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from Diario

Il mio corpo è un ematoma. Pieno di macchie, irritazioni, morsi. Segni di vene sottocutanee e sbocchi di azzurro blu in superficie. Punti rosa scuro e graffi viola longitudinali. Il mio corpo sembra un'installazione artistica postmoderna, potrei restare a guardarlo per ore, nella mia testa è tutto di pelle ragazzina, invece è un corpo di mandelbrot, più lo guardo più emergono cose che non ho mai visto. Atolli di pallini rossi, neri densi peli che sfarfallano. Macchie nere incastonate dentro l'irragionevole materia dell'unghia. Punture di parassiti.

Tutto, nel mio corpo, sembra irragionevole, è brutto il mio corpo e questo lo rende affascinante, dopo un po'. La pelle secca aggrinzita. Le cicatrici delle operazioni. Sembra il processo casuale delle cose e invece va avanti seguendo uno schema, ci sono delle specifiche implicite che lo modellano, in tutte le sue molteplici diversità. È interattivo il mio corpo, lo posso toccare. Manda pruriti, dolori. Sfrego la pelle per fare passare un fastidio e quella mi manda segnali di appagamento per poi tornare ancora più forte di prima, adesso mi fa male. Se lo massaggio manda calore e stanchezza.

È enorme – da questo punto di vista – il mio corpo. Non lo posso davvero sentire tutto. Lo muovo, lo animo, lo trascino da una parte all'altra del mondo, lo faccio risuonare, ma ogni volta chiudo gli occhi su come è fatto nella sua interezza. Fingo di averne il controllo, ma è impensabile tenere tutta quella roba assieme, averne contezza. Manda frammenti inintelleggibili, sento il mio corpo nell'aria, l'odore dei capelli dopo la notte, la carne sudata, dolori che vengono da sotto la pelle, mi invento organi interni che non esistono e che mandano impulsi, li sento, ho tutti i canali scavati nella faccia intasati da germi e materie che si scaldano e raffreddano, si sciolgono e raddensano, pompano e scivolano via.

Pensare che tutta questa roba è fragile e resiliente, potrebbe fermarsi tra cinque minuti, così senza motivo, o resistere per anni, nelle peggiori condizioni di sempre. Uno standard che – tra le altre cose – è qua che si guarda, si tocca, pensa a se stesso e muove le dita con un ritmo e una grazia disumana per lasciare segno.

 
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from La vita in famiglia è bellissima

È sera, sono spiaggiato sul divano che studio un testo di storia contemporanea sul tab, un mio personale modo per rilassarmi stressandomi, quando appare secondogenito.

Mi guarda. Mi studia. “Papà – chiede – tu ne sai qualcosa di javascript?”. “Qualcosa” rispondo io. “Ci ho scritto degli script”. “Sto parlando di javascript eh, non di java” “Sì. Ho anche scritto dei piccoli script in java, ma ne so poco” Secondogenito aspetta ancora un po', sta pensando se perdere tempo con me. “Perché – mi spiega – ho un problema con il videogioco che sto scrivendo”.

In pratica secondogenito usa un software per fare videogame, quindi non deve – in genere – scrivere codice da zero, ma ora ha progettato una cosa che il suo software non può fare in automatico e quindi deve aggiungere uno script scritto da lui. Il software che usa permette di aggiungere infiniti script in javascript.

In questa scena del videogame c'è una musica e certi eventi si devono attivare a seconda del progredire della canzone. Secondogenito ha pensato un modo per farlo, a livello di codice, ma è un metodo macchinoso e si è reso conto – lato sviluppatore – che sarebbe pesante da aggiornare e da gestire.

Mi sdraio sul divano, poso il tab, mi faccio spiegare bene cosa vuole e gli dico che ho capito. Ci penso un attimo e poi gli dico che no, sta usando il metodo sbagliato. “È tanto che non uso javascript, ma quello che vuoi fare si risolve con un array di array e un piccolo ciclo. Quattro, cinque righe di codice. Aspetta”.

Mi alzo, metto il tab sulla tastiera, cerco per sicurezza la sintassi giusta per gli array di javascript che li confondo sempre con quelli di python, intanto secondogenito prende il suo portatile e – la faccio breve – modifico con grande grande lentezza le quattro righe di codice che servono per fare un primo test, cerco di spiegare anche bene come sono composte e poi succede questa cosa che secondogenito fa partire il codice e il videogioco funziona.

“Uh” dico. Sono meravigliato anche io. “Non doveva funzionare?” mi chiede secondogenito perplesso. “In genere alla prima non funziona mai” gli spiego. Fiduciosi di questo avvio aggiungiamo un loop che controlla l'array, facciamo ripartire il videogame e questa volta non funziona niente, ma non funziona niente così tanto che secondogenito pensa si sia rotto il computer. “Non preoccuparti – gli dico – è il magico potere del bug. Mi sono dimenticato di incrementare qualcosa”.

Insomma, correggiamo, ritestiamo, aggiustiamo, alla fine funziona tutto, mio figlio si mette lì ad aggiungere dati alla lista degli eventi e io mi sento dio sceso in terra.

Non solo tasselli, seghetti alernativi e teflon, ho anche il potere di javascript che scorre forte dentro di me. E per oggi è tutto.

 
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from Diario

Oggi abbiamo messo i raccogli cd in questo lungo trasloco da una casa all'altra, la casa diventa tua quando piano piano la vedi coprirsi delle cose che hai selezionato per seguirti, i cd, i libri, i quadri, in mezzo ci sono cose inedite e nuove, perché dentro di me c'è il desiderio di lasciarmi alle spalle una parte di Fabrizio, qualcosa resta, qualcosa mi segue, gli oggetti d'arte al consumo e la cultura e i suoi prodotti sono gli oggetti transizionali che ci restano attaccati e che fatichiamo a recidere del tutto, io almeno.

