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from 📖Un capitolo al giorno📚

DUE INTRODUZIONI (1,1-3,6)

L’insediamento nella terra promessa (1,1-2,5)

1Dopo la morte di Giosuè, gli Israeliti consultarono il Signore dicendo: “Chi di noi salirà per primo a combattere contro i Cananei?”. 2Il Signore rispose: “Salirà Giuda: ecco, ho messo la terra nelle sue mani”. 3Allora Giuda disse a suo fratello Simeone: “Sali con me nel territorio che mi è toccato in sorte, e combattiamo contro i Cananei; poi anch'io verrò con te in quello che ti è toccato in sorte”. Simeone andò con lui. 4Giuda dunque salì, e il Signore mise nelle loro mani i Cananei e i Perizziti; sconfissero a Bezek diecimila uomini. 5A Bezek trovarono Adonì-Bezek, l'attaccarono e sconfissero i Cananei e i Perizziti. 6Adonì-Bezek fuggì, ma essi lo inseguirono, lo catturarono e gli amputarono i pollici e gli alluci. 7Adonì-Bezek disse: “Settanta re, con i pollici e gli alluci amputati, raccattavano gli avanzi sotto la mia tavola. Dio mi ripaga quel che ho fatto”. Lo condussero poi a Gerusalemme, dove morì. 8I figli di Giuda attaccarono Gerusalemme e la presero; la passarono a fil di spada e l'abbandonarono alle fiamme. 9Poi essi discesero a combattere contro i Cananei che abitavano la montagna, il Negheb e la Sefela. 10Giuda marciò contro i Cananei che abitavano a Ebron, che prima si chiamava Kiriat-Arbà, e sconfisse Sesài, Achimàn e Talmài. 11Di là andò contro gli abitanti di Debir, che prima si chiamava Kiriat-Sefer. 12Disse allora Caleb: “A chi colpirà Kiriat-Sefer e la prenderà io darò in moglie mia figlia Acsa”. 13La prese Otnièl, figlio di Kenaz, fratello minore di Caleb; a lui diede in moglie sua figlia Acsa. 14Ora, mentre andava dal marito, ella lo convinse a chiedere a suo padre un campo. Scese dall'asino e Caleb le disse: “Che hai?”. 15Ella rispose: “Concedimi un favore; poiché tu mi hai dato una terra arida, dammi anche qualche fonte d'acqua”. Caleb le donò la sorgente superiore e la sorgente inferiore. 16I figli del suocero di Mosè, il Kenita, salirono dalla città delle palme con i figli di Giuda nel deserto di Giuda, a mezzogiorno di Arad; andarono e abitarono con quel popolo. 17Poi Giuda marciò con suo fratello Simeone: sconfissero i Cananei che abitavano a Sefat e votarono allo sterminio la città, che fu chiamata Corma. 18Giuda prese anche Gaza con il suo territorio, Àscalon con il suo territorio ed Ekron con il suo territorio. 19Il Signore fu con Giuda, che scacciò gli abitanti delle montagne, ma non poté scacciare gli abitanti della pianura, perché avevano carri di ferro. 20Come Mosè aveva ordinato, Ebron fu data a Caleb, che scacciò da essa i tre figli di Anak. 21I figli di Beniamino non scacciarono i Gebusei che abitavano Gerusalemme, perciò i Gebusei abitano con i figli di Beniamino a Gerusalemme ancora oggi.

22La casa di Giuseppe salì anch'essa, ma contro Betel, e il Signore fu con loro. 23La casa di Giuseppe mandò a esplorare Betel, città che prima si chiamava Luz. 24Gli esploratori videro un uomo che usciva dalla città e gli dissero: “Insegnaci una via di accesso alla città e noi ti faremo grazia”. 25Egli insegnò loro la via di accesso alla città ed essi passarono la città a fil di spada, ma risparmiarono quell'uomo con tutta la sua famiglia. 26Quell'uomo andò nella terra degli Ittiti e vi edificò una città, che chiamò Luz: questo è il suo nome fino ad oggi. 27Manasse non scacciò gli abitanti di Bet-Sean e delle sue dipendenze, né quelli di Taanac e delle sue dipendenze, né quelli di Dor e delle sue dipendenze, né quelli d'Ibleàm e delle sue dipendenze, né quelli di Meghiddo e delle sue dipendenze; i Cananei continuarono ad abitare in quella regione. 28Quando Israele divenne più forte, costrinse al lavoro coatto i Cananei, ma non li scacciò del tutto. 29Nemmeno Èfraim scacciò i Cananei che abitavano a Ghezer, perciò i Cananei abitarono a Ghezer in mezzo a Èfraim.

30Zàbulon non scacciò gli abitanti di Kitron né gli abitanti di Naalòl; i Cananei abitarono in mezzo a Zàbulon e furono costretti al lavoro coatto. 31Aser non scacciò gli abitanti di Acco né gli abitanti di Sidone né quelli di Aclab, di Aczib, di Chelba, di Afik, di Recob; 32i figli di Aser si stabilirono in mezzo ai Cananei che abitavano la regione, perché non li avevano scacciati. 33Nèftali non scacciò gli abitanti di Bet-Semes né gli abitanti di Bet-Anat, e si stabilì in mezzo ai Cananei che abitavano la regione; ma gli abitanti di Bet-Semes e di Bet-Anat furono da loro costretti al lavoro coatto. 34Gli Amorrei respinsero i figli di Dan sulla montagna e non li lasciarono scendere nella pianura. 35Gli Amorrei continuarono ad abitare ad Ar-Cheres, Àialon e Saalbìm, ma la mano della casa di Giuseppe si aggravò su di loro e furono costretti al lavoro coatto. 36Il confine degli Amorrei si estendeva dalla salita di Akrabbìm, da Sela in su.

__________________________ Note

1,1 L’insediamento, secondo questa prima introduzione, non è stato un movimento unitario, ma frutto dell’iniziativa delle singole tribù; è avvenuto o pacificamente o con le armi; è stato solo parziale. Il testo concorda con le parti del libro di Giosuè non ritoccate dal Deuteronomista, che presentano come incompleta la conquista ai tempi di Giosuè (Gs 13,1-7; 16,10; 17,13.18).

1,8 presero Gerusalemme: è un’anticipazione (vedi v. 21). La città sarà conquistata da Davide in epoca successiva (2Sam 5,6-9).

1,21 non scacciarono: l’autore informa che le tribù del centro-nord della terra di Canaan non riescono a conquistare completamente il territorio a esse assegnato e che i Cananei-Gebusei continuano a convivere con gli Israeliti.

1,27 Bet-Sean… Taanac… Dor… Meghiddo: le tribù non riescono a conquistare quelle città-stato che controllano la pianura di Èsdrelon o hanno, in qualche modo, un’importanza particolare.

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Approfondimenti

1,1-2,5. Questa prima introduzione presenta un quadro della conquista della Palestina molto diverso da quello di Gs 1-12. Qui le tribù operano da sole, oppure unite in coalizioni minori. L'insediamento ha luogo in tempi lunghi. Il racconto risale a tradizioni antiche, di stampo jahvistico, che assegnano un ruolo preponderante alla tribù di Giuda, alla quale è riconosciuta un'elezione speciale da parte di JHWH. Alcune tribù non sono menzionate (Levi, Issacar, Ruben e Gad).

