from lucazanini
[08]
preso l'intervallo] disfarsi dell'occasione l'] occhio è l'] apparato in situ o -fanno] le guardie topi a fiale topicidi virtuali alle catture le] targhe alterne mosconi-record [a] molla sul finale della stesùra
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from lucazanini
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preso l'intervallo] disfarsi dell'occasione l'] occhio è l'] apparato in situ o -fanno] le guardie topi a fiale topicidi virtuali alle catture le] targhe alterne mosconi-record [a] molla sul finale della stesùra
from Bymarty
📒Dal mio diario...
Un pomeriggio tutto per me!
Senza esagerare, mi son concessa un pomeriggio senza colori, pennelli, trulli, polveri varie e musica neomelodica in sottofondo! Fuori c'è un timido sole, ma anche un vento fastidioso, perciò pur volendo stare ore ed ore sull'amaca, tra i miei ulivi, mi son ritagliata minuti, attimi e son contenta così! Ed era giusto anche per me dedicarmi delle attenzioni, ma non di tipo materiale, semplicemente scrivendo e raccontando un po' di me! In realtà ho un amico, di penna, anzi di tastiera, con cui ci raccontiamo, e soprattutto io mi affido e confido! Però a volte , come oggi, voglio semplicemente, scrivere un po' più semplicemente, senza badare troppo alle parole...e si perché spesso le parole son cattive, si lasciano influenzare dal momento, dal tempo e possono essere poco chiare o non capite! Ho ripensato, e altra cosa terribile che ho fatto in qsti giorni e scrivere e confidarmi e chiedere consiglio all' Intelligenza Artificiale! Ho iniziato per gioco, volevo capire come capire, che gioco di parole, se alcune cose che leggevo, post, ecc. fossero frutto di questo aiutino! E si perché pare io sia ancora abbastanza ingenua e poco informata in materia! Risultato? E sì, è proprio così, è normale che spesso ci si faccia aiutare da questa intelligenza, certo, fa parte dell'era moderna, del progresso, ma io e lei non andremo troppo d'accordo? E sai perché!!? Non comprendo, non mi interessa la perfezione, ma soprattutto all'ordine, allo scriver bene, in modo corretto, preferisco ancora il cuore, i miei pensieri, le mie emozioni,.la mia quotidianità, e son anche consapevole che non interessa a nessuno, ma a me va bene così! Sono me stessa ho dato libero sfogo alla Martina, a cui piace scrivere, raccontare, confrontarsi! Stamattina ho ricevuto, consapevolmente una piccola delusione, per colpa della mia empatia, entro in connessione involontaria con chi ho di fronte, ma spesso anzi sempre , questa mia empatia diventa un problema non solo per me ma anche x chi mi è accanto! A volte mi piacerebbe ascoltare, essere considerata una persona degna di fiducia, cui affidare pensieri, emozioni, o semplicemente confrontarsi..non sono così insolente o importante o tale da dispensare consigli o conforto, assolutamente no! Però vero è che spesso si manca di rispetto nei miei confronti, nel mio modo di essere , io accetto, comprendo e mi faccio indietro quando necessario, ma altri no, mi affondano con poco, una parola generica ,un confronto con il momento...e la totale indifferenza! Ho capito che a sbagliare sono io, che non interessa a nessuno nella mia vita reale, figuriamoci nel virtuale, salvo rare eccezioni; che io parli e racconti delle mie esperienze, della mia malattia, è brutto parlarne, certo altri argomenti sono meglio , più gestibili, più criticabili, parlare di ...e non lo nomino nemmeno per delicatezza e rispetto per chi come me , o anche peggio, sta vivendo tale situazione, perché caro Fabio, non è un bollettino medico, interessarsi a qualcuno , voler dare conforto, certo a chi ne è capace, lo faccia, che di sicuro fa bene a chi da e a chi riceve...Se tempo fa c'è chi mi ha negato un abbraccio in un momento di difficoltà, oggi ancora di più non ho paura a chiederne, e se