La seconda cosa è rendermi conto che faccio ancora tanti casini, tanti errori, certo, ma che oggi con Elettra passiamo con disinvoltura a trapanare muri, tagliare assi di legno, imbullonare cose, avvitare scarichi, seghetti alternativi, chiavi, cacciaviti dalle più strane punte, fasciamo filetti col teflon, colleghiamo fili elettrici, modifichiamo l'ambiente e troviamo soluzioni alle tante difficoltà che vengono fuori, cerchiamo in rete, troviamo magici tasselli per cartongesso che sembrano venire da mondi paralleli. Guarda quante competenze, penso, quanta roba che ci portiamo dietro invisibili.

Faccio una pausa, mi sdraio fuori nel terrazzo, sul dondolo. Guardo il cielo. Visto da qua, vedo solo boschi della collina di fronte alla mia e il cielo azzurro. Guardo i gabbiani che volano, si avvicinano, sembrano pterodattili bianchi. Quando sono vicini ne sento la consistenza, vedo il loro corpo che vibra nell'aria, si dondola tra le forze aeree, quanto peserà – mi chiedo – un chilo, due chili di carne lì che ondeggiano nel cielo poco sopra di me, chissà cosa vedono. L'odore. I parassiti. Mi viene in mente la poesia di quell'album che mi sono comprato, “il vento che non ha mai toccato terra”.

Penso a un post che ho letto poco prima, certo, di come sia tutto così fragile. I nostri diritti civili, quelle cose che pensavamo avere conquistato, oggi dimostrano tutta la loro precarietà. Penso a quando ero ragazzino, a Craxi, Andreotti, quei mostri che i disegnatori riproducevano con i tratti grotteschi su Linus, su Cuore. Avranno mai fatto il mio bene? Mi viene voglia di andare a prendere l'ebook reader e ristudiare quello che viene detto oggi di loro, la sintesi di quei decenni, quando da ragazzino alle medie facevamo le ore di educazione civica e ci insegnavano cose che oggi vediamo venire via come l'intonaco quando è preda delle infiltrazioni.

Sbuca un altro gabbiano, da un lato mi affascina, dall'altro ho paura – banalmente – che decida di cacare giù sopra di me, sulla roba stesa. Il gabbiano lì, a pochi metri di altezza, penso, non ha i miei problemi. Non ha conosciuto Craxi, non ha vissuto lo stesso tempo in cui ha vissuto Berlusconi. È lì teso, i muscoli pieni, gira la testa, si inarca, plana, esce fuori dal mio campo visuale. Penso, la sua natura animale vale quanto la mia. Il suo essere gabbiano sopravviverà alla mia storia, alle mie idee sul mondo. Quello che provo adesso, sdraiato a fissare il cielo e l'azzurro, penso, è gratis. Se ne andrà via come un brivido tra quanto, mezz'ora, dieci, vent'anni. Non molto di più. I rumori di clacson, l'inquinamento acustico della Valbisagno.

Da qua vedo solo il cielo e la parte alta del bosco, solo verde, azzurro e il bianco delle nuvole. Sento il traffico ma non lo vedo, i palazzoni industriali, le strutture in cemento armato aggrappate sul torrente restano fuori dalla mia vista. Vedere solo il cielo e il verde mi fa sentire come io sia qua, un frammento di qualcosa. Una versione indolente del gabbiano. Sono uno dei tanti umani nei tanti centri abitati che emergono ai margini della natura, qualsiasi cosa sia. Mi viene in mente, non ci posso fare niente, un videogioco a cui avevo giocato qualche anno fa. Ambientato in un paese sudamericano durante una rivoluzione, alla fine irrompeva la natura. I programmatori avevano virato tutte le cromie al verde. I rumori della jungla, gli animali, le piante che brillavano. Così io adesso, sul dondolo, mi sento fuori da ogni cosa. Erano falliti, i programmatori, dopo quel gioco.

Alla fine lo sento: è un po' che veniva fuori, che emergeva. Ma queste cose che stai pensando, mi diceva una voce, poi, le andrai a scrivere. Stai pensando queste cose perché le stai pensando, o stai preparandoti a scriverle? Mi spiego meglio Venerandi, stai pensando perché sei vivo o perché sei uno strumento di trascrizione? Se non dovessi scrivere avresti pensato queste cose? Mi spiego meglio, Venerandi: le avresti formalizzate in frasi e idee mentre le pensavi? Faccio cadere un braccio fuori dal dondolo finché la mano non tocca per terra e rispondo, non preoccuparti, questa resterà una cosa solo per me, non ne farò scritta nemmeno una riga. Sento la parte bassa della schiena che manda il suo dolore vitale, e sorrido, così, mentre emerge l'animale nero, mia figlia che mi chiede qualcosa che non ho.

 
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from Transit

(221)

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Il governo #Meloni ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine.

Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde. E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso.

Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza.

Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori. Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa. La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale. Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue. Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera.

Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente. Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.

C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità. Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo.

(PM2)

È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere. Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.

È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti. Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa.

Una toppa non è una riforma. Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.

Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza. Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile. La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato. La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità. Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità.

Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone. Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale.

Se l’Italia è davvero, come dice la #Costituzione, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete. Tutto il resto è retorica. E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese.

#Blog #PrimoMaggio #Lavoro #Precarietà #DirittiCivili #DirittoAlLavoro

 
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from differxdiario

le statistiche dei click su differx.noblogs.org, per le visite tramite browser Firefox, erano di 140mila visitatori il 26 aprile, e poi Firefox – dal 27 – è scomparso dagli assi cartesiani delle statistiche medesime. sto ipotizzando che è perché la linea dei 140mila è stata sfondata verso l'alto. (visto che gli altri browser sono mappati normalmente). la cosa è allo stesso tempo awsome e inquietante.

