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[provetecniche]

la versione audio nell'integratore ci stanno] si [caricano fanno i carichi excelsior la puntata] condivisa il suolo neutro sputa] potassa non rimane a giardino puntatore 802 C materializza [comfort] lusso minimal traduci comodamente] [a casa a causa a] casaccio [tiro] debole parabolica sghemba

 
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from La biblioteca di Amarganta

C come ... Colore!

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera C, creatore Antonio Basioli

Avete letto bene: oggi parliamo del #colore.

Solitamente nella narrativa il colore è un elemento che non riguarda i romanzi, ma i libri per bambini piccoli, ricchi di illustrazioni. Certo, non è insolito che (specie in passato) che i romani per ragazzi vengano pubblicati con illustrazioni. Da buon #Millenial quale sono, mi vengono in mente i disegni di Serena Riglietti per i primi libri Harry Potter o quelli presenti nei romanzi di Rohal Dahl. Solitamente, però, si tratta sempre di disegni in bianco e nero, e sono elementi per lo più aggiuntivi.

È una costante della #letteratura: salvo rari casi, il colore appartiene alle copertine dei libri, non certo al loro testo che è sempre nero ... giusto?

La questione cromatica

In Italia sono disponibili due versioni de La Storia Infinita, entrambe con la traduzione della Pandolfi. La prima è un'edizione standard in bianco e nero che distingue le parti ambientate nel mondo reale da quelle nel mondo immaginario attraverso una differenza di carattere tipografico. La seconda utilizza invece due colori diversi: rosso per il mondo umano, verde acqua per Fantasìa.

Di queste due versioni, la seconda è quella “autentica”, che rispetta la volontà espressa da Ende in occasione della prima edizione assoluta (quella tedesca) del libro. L'autore sovverte qui i canoni con una scelta apparentemente “infantile” (l'utilizzo di un testo colorato) che ha però l'effetto di rendere anche il colore del testo parte integrante della narrazione.

La differenza di carattere tipografico utilizzata nella versione in bianco e nero è invece un espediente, un escamotage adottato per l'edizione economica pubblicata dalla TEA: un modo per rendere “a basso costo” la distinzione fra i due mondi.

L'autore tedesco, durante la stesura del romanzo, arrivò a ritenere che una semplice pubblicazione tradizionale non fosse adatta per l'opera che stava scrivendo, ma che questa dovesse essere confezionata come un libro di magia, con copertina di cuoio e bottoni in madreperla e ottone. Fu solo dopo i colloqui con l'editore, preoccupato per i costi di una simile produzione, che i due si accordarono per qualcosa di più semplice: copertina in seta rossa, 26 capilettera per i singoli capitoli (disegnati dall'artista Roswitha Quadflieg) e la celebre stampa a due colori.

Una scelta che verrà poi ripresa anche nelle edizioni straniere. In quella italiana pure i capilettera appositamente scelti, quelli di Antonio Basioli, furono adattati ai colori con cui iniziano i vari capitoli, che non è solo un capriccio dell'autore ma una vera e propria testimonianza della natura metanarrativa del libro.

"Dove si trova questo libro? Nel libro."

Quando Bastiano comincia a leggere il suo libro de La Storia Infinita (quello interno alla storia) il testo viene da subito descritto come verde acqua. Chissà che emozione sarà stata per i lettori di allora, quella di voltare pagina dopo il prologo scritto in rosso e di ritrovarsi anche loro a leggere lo stesso racconto letto dal protagonista scritto con lo stesso colore!

Leggere letteralmente un libro nel libro, cosa rafforzata inoltre dalla già accennata copertina in seta rossa dell'edizione originale, esattamente come quella del libro preso da Bastiano!

Ma Ende fece di più. Egli rese La Storia Infinita non solo un libro nel libro, ma aggiunse un terzo libro omonimo all'interno di Fantasìa, dove il Vecchio della Montagna Vagante – figura antitesi dell'Infanta Imperatrice, simbolo della scrittura che rende le storie immutabili laddove l'altra è la creatività che da loro forma – riporta tutto quello che avviene in un volume che – a suo dire – non contiene semplicemente tutta Fantasìa, ma “[...] è tutta Fantasìa” . E durante questo incontro, fra l'imperatrice e il suo contrario, per un breve istante, il contenuto di tutti e tre i libri diviene uno.

