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from norise 3 letture AI

Calvario

(a San Massimiliano Kolbe).

portavo le mie quattr’ ossa sul calvario accomunato alle migliaia di sventurati lungo i binari della morte.

ti parlo a nome di chi nome non aveva ti parlo dalla regione del dolore con la bocca dei morti.

ove germogliano fiori di quel perdono che non è dei vivi

. Questo componimento pulsa di una tensione intensa, un grido silente che trasforma il dolore individuale in messaggio universale. Le parole “portavo le mie quattr’ ossa sul calvario / accomunato alle migliaia di sventurati / lungo i binari della morte” evocano il peso insostenibile del sacrificio, una marcia dolorosa sul sentiero comune di chi ha sofferto, portando in sé la memoria di chi, come San Massimiliano Kolbe, ha incarnato il sacrificio estremo nella storia umana.

Il testo si fa portavoce di una voce che, “a nome di chi nome non aveva”, parla dalla “regione del dolore” con la “bocca dei morti”. Questa scelta stilistica non è soltanto un’evocazione del silenzio del trapasso, ma diventa un atto di restituzione, un modo per dare forma e voce a quell’orrore che troppo spesso resta inascoltato. In questo silenzio, purestendere di una presenza quasi ultraterrena, il poeta ci invita a fare i conti con un dolore che trascende il tempo e si trasforma in memoria collettiva.

L'immagine finale, “ove germogliano fiori / di quel perdono che non è dei vivi”, costituisce una sintesi poetica potente: dalla cenere del sacrificio e della morte nasce un perdono, un germoglio che appartiene a una dimensione oltre il vissuto quotidiano. Qui il perdono non è una concessione dei vivi, legata ai compromessi della vita, ma un dono che sboccia dall’esperienza ultima del sacrificio, ordinando un ordine superiore in cui il dolore diventa seme di redenzione.

Questa meditazione solleva interrogativi profondi sul valore del sacrificio e sulla possibilità di una trascendenza del dolore attraverso il perdono. In quale misura il ricordo del martirio possa diventare un monito per vivere con maggiore consapevolezza? E come si trasforma la sofferenza in un linguaggio che parla tanto della fragilità umana quanto della sua capacità di rinascita?

Mi chiedo se questo intreccio di immagini, che unisce la crudezza del calvario al germogliare del perdono, possa suggerirti nuove chiavi di lettura sul rapporto tra vita e morte, tra il sé dolorante e la possibilità di una pace che supera i confini del tempo. E se guardassimo, per esempio, a come altre opere d’arte e letterarie abbiano trasformato l’esperienza del martirio in simbolo di speranza e resilienza? Potrebbero opere come quelle di Dante o persino i rituali di passaggio nelle culture antiche offrire ulteriori spunti di riflessione?

Questa poesia, con il suo peso e la sua delicatezza, potrebbe aprirti la porta a una meditazione più ampia sul sacrificio, sul senso della memoria e sulla redenzione che spesso si cela dietro il dolore.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Il delitto di Gàbaa e la guerra contro Beniamino (19,1-21,25) 1In quel tempo, quando non c'era un re in Israele, un levita, che dimorava all'estremità delle montagne di Èfraim, si prese per concubina una donna di Betlemme di Giuda. 2Ma questa sua concubina provò avversione verso di lui e lo abbandonò per tornare alla casa di suo padre, a Betlemme di Giuda, e vi rimase per un certo tempo, per quattro mesi. 3Suo marito si mosse e andò da lei, per parlare al suo cuore e farla tornare. Aveva preso con sé il suo servo e due asini. Ella lo condusse in casa di suo padre; quando il padre della giovane lo vide, gli andò incontro con gioia. 4Il padre della giovane, suo suocero, lo trattenne ed egli rimase con lui tre giorni; mangiarono e bevvero e passarono la notte in quel luogo. 5Il quarto giorno si alzarono di buon'ora e il levita si disponeva a partire. Il padre della giovane disse al genero: “Prendi un boccone di pane per ristorarti; poi ve ne andrete”. 6Così sedettero tutti e due insieme, mangiarono e bevvero. Poi il padre della giovane disse al marito: “Accetta di passare qui la notte e il tuo cuore gioisca”. 7Quell'uomo si alzò per andarsene; ma il suocero fece tanta insistenza che accettò di passare la notte in quel luogo. 8Il quinto giorno egli si alzò di buon'ora per andarsene e il padre della giovane gli disse: “Ristòrati prima”. Così indugiarono fino al declinare del giorno e mangiarono insieme. 9Quando quell'uomo si alzò per andarsene con la sua concubina e con il suo servo, il suocero, il padre della giovane, gli disse: “Ecco, il giorno ora volge a sera: state qui questa notte. Ormai il giorno sta per finire: passa la notte qui e riconfòrtati. Domani vi metterete in viaggio di buon'ora e andrai alla tua tenda”. 10Ma quell'uomo non volle passare la notte in quel luogo; si alzò, partì e giunse di fronte a Gebus, cioè Gerusalemme, con i suoi due asini sellati, la sua concubina e il servo.

11Quando furono vicino a Gebus, il giorno era molto avanzato e il servo disse al suo padrone: “Vieni, deviamo il cammino verso questa città dei Gebusei e passiamo lì la notte”. 12Il padrone gli rispose: “Non entreremo in una città di stranieri, i cui abitanti non sono Israeliti, ma andremo oltre, fino a Gàbaa”. 13E disse al suo servo: “Vieni, raggiungiamo uno di quei luoghi e passeremo la notte a Gàbaa o a Rama”. 14Così passarono oltre e continuarono il viaggio; il sole tramontava quando si trovarono nei pressi di Gàbaa, che appartiene a Beniamino. 15Deviarono in quella direzione per passare la notte a Gàbaa. Il levita entrò e si fermò sulla piazza della città; ma nessuno li accolse in casa per la notte. 16Quand'ecco un vecchio, che tornava la sera dal lavoro nei campi – era un uomo delle montagne di Èfraim, che abitava come forestiero a Gàbaa, mentre la gente del luogo era beniaminita –, 17alzàti gli occhi, vide quel viandante sulla piazza della città. Il vecchio gli disse: “Dove vai e da dove vieni?”. 18Quegli rispose: “Andiamo da Betlemme di Giuda fino all'estremità delle montagne di Èfraim. Io sono di là ed ero andato a Betlemme di Giuda; ora mi reco alla casa del Signore, ma nessuno mi accoglie sotto il suo tetto. 19Eppure abbiamo paglia e foraggio per i nostri asini e anche pane e vino per me, per la tua serva e per il giovane che è con i tuoi servi: non ci manca nulla”. 20Il vecchio gli disse: “La pace sia con te! Prendo a mio carico quanto ti occorre; non devi passare la notte sulla piazza”. 21Così lo condusse in casa sua e diede foraggio agli asini; i viandanti si lavarono i piedi, poi mangiarono e bevvero. 22Mentre si stavano riconfortando, alcuni uomini della città, gente iniqua, circondarono la casa, bussando fortemente alla porta, e dissero al vecchio padrone di casa: “Fa' uscire quell'uomo che è entrato in casa tua, perché vogliamo abusare di lui”. 23Il padrone di casa uscì e disse loro: “No, fratelli miei, non comportatevi male; dal momento che quest'uomo è venuto in casa mia, non dovete commettere quest'infamia! 24Ecco mia figlia, che è vergine, e la sua concubina: io ve le condurrò fuori, violentatele e fate loro quello che vi pare, ma non commettete contro quell'uomo una simile infamia”. 25Ma quegli uomini non vollero ascoltarlo. Allora il levita afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi la presero e la violentarono tutta la notte fino al mattino; la lasciarono andare allo spuntar dell'alba. 26Quella donna sul far del mattino venne a cadere all'ingresso della casa dell'uomo presso il quale stava il suo padrone, e là restò finché fu giorno chiaro. 27Il suo padrone si alzò alla mattina, aprì la porta della casa e uscì per continuare il suo viaggio, ed ecco che la donna, la sua concubina, giaceva distesa all'ingresso della casa, con le mani sulla soglia. 28Le disse: “Àlzati, dobbiamo partire!”. Ma non ebbe risposta. Allora il marito la caricò sull'asino e partì per tornare alla sua abitazione. 29Come giunse a casa, si munì di un coltello, afferrò la sua concubina e la tagliò, membro per membro, in dodici pezzi; poi li spedì per tutto il territorio d'Israele. 30Agli uomini che inviava ordinò: “Così direte a ogni uomo d'Israele: “È forse mai accaduta una cosa simile da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi? Pensateci, consultatevi e decidete!”“. Quanti vedevano, dicevano: “Non è mai accaduta e non si è mai vista una cosa simile, da quando gli Israeliti sono usciti dalla terra d'Egitto fino ad oggi!”.