___ (il 26 postavo questo: https://differx.noblogs.org/2026/04/27/140mila/)

 
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from cronache dalla scuola

Ieri vengono da me questi ragazzini di seconda media per un laboratorio di tre ore che avevo preparato di introduzione ai visori vr. Arrivano, tutti molto collaborativi, guardano tutto, passiamo davanti al laboratorio di chimica dove gli studenti delle superiori stanno facendo degli esperimenti e uno dei ragazzini spiaa, mi guarda, mi dice “wow, un laboratorio di chimica, io adoro la chimica!”. Nel laboratorio di robotica vanno in giro, sono curiosi, sono attiratissimi dai robot che sono in ricarica, guardano con gli occhi brillanti i bracci meccanici, fanno foto alle specifiche (!) dei robot, dopo avermi chiesto il permesso di usare il cellulare con sacra reverenza e timore.

Quando poi si mettono i visori esprimono sentimenti, non ci sono abituato. Si chiamano l'un l'altro, gridano di gioia, ridono, quando uno non capisce cosa fare e io non posso andare subito perché sto già supportando uno di loro, “ti spiego io” dicono e si aiutano tra loro. Dopo tre ore ho quasi dovuto strappargli i visori altrimenti saremmo ancora lì. Anzi, a un certo punto gli ho detto “guardate che dobbiamo mettere via tutto perché tra un quarto d'ora ci chiudono dentro la scuola!” e uno studente mi ha risposto, “ma che chiudano pure, noi restiamo qui”. Erano quasi le sei di sera.

Racconto tutto a Elettra che mi sorride e dice, “bello”. Ma poi aggiunge: “chissà come facciamo noi docenti a spegnere tutto questo entusiasmo e questa passione”.

Ecco, questa è una bella domanda da mettere a corollario a tutti i discorsi sulla pedagogia, sulla professionalizzazione forzata, sulla mancanza di orientamento, sui voti, sulle indicazioni ministeriali, sulla selezione e sul merito.

 
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from differxdiario

la prima cosa che faccio quando c'è un nuovo post (non solo su slowforward ma anche su gammm, compostxt, pontebianco e differx) è mettere il titolo e il link su telegram: https://t.me/slowforward

poi – solo poi – penso a diffondere anche nei canali whapp e IG e fb, che non amo e spesso anzi detesto però mi permettono di raggiungere altre persone (e farle uscire=fuggire da whapp e IG e fb proprio grazie al & ai link che ci deposito). (è un po' come depositare dei candelotti di dinamite ACME da cartone animato: che fanno saltare fuori dallo schermo generalista Wile Coyote).

bisogna far scappare a gambe levate le persone dai (social) media mainstream.

mi scriveva poco fa un corrispondente su Mastodon che i link sono la bestia nera di Meta, tanto che su IG vengono boicottati (ma non nei canali IG!) e resi non cliccabili. dunque: benvenuta la bestia nera di Meta.

e benvenuto il lavoro sugli spazi indipendenti, come qui (noblogo) e come noblogs.org.

a proposito di quest'ultimo: sto su wordpress (dot com) con un blog e poi sito (dot net) dal remoto anno 2006 (prima slowforward è stato per tre anni – dal 2003 – su Splinder), MA:

ci sono voluti poi vent'anni per avere tre-quattrocento visitatori al giorno lì su slowforward.net, nonostante i materiali che in abbondanza quotidianamente posto in tema di scrittura di ricerca, musica e video sperimentali, opere verbovisive, annunci di mostre, annotazioni, citazioni, podcast, archivi delle avanguardie, documentazione politica eccetera.

INVECE su noblogs.org, che comunque è a base Wordpress, la quantità di visitatori raramente è scesa (quasi da subito) sotto i cinquemila giornalieri.

ieri un picco di 140mila: https://differx.noblogs.org/2026/04/27/140mila/

(ovviamente il discorso che faccio è centrato sui contenuti – e fuori dalla pubblicità e dalla vendibilità degli stessi: se il numero di click lo cito e lo trovo importante non è perché mi serva per sollazzarmi in una piscinetta centripeta, ma per avere un riscontro su se e quanto e come arrivano A PIÙ PERSONE POSSIBILE le scritture di ricerca, la musica e i video sperimentali, le opere verbovisive ecc. ecc.) ... (ogni materiale è sempre un fatto collettivo, in definitiva).

e bon. alla fin fine probabilmente si può dire che l'indipendenza paga.

be independent. (or, at least, try to).

 
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from angolo cottura

Ingredienti 3 mele dolci (Golden), misura medio-grossa 250g ma anche fino a 350 g di cioccolato fondente secondo il gusto. (io ho usato le uova di Pasqua) Pulisci le mele, le sbucci, le tagli a tocchi come ti vengono, le metti in una pentola e ci metti un bicchierone d’acqua. Fai bollire: da quando bolle calcoli 4–5 minuti e le scoli subito. Intanto sciogli come meglio puoi il cioccolato fondente: va bene l’uovo di Pasqua o le tavolette grosse tipo mattonelle. Nel microonde un minuto, oppure a bagnomaria, o sul fornello a fuoco lento. Appena la cioccolata è sciolta la aggiungi alle mele. Magari dentro a un frullatore, oppure nella stessa pentola e usi un frullatore a immersione per macinare tutto fine. Più macini e meglio è. Usa una teglia con cerniera diametro 18, al massimo 20 cm, foderata di carta forno solo sui bordi, e ci versi il composto. Metti in frigo una notte. Il giorno dopo, se vuoi, gli dai una spolverata di cacao amaro in polvere.

https://www.youtube.com/watch?v=71aZL2l5Xh8&t=1

#dolci

 
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from Diario

Il problema dei libri poi, è che bisognerebbe rileggerli. Lo so. Una sola lettura non basta, è come sfogliare una rivista di fumetti e seguire solo la storia. Alla seconda passata inizi a vedere il disegno, alla terza la colorazione, il montaggio delle tavole. E così via. Per la musica è uguale. Ci sono dei giri di basso di cui mi sono reso conto decenni dopo aver ascoltato un disco. Ma un romanzo, un romanzo contemporaneo poi, chi ha il tempo di rileggerlo. Non fai tempo a finirlo che ne sono usciti altri milioni, milioni di libri che stanno lì a bruciare rapidamente per uscire di catalogo. E stiamo parlando dei soli viventi, se iniziamo con i morti è finita.

