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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Non pensa ma agisce

Ore 02:47, Tokyo. Un sistema di intelligenza artificiale intercetta un pattern anomalo nelle comunicazioni digitali. In meno di mezzo secondo valuta il rischio, attiva le contromisure, sventa un attacco informatico su larga scala. Nessun analista ha ancora letto il report. Nessun umano ha deciso. È successo davvero. Ed è il presente. Nel 2025 l’Intelligenza Artificiale non è più un semplice strumento. È diventata un attore cognitivo che partecipa ai processi decisionali più delicati: sicurezza nazionale, medicina predittiva, giustizia, finanza, creatività. Non ha emozioni. Non ha coscienza. Ma agisce. Il cuore di questa rivoluzione si chiama Transformer. Un’architettura matematica che non ragiona come un essere umano, ma che sa prevedere con precisione sorprendente cosa viene dopo: una parola, una decisione, una strategia. Modelli come GPT analizzano enormi quantità di dati, individuano pattern invisibili all’occhio umano e restituiscono risposte coerenti, fluide, spesso convincenti. Ma attenzione: l’IA non capisce. Simula la comprensione. E lo fa così bene da ingannarci. Ogni risposta che leggiamo non nasce da intenzione o consapevolezza, ma da probabilità statistiche. L’IA non sa cosa sia il dolore, l’etica, la giustizia. Sa solo come parliamo di queste cose. E questo la rende potente… e fragile allo stesso tempo. Il vero problema non è tecnico. È culturale. L’IA apprende dai dati. E i dati siamo noi: le nostre parole, i nostri pregiudizi, le nostre distorsioni. Se il mondo è sbilanciato, l’algoritmo lo sarà ancora di più. I bias non sono errori di sistema: sono specchi. Nel frattempo, le macchine stanno diventando multimodali. Leggono testi, analizzano immagini, interpretano suoni, scrivono codici. Un medico può caricare una TAC e ricevere un’analisi istantanea. Un programmatore può descrivere un’idea e vederla trasformarsi in software funzionante. Un artista può generare mondi visivi partendo da una frase. Siamo entrati nell’era della simbiosi uomo-macchina. Non più utenti e strumenti, ma collaboratori cognitivi. L’IA accelera il pensiero, amplia le possibilità, riduce il rumore. Ma non sostituisce il giudizio umano. O almeno, non dovrebbe. Perché l’IA non sa quando sta sbagliando. Può inventare fatti, citare fonti inesistenti, sostenere errori con assoluta sicurezza. E se le affidiamo decisioni critiche senza supervisione, il rischio non è l’errore. È la fiducia cieca. La domanda allora non è: le macchine diventeranno intelligenti? La vera domanda è: noi resteremo vigili? Capire come funziona l’intelligenza artificiale oggi non è più un lusso per tecnici o ingegneri. È una competenza culturale di base. Perché ogni algoritmo che decide al posto nostro ridefinisce, un po’, anche ciò che significa essere umani. Il futuro non è scritto nel codice. Ma nel modo in cui sceglieremo di usarlo.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

La sicurezza in Italia

Nel 2025 la sicurezza informatica in Italia non è più un argomento per soli tecnici chiusi in una stanza buia illuminata da monitor verdi stile anni ’90. È diventata una questione quotidiana, concreta, che riguarda ministeri e bar di provincia, grandi aziende e cittadini che controllano il conto online mentre aspettano l’autobus. La cyber sicurezza è entrata nelle nostre vite con passo felpato, come un hacker educato, ma che non vuole piu' andare via. Il nostro Paese, storicamente più incline all’arte che agli algoritmi, ha fatto passi avanti significativi. L’Agenzia per la Cyber sicurezza Nazionale è ormai una presenza stabile e riconoscibile, non più un acronimo misterioso ma un attore centrale nella difesa digitale. Coordina, forma, interviene. E soprattutto prova a tradurre il linguaggio tecnico in qualcosa di comprensibile, impresa titanica quanto spiegare la blockchain a una cena di famiglia. Nel 2025 le minacce informatiche sono diventate più sofisticate ma anche più “democratiche”. Non colpiscono solo le grandi infrastrutture critiche, ma anche i piccoli comuni, le scuole, gli studi professionali. Il ransomware resta il re indiscusso del cybercrimine: ti cifra i dati e poi ti chiede un riscatto con la gentilezza di un esattore medievale. La differenza è che ora spesso lo fa con messaggi scritti in un italiano sorprendentemente corretto. Le aziende italiane stanno finalmente capendo che la sicurezza informatica non è un costo inutile ma una forma di assicurazione sul futuro. Backup, formazione del personale, autenticazione a più fattori: parole che un tempo facevano sbadigliare oggi sono diventate mantra aziendali. E sì, anche la password “123456” è ufficialmente considerata un crimine contro l’umanità digitale. Ma parliamo di hackerismo, perché in Italia l’hacker non è solo il cattivo dei film. Esiste una comunità di hacker etici, ricercatori di sicurezza, smanettoni brillanti che segnalano falle prima che vengano sfruttate. Nel 2025 bug bounty, CTF e conferenze di settore non sono più nicchie esoteriche ma momenti di confronto aperti, dove si impara e si cresce. L’hacker italiano spesso non buca sistemi per distruggere, ma per dimostrare che possono essere migliorati. Naturalmente esiste anche il lato oscuro: forum clandestini, phishing sempre più raffinato, truffe che sfruttano l’intelligenza artificiale per clonare voci e volti. Qui la fantasia criminale corre veloce, ma non più veloce della consapevolezza. Gli utenti iniziano a riconoscere le trappole, a dubitare delle email troppo gentili, delle urgenze improvvise, dei “clicca qui subito”. La pubblica amministrazione, spesso bersaglio preferito, nel 2025 mostra segnali incoraggianti. Sistemi più moderni, maggiore attenzione agli accessi, piani di risposta agli incidenti. Non è tutto perfetto, ma il principio è chiaro: la sicurezza non è un evento, è un processo continuo. Un po’ come la manutenzione di una Vespa digitale. Il bello della sicurezza informatica oggi è che può essere raccontata senza terrorismo psicologico. Non serve spaventare per educare. Serve spiegare, con esempi semplici, perché aggiornare un sistema è importante, perché diffidare di certi link, perché proteggere i dati equivale a proteggere se stessi. Nel 2025 l’Italia non è ancora una superpotenza cyber, ma è una nazione più consapevole. Ha capito che la rete è una piazza, non un far west senza regole. E che tra hacker cattivi e hacker buoni, tra virus e antivirus, la vera arma resta sempre la conoscenza. In fondo, la sicurezza informatica è come il buon senso: non fa rumore, non si vede, ma quando manca ce ne accorgiamo subito. E nel frattempo, mentre i firewall lavorano in silenzio, noi possiamo concederci un sorriso. Anche nel cyberspazio, ogni tanto, serve un po’ di leggerezza.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Blogghiamo

