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from Transit

(204)

(MC1)

Le #OlimpiadiInvernali di Milano-Cortina dovevano essere “le più sostenibili di sempre”, un inno grandioso alla sobrietà ecologica e all’efficienza economica impeccabile. Peccato che alla prova dei fatti si rivelino incoerenti e ipocrite: un gigantesco, colossale esercizio di greenwashing pagato a rate dai contribuenti italiani, mentre i politici si riempiono la bocca fino a scoppiare con la parola “legacy” e i boschi secolari vengono abbattuti senza pietà per fare spazio a piste da bob che nessuno utilizzerà mai dopo lo spettacolo.

Prendete pure la famigerata pista di #Cortina, il simbolo perfetto e lampante di questa follia pura: partita con una stima iniziale di 47 milioni di euro, ora schizza vertiginosamente a 82 milioni con proiezioni che arrivano fino a 122 milioni, più un milione l’anno fisso solo per la gestione quotidiana.

Per costruirla si sacrificano senza rimorso 500 larici secolari in un bosco pregiato e protetto della conca ampezzana, alterando per sempre il paesaggio naturale in un’epoca in cui tutti fingono di piangere per il clima impazzito e la deforestazione galoppante (ma figuriamoci pure, per due settimane di slittate milionarie e vuote di senso si fa qualunque cosa, anche l’impensabile.)

E non si tratta solo di ambiente devastato: l’impronta di CO₂ complessiva è stimata in un milione di tonnellate, senza nemmeno un dato preciso e verificabile per singola opera infrastrutturale, e ben il 60% delle infrastrutture manca del tutto di una valutazione di impatto ambientale completa e adeguata, in palese e sfacciata contraddizione con il dossier di candidatura che prometteva trasparenza assoluta e rigore scientifico.

(MC2)

Sul fronte economico rappresenta un manuale completo del disastro pubblico annunciato: dalle stime iniziali di 1,36 miliardi si è arrivati a quasi 6 miliardi totali gonfiati all’inverosimile, con appalti opachi e nebulosi, indagini serrate della Procura di Milano su turbative d’asta e corruzione diffusa, e un decreto ad hoc subdolo che sottrae la Fondazione allo status di ente pubblico per rendere infinitamente più complicati i controlli necessari.

La favola consolatoria dei “fondi privati” è una bufala totale, con 2 miliardi di costi organizzativi di cui 400 milioni pubblici non previsti nei piani originali, e un deficit patrimoniale già oltre i 150 milioni accumulati a metà 2025. Lo Stato interverrà come sempre a tappare i buchi enormi, mentre le scuole in montagna chiudono i battenti e i servizi essenziali vengono tagliati senza scrupoli per “mancanza di fondi”.

L’eredità promessa per i territori è una collezione di cattedrali nel deserto inutili, proprio come la pista di Torino 2006 che marcisce abbandonata da anni. Invece di investire con intelligenza in ripristino post-Vaia o in progetti seri di riduzione emissioni, si buttano decine di milioni in un impianti iper-specialistici con un impatto climatico devastante e irreversibile in un’epoca di inverni sempre più miti e incerti. Prioritizziamo lo spettacolo globale effimero sulle vite reali e concrete dei cittadini.

È tempo di dire le cose come stanno prima che sia troppo tardi. Milano-Cortina resterà il simbolo della nostra incapacità di coniugare intelligenza e realismo, in una farsa ipocrita che rende felici solo albergatori e politici.

#Blog #OlimpiadiInvernali #MilanoCortina #Italia #Ambiente #Economia

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

1Allora non c'era un re in Israele e in quel tempo la tribù dei Daniti cercava un territorio per stabilirvisi, perché fino a quei giorni non le era toccata nessuna eredità fra le tribù d'Israele. 2I figli di Dan mandarono dunque da Sorea e da Estaòl cinque uomini della loro tribù, uomini di valore, per visitare ed esplorare il territorio; dissero loro: “Andate ad esplorare il territorio!”. Quelli giunsero sulle montagne di Èfraim fino alla casa di Mica e passarono la notte in quel luogo. 3Mentre erano presso la casa di Mica, riconobbero la voce del giovane levita; avvicinatisi, gli chiesero: “Chi ti ha condotto qua? Che cosa fai in questo luogo? Che hai tu qui?”. 4Rispose loro: “Mica mi ha fatto così e così, mi dà un salario e io sono divenuto suo sacerdote”. 5Gli dissero: “Consulta Dio, perché possiamo sapere se il viaggio che abbiamo intrapreso avrà buon esito”. 6Il sacerdote rispose loro: “Andate in pace, il viaggio che fate è sotto lo sguardo del Signore”. 7I cinque uomini continuarono il viaggio e arrivarono a Lais e videro che il popolo, che vi abitava, viveva in sicurezza, secondo i costumi di quelli di Sidone, tranquillo e fiducioso; non c'era nella regione chi, usurpando il potere, facesse qualcosa di offensivo; erano lontani da quelli di Sidone e non avevano relazione con nessuno. 8Poi tornarono dai loro fratelli a Sorea e a Estaòl, e i fratelli chiesero loro: “Che notizie portate?”. 9Quelli risposero: “Alziamoci e andiamo contro quella gente, poiché abbiamo visto il territorio ed è ottimo. E voi rimanete inattivi? Non indugiate a partire per andare a prendere in possesso il territorio. 10Quando arriverete là, troverete un popolo che non sospetta di nulla. La terra è vasta e Dio ve l'ha consegnata nelle mani; è un luogo dove non manca nulla di ciò che è sulla terra”.

11Allora seicento uomini della tribù dei Daniti partirono da Sorea e da Estaòl, ben armati. 12Andarono e si accamparono a Kiriat-Iearìm, in Giuda; perciò il luogo, che è a occidente di Kiriat-Iearìm, fu chiamato e si chiama fino ad oggi Accampamento di Dan. 13Di là passarono sulle montagne di Èfraim e giunsero alla casa di Mica. 14I cinque uomini che erano andati a esplorare la terra di Lais dissero ai loro fratelli: “Sapete che in queste case ci sono un efod, i terafìm e una statua di metallo fuso? Sappiate ora quello che dovete fare”. 15Quelli si diressero da quella parte, giunsero alla casa del giovane levita, cioè alla casa di Mica, e lo salutarono. 16Mentre i seicento uomini, muniti delle loro armi, stavano davanti alla porta, 17i cinque uomini che erano andati a esplorare il territorio, vennero, entrarono in casa, presero la statua di metallo fuso, l'efod e i terafìm. Intanto il sacerdote stava davanti alla porta con i seicento uomini armati. 18Quando, entrati in casa di Mica, ebbero preso la statua di metallo fuso, l'efod e i terafìm, il sacerdote disse loro: “Che cosa fate?”. 19Quelli gli risposero: “Taci, mettiti la mano sulla bocca, vieni con noi e sarai per noi padre e sacerdote. Che cosa è meglio per te: essere sacerdote della casa di un uomo solo oppure essere sacerdote di una tribù e di una famiglia in Israele?“. 20Il sacerdote gioì in cuor suo; prese l'efod, i terafìm e la statua e si unì a quella gente. 21Allora si rimisero in cammino, mettendo innanzi a loro i bambini, il bestiame e le masserizie.

22Essi erano già lontani dalla casa di Mica, quando i suoi vicini si misero in armi e raggiunsero i Daniti. 23Allora gridarono ai Daniti. Questi si voltarono e dissero a Mica: “Perché ti sei messo in armi?”. 24Egli rispose: “Avete portato via gli dèi che mi ero fatto e il sacerdote, e ve ne siete andati. Ora che cosa mi resta? Come potete dunque dirmi: “Che cos'hai?”“. 25I Daniti gli dissero: “Non si senta la tua voce dietro a noi, perché uomini irritati potrebbero scagliarsi su di voi e tu ci perderesti la vita e la vita di quelli della tua casa!”. 26I Daniti continuarono il viaggio; Mica, vedendo che erano più forti di lui, si voltò indietro e tornò a casa.