La sezione presenta le seguenti unità:

  • 1,1-21, le tribù al sud (Giuda, Simeone e Beniamino, oltre ai Calebiti e ai Keniti);
  • 1,22-29, le tribù del centro (Manasse ed Efraim) e la conquista di Betel;
  • 1,30-36, le tribù del nord (Zabulon, Aser, Neftali, Dan).
  • 2,1-5 è una specie di liturgia penitenziale, intesa a spiegare il fallimento parziale della conquista e del tentativo di eliminare del tutto la popolazione di Canaan.

1,1-21. Alla tribù di Giuda è dedicato uno spazio molto ampio. Simeone figura come alleato della tribù maggiore. Giuda e Simeone sono le due tribù del sud, probabilmente penetrate nella Palestina senza fare il giro attraverso la Transgiordania. Per lungo tempo le loro vicende sono state notevolmente indipendenti da quelle delle altre tribù (cfr. c. 5). Il brano presuppone la morte di Giosuè (v. 1a), mentre la seconda introduzione inizia informando sulla morte di Giosuè. Suscita non poche difficoltà anche l'episodio dei vv. 5-8, perché è escluso che in quel periodo Gerusalemme fosse già nelle mani degli Ebrei. La roccaforte fu conquistata solo con Davide. L'episodio dei vv. 10-15 è di carattere eziologico. Serve infatti a dare ragione di una proprietà di famiglia nel territorio di Giuda. Della tribù di Beniamino si parla soltanto al v. 21.

22-29. Le due tribù di Efraim e di Manasse sono trattate in un primo tempo insieme, come «casa di Giuseppe» (vv. 22-26). Per quanto riguarda Manasse, il brano si riferisce solo a quella metà della tribù stanziatasi a ovest del Giordano. Betel, a circa 22 chilometri a nord di Gerusalemme, era il centro cultuale più importante degli Ebrei. Abramo vi costruì un altare (Gn 12,8; 13,3); Giacobbe vi esperimentò la teofania e vi eresse una stele di pietra (Gn 28,10ss.). Come santuario (Gn 35,1-8.9-15) ebbe un importanza centrale e fu associato fin dai tempi più antichi alle tradizioni cultuali d'Israele. Di Betel si parla anche in Gs 7,2 e 8,9. Il nostro brano racconta la conquista di Betel ad opera della casa di Giuseppe, nonché il cambiamento del nome della località, da Luz in Betel. Betel sarà anche un centro profetico di primo piano, associato con le figure di Eliseo, Osea e Amos. La tribù di Manasse (vv. 27-28) si insediò a nord di Efraim. In mezzo ad essa continuarono a vivere gruppi di Cananei, in vari centri. Neanche Efraim riuscì a liberarsi del tutto dei Cananei (v. 29). Il fatto che molte tribù si stabilirono tra le popolazioni locali, accontentandosi di assoggettarle e di costringerle ai lavori forzati, senza scacciarle, sarà ritenuto il peccato fondamentale della conquista. Viene da chiedersi se e in quale misura l'idea del Dio unico e fedele, che esige fedeltà e ubbidienza, sia qui utilizzata in senso settario.

30-36. Fra la tribù di Manasse e quella di Zabulon c'era Issacar, qui non menzionata. Il brano insiste sugli insuccessi degli Israeliti nella conquista e nell'occupazione del territorio, o sulla condiscendenza degli Ebrei, che scesero a compromessi con le popolazioni locali, compromessi che – nell'ottica del libro – sono condannati senza eccezione, quasi che la capacità di accettazione di altri popoli, con le loro usanze e consuetudini, fosse un delitto, anziché un grande segno di maturità umana e religiosa. L'idea del proprio Dio unico ed esclusivo, che garantisce il paese al suo popolo, deve percorrere ancora un lungo cammino, per diventare liberante.

Il v. 34 ci riporta al sud, nei pressi di Gerusalemme, dove s'insediò in un primo tempo la tribù di Dan, costretta poi a trasmigrare verso l'estremo nord della Palestina, come ci diranno i cc. 17-18.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from L' Alchimista Digitale

L' Eden visto dall'altra parte

Nel principio non ci fu una caduta ma una scelta, e questa è la prima eresia dell’Eden capovolto. Eva non tese la mano per fame o inganno, ma per una necessità più profonda: la libertà. Il frutto non brillava come una trappola, ma come una domanda inevasa sospesa nell’aria immobile del giardino. Fino a quel momento l’Eden era perfezione senza attrito, eternità senza storia, pace senza coscienza. Eva comprese che un paradiso senza scelta è solo una prigione ben illuminata. Mangiare significava sapere, e sapere significava diventare responsabili. In quell’istante il mondo iniziò. Il serpente non fu il male assoluto, ma la voce critica che rompe l’ipnosi dell’ordine perfetto. Non impose nulla, suggerì soltanto che l’obbedienza non è sinonimo di verità. Eva non disobbedì, decise. E decidendo smise di essere creatura e divenne soggetto. L’Eden tremò non per il peccato, ma per la nascita della coscienza. Adamo osservava. Adamo esitava. Non era cieco, né ingenuo, né vittima. Era umano prima ancora che l’umanità esistesse. Vide Eva cambiare e comprese che il cambiamento non si annulla ignorandolo. Mangiare per lui non fu un atto rivoluzionario, ma relazionale. Non volle restare fuori dalla storia mentre la storia iniziava. Scelse di condividere il peso invece di restare puro nella solitudine. In quel gesto Adamo inaugurò la responsabilità condivisa. Eva aprì la porta, Adamo accettò di attraversarla. La cacciata dall’Eden non fu una punizione ma una conseguenza naturale. Non si torna nell’infanzia dopo aver imparato a pensare. Fuori dal giardino c’erano il tempo, la fatica, l’errore. Ma c’erano anche il linguaggio, l’arte, la memoria. Eva divenne madre non della colpa, ma della libertà. Adamo divenne padre non della sottomissione, ma della costruzione. Lei accese il fuoco. Lui imparò a usarne le ceneri. Insieme inaugurarono il mondo imperfetto, e proprio per questo reale. Il lavoro non fu una maledizione, ma il prezzo dell’autonomia. La sofferenza non fu voluta, ma accettata come rischio dell’esistenza. L’Eden rimase alle spalle come un ricordo statico. Davanti a loro si aprì la storia, sporca e magnifica. Eva camminava con lo sguardo alto, consapevole della perdita. Adamo guardava le mani, già pronte a costruire. Nessuno dei due chiese perdono. Nessuno dei due tornò indietro. Il vero scandalo non fu la mela, ma la libertà che ne scaturì. Un Dio che crea esseri liberi accetta di essere messo in discussione. Un’umanità che sceglie accetta di non essere innocente. L’Eden capovolto non è un luogo, è una condizione. È il momento in cui smettiamo di obbedire per iniziare a capire. È il prezzo di ogni civiltà, di ogni pensiero, di ogni parola scritta. Senza Eva non ci sarebbe la domanda. Senza Adamo non ci sarebbe il mondo che tenta di rispondervi. Non furono colpevoli, furono necessari. Non caddero, avanzarono. E da quel passo imperfetto nacque tutto ciò che siamo.