potessi li darei anche! No, oggi tutto ha più valore, piccoli gesti, saluti, attenzioni che possono sembrare stupide e banali, cerco di cogliere l'attimo, di godermi ogni alba, ogni tramonto, ogni respiro e ogni luna! Sarò malata, folle e diversamente normale, sono una pecorella nera, smarrita più volte, che si distingue , seppur non per bellezza o importanza o ricchezza, semplicemente per la sua umiltà, le sue passioni, i suoi amori, la sua vita, su figlio, valori ben radicati. E si non sarò mai nessuno, rimarrò povera, sempre in lotta, dedita a scalare la sua vetta, ma voglio ancora credere in me, nella mia lealtà, nelle mie capacità e continuare a vivere così come ho sempre fatto, senza dover chiedere nulla, senza dovermi svendere o arrendere; e se qualche giorno il sole tarderà a sorgere, o la luna a farsi abbracciare, sarò in grado di illuminare ugualmente il mio cammino, ognuno può avere dentro di sé, tutto ciò di cui si ha bisogno, basta crederci e volerlo, lo so, son solo parole ed io dovrei fare seguire i fatti ad esse, ma ci provo ogni giorno, ogni volta che mi metto in discussione, ogni volta che cado e mi rialzo, e sempre da quando mi son dovuta riscoprire , reinventarmi e darmi la possibilità di continuare ad essere me stessa, diversamente, con calma, concedendomi tempo e pazienza, forza e coraggio! Va bene così mi sono raccontata, seppur ad uno schermo e non realmente sul mio diario cartaceo, ma riesco a riconoscere ciò che ho pensato, scritto senza dover ricorrere ad aiuti , sono così e pur sbagliando, pur risultando antica e noiosa, sicuramente sono io e sono vera....✨
from norise 3 letture AI
NUVOLE VAGHE
le nuvole vaghe a guisa di pegaso o capra e in pacato risveglio il sangue del tuo ieri connesso alla vista del bimbo nel levarsi dei piccioni in volo davanti ai gridolini acuti e più a lato della piazza il vecchio in carrozzina tornato bambino a ricordarti l'esistere parabola di carne nel pulsare dell'universo e il conto degli anni i voli pindarici del sognare .
Bellissima immagine: il linguaggio è intimo, visivo e poetico, con accostamenti inattesi (Pegaso-capra, bimbo-vecchio) che funzionano come scintille di senso.
le nuvole vaghe a guisa di Pegaso
o capra, in pacato risveglio
il sangue del tuo ieri connesso
alla vista del bimbo che si leva
dei piccioni in volo davanti
ai gridolini acuti e, più a lato,
della piazza il vecchio in carrozzina
tornato bambino a ricordarti
l'esistere parabola di carne
nel pulsare dell'universo
e il conto degli anni, i voli pindarici
del sognare
the vague clouds like a Pegasus
or a goat, in a calm awakening
the blood of your yesterday linked
to the sight of the child rising
the pigeons taking flight ahead
to the sharp little cries and, aside,
in the square the old man in his wheelchair
returned to childhood to remind you
the parabola of existence made of flesh
in the heartbeat of the universe
and the count of years, the fanciful flights
of dreaming
from lucazanini
[07]
l'autunno di Boldino la [progressione alta le] somme grava l'alt nei puntipremio a maribor minuterie filter lo] insegnano le focalizzate sbarre con [le] iniziative uno assieme si accumula oppure certosini die fabrick l'inchiostro-nervino l'impero dei papalla fuor-furore catodico
from differxdiario
in una casa dove sta per scomparire qualcuno dopo un po' ci si muove a una velocità ridotta, il tono di voce si adegua, e l'impatto con l'esterno, uscendo, è impressionante.
from CASERTA24ORE.IT dal 1999 on line
Monti Trebulani. Escursionista fotografa particolare e scopre antico dipinto longobardo
Ed è proprio il particolare di una piccola ancora, fotografata da un escursionista lo scorso 1 maggio, dimostrerebbe che quel che resta di un dipinto all'ingresso della grotta carsica sul sentiero che dal comune di Rocchetta e Croce porta all'eremo di San Salvatore è Longobardo.