Guardavo l'altro giorno una grande libreria in casa di una persona, tutta di testi contemporanei. I colori pastello dei Feltrinelli, i bianchi Einaudi, le linee tonali degli Adelphi, il caos Mondadori. Quasi tutte grande editrici, un migliaio abbondante di testi. Guardavo i nomi degli autori, ne riconoscevo due o tre. Il grosso erano novità uscite negli ultimi cinquant'anni, autori ai loro primi romanzi o tradotti per la prima volta in Italia. Tiro fuori il cellulare, ne cerco un po'. La maggior parte sono scomparsi nel nulla, i libri dico. Usciti di catalogo qualche anno dopo. Romanzi evento mancati, o semplicemente che hanno esaurita la loro turnazione finita la cessione dei diritti di autore.

E penso alle recentissime linee ministeriali che quando devono consigliare qualche autore contemporaneo parlano di Pasolini. Primo Levi. Le colonne d'Ercole di Calvino. Dopo, un vuoto che se provi a colmarlo ti prendi anche dei pesci in faccia. Meritatissimi peraltro.

 
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from Alfonso Cataldi

22 dicembre 2025 alle 9:57

“L’Ombra delle Parole è nato nel 2013. All’inizio era un blog che cercava la propria strada di uscita dal novecento epigonico e agonico, la compagnia era la più varia… nel frattempo alcuni si dileguarono per motivi personalistici e posiziocentrici, ciascuno era più interessato al proprio narcisismo che alla costruzione di una poetica… ma senza una poetica non si va da nessuna altra parte, io lo avevo scritto e ripetuto ma, si sa, il narcisismo è una droga più forte di qualsiasi ragione...” (Giorgio Linguaglossa)

Sei stato una forza della natura, Giorgio. Ti definivi calzolaio della poesia ma eri un corsaro, eri libero, eri una farfalla imprendibile; le tue traiettorie imprevedibili. Non facevi sconti a nessuno: non dovevi difendere nessun fortilizio. Leggevi tutti, ascoltavi tutti e a tutti davi un parere, un consiglio. Grazie a te ho conosciuto poeti che nessuno cita perché scomodi e retti. Pubblicavi sconosciuti quando t'incuriosivano: una rarità nel panorama poetico contemporaneo. Ricordo quando accettasti di pubblicare quei “concept-tweet” geniali e sparsi di un ingegnere, che ricostruii con entusiasmo, certo che ne avresti goduto con me. Ti ricordo mascherato, ironico e autoironico a “Più libri più liberi”. È stato un bel tratto di strada, con la Poetry Kitchen, cominciato proprio quando avevo necessità di perdere le poche certezze in mio possesso. Mi hai portato nel basement, sugli esopianeti. E chi torna più indietro!

 
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from Transit

Chernobyl mostra i limiti dei sistemi complessi senza trasparenza e responsabilità politica.

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Nota: il post risulta abbastanza lungo, ma ho inteso approfondire un “minimo” un argomento così importante, seppur trattato innumerevoli volte.

Il 26 aprile 1986, nella centrale nucleare di #Chernobyl, allora parte dell’Unione Sovietica, un test condotto in condizioni inadeguate provocò l’esplosione del reattore numero 4. È rimasto uno dei più gravi disastri nucleari della storia contemporanea. Ma ridurlo a incidente tecnico significa non comprenderne davvero la portata: né allora, né oggi.

Il reattore coinvolto, di tipo “RBMK”, presentava caratteristiche strutturali problematiche: instabilità a bassa potenza e assenza di un adeguato contenimento. Questi limiti erano noti in ambito tecnico, ma non vennero affrontati con la necessaria trasparenza. Il sistema sovietico tendeva a compartimentare le informazioni, limitandone la circolazione anche tra specialisti.

Come ricorda lo storico ucraino Serhij Plochiy, il reattore era nato anche per produrre plutonio militare, e la conoscenza dei difetti non arrivò mai del tutto a chi lo gestiva ogni giorno. La cultura politica giocò un ruolo decisivo. La priorità era dimostrare efficienza e rispettare obiettivi produttivi stabiliti centralmente. Segnalare criticità significava esporsi a conseguenze professionali e politiche. La sicurezza, pur formalmente centrale, veniva spesso subordinata ad altre esigenze.

Il Politburo di Gorbačëv riconobbe internamente che le responsabilità andavano divise tra errori umani e difetti di progettazione, ma in pubblico la colpa fu scaricata quasi interamente sugli operatori. Gli operatori che quella notte portarono avanti il test agirono in un quadro rigido, con informazioni incomplete e istruzioni contraddittorie. Alcuni sistemi di sicurezza furono disattivati per rispettare il protocollo sperimentale.