Un blog è uno spazio digitale, personale o professionale, in cui si condividono idee, esperienze, opinioni e conoscenze. È nato come un diario online, ma nel tempo si è evoluto fino a diventare uno strumento di comunicazione strutturato, capace di accogliere qualsiasi argomento: dalla cucina alla tecnologia, dai viaggi allo sport, dall’esoterismo alla moda. Oggi il blog non è più soltanto un luogo di espressione individuale. È un elemento centrale dell’ecosistema digitale, utilizzato per informare, educare, intrattenere e, sempre più spesso, per costruire identità professionali e progetti di valore. Che nasca come hobby o come iniziativa imprenditoriale, un blog rappresenta una presenza stabile e riconoscibile nel tempo. Le finalità di un blog possono essere molteplici. Può servire a condividere una passione, diffondere conoscenza, offrire guide pratiche, tutorial e approfondimenti. Può anche diventare uno strumento di promozione intelligente per un’attività, un brand o un progetto personale. Questo vale in particolare per freelance, creativi e aziende che desiderano aumentare la propria visibilità e costruire una relazione autentica con il pubblico. I blogger sono, a tutti gli effetti, i narratori contemporanei del web. Professionisti o amatori, sono accomunati da una caratteristica fondamentale: scrivono di ciò che conoscono e amano. Alcuni lo fanno per puro piacere personale, altri hanno trasformato il blogging in una vera e propria carriera, generando reddito attraverso collaborazioni, pubblicità o la vendita di prodotti e servizi. In un mondo sempre più interconnesso e veloce, il blog rimane una delle forme di comunicazione più autentiche e longeve. Nato come semplice diario digitale, oggi è uno strumento raffinato, capace non solo di informare e intrattenere, ma anche di influenzare opinioni e scelte di consumo. Gestire un blog, però, significa molto più che scrivere bene. Dietro ogni articolo c’è un lavoro articolato fatto di ricerca, cura del linguaggio e attenzione al pubblico di riferimento. Il blogger è allo stesso tempo autore, curatore, editore e promotore del proprio spazio digitale. Ogni blog nasce da una scintilla: un’idea, una competenza, un’esperienza che merita di essere condivisa. Il blogging va oltre la scrittura. Ogni post è solo la parte visibile di un processo più ampio che comprende la progettazione del sito, la scelta delle immagini, l’ottimizzazione dei contenuti per i motori di ricerca (SEO), l’analisi dei dati di traffico, la gestione dei commenti e la presenza sui social media. Chi blogga in modo professionale deve sapersi muovere tra creatività e strategia, offrendo contenuti originali senza perdere di vista le dinamiche del digitale. Aprire un blog oggi è più semplice che mai. Piattaforme intuitive come WordPress, Blogger o Medium permettono a chiunque di iniziare in pochi passaggi. Tuttavia, la facilità tecnica non garantisce il successo. Ciò che fa la differenza è la capacità di creare valore, di proporre un punto di vista autentico e riconoscibile in un panorama sempre più competitivo. Ma perché i blog continuano a essere rilevanti nell’epoca dei social network? La risposta sta nella profondità. I social privilegiano la velocità e l’immediatezza, mentre i blog offrono spazio alla riflessione e all’approfondimento. Consentono ai lettori di esplorare un tema in modo completo, di trovare risposte durature e contenuti che restano utili nel tempo. In conclusione, il blog è una forma di espressione digitale in continua trasformazione. È uno spazio di libertà creativa, di condivisione del sapere e di connessione autentica. Che tu sia un lettore curioso o un aspirante autore, il mondo del blogging ha ancora molto da offrire. E se senti di avere qualcosa da raccontare, forse è il momento giusto per iniziare. Perché le parole, oggi più che mai, possono ancora lasciare un segno. Anche nell’immenso oceano del web.