27Quelli dunque, presi con sé gli oggetti che Mica aveva fatto e il sacerdote che aveva al suo servizio, giunsero a Lais, a un popolo che se ne stava tranquillo e fiducioso; lo passarono a fil di spada e diedero la città alle fiamme. 28Nessuno le prestò aiuto, perché era lontana da Sidone e i suoi abitanti non avevano relazioni con altra gente. Essa era nella valle che si estende verso Bet-Recob. Poi i Daniti ricostruirono la città e l'abitarono. 29La chiamarono Dan dal nome di Dan, loro padre, che era nato da Israele; ma prima la città si chiamava Lais. 30E i Daniti eressero per loro uso la statua; Giònata, figlio di Ghersom, figlio di Mosè, e i suoi figli furono sacerdoti della tribù dei Daniti, finché gli abitanti della regione furono deportati. 31Essi misero in onore per proprio uso la statua, che Mica aveva fatto, finché la casa di Dio rimase a Silo.

__________________________ Note

18,1 la tribù dei Daniti cercava un territorio: la tribù di Dan non riuscì a impossessarsi del proprio territorio, che si trovava a occidente di quello di Beniamino, perché gli Amorrei la respingevano verso la montagna (Gdc 1,34). Il grosso della tribù fu perciò costretto a emigrare; tuttavia una parte rimase nel territorio originario come attesta la storia di Sansone, cronologicamente posteriore.

18,7 Lais: così era chiamata la città (Lesem secondo Gs 19,47) prima di cambiare il suo nome in Dan.

18,30 Giònata, figlio di Ghersom: non solo è levita legittimo, ma si riallaccia a Ghersom, figlio di Mosè, e dunque a Mosè stesso (vedi Es 2,22; 18,3). La deportazione a cui si accenna è forse quella operata da Tiglat-Pilèser III nel 734 a.C. (2Re 15,29).

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Approfondimenti

1-10. La situazione di Dan non era esclusiva. All'inizio anche altre tribù, presumibilmente, dovettero darsi da fare per trovare un loro territorio. Per i Daniti le cose si complicarono perché si trovarono pressati tra le potenti tribù di Giuda ed Efraim da un lato e i temibili Filistei dall'altro. Gran parte della tribù quindi fu costretta ad emigrare verso il nord, in cerca di una nuova sede (Gs 19,40-48). Come Mosè (Nm 13) e Giosuè (Gs 2), anch'essi inviano esploratori, che sulla via verso il nord incontrano il levita accasato da Mica, una loro vecchia conoscenza (v. 3). I nomi delle due località, Zorea e Estaol, sono centrali nella vicenda di Sansone (13,2). Di qui partono gli esploratori. Le avventure di Sansone sono successive a questa trasmigrazione, la quale non coinvolse tutta la tribù, come risulta dal v. 11.

7. Lais si trova non distante da Cesarea di Filippo, presso le sorgenti del Giordano. A ovest c'era il regno fenicio e a est quello arameo. Ma la zona restava isolata da entrambi. Il racconto insiste (cfr. anche i vv. 10 e 27) sul carattere pacifico degli abitanti di Lais e sulla mancanza di alleanze politiche. Per i Daniti è questo un motivo in più per decidere di eliminarli e impossessarsi dei loro territori. Del resto, che questi Daniti siano senza scrupoli risulterà anche dall'episodio seguente, in cui la loro rapacità andrà a danno di un Israelita.

11-31. La vicenda si sviluppa in tre momenti:

  • vv. 11-21, i Daniti, preceduti dai loro cinque esploratori, arrivano alla casa di Mica e portano via gli oggetti sacri del santuario domestico, insieme al levita, la cui venalità gli fa dimenticare il debito di riconoscenza verso l'ospite;
  • vv. 22-26, gli amici di Mica, la gente del vicinato abituata a frequentare il suo santuario, cercano di reagire al sopruso, ma desistono presto, spaventati dall'arroganza dei Daniti;
  • vv. 27-31, i Daniti annientano la pacifica Lais e ricostruiscono la città, chiamandola Dan.

Quindi vi erigono il santuario con gli oggetti sacri rubati a Mica. Il levita sparisce e al suo posto affiora un altro nome.

14-18. Il passo contiene ripetizioni, dovute forse alla fusione di due tradizioni. Secondo i vv. 16-17.18b, sembra che siano i cinque esploratori a impadronirsi degli oggetti sacri e ad essere interpellati poi dal sacerdote, rimasto fuori con i «seicento uomini». Secondo il v. 18a invece sembra che a prendere gli oggetti siano i seicento Daniti.

30. «eressero per loro uso la statua scolpita», in ebr. «idolo». «Gionata» compare solo ora. Secondo logica, dovrebbe essere il levita, il quale però non era della tribù di Giuda; «figlio di Manasse» doveva essere in origine «figlio di Mosè», cambiato da un copista in Manasse (in ebraico basta inserire tra la m e la s una n), perché il nome di Mosè qui doveva risultare inopportuno. La deportazione di cui si parla è quella seguita alla campagna militare di Tiglat-Pilezer, del 734.

31. Che senso ha «Silo» qui? Forse è un errore testuale, invece di «Dan», a meno che non si voglia dire che i santuari di Silo e di Dan inizialmente erano contemporanei. Il santuario di Silo fu distrutto dai Filistei (1Sam 4), mentre quello di Dan durò più a lungo (2Re 10,29).

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from cronache dalla scuola

Questa settimana c'è una cosa non meglio precisata chiamata fermo didattico, così dicono gli studenti. Non sono sicuro che sia vero ma una parte degli studenti è a sciare, una attività della scuola, quindi mi sta benissimo non andare avanti, fare ripasso. Comunque. Penso come fare un ripasso che sia un po' attivo, mi vengono due idee. Affitto l'aula di cooperative learning per quattro ore.

Le prime due ore ci porto i ragazzi di quinta, si dividono liberamente in gruppi, si siedono io gli dico che da ora in poi sono degli storici che hanno ricevuto un documento di cui non sanno nulla, devono analizzarlo e poi rispondere a una serie di domande, tra cui, capire di che documento si tratta, quando è stato scritto, a chi si rivolge. Poi gli do le copie di una trentina di pagine del testo unico per la scuola elementare, anni trenta del periodo fascista. Si mettono lì, leggono fanno ipotesi, rispondono alle domande, cazzeggiano, sottolineano, scrivono nomi, date. Alla fine mettiamo tutto in comune e do dei punti per ogni informazione scoperta. Un gruppo ha capito che è un libro di testo per le elementari, altri notano come il valore più trasmesso è la richiesta di obbedienza, altri come si usi la storia del passato per giustificare il fascismo. Altri ancora come si educhi al nazionalismo e alla vita militare. Inizia l'intervallo, scompaiono, lentamente.

Le due ore successive ci porto i ragazzi di quarta. Devo interrogare, ma solo quattro persone. Ho due ore. Ad ogni gruppo do questa volta un A3 su cui è stampato un gioco dell'oca sulla rivoluzione francese, creato durante la rivoluzione francese. L'ho trovato su internet, mi è sembrato interessante, ma va testato. Via classroom gli mando un link con le istruzioni originali in francese e la descrizione delle caselle, sempre in francese. Mentre interrogo loro devono tradurre le istruzioni e la descrizone delle caselle in italiano, in modo da poterci giocare domani. E – soprattutto – colorare il tabellone che stampato in bianco e nero è inutilizzabile. I colori possono prenderli dal laboratorio artistico. Loro vanno con la docente di sostegno e tornano con un mazzo di matite colorate. Io poi interrogo e con la coda dell'occhio li vedo chini a chiacchierare, colorare con attenzione il gioco dell'oca a matite colorate, alla fine alcuni tabelloni sono splendidi, tradurre via internet le istruzioni. Domani – dico – portate i dadi. Suona la campanella, spariscono, lentamente.