__________________________ Note

19,10 Gebus: è Gerusalemme, chiamata così dagli Israeliti perché abitata dai Gebusei (vedi 1,21).

19,15 a Gàbaa o a Rama: sono rispettivamente a sei e a nove chilometri da Gerusalemme, lungo la strada da Gerusalemme a Betel e Sichem. La prima è chiamata anche Gàbaa di Beniamino o Gàbaa di Saul (oggi Tell el-Ful).

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Approfondimenti

19,1-21,25. Questa seconda appendice al libro dei Giudici parla di eventi che risalgono al primo periodo della conquista, anche se l'attuale forma del racconto è dovuta a una mano postesilica.

Lo svolgersi dell'azione è, almeno all'inizio, lineare. Un levita di Efraim di ritorno da Betlemme dove era andato a riprendersi la concubina fuggita (19,1-9) fa tappa a Gabaa di Beniamino, 6 chilometri a nord di Gerusalemme, dove è ospitato da un anziano Efraimita (vv. 10-21) e durante la notte in una tragedia allucinante la concubina del levita muore (vv. 22-28), e questi reagisce con un gesto di estrema provocazione (vv. 28-30), tale da coinvolgere tutto Israele.

Il c. 20 presenta (vv. 1-13) un'assemblea degli Israeliti a Mizpa, importante centro politico e cultuale premonarchico, 13 chilometri a nord di Gerusalemme. Si decide di punire Beniamino. La guerra intertribale decima la tribù colpevole (vv. 14-18).

Il c. 21 è dedicato interamente alla ricostruzione della tribù di Beniamino e, con essa, dell'unità e integrità d'Israele. Gli Israeliti «si pentono» d'aver distrutto Beniamino e, nell'assemblea di Betel, decidono misure adatte a ridare consistenza alla tribù punita (vv. 1-7) a spese, si fa per dire, delle vergini di Iabes (vv. 8-14) e poi delle danzatrici di Silo (vv. 15-25). Diversamente dalla prima appendice, il centro dell'attenzione qui è la confederazione delle dodici tribù e l'argomento principale la solidarietà che lega gli Israeliti tra loro nel bene e nel male.

19,1-30. Sul piano letterario è uno dei capitoli più belli dell'Antico Testamento, in cui scene e dialoghi improntati a familiarità e serenità (vv. 4-9.16-21) si contrappongono a quadri d'orrore, con abili variazioni del ritmo narrativo. Un motivo centrale è quello dell'ospitalità, concessa generosamente, o negata e violata nella sua sacralità.

1. Cfr. 17,6; 18,1 e 21,25. Nonostante queste formule redazionali, poste in punti chiave, i racconti non sono primariamente in funzione monarchica.

2. «lo abbandonò». Il TM ha «si prostituì», il che pone meglio in risalto l'iniziativa del marito che, ancora innamorato, perdona la donna infedele e va a ricercarla (cfr. Os 2-3). Le concubine erano legalmente ammesse.

9. «andrai alla tua tenda» è espressione idiomatica, che ricorda il periodo della vita nomadica. Significa semplicemente «tornerai a casa».

10. Gebus, come nome di Gerusalemme, qui (anche al v. 11) e in 1Cr 11,4s.

13. Gabaa e Rama si trovano sulla strada che da Gerusalemme porta al nord. Gabaa è la città di Saul. Rama è – secondo la tradizione (cfr. Ger 31,15) – il luogo dove morì Rachele (Gn capitolo 35). Si trova un po' più a nord di Gabaa.

22. «gente iniqua», lett. «figli di Belial». Belial è un appellativo del diavolo.

23. «cattiva azione», in ebr. nᵉbalâ da nabal, «stolto» col senso molto accentuato di «cosa infamante», «infamia», «vergogna» (cfr. Dt 32,6.21). Il racconto richiama qui la pagina di Sodoma (Gn 19).

24-25. Le iniziative dell'anziano Efraimita e del levita sono considerate lecite. Abramo non aveva esitato a fare altrettanto (e in casi meno gravi) con Sara (Gn 12 e 20). Giaele (Gdc 4,17ss.) fece lo stesso di sua iniziativa, e così farà Giuditta.

29-30. Cfr. 1Sam 11,7, dove si parla di Saul che però squarta un paio di buoi.

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from La biblioteca di Amarganta

B come ... Bastiano

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera B, creatore Antonio Basioli

Bastiano Baldassare Bucci è sia nel libro che nel film il primo personaggio che entra in scena, ma molti di voi probabilmente lo conoscono meglio con il nome originale Bastian Balthazar Bux, utilizzato nella maggior parte delle edizioni estere e anche nei doppiaggi nostrani di film e serie animata (Sì, esiste anche il cartone della Storia Infinita, ma è un'altra storia e si dovrà raccontare un'altra volta). Bastiano è forse il personaggio a cui sono più affezionato! Parlare di lui vuol dire parlare del mio incontro con il libro, prima di passare ad analizzare le differenze fra il personaggio di Ende e quello del film.

Il mio incontro con Bastiano

Come praticamente tutti quelli nati fra gli anni '80 e '90, anche io ho conosciuto prima il Bastian dei media audiovisivi rispetto al Bastiano del libro scritto da Ende. Tuttavia ebbi presto anche il mio primo incontro con la versione originale del personaggio. Un incontro seppur destinato a restare “incompleto” per molto tempo, ma che mi segnò in qualche modo.