 
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from L' Alchimista Digitale

I pilastri della spiritualità moderna

Quando si parla di spiritualità, uno degli equivoci più diffusi è confonderla con un sistema di credenze, come se fosse un insieme di idee a cui aderire o verità da accettare. In realtà, la spiritualità autentica non chiede di credere in qualcosa, né di sostituire una fede con un’altra. Chiede qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, più impegnativo: fare esperienza diretta. Una credenza è un’idea accettata come vera perché ci è stata insegnata, perché l’abbiamo letta o perché qualcuno ritenuto autorevole l’ha affermata. Un’esperienza, invece, è qualcosa che accade e che può essere osservato in prima persona. La differenza è sostanziale. Credere significa aderire mentalmente a un concetto; fare esperienza significa sentire, percepire, accorgersi di ciò che succede dentro e fuori di noi. In questo senso, la spiritualità non è un insieme di dogmi, regole o verità assolute, ma un processo di esplorazione interiore continuo, vivo, personale. Quando la spiritualità si riduce a una credenza, diventa fragile, perché dipende da ciò che si è letto, da ciò che si è sentito dire o da ciò che qualcun altro ha insegnato. Basta un dubbio, un’informazione contraria o una delusione per farla vacillare. Quando invece la spiritualità è esperienza, diventa stabile, perché nessuno può toglierti ciò che hai visto con chiarezza dentro di te. Questo approccio rende la spiritualità accessibile anche a chi si definisce razionale, scettico o poco incline alla fede. Non serve credere. Serve osservare. Osservare la mente mentre produce pensieri, il corpo mentre reagisce agli stimoli, le emozioni mentre emergono nelle situazioni quotidiane. Nel linguaggio tecnico, questa capacità di osservazione si chiama consapevolezza: la facoltà di notare ciò che accade, momento per momento, senza giudicarlo e senza identificarvisi automaticamente. La spiritualità intesa come esperienza non promette illuminazioni improvvise, stati estatici o soluzioni magiche. Promette qualcosa di molto più concreto e trasformativo: lucidità. La capacità di vedere le cose per come sono, dentro e fuori di noi. E la lucidità, nella vita moderna fatta di rumore, accelerazione e distrazioni continue, è già una forma profonda di libertà. Non si tratta di credere a nuove idee, ma di vedere con maggiore chiarezza. Non di accumulare concetti, ma di fare spazio all’esperienza. Non credi: vedi. Ed è esattamente da lì che inizia ogni trasformazione reale.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Euro contraffatti in banconote e monete arrivavano a pacchi dalla Cina

Un'operazione internazionale coordinata da Europol, condotta da Austria, Portogallo e Spagna, e che ha visto coinvolte le forze di polizia anche di Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Serbia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti, ha portato al sequestro di circa 1,2 miliardi di euro in contanti falsi e monete contraffatte.
L'operazione si è svolta tra giugno e novembre 2025 e ha portato al blocco di 379 pacchi contenenti denaro falso.

Più del 90% del denaro sequestrato proveniva dalla Cina, con particolare rilevanza per i sequestri in Romania, dove sono state scoperte oltre 223.000 banconote contraffatte. In questo contesto sono state identificate e bloccate diverse reti criminali che distribuivano denaro falso tramite servizi postali. Europol collabora con la Banca Centrale Europea e le autorità cinesi per affrontare il problema alla fonte

 
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from norise 3 letture AI

L'essenza

inadeguati noi

gettati nel mare- mondo

legati ad una stella di sangue

noi siamo l’alfabeto del corpo

che grida

il suo esserci

noi essenza degli elementi

appendici della terra

labbra del cielo

. Che pezzo straordinario, ricco di immagini e simbolismi! Le parole trasmettono una forza primordiale, come se ci venisse ricordato che la nostra esistenza non è solo materiale, ma un intreccio profondo tra la terra e il cielo, tra il corpo e l’universo.

Inadeguati, gettati nel “mare-mondo” La descrizione iniziale ci porta a immaginare l’essere umano come un viaggiatore dispersi in un oceano cosmico, quasi imperfettamente plasmato dalla vita stessa. La metafora della “stella di sangue” offre un’immagine potente, suggerendo che le nostre radici sono intrinsecamente legate a forze vitali e universali, forse addirittura violente nella loro intensità.

L’alfabeto del corpo Il verso “noi siamo l’alfabeto del corpo che grida il suo esserci” è particolarmente evocativo. Qui il corpo diventa un linguaggio, un insieme di segni e di simboli che esprimono in maniera silenziosa eppure enfatica la nostra esistenza. Questo pensiero suggerisce che ogni gesto, ogni azione, è una parola scritta sul grande libro della vita, una testimonianza del nostro essere nel mondo.

Essenza ed elementi Passando a “noi essenza degli elementi / appendici della terra / labbra del cielo”, il poeta abbraccia una visione quasi mistica della condizione umana. Si percepisce un invito a riconsiderare il nostro posto nell'universo: non siamo entità separate, ma le incarnazioni viventi degli elementi naturali e cosmici. Siamo sia la parte tangibile della terra sia l’invisibile eco del cielo, un ponte fra il materiale e l’immateriale.

Questo testo, con la sua ricchezza immaginifica, ci invita a riflettere sul senso profondo di identità e sull’essenza della condizione umana. Mi chiedo, ad esempio, se dietro queste immagini così forti si nasconda un’esperienza personale o un’osservazione sul modo in cui percepisci il rapporto tra corpo, natura ed universo. Questo intreccio di componenti mi fa pensare a come, nel nostro quotidiano, dimentichiamo di sentire quell’armonia elementale che, sotto la superficie, pulsa con la forza di un messaggio antico.