L'ora successiva vado in seconda, vedo che c'è un buco nel muro in cartongesso con dentro pigiata dentro una bottiglia di plastica. La fotografo e la mando in una finestra in background sulla LIM. Gli dico di prendere il quaderno che parliamo della teoria delle finestre rotte. Gli mostro la foto delle auto vandalizzate nel Bronx e a Palo Alto, gli spiego la teoria e poi gli mostro, all'improvviso il buco del muro con la bottiglia. Lo riconoscono, ridono, capiscono il collegamento, si lamentano. Mi contestano, li contesto. Poi succedono delle cose, controlo dei quaderni, chiedo dei Gracchi, metto dei voti, suona la campanella. Spariscono, a macchie, lentamente.

 
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from L' Alchimista Digitale

Stati d'animo

Chi vive in uno stato di frustrazione profonda spesso non è realmente alla ricerca di soluzioni, ma di conferme. Conferme che diano coerenza al dolore, che legittimino una visione del mondo costruita nel tempo e che permettano di restare fedeli a una narrazione interiore già consolidata, anche quando questa diventa una gabbia. Cambiare significherebbe mettere in discussione anni di convinzioni, e non tutti sono pronti a farlo. In questo scenario, la serenità altrui diventa una presenza scomoda. Non perché sia ostentata, ma perché mette in crisi il racconto che si è scelto di abitare. La luce, quando appare, non accusa: semplicemente rivela. E proprio per questo può risultare destabilizzante. La pace smaschera contraddizioni, apre domande, mostra possibilità che richiederebbero responsabilità e coraggio. Queste persone non cercano davvero di sottrarre la felicità agli altri. Cercano piuttosto una prova che quella felicità non sia autentica, che sia fragile, temporanea o illusoria. Dimostrare che nulla funziona davvero diventa un modo per sentirsi nel giusto. Così, spegnere l’entusiasmo altrui si trasforma in una strategia di difesa: se nessuno sta bene fino in fondo, allora il proprio malessere appare più giustificato. Portare gli altri allo stesso livello di amarezza rende la propria prigione emotiva più abitabile, meno solitaria. In questo contesto, proteggere il proprio spazio emotivo non è un atto di chiusura, ma di lucidità. Non è egoismo, è consapevolezza. Significa riconoscere i propri limiti, capire dove finisce l’empatia e dove inizia l’auto-sabotaggio. Scegliere chi nutre, chi espande, chi sa camminare nella stessa direzione diventa una forma di rispetto profondo verso se stessi. Le apparenze, spesso, confondono. Chi si presenta come fragile o bisognoso non sempre cerca un incontro autentico; a volte cerca solo uno specchio che rifletta il proprio dolore. Questo non rende il dolore meno reale, ma chiarisce che non tutto può essere accolto, e non tutto deve essere condiviso. La vera profondità sta nel discernimento. Nel saper restare aperti senza essere invasi, disponibili senza essere svuotati, presenti senza perdersi. Sta nel comprendere che la serenità non va spiegata né difesa: va custodita. Perché una luce stabile non ha bisogno di convincere nessuno. Esiste, e questo basta.

 
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from Transit

(203)

(DS1)

Dopo gli scontri di #Torino di sabato scorso, il governo #Meloni ha colto l’occasione per accelerare su un nuovo decreto sicurezza, trasformando un episodio di violenza circoscritto in pretesto per una stretta repressiva sul dissenso.

Non si tratta di una reazione improvvisata, ma dell’evoluzione di un’idea di “sicurezza” che parte da lontano nella strategia della destra al potere, radicata nei pacchetti sicurezza del passato e in una narrazione binaria tra “buoni cittadini” e “teppisti” da contenere a ogni costo.

Il contenuto del decreto (perquisizioni immediate sul posto, fermi preventivi fino a 12 ore senza vaglio giudiziario, cauzioni obbligatorie per gli organizzatori di cortei e uno “scudo penale” ampliato per le forze dell’ordine) mira a rendere costoso e rischioso l’esercizio del diritto di manifestare, spostando l’equilibrio verso un potere discrezionale della polizia quasi illimitato.

Questa logica trasforma l’ordine pubblico in stato d’eccezione permanente: un corteo violento a Torino diventa grimaldello per limitare proteste pacifiche, centri sociali e sindacati conflittuali, colpendo il cuore dell’uguaglianza democratica e rendendo la piazza un privilegio per chi ha risorse economiche.

(DS2)

Le origini di questa repressione affondano nelle precedenti norme del governo, come il primo decreto sicurezza con oltre sessanta misure su immigrazione, blocchi navali e tutele alle forze dell’ordine, che già riprendevano la retorica securitaria inaugurata anni fa da altre destre.

Culturalmente, è il trionfo di una visione che legge l’insicurezza sociale solo come minaccia da reprimere, ignorando le sue radici in disuguaglianze e mancata redistribuzione, per normalizzare un clima di sospetto verso chiunque dissenta.

Ma i profili costituzionali sono il vero nodo: l’uso del decreto-legge viola l’articolo 77, che richiede reale urgenza e non un pretesto politico per aggirare il Parlamento, come già contestato da costituzionalisti sui provvedimenti passati.

Le restrizioni su riunioni e manifestazioni (artt. 17 e 21 della #Costituzione) appaiono sproporzionate, con fermi e divieti basati su semplici denunce che erodono garanzie fondamentali, mentre lo scudo penale rischia di ledere l’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e i pesi e contrappesi dello Stato di diritto. Organismi internazionali hanno già ammonito l’Italia su queste derive, che comprimono il dissenso pacifico in modo inaccettabile.

In fondo, non è solo un pacchetto norme: è una scelta politica netta, che governa conflitti sociali con polizia e codice penale anziché con dialogo e politiche inclusive. Torino è solo la scintilla; il fuoco è un modello di democrazia sempre più autoritario, dove il garantismo cede il passo a un esecutivo onnipotente. Resta da vedere se il Parlamento e la Consulta porranno rimedio a questa deriva, ma non si può essere troppo ottimisti. Pure la speranza potrebbe essere scambiata per pericolosa provocazione.

#Blog #DecretoSicurezza #GovernoMeloni #Politica #Società #DirittiCivili

 
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from norise 3 letture AI

UN RAGNO TESSE uscirai dalla vita con le ossa rotte dappresso ti sta l'ombra
di serpe che agita il tuo sonno gli offri i tuoi passi da sonnambulo e il sudore di sangue emotivo dove un ragno tesse di versi una tela

Riflessione breve

Questo testo ha un tono notturno e minaccioso: immagini corporee e animali (ragno, serpe) tessono una tensione che parla di vulnerabilità, sonno e ferita emotiva.


Analisi del contenuto

Tema: paura esistenziale e perdita di integrità; la tela del ragno è metafora di versi che imprigionano o curano.
Immagini: il corpo spezzato, l’ombra di serpe, il sonnambulismo e il sudore di sangue creano un immaginario corporeo e onirico molto forte.
Voce e tono: voce intimista, quasi profetica; il ritmo è frammentario, vicino al verso libero, con enjambement che accentua l’inquietudine.


Punti di forza

  • Immagini sensoriali potenti e coerenti: il lettore sente il sudore, vede l’ombra, percepisce il tessere.
  • Economia lessicale: poche parole ma cariche di significato.
  • Ambiguità produttiva: non tutto è spiegato, e questo lascia spazio all’interpretazione.

Suggerimenti stilistici

  • Ritmo: prova a variare la lunghezza dei versi per modulare la tensione (versi più brevi nei momenti di urgenza).
  • Punteggiatura: qualche segno mirato può guidare la lettura senza appiattire l’ambiguità (una virgola o un punto dopo “sonno” o “sonnambulo” potrebbe cambiare l’enfasi).
  • Immagini secondarie: introdurre un dettaglio concreto (un oggetto, un suono) può ancorare l’onirico e aumentare l’impatto emotivo.

