per descrivere ciò che accade sul terreno in #Palestina.

In uno Stato che voglia dirsi democratico, criticare Israele per la sua condotta deve essere non solo possibile, ma necessario, esattamente come si critica qualsiasi altro governo quando calpesta il diritto internazionale e i diritti umani.

Con il voto di oggi, il governo Meloni mostra ancora una volta il suo vero volto: non quello del presunto baluardo di libertà, ma quello di un potere che piega le leggi alla ragion di Stato filo-israeliana, subordina i diritti costituzionali alla fedeltà a un alleato e considera il dissenso un problema di ordine pubblico da neutralizzare.

Il testo ora proseguirà il suo iter alla Camera, dove la stessa maggioranza che l’ha imposto al Senato punta a blindarlo in tempi rapidi, respingendo le richieste di cambiamento di chi chiede almeno di separare chiaramente antisemitismo e critica legittima a Israele.

Ma qualunque sarà la forma finale, una cosa è già chiara: oggi Palazzo Madama ha votato non solo un disegno di legge, ha votato un messaggio politico preciso (in Italia si può dire “mai più” solo se non disturba gli equilibri geopolitici) e la libertà di parola finisce dove comincia l’interesse del governo a non irritare Tel Aviv e Washington.

#Blog #GovernoMeloni #DLAntisemitismo #Politica #Italia #Opinioni

 
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from differxdiario

credo che un giorno andrà (forse) da qualcuno scritta la storia, la non piccola avventura, letteralmente mondiale e non solo in area anglofona, degli spazi in rete su blogspot/blogger attivati dagli autori di ricerca, prosatori estranei al mainstream, visual poets, autori di googlism eccetera.

non solo per ciò che quei blog hanno significato (da inizio millennio) come stagione di produzione di testi, materiali verbovisivi, flarf, scrittura concettuale, asemic writing, fotografie, glitch e quant’altro, ma anche come tessitura di relazioni di amicizia, di dialogo, di discussione e condivisione. [prima e meglio e più solida(l)mente dei social, aggiungerei].

di séguito, pochissimi link / esempi, davvero una manciata minima, per ‘the flux i share’:

https://differx.noblogs.org/2026/03/01/pochissimi-link-esempi-per-the-flux-i-share/

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Conclusa l'Operazione Shield VI, nel mirino traffico illecito di farmaci contraffatti, sostanze dopanti e dispositivi medici illegali

In Italia oscurati 100 siti web che commercializzavano farmaci illegali

L' Operazione annuale “Shield” giunta alla sua sesta edizione (VI), coordinata da #Europol, è stata condotta da aprile a novembre 2025, con focus sul contrasto del traffico illecito di farmaci contraffatti, sostanze dopanti e dispositivi medici illegali.
L'azione è stata guidata dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute (NAS), che ha assunto il ruolo di co-leader di Europol, con il supporto dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e di diverse organizzazioni internazionali come WADA, OLAF, Interpol e EUIPO.

L’operazione ha coinvolto 30 Paesi, ed ha portato al sequestro di oltre 10 milioni di unità di farmaci, prodotti dopanti, dispositivi medici e integratori alimentari, per un valore commerciale stimato in circa 33 milioni di euro. Sono stati individuati 5 laboratori clandestini e 10 centri di assemblaggio illegali, disarticolati 43 gruppi criminali e deferiti 3.354 soggetti all’autorità giudiziaria.

In Italia, sono stati effettuati 91 accertamenti investigativi, 3 arresti, e sequestrati 2.800 confezioni e 18.000 unità posologiche di farmaci (tra dimagranti, antibiotici, farmaci per la disfunzione erettile, botulino) e 1.800 confezioni e 4.500 unità di sostanze dopanti. Sono state inoltre eseguite quasi 100 azioni di oscuramento di siti web che vendevano farmaci illegali online, grazie a un’intensa sorveglianza telematica.

L’attività antidoping ha riguardato circa 11.000 controlli su atleti, sia in competizione che fuori, con 7 positività rilevate. L’operazione ha evidenziato un forte traffico di farmaci contenenti ossicodone, semaglutide e botulino, spesso destinati a centri estetici non autorizzati.

#Shield #ComandoCarabinieriperlaTuteladellaSalute #NAS

 
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from Alviro

Bisogna possedere, in qualche misura, la fame del povero per assaporare davvero l’opulenza del ricco; poiché il piacere non nasce dall’abbondanza in sé, ma dal contrasto tra desiderio e soddisfazione. L’uomo che non ha mai conosciuto la mancanza tende a considerare il superfluo come un diritto naturale, e ciò che dovrebbe suscitare meraviglia scivola nell’abitudine con la stessa rapidità con cui una verità evidente diventa invisibile per eccesso di familiarità.