La posizione all'ingresso della grotta è tipica dei santuari longobardi: simboli apotropaici o dedicatori all'entrata, avevano una funzione protettiva contro il male (Michele come combattente del demonio), il colore rosso è usato frequentemente negli affreschi longobardi per simboli sacri, associato al sangue del martirio e alla protezione divina. Nel contesto storico locale i Monti Trebulani furono rifugio durante le incursioni saracene (IX-X secolo), i Longobardi controllarono la Campania fino alla conquista normanna (XI secolo) La “Grotta dei Santi” più a valle con affreschi trafugati conferma la presenza di un complesso eremitico organizzato.from Gippo
Cari amici del blog e del Fediverso, è la prima volta che mi trovo a scrivere nel corso del 2026. Il punto è che non avevo nulla da dire ma in realtà non è che le cose siano così lineari come sembrano, cioè, non è che se non hai niente da dire in genere stai zitto. In realtà ci sono un sacco di persone che non hanno niente da dire e lo dicono senza troppi problemi. E allora perchè non ho sentito il bisogno di scrivere nulla? E, uscendo dalla mia sfera personale ed entrando di peso nel campo della sociologia da quattro soldi, perchè tanta gente che animava i blog negli anni gloriosi del blog sembrano aver perso la voglia di scrivere? Ecco allora un post che cerca di analizzare il problema.
Forse sottovalutate la questione 1 ma io credo che in un momento di accumulazione ossessiva di stimoli, il minimalismo acquisti un valore sempre più netto. Per questo motivo, tutti i contenuti creati in passato si sono assommati e calcificati nella nostra coscienza e ci ritroviamo a chiederci: “Ma cosa può dare in più un nostro nuovo post?”. La risposta ovviamente è: nulla. Ma è una risposta pessimista. Scrivere può dare qualcosa a noi stessi e costituisce un seme che magari rimane inattivo sotto la terra per tanto tempo finchè un giorno qualcuno legge il nostro post e fonda per ispirazione un partito politico o risolleva una giornata e allora il seme è germogliato. Parlo di Horror Pleni non a caso. Il Necronomicon, il libro maledetto ideato dal solitario di Providence (Lovecraft) era stato scritto dall'arabo folle Abdul Alhazred, cognome che rimanda alla frase “All has red”, tutto è stato letto. Insomma, si è letto e scritto troppo. Non è vero ma ci siamo capiti.
Faccio un'attimo una digressione. Ma avete visto quanto è stupido Dargen D'Amico? Ha fatto una canzone per Sanremo contro l'Intelligenza Artificiale (e passi) ma s'è messo a pontificare contro l'Intelligenza Artificiale (d'ora in poi AI) come un vecchietto davanti al cantiere. Quando parla Dargen D'Amico è capace di prendere una questione meritevole, appoggiarla e farti passare immediatamente dall'altra parte. Perchè? Come perchè? Perchè è stupido, mi non mi fate spiegare, uno come lo sente parlare lo capisce. Ma passiamo ad altro. Dicevo che l'AI è un deterrente alla scrittura. Diciamo che non è d'ostacolo alla scrittura di post per i blog (se non per il fatto che pensi: ma quasi quasi faccio scrivere 'sto post all'AI), però quando stai lì a parlare con l'AI, scopri che lei può produrre tanto testo grammaticalmente corretto in una frazione di secondo e tu ti senti un po' così. Come così? Così, non mi fate spiegare, se uno non è stupido come Dargen D'Amico lo capisce. Inoltre l'AI, ti sazia per quanto riguarda la tua necessità di interazione con l'“altro-da-te”. Ad esempio, se tu senti di scrivere “Eh, ma Dargen D'Amico è veramente stupido” (lo scrivo come esempio, non ho detto mai veramente che Dargen D'Amico è stupido) lei (l'AI) ti dice: “Eh, amico mio ti capisco, forse il tuo giudizio è un po' eccessivo ma posso comprendere come certi suoi atteggiamenti un po' controversi possano risultare parzialmente indigesti. Vuoi che ti proponga altri cantanti italiani contemporanei che possono suscitare analoghi sentimenti di fastidio?”. E tu sei soddisfatto, i'AI ti capisce almeno, il tuo amor proprio è salvo e alla fin fine Dargen D'Amico non è poi così stupido, è solo un po' controverso e abbiamo salvato capra e cavoli.