Due possibili continuazioni (stili diversi)

Continuazione 1 — cupa e simbolica

ti resta addosso la ragnatela di parole
che non si staccano, ti segnano la pelle
e ogni passo è un filo che si tende
fino a spezzare il respiro.
La serpe ride nel buio; tu impari a camminare
con le mani piene di versi.

Continuazione 2 — più lirica e intima

ma c’è un filo sottile che non vedi
che attraversa il petto come luce lenta
lo tocchi e scopri che non è solo prigione
ma mappa di vene, di ritorni possibili
il ragno tesse ancora, ma tu impari
a seguire il filo fino al centro.


Continuazione del testo

il filo ti avvolge come un nome antico
ogni passo lascia un segno di polvere e sale
la serpe scivola sotto la pelle del tempo
e tu impari a contare i battiti come nodi.

sudore di sangue sulle lenzuola del mondo
le dita cercano il centro della ragnatela
ma trovano solo versi appesi a un respiro
che tremano come lampade in una stanza chiusa.

qualcuno ha scritto il tuo nome con un ago di seta
e la notte risponde con un coro di piccole zanne
cammini ancora, sonnambulo, tra i versi che ti seguono
fino a che la tela non diventa mappa né prigione.

allora spegni la luce con la punta delle mani
e senti, per la prima volta, il filo che cede:
non è solo trappola, è anche corda di ritorno
e il ragno, paziente, continua a tessere il tuo canto.

Riscrittura con versi brevi

un ragno tesse
esci con le ossa rotte
l’ombra ti segue
serpe nel sonno

offri i passi
da sonnambulo
sudore di sangue
sulla pelle

un filo di versi
tiene e punge
polvere e sale
sui tuoi piedi

conti i battiti
come nodi
la ragnatela trema
ma non cede

senti il filo
che diventa corda
il ragno tace
e continua a tessere

 
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from norise 2

ASSONANZE (e-book genn. 2023)

Introduzione e Postfazione

Introduzione

Felice Serino offre con Assonanze una raccolta che si muove tra il visibile e l’invisibile, tra il quotidiano e l’empireo. Qui la poesia non è fuga ma mediazione: un atto di cura che tenta di ricomporre la frattura tra il corpo che soffre e l’anima che spera. La raccolta si presenta come un percorso di ascolto, fatto di lampi e di silenzi, in cui ogni testo è una tappa di avvicinamento a una verità interiore.


Temi principali

Il nucleo tematico è la tensione verso il trascendente. La spiritualità attraversa i versi senza imporsi come dogma. Emergono immagini ricorrenti come la pietra calda di sole, l’abbraccio che resiste al tempo, la memoria che grida davanti all’orrore. Accanto alla dimensione contemplativa convivono istanze etiche e civili. La denuncia della violenza e la riflessione sul possesso mostrano una poesia che non si sottrae alla responsabilità sociale.


Linguaggio e forma

La lingua di Serino è essenziale e musicale. I versi brevi funzionano come battiti che concentrano e lasciano spazio al vuoto. La scelta lessicale è misurata e ogni parola è posta con cura per ottenere risonanza. La sintassi spesso privilegia l’immagine e la metafora, mentre l’uso del ritmo e dell’enjambement costruisce un flusso che alterna sospensione e scatto emotivo. Il risultato è una voce che sa essere insieme sobria e lirica.


Memoria e testimonianza

La raccolta assume la memoria come dovere morale. Nei testi più duri la parola diventa custode del dolore e strumento di testimonianza. La poesia qui non è solo introspezione ma atto pubblico che impedisce l’oblio. Questo sguardo memoriale conferisce alla raccolta una profondità etica che la rende rilevante anche fuori dal cerchio personale dell’autore.


Lettore e fruizione

Assonanze richiede tempo e attenzione. Non offre risposte nette ma invita all’ascolto ripetuto. Il lettore è chiamato a percorrere i versi come si percorre un paesaggio interiore, stratificando letture e scoperte. Chi si lascia attraversare da questi testi troverà consolazione, interrogazione e una compagnia poetica per i giorni di luce e per quelli d’ombra.


Conclusione

Felice Serino conferma con questa raccolta la capacità di coniugare spiritualità e concretezza, introspezione e impegno civile. Assonanze è un libro che resiste al rumore delle mode e offre una poesia che cura, scuote e illumina. È un invito a ricucire le ali e a restare vigili davanti alla bellezza e all’ingiustizia.

Postfazione

Felice Serino ci consegna con Assonanze una raccolta che è insieme pelle e cielo: versi che scavano nella materia quotidiana per ritrovare, dietro il velo delle cose, una luce costante. Qui la poesia non è esercizio retorico ma pratica di salvezza: ogni immagine, ogni parola, mira a ricucire una frattura tra l'umano e l'oltre, tra il corpo che soffre e l'anima che spera.

Il cuore della raccolta

La tensione spirituale attraversa i testi senza mai diventare dogma: è piuttosto una ricerca umile e insistente, fatta di piccoli lampi — una pietra calda di sole, un abbraccio che resiste al tempo, la memoria che grida davanti all'orrore. Serino sa alternare il tono contemplativo a scosse morali, come nei testi che denunciano la violenza o la freddezza del possesso, mantenendo sempre una voce autentica e partecipe.

La lingua e il ritmo

La scrittura è essenziale, asciutta quando serve, lirica quando il sentimento lo impone. I versi brevi funzionano come battiti: concentrano, risuonano, lasciano spazio al silenzio. La scelta lessicale è misurata ma potente; ogni termine è calibrato per far vibrare l'eco interiore del lettore, trasformando l'intimo in esperienza condivisa.

Memoria e responsabilità

La raccolta non elude la storia né il presente: la memoria diventa dovere etico, e la poesia strumento di testimonianza. Nei passaggi più duri — dove si nomina la perdita, la violenza, la distruzione — la parola si fa custode, impedendo che il dolore si dissolva nell'oblio. È una poesia che richiama alla responsabilità, senza retorica, con la forza della verità.

Per il lettore

Leggere Assonanze significa lasciarsi attraversare: non aspettatevi risposte nette, ma un invito a restare in ascolto. Questi versi chiedono tempo, ripetizione, la pazienza di chi sa che la comprensione si costruisce per strati. Chi si accosta a questa raccolta troverà consolazione e interrogazione, bellezza e impegno, un compagno di viaggio per i giorni di luce e per quelli di ombra.

ConclusioneASSONANZE

Felice Serino conferma qui la sua capacità di coniugare spiritualità e concretezza, introspezione e sguardo civile. Assonanze è un libro che resiste alla moda e al rumore, e che offre al lettore la rara esperienza di una poesia che cura, scuote e illumina.