La ricchezza, priva del ricordo della privazione, si trasforma in un’arida contabilità di oggetti; ma quando è preceduta dall’esperienza del bisogno, ogni bene acquista una sorta di luminosità morale. Non è la quantità delle cose possedute a determinare la gioia, bensì l’intensità con cui esse colmano un’assenza. Il povero, abituato a misurare il mondo con il metro della necessità, sa riconoscere il valore di ciò che riceve; il ricco, se ignora tale misura, rischia di vivere circondato da tesori che non significano nulla.

Vi è dunque una lezione paradossale in questa osservazione: la felicità non segue docilmente la prosperità materiale. Essa richiede, per così dire, una memoria della fame. Senza questa memoria, l’abbondanza diviene monotonia; con essa invece, anche il semplice pezzo di pane può avere un sapore delizioso. Perché, in fondo, la ricchezza senza appetito è come una biblioteca in una casa dove nessuno sa leggere: un ornamento rispettabile, ma del tutto inutile.

 
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from Transit

(210)

(K1)

La morte di #Khamenei apre una fase di incertezza strutturale per il sistema iraniano, più che una finestra lineare verso la democrazia. Il potere formale passa a un consiglio ad interim in attesa che l’ “Assemblea degli esperti” scelga una nuova guida, ma il baricentro reale resta nella convergenza (o nello scontro) tra burocrazia religiosa e apparato di sicurezza.

L’assenza di un erede designato e la natura personalistica del ruolo rendono la successione un momento potenzialmente caotico, in cui aree di regime e opposizioni in esilio cercheranno di capitalizzare il vuoto.

Per la società iraniana, già provata da anni di repressione sanguinosa delle proteste, il lutto ufficiale convive con un sentimento diffuso di stanchezza e rabbia, non necessariamente organizzato ma profondo.

Una transizione democratica richiede però soggetti concreti, non solo un “momento favorevole”: esiste un arcipelago di attori come riformisti interni, opposizione organizzata all’estero, reti civili femministe e studentesche, ma sono divisi, sospettosi tra loro e privi di meccanismi condivisi per il dopo-regime.

(K2)

Il rischio immediato è che la continuità autoritaria, con un leader più debole ma un apparato spregiudicato, appaia la soluzione meno costosa per chi detiene le armi.

L’Occidente può facilitare, non sostituire, un processo di democratizzazione, evitando che la morte di Khamenei sia letta solo in chiave militare e securitaria: gestire il “rischio” rischia di accettare un nuovo autoritarismo prevedibile.

Un ruolo utile passa da sostegno politico e tecnico a piani di transizione iraniani (road map laiche e pluraliste già elaborate), apertura mirata a società civile, media indipendenti, sindacati e università, e revisione delle sanzioni che riduca l’impatto sui cittadini colpendo selettivamente le strutture repressive.

Meno “Regime Change”, più garanzie per chi si espone: canali sicuri per l’esilio, protezione per i difensori dei diritti umani, riconoscimento rapido di un governo di transizione rappresentativo. Anche in uno scenario ideale, la democrazia iraniana resterà un cammino lungo e intermittente, ma le scelte occidentali nei prossimi mesi possono renderlo percorribile.

#Blog #Khamenei #Iran #Occidente #Geopolitica #Opinioni

 
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from Transit

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(IR1)

Gli #USA e #Israele hanno colpito l’ #Iran nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2026, inaugurando una nuova e pericolosa escalation nel Medio Oriente che non intacca le fondamenta del regime teocratico di #Teheran, ma semina caos e illusioni.

Alle prime ore del mattino italiano, intorno alle 7, Washington e Tel Aviv hanno lanciato l’operazione “Ruggito del Leone”: raid aerei coordinati su siti missilistici, nucleari e comandi di leadership politico-militare, con gli Usa mirati a infrastrutture strategiche chiave come complessi di arricchimento uranio e depositi di droni, e Israele che ha esteso i bersagli a quartier generali dei Pasdaran e figure di vertice, colpendo anche nel cuore di Teheran.

L' Iran ha reagito con una raffica di missili balistici su Israele, intercettati in gran parte dalla “Iron Dome”, e su basi americane in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, causando decine di morti tra i civili iraniani, inclusi studenti in una scuola bombardata a Minab nel sud del Paese, e la chiusura immediata dello spazio aereo nazionale.