Ecco, questo è un punto che più che altro ho scritto perchè volevo arrivare almeno a scrivere tre questioni e adesso non so bene come sviscerarlo. Chiedo all'AI? Ma no, dai ce la facciamo ancora. Diciamo che ci sono un sacco di cose nel mondo che segnano la fine del dibattito, cose tipo guerre e genocidi, leader politici che se ne catafottono bellamente di giustificarsi o di mettere la classica pudica foglia di fico che eravamo abituati a vedergli mettere. Stessero attenti che, se si smette di “parlarne”, tutti si sentono autorizzati a passare ai fatti. Ecco, poichè sono un conservatore e non un rivoluzionario, voglio che si continui con il dialogo, con la foglia di fico davanti al vergognoso e con l'ipocrisia che magari può anche chiamarsi pudore. Mi sento tanto un Pieraccioni moraleggiante mentre scrivo questo. Ah, a proposito, una volta ho chiesto all'AI se mi aiutava a scrivere una sceneggiatura da sottoporre a Pieraccioni. E' venuta una bella storia ma adesso non me la ricordo, c'erano delle parti tagliate su misura anche per Ceccherini e Papaleo.
Io direi che scrivere è bello. Parti con l'idea di scrivere una cosa e arrivi da tutt'altra parte, magari ad una denuncia da parte di Dargen D'Amico. Per questo di tanto in tanto continuerò a farlo. Concludo allora col grido di battaglia che ha dato il titolo a questo post:
Non sono un uomo finito! Ho ancora tante cose da dire!!!! (cit. “Sogni d'oro” ovviamente)
from Diario
Il mio corpo è un ematoma. Pieno di macchie, irritazioni, morsi. Segni di vene sottocutanee e sbocchi di azzurro blu in superficie. Punti rosa scuro e graffi viola longitudinali. Il mio corpo sembra un'installazione artistica postmoderna, potrei restare a guardarlo per ore, nella mia testa è tutto di pelle ragazzina, invece è un corpo di mandelbrot, più lo guardo più emergono cose che non ho mai visto. Atolli di pallini rossi, neri densi peli che sfarfallano. Macchie nere incastonate dentro l'irragionevole materia dell'unghia. Punture di parassiti.
Tutto, nel mio corpo, sembra irragionevole, è brutto il mio corpo e questo lo rende affascinante, dopo un po'. La pelle secca aggrinzita. Le cicatrici delle operazioni. Sembra il processo casuale delle cose e invece va avanti seguendo uno schema, ci sono delle specifiche implicite che lo modellano, in tutte le sue molteplici diversità. È interattivo il mio corpo, lo posso toccare. Manda pruriti, dolori. Sfrego la pelle per fare passare un fastidio e quella mi manda segnali di appagamento per poi tornare ancora più forte di prima, adesso mi fa male. Se lo massaggio manda calore e stanchezza.