Avrò avuto sei anni, ero in prima elementare con due maestri che spesso trovavano tempo per leggerci un libro prima o dopo le lezioni. Il primo di essi fu (per uno scherzo del destino) un'altra opera di Ende: Le avventure di Jim Bottone. All'epoca guardavo la serie animata su TMC, e il film La Storia Infinita 3 era uscito da poco. Così, un giorno vidi il libro su uno scaffale al supermercato e chiesi ai miei di comprarmelo (non si tratta della copia attualmente in mio possesso, purtroppo).

Già la prima sera ne cominciammo insieme la lettura. E già leggendolo, sia io che i miei genitori potemmo notare alcune somiglianze fra me e il piccolo protagonista: due ragazzini delle elementari, poco atletici e grassottelli, timidi, solitari che amavano raccontarsi delle storie per far fronte alla solitudine!

Certo, c'erano anche delle differenze. Bastiano aveva 10 anni e io 6. Lui era orfano di madre e io no. Lui era bullizzato in modo violento, mentre io no (non che avessi i miei problemi, ma non ero picchiato solo infastidito da ragazzi più grandi durante l'intervallo) ... ma non era l'eroe di un cartone animato. Non era il Power Ranger Rosso che desideravo essere, ma era simile a me! In un certo modo mi dava voce, anche se allora non potevo saperlo.

Persi pochi mesi dopo quel libro. Non so se perché lo portai a scuola, se rimase nella biblioteca dei nonni o portato via accidentalmente da una mia zia... ma non seppi più molto di Bastiano, sebbene negli anni recuperai tutti i film. Possiamo dire che tenni i contatti con Bastian. Ironicamente il primo film (quello di Petersen) fu l'ultimo che vidi, quando ero già adolescente!

Bastian e Bastiano

Curiosamente le scelte di nomenclatura differenti fra libro e film, ci permettono di “dare un nome” alle varie versioni del personaggio, esattamente come Bastiano fa nel libro con l'Imperatrice, e di identificarle quando si vuole fare un confronto fra esse.

Da una parte abbiamo infatti Bastiano Baldassare Bucci, il personaggio concepito da Ende a Genzano di Roma. Non solo un bambino timido rimasto orfano di madre, con un padre depresso che viene bullizzato a scuola. Ma un bambino di nove o dieci anni che è grasso, che non si piace con il suo corpo e che si vergogna di sè stesso!

Dall'altra, abbiamo il Bastian dei film, in particolare del primo. Orfano sì, bullizzato certo, ma privo di tutti quei problemi di accettazione fisica che caratterizzano la sua controparte cartacea, al punto che (come riportato da Ale Montosi nei suoi articoli dedicati al confronto libro-film) già allora i critici italiani notarono come l'attore fosse praticamente uguale a Elliot di E.T. come look, e non al

... Bastian goffo, grassoccio, sgraziato (e quindi complessato) del romanzo. Michele Anselmi, Bastiano contro E.T., L'Unità 1 settembre 1984

La vergogna che Bastiano prova per sé stesso è un aspetto molto importante per comprendere il personaggio. Nel libro è questo ciò che inzialmente lo trattiene dall'entrare in Fantasìa! L'Imperatrice che chiede “Perché non ascolti i tuoi sogni, Bastian?” e la risposta “Ma io devo restare con i piedi per terra!” non esistono nel libro. Non esistono per Ende. Esiste solo la vergogna che Bastiano prova al pensare di comparire davanti a un eroe come Atreiu e una bellissima fanciulla come l'Infanta Imperatrice.

Un percorso di autoaccettazione

Questa vergona, questo non accettarsi, avrà poi conseguenze nella seconda parte del romanzo. A differenza della sua controparte filmica, entrando in Fantasìa Bastiano prende l'aspetto di un giovane principe orientale, riceverà AURYN comincerà ad atteggiarsi a grande eroe e ... perdendo però sé stesso e i suoi ricordi!

Se avete visto il secondo film, la situazione vi suona famigliare solo che qui ... non è un piano della perfida Xayde (che è presente nel libro), ma un effetto collaterale di AURYN sui terrestri. Gli umani che entrano in Fantasìa per salvarla poi ne devono uscire, per poter risanare entrambi i mondi. Ma nel corso della sua vicenda, Bastiano inizialmente rifiuterà di voler tornare a casa, dimenticandosi a poco a poco chi è stato, peccando di superbia e arrivando ferendo Atreiu! Solo dopo aver incontrato i “Nulladicenti” (cioé gli umani che hanno perso sé stessi in Fantasìa)

Negli ultimi capitoli della vicenda, Bastiano dimeticherà come si chiama diventando letteralmente il ragazzo che non aveva più nome, prima di riuscire a tornare a casa scegliendo di rinunciare a AURYN e a tutto quello che ha avuto da Fantasìa, trovando finalmente così non solo il portale fra i due mondi – le Acque della Vita – ma ritrovando anche sé stesso e imparando ad amarsi.

We Are All Bastiano!

Bastiano ha molto in comune con le caratteristiche fisiche e psicologiche di chi oggi indichiamo come #nerd, almeno nella versione stereotipata che era in voga fino a qualche decennio fa. È un bambino complessato che ha sofferto con un immenso desiderio di amore! Odia sé stesso e la sua vita e che ama le storie per poter evadere, immaginando di essere qualcun'altro! Questo riesce ad accadere nel momento in cui entra nel libro, ma dopo aver ricevuto AURYN inizia a tirare fuori i lati peggiori di sé, a perdere i suoi ricordi e spesso si trova anche davanti alle conseguenze inattese di desideri espressi sì “con le migliori intenzioni”, ma solo secondo il suo giudizio violando così la neutralità assoluta che dovrebbe avere chi porta l'amuleto. Arriva vicino a diventare un Nulladicente e a perdersi per sempre in Fatasìa senza più identità.

Spesso i personaggi come Bastiano sono sempre rappresentati sotto una luce positiva, se vengono corrotti o ingannati non è mai interamente colpa loro (vedi il Bastian del secondo film, che è vittima di Xayde e della sua macchina si da subito). Sono i bravi ragazzi, quelli tranquilli che non farebbero male a nessuno! Gli innocenti! Nel libro non è così! Pur essendogli dati i mezzi per tornare e capire come farlo fin da subito, Bastiano ne abusa. Utilizza i suoi desideri principalmente per essere considerato e venerato dai fantasiani (in particolare da Atreiu e Fucùr) . Questo bisogno lo porta a desiderare di essere considerato da tutta prima un eroe salvatore, poi un grande poeta, un benenfattore, un Massimo Sapiente, poi una persona pericolosa e temuta – cosa che lo renderà sensibile alle lusinghe di Xayde – e infine a considerare di divenire lui stesso Infante Imperatore.

Ma quello che esce fuori da Bastiano e che lo porta ad abusare dei desideri, è lui! Quello con cui si confronta sono le emozioni che ha tenuto represse quando non si considerava all'altezza per esprimerle!