In un ambiente dove il dissenso era scoraggiato, la possibilità di fermare la procedura si ridusse drasticamente. “Aggirare” le regole era diventato prassi per tenere il passo con gli obiettivi di produzione, in un sistema che puniva l’allarme più del rischio. Dopo l’esplosione, la gestione dell’emergenza seguì la stessa logica. Le autorità locali e centrali evitarono di diffondere informazioni immediate e complete. La città di Pripyat, a pochi chilometri dalla centrale, non fu evacuata subito: per ore, decine di migliaia di persone rimasero esposte senza saperlo. Solo quando le rilevazioni di radioattività in altri paesi europei resero impossibile negare l’accaduto, l’Unione Sovietica iniziò a fornire comunicazioni ufficiali, comunque parziali e controllate.

Le conseguenze immediate furono drammatiche: incendi, esposizione acuta alle radiazioni, morti tra i soccorritori e tra il personale della centrale. Nei giorni successivi, centinaia di migliaia di persone furono evacuate e intere aree furono dichiarate inabitabili. Eppure, a quarant’anni di distanza, il numero delle vittime ufficialmente riconosciute resta poco superiore alle quaranta, cioè coloro che morirono per sindrome acuta da radiazioni: tutto il resto – malattie, decessi prematuri, impatto sulla salute mentale, rimane largamente sotto‑stimato. Gli effetti a lungo termine sono difficili da quantificare, ma non meno rilevanti. Ancora oggi, ampie zone tra Ucraina, Bielorussia e Russia risultano contaminate. Isotopi come il cesio-137 e lo stronzio-90 persistono nel suolo per decenni, entrando nella catena alimentare e richiedendo monitoraggi continui. Uno degli impatti più documentati è l’aumento dei tumori alla tiroide, soprattutto tra chi era bambino all’epoca dell’incidente. A questo si aggiungono altre patologie e conseguenze psicologiche: ansia, stigma sociale, perdita di radicamento.

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L’impatto sociale fu profondo. Le evacuazioni non furono solo spostamenti logistici, ma rotture definitive: comunità disperse, economie locali distrutte, territori trasformati in zone di esclusione. La memoria del disastro continua a influenzare la percezione del rischio nucleare in tutta Europa. L’idea che “un Chernobyl da qualche parte è un Chernobyl ovunque” ha pesato sulle scelte energetiche di diversi paesi, dall’Italia alla Germania.

Chernobyl ebbe anche un impatto politico rilevante. L’incidente contribuì a incrinare la fiducia nell’Unione Sovietica, sia tra i cittadini sia a livello internazionale. La gestione opaca dell’emergenza rese evidente la distanza tra la narrazione ufficiale e la realtà, accelerando dinamiche di sfiducia già presenti. Sempre Plochiy sottolinea che, fra i fattori del crollo dell’Urss, Chernobyl fu almeno importante quanto la guerra in Afghanistan, perché mostrò ai cittadini i limiti strutturali del sistema.

Il nodo, quindi, non è solo tecnologico. È politico e culturale: riguarda il rapporto tra potere, informazione e responsabilità. Quando chi decide non è tenuto a rispondere, la gestione del rischio diventa opaca e più pericolosa.

E qui Chernobyl smette di essere solo storia. Le condizioni che resero possibile quel disastro (concentrazione del potere, controllo dell’informazione, repressione del dissenso) non appartengono solo al passato sovietico. Quarant’anni dopo, la sua eredità attraversa la storia dell’Ucraina indipendente e arriva fino alla guerra iniziata nel 2022, quando le truppe russe hanno occupato nuovamente il sito della centrale lungo la loro avanzata verso Kyiv.

Nella Russia di oggi, molte di quelle dinamiche sono tornate visibili: media indipendenti ridotti o chiusi, opposizione marginalizzata o repressa, gestione del potere sempre più verticale. In parallelo, in Ucraina la memoria di Chernobyl, insieme a quella dell’Holodomor (la carestia avvenuta durante il regime di Stalin nell'Ucraina sovietica dal 1932 al 1933), è diventata uno dei pilastri dell’identità nazionale, e l’occupazione del 2022 è letta come una nuova tappa di una storia di aggressione e resistenza.

Durante quell’occupazione, il personale ucraino della centrale ha cercato di mantenere il controllo tecnico dell’impianto, imponendo ai soldati russi regole minime di sicurezza per evitare un nuovo incidente. Oggi il rischio nucleare non riguarda solo la tecnologia, ma anche l’uso politico e militare degli impianti: centrali occupate, infrastrutture energetiche trasformate in obiettivi militari, minacce di “ricatto atomico” come strumento di pressione.

Chernobyl, da questo punto di vista, non è solo memoria: è un precedente concreto di cosa accade quando sistemi complessi sono gestiti da poteri non controllati. Ricorda che gli effetti di un incidente nucleare non si fermano ai confini di uno Stato e che, di fronte a questi rischi, trasparenza, controllo indipendente e responsabilità politica non sono un di più, ma una condizione minima di sicurezza.

#Chernobyl #Russia #UnioneSovietica #Ucraina #EnergiaAtomica #Blog #Opinioni

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

La task force di Europol per l'identificazione di vittime di sfruttamento sessuale minorile. Partecipa anche l'Italia

Dal 13 al 24 aprile 2026, Europol ha ospitato presso la propria sede all'Aia una task force per l'identificazione delle vittime (VIDTF) di casi di sfruttamento sessuale minorile, che ha riunito 34 specialisti di Europol, INTERPOL e 31 paesi di tutto il mondo (Italia compresa). L'operazione si è concentrata anche sull'identificazione dei responsabili. A seguito dell'operazione, sono stati identificati in via preliminare 12 minori.

Durante le due settimane di attività, gli esperti hanno analizzato oltre 317 set di dati contenenti immagini e video di sfruttamento sessuale minorile (CSE). Questi materiali riguardavano vittime di entrambi i sessi, di età compresa tra la prima infanzia e l'adolescenza, e rappresentavano diverse nazionalità. La task force ha generato 204 piste investigative, che sono state trasmesse alle autorità nazionali per ulteriori indagini.