Quando l'Infanta Imperatrice (nel suo ultimo tentativo per portare Bastiano a Fantasìa) chiede al Vecchio di cominciare a rinarrare il suo libro, la sua Storia Infinita dal principio, l'inchiostro con cui l'anziano scrive, la copertina del suo libro così come la tonaca che indossa, cambiano il loro colore dalla da verde acqua a un ben più (per il lettore) famigliare rosso. La storia ricomincia in un ciclo infinito (la Fine Infinita) dal momento in cui i noi lettori di Ende hanno iniziato il libro, con le stesse identiche parole e le stesse identiche scene (salvo la differenza che nella nostra copia questo testo è ancora verde acqua, fatta eccezione per le reazioni di Bastiano nel leggere di sé stesso).

Nel romanzo di Ende, il colore del testo non è più un fronzolo o un capriccio autoriale, ma un elemento concreto della storia. Qualcosa di cui anche chi legge può fare esperienza in prima persona. Da appassionato di esoterismo (in particolare alchimia e antroposofia), Ende dava molta importanza al simbolismo, elemento chiave delle pratiche magiche (non a caso voleva stampare il romanzo come se fosse un libro di magia). La sua scelta dei colori e il gioco metanarrativo, trasportano questa dimensione simbolica al testo scritto, e la mette in mano a lettrici e lettori che però potranno interamente comprenderla solo arrivati a metà del libro, nella scena della Fine Infinita ...

 
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from L' Alchimista Digitale

Il mito moderno

Perché un regime moderno, ipertecnologico e burocratico sente il bisogno di miti pagani e simboli arcaici? La domanda è meno ingenua di quanto sembri. Anzi, è centrale per capire come il potere funzioni davvero. Un regime moderno nasce sulla carta come il trionfo della razionalità: amministrazione, statistiche, ingegneria, apparati, procedure. Tutto sembra obbedire a una logica fredda, calcolabile, impersonale. Eppure, quasi sempre, questa architettura razionale non basta. Non mobilita. Non infiamma. Non crea appartenenza profonda. La burocrazia organizza. La tecnologia potenzia. Ma nessuna delle due dà senso. Ed è qui che entra in gioco il mito. Il mito non è l’opposto della modernità. È il suo complemento oscuro. Dove la razionalità spiega come, il mito suggerisce perché. Dove la legge ordina, il simbolo legittima. Dove il potere amministra, il mito consacra. Un regime moderno scopre presto che governare corpi non basta: bisogna governare immaginari. Nel Novecento questo meccanismo diventa evidente. Il potere non si accontenta più di essere obbedito: vuole essere percepito come inevitabile, naturale, inscritto in un ordine cosmico. Per ottenere questo risultato, la tecnica non è sufficiente. Serve qualcosa di più antico, più profondo, meno verificabile. Serve il mistero. Il ricorso ai simboli arcaici non è nostalgia del passato. È un’operazione progettuale. I simboli funzionano perché comprimono concetti complessi in immagini semplici, immediate, emotive. Un simbolo non si discute: si interiorizza. Non chiede consenso razionale: chiede adesione. Quando un regime moderno riscopre rune, soli, cicli, archetipi, non sta tornando indietro. Sta scendendo sotto la superficie della ragione, lì dove si formano identità, paure, desideri di appartenenza. Il cosiddetto “pagano” diventa così una materia prima da riforgiare. Non interessa la spiritualità autentica delle culture antiche, ma la loro aura: l’idea di un sapere perduto, di una verità primordiale, di un ordine precedente alla critica. Il mito ha una funzione precisa: rendere il potere non negoziabile. Se l’ordine politico viene presentato come espressione di un destino, di una legge naturale o cosmica, allora opporvisi non è più solo disobbedienza: è empietà, decadenza, tradimento. In questo senso, il mistero è uno strumento politico potentissimo. Ciò che non è spiegato non può essere discusso. Ciò che è sacralizzato non può essere riformato. Il mistero sottrae il potere alla trasparenza e lo colloca in una dimensione superiore, dove la critica appare profana o sterile. Un regime ipertecnologico, inoltre, soffre di un problema strutturale: disumanizza. Procedure, numeri, apparati tendono a ridurre l’individuo a funzione. Il mito interviene per compensare questa freddezza, offrendo una narrazione calda, epica, identitaria. Non importa se falsa: importa che sia sentita. È qui che il simbolo diventa una vera tecnologia. Una tecnologia dell’anima, potremmo dire. Non produce beni, ma fedeltà. Non organizza processi, ma coscienze. È una UX del potere: intuitiva, emozionale, immediata. Lo scopo ultimo non è la conoscenza del mistero, ma il suo utilizzo. Il regime non vuole comprendere il simbolo: vuole abitarlo, usarlo come scenografia permanente della propria legittimità. Il mistero non va risolto, va mantenuto. Perché un mistero che resta tale genera dipendenza. Chi crede di partecipare a un sapere nascosto accetta più facilmente gerarchie, silenzi, obbedienza. Alla fine, la contraddizione è solo apparente. Non c’è conflitto tra modernità e mito. Il mito è ciò che permette alla modernità del potere di diventare totalizzante. La tecnica senza mito governa. La tecnica con il mito domina. E forse la lezione più inquietante è questa: non sono i simboli a essere pericolosi in sé, ma il momento in cui smettiamo di chiederci chi li usa, come e perché. Perché ogni volta che il potere si ammanta di mistero, non sta cercando la verità. Sta cercando silenzio.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Italian technology