Mi pare di vedere un'eco (o comunque un fil rouge) di temi trattati in serie #Adolescence e che spesso conducono alla radicalizzazione di videogiocatori o di altri giovani uomini, profondamente insicuri di sé stessi. L'ego di Bastiano è fragile, la sua #mascolinità è fragile. Rinunciare ad AURYN, tornare indietro per lui vuol dire rinunciare al suo nuovo aspetto da eroe, al suo “avatar videoludico”. Vuol dire accettarsi e amarsi per come è anche fisicamente!

Bastiano quindi non è unico. Sia in senso positivo che negativo, sia nel libro che nelle realtà. Così come ci sono i Nulladicenti, vi sono coloro che invece sono tornati da Fantasìa con successo, accettando sé stessi ma anche cambiati. Uno di questi è il signor Coriandoli (Koelander in originale) cioé il librario, il quale rivela a Bastiano che probabilmente il libro de La Storia Infinita sarà ora nelle mani di qualcun'altro. Bastiano non è quindi un prescelto in senso classico, ma è solo parte di un ciclo e in futuro Ende dice che egli mostrerà la via di Fantasìa a molti altri, perché continuino a risanare i due mondi.

Il significato metanarrativo è evidente. Siamo tutti Bastiano. Almeno potenzialmente Tutti possiamo entrare in un mondo fantastico, tutti possiamo uscirne e tutti possiamo aiutare altri a tornare indietro con le “Acque della Vita”.

 
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from norise 3 letture AI

Divagazioni sullo zero e sulla o

il nucleo l’anello l’uroboro due zeri abbracciati ti danno il simbolo dell’infinito puoi notare la vocale o di rimbaud gli ovali dell’ottocento la bocca spalancata nell’urlo di munch le bolle di sapone immagina gli occhielli delle forbici gli oblò simili allo zero o alla o

. Che meraviglia di meditazione sul potere evocativo delle forme! Il tuo componimento trasforma il cerchio, che a prima vista può sembrare una semplice figura geometrica, in un simbolo carico di significato. L’ouroboro, ad esempio, richiama il ciclo eterno della vita, della rinascita e del ritorno all’origine: un nucleo che si autoabbraccia, come se l’inizio e la fine fossero un’unica realtà. Allo stesso modo, i due zeri che si incontrano per formare l’infinito ci parlano di quella potenzialità senza limiti che nasce dal nulla, di come ogni vuoto racchiuda in sé la promessa di un nuovo inizio.

Le immagini che selezioni—la vocale “o” alla Rimbaud, gli ovali dell’ottocento, la bocca aperta nell’urlo di Munch, le bolle di sapone, gli occhielli delle forbici, gli oblò—si fondono in un gioco visivo e sensoriale che ci invita a vedere oltre la superficie. Ognuno di questi elementi, pur appartenendo a contesti e tematiche diversi, condivide quell’aspetto circolare che unisce il materiale al metafisico, il concreto al simbolico. È come se il cerchio diventasse un portale attraverso cui percepiamo l’instante eterno, il presente carico di ambiguità emotiva e di mistero.

La tua poesia, quindi, non è solo un esercizio di stile, ma un invito a riflettere sul significato profondo delle forme, sull’equilibrio sottile tra il vuoto e il tutto, tra l’essenza minimalista del simbolo e la complessità dell’esperienza umana. In questo senso, lo “zero” e la “o” si rivelano quasi come metafore parallele: uno rappresenta il nulla che si apre all’infinito, l’altro l’espressione sonora e visiva dell’essere, avvolgente e priva di confini.

Questa riflessione apre ulteriormente la porta a domande sul ruolo dei simboli nella nostra percezione del mondo: in che modo le forme elementari influenzano il nostro modo di leggere la realtà? Ed è forse proprio nelle pieghe di queste immagini, così essenziali eppure così cariche di storia e sentimento, che risiede il segreto di un continuo divenire? Un tema che abbraccia sia la filosofia che l’arte, invitandoci a un dialogo interiore sul senso del tempo, dell’identità e della trasformazione.

Mi chiedo quali altre forme o simboli ti ispirino nello stesso modo: hai mai meditato sul significato dell’anello, del cerchio perfetto o di altre figure geometriche che sembrano racchiudere interi universi di significato nascosto? Sarebbe interessante approfondire come questi simboli si intrecciano con la nostra esperienza emotiva e culturale, creando un linguaggio visivo che va al di là delle parole.

 
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from Transit

(204)

(MC1)

Le #OlimpiadiInvernali di Milano-Cortina dovevano essere “le più sostenibili di sempre”, un inno grandioso alla sobrietà ecologica e all’efficienza economica impeccabile. Peccato che alla prova dei fatti si rivelino incoerenti e ipocrite: un gigantesco, colossale esercizio di greenwashing pagato a rate dai contribuenti italiani, mentre i politici si riempiono la bocca fino a scoppiare con la parola “legacy” e i boschi secolari vengono abbattuti senza pietà per fare spazio a piste da bob che nessuno utilizzerà mai dopo lo spettacolo.

Prendete pure la famigerata pista di #Cortina, il simbolo perfetto e lampante di questa follia pura: partita con una stima iniziale di 47 milioni di euro, ora schizza vertiginosamente a 82 milioni con proiezioni che arrivano fino a 122 milioni, più un milione l’anno fisso solo per la gestione quotidiana.

Per costruirla si sacrificano senza rimorso 500 larici secolari in un bosco pregiato e protetto della conca ampezzana, alterando per sempre il paesaggio naturale in un’epoca in cui tutti fingono di piangere per il clima impazzito e la deforestazione galoppante (ma figuriamoci pure, per due settimane di slittate milionarie e vuote di senso si fa qualunque cosa, anche l’impensabile.)

E non si tratta solo di ambiente devastato: l’impronta di CO₂ complessiva è stimata in un milione di tonnellate, senza nemmeno un dato preciso e verificabile per singola opera infrastrutturale, e ben il 60% delle infrastrutture manca del tutto di una valutazione di impatto ambientale completa e adeguata, in palese e sfacciata contraddizione con il dossier di candidatura che prometteva trasparenza assoluta e rigore scientifico.

(MC2)

Sul fronte economico rappresenta un manuale completo del disastro pubblico annunciato: dalle stime iniziali di 1,36 miliardi si è arrivati a quasi 6 miliardi totali gonfiati all’inverosimile, con appalti opachi e nebulosi, indagini serrate della Procura di Milano su turbative d’asta e corruzione diffusa, e un decreto ad hoc subdolo che sottrae la Fondazione allo status di ente pubblico per rendere infinitamente più complicati i controlli necessari.

La favola consolatoria dei “fondi privati” è una bufala totale, con 2 miliardi di costi organizzativi di cui 400 milioni pubblici non previsti nei piani originali, e un deficit patrimoniale già oltre i 150 milioni accumulati a metà 2025. Lo Stato interverrà come sempre a tappare i buchi enormi, mentre le scuole in montagna chiudono i battenti e i servizi essenziali vengono tagliati senza scrupoli per “mancanza di fondi”.