Europol elabora il materiale attraverso il suo Sistema di Analisi di Immagini e Video (IVAS), che ha analizzato oltre 118 milioni di file unici dal suo lancio nel 2016. Il procedimento è spiegato in un video presente su Youtube. Le task force per l'identificazione delle vittime si tengono due volte l'anno. Nel periodo compreso tra il 2014 e il 2026, queste operazioni hanno analizzato 8.585 set di dati, producendo 3.484 spunti di intelligence. Le successive indagini condotte dalle autorità nazionali hanno portato all'identificazione e alla protezione di 1.190 vittime e all'arresto di 330 responsabili.

un frame del video

Danny van Althuis di Europol, ha sottolineato il costante impegno dell'organizzazione: “Il rilevamento volontario online di materiale pedopornografico potrebbe essersi interrotto, ma la nostra dedizione e la nostra missione non sono cambiate. Europol continuerà a indagare sui casi di sfruttamento sessuale minorile, a identificare i responsabili e a proteggere i bambini. Non possiamo restare inerti, perché milioni di file rimangono da esaminare. Dietro ogni numero c'è un bambino. Il nostro lavoro è tutt'altro che concluso”.

Il formato della task force si è dimostrato estremamente efficace. Gli specialisti analizzano i dati per scoprire indizi che identifichino le vittime, i responsabili o il probabile paese di produzione. Utilizzando IVAS, raggruppano il materiale in serie e lo caricano nel database internazionale sullo sfruttamento sessuale minorile (ICSE) dell'INTERPOL. Gli analisti di Europol incrociano quindi questi dati per creare pacchetti di intelligence più completi per i partner operativi pertinenti. Questo approccio collaborativo facilita la condivisione delle conoscenze e uno scambio di informazioni efficiente, portando a risultati concreti.

Per dare ulteriore impulso a questi sforzi, Europol ha ampliato la sua campagna Stop Child Abuse – Trace an Object (Fermiamo gli abusi sui minori – Traccia un oggetto) , invitando i cittadini a contribuire all'identificazione delle vittime riconoscendo oggetti in casi irrisolti. Dal lancio della piattaforma, 31 vittime sono state identificate grazie a segnalazioni anonime.

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from Bymarty

📒Dal mio diario “Giorno di ordinaria follia”..

Perché quelli come me che parlano, raccontano certe cose, possono essere definiti solo folli! Ed io mi ritengo tale, tanto da avere la lucidità o stupidità o la debolezza di raccontarmi sempre, soprattutto quando non va proprio tutto a gonfie vele, soprattutto quando il mio mare è in tempesta, il faro è lontano e la mia barca sta per affondare...