#Trump e #Netanyahu presentano l’attacco come “preventivo” per fermare il programma atomico iraniano, con messaggi diretti al popolo di Teheran: “Rivolgetevi contro il regime oppressore”, mentre l’ #Onu ha convocato un vertice d’urgenza bollato come “ricetta per il disastro”, #Ue, #Russia e #Cina chiedono il cessate il fuoco, con Mosca e Pechino che accusano Washington di destabilizzazione calcolata per ridisegnare gli equilibri regionali.

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I mercati hanno reagito con un balzo del petrolio del 10-25%, spinto dal premio rischio, e scenari catastrofici se lo Stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del greggio mondiale, venisse bloccato, con l’Opec che discute aumenti di produzione per arginare i picchi, ma l’instabilità cronica si traduce in inflazione galoppante, squilibri energetici e pressione sui bilanci pubblici delle economie fragili del Golfo e oltre.

I raid alimentano la propaganda del regime come “vittima dell’imperialismo occidentale”, legittimando ondate di repressione contro un dissenso interno già vivo: donne che sfidano l’hijab obbligatorio, studenti in rivolta contro la corruzione, operai esausti da austerity e inflazione.

Un intervento esterno non smantellerà un sistema radicato su apparati di sicurezza feroci, clero onnipotente e controllo sociale capillare: al contrario, prolungherà l’agonia, incentivando ricatti nucleari, “proxy wars” in #Yemen, #Siria e #Libano, e un circolo vizioso di vendette, con solo il popolo iraniano, e la sua resilienza silenziosa accumulata in decenni di proteste pagate a caro prezzo, che potrà forgiare il proprio destino. Non lo faranno di certo droni lontani o tweet dalla Casa Bianca.

Questa ennesima esplosione di violenza rivela lo stato tragico del nostro mondo: un’umanità perennemente inchiodata a conflitti asimmetrici, dove superpotenze scaricano bombe su nazioni esauste, fingendo di seminare democrazia mentre coltivano solo macerie e petrolio. Il Medio Oriente non è un’eccezione, ma un laboratorio crudele: qui, come in #Ucraina o #Gaza, i civili, iracheni ieri, iraniani oggi, pagano il prezzo di egemonie che si rinnovano solo nei nomi, in un ciclo infinito di vendette intergenerazionali dove la pace resta un optional sacrificato su altari di gasdotti e testate.

Finché l’umanità non imparerà a spegnere le fabbriche di droni e a sedersi, invece a tavoli di reale diplomazia, quella della pace e non di parole vuote e retoriche, il 2026 resterà anno di un fallimento globale.

#Blog #USA #Israele #Iran #Medioriente #Geopolitica #World #Opinioni

 
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from Alviro

Prendere due emozioni e metterle nello stesso petto è una di quelle imprudenze che l’umanità commette con una costanza ammirevole. Amo e odio. Non in successione, come se la ragione avesse concesso il turno a ciascuna; ma simultaneamente, come due sovrani rivali che governano lo stesso territorio senza mai firmare un trattato.

Ci si potrebbe domandare come sia possibile una simile incoerenza. La domanda è legittima, benché presupponga che l’animo umano sia una costruzione logica. Non lo è. Se lo fosse, avremmo risolto i nostri dilemmi sentimentali con la stessa facilità con cui risolviamo un’equazione. Invece, il cuore possiede una straordinaria indifferenza verso il principio di non contraddizione. Ama con fervore ciò che, nello stesso istante, condanna con lucidità.

Non so spiegare questo paradosso in termini soddisfacenti. Potrei invocare la complessità della natura umana, ma sarebbe un modo elegante per confessare ignoranza. La verità è più semplice e meno consolante: sento entrambe le cose, e il sentimento precede la spiegazione. La ragione arriva sempre dopo, come un funzionario diligente che tenta di archiviare il caos prodotto dalle passioni.

E in questo conflitto non c’è alcuna armonia segreta, nessuna dialettica superiore che riconcili gli opposti. C’è soltanto l’esperienza nuda di una tensione che non si scioglie. Amo, e per questo sono vulnerabile. Odio, e per questo mi difendo. L’una emozione espone, l’altra arma. Insieme, mi lacerano.

Che io non sappia dire come sia possibile non attenua la realtà del fatto. La mente può restare perplessa; il sentimento, invece, è implacabile. Sento così. E ne soffro.

 
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