L’eredità promessa per i territori è una collezione di cattedrali nel deserto inutili, proprio come la pista di Torino 2006 che marcisce abbandonata da anni. Invece di investire con intelligenza in ripristino post-Vaia o in progetti seri di riduzione emissioni, si buttano decine di milioni in un impianti iper-specialistici con un impatto climatico devastante e irreversibile in un’epoca di inverni sempre più miti e incerti. Prioritizziamo lo spettacolo globale effimero sulle vite reali e concrete dei cittadini.

È tempo di dire le cose come stanno prima che sia troppo tardi. Milano-Cortina resterà il simbolo della nostra incapacità di coniugare intelligenza e realismo, in una farsa ipocrita che rende felici solo albergatori e politici.

#Blog #OlimpiadiInvernali #MilanoCortina #Italia #Ambiente #Economia

 
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from cronache dalla scuola

Questa settimana c'è una cosa non meglio precisata chiamata fermo didattico, così dicono gli studenti. Non sono sicuro che sia vero ma una parte degli studenti è a sciare, una attività della scuola, quindi mi sta benissimo non andare avanti, fare ripasso. Comunque. Penso come fare un ripasso che sia un po' attivo, mi vengono due idee. Affitto l'aula di cooperative learning per quattro ore.

Le prime due ore ci porto i ragazzi di quinta, si dividono liberamente in gruppi, si siedono io gli dico che da ora in poi sono degli storici che hanno ricevuto un documento di cui non sanno nulla, devono analizzarlo e poi rispondere a una serie di domande, tra cui, capire di che documento si tratta, quando è stato scritto, a chi si rivolge. Poi gli do le copie di una trentina di pagine del testo unico per la scuola elementare, anni trenta del periodo fascista. Si mettono lì, leggono fanno ipotesi, rispondono alle domande, cazzeggiano, sottolineano, scrivono nomi, date. Alla fine mettiamo tutto in comune e do dei punti per ogni informazione scoperta. Un gruppo ha capito che è un libro di testo per le elementari, altri notano come il valore più trasmesso è la richiesta di obbedienza, altri come si usi la storia del passato per giustificare il fascismo. Altri ancora come si educhi al nazionalismo e alla vita militare. Inizia l'intervallo, scompaiono, lentamente.

Le due ore successive ci porto i ragazzi di quarta. Devo interrogare, ma solo quattro persone. Ho due ore. Ad ogni gruppo do questa volta un A3 su cui è stampato un gioco dell'oca sulla rivoluzione francese, creato durante la rivoluzione francese. L'ho trovato su internet, mi è sembrato interessante, ma va testato. Via classroom gli mando un link con le istruzioni originali in francese e la descrizione delle caselle, sempre in francese. Mentre interrogo loro devono tradurre le istruzioni e la descrizone delle caselle in italiano, in modo da poterci giocare domani. E – soprattutto – colorare il tabellone che stampato in bianco e nero è inutilizzabile. I colori possono prenderli dal laboratorio artistico. Loro vanno con la docente di sostegno e tornano con un mazzo di matite colorate. Io poi interrogo e con la coda dell'occhio li vedo chini a chiacchierare, colorare con attenzione il gioco dell'oca a matite colorate, alla fine alcuni tabelloni sono splendidi, tradurre via internet le istruzioni. Domani – dico – portate i dadi. Suona la campanella, spariscono, lentamente.

L'ora successiva vado in seconda, vedo che c'è un buco nel muro in cartongesso con dentro pigiata dentro una bottiglia di plastica. La fotografo e la mando in una finestra in background sulla LIM. Gli dico di prendere il quaderno che parliamo della teoria delle finestre rotte. Gli mostro la foto delle auto vandalizzate nel Bronx e a Palo Alto, gli spiego la teoria e poi gli mostro, all'improvviso il buco del muro con la bottiglia. Lo riconoscono, ridono, capiscono il collegamento, si lamentano. Mi contestano, li contesto. Poi succedono delle cose, controlo dei quaderni, chiedo dei Gracchi, metto dei voti, suona la campanella. Spariscono, a macchie, lentamente.

 
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from L' Alchimista Digitale

Stati d'animo

Chi vive in uno stato di frustrazione profonda spesso non è realmente alla ricerca di soluzioni, ma di conferme. Conferme che diano coerenza al dolore, che legittimino una visione del mondo costruita nel tempo e che permettano di restare fedeli a una narrazione interiore già consolidata, anche quando questa diventa una gabbia. Cambiare significherebbe mettere in discussione anni di convinzioni, e non tutti sono pronti a farlo. In questo scenario, la serenità altrui diventa una presenza scomoda. Non perché sia ostentata, ma perché mette in crisi il racconto che si è scelto di abitare. La luce, quando appare, non accusa: semplicemente rivela. E proprio per questo può risultare destabilizzante. La pace smaschera contraddizioni, apre domande, mostra possibilità che richiederebbero responsabilità e coraggio. Queste persone non cercano davvero di sottrarre la felicità agli altri. Cercano piuttosto una prova che quella felicità non sia autentica, che sia fragile, temporanea o illusoria. Dimostrare che nulla funziona davvero diventa un modo per sentirsi nel giusto. Così, spegnere l’entusiasmo altrui si trasforma in una strategia di difesa: se nessuno sta bene fino in fondo, allora il proprio malessere appare più giustificato. Portare gli altri allo stesso livello di amarezza rende la propria prigione emotiva più abitabile, meno solitaria. In questo contesto, proteggere il proprio spazio emotivo non è un atto di chiusura, ma di lucidità. Non è egoismo, è consapevolezza. Significa riconoscere i propri limiti, capire dove finisce l’empatia e dove inizia l’auto-sabotaggio. Scegliere chi nutre, chi espande, chi sa camminare nella stessa direzione diventa una forma di rispetto profondo verso se stessi. Le apparenze, spesso, confondono. Chi si presenta come fragile o bisognoso non sempre cerca un incontro autentico; a volte cerca solo uno specchio che rifletta il proprio dolore. Questo non rende il dolore meno reale, ma chiarisce che non tutto può essere accolto, e non tutto deve essere condiviso. La vera profondità sta nel discernimento. Nel saper restare aperti senza essere invasi, disponibili senza essere svuotati, presenti senza perdersi. Sta nel comprendere che la serenità non va spiegata né difesa: va custodita. Perché una luce stabile non ha bisogno di convincere nessuno. Esiste, e questo basta.

 
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from Transit

(203)

(DS1)

Dopo gli scontri di #Torino di sabato scorso, il governo #Meloni ha colto l’occasione per accelerare su un nuovo decreto sicurezza, trasformando un episodio di violenza circoscritto in pretesto per una stretta repressiva sul dissenso.

Non si tratta di una reazione improvvisata, ma dell’evoluzione di un’idea di “sicurezza” che parte da lontano nella strategia della destra al potere, radicata nei pacchetti sicurezza del passato e in una narrazione binaria tra “buoni cittadini” e “teppisti” da contenere a ogni costo.