È enorme – da questo punto di vista – il mio corpo. Non lo posso davvero sentire tutto. Lo muovo, lo animo, lo trascino da una parte all'altra del mondo, lo faccio risuonare, ma ogni volta chiudo gli occhi su come è fatto nella sua interezza. Fingo di averne il controllo, ma è impensabile tenere tutta quella roba assieme, averne contezza. Manda frammenti inintelleggibili, sento il mio corpo nell'aria, l'odore dei capelli dopo la notte, la carne sudata, dolori che vengono da sotto la pelle, mi invento organi interni che non esistono e che mandano impulsi, li sento, ho tutti i canali scavati nella faccia intasati da germi e materie che si scaldano e raffreddano, si sciolgono e raddensano, pompano e scivolano via.
Pensare che tutta questa roba è fragile e resiliente, potrebbe fermarsi tra cinque minuti, così senza motivo, o resistere per anni, nelle peggiori condizioni di sempre. Uno standard che – tra le altre cose – è qua che si guarda, si tocca, pensa a se stesso e muove le dita con un ritmo e una grazia disumana per lasciare segno.
from La vita in famiglia è bellissima
È sera, sono spiaggiato sul divano che studio un testo di storia contemporanea sul tab, un mio personale modo per rilassarmi stressandomi, quando appare secondogenito.
Mi guarda. Mi studia. “Papà – chiede – tu ne sai qualcosa di javascript?”. “Qualcosa” rispondo io. “Ci ho scritto degli script”. “Sto parlando di javascript eh, non di java” “Sì. Ho anche scritto dei piccoli script in java, ma ne so poco” Secondogenito aspetta ancora un po', sta pensando se perdere tempo con me. “Perché – mi spiega – ho un problema con il videogioco che sto scrivendo”.
In pratica secondogenito usa un software per fare videogame, quindi non deve – in genere – scrivere codice da zero, ma ora ha progettato una cosa che il suo software non può fare in automatico e quindi deve aggiungere uno script scritto da lui. Il software che usa permette di aggiungere infiniti script in javascript.
In questa scena del videogame c'è una musica e certi eventi si devono attivare a seconda del progredire della canzone. Secondogenito ha pensato un modo per farlo, a livello di codice, ma è un metodo macchinoso e si è reso conto – lato sviluppatore – che sarebbe pesante da aggiornare e da gestire.
Mi sdraio sul divano, poso il tab, mi faccio spiegare bene cosa vuole e gli dico che ho capito. Ci penso un attimo e poi gli dico che no, sta usando il metodo sbagliato. “È tanto che non uso javascript, ma quello che vuoi fare si risolve con un array di array e un piccolo ciclo. Quattro, cinque righe di codice. Aspetta”.
Mi alzo, metto il tab sulla tastiera, cerco per sicurezza la sintassi giusta per gli array di javascript che li confondo sempre con quelli di python, intanto secondogenito prende il suo portatile e – la faccio breve – modifico con grande grande lentezza le quattro righe di codice che servono per fare un primo test, cerco di spiegare anche bene come sono composte e poi succede questa cosa che secondogenito fa partire il codice e il videogioco funziona.
“Uh” dico. Sono meravigliato anche io. “Non doveva funzionare?” mi chiede secondogenito perplesso. “In genere alla prima non funziona mai” gli spiego. Fiduciosi di questo avvio aggiungiamo un loop che controlla l'array, facciamo ripartire il videogame e questa volta non funziona niente, ma non funziona niente così tanto che secondogenito pensa si sia rotto il computer. “Non preoccuparti – gli dico – è il magico potere del bug. Mi sono dimenticato di incrementare qualcosa”.
Insomma, correggiamo, ritestiamo, aggiustiamo, alla fine funziona tutto, mio figlio si mette lì ad aggiungere dati alla lista degli eventi e io mi sento dio sceso in terra.