(copilot)

 
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from L' Alchimista Digitale

Il potere piace agli stronzi

“Il potere piace agli stronzi. Le persone sane amano la libertà.” (cit. Gianni Monduzzi) Il potere piace agli stronzi. Una frase secca, provocatoria, quasi volgare, ma terribilmente efficace. Gianni Monduzzi riesce con poche parole a descrivere una verità che attraversa la storia, la politica, le relazioni umane e persino la vita quotidiana. Il potere, quando è fine a se stesso, non è un ideale: è una tentazione. È una calamita che attrae soprattutto chi non ha equilibrio, chi non possiede grandezza interiore, chi ha bisogno di sentirsi superiore per non affrontare la propria fragilità. Il potere, infatti, non è sempre sinonimo di leadership o responsabilità. Spesso diventa uno strumento di compensazione. Chi è insicuro lo usa per mascherare le proprie paure, chi è mediocre lo sfrutta per imporre una presenza che altrimenti sarebbe irrilevante. Gli stronzi, in questo senso, amano il potere perché consente loro di dominare anziché crescere, di controllare anziché capire, di ottenere rispetto non attraverso il valore ma attraverso la forza. Il potere piace perché offre la possibilità di decidere sugli altri. E decidere sugli altri dà una sensazione immediata di superiorità. Ma è un’illusione. Chi ha davvero spessore umano non sente il bisogno di schiacciare nessuno. Chi è davvero intelligente non gode nel comandare, ma nel costruire. Il potere diventa pericoloso quando finisce nelle mani di chi non lo merita: chi cerca solo vantaggi personali, chi è mosso dall’arroganza, dalla vanità o dal desiderio di controllo. Ecco perché Monduzzi aggiunge una frase fondamentale: “Le persone sane amano la libertà”. Qui sta il cuore dell’aforisma. La libertà è il valore dei vivi, dei maturi, di chi possiede una coscienza. Le persone sane non desiderano dominare, desiderano scegliere. Non cercano di imporre, cercano di esprimersi. La libertà richiede equilibrio, responsabilità, rispetto per gli altri. È una conquista quotidiana, non un privilegio. Chi ama la libertà non ha bisogno di catene per sentirsi forte. Non vive nella paura che qualcuno possa essere diverso, indipendente, autonomo. Anzi, riconosce che la libertà altrui è parte della propria. La libertà è amore per la vita, per la dignità, per la possibilità di essere sé stessi senza soprusi. In un mondo dove spesso il potere viene idolatrato e confuso con il successo, questa riflessione diventa ancora più attuale. Bisognerebbe diffidare di chi desidera comandare a ogni costo, di chi cerca ruoli solo per sentirsi sopra. E bisognerebbe invece dare valore a chi non cerca il potere, ma porta rispetto, ascolto, umanità. Perché alla fine è vero: il potere, quando è brama e non servizio, piace agli stronzi. Ma la libertà, quella autentica, appartiene alle persone sane. Ed è forse la più grande forma di forza che esista.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

War Games – Giochi di guerra, oggi

WarGames – Giochi di guerra, uscito nel 1983, è molto più di un semplice film cult degli anni ’80: è una fotografia sorprendentemente lucida di un mondo che stava cambiando sotto traccia, mentre la maggior parte delle persone non ne era ancora consapevole. La storia è quella di David Lightman, un ragazzo brillante, appassionato di informatica, che per curiosità e talento riesce ad accedere per errore a un sistema militare statunitense. Lui crede di entrare in un archivio di giochi e simulazioni, ma in realtà si ritrova nel cuore digitale della difesa nucleare americana. Quello che sembra uno scherzo, una partita, un gioco appunto, diventa in pochi minuti una minaccia globale: il computer centrale interpreta la simulazione come un attacco reale e inizia a preparare la risposta nucleare, trascinando il mondo sull’orlo della catastrofe. La cosa che rende WarGames così potente ancora oggi è che non era davvero fantascienza. Nel 1983 esistevano già reti militari, sistemi automatizzati, protocolli informatici con falle enormi, e soprattutto esisteva già la possibilità concreta che un errore umano, amplificato dalla macchina, potesse trasformarsi in un evento irreversibile. Il film fu una sorta di anticipazione profetica della cybersecurity moderna, quando ancora il termine “hacker” era sconosciuto al grande pubblico. WarGames mostrò per la prima volta in modo popolare un concetto che oggi è normale come bere un bicchiere d’acqua: la vulnerabilità dei sistemi digitali e il fatto che l’informatica non fosse solo uno strumento innocente, ma anche un potere strategico. La riflessione più inquietante del film non riguarda soltanto l’intrusione di un ragazzo in un server segreto, bensì l’idea che decisioni enormi, come la guerra e la pace, potessero essere delegate a un’intelligenza artificiale capace di calcolare scenari senza comprendere davvero il valore della vita. Il sistema WOPR, progettato per simulare risposte militari e trovare la mossa vincente, incarna la logica spietata dell’automazione: non prova emozioni, non conosce il dubbio, non percepisce l’assurdità della distruzione totale. E proprio questo è il cuore filosofico del film: l’uomo crea macchine sempre più intelligenti, poi rischia di diventare spettatore delle loro decisioni. Oggi, guardando WarGames nel pieno dell’era digitale, sembra quasi un racconto semplice, persino ingenuo rispetto alla complessità attuale, eppure il messaggio è più attuale che mai. Viviamo in un mondo dove infrastrutture critiche sono connesse, dove cyberattacchi colpiscono governi e aziende ogni giorno, dove l’intelligenza artificiale analizza informazioni in tempo reale e dove la guerra non si combatte solo con missili e soldati, ma anche con codici, reti, algoritmi e vulnerabilità. Quello che nel 1983 appariva come un incubo remoto oggi è parte del quotidiano, e la velocità con cui la tecnologia è diventata pervasiva rende la lezione del film ancora più urgente. La frase finale, la più celebre, resta un monito eterno: “l’unica mossa vincente è non giocare”, perché in certi giochi, quelli in cui la posta è il destino del mondo, non esiste davvero una vittoria. WarGames ci ricorda che il progresso tecnologico è straordinario, ma non è neutrale, e che la sicurezza non è mai solo un problema tecnico, bensì una questione umana, morale, politica. Non era solo cinema: era un avvertimento. Non parlava di un futuro lontano, parlava del presente che stava nascendo. E oggi, più che mai, ci accorgiamo che quel futuro è diventato la nostra normalità.

 
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from storieribelli

Frammenti del Museo Pitrè: Tra Penitenza e Miracolo. Giorgio Lotti e il silenzio del sacro nelle bacheche di Palermo.

È passato molto tempo dal mio primo e unico “peccato di gioventù”: un corso di fotografia con Giorgio Lotti. Ritrovare queste diapositive è stata una vera sorpresa; ne avevo quasi dimenticato l’esistenza. Sono due scatti nati durante una visita condivisa al Museo Pitrè di Palermo — frammenti di un rullino che, in seguito, svelerò più ampiamente. Oggi, però, voglio soffermarmi su queste due immagini.

L’estetica del dolore e la materia del tempo

La prima fotografia, in bianco e nero, cattura un momento di quieta devozione dove il sacro si manifesta attraverso oggetti densi di storia. A sinistra, un crocifisso consunto dal tempo testimonia un sacrificio antico, caricatosi nei secoli di innumerevoli preghiere. Accanto, quasi a fare da baricentro alla fede, appaiono gli strumenti della disciplina: corde e cilici, reperti di una spiritualità fatta di privazione e mortificazione della carne. A destra emerge un busto — forse una Madonna o una santa — con il volto levato verso l’alto in un’espressione di serena contemplazione.

Ciò che mi colpisce è l’autenticità viscerale di questi oggetti. Sono reliquie che conservano la patina del tempo e la memoria tattile di chissà quante mani che le hanno sfiorate, di sguardi che le hanno cercate nel momento del bisogno. C’è qualcosa di profondamente umano in questi oggetti logorati: raccontano non solo la storia della religiosità, ma anche quella delle persone comuni che hanno trovato conforto e significato in queste forme di devozione.

Oltre la contemplazione: lo sguardo del rifiuto

Inizialmente, la composizione sembra suggerire un dialogo silenzioso tra il Cristo sofferente e la figura femminile che guarda “oltre”, verso una promessa di redenzione.

Oppure… sì, oppure c’è dell’altro.

Forse quello sguardo rivolto altrove non è contemplazione celeste, ma distoglimento. Quasi un rifiuto. Con il volto girato, la figura sembra voltare le spalle a quegli strumenti di autoflagellazione e sofferenza inflitta in nome della fede. È l’immagine di una sacralità che si sottrae, che nega il proprio sguardo a pratiche così estreme. Troppo spesso, infatti, la religiosità ha confuso la penitenza con la tortura del corpo. È un’immagine che racchiude una tensione teologica profonda: il conflitto tra chi crede che la salvezza passi attraverso la mortificazione della carne e una spiritualità più mite che, forse, riconosce nell’amore e nella compassione un cammino diverso. Quel volto rivolto altrove diventa allora un giudizio silenzioso, una dissociazione eloquente.

