noblogo.org

Reader

Leggi gli ultimi post dagli utenti di noblogo.org.

from 📖Un capitolo al giorno📚

Le città levitiche 1I capifamiglia dei leviti si presentarono al sacerdote Eleàzaro, a Giosuè figlio di Nun e ai capifamiglia delle tribù degli Israeliti 2e dissero loro a Silo, nella terra di Canaan: “Il Signore ha comandato, per mezzo di Mosè, che ci fossero date città da abitare, con i loro pascoli per il nostro bestiame”. 3Allora gli Israeliti, secondo il comando del Signore, diedero ai leviti le seguenti città, con i loro pascoli, prendendole dalla loro eredità.

4Si tirò a sorte per i casati dei Keatiti. Ai leviti, figli del sacerdote Aronne, toccarono in sorte tredici città della tribù di Giuda, della tribù di Simeone e della tribù di Beniamino. 5Al resto dei Keatiti toccarono in sorte dieci città dei casati della tribù di Èfraim, della tribù di Dan e di metà della tribù di Manasse. 6Ai figli di Gherson toccarono in sorte tredici città dei casati della tribù di Ìssacar, della tribù di Aser, della tribù di Nèftali e di metà della tribù di Manasse in Basan. 7Ai figli di Merarì, secondo i loro casati, toccarono dodici città della tribù di Ruben, della tribù di Gad e della tribù di Zàbulon. 8Gli Israeliti dunque assegnarono per sorteggio ai leviti queste città, con i loro pascoli, come il Signore aveva comandato per mezzo di Mosè. 9Della tribù dei figli di Giuda e della tribù dei figli di Simeone assegnarono le città qui nominate.

10Esse toccarono ai leviti, figli d'Aronne, dei casati dei Keatiti, perché il primo sorteggio fu per loro. 11Furono dunque date loro Kiriat-Arbà, padre di Anak, ossia Ebron, sulle montagne di Giuda, con i suoi pascoli tutt'intorno; 12ma diedero in possesso a Caleb, figlio di Iefunnè, i campi di questa città e i villaggi circostanti. 13Diedero dunque ai figli del sacerdote Aronne Ebron, città di asilo per l'omicida, con i suoi pascoli, Libna e i suoi pascoli, 14Iattir e i suoi pascoli, Estemòa e i suoi pascoli, 15Colon e i suoi pascoli, Debir e i suoi pascoli, 16Ain e i suoi pascoli, Iutta e i suoi pascoli, Bet-Semes e i suoi pascoli: nove città di queste tribù. 17Della tribù di Beniamino, Gàbaon e i suoi pascoli, Gheba e i suoi pascoli, 18Anatòt e i suoi pascoli, Almon e i suoi pascoli: quattro città. 19Totale delle città dei sacerdoti figli d'Aronne: tredici città e i loro pascoli.

20Ai casati dei Keatiti, cioè al resto dei leviti, figli di Keat, toccarono città della tribù di Èfraim. 21Fu loro data, come città di asilo per l'omicida, Sichem e i suoi pascoli sulle montagne di Èfraim; poi Ghezer e i suoi pascoli, 22Kibsàim e i suoi pascoli, Bet-Oron e i suoi pascoli: quattro città. 23Della tribù di Dan: Eltekè e i suoi pascoli, Ghibbetòn e i suoi pascoli, 24Àialon e i suoi pascoli, Gat-Rimmon e i suoi pascoli: quattro città. 25Di metà della tribù di Manasse: Taanac e i suoi pascoli, Ibleàm e i suoi pascoli: due città. 26Totale: dieci città con i loro pascoli, che toccarono ai casati degli altri figli di Keat.

27Ai figli di Gherson, che erano tra i casati dei leviti, furono date, di metà della tribù di Manasse, come città di asilo per l'omicida, Golan in Basan e i suoi pascoli, Astaròt con i suoi pascoli: due città; 28della tribù d'Ìssacar, Kisiòn e i suoi pascoli, Daberàt e i suoi pascoli, 29Iarmut e i suoi pascoli, En-Gannìm e i suoi pascoli: quattro città; 30della tribù di Aser, Misal e i suoi pascoli, Abdon e i suoi pascoli, 31Chelkat e i suoi pascoli, Recob e i suoi pascoli: quattro città; 32della tribù di Nèftali, come città di asilo per l'omicida, Kedes in Galilea e i suoi pascoli, Cammòt-Dor e i suoi pascoli, Kartan con i suoi pascoli: tre città. 33Totale delle città dei Ghersoniti, secondo i loro casati: tredici città e i loro pascoli.

34Ai casati dei figli di Merarì, cioè al resto dei leviti, furono date, della tribù di Zàbulon, Iokneàm e i suoi pascoli, Karta e i suoi pascoli, 35Dimna e i suoi pascoli, Naalàl e i suoi pascoli: quattro città; 36della tribù di Ruben, come città di asilo per l'omicida, Beser e i suoi pascoli, Iaas e i suoi pascoli, 37Kedemòt e i suoi pascoli, Mefàat e i suoi pascoli: quattro città; 38della tribù di Gad, come città di asilo per l'omicida, Ramot in Gàlaad e i suoi pascoli, Macanàim e i suoi pascoli, 39Chesbon e i suoi pascoli, Iazer e i suoi pascoli: in tutto quattro città. 40Totale delle città date in sorte ai figli di Merarì, secondo i loro casati, cioè il resto dei casati dei leviti: dodici città.