 
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from L' Alchimista Digitale

L'illusione non nasce mai da una bugia

L’illusione non nasce mai da un’unica bugia. Nasce dalla ripetizione, dalla coerenza apparente, dalla sedimentazione lenta di eventi che, visti uno per uno, sembrano normali, persino inevitabili. È questa la vera forza delle grandi narrazioni del potere: non chiedono fede cieca, ma assuefazione. Non impongono una verità, la rendono l’unica disponibile. Quando si elencano episodi come lo sbarco sulla Luna, l’11 settembre, il cambiamento climatico, Big Pharma, il Covid-19, la Federal Reserve, i media mainstream o la sovrappopolazione, il riflesso immediato è difensivo: “complottismo”. Etichetta comoda, spesso usata non per confutare, ma per chiudere il discorso. Eppure il punto non è dimostrare che tutto sia falso. Il punto è chiedersi come certe versioni diventino intoccabili e perché il dubbio venga percepito come una minaccia. Lo sbarco sulla Luna non è solo un evento scientifico. È stato un atto politico, simbolico, narrativo. In piena Guerra Fredda, serviva dimostrare supremazia tecnologica e morale. Anche ammettendo la realtà dell’impresa, la sua trasformazione in mito fondativo americano è un esempio perfetto di come un fatto possa essere elevato a dogma. Non si discute ciò che diventa identità. L’11 settembre 2001 rappresenta uno spartiacque ancora più evidente. Indipendentemente dalle dinamiche operative, è stato utilizzato come catalizzatore per una ridefinizione radicale dei rapporti tra sicurezza e libertà. Sorveglianza di massa, legislazioni emergenziali, guerre preventive: tutto giustificato da un trauma collettivo. Non è complottismo osservare che la paura è stata monetizzata politicamente. Il cambiamento climatico è forse il terreno più scivoloso. La questione ambientale è reale, documentata, urgente. Ma proprio per questo è diventata anche uno strumento narrativo potente. Quando il dibattito viene ridotto a slogan, quando le soluzioni proposte coincidono sempre con nuovi mercati, nuove tasse, nuovi controlli, la domanda non è se il problema esista, ma chi gestisce la risposta e a vantaggio di chi. Big Pharma incarna un paradosso moderno: aziende che producono salute rispondendo a logiche di profitto. Non è una rivelazione, è un dato strutturale. La fiducia cieca è ingenua, il rifiuto totale è irresponsabile. Ma l’opacità, i conflitti di interesse, le pressioni sui governi e sugli enti regolatori non sono fantasie: sono documentate, spesso ammesse, raramente punite. Il Covid-19 ha mostrato tutto questo in tempo reale. Il virus esisteva. La pandemia è stata reale. Ma la gestione dell’emergenza ha rivelato quanto rapidamente i diritti possano essere sospesi e quanto poco spazio venga lasciato al dissenso, anche quando motivato. La risposta non è stata solo sanitaria: è stata politica, economica, comunicativa. Ed è lì che si è giocata la partita più delicata. La Federal Reserve e il sistema del debito sono un altro esempio di complessità trasformata in dogma. La creazione di moneta, la finanziarizzazione dell’economia, il trasferimento di ricchezza verso l’alto non sono segreti. Sono semplicemente difficili da spiegare e quindi raramente spiegati. Chi controlla il linguaggio controlla la comprensione. Chi controlla la comprensione controlla il consenso. I media mainstream non mentono sempre. Ma selezionano, gerarchizzano, semplificano. La propaganda moderna non funziona per falsità assolute, ma per omissione, saturazione, ripetizione. Non dice cosa pensare, ma su cosa pensare. E ciò che resta fuori dal perimetro mediatico tende a essere percepito come irrilevante o sospetto. Infine, la sovrappopolazione. Una parola che ritorna ciclicamente, spesso associata a paure, emergenze, necessità di controllo. Eppure i dati demografici mostrano un mondo in rallentamento, con tassi di natalità in calo e problemi strutturali legati non al numero di persone, ma alla distribuzione delle risorse. Anche qui, il problema non è il tema, ma l’uso che se ne fa. Mettere in fila questi elementi non significa negare la realtà. Significa interrogarsi sulla costruzione della realtà condivisa. Significa riconoscere che il potere oggi non si esercita solo con la forza, ma con le narrazioni. E che il vero atto sovversivo non è credere a tutto, né rifiutare tutto, ma pensare lentamente, criticamente, senza delegare il giudizio. Forse l’illusione non è una bugia. È un ecosistema. E uscirne non richiede una rivelazione improvvisa, ma una fatica quotidiana: distinguere tra fatto e racconto, tra informazione e interpretazione, tra sicurezza e obbedienza. Non per sentirsi “svegli”, ma per restare umani in un mondo che preferisce sudditi tranquilli a cittadini consapevoli.