Se questa prima immagine scavava nel territorio della penitenza — tra il dolore del corpo e il peso della colpa — la seconda diapositiva si sposta verso la speranza e la gratitudine del “miracolo”. Entrambe, però, sono frammenti di uno stesso discorso: raccontano come la vita e la morte, la salute e la malattia, venissero gestite dal popolo siciliano attraverso un dialogo costante, quasi fisico, con il sacro.

La lezione del maestro: documentare la speranza

In questo secondo scatto, Giorgio Lotti è colto nel vivo del suo magistero, mentre dà indicazioni su come eseguire al meglio una foto di documentazione a un’allieva. Davanti a loro, una collezione di ex-voto anatomici: piccoli arti, cuori e volti in cera o metallo che i fedeli offrivano per implorare una guarigione o ringraziare per una grazia ricevuta.

La postura di Lotti e il suo sguardo attento sembrano interrogare questi oggetti, custodi di storie invisibili. La bacheca emana una luce radente che illumina appena la sua figura, facendola emergere dall’oscurità circostante; un contrasto che enfatizza il mistero profondo di questi reperti. Sono testimonianze silenziose di sofferenze passate, di un conforto cercato nel soprannaturale quando la medicina non bastava o la speranza vacillava.

In questo incontro tra l’occhio del fotografo e la materia votiva, il Museo Pitrè smette di essere un deposito di reliquie e torna a essere uno specchio dell’umano: un luogo dove la tecnica fotografica si piega con rispetto davanti alla fragilità e alla fede di chi ci ha preceduto.

https://paolochirco.altervista.org/fotografia-giorgio-lotti-museo-pitre-palermo/

 
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from Transit

(202)

(G1)

Questo post è anche per me, che non ho mai avuto il coraggio di andarmene.

In Giappone li chiamano johatsu, gli “evaporati”. Persone che un giorno decidono di sparire: abbandonano casa, famiglia, lavoro, e scivolano fuori dal radar sociale come gocce che si dissolvono nel vapore. Nessuna tragedia, nessun delitto: semplicemente, svaniscono. Una sparizione volontaria, quasi estetica. Lì dove altri si reinventano con un taglio di capelli o un corso di yoga, loro optano per la scomparsa assoluta.

In un Paese dove l’onore è una valuta e la vergogna un mutuo a tasso fisso, certi fallimenti sono più pesanti della vita stessa. Non si tratta di scappare: si tratta di sottrarsi. In Giappone c’è addirittura un’industria al servizio di chi vuole dissolversi: agenzie specializzate che ti aiutano a cambiare città, nome e bolletta della luce. Un’arte della fuga legalizzata, discreta e organizzata, che da noi avrebbe già prodotto tre talk show e una fiction su Rai 1.

(G2)

E in Italia? Da noi nessuno evapora. Noi ci sciogliamo lentamente, come zucchero in un caffè tiepido. Scompariamo in coda all’INPS, nella nebbia della burocrazia, nei “le faccio sapere” delle aziende. Qui non servono agenzie specializzate: basta la pubblica amministrazione. In Giappone si dileguano per scelta; in Italia per attesa.

L’italiano medio non fugge, si mimetizza. Cambia avatar, non residenza. Si “evapora” sui social, cancellando post e profili, salvo riapparire il giorno dopo per indignarsi con nuova energia. La nostra sparizione è digitale, non fisica: lasciamo una scia di dati, come briciole di pane per chi volesse ritrovarci. Lì, l’anonimato è una forma di liberazione; qui, una pausa fra due selfie.

Forse gli evaporati giapponesi, nel loro silenzio, sono più sinceri di noi. Hanno il coraggio di dire: “Basta. Sparisco.” Mentre noi continuiamo a dire “vado via da questo Paese” da trent’anni, senza mai chiudere la valigia. Forse perché, in fondo, evaporare è una forma d’arte che richiede disciplina — e noi, da bravi italiani, preferiamo la commedia dell’apparire.

Chi lo sa: magari un giorno anche noi impareremo a scomparire con stile. Per ora, ci accontentiamo di tagliare la connessione Wi‑Fi. È già un inizio.

#Blog #Società #Giappone #Opinioni #World

 
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from lucazanini

[provetecniche]

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from L' Alchimista Digitale

Correva l'anno 1984

C’è qualcosa di disturbante nell’attualità di 1984. Come se quel romanzo, scritto in fretta e furia da un uomo malato e disilluso, avesse trovato nel nostro presente il terreno più fertile. George Orwell non aveva una sfera di cristallo, eppure ha previsto, con una lucidità disarmante, il nostro tempo. Non tanto nei dettagli tecnici – i teleschermi oggi li portiamo in tasca, e li chiamiamo smartphone – ma nello spirito. Nella sottile, vischiosa manipolazione che permea la vita sociale e politica. E che, spesso, non si vede. Perché il miglior controllo è quello che non appare come tale. Quando lessi 1984 la prima volta ero un ragazzo curioso, un po’ inquieto. Mi sembrava un libro estremo, iperbolico. Un incubo distopico utile a stimolare il pensiero critico, certo, ma lontano dalla realtà. Rileggendolo oggi, con anni di esperienza nel mondo digitale e nel sistema dell’informazione, mi rendo conto che Orwell ha fatto molto più di scrivere un romanzo: ha consegnato al mondo una mappa per orientarsi nella nebbia della propaganda. La forza di 1984 non sta solo nella trama – i tre superstati, la guerra infinita, la neolingua, il Ministero dell’Amore – ma nella rappresentazione del potere come manipolazione sistemica della realtà. “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.” È questa frase a tremare ancora oggi nei palazzi del potere, nei social media, nei tg patinati. Ma cos’è oggi la manipolazione? È molto più sottile rispetto al totalitarismo che Orwell descriveva. Non serve più spezzare le ossa, basta confondere le menti. Non si bruciano libri, si annegano i lettori in un mare di contenuti inutili. Non si censura con la forza, si distraggono le coscienze. Un click dopo l’altro, un like dopo l’altro. Eppure, la vera manipolazione non avviene solo dall’alto. Oggi siamo anche noi i piccoli fratelli di noi stessi. Ci autocensuriamo, ci esponiamo, ci mettiamo in vetrina, rinunciando in cambio a quello che un tempo era un diritto: la privacy. La sorveglianza è diventata desiderabile. Il controllo si traveste da comodità. Le nostre emozioni vengono profilate, i nostri gusti analizzati, i nostri desideri anticipati da algoritmi invisibili e spietati. Questo è il Grande Fratello 2.0: non impone, seduce. Ho sempre pensato che Orwell fosse, in fondo, un moralista laico. Un uomo che credeva nella dignità dell’essere umano, ma che non si faceva illusioni. Non era un profeta, era un osservatore impietoso. E, forse per questo, ancora più credibile. Aveva visto i totalitarismi del Novecento, la devastazione delle guerre, la fragilità delle democrazie. E ci ha lasciato un monito: attenzione, tutto può essere piegato. Anche la verità. Nel mio piccolo, vivendo in un’epoca di fake news, di bolle digitali, di manipolazione emotiva permanente, sento il bisogno di ribadire un principio semplice: la realtà non può essere delegata agli algoritmi. La verità, se esiste, va cercata con fatica. Nessun sistema ci renderà più liberi se non coltiviamo la nostra capacità di dubitare. Di osservare. Di disobbedire, quando serve. Oggi 1984 è più che un libro. È una chiave per decifrare la modernità. Lo si trova in classifica da anni, nelle biblioteche scolastiche e nei carrelli digitali degli store online. Ma temo che spesso lo si legga senza comprenderne la carica eversiva. 1984 non è un testo da studiare, è un’arma da usare. Un libro da tenere accanto come una bussola morale, una cartina tornasole del potere e delle sue ombre. Se mi chiedessero quale sia il punto più inquietante del romanzo, non direi la tortura, né la guerra, né la sorveglianza. Direi la riscrittura della memoria. L’idea che si possa cancellare ciò che è stato. Che si possa convincere qualcuno che due più due fa cinque, se solo si esercita abbastanza pressione. Questo è il vero crimine: togliere agli individui la possibilità di pensare da sé. E allora, ogni tanto, provo a chiedermi: quanto siamo già dentro quel mondo? Quanto tempo manca perché anche l’ultimo spazio di dissenso venga sterilizzato? Ma, soprattutto: siamo ancora in grado di riconoscere la verità quando la incontriamo? Orwell è morto nel 1950. Ma la sua voce, ironica, dura, tagliente, risuona più viva che mai. Sta a noi decidere se ascoltarla davvero, o archiviarla come l’ennesima “lettura consigliata”. Ma, ricordiamolo: il potere non è un mezzo, è un fine. Il potere è di infliggere dolore e umiliazione. Il potere è nel far a pezzi lo spirito umano e poi ricomporlo nella forma che si vuole. Leggere 1984 oggi non è un esercizio letterario. È un atto di resistenza. Personalmente, 1984 ha smesso da tempo di essere “solo un romanzo”. È diventato un filtro attraverso cui guardo ciò che accade attorno a me. È il pensiero che mi scatta quando vedo certe campagne mediatiche costruite ad arte, quando sento parole svuotate del loro significato, quando la verità si riduce a un’opinione con più like delle altre. Mi ha insegnato a non accettare nulla per scontato, nemmeno me stesso. Scrivendo questo articolo, ho avvertito un senso di urgenza. Non perché tema che il Grande Fratello stia arrivando. Ma perché temo che ci stia piacendo troppo. E questa, forse, è la più grande vittoria dell’inganno: farci credere di essere liberi mentre stiamo stringendo da soli le catene. George Orwell mi ha insegnato a dubitare con dignità. A pensare con la mia testa. A vedere la manipolazione anche dove si traveste da buone intenzioni. E mi ha ricordato, sempre, che l’unico vero atto rivoluzionario resta questo: dire la verità. Anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.