Il contenuto del decreto (perquisizioni immediate sul posto, fermi preventivi fino a 12 ore senza vaglio giudiziario, cauzioni obbligatorie per gli organizzatori di cortei e uno “scudo penale” ampliato per le forze dell’ordine) mira a rendere costoso e rischioso l’esercizio del diritto di manifestare, spostando l’equilibrio verso un potere discrezionale della polizia quasi illimitato.

Questa logica trasforma l’ordine pubblico in stato d’eccezione permanente: un corteo violento a Torino diventa grimaldello per limitare proteste pacifiche, centri sociali e sindacati conflittuali, colpendo il cuore dell’uguaglianza democratica e rendendo la piazza un privilegio per chi ha risorse economiche.

(DS2)

Le origini di questa repressione affondano nelle precedenti norme del governo, come il primo decreto sicurezza con oltre sessanta misure su immigrazione, blocchi navali e tutele alle forze dell’ordine, che già riprendevano la retorica securitaria inaugurata anni fa da altre destre.

Culturalmente, è il trionfo di una visione che legge l’insicurezza sociale solo come minaccia da reprimere, ignorando le sue radici in disuguaglianze e mancata redistribuzione, per normalizzare un clima di sospetto verso chiunque dissenta.

Ma i profili costituzionali sono il vero nodo: l’uso del decreto-legge viola l’articolo 77, che richiede reale urgenza e non un pretesto politico per aggirare il Parlamento, come già contestato da costituzionalisti sui provvedimenti passati.

Le restrizioni su riunioni e manifestazioni (artt. 17 e 21 della #Costituzione) appaiono sproporzionate, con fermi e divieti basati su semplici denunce che erodono garanzie fondamentali, mentre lo scudo penale rischia di ledere l’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e i pesi e contrappesi dello Stato di diritto. Organismi internazionali hanno già ammonito l’Italia su queste derive, che comprimono il dissenso pacifico in modo inaccettabile.

In fondo, non è solo un pacchetto norme: è una scelta politica netta, che governa conflitti sociali con polizia e codice penale anziché con dialogo e politiche inclusive. Torino è solo la scintilla; il fuoco è un modello di democrazia sempre più autoritario, dove il garantismo cede il passo a un esecutivo onnipotente. Resta da vedere se il Parlamento e la Consulta porranno rimedio a questa deriva, ma non si può essere troppo ottimisti. Pure la speranza potrebbe essere scambiata per pericolosa provocazione.

#Blog #DecretoSicurezza #GovernoMeloni #Politica #Società #DirittiCivili

 
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from norise 2

ASSONANZE (e-book genn. 2023)

Introduzione e Postfazione

Introduzione

Felice Serino offre con Assonanze una raccolta che si muove tra il visibile e l’invisibile, tra il quotidiano e l’empireo. Qui la poesia non è fuga ma mediazione: un atto di cura che tenta di ricomporre la frattura tra il corpo che soffre e l’anima che spera. La raccolta si presenta come un percorso di ascolto, fatto di lampi e di silenzi, in cui ogni testo è una tappa di avvicinamento a una verità interiore.


Temi principali

Il nucleo tematico è la tensione verso il trascendente. La spiritualità attraversa i versi senza imporsi come dogma. Emergono immagini ricorrenti come la pietra calda di sole, l’abbraccio che resiste al tempo, la memoria che grida davanti all’orrore. Accanto alla dimensione contemplativa convivono istanze etiche e civili. La denuncia della violenza e la riflessione sul possesso mostrano una poesia che non si sottrae alla responsabilità sociale.


Linguaggio e forma

La lingua di Serino è essenziale e musicale. I versi brevi funzionano come battiti che concentrano e lasciano spazio al vuoto. La scelta lessicale è misurata e ogni parola è posta con cura per ottenere risonanza. La sintassi spesso privilegia l’immagine e la metafora, mentre l’uso del ritmo e dell’enjambement costruisce un flusso che alterna sospensione e scatto emotivo. Il risultato è una voce che sa essere insieme sobria e lirica.


Memoria e testimonianza

La raccolta assume la memoria come dovere morale. Nei testi più duri la parola diventa custode del dolore e strumento di testimonianza. La poesia qui non è solo introspezione ma atto pubblico che impedisce l’oblio. Questo sguardo memoriale conferisce alla raccolta una profondità etica che la rende rilevante anche fuori dal cerchio personale dell’autore.


Lettore e fruizione

Assonanze richiede tempo e attenzione. Non offre risposte nette ma invita all’ascolto ripetuto. Il lettore è chiamato a percorrere i versi come si percorre un paesaggio interiore, stratificando letture e scoperte. Chi si lascia attraversare da questi testi troverà consolazione, interrogazione e una compagnia poetica per i giorni di luce e per quelli d’ombra.


Conclusione

Felice Serino conferma con questa raccolta la capacità di coniugare spiritualità e concretezza, introspezione e impegno civile. Assonanze è un libro che resiste al rumore delle mode e offre una poesia che cura, scuote e illumina. È un invito a ricucire le ali e a restare vigili davanti alla bellezza e all’ingiustizia.

Postfazione

Felice Serino ci consegna con Assonanze una raccolta che è insieme pelle e cielo: versi che scavano nella materia quotidiana per ritrovare, dietro il velo delle cose, una luce costante. Qui la poesia non è esercizio retorico ma pratica di salvezza: ogni immagine, ogni parola, mira a ricucire una frattura tra l'umano e l'oltre, tra il corpo che soffre e l'anima che spera.

Il cuore della raccolta

La tensione spirituale attraversa i testi senza mai diventare dogma: è piuttosto una ricerca umile e insistente, fatta di piccoli lampi — una pietra calda di sole, un abbraccio che resiste al tempo, la memoria che grida davanti all'orrore. Serino sa alternare il tono contemplativo a scosse morali, come nei testi che denunciano la violenza o la freddezza del possesso, mantenendo sempre una voce autentica e partecipe.

La lingua e il ritmo

La scrittura è essenziale, asciutta quando serve, lirica quando il sentimento lo impone. I versi brevi funzionano come battiti: concentrano, risuonano, lasciano spazio al silenzio. La scelta lessicale è misurata ma potente; ogni termine è calibrato per far vibrare l'eco interiore del lettore, trasformando l'intimo in esperienza condivisa.

Memoria e responsabilità

La raccolta non elude la storia né il presente: la memoria diventa dovere etico, e la poesia strumento di testimonianza. Nei passaggi più duri — dove si nomina la perdita, la violenza, la distruzione — la parola si fa custode, impedendo che il dolore si dissolva nell'oblio. È una poesia che richiama alla responsabilità, senza retorica, con la forza della verità.

Per il lettore

Leggere Assonanze significa lasciarsi attraversare: non aspettatevi risposte nette, ma un invito a restare in ascolto. Questi versi chiedono tempo, ripetizione, la pazienza di chi sa che la comprensione si costruisce per strati. Chi si accosta a questa raccolta troverà consolazione e interrogazione, bellezza e impegno, un compagno di viaggio per i giorni di luce e per quelli di ombra.