Eccomi qui, ore 8.00 del mattino, davanti le mie mattonelle di terracotta, che dovrei decorare, davanti al secondo caffè, forse la mia compagna e droga silenziosa di questo periodo, mi basta poco, un caffè per sentirmi più forte, più su, assolutamente e incredibilmente falso, è una scusa è un modo per ritagliarsi e concedermi un piacere, finché mi sarà concesso! Ma stamattina è tutto diverso, è ilio giorno di ordinaria follia, c'è uno stato d'animo sbagliato, arrabbiato, ferito, come alcune di queste mattonelle scheggiate, che potrei e dovrei ricomporre, perchè come nel mio caso pur essendomi spezzata, piegata, rotta, per non definirmi sempre malata e poi entrare nuovamente nel circolo viziolo del bollettino medico, che tanto ha infastidito e giustamente allontanato da me, in realtà metaforicamente parlando e non solo, mi hanno ricucita ed io allo stesso modo posso ricomporre la mattonella, incollandone i pezzi! Reggerà? Non so , mi dicono di sì, la cucitura che è stata fatta a me è stata perfetta pare quasi essere un prezioso ricamo, si nota, ma è come un trofeo per me, un modo per ricordare al mio corpo, che nonostante tutto, ci siamo e a fatica, con impegno, coraggio, fiducia e speranza stiamo combattendo insieme. Poi basta veramente poco , una discussione, una cena in famiglia, dove sei stata un pesce fuori d'acqua, in procinto più volte di annegare, notizie devastanti ascoltate in TV, ovunque, il tempo, che di primaverile ha poco e si basta poco per far si che la mia distrazione, fragilità, la mia disattenzione, portino a far cadere , vacillare tutte le mie certezze faticosamente raggiunte, conquistate...E l'altra cosa che distrugge e manda in frantumi i cocci del mio cuore, è ascoltare il miagolio disperato di mamma Licia, che a distanza di quasi un mese dalla morte di Masha, la mia gatta, la cerca e la chiama, guarda e fissa i posti in cui dormiva e poi si addormenta in quella cassetta, dove hanno trascorso insieme gli ultimi giorni, solo che Masha non c'è più ed io l'unica cosa che ho pensato che potesse farla stare meglio, è stata quella di metterle un peluche e quando disperata e senza più la forza di miagolare, si arrende, va li in quella cassetta e dorme abbracciata a quel peluche, al ricordo forse della sua piccolina, che ha visto soffrire, riprendersi , lottare e poi arrendersi e abbandonarsi per sempre al auo ultimo sonno! So che parte di questa mia fragilità attuale dipende anche da questo evento, che non ho saputo gestire bene, che forse avrei dovuto affrontare diversamente, con distacco e invece è come se avessi perso un pezzo di me, della mia famiglia....e nonostante fosse solo un gatto, io l'ho curata, le sono stata accanto, le ho tenuto la zampa e ho cercato in tutti i modi di farla sentire protetta e amata! Mi dispiace solo di non esserci stata nel suo ultimo respiro, so che forse è stato meglio così, o forse! Io mi sarei sentita meno in colpa, ma ormai è andata , ha attraversato quel ponte e spero solamente che davvero adesso sia serena, non so, voglio credere e sperare che sia così! La morte mi terrorizza, quando ho ricevuto la diagnosi dopo l'esito della biopsia, è stato quello forse il momento più difficile, quello in cui all'improvviso capisci di essere di passaggio, di non essere immortale, ma di essere umano, di non avere i requisiti necessari per difenderti da parole che in quel momento ti squartano il cuore, parole, che le ascolti, e ti fanno un male, ti mandano in confusione e allora l'unica cosa che si riesce a fare è smettere di pensare, ascoltare parole, frasi che mai avresti voluto, e allora piangi, ti perdi completamente, vai nel panico, non respiri e per pochi attimi pensi davvero che sia arrivato quel momento e realizzi velocemente, di non essere pronta, di non aver realizzato ancora tutto e allora respiri e ti riprendi! Ascolti e rinasci perchè non è finita, è una prova, non è la fine della strada, è solo un percorso accidentato, in cui sono caduta, ed ora dopo essermi fatta un po' male, dopo aver ricevuto le cure, le terapie, ecc, devo solo ricominciare a ritrovare quella strada, o forse una nuova e diversa, che mi dia la possibilità di andare avanti, lottare, ma soprattutto vivere! Credo che non sia facile avere a che fare, stare vicino a chi soffre, a chi si perde, a chi affronta un male, una perdita, un qualsiasi dolore, è facile dal di fuori osservare, parlare, consigliare, ma capire no, è uno tsunami che ti sconvolge, è un terremoto, dal quale ti sei salvata, ma sei ferita, devi rimascere dalle macerie, devi ricominciare, ricucire, ricomporre quei cocci, incollarli nel modo giusto, altrimenti non reggono e lo dico per esperienza, è ciò che mi sta succedendo, è il modo in cui sto cercando di reindirizzare la mia vita, di darmi la possibilità di ricominciare, con i miei tempi, le mie forze, con le mie fragilità, i momenti di sconforto, senza dovermi spiegare per forza, senza dover per forza apparire, sorridere, essere felice, se nn lo sono, piangere e sfogarmi con chi ha il cuore libero o ricucito come me, che possa comprendere il mio dolore, i miei timori, i miei momenti no, quelli in cui vorresti solo fermarti, mettere in pausa, pensieri, emozioni, paure e relazioni, col rischio poi di ritrovarti di nuovo da sola ... purtroppo io nn le so indossare le maschere, non so vestirmi di ipocrisia, di bellezza, di bontà, di falsi sorrisi, belle parole e racconti accattivanti, forse vivo in un mondo sbagliato, un'epoca diversa da come mi aspettavo, forse semplicemente sono io diversa, sono me stessa, in un epoca fatta di sorrisi, conquiste, apparire più che essere, ed io nn mi ci trovo e adesso non mi ritrovo, anzi a fatica, a quei piccoli passi fatti in avanti, ne seguono altri indietro, in cui mi fermo confusa, persa, sola, ma sono sempre me stessa e benché so di aver bisogno di qualcuno che possa anche semplicemente dirmi che c'è, che comprende i miei momenti, il mio voler spegnere tutto per un po', vorrei davvero che qualcuno mi abbracciasse in silenzio e che rimanesse con me, ad ascoltare i miei e insieme in questa connessione empatica, sentirmi meglio , protetta e ricaricata, per ricominciare il mio percorso, il mio cammino, la mia vita normale, da diversamente normale! Perché io una missione ce l'ho ed è la vita che ho generato, devo esserci per lui, anche se già sta spiccando il volo, devo cmq essere madre, moglie, figlia, zia, amica , tante cose insieme, ma per una volta vorrei semplicemente essere quella me , che progettava, sognava e che nonostante le esperienze, belle e brutte, viveva spensierata, si uccideva di fatica, facendo 2,3 lavori, occupando ogni minuto, ogni ora e anche se stanca ero felice, e anche se alla sera crollavo, la mattina per me c'era Sempre il sole, anche quando pioveva e se c'era il temporale, non mi fermavo, anzi, mi ci immergevo e ne ricavavvo forza, energia e si mi armavo anche di tenacia mista a cattiveria, quella che mi ha aiutata a crescere, a migliorarmi e superare avversità, perché forse la mia missione era scritta, era continuare ad essere quella mattonella in terracotta, grezza, decorata, scheggiata, risistemata, ma non una splendida ceramica, lucida e perfetta! L'imperfezione, la fragilità, l'umiltà, la semplicità , ecco questa sono io oggi, diversamente imperfetta e fragile, consapevole di potersi rompere ancora...e ancora...

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Restituiti al Museo Nazionale di Sibari 46 manufatti etruschi, greci e romani, recuperati anche all'estero

parte dei reperti restituiti al patrimonio culturale nazionale

Recentemente a Cosenza, nella Sala Leone di Palazzo Arnone, i #Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale hanno consegnato al Direttore dei Parchi Archeologici di Crotone e Sibari 46 reperti archeologici recuperati in Italia e in Francia nel corso delle attività svolte nell’indagine denominata “ACHEI”, con il coordinamento della Procura della Repubblica di Crotone.

Gli straordinari reperti archeologici restituiti, di importante valore storico-culturale ed economico, sono stati rintracciati nel contesto di una complessa attività d’indagine svolta dai Carabinieri del Nucleo TPC di Cosenza che ha acclarato l’esistenza di un vasto traffico su scala nazionale e internazionale – con ramificazioni in Gran Bretagna, Francia, Germania e Serbia – di reperti archeologici scavati clandestinamente sul territorio italiano.