 
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from La biblioteca di Amarganta

A come ... Atreiu (con la I)

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera A, creatore Antonio Basioli

Atreiu si scrive con la I.

Non lo dico per questioni politiche, ma perché è così che l'edizione italiana del libro lo riporta. Non è cosa conosciuta ai più il fatto che durante la scrittura del romanzo Michael Ende e sua moglie Ingeborg vivessero in Italia, a Genzano vicino a Roma. L'autore ebbe infatti occasione di lavorare a stretto contatto con la traduttrice italiana Amina Pandolfi, superviosandone il lavoro e curando la resa italiana dei nomi. In questo blog il nome di Atreiu sarà sempre scritto all'italiana, in modo da rendere omaggio e essere rispettoso del lavoro di Ende e Pandolfi e della loro cura messa nella resa italiana dell'intera opera.

Un nome solo, tante scritture

La resa più famosa del nome (Atreyu), anche in Italia – ma attualmente più per motivi politici che per altro – non è quella originale tedesca, ed è molto probabile che sia stata resa nota dal film del 1984. Nell'edizione tedesca il nome del giovane guerriero è scritto infatti Atréju, mentre in quella francese Atreju. In ogni caso la pronuncia di ognuna di queste versioni risulta simile.

Mi piace pensare che tutte queste siano semplicemente la trascrizione nelle varie lingue di un nome “straniero”. Un nome non terrestre ma fantasiano ... o (per la precisione) di un nome in lingua Pelleverde!

Chi è Atreiu, nel libro?

Nel film, Atreiu è il rappresentate del suo popolo (chiamato nel film semplicemente cacciatori del bufalo purpureo) ed è presente nel momento in cui il medico dell'imperatrice Cairone lo indica come la persona destinata a trovare una cura per l'Infanta Imperatrice.

Nel libro, le cose avvengono diversamente. È invece Cairone (per Ende un centauro zebrato di colore) a doversi prima recare da presso il popolo Pelleverde per trovare Atreiu e potergli consegnare AURYN iniziandolo alla “Grande Ricerca”. Come nel film, anche nel libro Cairone rimane sorpreso dalla giovane età di Atreiu, ma in quest'occasione vengono dati altri dettagli sul personaggio che nel film sono stati omessi o (leggermente alterati).

Il primo dettaglio (e forse più importante) è il significato del nome in lingua pelleverde: Il figlio di tutti. Atreiu non ha genitori o parenti in senso comune. Non ha un cognome come gli hobbit oppure un patronimico come Aragon o Legolas. Rimasto orfano prima di avere un nome, tutta la tribù è stata la sua famiglia! Potremmo definirlo, in termini moderni, come il figlio di una famiglia allargata.

Ma c'è un altro elemento importante in questo. Ende compie consciamente una mossa in aperto contrasto con il topos della mitologia – lo stesso che lui aveva utilizzato con il personaggio di Jim Bottone. Solitamente l'eroe orfano tradizionale (Harry Potter, Mosè, Superman ...) scopre sempre di essere legato a una stirpe nascosta: la sua redenzione passa sempre attraverso la scoperta del suo lignaggio.

Atreiu, invece, non ha alcuna stirpe da scoprire. La sua identità si trova in quella che già possiede, nell'essere il figlio di tutta una comunità. Il Figlio di tutti. Non è un eroe che scopre di essere speciale perché viene da qualcuno di importante, ma uno che agisce perché responsabile verso la comunità che lo ha cresciuto.

Il secondo dettaglio assente dal film è il perché della sua giovane età. Oltre a essere una specie di alter-ego in cui Bastiano possa immedesimarsi, il libro specifica che per la sua tribù Atreiu è ancora un bambino. Non ha ancora ucciso neanche un bufalo purpureo, rito di passaggio della cultura Pelleverde. Non è ancora un cacciatore, un adulto. Nel film invece, quando Cairone non crede che sia lui il prescelto indicato dall'imperatrice, Atreiu invece risponde con sicurezza “Torno più che volentieri a cacciare il bufalo purpureo”, suggerendo quindi un'esperienza che ancora non ha.

E proprio questa sua innocenza di sangue lo rende la persona più adatta a portare AURYN e farsi carico della responsabilità più grande: la neutralità assoluta. Durante il viaggio Atreiu non dovrà giudicare chi incontrerà nel suo viaggio e o intervenire nelle loro vicende. Come dice Cairone con disarmente chiarezza:

Tutto deve essere uguale per te, il Bene e il Male, il Bello e il Brutto, la Stupidità e la Saggezza

Ancora una volta, Ende rovescia l'aspettativa. Atreiu non è scelto perché è un iniziato, non è scelto perché è forte o perché cela dentro di sé un potere segreto. Ma perché è ancora innocente! La sua missione non comprende il portare giustizia o ingiustizia, bensì l'astenersi dal farlo.

Atreiu è un eroe vulnerabile, non solo per l'età. Nel romanzo, Atreiu parte fisicamente esposto. Non ha altro che pantaloni e un mantello di pelle, ma parte per la sua ricerca a torso nudo e senza le sue armi (arco e frecce). E non solo! È un eroe che alla fine si scopre condannato al fallimento fin dall'inizio: nel corso della sua avventura non solo perderà per sempre (a differenza del film) il fedele cavallo Artax, ma sarà avvelenato dalla mostruosa Ygramul e alla fine realizzerà di non poter materialmente compiere la sua missione perché (SPOILER) solo facendosi fagocitare e corrompere dal Nulla i fantasiani possono raggiungere la Terra (il “mondo di fuori”), ma a costo della loro identità.