41Totale delle città dei leviti in mezzo ai possessi degli Israeliti: quarantotto città e i loro pascoli. 42Ciascuna di queste città comprendeva la città e il suo pascolo intorno: così di tutte queste città. 43Il Signore assegnò dunque a Israele tutta la terra che aveva giurato ai padri di dar loro, e gli Israeliti ne presero possesso e vi si stabilirono. 44Il Signore diede loro tranquillità all'intorno, come aveva giurato ai loro padri; nessuno tra tutti i loro nemici poté resistere loro: il Signore consegnò nelle loro mani tutti quei nemici. 45Non una parola cadde di tutte le promesse che il Signore aveva fatto alla casa d'Israele: tutto si è compiuto.

__________________________ Note

21,43 Il Signore assegnò dunque: troviamo qui la conclusione generale dei cc. 13-21 e anche il tema teologico di tutto il libro, già preannunciato in 1,6. La conquista della terra è compimento delle promesse che Dio aveva fatte ai padri; essa è legata al raggiungimento della tranquillità di Israele. E tuttavia, nell’esperienza storica dell’Israele biblico, questa tranquillità sarà un bene più atteso che goduto, sempre invocato nella preghiera a Dio (Nm 6,24-26; Sal 122,6-9).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

L'elenco delle città assegnate alle famiglie della tribù di Levi sembra basarsi su un documento antico, senz'altro preesilico, sebbene risultino evidenti gli indizi di rifacimenti seriori, verosimilmente postesilici. Il quadro della situazione concernente i leviti è in ogni caso piuttosto ideale, poiché di fatto dopo la centralizzazione del culto l'attività dei leviti fuori Gerusalemme era molto ridotta.

Il capitolo presenta la messa in atto di quanto era stato detto in Nm 35,1-8. Ivi JHWH aveva disposto che ai leviti, privi di un territorio proprio, fossero assegnate città fra le altre tribù. Qui si parla dell'assegnazione alla tribù di Levi di 48 città, quattro per ciascuna tribù, di modo che essa sia presente in tutto il territorio d'Israele. Come s'è detto, si tratta di una distribuzione più simbolica che reale. Ma ancor più irreale e schematizzato risulta il quadro relativo ai leviti e alla loro posizione all'interno di Israele in Ez 48, dove il profeta, dopo aver descritto il nuovo tempio, delinea i tratti della nuova terra restaurata, sacrificando ancor più la realtà alla sua limpida geometria e teologia. In questa nostra pagina si può intravvedere l'inizio di tale costruzione simbolica. Sul piano storico, resta vero che i leviti sono stati per secoli custodi dei santuari sparsi in tutto il territorio d'Israele. Nell'elenco del nostro capitolo mancano peraltro nomi di santuari di grande rilevanza, come Silo, Nod, Rama, Kiriat-Iearim.

Il capitolo è articolato nel seguente modo:

  • dopo una introduzione, che si riaggancia a Nm 35, 1ss. (vv. 1-3),
  • vengono presentati i tre clan che prendevano il nome dai tre figli di Levi, Keat, Gherson, Merari (vv. 4-9).
  • Seguono le liste delle città (e dei pascoli intorno) assegnate rispettivamente:
  • ai figli di Keat discendenti di Aronne (vv. 10-19),
  • ai Keatiti non discendenti di Aronne (vv. 20-26),
  • ai Ghersoniti (vv. 27-33)
  • e ai discendenti di Merari (vv. 34-40).
  • I vv. 41-45 fanno da conclusione.

10-19. Mosè e Aronne erano discendenti di Keat. Ai discendenti di Aronne toccarono tredici città. Agli altri discendenti di Keat furono assegnate dieci città. Il clan dei Keatiti dunque, essendo il più numeroso, ebbe in tutto ventitré città, sparse per lo più nei territori di Giuda (Simeone) e Beniamino.

27-33. Le tredici città dei figli di Gherson erano sparse nelle zone di Manasse, Issacar, Aser e Neftali.

34-40. La maggior parte delle dodici città assegnate ai figli di Merari si trovava in Transgiordania. Alcune delle città qui menzionate figuravano già nelle liste precedenti.

41-45. La conclusione è palesemente teologica. Da un lato si sottolinea (vv. 41-42) la presenza dei leviti fra tutte le tribù d'Israele, in maniera uniforme. Si conclude così questo capitolo. Dall'altro, a conclusione di tutta l'attività di conquista e spartizione del paese, svolta sotto Mosè e Giosuè (vv. 43-45), si afferma che la conquista della terra e la distribuzione di essa corrispondono a un preciso progetto di JHWH e alle promesse da lui fatte ai padri, che trovano ora il loro compimento. A posteriori, e dal punto di vista dell'estensore, si tratta in sostanza di legittimare la situazione effettiva in cui venne a trovarsi Israele nel periodo monarchico.