 
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from lucazanini

[vortex]

l'area piccola Manzoni con l'] accento la prima lascia] un sottile sul foglio lagrange è] un'area trasmessa della fonderia mandano [fuori i gracchi o graculi i] crucchi

 
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from norise 3 letture AI

La rosa di sangue

in sogno spio se riesce a passare “qualcuno” per la cruna

Dio non è stanco mai dell'uomo

gl' insulti gli sputi gli scivolano addosso Lui perdona sempre perché “non sanno”

sempre viva è la rosa di sangue e splende di bellezza

. Ecco una possibile interpretazione del componimento, che invita a riflettere sulla dicotomia tra fragilità umana, ingiustizie terrene e la capacità del divino di offrire perdono e redenzione attraverso simboli intensi e quasi sovrannaturali.


Il Sogno come Spazio di Passaggio e Rivelazione

I versi iniziali, > “in sogno spio se > riesce a passare 'qualcuno' > per la cruna”

ci presentano il sogno come un luogo sospeso fra realtà e immaginazione. L'atto di “spiare” qualcuno che tenta di passare per un’apertura, per la “cruna”, richiama alla mente l’immagine di una soglia sottile tra mondi differenti – forse il confine tra l’umano e il divino, o la linea sottile che separa il visibile dall’invisibile. È come se il poeta volesse esplorare se, nonostante le difficoltà e le limitazioni del nostro essere, vi sia quella presenza, quella possibilità di elevazione o redenzione che attraversa in punta di piedi i nostri spazi più nascosti.


La Costanza del Divino e il Perdono Infinito

Nei versi successivi, > “Dio non è stanco > mai dell'uomo”

la figura di Dio si presenta come un osservatore instancabile e amorevole, che assorbe senza rifiuto le contraddizioni, le colpe e le sofferenze dell’umanità. L’immagine si intensifica con: > “gl' insulti gli sputi > gli scivano addosso > Lui perdona sempre perché 'non sanno'”

Questi versi suggeriscono un profondo messaggio di misericordia: nonostante il perpetuo afflizione, l'umanità riceve un perdono incondizionato. Il perdono divino, qui, appare come la risposta naturale a chi “non sa” – ovvero a chi agisce, magari per ignoranza o disperazione, senza la piena consapevolezza delle conseguenze dei propri gesti. È un invito a riconoscere la nostra imperfezione e, allo stesso tempo, un conforto che il divino resta presente, accettando l'umanità con tutte le sue fragilità.


La Rosa di Sangue: Simbolo di Vita, Sofferenza e Bellezza

Il componimento giunge poi al culmine con l'immagine della “rosa di sangue”: > “sempre viva è la rosa di sangue > e splende di bellezza”

Qui, la rosa diventa simbolo ambivalente. Da un lato, il sangue richiama alla mente il dolore, la sofferenza e la violenza – elementi che punteggiano l'esistenza umana; dall'altro, la vitalità e lo splendore della rosa indicano una bellezza che, pur emergendo dal dolore, è eterna e capace di trasmutare la sofferenza in arte. Questa immagine potente suggerisce che nella nostra umanità, nonostante i colpi subiti e le cadute, esiste sempre qualcosa che brilla di una bellezza inaspettata ed eterna.


Una Riflessione Esistenziale e di Redenzione

Il testo, pur mantenendo una struttura minimale, condensa un profondo messaggio esistenziale: – Il Sogno e la Soglia: La visione onirica ci invita a guardare oltre l’ordinario, a cercare la porta segreta verso dimensioni dove il divino e il terribile convivono. – Il Perdono Infinito: La costanza del perdono divino diventa un faro che illumina la fragilità e gli errori dell’uomo, donando speranza anche nei momenti di crisi. – La Rosa di Sangue: Rappresenta la trasformazione del dolore in una bellezza palpabile, un simbolo di resilienza e di redenzione che persiste nonostante tutto.

Questa opera poetica, con la sua economia di parole e la forza delle immagini, ci spinge a meditare sulla capacità umana di rinascere, di trovare bellezza anche in ciò che sembra segnato da sofferenza, e di riconoscere in ogni caduta il seme di una possibile elevazione.


 
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from L' Alchimista Digitale

Nel DNA c'è la verità

Non siamo nati dal peccato, né siamo il risultato accidentale di una mutazione fortunata persa nel caos dell’evoluzione. Questa è una delle più grandi semplificazioni mai raccontate all’essere umano, una narrazione comoda, rassicurante per il sistema e profondamente limitante per chi la accetta senza domande. La storia dell’umanità, come ogni storia, è stata scritta dai vincitori, da chi ha avuto il potere di stabilire cosa fosse vero, cosa fosse eretico e cosa fosse semplicemente impensabile. Ma esiste un archivio che non mente, che non ha religione né ideologia, che non si lascia intimidire dai dogmi: il nostro DNA. In esso non troviamo la firma del peccato originale né il marchio del caso cieco, ma una complessità strutturata, una precisione che assomiglia più a un progetto che a un incidente. Le civiltà più antiche parlavano di esseri scesi dal cielo, non come metafora poetica, ma come presenza concreta, insegnanti, organizzatori, ingegneri della vita. Gli Annunaki, così li chiamavano in Mesopotamia, non erano dèi nel senso moderno del termine, ma entità avanzate, portatrici di conoscenza, capaci di intervenire sulla materia biologica. Non creatori dal nulla, ma assemblatori, raffinatori di un potenziale già esistente. L’essere umano, in questa prospettiva, non nasce come schiavo del peccato, ma come ibrido, come ponte tra due mondi, tra la Terra e qualcosa che la precede e la supera. Ninmah, la cosiddetta Grande Madre, non rappresenta la colpa, ma la gestazione, la sperimentazione, il tentativo di dare forma a una creatura capace di contenere coscienza. Enki non è il tentatore, ma l’architetto della conoscenza, colui che introduce il pensiero critico, la capacità di comprendere, di scegliere. Nei racconti più antichi non esiste la vergogna di essere nati, esiste la responsabilità di essere consapevoli. È solo con il passare dei secoli, con la necessità di controllare masse sempre più ampie, che questa origine viene distorta. La Madre diventa pericolosa, il sapere diventa peccato, la conoscenza viene associata alla caduta. Non è un complotto nel senso cinematografico del termine, ma una dinamica storica ben documentata: chi governa riscrive i simboli, e i simboli, nel tempo, diventano verità interiorizzate. Far dimenticare all’essere umano la propria origine è il modo più efficace per renderlo docile. Non serve cancellare la memoria genetica, basta sovrascriverne il significato. Nasce così l’idea di colpa, di indegnità, di inferiorità ontologica. Eppure il nostro DNA racconta un’altra storia: un cervello iperplastico, un linguaggio simbolico complesso, una coscienza riflessiva capace di interrogare se stessa e l’universo. Queste non sono semplici strategie di sopravvivenza, sono architetture cognitive avanzate. Agli scettici non viene chiesto di credere ciecamente agli Annunaki come a una nuova religione, ma di considerarli come ipotesi culturale e storica capace di spiegare un’anomalia: l’accelerazione improvvisa dell’essere umano rispetto al resto del regno animale. La scienza stessa parla di salti evolutivi, di discontinuità difficili da spiegare con la sola gradualità darwiniana. Qui si aggiunge una domanda, non una risposta definitiva: e se il salto fosse stato assistito? Negare a priori non è metodo scientifico, accettare senza critica non lo è altrettanto. Il vero atto rivoluzionario è sospendere il giudizio e osservare. Se esiste una Madre originaria, simbolica o reale, non chiede culto né sottomissione, ma memoria. Se esiste un Architetto della conoscenza, non impone obbedienza, ma comprensione. Un’eredità aliena, biologica o culturale, non ci rende superiori, ci rende responsabili. Responsabili di come utilizziamo la coscienza, di come trattiamo il pianeta che ci ospita, di come gestiamo il potere che deriva dal sapere. Ricordare non significa credere, significa smettere di vergognarsi di fare domande. Significa uscire dalla narrativa del peccato e del caso cieco per entrare in una visione più ampia, più adulta, più onesta dell’essere umano. Forse non sapremo mai con certezza chi ci ha assemblati, ma una cosa è evidente: non siamo errori, non siamo sbagli, non siamo nati per strisciare. Siamo una storia complessa che qualcuno ha tentato di semplificare. E il nostro DNA, silenzioso e ostinato, continua a custodire la versione originale.