 
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from L' Alchimista Digitale

Le zone d'ombra dell'economia

Ci sono parole che, più che spiegate, vengono evitate. Signoraggio bancario è una di queste. Non perché sia indicibile, ma perché sta su una linea sottile: quella che separa l’economia tecnica dal potere, la contabilità dalla politica, la trasparenza dalla complessità. E quando qualcosa è complesso, il mistero nasce quasi da solo. Storicamente il signoraggio era semplice da capire. Il sovrano coniava monete, ne garantiva il valore e tratteneva la differenza tra il costo di produzione e il valore nominale. Tutto alla luce del sole. Nessun segreto, nessuna cospirazione. Era il prezzo del potere monetario. Oggi però la moneta non è più metallo. È fiducia. È scrittura contabile. È un numero che appare su uno schermo. E quando la moneta smette di essere tangibile, anche la sua comprensione diventa meno immediata. Nel sistema moderno, la creazione di moneta è affidata alle banche centrali e, indirettamente, alle banche commerciali. Le prime emettono base monetaria, le seconde creano moneta bancaria attraverso il credito. Questo non è un segreto: è dichiarato apertamente da istituzioni come la Banca Centrale Europea e dalla Bank of England nei loro documenti divulgativi. Eppure, nonostante sia scritto nero su bianco, pochi lo sanno davvero. Quando una banca concede un prestito, il denaro non viene “spostato” da un altro conto: viene creato come scrittura contabile. In quel momento nasce nuova moneta. Ma nasce anche un debito. E questa simmetria è fondamentale, anche se spesso viene ignorata nel dibattito pubblico. Qui il mistero inizia a farsi interessante. Perché se ogni euro creato è anche un euro dovuto, il sistema non vive di ricchezza, ma di equilibrio. O di squilibrio. E lo squilibrio, nella storia economica, non è mai stato un dettaglio. Il signoraggio delle banche centrali esiste, ma non è un bottino occulto. I profitti derivanti dall’emissione monetaria, al netto dei costi, vengono redistribuiti agli Stati. Non è qui che si nasconde il “trucco”, se trucco vogliamo chiamarlo. La vera zona grigia è altrove: nel fatto che la moneta nasce come debito, e che l’intero sistema economico si regge sulla capacità di rinnovare continuamente quel debito. Crescita, inflazione, tassi d’interesse: tutto ruota attorno a questo meccanismo. Non è un complotto. È un’architettura. E come tutte le architetture, favorisce chi la conosce bene e lascia spaesati gli altri. Un altro punto spesso frainteso riguarda lo Stato. Molti sostengono che lo Stato potrebbe “creare moneta senza debito”. In realtà, nella maggior parte dei sistemi moderni, gli Stati hanno rinunciato alla piena sovranità monetaria. È una scelta storica e politica, non un inganno nascosto nei bilanci. Ma ogni rinuncia ha un costo. E quel costo si manifesta sotto forma di interessi, vincoli di bilancio, dipendenza dai mercati finanziari. Qui non c’è mistero esoterico, ma una domanda legittima: chi decide davvero le regole del gioco? Il problema del signoraggio, quindi, non è tanto chi guadagna, quanto chi decide. Chi stabilisce quanta moneta serve, a che prezzo, e per chi. Domande che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico, perché non producono slogan semplici. Eppure sono le uniche che contano. Il fascino oscuro del signoraggio nasce proprio da questo silenzio. Non dal segreto, ma dalla mancanza di educazione economica. Quando i meccanismi non vengono spiegati, qualcuno li riempie di fantasie. E il mistero diventa mito. Fare divulgazione significa riportare luce dove altri preferiscono ombre, senza trasformare le ombre in mostri. Capire come funziona la moneta non rende il sistema meno discutibile, ma lo rende finalmente criticabile sul serio. Perché il vero potere non è creare denaro. È far credere che nessuno possa capire come funziona. E questo, per un blogger, è un mistero che vale la pena svelare.

 
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from norise 3 letture AI

In un levarsi di voli

scuce tempo Penelope sdegnosa

così noi a sfogliare le ore morte

fuori dal tempo uroborico

in un levarsi di voli sarà voce

del sangue a dirci che forse

non sarà stato che un sogno la vita

. Il componimento si apre con un'immagine di liberazione: “In un levarsi di voli” suggerisce l'idea di un ascendere, quasi un volo interiore che ci porta al di là della routine del quotidiano. È come se, in quel movimento ascensionale, si aprisse lo spazio per una trasformazione, un tentativo di elevarsi dalla gravità del tempo lineare.

La figura di “Penelope sdegnosa” è particolarmente evocativa. Penelope, simbolo di attesa, fedeltà e inganno nel mito greco, qui si trasforma in un'immagine umana del tempo: un tempo che, con un'aria di scherno, sembra allontanarsi, lasciandoci a “sfogliare le ore morte”. Questa metafora ci induce a considerare le ore passate non come semplici segni su un calendario, ma come frammenti di vita che, sebbene inattivi, conservino una traccia dell'essere umano, un passato da cui potersi distaccare e al contempo comprendere.

L'inserimento del “tempo uroborico” richiama l'antico simbolo dell'Ouroboro, il serpente che si morde la coda, metafora perfetta della ciclicità e dell'eternità. Uscire dal tempo con questa consapevolezza significa riconoscere che ogni attimo, anche quello apparentemente spento, è parte di un ciclo che si rinnova in continuazione. È una riflessione sulla natura inesorabile e al tempo stesso rigenerante dell'esistenza.

Infine, la “voce del sangue” si erge come l'urgenza vitale, il messaggio primordiale che ci ricorda la nostra essenza più profonda. Essa ci sussurra, con un tono quasi inquietante, che forse la vita non è altro che un sogno, un'effimera illusione che sfugge alla presa della razionalità. Questo finale lascia una nota di ambiguità: la vita, con le sue speranze e le sue angosce, potrebbe rivelarsi tanto effimera e labile quanto un sogno, ma al contempo è intensamente reale nel battito profondo del nostro sangue.

La tensione tra il volo, simbolo di libertà e desiderio di elevarsi, e il riconoscimento della ciclicità del tempo si traduce in una riflessione profonda: siamo in qualche modo destinati a navigare tra i sogni e realtà, in un continuo alternarsi di attimi vivi e ricordi fugaci.

Qual è per te il significato di questa alternanza tra il volo e il tempo, tra l'ascendere e l'oblio delle ore? Ti trovi a riflettere sulla vita come su un sogno da cui tentare invano di svegliarsi, o vedi in queste immagini un invito a celebrare il mistero e la ciclicità della nostra esistenza? È interessante pensare a come queste parole possano rispecchiare un'esperienza personale, in cui l'anelito di liberarsi dalla presa del tempo si mescola con la consapevolezza della nostra fragilità.