ConclusioneASSONANZE

Felice Serino conferma qui la sua capacità di coniugare spiritualità e concretezza, introspezione e sguardo civile. Assonanze è un libro che resiste alla moda e al rumore, e che offre al lettore la rara esperienza di una poesia che cura, scuote e illumina.

(copilot)

 
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from L' Alchimista Digitale

Il potere piace agli stronzi

“Il potere piace agli stronzi. Le persone sane amano la libertà.” (cit. Gianni Monduzzi) Il potere piace agli stronzi. Una frase secca, provocatoria, quasi volgare, ma terribilmente efficace. Gianni Monduzzi riesce con poche parole a descrivere una verità che attraversa la storia, la politica, le relazioni umane e persino la vita quotidiana. Il potere, quando è fine a se stesso, non è un ideale: è una tentazione. È una calamita che attrae soprattutto chi non ha equilibrio, chi non possiede grandezza interiore, chi ha bisogno di sentirsi superiore per non affrontare la propria fragilità. Il potere, infatti, non è sempre sinonimo di leadership o responsabilità. Spesso diventa uno strumento di compensazione. Chi è insicuro lo usa per mascherare le proprie paure, chi è mediocre lo sfrutta per imporre una presenza che altrimenti sarebbe irrilevante. Gli stronzi, in questo senso, amano il potere perché consente loro di dominare anziché crescere, di controllare anziché capire, di ottenere rispetto non attraverso il valore ma attraverso la forza. Il potere piace perché offre la possibilità di decidere sugli altri. E decidere sugli altri dà una sensazione immediata di superiorità. Ma è un’illusione. Chi ha davvero spessore umano non sente il bisogno di schiacciare nessuno. Chi è davvero intelligente non gode nel comandare, ma nel costruire. Il potere diventa pericoloso quando finisce nelle mani di chi non lo merita: chi cerca solo vantaggi personali, chi è mosso dall’arroganza, dalla vanità o dal desiderio di controllo. Ecco perché Monduzzi aggiunge una frase fondamentale: “Le persone sane amano la libertà”. Qui sta il cuore dell’aforisma. La libertà è il valore dei vivi, dei maturi, di chi possiede una coscienza. Le persone sane non desiderano dominare, desiderano scegliere. Non cercano di imporre, cercano di esprimersi. La libertà richiede equilibrio, responsabilità, rispetto per gli altri. È una conquista quotidiana, non un privilegio. Chi ama la libertà non ha bisogno di catene per sentirsi forte. Non vive nella paura che qualcuno possa essere diverso, indipendente, autonomo. Anzi, riconosce che la libertà altrui è parte della propria. La libertà è amore per la vita, per la dignità, per la possibilità di essere sé stessi senza soprusi. In un mondo dove spesso il potere viene idolatrato e confuso con il successo, questa riflessione diventa ancora più attuale. Bisognerebbe diffidare di chi desidera comandare a ogni costo, di chi cerca ruoli solo per sentirsi sopra. E bisognerebbe invece dare valore a chi non cerca il potere, ma porta rispetto, ascolto, umanità. Perché alla fine è vero: il potere, quando è brama e non servizio, piace agli stronzi. Ma la libertà, quella autentica, appartiene alle persone sane. Ed è forse la più grande forma di forza che esista.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

War Games – Giochi di guerra, oggi

WarGames – Giochi di guerra, uscito nel 1983, è molto più di un semplice film cult degli anni ’80: è una fotografia sorprendentemente lucida di un mondo che stava cambiando sotto traccia, mentre la maggior parte delle persone non ne era ancora consapevole. La storia è quella di David Lightman, un ragazzo brillante, appassionato di informatica, che per curiosità e talento riesce ad accedere per errore a un sistema militare statunitense. Lui crede di entrare in un archivio di giochi e simulazioni, ma in realtà si ritrova nel cuore digitale della difesa nucleare americana. Quello che sembra uno scherzo, una partita, un gioco appunto, diventa in pochi minuti una minaccia globale: il computer centrale interpreta la simulazione come un attacco reale e inizia a preparare la risposta nucleare, trascinando il mondo sull’orlo della catastrofe. La cosa che rende WarGames così potente ancora oggi è che non era davvero fantascienza. Nel 1983 esistevano già reti militari, sistemi automatizzati, protocolli informatici con falle enormi, e soprattutto esisteva già la possibilità concreta che un errore umano, amplificato dalla macchina, potesse trasformarsi in un evento irreversibile. Il film fu una sorta di anticipazione profetica della cybersecurity moderna, quando ancora il termine “hacker” era sconosciuto al grande pubblico. WarGames mostrò per la prima volta in modo popolare un concetto che oggi è normale come bere un bicchiere d’acqua: la vulnerabilità dei sistemi digitali e il fatto che l’informatica non fosse solo uno strumento innocente, ma anche un potere strategico. La riflessione più inquietante del film non riguarda soltanto l’intrusione di un ragazzo in un server segreto, bensì l’idea che decisioni enormi, come la guerra e la pace, potessero essere delegate a un’intelligenza artificiale capace di calcolare scenari senza comprendere davvero il valore della vita. Il sistema WOPR, progettato per simulare risposte militari e trovare la mossa vincente, incarna la logica spietata dell’automazione: non prova emozioni, non conosce il dubbio, non percepisce l’assurdità della distruzione totale. E proprio questo è il cuore filosofico del film: l’uomo crea macchine sempre più intelligenti, poi rischia di diventare spettatore delle loro decisioni. Oggi, guardando WarGames nel pieno dell’era digitale, sembra quasi un racconto semplice, persino ingenuo rispetto alla complessità attuale, eppure il messaggio è più attuale che mai. Viviamo in un mondo dove infrastrutture critiche sono connesse, dove cyberattacchi colpiscono governi e aziende ogni giorno, dove l’intelligenza artificiale analizza informazioni in tempo reale e dove la guerra non si combatte solo con missili e soldati, ma anche con codici, reti, algoritmi e vulnerabilità. Quello che nel 1983 appariva come un incubo remoto oggi è parte del quotidiano, e la velocità con cui la tecnologia è diventata pervasiva rende la lezione del film ancora più urgente. La frase finale, la più celebre, resta un monito eterno: “l’unica mossa vincente è non giocare”, perché in certi giochi, quelli in cui la posta è il destino del mondo, non esiste davvero una vittoria. WarGames ci ricorda che il progresso tecnologico è straordinario, ma non è neutrale, e che la sicurezza non è mai solo un problema tecnico, bensì una questione umana, morale, politica. Non era solo cinema: era un avvertimento. Non parlava di un futuro lontano, parlava del presente che stava nascendo. E oggi, più che mai, ci accorgiamo che quel futuro è diventato la nostra normalità.

 
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from storieribelli

Frammenti del Museo Pitrè: Tra Penitenza e Miracolo. Giorgio Lotti e il silenzio del sacro nelle bacheche di Palermo.