Tra i beni consegnati figurano anche reperti sequestrati in Francia e rimpatriati lo scorso 16 ottobre su provvedimento dell’Autorità Giudiziaria francese, che ne ha disposto la loro consegna allo Stato Italiano.

Le indagini hanno permesso di ricostruire i sistematici saccheggi operati da squadre di tombaroli che, con una articolata suddivisione di competenze e ruoli, garantivano al mercato clandestino un flusso continuo di preziosi beni archeologici, venduti in articolati e complessi canali di ricettazione in Italia e all’estero.

L’operazione si è conclusa con l’emissione di un’ordinanza di applicazione di misure cautelari da parte del GIP del Tribunale di Crotone, su richiesta della locale Procura che ha coordinato le indagini, nei confronti di 23 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di far parte di un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei reati di danneggiamento del patrimonio archeologico dello Stato, impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato, ricettazione ed esportazione illecita, nonché l’esecuzione di 80 decreti di perquisizione nei confronti di altrettanti soggetti, indagati in stato di libertà.

#tutelapatrimonioculturale

 
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from Transit

(219)

(G1)

Premessa. Celebrare il #25Aprile, come fa con questo bel post l’amico @piedea.bsky.social, è una cosa che dovrebbe essere normale, se vista nella giusta prospettiva. Con questo racconto mi piace l’idea di esaltare la ricorrenza per quello che dovrebbe essere: un giorno del popolo e per il popolo, per chi crede nella memoria della lotta di liberazione dal nazifascismo, non per coloro che vogliono equiparare tutto e tutti in nome di una “normalizzazione” che è solo propaganda per un regime abbietto. Le righe che leggerete sono colme di un sentimento che mi appartiene e che così bene è stato espresso dal mio amico. Lo ringrazio anche per aver saputo, meglio di me, intercettare il senso profondo del #25Aprile, che a tutti noi ricorda il valore imprescindibile della difesa della democrazia e della libertà. Tutti i giorni. Ovunque. Per sempre.

Ogni anno, all'approssimarsi del venticinque Aprile, salta fuori qualcuno che tenta di trasformare la “Festa della Liberazione” dal nazi-fascismo in una blanda commemorazione delle vittime di entrambi gli schieramenti, relegando a un ormai lontano passato oscuro, da nascondere e purtroppo già in buona parte dimenticato, la parte vitale, fondante e portante della nostra democrazia.

Rendere labile il confine tra chi è caduto cercando di riscattare l'onore di un Paese dopo vent'anni di dittatura e chi nella Libertà e nei valori democratici non ha mai creduto, significa rendere meno forti quei valori, anestetizzare le persone affinché non riconoscano negli odierni comportamenti illiberali le stesse radici, mai estirpate, di quelli passati.

È un'operazione tanto subdola quanto semplice, tanto che anche qualcuno “di sinistra” ha ceduto a volte alla tentazione di equiparare le vittime in quanto cadute per degli ideali, anche se opposti. No: una cosa è l'umana pietà (che i fasci comunque non avevano) per la persona, un'altra è il giudizio storico, politico, civile, umano, che distingue in due posizioni antitetiche chi lottava per la Libertà e chi contro di essa.

La linea di demarcazione è e deve essere netta: niente sconti, nessuno spazio ad ammorbidimenti o “dimenticanze”. Già troppo si è perso della spinta liberatrice primigenia, prova ne sia l'attuale classe dirigente e il sostegno di cui gode. A ricordarmi di questa netta divisione non sono le storie partigiane, che pure qui sulle Apuane non mancano, nemmeno il discorso di Calamandrei, riportato sull'obelisco delle Fosse del Frigido, e neppure i periodi bui della nostra Repubblica, fra tentativi di golpe, bombe sui treni e alle stazioni e logge massoniche: a ricordarmi lo spartiacque invalicabile è Macchiarino (Machjarino), un cane.

Con i bombardamenti e le cannonate americane, la piana e la città di Massa non erano sicure e la popolazione cercò riparo sulle colline circostanti. Nell'estate del '44 fu implementata dai tedeschi la Linea Gotica, che iniziava dalle Apuane fino all'Adriatico. Ampie fasce pedemontane furono minate. Canfin (Petrolio), così detto per i capelli e i baffoni neri e unti, aveva dei terreni dove ora abito io e tutte le mattine, prima dell'alba, si metteva in cammino scendendo dal rifugio montano, e cercava di strappare qualcosa alla terra per poter sfamare alla sera la famiglia sfollata. A far da guida a lui e altri era il suo cane Machjarino, che, non si sa come, aveva trovato un passaggio sicuro fra le mine. Forno, Vinca, Bergiola Foscalina, San Terenzo, Castelpoggio... sono solo alcune delle stragi nazifasciste compiute in queste zone.

(G2)

Molti borghi all'epoca erano raggiungibili solo con mulattiere o sentieri e solo gente del posto, gente in camicia nera (spesso coperta con uniformi della Wehrmacht) poteva guidare i tedeschi, svolgere ruolo di copertura e, a volte, partecipare attivamente alle stragi. A Sant'Anna di Stazzema, 560 vittime, fino a pochi anni fa i sopravvissuti vi avrebbero detto che mentre un organetto suonava tra una raffica e l'altra, molti soldati tedeschi parlavano in dialetto carrarino e spezzino.

Anche loro erano giovani che combattevano e spesso morivano per un ideale e quindi il 25 Aprile andrebbero commemorati assieme alle vittime civili e partigiane, per chiudere una questione ormai superata: questo ci tiene a farci sapere il nostro presidente del Senato.

No, cari La Russa e accoliti: non tutti gli ideali sono uguali, come non lo sono le vittime. E nemmeno le guide.

A guerra finita, dopo lo sminamento, Machjarino saltò su una mina perduta, ma sopravvisse. Viva Machjarino!

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