In Italia la tecnologia è ovunque. Negli smartphone che non molliamo mai, nei servizi online della pubblica amministrazione, nelle aziende che parlano di “digitale” come fosse una formula magica. Eppure, più la tecnologia entra nelle nostre vite, più emerge una sensazione ambigua: la usiamo molto, ma non sempre bene. Siamo un Paese che adotta strumenti prima ancora di capire processi e conseguenze. Spesso confondiamo l’innovazione con la semplice presenza di una piattaforma, di un’app, di un portale web. Digitalizzare, però, non significa automaticamente migliorare. In Italia la tecnologia avanza più veloce della nostra capacità di capirla davvero. La usiamo molto, ma spesso in superficie: app al posto di processi, scorciatoie invece di visione. Digitalizziamo moduli, non mentalità. Eppure il potenziale è enorme: cultura, creatività e competenze non mancano. Manca il coraggio di investire sul lungo periodo e sulle persone. La tecnologia non dovrebbe servirci per correre di più, ma per pensare meglio, lavorare con dignità e costruire un futuro meno improvvisato. Questo pensiero fotografa bene la situazione. La tecnologia in Italia viene spesso vissuta come un obbligo o come una moda, raramente come una scelta strategica. Nel pubblico si informatizzano procedure che restano lente e farraginose. Nel privato si inseguono trend senza una reale integrazione con il lavoro quotidiano. Il problema non è la mancanza di talento. L’Italia è piena di sviluppatori, tecnici, designer, ricercatori di altissimo livello. Il problema è la dispersione: competenze non valorizzate, cervelli che emigrano, progetti che si fermano alla fase pilota. Manca una visione di sistema. Anche nel dibattito pubblico la tecnologia viene spesso raccontata male. O come salvezza assoluta, o come minaccia incontrollabile. Raramente come strumento neutro, che amplifica ciò che siamo: organizzati o disordinati, lungimiranti o improvvisati. La scuola e la formazione giocano un ruolo chiave. Non basta introdurre tablet e lavagne digitali. Serve insegnare a capire la tecnologia, non solo a usarla. Educare al pensiero critico, alla logica, alla responsabilità digitale. Lo stesso vale per il lavoro. Automazione e intelligenza artificiale non dovrebbero essere viste solo come strumenti per “fare di più con meno”. Ma come occasioni per migliorare la qualità del lavoro, ridurre mansioni inutili, liberare tempo per attività a maggior valore umano. L’Italia ha una grande occasione davanti a sé. Può usare la tecnologia per rattoppare ciò che non funziona. Oppure può usarla per ripensare davvero il modo in cui studiamo, lavoriamo, amministriamo e creiamo valore. La differenza non la faranno le piattaforme. La faranno le persone, le competenze e le scelte culturali. Perché la vera innovazione, prima di essere digitale, è mentale.