 
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from Transit

(195)

(MD1)

Negli ultimi mesi le violenze e gli abusi legati alla #ICE sono esplosi da questione “di nicchia” per attivisti dei diritti umani a crisi politica nazionale, con morti in detenzione e sulle strade, pestaggi, uso di armi “meno letali” contro chi protesta e un crescendo di denunce da parte di ONG e media.

Questa escalation, nel pieno del secondo mandato #Trump, rischia di trasformarsi non solo in un tema centrale delle prossime elezioni di #midterm di novembre 2026, ma anche in un banco di prova per la tenuta stessa delle libertà civili negli Stati Uniti e altrove.​

Dagli ultimi report di “Human Rights Watch” e di altre organizzazioni emergono quadri di detenzione sovraffollata, condizioni sanitarie degradate, pestaggi, uso di gas e granate stordenti contro chi protesta per cibo, acqua o cure mediche, fino a casi di morte evitabile in custodia. Non parliamo solo di “mele marce”: in strutture come Fort Bliss in Texas o i centri in Florida, gli abusi appaiono sistemici, con intimidazioni, violenze fisiche e sessuali e pressioni perché le persone accettino la deportazione “volontaria”.

Parallelamente, i dati mostrano che la grande maggioranza delle persone detenute non ha condanne per reati violenti, smentendo la narrazione di un’operazione mirata a “criminali pericolosi” e confermando piuttosto una logica di repressione di massa a fini politici. L’uso mirato di ICE come strumento di terrore amministrativo verso migranti, comunità e attivisti finisce così per normalizzare uno stato d’eccezione permanente.​

(MD2)

Le proteste, in città come #Minneapolis, Boston o New York dopo l’uccisione da parte di agenti ICE di #ReneeNicoleGood, hanno riportato al centro la questione del controllo federale sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. La risposta del governo (con la retorica di “legge e ordine”, invio della Guardia Nazionale e teorizzazione di ICE intorno ai seggi “per controllare i non cittadini”) mostra quanto la frontiera tra repressione migratoria e intimidazione politica sia ormai sottile.

Elettoralmente, il tema è a doppio taglio. Da un lato galvanizza la base trumpiana, che vede nella durezza contro migranti e manifestanti un segno di forza; dall’altro, rischia di mobilitare un elettorato urbano, giovane, latino e afroamericano che ha già dimostrato di reagire alle violenze di polizia trasformando la rabbia in voto.

Per i #Democratici, restare prudenti significa perdere credibilità; schierarsi apertamente contro ICE e la militarizzazione può però costare consensi in stati chiave dove la paura è diventata l’argomento centrale della destra.​

Sul piano giuridico, l’uso di #ICE come braccio armato interno alimenta un clima da emergenza, ma non offre un appiglio legale reale per rinviare o annullare le elezioni di midterm di novembre 2026. La data delle midterm è fissata dal Congresso, l’amministrazione è in mano agli stati e non esiste oggi alcun potere presidenziale diretto per sospenderle o cancellarle, come ricordano costituzionalisti e fact-check indipendenti che hanno demolito le allusioni a “Big Beautiful Bill” o a stati d’emergenza estesi.

Il pericolo non è tanto l’annullamento formale del voto, quanto il suo svuotamento materiale: intimidazione ai seggi, presenze minacciose di agenti, gestione caotica delle proteste, nuove restrizioni sul diritto di manifestare e sorveglianza capillare possono ridurre l’affluenza e selezionare chi ha realmente la forza, o il coraggio, di recarsi alle urne. È, in altre parole, una strategia di erosione lenta e progressiva della democrazia, che mira a rendere “normale” ciò che fino a ieri sarebbe stato impensabile.​

Quello che accade con ICE negli Stati Uniti non resta mai confinato entro i confini nazionali. Quando la prima potenza mondiale legittima campi di detenzione disumani, uso sproporzionato della forza e repressione violenta delle proteste, manda un messaggio potente a tutti i governi tentati dall’inasprire le proprie politiche di sicurezza: se lo fanno loro, lo possiamo fare anche noi.

È così che, lentamente, il linguaggio dei diritti umani viene sostituito da quello del controllo; il migrante, il manifestante, il giornalista scomodo diventano variazioni di un’unica figura da neutralizzare. Per questo la battaglia contro la violenza di ICE non riguarda solo chi rischia di finire su un pullman per il confine, ma chiunque tenga ancora a uno spazio pubblico in cui dissentire non sia considerato un reato, ma un diritto.​

#ICE #USA #Midterm #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni

 
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from Revolution By Night

Il cambiamento climatico è lo scenario planetario di fondo sul quale si stanno dipanando tutte le crisi a cui assistiamo; è il loro più formidabile acceleratore e spesso ne è la causa scatenante.

Difficile pensarlo per noi piccoli e insignificanti umani, con una capacità di ragionamento limitata al brevissimo tempo e all'orticello di casa nostra: pensare sistemico non è prerogativa del nostro intelletto. Il riduzionismo scientifico è stato un enorme passo avanti per l'umanità ma è diventato tragicamente anche il nostro unico modo di studiare, analizzare e capire il mondo. La forsennata ricerca di vantaggi facili e immediati, unita al totale disinteresse per le conseguenze delle nostre azioni, sono e saranno la nostra condanna.

Sono decenni che la scienza planetaria ci avverte che dallo sconvolgimento del sistema Terra, il sistema di sostentamento da cui dipende la nostra esistenza, sarà la causa delle peggiori crisi, problemi e catastrofi dei prossimi decenni e dei prossimi secoli. E invece di ascoltare la scienza, ascoltiamo la pseudo-scienza dell'economia, e i suoi apprendisti stregoni: gli economisti. Ad oggi si contano sulle dita di una mano gli economisti che mettono al centro dei loro studi e delle loro ricerche gli ecosistemi e la sostenibilità ambientale, in una parola: l'ecologia.

Il cambiamento climatico è la più grave crisi esistenziale che l'umanità si sia mai trovata a dovere affrontare. Ma non la stiamo affrontando, la stiamo ignorando. Continuiamo imperterriti a segare il ramo su cui siamo seduti. Abbiamo un piede abbondantemente già al di là dell'orlo del baratro.

La classe dirigente globale, fatta di 50-60-70enni, sta condannando inesorabilmente le prossime generazioni ad un'esistenza di inimmaginabili sofferenze, privazioni e catastrofi. I primi effetti della scellerata condotta della mia generazione, quella più colpevole perché ha scientemente deciso di ignorare la verità continuando a distruggere il sistema che ci mantiene in vita, li subiranno già i nostri figli. Per i nostri nipoti il futuro è tetro.