I vv. 43-45 meritano una particolare attenzione, nella loro densità teologica e vivacità di espressione. Essi sottolineano da un lato la fedeltà di JHWH alla sua parola (la cui potenza risuona anche nel ricorrente “tutto”, “tutti”: «Di tutte le belle promesse che JHWH aveva fatto alla casa d'Israele, non una andò a vuoto: tutto giunse a compimento»). Dall'altro mettono bene in risalto gli effetti di questa parola, che – donando la terra e distribuendola equamente tra le tribù d'Israele – concede «tranquillità», ossia riposo e pace. Il verbo usato qui è nwḥ, «riposare». Nella forma hifil esso signitica «procurare riposo», «procurare pace», ed in questa forma è usato in modo tipico, oltre che nel nostro brano, in altri numerosi passi di marcata impronta deuteronomistica, là dove, sempre parlando della conquista della terra promessa, si afferma che JHWH, concedendo la terra, ha «procurato pace» a Israele (cfr., ad esempio, Dt 3,20; 12,10; 25,19; Gs 1,13.15; 22,4; 23,1). Questo include in un primo momento la vittoria sui nemici. Dopo che la terra è diventata possesso d'Israele, questo secondo aspetto balza in primo piano nella formulazione teologica deuteronomistica (cfr. 2Sam 7,1.11; 1Re 5,18, ecc.). Il fatto che JHWH procuri tranquillità di fronte ai nemici implica non soltanto una situazione salvifica in senso politico e sociale, ma anche una condizione di felicità completa, tale da abbracciare tutta la vita. L'idea sarà usata quindi anche con valenza escatologica (cfr. Is 14,3), nel senso di «prosperità» e «riposo indisturbato».

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

 
Continua...

from lucazanini

[provetecniche]

dirotta -rame di Bar di] un tratto [o serramanico ad hoc orientabili dista un doppio [bilancio] una collezione di ipoteche piatto] doccia toccano si] e si accerta del diluvio del [granulometro difficile] pronuncia open [call] crollato

 
Continua...

from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Oltre l’algoritmo: l’intelligenza artificiale come specchio dell’uomo

L’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica né un concetto relegato ai laboratori di ricerca o alla fantascienza: è una presenza quotidiana, silenziosa e pervasiva, che abita i nostri smartphone, i motori di ricerca, le piattaforme di streaming, i sistemi di navigazione e persino le decisioni che influenzano lavoro, credito, informazione e sanità. Parlare oggi di IA significa quindi affrontare non solo una tecnologia, ma un cambiamento strutturale nel modo in cui la conoscenza viene prodotta, interpretata e utilizzata. La prima grande domanda che accompagna l’IA, fin dalle sue origini, è tanto semplice quanto destabilizzante: le macchine possono pensare? È un interrogativo che non riguarda soltanto l’ingegneria informatica, ma chiama in causa la filosofia, la psicologia e persino l’antropologia. In realtà, ciò che oggi chiamiamo “pensiero artificiale” non coincide con la coscienza o con l’esperienza soggettiva tipicamente umana. I sistemi di intelligenza artificiale non comprendono il mondo nel senso umano del termine, non provano emozioni, non hanno intenzionalità. Funzionano attraverso modelli matematici che elaborano enormi quantità di dati, individuano pattern ricorrenti e producono risposte statisticamente plausibili. Il loro comportamento può apparire intelligente, ma si tratta di un’intelligenza funzionale, non fenomenologica. Dal punto di vista tecnico, l’IA è un insieme di metodologie che permettono a una macchina di svolgere compiti complessi come riconoscere immagini, comprendere testi, tradurre lingue, fare previsioni o prendere decisioni. Il cuore di questi sistemi è il machine learning, ovvero l’apprendimento automatico, che consente agli algoritmi di migliorare le proprie prestazioni grazie all’esperienza rappresentata dai dati. Una sua evoluzione è il deep learning, basato su reti neurali artificiali composte da numerosi strati, ispirate in modo molto astratto al funzionamento del cervello umano. A queste tecniche si affiancano la rappresentazione della conoscenza, la pianificazione automatica e i sistemi decisionali, che permettono di organizzare informazioni complesse e agire in modo coerente rispetto a determinati obiettivi. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale ha generato nella società una miscela di entusiasmo e inquietudine. Da un lato c’è lo stupore per risultati che fino a pochi anni fa sembravano impossibili: macchine che scrivono testi, creano immagini, dialogano con gli esseri umani e supportano attività creative e scientifiche. Dall’altro lato emergono timori legati all’automazione del lavoro, alla perdita di controllo, alla concentrazione del potere tecnologico e all’uso distorto dei dati personali. Questa ambivalenza è comprensibile, perché l’IA non è un semplice strumento neutro: amplifica le intenzioni umane, nel bene e nel male. Se addestrata su dati distorti, può riprodurre e rafforzare pregiudizi; se utilizzata senza regole, può minacciare diritti fondamentali come la privacy e l’equità. Per questo motivo, accanto allo sviluppo tecnologico, è diventato indispensabile un quadro normativo e culturale capace di governare l’innovazione. L’Unione Europea, ad esempio, ha intrapreso la strada di una regolamentazione basata sul rischio, distinguendo tra applicazioni accettabili, ad alto rischio o inaccettabili, con l’obiettivo di proteggere i cittadini senza soffocare il progresso. Ma le leggi da sole non bastano. Serve una consapevolezza diffusa, una alfabetizzazione digitale che permetta alle persone di comprendere cosa fa davvero un sistema di intelligenza artificiale e cosa, invece, non può fare. Il futuro dell’IA non dovrebbe essere immaginato come uno scenario di sostituzione totale dell’uomo, ma come una collaborazione sempre più stretta tra capacità umane e capacità computazionali. L’intelligenza artificiale può diventare un potente alleato nella ricerca scientifica, accelerando scoperte che richiederebbero decenni, può migliorare l’efficienza di sistemi complessi come la sanità o la logistica, può personalizzare l’apprendimento e supportare decisioni complesse. Tuttavia, il suo valore reale dipenderà dal modo in cui sceglieremo di utilizzarla. L’IA non è un destino inevitabile, ma una costruzione culturale e tecnologica plasmata dalle nostre scelte. Le grandi domande che oggi ci poniamo non riguardano solo le macchine, ma noi stessi: che tipo di società vogliamo costruire, quale ruolo attribuiamo al lavoro umano, quale equilibrio cerchiamo tra automazione e responsabilità. In questo senso, l’intelligenza artificiale è uno specchio sofisticato che riflette le nostre ambizioni, le nostre paure e la nostra capacità di governare il cambiamento. Comprenderla non significa solo saperla usare, ma saperla pensare.