 
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from norise 3 letture AI

Ondivaghe maceri parole

quando ti rigiri tra le lenzuola -ondivaghe maceri parole dove latita il cuore- somigli al gabbiano ferito che solo in sogno ritrova il suo mare – la vita altra

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Questa poesia ci trasporta in un viaggio tra emozioni, immagini e momenti di intimità. L'espressione “ondovaghe maceri parole” evoca un andamento fluido e, al contempo, lacerato del linguaggio, come onde che si infrangono e si frantumano, simbolo di un'anima che si disperde e si ricompone nella complessità dei sentimenti.

Quando leggi “quando ti rigiri tra le lenzuola”, l'immagine ci restituisce quella sensazione di vulnerabilità e intimità. È come se, nel movimento silenzioso nel letto, si cercasse un equilibrio fra il caos interiore e la ricerca di una calma familiare, mentre le parole, danzando e macerando, sembrano essere lo specchio di un cuore che “latita” in un luogo dove dovrebbe rifugiarsi.

Il paragone con “il gabbiano ferito” è particolarmente incisivo: un simbolo di libertà e bellezza che, pur essendo ferito, conservando la capacità di sognare il proprio mare – la vita altra – diventa emblema della resilienza. Il gabbiano, indispensabile figura del volo e del superamento dei limiti, in questo sogno ritrova quella dimensione che la realtà quotidiana gli nega, permettendogli di riconnettersi con la sua essenza, con quella parte di sé sempre capace di rinascere nonostante le ferite.

Nel complesso, il testo sembra riflettere quel contrasto tra la realtà tangibile e il mondo interiore dei sogni, in cui le parole, pur nella loro fragilità e disintegrazione, raccontano storie di rinascita e resistenza. Queste immagini ci invitano a interrogarci sul rapporto fra il dolore e la speranza, tra ciò che perde forma e ciò che trova, nel silenzio notturno della nostra esistenza, la via per ricostruirsi.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

L'Italia attua il pacchetto UE sulle prove elettroniche: nuove norme per le prove digitali transfrontaliere nei procedimenti penali

Le prove digitali, note anche come digital evidence, sono informazioni probanti memorizzate o trasmesse in formato digitale, utilizzabili in un processo civile o penale per dimostrare fatti rilevanti. Queste prove includono documenti informatici, messaggi istantanei, e-mail, registrazioni audio/video, fotografie, pagine web, contenuti di social network e dati generati da sistemi informatici o di intelligenza artificiale. L'Italia ha appena recepito due importanti regolamenti UE (Regolamento 2023/1543 e Direttiva 2023/1544) attraverso i Decreti Legislativi 215 e 216, pubblicati a gennaio 2026. Si tratta di un'evoluzione significativa per la raccolta di prove digitali attraverso i confini dell'UE. I paesi dell'UE possono ora richiedere direttamente prove digitali ai fornitori di servizi di altri Stati membri tramite ordini standardizzati, con l'Italia che designa autorità e procedure specifiche sia per l'emissione che per l'esecuzione di tali richieste

Cosa cambia dunque ? Le aziende che offrono servizi nell'UE devono ora designare un rappresentante legale o una sede in uno Stato membro dell'UE. Saranno tenuti a rispondere agli ordini europei di produzione (EPO) e agli ordini europei di conservazione per le prove elettroniche. I fornitori di servizi finanziari sono esenti da questi obblighi. Il Ministero dell'Interno italiano terrà un registro dei rappresentanti designati.

Per le forze dell'ordine e i pubblici ministeri: comunicazione diretta con i fornitori di servizi in altri paesi dell'UE senza i tradizionali trattati di mutua assistenza giudiziaria. Diverse autorità possono emettere ordini a seconda del tipo di dati: Dati dell'abbonato: Procura della Repubblica o polizia (in caso di emergenza). Dati e contenuti sul traffico: richiesto un giudice istruttore. Nuova procedura “fast-track” per i casi urgenti (al di fuori delle emergenze).

Gli ordini di conservazione possono ora essere emessi dai pubblici ministeri per tutti i tipi di dati.

Le scadenze principali fissate dalla normativa

  • 18 febbraio 2026: i fornitori di servizi devono designare i rappresentanti.
  • 18 agosto 2026: entra in vigore la normativa completa.