L'economia non può e non deve avere la precedenza sulla difesa dell'ecosistema che ci sostenta, semplicemente perché la prima dipende in tutto e per tutto dal secondo. Sconvolgere i sistemi planetari significa distruggere le basi di qualsiasi attività economica e sociale. Le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti.

La nuda e cruda verità è che l'umanità deve tirare subito il freno a mano (doveva farlo già 30 anni fa), costi quel che costi, senza indugi e senza ripensamenti. Le conseguenze saranno durissime certo, tanti resteranno indietro, alcuni perderanno gran parte di ciò che hanno. Ma tutto questo non è niente paragonato a ciò che ci aspetta se proseguiamo ottusamente in questa corsa verso l'autodistruzione.

Lo grida da decenni la scienza planetaria unanime (il 98% degli scienziati del mondo è concorde, certificato da svariati metastudi). Eppure, ai propalatori prezzolati di bufale anti-scientifiche, finanziati dalle lobby petrolifere e dalla finanza predatoria, vengono concessi una visibilità e un diritto di parola inaccettabili in qualsiasi Stato guidato dalla scienza e dalla verità, non dalle fake, dalle superstizioni o dalla religione.

Un celebre studio scientifico del 2022 ha cercato di analizzare i possibili scenari globali estremi a cui il cambiamento climatico potrebbe metterci di fronte. “Climate Endgame: Exploring catastrophic climate change scenarios.” – Kemp, Chi Xu, Rockström et al. https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2108146119

Questo diagramma, che chiude l'articolo, li riassume e illustra quanto il riscaldamento globale legato al cambiamento climatico sia il fattore che determinerà drammaticamente gli scenari globali futuri sotto ogni punto di vista.

How risk cascades could unfold

In conclusione, il genere umano si trova di fronte ad un bivio esistenziale: un declino controllato o un collasso incontrollato. Che piaccia o no, le cose stanno così. E da idioti fare finta di niente, non accettare questa triste verità. La cosa tragica è che la specie umana, la più stupida e distruttiva che abiti questo pianeta, corre ai 100 km/h verso il collasso incontrollato.

Chi prende le decisioni per noi è interessato solo ai profitti e ai dividendi. Questa gente sta accumulando immani ricchezze firmando cambiali in bianco che stiamo già pagando in parte noi, ma il cui peso sarà soprattutto sulle spalle delle generazioni future: a partire dai nostri figli e dai nostri nipoti.

Siamo genitori scellerati, irresponsabili, stupidi e ignoranti. Dovrebbe esserci tolta la patria potestà, a tutti. Lasciare che siano soltanto i giovani a decidere sul loro futuro. I giovani sono di gran lunga migliori di noi. Sono molto più consapevoli di noi, più intelligenti e istruiti. E sono giustamente desiderosi di metterci da parte e prendere in mano le redini del loro futuro, perché la partita per loro sarà quella per la vita e sarà estremamente difficile.

Now playing: “A muso duro” A muso duro – Pierangelo Bertoli – 1979

 
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from L' Alchimista Digitale

Il potere che non ama i riflettori

Parliamo di élite. Una parola semplice, apparentemente neutra, eppure carica come una stanza chiusa a chiave. Evoca immediatamente un’idea scomoda: non tutti decidono, e soprattutto non tutti contano allo stesso modo. E no, non stiamo entrando nel territorio del complottismo urlato, quello dei burattinai con il mantello. Qui restiamo coi piedi ben piantati nella realtà documentata, studiata, analizzata da sociologi, economisti e politologi spesso molto lontani da qualsiasi deriva “cospirazionista”. Cos'è in fondo un élite? Un élite è una minoranza che concentra risorse decisive: capitali finanziari, accesso alle informazioni, potere decisionale e influenza mediatica. Non è un giudizio morale, è una descrizione strutturale. Ogni società complessa genera élite. Il punto non è se esistano, ma quanto siano visibili, controllabili e responsabili. Le élite non vivono in una stanza segreta (spoiler: niente candele nere). Vivono in reti. Consigli di amministrazione, fondi di investimento, think tank, lobby, organismi sovranazionali, grandi studi legali e finanziari. Luoghi dove le decisioni vengono preparate, molto prima di essere annunciate. Qui è utile fare nomi, senza demonizzarli: World Economic Forum, BlackRock, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea. Queste entità non governano direttamente, ma influenzano il perimetro delle scelte possibili. È una differenza sottile, ma fondamentale. La politica “di superficie” decide dentro cornici già tracciate. Pensare che politica, economia e finanza siano mondi separati è una favola rassicurante. In realtà: la finanza decide cos'è sostenibile, l'industria decise cos'è realizzabile e la politica il piu' delle volte decide solo come raccontarlo. Il potere moderno non ha bisogno di imposizioni violente. Funziona per vincoli, incentivi, dipendenze strutturali. Non ti obbliga. Ti convince che non ci siano alternative. Ma allora chi vota? Chi conta? Domanda legittima. E qui arriva il punto che mette in crisi anche gli scettici onesti. Il voto conta, ma non decide tutto. Le grandi scelte — modello economico, assetti produttivi, flussi finanziari, politiche energetiche — precedono spesso il dibattito pubblico. La democrazia resta, ma si muove in uno spazio sempre più stretto. Non è una dittatura. È qualcosa di più elegante e più difficile da contestare: una governance tecnocratica globale. Perché parlarne non è complottismo. Il complottismo semplifica tutto in “loro cattivi, noi buoni”. Qui invece parliamo di: studi accademici, concentrazione del capitale, revolving doors tra politica e finanza e dati pubblici su partecipazioni incrociate. Negare l’esistenza delle élite oggi è come negare la gravità perché non la vedi. Crederci ciecamente come a un mito oscuro è ingenuo. Capirle è un atto di maturità civica. Le élite esisteranno sempre. Il nodo vero è questo: chi le controlla? Chi le bilancia? Chi le rende trasparenti? Quando il potere è troppo concentrato e troppo opaco, la società si sbilancia. E quando una società si sbilancia troppo… la storia ci insegna che prima o poi si spezza. Non serve credere a oscure cabale. Basta guardare i meccanismi, seguire i flussi, osservare chi siede dove e per quanto tempo. L’élite non è un mostro. È una struttura di potere. Ignorarla è comodo. Capirla è scomodo. Ma è l’unico modo per non esserne semplicemente oggetto.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