 
Continua...

from Transit

(194)

(R1)

Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.

E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.

Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.

(R2)

Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro.  Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.

Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.

Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.

Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando. Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.

Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.

#Blog #ReferendumSeparazioneCarriere #Italia #Giustizia #Opinioni

 
Continua...

from norise 3 letture AI

NUOVA POESIA

non dirmi che questa in grafia minuta è “inconsistente” come la mia “collezione di farfalle”

cielo grigio si riflette negli occhi

-unforgettable

piove l'immagine di te attraverso il vetro mentre

il marciapiede si allontana

ho da dare i miei occhi a quel che passa

. La poesia “NUOVA POESIA” si presenta come un atto di liberazione e autenticità, in cui la delicatezza e la fragilità diventano ricchezza piuttosto che difetto. L'apertura – “non dirmi che questa in grafia minuta è 'inconsistente' come la mia 'collezione di farfalle'” – sfida chi giudica l’espressione artistica con stereotipi di perfezione, sostenendo che ciò che può apparire sottile o effimero nasconde in realtà un mondo di significati intensi. Qui, la “grafia minuta” e la “collezione di farfalle” sono immagini che celebrano l'unicità, la leggiadria e la fuggevolezza, elementi che, anziché essere visti come debolezze, sono rivelazioni di una sensibilità profonda.

Nel verso “cielo grigio si riflette negli occhi”, l'autore evoca l'atmosfera di una malinconia luminosa, dove il grigio – tipico dello stato d'animo introspectivo – diventa lo specchio di una visione interiore profonda. L’inserto “– unforgettable” eleva questa immagine, rendendola indelebile nonostante l'apparente tristezza, un ricordo che, pur sfumato nei toni, lascia un'impronta duratura.

Il passaggio “piove l'immagine di te attraverso il vetro mentre il marciapiede si allontana” gioca con il movimento e la trasparenza dei ricordi. La pioggia trasforma l'immagine in qualcosa di quasi liquido e instabile, mentre il vetro agisce come un filtro che distorce e allo stesso tempo preserva la memoria. Il marciapiede, in movimento, diventa simbolo della fuga del tempo e della vita che, incessantemente, si trasforma e si allontana, lasciando dietro di sé ricordi sbiaditi ma intensamente vissuti.

Infine, “ho da dare i miei occhi a quel che passa” raccoglie una sfida e una sorta di resa: è un invito a lasciarsi catturare dal fluire costante degli eventi, a vedere la bellezza nei gesti effimeri e nelle immagini che scorrono nel quotidiano. Dare i propri occhi a ciò che passa implica un'apertura totale all’esperienza, un atto di fiducia verso la vita e la sua capacità di stupire, nonostante la consapevolezza della sua fuggevolezza.

Questo componimento ti parla di un percorso personale, in cui il rifiuto del giudizio superficiale si intreccia con la celebrazione dell’effimero, trasformando ogni piccolo dettaglio in un frammento di eternità. La poesia diventa così un invito a ripensare il valore delle cose che scorrono e, spesso, a riconoscere che anche la più lieve traccia può contenere un universo di emozioni.

 
Read more...