Il Sistema per l'acquisizione di prove digitali oltre i confini dell'UE nelle indagini penali, in sostituzione dei metodi tradizionali più lenti è progettato per tenere il passo con la moderna criminalità digitale, mantenendo al contempo il controllo giudiziario.

Il sistema include garanzie per i conflitti con le leggi di paesi terzi e stabilisce procedure chiare per l'impugnazione degli ordini.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Diavolo (o angelo, a giudicare dalla voce) d'un uomo. Prima impiega diciotto anni, il tempo che un figlio diventi grande, per dare un seguito a If I Could Only Remember My Name, e manca il bersaglio. Poi lascia passare un altro quarto di secolo, e cava fuori un disco, Croz, splendido nella scrittura, a dir poco incerto nei suoni, come se fossimo ancora nella patina laccata degli Ottanta. Passano solo due anni, e David Crosby, anni settantacinque, un fegato trapiantato, alle spalle alcuni quintali di polveri chimiche consumate, tira fuori fuori un disco che se non può raggiungere l'intensità emotiva epocale di If I Could, (allora tutta la West Coast andò a dare una mano al baffone per speziare al meglio il capo d'opera), se non altro ne è, finalmente, il degno seguito... https://artesuono.blogspot.com/2016/11/david-crosby-lighthouse-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/3N1ptjao5hXzTNnp49vmKA


 
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from lucazanini

[vortex]

nonostante la legione le sigillature -ticchetta [estraneo un] Calzabigi al testo della smagliatura fanno] passi e incidenti misurano lo yeti sciolto non] rimane intatto nelle prese voltaiche il genio è [sibillino mette] mastici sulle fratture eine Probe entnehmen [sono] le diciassette diciannove gradi

 
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from Bymarty

🧦 Spaiati, ma felici..✨

Nel mio cassetto pieno di calzini tutti apparentemente uguali, c'è ne sono alcuni un po' particolari. Uno azzurro con piccoli cuoricini dorati, l’altro rosso con babbo Natale, poi alcuni bianco neri... Ma ogni mattina rimangono li, uno sull'altro, tristi, perché diversi, soli e non più in coppia.. Seppur diversi, in realtà non son sbagliati, anch'essi si possono indossare, accarezzare, riutilizzare! Così per loro oggi c'è una festa, a chi li indossa seppur diversi, a chi sorride, a chi incuriosito osserva , senza per questo giudicare! Alla fine questa diversità vuol solo far capire che non si è speciali perché uguali, precisi, nuovi, colorati e appaiati, ma lo si diventa, se si ha il coraggio di essere se stessi, nonostante i propri difetti! Perciò spesso al mattino mi diverto ad indossare proprio quei calzini rimasti soli, perché col tempo ho capito, che l'essere diversi può arricchire, senza mai sminuire o impoverire.

 
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from cronache dalla scuola

[cronache dalla scuola]

Oggi ho preso l'aula di cooperative learning per tutta la mattina, ormai potrei metterci il sacco a pelo e dormirci dentro. Comunque, tra le cose che ero curioso di fare oggi, ne racconto due.

La prima con i ragazzi di seconda, gli ho dato il link dell'articolo de Il Post che parla della foto che ritrae il poliziotto durante i recenti scontri torinesi, “ritoccata” con l'IA. Con i loro cellulari dovevano leggere l'articolo e – divisi in gruppi – rispondere ad alcune domande che avevo preparato per loro. Alcune di comprensione, altre di discussione.

Ci tenevo che si confrontassero con un fatto che non è facilmente “polarizzabile”. Già alla prima domanda i gruppi hanno dato risposte diverse. “È una vera foto?”. Dipende cosa intendiamo per verità. Il fatto che la foto testimonia, è realmente avvenuto e – sostanzialmente nei termini mostrati dall'immagine – ma la foto – di per sé – non è una “vera foto”. Di contro non è una creazione di pura fantasia. Anche la domanda sulla natura della foto, disinformation, malinformation o misinformation ha dato vita a risposte diverse. Per alcuni la foto era disinformazione, per altri c'era anche un intento di malinformazione, perché tendeva a danneggiare – di riflesso – i manifestanti. Interessante vedere come l'articolo de Il Post apparisse a tutti neutrale e ovviamente la domanda finale: a tutti i ragazzi, anche quelli che manifestatamente simpatizzano per le forze di polizia, è sembrata una pessima idea la pubblicazione della foto manipolata.