We are the robots

La robotica contemporanea sta vivendo una fase di profonda trasformazione, spinta da un’accelerazione senza precedenti delle tecnologie informatiche e dall’integrazione sempre più matura dell’intelligenza artificiale, elementi che stanno rendendo i robot non solo più efficienti, ma anche adattivi, autonomi e capaci di apprendere dal contesto in cui operano. Uno degli sviluppi più significativi riguarda l’adozione di architetture software modulari e distribuite, che consentono ai sistemi robotici di separare il controllo hardware dai livelli decisionali superiori, rendendo più semplice l’aggiornamento delle funzioni e l’integrazione di nuovi algoritmi senza riprogettare l’intera macchina. In questo scenario il ruolo dell’IA è centrale, soprattutto grazie al machine learning e al deep learning, che permettono ai robot di riconoscere oggetti, interpretare immagini e segnali sensoriali, prevedere comportamenti e ottimizzare le proprie azioni nel tempo, passando da semplici esecutori a veri sistemi cognitivi. La visione artificiale è una delle applicazioni informatiche più avanzate in robotica: reti neurali convoluzionali consentono ai robot di “vedere” l’ambiente in modo simile all’essere umano, distinguendo forme, profondità e movimenti, con applicazioni che vanno dall’industria manifatturiera alla chirurgia assistita. Accanto alla visione, la sensoristica intelligente integra dati provenienti da lidar, radar, sensori tattili e inerziali, che vengono fusi tramite algoritmi di sensor fusion per creare una rappresentazione coerente e affidabile dell’ambiente circostante. Un altro ambito in forte crescita è quello dei robot collaborativi, o cobot, progettati per lavorare fianco a fianco con l’uomo, grazie a sistemi di controllo sicuri, algoritmi predittivi e modelli di interazione uomo-macchina che riducono i rischi e aumentano la produttività. Questi robot utilizzano software di pianificazione avanzata che calcolano traiettorie dinamiche in tempo reale, adattandosi ai movimenti umani e alle variazioni dell’ambiente di lavoro. La robotica autonoma, impiegata in droni e veicoli mobili, sfrutta tecniche di localizzazione e mappatura simultanea, note come SLAM, che permettono ai robot di orientarsi in ambienti sconosciuti senza infrastrutture esterne. Dal punto di vista informatico, l’uso del cloud e dell'Edge computing consente di distribuire l’elaborazione, affidando ai nodi locali le decisioni critiche in tempo reale e al cloud l’analisi dei dati su larga scala e l’addestramento dei modelli di IA. Le tecnologie robotiche più avanzate includono anche l’apprendimento per rinforzo, grazie al quale un robot può migliorare le proprie prestazioni attraverso tentativi ed errori, simulando milioni di scenari in ambienti virtuali prima di operare nel mondo reale. In ambito industriale, aziende come Boston Dynamics dimostrano come l’integrazione tra meccanica avanzata, software intelligente e intelligenza artificiale possa portare a robot capaci di muoversi in ambienti complessi con un livello di autonomia impensabile fino a pochi anni fa. Non meno rilevanti sono le applicazioni nel settore sanitario, dove la robotica assistiva e riabilitativa utilizza modelli computazionali per adattarsi alle condizioni del paziente, migliorando precisione e personalizzazione delle cure. La direzione futura della robotica punta verso sistemi sempre più generalisti, in grado di trasferire conoscenze da un compito all’altro, grazie a modelli di IA multimodali che combinano linguaggio, visione e azione. In sintesi, la robotica moderna non è più solo una questione di ingranaggi e motori, ma un ecosistema complesso in cui informatica, intelligenza artificiale e ingegneria convergono per creare macchine intelligenti, capaci di apprendere, collaborare e operare in modo sempre più vicino alle capacità cognitive umane.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Importante operazione di polizia contro una banda criminale internazionale chiamata Black Axe (Ascia Nera)

L'Operazione

La polizia spagnola, in collaborazione con le autorità tedesche e l' #Europol (l'agenzia europea di coordinamento delle forze di polizia), ha arrestato 34 persone collegate a questa organizzazione criminale. La maggior parte degli arresti è avvenuta a Siviglia, in Spagna.

Cos'è Black Axe?

Black Axe è un vasto gruppo criminale organizzato nato in Nigeria ma ora attivo in tutto il mondo. Immaginatela come una società criminale con: – gerarchia rigida (come una struttura aziendale con capi e dipendenti); – circa 30.000 membri registrati in tutto il mondo; – divisa in “zone” come sedi di franchising (60 in Nigeria, 35 a livello internazionale); – circa 200 membri per zona.

Le loro attività criminali

Il gruppo guadagna denaro attraverso varie operazioni illegali: – frodi informatiche (truffe online e reati finanziari); – traffico di droga (vendita di droghe illegali); – tratta di esseri umani e prostituzione; – altri reati come rapimenti e rapine a mano armata.

Guadagnano miliardi di euro all'anno attraverso molte piccole truffe che si sommano.

Money Mules

La rete operava principalmente tramite truffe Man-in-the-Middle (MITM), in particolare con il metodo Business Email Compromise (BEC), intercettando le comunicazioni tra aziende per modificare i dati bancari e dirottare pagamenti di importo elevato. Una parte fondamentale della loro attività consiste nel reclutare “money mules”, ovvero persone povere e disoccupate (per lo più spagnole in questo caso) che vengono ingannate o costrette ad aiutare a spostare il denaro rubato attraverso i loro conti bancari. Questi individui vulnerabili spesso non si rendono conto di aiutare i criminali. Attività aggiuntive: oltre alle truffe, sono accusati di riciclaggio di denaro, traffico illecito di veicoli (tramite società fittizie e prestanome) e ricorso a minacce e intimidazioni durante la riscossione dei pagamenti.

Risultati

La polizia ha congelato/sequestrato circa 185.000 € e ritiene che questa rete abbia causato danni per frode per oltre 5,93 milioni di €.

#BlackAxe

 
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from lucazanini

[provetecniche]

come] -dire le appongono con un breve giro di coprimanica un perduto] doppio senso brodi concentrati e gli orientamenti si trovano a pulire [gli sfasamenti delle grigissime il] cemento a stampo le allerte delle] biologiche

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Milano misteriosa (parte II)

Milano non nasconde i suoi misteri: li ingloba. Li ingloba nei palazzi del potere, nei castelli, sotto le strade percorse ogni giorno da chi pensa di conoscere la città. Ma Milano non si conosce mai del tutto. Si attraversa, e lei decide cosa mostrarti. Il Castello Sforzesco è l’emblema del potere milanese: militare, politico, simbolico. Ma dietro le mura imponenti si nasconde una rete di passaggi sotterranei reali, studiati e in parte documentati dagli storici. Alcuni di questi cunicoli collegavano il Castello ad altri punti strategici della città, permettendo fughe, spostamenti rapidi, comunicazioni segrete. Non fantasia: architettura difensiva rinascimentale. Qui lavorò anche Leonardo da Vinci, chiamato da Ludovico il Moro non solo come artista, ma come ingegnere militare. I suoi disegni di fortificazioni e sistemi idraulici non erano esercizi teorici, ma soluzioni concrete per una città che viveva in perenne equilibrio tra assedio e splendore. Consiglio pratico: visita il Castello in orari serali o nei mesi meno turistici. Le sale semivuote restituiscono l’eco del potere… e delle sue paure. La Basilica di Sant’Ambrogio è uno dei luoghi spiritualmente più densi di Milano. Ma anche uno dei più enigmatici. All'esterno si trova la famosa Colonna del Diavolo, con due fori ben visibili. La tradizione popolare racconta che siano stati provocati dalle corna di Satana durante uno scontro con Sant’Ambrogio. Leggenda, certo. Ma la colonna è romana, riutilizzata, e il riuso di elementi pagani in contesti cristiani è un fatto storico. Un dettaglio reale e spesso ignorato: nei pressi della colonna si avverte un odore particolare dovuto alle correnti d’aria provenienti dal sottosuolo. Da qui nasce l’idea del “respiro infernale”. Fisica e suggestione che si incontrano. Ancora una volta. I Navigli sono romantici oggi. Ma per secoli sono stati vie commerciali, industriali e… funerarie. Le acque trasportavano merci, sì, ma anche corpi, rifiuti, segreti. Il Naviglio Grande era una arteria vitale, progettata e migliorata anche grazie agli studi di Leonardo. Ma l’acqua stagnante, le nebbie e le attività notturne hanno alimentato una lunga tradizione di storie nere, molte delle quali legate a fatti di cronaca ottocentesca realmente documentati. Non a caso, molti scrittori noir ambientano qui delitti e sparizioni. Non per moda, ma perché il luogo conserva memoria. Consiglio pratico: percorri il Naviglio in inverno, di sera. La Milano più vera emerge quando il folklore tace. Il Cimitero Monumentale non è solo un luogo di sepoltura: è un archivio sociale. Qui riposano industriali, artisti, politici, famiglie che hanno costruito Milano nel bene e nel male. Le sculture non sono casuali: simboli massonici, allegorie del tempo, della morte, del lavoro. Tutto parla di ascesa, caduta e memoria. Consiglio pratico: visita guidata tematica o esplorazione autonoma con mappa storica. È una lezione di storia urbana a cielo aperto. Milano non crea misteri per intrattenere. Li genera perché è una città di potere, trasformazione e stratificazione. Ogni epoca ha lasciato un segno, e nessuno ha cancellato davvero quello precedente. Chi visita Milano cercando solo aperitivi vede una superficie. Chi la percorre con curiosità, rispetto e lentezza scopre una città che osserva mentre viene osservata. E forse è questo il suo segreto più grande.