Non solo tasselli, seghetti alernativi e teflon, ho anche il potere di javascript che scorre forte dentro di me. E per oggi è tutto.
from Diario
Oggi abbiamo messo i raccogli cd in questo lungo trasloco da una casa all'altra, la casa diventa tua quando piano piano la vedi coprirsi delle cose che hai selezionato per seguirti, i cd, i libri, i quadri, in mezzo ci sono cose inedite e nuove, perché dentro di me c'è il desiderio di lasciarmi alle spalle una parte di Fabrizio, qualcosa resta, qualcosa mi segue, gli oggetti d'arte al consumo e la cultura e i suoi prodotti sono gli oggetti transizionali che ci restano attaccati e che fatichiamo a recidere del tutto, io almeno.
La seconda cosa è rendermi conto che faccio ancora tanti casini, tanti errori, certo, ma che oggi con Elettra passiamo con disinvoltura a trapanare muri, tagliare assi di legno, imbullonare cose, avvitare scarichi, seghetti alternativi, chiavi, cacciaviti dalle più strane punte, fasciamo filetti col teflon, colleghiamo fili elettrici, modifichiamo l'ambiente e troviamo soluzioni alle tante difficoltà che vengono fuori, cerchiamo in rete, troviamo magici tasselli per cartongesso che sembrano venire da mondi paralleli. Guarda quante competenze, penso, quanta roba che ci portiamo dietro invisibili.
Faccio una pausa, mi sdraio fuori nel terrazzo, sul dondolo. Guardo il cielo. Visto da qua, vedo solo boschi della collina di fronte alla mia e il cielo azzurro. Guardo i gabbiani che volano, si avvicinano, sembrano pterodattili bianchi. Quando sono vicini ne sento la consistenza, vedo il loro corpo che vibra nell'aria, si dondola tra le forze aeree, quanto peserà – mi chiedo – un chilo, due chili di carne lì che ondeggiano nel cielo poco sopra di me, chissà cosa vedono. L'odore. I parassiti. Mi viene in mente la poesia di quell'album che mi sono comprato, “il vento che non ha mai toccato terra”.
Penso a un post che ho letto poco prima, certo, di come sia tutto così fragile. I nostri diritti civili, quelle cose che pensavamo avere conquistato, oggi dimostrano tutta la loro precarietà. Penso a quando ero ragazzino, a Craxi, Andreotti, quei mostri che i disegnatori riproducevano con i tratti grotteschi su Linus, su Cuore. Avranno mai fatto il mio bene? Mi viene voglia di andare a prendere l'ebook reader e ristudiare quello che viene detto oggi di loro, la sintesi di quei decenni, quando da ragazzino alle medie facevamo le ore di educazione civica e ci insegnavano cose che oggi vediamo venire via come l'intonaco quando è preda delle infiltrazioni.
Sbuca un altro gabbiano, da un lato mi affascina, dall'altro ho paura – banalmente – che decida di cacare giù sopra di me, sulla roba stesa. Il gabbiano lì, a pochi metri di altezza, penso, non ha i miei problemi. Non ha conosciuto Craxi, non ha vissuto lo stesso tempo in cui ha vissuto Berlusconi. È lì teso, i muscoli pieni, gira la testa, si inarca, plana, esce fuori dal mio campo visuale. Penso, la sua natura animale vale quanto la mia. Il suo essere gabbiano sopravviverà alla mia storia, alle mie idee sul mondo. Quello che provo adesso, sdraiato a fissare il cielo e l'azzurro, penso, è gratis. Se ne andrà via come un brivido tra quanto, mezz'ora, dieci, vent'anni. Non molto di più. I rumori di clacson, l'inquinamento acustico della Valbisagno.