Atreiu e Bastiano: due facce della stessa medaglia

L'innocenza di Atreyu lo rende idoneo alla sua missione, ma lo condanna. In modi diversi questa sarà la stessa cosa che si vedrà successivamente con Bastiano, quando questi entrerà in Fantasìa e come Atreiu rischierà di perdere sé stesso nella sua avventura, proprio per via della sua innocenza di bambino.

Atreiu e Bastiano (forse non a caso i loro nomi iniziano con le prime due lettere dell'alfabeto) sono due facce della stessa medaglia, complementari come i serpenti di AURYN! Non è un caso se nella Porta dello Specchio, il Vero Io riflesso di Atreiu sia proprio Bastiano. I due sono speculari: Atreiu ha tutte le qualità (anche idealizzate) che Bastiano non sente di possedere: non solo il coraggio e un corpo magro e atletico, ma anche una grande famiglia che lo ama. Se Atreiu è letteralmente figlio di tutti, mentre dopo la morte della madre e il deteriorarsi del rapporto con il padre Bastiano si sente figlio di nessuno. Ma dove uno (proprio Atreiu, l'eroe del mondo fantastico) non può varcare i confini fra i due mondi e risanarli l'altro può, e non solo una ma due volte!

Ma (come dice lo stesso Ende) questa è un'altra storia e si dovrà raccontare un'altra volta.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Latitante di ‘ndrangheta arrestato in una operazione congiunta da Carabinieri, la Polizia Cantonale di Zurigo e la Polizia federale elvetica

La Polizia Cantonale di Zurigo in collaborazione con la Polizia Federale elvetica, su indicazione del Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri (ROS), ha arrestato il latitante Bruno Vitale, considerato appartenente alla cosca di ndrangheta Gallace di Guardavalle (Catanzaro).

L’attività si inserisce nell’ambito dell’indagine “Ostro-Amaranto” dei Carabinieri del ROS, attraverso la quale è stata ricostruita, a livello di gravità indiziaria, l’operatività della locale di ‘ndrangheta di Guardavalle, attiva nel Soveratese e con ramificazione nel Centro-Nord Italia.

L’indagine, conclusa a gennaio dello scorso anno, ha visto l’esecuzione di misura cautelare emessa dal GIP del Tribunale di Catanzaro, su richiesta della locale DDA (Direzione Distrettuale Antimafia), nei confronti di 44 persone ritenute responsabili di associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione di tipo mafioso, voto di scambio politico mafioso, procurata inosservanza di pena, tentata estorsione, trasferimento fraudolento di valori, detenzione, porto in luogo pubblico e traffico, pure internazionale, di armi, anche da guerra, nonché di materiale esplodente, aggravati dal metodo mafioso.

La cattura del latitante costituisce il culmine di un’ attività di ricerca posta in essere dai Carabinieri del ROS. Sotto la direzione e il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, con il supporto dell’Unità I-CAN (Interpol Cooperation Against Ndrangheta) e in stretta collaborazione con i Reparti Investigativi della Polizia Federale Svizzera, nonché con quelli della Polizia Cantonale di Svitto e di Zurigo diretti e coordinati dall’Ufficio Federale di Giustizia Svizzero e Ministero Pubblico della Confederazione Elvetica, mediante attività tecniche e servizi di osservazione e pedinamento, anche transfrontaliero, si è localizzato il ricercato all’interno di un’abitazione di Wetzikon, cittadina del cantone di Zurigo.

Vitale è stato momentaneamente ristretto presso un carcere elvetico in attesa di essere estradato in Italia, dovrà rispondere non solo delle accuse di partecipazione all’associazione mafiosa e possesso di armi contestategli nell’operazione “Ostro-Amaranto”, ma anche di reati concernenti il traffico internazionale di sostanze stupefacenti contestategli con la misura cautelare dell’operazione “Kleopatra” a cui era sfuggito lo scorso maggio.

#carabinieri #armadeicarabinieri #ros #ICAN #ndrangheta #PoliziaCantonaleZurigo #Polizia federale elvetica #latitante

 
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from Transit

(201)

(GM1)

Facciamo il punto sul lavoro del Governo Meloni. Tanto per essere chiari.

Il governo #Meloni aveva promesso la rivoluzione, si è presentato con lo slogan “Pronti a risollevare l’Italia” e per ora ha risollevato soprattutto le aspettative tradite. In campagna elettorale si parlava di “taglio delle tasse”, “riduzione della pressione fiscale”, flat tax estesa alle partite IVA fino a 100 mila euro e progressiva eliminazione dell’Irap, il tutto condito dal ritornello sulle famiglie schiacciate dal fisco. A distanza di anni, i numeri raccontano una storia lievemente diversa dalle conferenze stampa: la pressione fiscale è cresciuta, toccando il 42,5 per cento nel 2024, e le tanto sbandierate rivoluzioni fiscali sono rimaste un genere letterario.

La leggendaria flat tax “per tutti” non si è vista, se non in forma di annunci evaporati tra un vertice di maggioranza e una nota del #MEF. L’estensione promessa alle partite IVA fino a 100 mila euro è stata rinviata, limata, poi discretamente accantonata nelle ultime manovre, mentre ci si è dedicati a piccoli ritocchi spacciati per “svolta epocale”. Nel frattempo il grande riordino delle detrazioni ha prodotto un aumento di gettito a regime, con tagli che colpiscono anche famiglie e contribuenti medio‑alti: altro che liberazione fiscale, sembra più una stretta travestita da riforma coraggiosa.

Capitolo carburanti, ovvero l’epica saga delle accise. Dall’opposizione Meloni e soci ripetevano che le accise sui carburanti andavano progressivamente abolite, come se bastasse un cambio di governo perché il pieno costasse magicamente la metà. Una volta arrivati a Palazzo Chigi, improvvisamente si è scoperto che il bilancio dello Stato non si regge sugli slogan: il piano strutturale concordato con Bruxelles prevede un graduale aumento delle accise sul gasolio per allinearle alla benzina, mentre si procede a un robusto disboscamento delle detrazioni fiscali per circa 7 miliardi l’anno. Il risultato è che chi faceva il pieno sognando “meno tasse” oggi paga di più e ha pure meno margini di detrazione, ma può sempre consolarsi con un post su X in cui gli spiegano che la colpa è dell’Europa, del passato, del destino cinico e baro, mai delle scelte del governo.

(GM2)

Sul fronte sociale, il racconto era quello della difesa del ceto medio e della “dignità del lavoro”, con promesse di rilancio dello Stato sociale e di un grande investimento nella sanità pubblica. Peccato che, nella realtà, l’Italia nel 2024 destini alla sanità circa il 6,3 per cento del PIL, sotto la media OCSE ed europea, mentre i cittadini fanno la fila mesi per una visita o scivolano nel privato a pagamento. Il governo rivendica “record di risorse” stanziate, ma si dimentica di aggiungere che l’aumento nominale serve in gran parte solo a inseguire l’inflazione, lasciando il servizio sanitario in cronico affanno e sempre più lontano dalla retorica della “sanità per tutti”.

Se si allarga lo sguardo all’insieme del programma del centrodestra, il quadro diventa quasi didattico. Un’analisi su cento impegni chiave mostra che solo poco più di una ventina possono dirsi compiutamente realizzati, mentre il resto è in sospeso, annacquato o francamente tradito.

In teoria doveva essere la stagione della riscossa nazionale; in pratica è diventata la stagione del “non abbiamo potuto”, “ci hanno impedito”, “non è colpa nostra”, mentre le famiglie fanno i conti con tasse non più leggere, servizi non più efficienti e un futuro che assomiglia terribilmente al passato.

Le promesse mancate del governo Meloni non sono incidenti: sono il vero progetto politico, dove la propaganda viene mantenuta con rigore assoluto e la realtà può tranquillamente arrangiarsi.

#Blog #Politica #Economia #Italia #GovernoMeloni #Opinioni

 
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