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Milano misteriosa (parte I)

Milano è una città che corre. Corre verso il futuro, verso il lavoro, verso la prossima scadenza. Eppure, sotto questa superficie iper-razionale, pulsa una Milano antica, esoterica, simbolica, che non ama farsi notare. Non urla, sussurra. Per chi sa ascoltare, Milano è un libro aperto scritto in pietra, ossa, simboli e silenzi. Questo non è un elenco di leggende metropolitane ma un itinerario reale, basato su luoghi esistenti, documentati, visitabili. Luoghi che raccontano paure, fede, morte, potere e conoscenza, temi che l’uomo non ha mai smesso di interrogare. Cominciamo dal cuore: il Duomo. Il Duomo di Milano non è solo una cattedrale: è un manuale di simbolismo scolpito nel marmo. Costruito a partire dal 1386 e modificato per secoli, porta addosso stratificazioni storiche e culturali che vanno ben oltre il cattolicesimo ufficiale. Passeggiando lungo le sue facciate laterali, lo sguardo attento noterà figure inquietanti: draghi, animali mostruosi, volti deformi. Non sono decorazioni casuali. Nel Medioevo queste sculture avevano una funzione precisa: tenere lontano il male e, allo stesso tempo, ricordare al fedele che il caos è sempre in agguato. Un dettaglio poco noto ma reale: sul Duomo è presente una meridiana solare (XVIII secolo), utilizzata per regolare l’ora ufficiale della città. Un tempio che non solo guarda al cielo, ma misura il tempo. Spiritualità e astronomia. Fede e scienza. Milano, già allora, non sceglieva ma integrava tutto questo. A pochi minuti a piedi dal Duomo esiste uno dei luoghi più disturbanti – e autentici – di Milano: San Bernardino alle Ossa. Qui non c’è leggenda. C’è realtà storica. L’ossario nasce nel XIII secolo per contenere i resti umani provenienti dal vicino ospedale e dal cimitero ormai saturo. Nel Seicento, le ossa diventano elemento architettonico e decorativo: teschi, tibie, femori disposti in nicchie e motivi ornamentali. Non è macabro per provocazione. È una teologia della morte: ricordare che ogni corpo è temporaneo, che la fine rende tutti uguali. Un potente memento mori in una città oggi ossessionata dall’apparenza. Curiosità documentata: una leggenda popolare parla di una bambina scheletrica che di notte raccoglie le ossa cadute. Suggestione, certo. Ma il silenzio del luogo, soprattutto in orari poco affollati, rende facile capire perché certe storie nascano. Oggi Brera è sinonimo di movida elegante. Ma storicamente è stato un quartiere di ribelli, artisti, pensatori e spiriti inquieti. Qui sorgeva il Collegio dei Gesuiti, centro di sapere, controllo e disciplina. Ma Brera è sempre stata anche il luogo dove il pensiero ufficiale veniva messo in discussione. Artisti, incisori, intellettuali: menti abituate a guardare oltre il visibile. Non è un caso che molte simbologie presenti nei palazzi storici di Brera richiamino l’alchimia: trasformazione, conoscenza, passaggio da uno stato all’altro. Milano non ha mai amato la magia urlata. Preferisce quella che si nasconde nei dettagli. Questa prima parte ci mostra una verità semplice: Milano non è misteriosa perché vuole spaventare, ma perché vuole essere capita. I suoi luoghi non sono attrazioni da checklist, ma capitoli di un racconto urbano che parla di potere, fede, morte, conoscenza e trasformazione. Nella Parte II entreremo ancora più a fondo: castelli, sotterranei, acque oscure, simboli militari e segreti che si annidano nei luoghi del comando e del controllo. Milano, come certi romanzi noir, non si rivela tutta al primo sguardo. E forse è proprio per questo che continua ad affascinare.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