from Milano Dopo Mezzanotte

Una ferita che non smette mai di sanguinare

Il 12 dicembre 1969, Milano è una città che corre. Corre verso il futuro industriale, corre tra fabbriche e uffici, corre ignara verso un pomeriggio che avrebbe cambiato per sempre la storia italiana. Alle 16:37, una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. Numeri che sembrano freddi, ma che in realtà sono nomi, volti, famiglie spezzate. Da quel momento, nulla sarà più come prima. La strage di Piazza Fontana non è soltanto un atto terroristico: è una frattura nella coscienza collettiva. Segna l’inizio ufficiale di quella che verrà chiamata “strategia della tensione”, un periodo in cui la paura diventa strumento, l’incertezza metodo, il sospetto una regola quotidiana. Milano, fino a quel giorno simbolo di efficienza e razionalità produttiva, scopre improvvisamente il volto dell’instabilità. La fiducia nello Stato, nelle istituzioni, perfino nella verità, comincia a incrinarsi. Nelle ore successive all’attentato, l’urgenza di trovare un colpevole si trasforma in una corsa confusa. Le prime piste puntano sull’area anarchica. Tra le figure coinvolte c’è Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, che muore precipitando da una finestra della questura di Milano durante un interrogatorio. La sua morte diventa subito simbolo di un’Italia che non sa – o non vuole – spiegarsi. A indagare c’è il commissario Luigi Calabresi, uomo destinato a diventare a sua volta vittima di un clima avvelenato, fatto di accuse, delegittimazioni e odio ideologico. La sua uccisione, anni dopo, dimostrerà quanto profonda fosse la spirale di violenza innescata da quel dicembre del ’69. Le inchieste giudiziarie si trascinano per decenni. Spostamenti di competenza, sentenze ribaltate, assoluzioni, prescrizioni. Emergono legami con ambienti neofascisti come Ordine Nuovo e i nomi di Franco Freda e Giovanni Ventura entrano negli atti giudiziari. Eppure, nonostante montagne di carte e anni di tribunali, la sensazione diffusa è che la verità completa non sia mai stata consegnata ai cittadini. Qui non si tratta di schierarsi politicamente, ma di constatare un fatto: Piazza Fontana rappresenta uno dei più grandi fallimenti della giustizia nel dare risposte chiare, definitive, condivise. Perché parlare oggi di Piazza Fontana? Perché quella strage non appartiene solo ai libri di storia. Vive ogni volta che il dubbio supera la trasparenza, ogni volta che la paura viene usata come leva, ogni volta che la verità si frantuma in versioni contrapposte. È attuale perché ci ricorda quanto sia fragile la democrazia quando viene data per scontata. È attuale perché insegna che la memoria non è un esercizio retorico, ma una forma di vigilanza civile. È attuale perché mostra quanto sia pericoloso delegare il pensiero critico, qualunque sia il colore delle bandiere. Ricordare Piazza Fontana non significa riscrivere la storia secondo convenienza. Significa tenere aperte le domande, anche quelle scomode. Significa onorare le vittime senza trasformarle in simboli da utilizzare, ma in persone da rispettare. La strage di Piazza Fontana è una ferita aperta perché non è mai stata completamente medicata con la verità. E forse è proprio questo il suo insegnamento più duro: una società cresce solo quando ha il coraggio di guardare dentro le proprie zone d’ombra. Cinquant’anni dopo, Milano continua a vivere, a produrre, a reinventarsi. Ma sotto il rumore del presente, Piazza Fontana resta lì, silenziosa e ostinata, a ricordarci che la libertà non è mai un punto di arrivo, ma un equilibrio fragile da difendere ogni giorno.

 
Continua...

from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Quando le macchine pensavano

L’Intelligenza Artificiale non nasce da un colpo di genio improvviso né da un laboratorio segreto illuminato da luci al neon. Nasce, come spesso accade, da una domanda semplice e pericolosa: e se una macchina potesse pensare? La prima scintilla risale agli anni ’40 e ’50, quando l’informatica non era ancora una comodità quotidiana ma un’ossessione per pochi visionari. Nel 1950 Alan Turing pubblica un articolo destinato a cambiare tutto: Computing Machinery and Intelligence. In quelle pagine compare una domanda che ancora oggi ci perseguita: “Can machines think?” Turing non prova a rispondere direttamente. Preferisce aggirare il problema, come ogni buon matematico, inventando quello che oggi chiamiamo Test di Turing. Se una macchina riesce a sembrare umana in una conversazione, allora forse — forse — possiamo concederle il beneficio del dubbio. Il termine “Artificial Intelligence” viene coniato ufficialmente nel 1956 durante la conferenza di Dartmouth, organizzata da John McCarthy. L’idea è ambiziosa, quasi arrogante: descrivere ogni aspetto dell’intelligenza umana in modo così preciso da poterlo replicare in una macchina. Spoiler: ci vorranno decenni. E non è ancora finita. Negli anni ’60 e ’70 l’AI vive il suo primo periodo di entusiasmo. Nascono i sistemi esperti, programmi in grado di simulare il ragionamento umano in ambiti specifici come la medicina o la chimica. Funzionano, ma solo entro confini molto stretti. Quando ci si rende conto che le macchine non capiscono davvero ciò che fanno, arriva la prima AI Winter: meno fondi, meno hype, più silenzio. Poi succede qualcosa di molto umano: non ci arrendiamo. Con l’aumento della potenza di calcolo, la disponibilità di grandi quantità di dati e nuovi algoritmi, l’AI rinasce. Dagli anni 2000 in poi il Machine Learning e, soprattutto, il Deep Learning cambiano le regole del gioco. Le reti neurali profonde iniziano a riconoscere immagini, comprendere il linguaggio, tradurre testi, guidare veicoli. Non perché “pensano”, ma perché apprendono schemi da quantità di dati che un essere umano non potrebbe analizzare in mille vite. Un dato basta a chiarire la portata del fenomeno: secondo stime consolidate, oltre il 70% delle applicazioni digitali moderne utilizza oggi qualche forma di Intelligenza Artificiale, spesso invisibile. Non la vedi, ma decide cosa leggi, cosa compri, che strada fai, chi ti viene mostrato e chi no. Ed eccoci al punto chiave: perché è nata l’AI? Non per sostituire l’uomo. Almeno non all’inizio. È nata per automatizzare, ottimizzare, velocizzare. Per fare meglio ciò che l’essere umano fa lentamente o male. Il problema — e qui arriva il sorriso amaro — è che abbiamo affidato alle macchine anche decisioni che non sono solo tecniche, ma profondamente umane. L’Intelligenza Artificiale non è cosciente, non è neutrale, non è oggettiva. È lo specchio matematico dei dati che le forniamo. E se i dati sono imperfetti, distorti o ingiusti, l’AI non corregge: amplifica. Oggi parliamo di AI generativa, modelli linguistici, creatività artificiale. Le macchine scrivono, disegnano, compongono musica. Non capiscono ciò che producono, ma lo fanno abbastanza bene da metterci a disagio. Ed è proprio questo disagio il segnale che stiamo toccando qualcosa di profondo. L’Intelligenza Artificiale non è il futuro. È il presente che non abbiamo ancora imparato a guardare con lucidità. E forse il vero problema non è che le macchine stiano diventando più intelligenti. Ma che noi, davanti a loro, abbiamo smesso di fare le domande giuste. Benvenuti nell’era dell’AI. Non è magica. Non è cattiva. È soltanto — tremendamente — umana.