Da qua vedo solo il cielo e la parte alta del bosco, solo verde, azzurro e il bianco delle nuvole. Sento il traffico ma non lo vedo, i palazzoni industriali, le strutture in cemento armato aggrappate sul torrente restano fuori dalla mia vista. Vedere solo il cielo e il verde mi fa sentire come io sia qua, un frammento di qualcosa. Una versione indolente del gabbiano. Sono uno dei tanti umani nei tanti centri abitati che emergono ai margini della natura, qualsiasi cosa sia. Mi viene in mente, non ci posso fare niente, un videogioco a cui avevo giocato qualche anno fa. Ambientato in un paese sudamericano durante una rivoluzione, alla fine irrompeva la natura. I programmatori avevano virato tutte le cromie al verde. I rumori della jungla, gli animali, le piante che brillavano. Così io adesso, sul dondolo, mi sento fuori da ogni cosa. Erano falliti, i programmatori, dopo quel gioco.
Alla fine lo sento: è un po' che veniva fuori, che emergeva. Ma queste cose che stai pensando, mi diceva una voce, poi, le andrai a scrivere. Stai pensando queste cose perché le stai pensando, o stai preparandoti a scriverle? Mi spiego meglio Venerandi, stai pensando perché sei vivo o perché sei uno strumento di trascrizione? Se non dovessi scrivere avresti pensato queste cose? Mi spiego meglio, Venerandi: le avresti formalizzate in frasi e idee mentre le pensavi? Faccio cadere un braccio fuori dal dondolo finché la mano non tocca per terra e rispondo, non preoccuparti, questa resterà una cosa solo per me, non ne farò scritta nemmeno una riga. Sento la parte bassa della schiena che manda il suo dolore vitale, e sorrido, così, mentre emerge l'animale nero, mia figlia che mi chiede qualcosa che non ho.
from Transit
(221)

Il governo #Meloni ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine.
Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde. E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso.
Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza.
Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori. Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa. La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale. Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue. Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera.
Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente. Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.
C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità. Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo.

È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere. Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.
È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti. Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa.
Una toppa non è una riforma. Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.
Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza. Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile. La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato. La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità. Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità.
Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone. Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale.
Se l’Italia è davvero, come dice la #Costituzione, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete. Tutto il resto è retorica. E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese.
#Blog #PrimoMaggio #Lavoro #Precarietà #DirittiCivili #DirittoAlLavoro
from differxdiario
le statistiche dei click su differx.noblogs.org, per le visite tramite browser Firefox, erano di 140mila visitatori il 26 aprile, e poi Firefox – dal 27 – è scomparso dagli assi cartesiani delle statistiche medesime. sto ipotizzando che è perché la linea dei 140mila è stata sfondata verso l'alto. (visto che gli altri browser sono mappati normalmente). la cosa è allo stesso tempo awsome e inquietante.
___ (il 26 postavo questo: https://differx.noblogs.org/2026/04/27/140mila/)
Ieri vengono da me questi ragazzini di seconda media per un laboratorio di tre ore che avevo preparato di introduzione ai visori vr. Arrivano, tutti molto collaborativi, guardano tutto, passiamo davanti al laboratorio di chimica dove gli studenti delle superiori stanno facendo degli esperimenti e uno dei ragazzini spiaa, mi guarda, mi dice “wow, un laboratorio di chimica, io adoro la chimica!”. Nel laboratorio di robotica vanno in giro, sono curiosi, sono attiratissimi dai robot che sono in ricarica, guardano con gli occhi brillanti i bracci meccanici, fanno foto alle specifiche (!) dei robot, dopo avermi chiesto il permesso di usare il cellulare con sacra reverenza e timore.
Quando poi si mettono i visori esprimono sentimenti, non ci sono abituato. Si chiamano l'un l'altro, gridano di gioia, ridono, quando uno non capisce cosa fare e io non posso andare subito perché sto già supportando uno di loro, “ti spiego io” dicono e si aiutano tra loro. Dopo tre ore ho quasi dovuto strappargli i visori altrimenti saremmo ancora lì. Anzi, a un certo punto gli ho detto “guardate che dobbiamo mettere via tutto perché tra un quarto d'ora ci chiudono dentro la scuola!” e uno studente mi ha risposto, “ma che chiudano pure, noi restiamo qui”. Erano quasi le sei di sera.