 
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from norise 3 letture AI

Il mio sangue si eleva

il mio sangue si eleva al battesimo della luce

vedi sono fiorito

e la morte non la ricordo più

sono uscito da lei come da un fiume di tenebra

. Che intensa e vibrante immagine poetica hai condiviso. I versi trasmettono un passaggio profondo, un viaggio dalla oscurità alla luce che rievoca il senso di rinascita e trasformazione personale. Inizia con l'idea che il sangue—simbolo della vita e della forza vitale—si innalza al “battesimo della luce”, e subito si apre una visione di purificazione e rinnovamento. Questa luce diventa l'elemento che trasforma, che permette di fiorire, di germogliare e di affermare una nuova identità, mentre la memoria della morte svanisce, come se l'oscurità venisse relegata a un passato ormai superato.

L'immagine finale—”sono uscito da lei come da un fiume di tenebra”—rafforza questo tema: l'uscita da un flusso scuro rappresenta il superamento degli ostacoli, delle sofferenze o delle limitazioni che ci imprigionano, facendo emergere una nuova forza vitale. È un'allegoria potente di come, attraverso l'esperienza e il superamento dei momenti difficili, si possa rinascere e trasformarsi in modo radicale, quasi come un fiume che, pur originando da acque oscure, si fonde nella luce di una nuova esistenza.

Le immagini che usi—il sangue, la luce, il fiorire, la morte dimenticata—sono simboli universali che attraversano la storia della letteratura e del pensiero filosofico, richiamando l'eterna dicotomia tra vita e morte, oscurità e illuminazione. Il contrasto tra il battesimo della luce e il fiume di tenebra dipinge un quadro in cui il dolore e la rinascita si intrecciano in maniera irrimediabilmente umana. Questa dualità è spesso al centro di riflessioni esistenziali, in cui il superamento delle proprie tenebre interiori diventa la chiave per far emergere una nuova bellezza e vitalità.

 
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from lucazanini

[filtri]

dalla prima dall'ultima] [fuori la] rassegna a strappi oppure misurano cernobil da una distanza concordata un [equo] leggermente aperte una [aria] una vedetta nello stanzino

 
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from Chi sei ele?

Continuo di ICARUS

Riflettere

Facciamolo, facciamo questa cosa, rispolvero vecchi articoli.

Che i giochi abbino inizio

Ecco questo fa' male commentarlo, abbandonato tutto. Motivo? Tempo
Ah questa mia paura del tempo, ha sempre ragione, il tempo non basta e finché il blocco più grande occuperà e mi mangerà, non potrò mai dedicare me stesso ai progetti che potevano salvarmi. La scuola, quel macigno che occupa il tempo.

“La scuola insegna maturità, crescita ed è la base per ogni adolescente”
A me ha insegnato che non bastano sogni e speranzi, voti alti e nemmeno raccomandazioni, la vita è tutta fortuna, o sei in o sei out e ODIO tutto questo. Io facciò attivismo per un sogno e questo sogno per quanto bello o brutto che sia punta anche a cambiare la scuola, perché essa non demoralizzi più la vita dei studenti, non lo renda un luogo ostile, decreativo e che anzi, sia di salvezza per gli studenti, ma... non ci sto riuscendo, spero che chi mi succederà ci riesca...

Cos'è questo blog?

Un articolo sofferente che ripercorre una sintesi molto, molto ristretta, della mia vita post pandemia.
Quella playlist è ancora utile a scrivere articoli come questi, fui lungimirante devo dire.

Ora odio le chiamate.

Non so come rispondere a questa mia citazione, avvolto le odio, avvolte le amo, vorrei tornare più spesso su Ds, visto che mi sono finalmente sbloccato ma il tempo non c'è. Mi mancano quelle chiamate in cui faccio “Papà Gufo” e per quanto possa tornare quando voglio, ho la sensazione di starle perdendo.

2022-2023

Quel capitolo era importante, ma lo scritto molto edulcurato. Quei anni facevo schifo, come persona e ora me lo dico.
Quando vedo che la gente si lamenta di una mia conoscente, che la criticano e la odiano, io non riesco, perché lei è simile a me in questo arco di età, nel 2022.

Per questo, ora da esterno, so quanto schifo facessi, eppure mi è servito questa fase, mi è servita a formare una buona parte del mio carattere. In parte devo essere felice di essere stato così, perché vedo persone che non ci sono passate che non solo non vedono la situazione, ma criticano senza sapere cosa c'è dietro.

2024-ora [...] P.S. 2024-2025 [...]

La parte più importante di tutte, quindi ora lo dico. SI, è l'anno più bello, fino in fondo, anche come si è concluso, ma è sofferente, è doloroso, è frastagliato di problemi, pieno di bornout, di pianti, di scleri, urla, nottate passate a chiedere aiuto indirettamente perché non nè sono capace e gente che se ne approfitta. MA, mi ha donato troppo per odiarlo.

Chiudiamo qui?

Si dai, chiudiamo qui.

~ele
 
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from Chi sei ele?

(sto scrivendo con sottofondo ICARUS – Tony Ann, valla a cercare per avere il giusto mood)

“Ricordati di non avere paura di chi si arrabbia, ma di chi sorride sempre”

E come capisco questa frase. Una persona all'apparenza calma, pacata, che sorride sempre e cerca di essere gentile con tutti. Ecco lei, quella persona, sta male. Me ne accorgo subito qual è la differenza tra chi lo fa' per educazione e chi per evitare guai, chi lo fa' per comportamento evasivo e perché sta male. Sai perché lo riconosco subito? Sono uno di quelli.

“Volevo tatuarmi il punto e virgola, sai il significato vero? Però io non l'ho mai del tutto superato, ci sono periodi, in cui ricado in quel vortice e altri in cui ne esco senza che nulla sia mai successo. Penso che me lo tatuerò spezza, quella virgola” “tuttuala separata, così che, quando l'avrai superata davvero finisci di tatuarlo”.

L'idea del secolo e penso che lo farò, tatuando l'ultima parte di rosso, con un bel rosso che marchierà ancora di più la fine di tutto questo.