È passato molto tempo dal mio primo e unico “peccato di gioventù”: un corso di fotografia con Giorgio Lotti. Ritrovare queste diapositive è stata una vera sorpresa; ne avevo quasi dimenticato l’esistenza. Sono due scatti nati durante una visita condivisa al Museo Pitrè di Palermo — frammenti di un rullino che, in seguito, svelerò più ampiamente. Oggi, però, voglio soffermarmi su queste due immagini.

L’estetica del dolore e la materia del tempo

La prima fotografia, in bianco e nero, cattura un momento di quieta devozione dove il sacro si manifesta attraverso oggetti densi di storia. A sinistra, un crocifisso consunto dal tempo testimonia un sacrificio antico, caricatosi nei secoli di innumerevoli preghiere. Accanto, quasi a fare da baricentro alla fede, appaiono gli strumenti della disciplina: corde e cilici, reperti di una spiritualità fatta di privazione e mortificazione della carne. A destra emerge un busto — forse una Madonna o una santa — con il volto levato verso l’alto in un’espressione di serena contemplazione.

Ciò che mi colpisce è l’autenticità viscerale di questi oggetti. Sono reliquie che conservano la patina del tempo e la memoria tattile di chissà quante mani che le hanno sfiorate, di sguardi che le hanno cercate nel momento del bisogno. C’è qualcosa di profondamente umano in questi oggetti logorati: raccontano non solo la storia della religiosità, ma anche quella delle persone comuni che hanno trovato conforto e significato in queste forme di devozione.

Oltre la contemplazione: lo sguardo del rifiuto

Inizialmente, la composizione sembra suggerire un dialogo silenzioso tra il Cristo sofferente e la figura femminile che guarda “oltre”, verso una promessa di redenzione.

Oppure… sì, oppure c’è dell’altro.

Forse quello sguardo rivolto altrove non è contemplazione celeste, ma distoglimento. Quasi un rifiuto. Con il volto girato, la figura sembra voltare le spalle a quegli strumenti di autoflagellazione e sofferenza inflitta in nome della fede. È l’immagine di una sacralità che si sottrae, che nega il proprio sguardo a pratiche così estreme. Troppo spesso, infatti, la religiosità ha confuso la penitenza con la tortura del corpo. È un’immagine che racchiude una tensione teologica profonda: il conflitto tra chi crede che la salvezza passi attraverso la mortificazione della carne e una spiritualità più mite che, forse, riconosce nell’amore e nella compassione un cammino diverso. Quel volto rivolto altrove diventa allora un giudizio silenzioso, una dissociazione eloquente.

Se questa prima immagine scavava nel territorio della penitenza — tra il dolore del corpo e il peso della colpa — la seconda diapositiva si sposta verso la speranza e la gratitudine del “miracolo”. Entrambe, però, sono frammenti di uno stesso discorso: raccontano come la vita e la morte, la salute e la malattia, venissero gestite dal popolo siciliano attraverso un dialogo costante, quasi fisico, con il sacro.

La lezione del maestro: documentare la speranza

In questo secondo scatto, Giorgio Lotti è colto nel vivo del suo magistero, mentre dà indicazioni su come eseguire al meglio una foto di documentazione a un’allieva. Davanti a loro, una collezione di ex-voto anatomici: piccoli arti, cuori e volti in cera o metallo che i fedeli offrivano per implorare una guarigione o ringraziare per una grazia ricevuta.

La postura di Lotti e il suo sguardo attento sembrano interrogare questi oggetti, custodi di storie invisibili. La bacheca emana una luce radente che illumina appena la sua figura, facendola emergere dall’oscurità circostante; un contrasto che enfatizza il mistero profondo di questi reperti. Sono testimonianze silenziose di sofferenze passate, di un conforto cercato nel soprannaturale quando la medicina non bastava o la speranza vacillava.

In questo incontro tra l’occhio del fotografo e la materia votiva, il Museo Pitrè smette di essere un deposito di reliquie e torna a essere uno specchio dell’umano: un luogo dove la tecnica fotografica si piega con rispetto davanti alla fragilità e alla fede di chi ci ha preceduto.

https://paolochirco.altervista.org/fotografia-giorgio-lotti-museo-pitre-palermo/

 
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from Transit

(202)

(G1)

Questo post è anche per me, che non ho mai avuto il coraggio di andarmene.

In Giappone li chiamano johatsu, gli “evaporati”. Persone che un giorno decidono di sparire: abbandonano casa, famiglia, lavoro, e scivolano fuori dal radar sociale come gocce che si dissolvono nel vapore. Nessuna tragedia, nessun delitto: semplicemente, svaniscono. Una sparizione volontaria, quasi estetica. Lì dove altri si reinventano con un taglio di capelli o un corso di yoga, loro optano per la scomparsa assoluta.

In un Paese dove l’onore è una valuta e la vergogna un mutuo a tasso fisso, certi fallimenti sono più pesanti della vita stessa. Non si tratta di scappare: si tratta di sottrarsi. In Giappone c’è addirittura un’industria al servizio di chi vuole dissolversi: agenzie specializzate che ti aiutano a cambiare città, nome e bolletta della luce. Un’arte della fuga legalizzata, discreta e organizzata, che da noi avrebbe già prodotto tre talk show e una fiction su Rai 1.

(G2)

E in Italia? Da noi nessuno evapora. Noi ci sciogliamo lentamente, come zucchero in un caffè tiepido. Scompariamo in coda all’INPS, nella nebbia della burocrazia, nei “le faccio sapere” delle aziende. Qui non servono agenzie specializzate: basta la pubblica amministrazione. In Giappone si dileguano per scelta; in Italia per attesa.

L’italiano medio non fugge, si mimetizza. Cambia avatar, non residenza. Si “evapora” sui social, cancellando post e profili, salvo riapparire il giorno dopo per indignarsi con nuova energia. La nostra sparizione è digitale, non fisica: lasciamo una scia di dati, come briciole di pane per chi volesse ritrovarci. Lì, l’anonimato è una forma di liberazione; qui, una pausa fra due selfie.

Forse gli evaporati giapponesi, nel loro silenzio, sono più sinceri di noi. Hanno il coraggio di dire: “Basta. Sparisco.” Mentre noi continuiamo a dire “vado via da questo Paese” da trent’anni, senza mai chiudere la valigia. Forse perché, in fondo, evaporare è una forma d’arte che richiede disciplina — e noi, da bravi italiani, preferiamo la commedia dell’apparire.

Chi lo sa: magari un giorno anche noi impareremo a scomparire con stile. Per ora, ci accontentiamo di tagliare la connessione Wi‑Fi. È già un inizio.

#Blog #Società #Giappone #Opinioni #World

 
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from lucazanini

[provetecniche]

dopo lo sblocco] da quella parte li sbloccano una nebbia plateale] miracoli filiformi la [scultura] è ispirata al corpo al] suo acronimo snc manca] una parte la ressa in proporzione almeno un arial l'insegna la] toccano i mirabolanti della neolt dell'interscambio cracked me up-fanno un [lavorone messaggi] a bersaglio

 
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