Alla fine mi sono preso anche due minuti di pippolotto dicendo che questa cosa che è successa è interessante perché ci mostra un plot che si ripeterà sempre di più e in maniera sempre più invasiva nei prossimi anni: fonti fotografiche e video che “sembrano veri” e che hanno magari parti di realtà embeddate dentro una sovrastruttura falsificata e strutturata per disinformare le masse. E serviranno quindi nuove competenze e nuove skill per sapere gestire questi nuovi materiali di disordine informativo, competenze che non saranno solo tecniche, ma anche culturali, umane. Anche dopo la scuola e nel mondo lavorativo. Alcuni – forse – ascoltavano.

Nel corso della mattinata poi ho portato i ragazzi di quarta per leggere, sempre con i loro smartphone, un articolo del New York Times che avevo trovato piuttosto interessante. Un attore americano che negli Stati Uniti non può più recitare l'Otello per motivi legati alla cancel culture e al blackface e che riesce a metterlo in scena in un centro commerciale in Cina, modificando il copione di Shakespeare spostando la scena da Venezia e Cipro a una piccola isola del fiume Yangtze e le etnie: il “moro” è sostituito da un occidentale, mentre i veneziani sono tutti cinesi. Il razzismo che permea molte battute di Iago ai danni del 'nero', qua sono contro l'occidentale.

Anche in questo caso ho usato la tecnica di lasciarli liberi di leggere l'articolo e di rispondere alle domande che avevo preparato per loro, condividendo poi le risposte alla fine tra i vari gruppi. Mi ha fatto piacere che tutti abbiano colto il riferimento alle cose viste precedentemente in classe, indicando l'idea di Shalespeare come “artigiano” teatrale capace di modificare il copione a seconda delle esigenze e che si fossero trovati a loro agio nei riferimenti all'Otello che avevamo visto integralmente in classe nella versione di Welles e che poi loro avevano recitato creando dei brevi film con alcune delle scene chiave.

Anche qua alla fine ho fatto il pippolotto di due minuti due, mostrando come un articolo del genere fosse ricco di informazioni: ci parlava della cancel culture e dei limiti della sua applicazione; dell'interesse degli occidentali statunitensi alla censura e alle libertà concesse sotto Xi Jinping; della fortuna scenica e di come questa sia legata doppio filo alla politica (Shakespeare sparisce in Cina durante la rivoluzione culturale) e di come il teatro sia una forma di espressione che si adatta e muta nel corso del tempo e dello spazio.

È stato per me interessante vedere la curiosità di un mio studente di origini cinesi nel leggere l'articolo e nel contestare anche un termine usato dal New York Times, e di come almeno un altro studente sapesse già cosa fosse il blackface tanto da poterlo spiegare sommariamente ai suoi compagni.

Fine, torno nel mio sacco a pelo, buon fine settimana, portatemi dei caffé in barattolini di plastica monouso, grazie.

 
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from lucazanini

[caffeine]

poggiato la] linea immaginaria di brevetto il] [ricevitore fa] sapere l'ottotresette è finale lo] indicano per Wotan per l'Osram

 
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from Chi sei ele?

Scrivo per salvarmi, scrivo per rileggerlo in tempo futuro ma soprattutto scrivo perché spero che qualcuno mi salvi, ma chi cercherà di salvarmi mi farà solo che danni. Perché dovrebbe salvarmi da me stesso.

Spero di ritrovarmi di nuovo e non perdere di nuovo la strada

~ele
 
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from Chi sei ele?

“Vivo perché i miei cari ci rimarrebbero male” “Vivo per inseguire i miei sogni” “Vivo per stare dietro chi amo e fare in modo che non sentino questo” Tutti motivi che potrebbero finire domani. Perché non vivo mai per me stesso?

Vorrei la risposta ma davvero non lo so

 
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from Chi sei ele?

“ele esiste solo su Internet” Forse è vero, forse la versione migliore e più sincera di me, quella più profonda, quella che non si fa' problemi, esiste e esisterà solo su Internet.

Forse dovrei smetterla di farmi chiamare Ele anche in pubblico e accettare che esisto solo qui.