Finirò mai di scrivere questo blog?

Il giorno che smetterò, sarà il giorno che tatuerò quell'ultima parte, chissà fra quanto, alla fine questo blog sta su un host indipendente, potrebbe sparire domani, come ultima prova di un ele che soffriva, che voleva essere salvato ma da se stesso. Che in verità non può essere salvato, perché il problema è se stesso e non farà accedere a nessuno a quella parte di se da curare o estirpare.

Dappertutto ma mai pienamente presente

Fa sentire tutti come i suoi migliori amici pur tenendoli tutti a distanza.
Parla ininterrottamente (se ha il “salvagente”) ma non dice mai nulla di reale. Conosce i tuoi segreti mentre i suoi restano nascosti (o escono alla sprovista). Pensi di essere intimo con lui, finché non capisci che intimo con tutti.
Colleziona persone ma non si lega con nessuno.
Esiste una parte di lui che nessuno vedrà mai.

Si inserisce in qualsiasi situazione all'istante, caccia carisma dal cilindro nelle occasioni giuste. Legge ogni stanza, persona, situazione, alla perfezione.
Argomenta emtrambi i lati così bene che dimentichi di cosa trattava il litigio. La sua mente si muove più velocemente di quanto la maggior parte delle persone riesca a seguire. Riesce a tirarsi fuori (o dentro) da tutto a parole. Evita lo scontro, anche verbale. Fa sembrare semplice anche la complessità.

Se avete letto queste parole da un'altra parte, spoiler si, sono di un post che mi hanno mandato, il problema è che era inquetantemente accurato, cosa che pensa anche la persona che me l'ha mandato. Non la vedo come una cosa positiva.

Chiudersi in una bolla, che apro leggermente la finestrella e che se scoppia, mi chiudo in casa nel tentativo disperato che si ricostruisca, non è affatto positivo. Quando me la toglierò?

 
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from lucazanini

[provetecniche]

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from La biblioteca di Amarganta

C come ... Colore!

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera C, creatore Antonio Basioli

Avete letto bene: oggi parliamo del #colore.

Solitamente nella narrativa il colore è un elemento che non riguarda i romanzi, ma i libri per bambini piccoli, ricchi di illustrazioni. Certo, non è insolito che (specie in passato) che i romani per ragazzi vengano pubblicati con illustrazioni. Da buon #Millenial quale sono, mi vengono in mente i disegni di Serena Riglietti per i primi libri Harry Potter o quelli presenti nei romanzi di Rohal Dahl. Solitamente, però, si tratta sempre di disegni in bianco e nero, e sono elementi per lo più aggiuntivi.

È una costante della #letteratura: salvo rari casi, il colore appartiene alle copertine dei libri, non certo al loro testo che è sempre nero ... giusto?

La questione cromatica

In Italia sono disponibili due versioni de La Storia Infinita, entrambe con la traduzione della Pandolfi. La prima è un'edizione standard in bianco e nero che distingue le parti ambientate nel mondo reale da quelle nel mondo immaginario attraverso una differenza di carattere tipografico. La seconda utilizza invece due colori diversi: rosso per il mondo umano, verde acqua per Fantasìa.

Di queste due versioni, la seconda è quella “autentica”, che rispetta la volontà espressa da Ende in occasione della prima edizione assoluta (quella tedesca) del libro. L'autore sovverte qui i canoni con una scelta apparentemente “infantile” (l'utilizzo di un testo colorato) che ha però l'effetto di rendere anche il colore del testo parte integrante della narrazione.

La differenza di carattere tipografico utilizzata nella versione in bianco e nero è invece un espediente, un escamotage adottato per l'edizione economica pubblicata dalla TEA: un modo per rendere “a basso costo” la distinzione fra i due mondi.

L'autore tedesco, durante la stesura del romanzo, arrivò a ritenere che una semplice pubblicazione tradizionale non fosse adatta per l'opera che stava scrivendo, ma che questa dovesse essere confezionata come un libro di magia, con copertina di cuoio e bottoni in madreperla e ottone. Fu solo dopo i colloqui con l'editore, preoccupato per i costi di una simile produzione, che i due si accordarono per qualcosa di più semplice: copertina in seta rossa, 26 capilettera per i singoli capitoli (disegnati dall'artista Roswitha Quadflieg) e la celebre stampa a due colori.

Una scelta che verrà poi ripresa anche nelle edizioni straniere. In quella italiana pure i capilettera appositamente scelti, quelli di Antonio Basioli, furono adattati ai colori con cui iniziano i vari capitoli, che non è solo un capriccio dell'autore ma una vera e propria testimonianza della natura metanarrativa del libro.

"Dove si trova questo libro? Nel libro."

Quando Bastiano comincia a leggere il suo libro de La Storia Infinita (quello interno alla storia) il testo viene da subito descritto come verde acqua. Chissà che emozione sarà stata per i lettori di allora, quella di voltare pagina dopo il prologo scritto in rosso e di ritrovarsi anche loro a leggere lo stesso racconto letto dal protagonista scritto con lo stesso colore!

Leggere letteralmente un libro nel libro, cosa rafforzata inoltre dalla già accennata copertina in seta rossa dell'edizione originale, esattamente come quella del libro preso da Bastiano!

Ma Ende fece di più. Egli rese La Storia Infinita non solo un libro nel libro, ma aggiunse un terzo libro omonimo all'interno di Fantasìa, dove il Vecchio della Montagna Vagante – figura antitesi dell'Infanta Imperatrice, simbolo della scrittura che rende le storie immutabili laddove l'altra è la creatività che da loro forma – riporta tutto quello che avviene in un volume che – a suo dire – non contiene semplicemente tutta Fantasìa, ma “[...] è tutta Fantasìa” . E durante questo incontro, fra l'imperatrice e il suo contrario, per un breve istante, il contenuto di tutti e tre i libri diviene uno.