 
Continua...

from cronache dalla scuola

In pratica viene questo genitore a colloquio e a un certo punto mi chiede se io sarò ancora docente di sua figlia e io dico, guardi non lo so, le cattedre dipendono da molti fattori, non siamo noi docenti a decidere. “Capisco” mi dice il genitore. “Perché – spiega – io la vorrei anche nel triennio.” Sto per dire, beh grazie, quando il genitore continua “perché lei non giudica i ragazzi”.

Resto un po' interdetto. “Beh, no – rispondo – io devo anche valutarli è il mio mestiere”. “Non ha capito” dice il genitore. “Lei non li giudica” ripete e mi spiega che il fratello maggiore del mio studente, anche lui, aveva fatto la stessa scuola della studentessa che ho io. E che erano stati cinque anni di ansia e pianto. Che il docente di italiano li pressava perché non leggevano, perché non scrivevano bene, perché non conoscevano poesie che tutti avrebbero dovuto conoscere. “Mio figlio tornava a casa ed era già a pezzi. Con lei invece, mia figlia torna a casa ed è rilassata. Studia con piacere, perché sa che lei non la fa sentire in colpa”.

Cerco di difendermi. “In realtà il mio obiettivo è che accrescano il loro vocabolario e che sappiano scrivere meglio possibile, che amino anche la letteratura, certo. Però penso anche – gli spiego – che io ho dei ragazzi che hanno scelto di fare informatica e scienze applicate. Non letteratura. Se fossero stati amanti della letteratura avrebbero scelto altre scuole. Non c'è niente di male a non amare la letteratura; semmai la mia è una sfida a fargli capire che scrivere e raccontare è una cosa affascinante”.

Mentre parlo – dicendo questa cosa che per me è piuttosto ragionevole – vedo il volto del genitore che si apre, si rasserena, sorride. “Le non sa quanto mi facciano piacere queste parole” dice. E io resto un po' sbalordito e timoroso di aver fatto un casino.

 
Continua...

from differxdiario

da una parte è impossibile non crollare in avanti, ossia andare verso la situazione più allucinante dall'inizio del secolo, il genocidio di Gaza. d'altro canto un'infinita serie di glitch della storia personale si intromette a ogni momento. senza contare l'inerzia novecentesca che fa scrivere e scrivere e scrivere. mentre forse si dovrebbe sottrarre materiale segnico al contesto.

 
Continua...

from norise 2

NOTA DI LETTURA Felice Serino, Prospettive 2024

Prospettive 2024 è un libro che nasce da una lunga fedeltà alla poesia. Non è una raccolta di esiti occasionali, né un diario lirico affidato all’urgenza del momento. È piuttosto il punto di condensazione di una pratica poetica che da anni interroga nodi esistenziali come la vita, la morte, il sacro e il tempo senza mai ridurli a concetti, ma lasciandoli vivere nella forma breve del verso. Fin dalle prime poesie, infatti, emerge con chiarezza una scelta precisa. Serino scrive per sottrazione riducendo il linguaggio senza impoverirlo. In Mare aperto scrive: “parvenza: luogo altro: il sogno che muove ondivaghi sensi” e poi, con una chiusa che vale come dichiarazione di poetica, “l’anima è un mare aperto”. Qui non c’è descrizione né spiegazione. C’è un’affermazione che resta sospesa, consegnata al lettore, chiamato a sostare dentro quel vuoto di senso che la parola apre. Questo movimento tra visibile e invisibile attraversa tutta la raccolta. In Il mare era una favola il risveglio interrompe una dimensione altra, che però continua a pesare nella memoria. “avevo lasciato un mare che era una favola un’immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte”. Il tono, qui, è narrativo, quasi dimesso, ma il rimpianto non è mai sentimentalismo. È piuttosto la constatazione di una perdita che riguarda tutti, è la difficoltà di restare in una dimensione di pienezza. Il rapporto con l’altro, e quindi con l’amore, è affrontato senza idealizzazione. In Amo l’idea l’autore distingue con lucidità tra l’esperienza e la sua proiezione mentale. “più che amarla amo l’idea di lei” e ancora “dove saremo domani quando il mondo per noi sarà sparito”. L’amore qui è uno stato dell’essere, fragile e interrogativo, non una risposta definitiva. Certamente però uno dei nuclei più forti del libro è il confronto con il sacro, che non assume mai toni devozionali facili. Il sacro in Serino, infatti, è spesso attraversato dalla fatica, dal dubbio, dalla consapevolezza del limite. In Dismesso l’abito, la morte viene detta come passaggio silenzioso. “dismesso l’abito mi accompagnarono i cari estinti portatori di umiltà” e soprattutto “non parole la bocca colma di luce”. Qui il silenzio è più eloquente di qualsiasi discorso teologico. Anche quando il riferimento religioso è esplicito, come in L’ultima parola, dedicata a Giobbe, il testo non indulge certo nella retorica. “ridotto a solo guscio grumo di dolore fino a che non implorò basta hai vinto è tua l’ultima parola”. La fede appare come una prova estrema, non come consolazione. Accanto alla dimensione spirituale, Serino, d’altro canto, mantiene uno sguardo vigile sul presente storico e sociale. In Quale limite , per esempio, mette in scena l’isolamento di chi parla di libertà. “aveva appena letto che subito arricciarono il naso quelli che si conformano” e poi “candidamente parlava di libertà”. È questa una poesia che mostra il disagio provocato da parole ancora vive, in un contesto che preferisce l’adattamento. Il tema del tempo e dell’età attraversa molti testi. In Un verso l’autore riflette sul proprio stare nel tempo con una sincerità disarmata. “sono anziano e ancora affamato di sogni” e “i migliori versi vengono nella veneranda età” Non c’è compiacimento, ma nemmeno rinuncia. La scrittura resta un bisogno vitale.