La guerra a colpi di byte

La sicurezza informatica, un tempo relegata agli specialisti di settore e agli ingegneri dei sistemi, è oggi divenuta uno dei pilastri della geopolitica globale, un campo di battaglia silenzioso ma potentissimo dove si combattono guerre senza armi convenzionali, dove l’invisibile influenza il visibile, dove una stringa di codice può avere la stessa forza distruttiva di un missile e dove le informazioni valgono più dell’oro. Gli ultimi conflitti internazionali ce lo dimostrano senza lasciare spazio a dubbi: la guerra tra Russia e Ucraina ha svelato quanto l’aspetto cibernetico sia parte integrante delle strategie militari, gli attacchi hacker contro le infrastrutture critiche ucraine non solo hanno anticipato le offensive terrestri, ma hanno minato la fiducia del popolo, creando disservizi, blackout e una diffusa insicurezza nella popolazione, rendendo chiaro al mondo che la prima linea non è sempre visibile. Lo scenario mediorientale, con l’acuirsi delle tensioni tra Israele, Palestina e Iran, non è da meno, qui la guerra digitale si sviluppa su più piani: il sabotaggio dei sistemi di difesa aerei, il furto di dati sensibili dalle agenzie di intelligence, la diffusione di disinformazione per destabilizzare l’opinione pubblica e, soprattutto, una costante attività di spionaggio condotta tramite sofisticati software di intrusione che penetrano come lame affilate nei server governativi e nei dispositivi personali dei più alti funzionari. Nulla è lasciato al caso, ogni click può diventare una porta aperta, ogni file un cavallo di Troia. I servizi segreti moderni, infatti, hanno spostato il loro baricentro operativo verso il cyberspazio, dove agenti invisibili lavorano instancabilmente per carpire informazioni vitali per la sicurezza nazionale e per costruire vantaggi strategici. La potenza di un Paese non si misura più soltanto in carri armati o in risorse energetiche, ma nella sua capacità di proteggere i propri dati e di penetrare quelli altrui. In questo contesto, l’Italia si trova in una posizione delicata: pur possedendo eccellenze nel campo della sicurezza informatica, come il Centro Nazionale per la Cybersecurity e alcune unità specializzate della Polizia Postale, il nostro Paese appare ancora troppo vulnerabile di fronte a minacce sempre più sofisticate e persistenti. Le infrastrutture critiche italiane, come quelle energetiche, sanitarie, dei trasporti e delle telecomunicazioni, sono state già oggetto di numerosi tentativi di intrusione e attacchi ransomware, talvolta andati a segno, lasciando dietro di sé danni economici significativi e, soprattutto, dimostrando la fragilità di un sistema che non ha ancora pienamente interiorizzato la cultura della prevenzione digitale. La scarsa consapevolezza diffusa tra cittadini, aziende e persino enti pubblici rende il terreno fertile per le operazioni malevole di hacker ostili, che sfruttano vulnerabilità banali, spesso legate a password deboli, aggiornamenti trascurati o errori umani evitabili. L’Italia è un Paese culturalmente ancora in ritardo rispetto alla comprensione della sicurezza informatica come elemento imprescindibile della vita quotidiana e della difesa nazionale. Eppure, in questa complessità globale dove ogni dato può diventare un’arma e ogni sistema può trasformarsi in un obiettivo, il nostro presente ci sta offrendo un’opportunità irripetibile: quella di diventare consapevoli e resilienti. È necessario che la sicurezza informatica venga percepita come una priorità assoluta, non solo per le grandi istituzioni ma per ogni singolo individuo, perché in questa nuova era interconnessa anche il più piccolo anello della catena può determinare la forza o la debolezza di un intero sistema. L’Italia ha le competenze per rispondere, ha i talenti per innovare, ha le strutture per migliorare, ma tutto dipende dalla volontà collettiva di investire seriamente, di formare, di aggiornare, di proteggere. Non si tratta più di difendersi da ipotetiche minacce future: il campo di battaglia è già qui, nel presente, e siamo già tutti parte di questa guerra invisibile che si combatte nei cavi, nei server, nei dispositivi e nelle onde radio. E solo chi saprà vedere oltre la superficie, solo chi comprenderà che la sicurezza informatica non è una semplice questione tecnica ma una strategia di sopravvivenza e di successo per intere nazioni, potrà emergere vincitore da questo scenario sempre più complesso, dove ogni frammento di informazione è una chiave e ogni barriera una porta da difendere con lucidità, costanza e visione.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Oltre l’algoritmo: l’intelligenza artificiale come specchio dell’uomo

L’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica né un concetto relegato ai laboratori di ricerca o alla fantascienza: è una presenza quotidiana, silenziosa e pervasiva, che abita i nostri smartphone, i motori di ricerca, le piattaforme di streaming, i sistemi di navigazione e persino le decisioni che influenzano lavoro, credito, informazione e sanità. Parlare oggi di IA significa quindi affrontare non solo una tecnologia, ma un cambiamento strutturale nel modo in cui la conoscenza viene prodotta, interpretata e utilizzata. La prima grande domanda che accompagna l’IA, fin dalle sue origini, è tanto semplice quanto destabilizzante: le macchine possono pensare? È un interrogativo che non riguarda soltanto l’ingegneria informatica, ma chiama in causa la filosofia, la psicologia e persino l’antropologia. In realtà, ciò che oggi chiamiamo “pensiero artificiale” non coincide con la coscienza o con l’esperienza soggettiva tipicamente umana. I sistemi di intelligenza artificiale non comprendono il mondo nel senso umano del termine, non provano emozioni, non hanno intenzionalità. Funzionano attraverso modelli matematici che elaborano enormi quantità di dati, individuano pattern ricorrenti e producono risposte statisticamente plausibili. Il loro comportamento può apparire intelligente, ma si tratta di un’intelligenza funzionale, non fenomenologica. Dal punto di vista tecnico, l’IA è un insieme di metodologie che permettono a una macchina di svolgere compiti complessi come riconoscere immagini, comprendere testi, tradurre lingue, fare previsioni o prendere decisioni. Il cuore di questi sistemi è il machine learning, ovvero l’apprendimento automatico, che consente agli algoritmi di migliorare le proprie prestazioni grazie all’esperienza rappresentata dai dati. Una sua evoluzione è il deep learning, basato su reti neurali artificiali composte da numerosi strati, ispirate in modo molto astratto al funzionamento del cervello umano. A queste tecniche si affiancano la rappresentazione della conoscenza, la pianificazione automatica e i sistemi decisionali, che permettono di organizzare informazioni complesse e agire in modo coerente rispetto a determinati obiettivi. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale ha generato nella società una miscela di entusiasmo e inquietudine. Da un lato c’è lo stupore per risultati che fino a pochi anni fa sembravano impossibili: macchine che scrivono testi, creano immagini, dialogano con gli esseri umani e supportano attività creative e scientifiche. Dall’altro lato emergono timori legati all’automazione del lavoro, alla perdita di controllo, alla concentrazione del potere tecnologico e all’uso distorto dei dati personali. Questa ambivalenza è comprensibile, perché l’IA non è un semplice strumento neutro: amplifica le intenzioni umane, nel bene e nel male. Se addestrata su dati distorti, può riprodurre e rafforzare pregiudizi; se utilizzata senza regole, può minacciare diritti fondamentali come la privacy e l’equità. Per questo motivo, accanto allo sviluppo tecnologico, è diventato indispensabile un quadro normativo e culturale capace di governare l’innovazione. L’Unione Europea, ad esempio, ha intrapreso la strada di una regolamentazione basata sul rischio, distinguendo tra applicazioni accettabili, ad alto rischio o inaccettabili, con l’obiettivo di proteggere i cittadini senza soffocare il progresso. Ma le leggi da sole non bastano. Serve una consapevolezza diffusa, una alfabetizzazione digitale che permetta alle persone di comprendere cosa fa davvero un sistema di intelligenza artificiale e cosa, invece, non può fare. Il futuro dell’IA non dovrebbe essere immaginato come uno scenario di sostituzione totale dell’uomo, ma come una collaborazione sempre più stretta tra capacità umane e capacità computazionali. L’intelligenza artificiale può diventare un potente alleato nella ricerca scientifica, accelerando scoperte che richiederebbero decenni, può migliorare l’efficienza di sistemi complessi come la sanità o la logistica, può personalizzare l’apprendimento e supportare decisioni complesse. Tuttavia, il suo valore reale dipenderà dal modo in cui sceglieremo di utilizzarla. L’IA non è un destino inevitabile, ma una costruzione culturale e tecnologica plasmata dalle nostre scelte. Le grandi domande che oggi ci poniamo non riguardano solo le macchine, ma noi stessi: che tipo di società vogliamo costruire, quale ruolo attribuiamo al lavoro umano, quale equilibrio cerchiamo tra automazione e responsabilità. In questo senso, l’intelligenza artificiale è uno specchio sofisticato che riflette le nostre ambizioni, le nostre paure e la nostra capacità di governare il cambiamento. Comprenderla non significa solo saperla usare, ma saperla pensare.

 
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from Transit

(194)

(R1)

Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.

E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.

Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.

(R2)

Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro.  Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.

Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.

Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.

Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando. Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.

Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.

#Blog #ReferendumSeparazioneCarriere #Italia #Giustizia #Opinioni

 
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