Quando l'Infanta Imperatrice (nel suo ultimo tentativo per portare Bastiano a Fantasìa) chiede al Vecchio di cominciare a rinarrare il suo libro, la sua Storia Infinita dal principio, l'inchiostro con cui l'anziano scrive, la copertina del suo libro così come la tonaca che indossa, cambiano il loro colore dalla da verde acqua a un ben più (per il lettore) famigliare rosso. La storia ricomincia in un ciclo infinito (la Fine Infinita) dal momento in cui i noi lettori di Ende hanno iniziato il libro, con le stesse identiche parole e le stesse identiche scene (salvo la differenza che nella nostra copia questo testo è ancora verde acqua, fatta eccezione per le reazioni di Bastiano nel leggere di sé stesso).

Nel romanzo di Ende, il colore del testo non è più un fronzolo o un capriccio autoriale, ma un elemento concreto della storia. Qualcosa di cui anche chi legge può fare esperienza in prima persona. Da appassionato di esoterismo (in particolare alchimia e antroposofia), Ende dava molta importanza al simbolismo, elemento chiave delle pratiche magiche (non a caso voleva stampare il romanzo come se fosse un libro di magia). La sua scelta dei colori e il gioco metanarrativo, trasportano questa dimensione simbolica al testo scritto, e la mette in mano a lettrici e lettori che però potranno interamente comprenderla solo arrivati a metà del libro, nella scena della Fine Infinita ...

 
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from L' Alchimista Digitale

Il mito moderno

Perché un regime moderno, ipertecnologico e burocratico sente il bisogno di miti pagani e simboli arcaici? La domanda è meno ingenua di quanto sembri. Anzi, è centrale per capire come il potere funzioni davvero. Un regime moderno nasce sulla carta come il trionfo della razionalità: amministrazione, statistiche, ingegneria, apparati, procedure. Tutto sembra obbedire a una logica fredda, calcolabile, impersonale. Eppure, quasi sempre, questa architettura razionale non basta. Non mobilita. Non infiamma. Non crea appartenenza profonda. La burocrazia organizza. La tecnologia potenzia. Ma nessuna delle due dà senso. Ed è qui che entra in gioco il mito. Il mito non è l’opposto della modernità. È il suo complemento oscuro. Dove la razionalità spiega come, il mito suggerisce perché. Dove la legge ordina, il simbolo legittima. Dove il potere amministra, il mito consacra. Un regime moderno scopre presto che governare corpi non basta: bisogna governare immaginari. Nel Novecento questo meccanismo diventa evidente. Il potere non si accontenta più di essere obbedito: vuole essere percepito come inevitabile, naturale, inscritto in un ordine cosmico. Per ottenere questo risultato, la tecnica non è sufficiente. Serve qualcosa di più antico, più profondo, meno verificabile. Serve il mistero. Il ricorso ai simboli arcaici non è nostalgia del passato. È un’operazione progettuale. I simboli funzionano perché comprimono concetti complessi in immagini semplici, immediate, emotive. Un simbolo non si discute: si interiorizza. Non chiede consenso razionale: chiede adesione. Quando un regime moderno riscopre rune, soli, cicli, archetipi, non sta tornando indietro. Sta scendendo sotto la superficie della ragione, lì dove si formano identità, paure, desideri di appartenenza. Il cosiddetto “pagano” diventa così una materia prima da riforgiare. Non interessa la spiritualità autentica delle culture antiche, ma la loro aura: l’idea di un sapere perduto, di una verità primordiale, di un ordine precedente alla critica. Il mito ha una funzione precisa: rendere il potere non negoziabile. Se l’ordine politico viene presentato come espressione di un destino, di una legge naturale o cosmica, allora opporvisi non è più solo disobbedienza: è empietà, decadenza, tradimento. In questo senso, il mistero è uno strumento politico potentissimo. Ciò che non è spiegato non può essere discusso. Ciò che è sacralizzato non può essere riformato. Il mistero sottrae il potere alla trasparenza e lo colloca in una dimensione superiore, dove la critica appare profana o sterile. Un regime ipertecnologico, inoltre, soffre di un problema strutturale: disumanizza. Procedure, numeri, apparati tendono a ridurre l’individuo a funzione. Il mito interviene per compensare questa freddezza, offrendo una narrazione calda, epica, identitaria. Non importa se falsa: importa che sia sentita. È qui che il simbolo diventa una vera tecnologia. Una tecnologia dell’anima, potremmo dire. Non produce beni, ma fedeltà. Non organizza processi, ma coscienze. È una UX del potere: intuitiva, emozionale, immediata. Lo scopo ultimo non è la conoscenza del mistero, ma il suo utilizzo. Il regime non vuole comprendere il simbolo: vuole abitarlo, usarlo come scenografia permanente della propria legittimità. Il mistero non va risolto, va mantenuto. Perché un mistero che resta tale genera dipendenza. Chi crede di partecipare a un sapere nascosto accetta più facilmente gerarchie, silenzi, obbedienza. Alla fine, la contraddizione è solo apparente. Non c’è conflitto tra modernità e mito. Il mito è ciò che permette alla modernità del potere di diventare totalizzante. La tecnica senza mito governa. La tecnica con il mito domina. E forse la lezione più inquietante è questa: non sono i simboli a essere pericolosi in sé, ma il momento in cui smettiamo di chiederci chi li usa, come e perché. Perché ogni volta che il potere si ammanta di mistero, non sta cercando la verità. Sta cercando silenzio.

 
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