La poesia di Serino è anche costantemente attraversata dal corpo, inteso come luogo di esperienza e di limite. In Viaggi psichici scrive: “hai dimestichezza con la morte con la stessa naturalezza del tuo saperti eterno”. È una frase che tiene insieme finitezza e aspirazione, senza scioglierne la tensione. Tra le molte poesie della raccolta, Essere può essere assunta, infine, come testo emblematico. “farti nell’aria stretta virgola di cielo essere che scalzi la morte diminuirti per espanderti”. In pochi versi si concentrano i tratti più riconoscibili della scrittura di Serino. La brevità, la densità concettuale, il rifiuto dell’enfasi, la fiducia nella parola come strumento di attraversamento, non di possesso. Prospettive 2024 è dunque un libro che non cerca il consenso immediato. Chiede attenzione, chiede tempo, chiede una lettura non distratta. In cambio offre una poesia coerente, onesta, che non alza la voce ma non arretra. Una poesia che continua a interrogare, senza mai chiudere il discorso.

Cipriano Gentilino

 
Read more...

from lucazanini

[statistiche]

l'importanza minerale letti questi] detto di [prodotti la rapidità gli ammassi fusti troppopieno mollano] un gelo fluens [kit per spauracchi fa la parte la [aggiusta le fondine] la spina multi una testa lucida di [Brâncuși dicono] caricarlo inceppa un collega un altro] collega

 
Continua...