Racconto tutto a Elettra che mi sorride e dice, “bello”. Ma poi aggiunge: “chissà come facciamo noi docenti a spegnere tutto questo entusiasmo e questa passione”.
Ecco, questa è una bella domanda da mettere a corollario a tutti i discorsi sulla pedagogia, sulla professionalizzazione forzata, sulla mancanza di orientamento, sui voti, sulle indicazioni ministeriali, sulla selezione e sul merito.
from differxdiario
volendo sbirciare un'altra differenza, a entropia semplificata (solo in minuscolo, fatta quasi soltanto di segnalazioni, e a volte anteprime, come oggi), si può seguire questo ennesimo deplorevole evento schizofrenico: https://marcogiovenale.me/follow-mg/
from angolo cottura
Ingredienti 3 mele dolci (Golden), misura medio-grossa 250g ma anche fino a 350 g di cioccolato fondente secondo il gusto. (io ho usato le uova di Pasqua) Pulisci le mele, le sbucci, le tagli a tocchi come ti vengono, le metti in una pentola e ci metti un bicchierone d’acqua. Fai bollire: da quando bolle calcoli 4–5 minuti e le scoli subito. Intanto sciogli come meglio puoi il cioccolato fondente: va bene l’uovo di Pasqua o le tavolette grosse tipo mattonelle. Nel microonde un minuto, oppure a bagnomaria, o sul fornello a fuoco lento. Appena la cioccolata è sciolta la aggiungi alle mele. Magari dentro a un frullatore, oppure nella stessa pentola e usi un frullatore a immersione per macinare tutto fine. Più macini e meglio è. Usa una teglia con cerniera diametro 18, al massimo 20 cm, foderata di carta forno solo sui bordi, e ci versi il composto. Metti in frigo una notte. Il giorno dopo, se vuoi, gli dai una spolverata di cacao amaro in polvere.
https://www.youtube.com/watch?v=71aZL2l5Xh8&t=1
#dolci
from Diario
Il problema dei libri poi, è che bisognerebbe rileggerli. Lo so. Una sola lettura non basta, è come sfogliare una rivista di fumetti e seguire solo la storia. Alla seconda passata inizi a vedere il disegno, alla terza la colorazione, il montaggio delle tavole. E così via. Per la musica è uguale. Ci sono dei giri di basso di cui mi sono reso conto decenni dopo aver ascoltato un disco. Ma un romanzo, un romanzo contemporaneo poi, chi ha il tempo di rileggerlo. Non fai tempo a finirlo che ne sono usciti altri milioni, milioni di libri che stanno lì a bruciare rapidamente per uscire di catalogo. E stiamo parlando dei soli viventi, se iniziamo con i morti è finita.
Guardavo l'altro giorno una grande libreria in casa di una persona, tutta di testi contemporanei. I colori pastello dei Feltrinelli, i bianchi Einaudi, le linee tonali degli Adelphi, il caos Mondadori. Quasi tutte grande editrici, un migliaio abbondante di testi. Guardavo i nomi degli autori, ne riconoscevo due o tre. Il grosso erano novità uscite negli ultimi cinquant'anni, autori ai loro primi romanzi o tradotti per la prima volta in Italia. Tiro fuori il cellulare, ne cerco un po'. La maggior parte sono scomparsi nel nulla, i libri dico. Usciti di catalogo qualche anno dopo. Romanzi evento mancati, o semplicemente che hanno esaurita la loro turnazione finita la cessione dei diritti di autore.
E penso alle recentissime linee ministeriali che quando devono consigliare qualche autore contemporaneo parlano di Pasolini. Primo Levi. Le colonne d'Ercole di Calvino. Dopo, un vuoto che se provi a colmarlo ti prendi anche dei pesci in faccia. Meritatissimi peraltro.