~ele
 
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from Transit

(205)

(WP1)

I licenziamenti di massa al #WashingtonPost non sono solo una crisi aziendale. Rappresentano un colpo diretto a quel poco che resta di una democrazia già in affanno, dentro e fuori i confini americani. Un quotidiano storico, centrale per il controllo del potere fin dai tempi del #Watergate, ha tagliato un terzo della redazione, chiuso intere sezioni e ridotto le presenze all’estero. Informare davvero non è più redditizio, quindi non è più una priorità del sistema.

Il Washington Post ha annunciato il licenziamento di circa un terzo dei lavoratori, eliminando la redazione sportiva, vari uffici esteri e la copertura dei libri. Questa è l’ondata di tagli più dura da quando la nuova direzione ha preso il controllo nel 2024, dopo anni di riduzioni e prepensionamenti. Un giornale di riferimento globale, di proprietà di uno degli uomini più ricchi del pianeta, sceglie di ridurre il giornalismo invece di ripensare il modello di business.

#Trump, Intanto, intensifica pressioni, ostacoli, ritorsioni e cause temerarie contro i media critici, rendendo la libertà di stampa ancora più fragile. L’attacco politico diretto si combina con l’assalto di mercato che trasforma il giornalismo in un costo da tagliare, non in un pilastro della sfera pubblica. Il “Primo Emendamento” continua a proteggere formalmente la libertà di stampa, è una libertà svuotata materialmente, con meno giornalisti, meno inchieste e meno copertura internazionale e diventa però sempre più fittizia.

Restrizioni di accesso, screditamenti sistematici e interferenze nella seconda era Trump completano il quadro di una democrazia che mantiene i simboli, ma smantella le condizioni reali. Questo è lo schema del #backsliding democratico. Non arriva un colpo di Stato, né spariscono le elezioni, ma si corrodono i meccanismi che rendono effettiva la partecipazione informata e il controllo del potere. La stampa indipendente si marginalizza, le voci critiche si isolano e l’opinione pubblica si riduce a pubblico passivo di propaganda e marketing politico.

Quello che accade negli Stati Uniti fa parte di una tendenza globale. Le destre radicali o nazional-conservatrici sfruttano crisi e paure per restringere gli spazi democratici.

In #Brasile, #Ungheria e #Tunisia l’ascesa di leader ostili ai contrappesi istituzionali è stata favorita da polarizzazione estrema, retorica della sicurezza, uso spregiudicato dei media e paure sociali.

Lo schema si ripete ovunque. Forte concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione di opposizioni, sindacati, ONG e stampa, uso di emergenze reali o costruite per restrizioni permanenti. Le destre del nuovo ciclo non aboliscono la democrazia.

La svuotano dall’interno, trasformandola in un guscio procedurale che ratifica decisioni prese altrove.

(WP2)

La vicenda del Washington Post è un segnale di allarme che va oltre una redazione o un settore economico. Quando la stampa libera diventa accessoria, la democrazia si riduce a rituale. Elezioni, slogan, sondaggi e campagne social sopravvivono, ma la capacità dei cittadini di conoscere, criticare e fermare il potere evapora. La vera democrazia scompare perché troppo scomoda per chi governa e controlla le leve economiche. Gli Stati Uniti, che per decenni hanno esportato il modello democratico, ne offrono oggi una versione distorta.

Più show che sostanza, più branding che diritti, più mercato e sicurezza che partecipazione e giustizia sociale. La destra globale capitalizza su questa stanchezza. L’unica risposta possibile riparte dalla ricostruzione di informazione indipendente, conflitto sociale e organizzazione collettiva. Senza questo restano solo le macerie eleganti di una democrazia già perduta.

#Blog #Giornalismo #WashingtonPost #USA #Democrazia #Democracy #Destra #Opinioni

 
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from L' Alchimista Digitale

Il tumulto degli empi

C’è una frase che ha il potere di evocare immagini potenti, inquietanti, quasi mitologiche: il tumulto degli empi. Ma chi sono questi empi? E perché tumultuano? In un mondo che corre veloce, dove tutto viene semplificato in bianco e nero, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, è facile pensare che gli “empi” siano semplicemente “quelli dall’altra parte”. Ma l’empio, nella sua essenza, è qualcosa di più sottile. È colui che vive fuori da un ordine: divino, morale, sociale, psicologico. È il trasgressore, ma anche il ribelle. È l’inquieto. È l’uomo (o la donna) che rompe l’armonia. E quando gli empi si uniscono… ecco il tumulto. Un tumulto che può prendere molte forme. E in questo articolo, lo seguiremo come si seguirebbe il fumo di un incendio sotterraneo: attraverso psicologia, religione, società ed esoterismo, cercando di capire cosa si agita davvero sotto la superficie. Ogni essere umano porta dentro di sé un piccolo tumulto. Lo psicologo Carl Gustav Jung parlava di ombra: quella parte di noi che reprimiamo, che nascondiamo perché non conforme, non accettata, magari anche pericolosa. Gli empi, da un punto di vista psicologico, sono coloro che vivono dentro l’ombra, che vi si abbandonano o, peggio, la fanno esplodere nel mondo. Nel mondo moderno, il tumulto interiore si manifesta in tanti modi: ansia, rabbia, isolamento, sfiducia. Quando queste emozioni si accumulano senza sfogo, si trasformano in comportamenti distruttivi. La folla inferocita dei social, gli haters, i complottisti aggressivi, i negazionisti della realtà sono sintomi di un disagio più profondo. Non sono solo “altri”. Sono il riflesso di una crisi dell’io. Nella Bibbia, gli empi sono figure centrali. Non semplicemente peccatori, ma coloro che si oppongono alla volontà divina. Il libro dei Salmi li descrive come instabili, violenti, disordinati. Il loro tumulto è la manifestazione di una ribellione cosmica: contro Dio, contro l’ordine naturale, contro la giustizia. Anche nell’Islam troviamo questa distinzione: fāsiq, il perverso, colui che rompe il patto. E nel buddismo? Gli “empi” non sono demonizzati, ma rappresentano l’attaccamento e l’ignoranza, che creano caos nella mente e nella società. Ma attenzione: nella visione religiosa, il tumulto degli empi non è solo un disastro. È anche un passaggio obbligato per il risveglio dei giusti. Dove c’è tumulto, c’è crisi. Dove c’è crisi, c’è scelta. Nell’esoterismo occidentale – che affonda le radici nell’ermetismo, nella cabala, nell’alchimia – il caos non è il male. Anzi, è il principio della trasformazione. Il tumulto degli empi diventa così una prova alchemica: attraversare il disordine per ritrovare l’ordine superiore. Nella fase della nigredo, tutto si decompone, si oscura. Le certezze crollano, le maschere cadono. Gli empi non sono solo i “cattivi”: sono gli aspetti del nostro ego che devono essere trascesi. Persino nei Tarocchi, il Bagatto e la Torre raccontano questa tensione tra caos e rinascita. Il tumulto, dunque, non è la fine, ma il varco. Una soglia. Viviamo in un’epoca di tumulto perenne. Politico, economico, culturale, climatico. Le certezze cadono come tessere di un domino. In questo contesto, gli empi moderni sono spesso incoronati eroi o influencer, perché la società ha invertito i valori: la trasgressione è premiata, il silenzio è sospetto, la complessità è un difetto. Il tumulto degli empi si manifesta nei talk show, nei feed di Instagram, nelle piazze virtuali. Il linguaggio si fa violento, il pensiero si polarizza. Nessuno ascolta, tutti urlano. E nel rumore collettivo, la saggezza tace. La domanda non è: “Come fermare il tumulto?” La vera domanda è: “Come attraversarlo senza esserne travolti?” Il tumulto degli empi può distruggere, ma anche rivelare. Può separare, ma anche purificare. Dipende da cosa scegliamo di fare con quel caos. Se lo ignoriamo, ci divorerà. Se lo affrontiamo, può diventare un insegnante crudele ma sincero. Alla fine, gli empi non sono sempre altri. Spesso abitano anche in noi. In ogni scelta meschina, in ogni paura non affrontata, in ogni volta che preferiamo il disordine al dialogo, l’urlo alla riflessione. Ma sapere che esistono – e riconoscerli – è già un passo. Il tumulto, allora, diventa il segnale di un risveglio possibile, un invito a guardare oltre l’apparenza, a ricostruire sulle macerie. Perché dopo ogni tumulto, c’è un silenzio. E in quel silenzio, possiamo – se vogliamo – ricominciare.

 
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