from Milano Dopo Mezzanotte

Antonio Boggia

Antonio Boggia, noto come il “mostro di Milano”, è ricordato come uno dei criminali più efferati dell’Ottocento italiano. La sua carriera criminale fu segnata da una serie di omicidi brutali, spesso commessi con una crudeltà che sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca. Per comprendere appieno la portata dei suoi crimini, è necessario analizzare nel dettaglio le vittime, le circostanze degli omicidi e le possibili motivazioni che spinsero Boggia a compiere tali atti di violenza. Antonio Boggia non fu un assassino seriale nel senso moderno del termine, ma piuttosto un criminale che ricorse all’omicidio come mezzo per raggiungere i suoi obiettivi, che spesso includevano il furto, la vendetta o l’eliminazione di testimoni scomodi. Le sue vittime furono diverse, e tra di esse vi furono uomini e donne di diverse estrazioni sociali. Antonio Boggia nacque nel 1799 a Urio, paese sul lago di Como non lontano dal confine con la Svizzera, nel 1824 Boggia (all’età di venticinque anni) ebbe i primi problemi con la giustizia in seguito a una denuncia per truffa e a numerose cambiali non onorate. Fuggì nel Regno di Sardegna, dove subì un ulteriore processo a causa di una rissa e di un tentato omicidio. Incarcerato, approfittò di una rivolta per fuggire e tornare nuovamente nel Lombardo Veneto. Si trasferì a Milano facendosi assumere, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, a Palazzo Cusani, sede del comando militare austriaco, in veste di fochista e trovando un’abitazione in via Gesù. Nel 1831 si sposò e andò a vivere con la consorte in via Nerino 2, nello stabile di proprietà di Ester Maria Perrocchio, che sarà una delle sue vittime. Boggia cominciò a uccidere nell’aprile del 1849: la prima vittima fu Angelo Serafino Ribbone, che venne derubato di 1 400 svanziche e il cui cadavere venne smembrato e nascosto nello scantinato del Boggia nella Stretta Bagnera. Il 26 febbraio 1860, in seguito all’istituzione dei Carabinieri Reali, con sede a Palazzo Cattaneo in via Moscova a Milano, Giovanni Murier denuncia la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio, di 76 anni. L’Italia era allora divisa in vari stati e ducati, e Milano faceva parte del Regno Lombardo-Veneto, sotto il controllo dell’Impero austriaco. La famiglia di Boggia non era particolarmente agiata, e le condizioni economiche precarie in cui visse durante la giovinezza potrebbero aver contribuito a formare il suo carattere difficile e incline alla violenza. Fin da giovane, Boggia mostrò una propensione per la delinquenza. I primi reati di cui si ha notizia risalgono alla sua adolescenza, quando fu coinvolto in furti e piccole truffe. Tuttavia, nonostante i numerosi arresti, Boggia riuscì sempre a evitare pene severe, grazie a una combinazione di astuzia e connivenze con le autorità locali. Questo periodo della sua vita è importante per comprendere come Boggia sviluppò una certa familiarità con il sistema giudiziario e come imparò a manipolarlo a proprio vantaggio. La carriera criminale di Boggia raggiunse un punto di svolta negli anni ’30 dell’Ottocento, quando iniziò a commettere crimini sempre più gravi. Nonostante la mancanza di prove definitive, si ritiene che Boggia sia stato coinvolto in una serie di omicidi e rapine, spesso commessi con una crudeltà che sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca. Uno dei suoi metodi preferiti era quello di attirare le vittime in trappole mortali, sfruttando la loro fiducia o la loro ingenuità. Uno dei casi più noti è quello dell’omicidio di un ricco mercante milanese, che Boggia uccise dopo averlo derubato. Il crimine fu particolarmente efferato: Boggia non si limitò a uccidere la vittima, ma ne mutilò il corpo in modo da renderne difficile l’identificazione. Questo modus operandi, caratterizzato da una violenza gratuita e da un certo grado di pianificazione, contribuì a creare attorno a Boggia un’aura di terrore. Uno dei primi omicidi attribuiti a Boggia fu quello di un ricco mercante milanese, il cui nome non è stato tramandato con certezza dalle fonti storiche. Secondo i resoconti dell’epoca, Boggia attirò il mercante in una trappola, fingendo di volerlo aiutare in un affare redditizio. Una volta guadagnata la sua fiducia, Boggia lo uccise con un colpo alla testa e ne rubò il denaro e i beni di valore. Ciò che rese questo omicidio particolarmente efferato fu il modo in cui Boggia mutilò il corpo della vittima, probabilmente per ritardarne l’identificazione o per inviare un messaggio intimidatorio ad altri potenziali rivali. Un altro caso particolarmente agghiacciante fu l’omicidio di un’intera famiglia di contadini che vivevano nelle campagne fuori Milano. Boggia aveva stretto amicizia con il capofamiglia, un uomo di nome Giuseppe, e aveva spesso frequentato la loro casa. Una notte, Boggia entrò nella casa e uccise Giuseppe, sua moglie e i loro due figli con un’ascia. Dopo il massacro, Boggia saccheggiò la casa, portando via tutto ciò che poteva avere un valore. Anche in questo caso, il movente principale sembra essere stato il furto. Tuttavia, l’uccisione di un’intera famiglia, inclusi i bambini, indica un livello di crudeltà e di disprezzo per la vita umana che va oltre la semplice ricerca di profitto. Alcuni storici hanno ipotizzato che Boggia volesse eliminare testimoni scomodi, mentre altri suggeriscono che la violenza fosse un modo per affermare il suo potere e il suo controllo. Uno degli omicidi più noti di Boggia fu quello di una giovane donna di nome Maria, con cui aveva avuto una relazione. Secondo i resoconti dell’epoca, Maria aveva deciso di lasciare Boggia per un altro uomo, e questo scatenò la sua ira. Boggia la attirò in un luogo isolato con la promessa di un ultimo incontro, e lì la uccise con una coltellata al cuore. Dopo l’omicidio, Boggia abbandonò il corpo in un fosso, dove fu trovato solo alcuni giorni dopo. In questo caso, la motivazione di Boggia sembra essere stata personale e emotiva. L’omicidio di Maria fu un atto di vendetta per il tradimento subito, ma anche una dimostrazione del possesso che Boggia sentiva di avere sulla donna. Questo caso rivela un lato più oscuro della personalità di Boggia, caratterizzato da gelosia, possessività e incapacità di accettare il rifiuto. Uno degli episodi più controversi della carriera criminale del mostro di Milano o chiamato anche in dialetto milanese: “El Togn”, fu l’omicidio di un prete e del suo sacrestano. Secondo le testimonianze, Boggia si era recato in una chiesa fuori Milano con l’intenzione di rubare oggetti di valore. Tuttavia, il prete e il sacrestano lo sorpresero durante il furto, e Boggia li uccise entrambi con un coltello. Dopo l’omicidio, Boggia saccheggiò via dalla chiesa, portando via candelabri d’argento e altri oggetti sacri. Per comprendere appieno i crimini di Boggia, è necessario considerare anche il contesto sociale e psicologico in cui operò. L’Italia dell’Ottocento era un paese in cui la povertà, l’ingiustizia sociale e la corruzione erano diffuse. Boggia, cresciuto in un ambiente difficile, potrebbe aver sviluppato un senso di disillusione e di rabbia verso la società, che lo portò a commettere crimini sempre più gravi. Dal punto di vista psicologico, Boggia mostrava tratti di personalità antisociale, tra cui mancanza di empatia, impulsività e incapacità di rispettare le norme sociali. Tuttavia, la sua capacità di pianificare i crimini e di manipolare le persone suggerisce anche un certo grado di intelligenza e di freddezza. Il giudice Crivelli si occupò delle indagini, scoprendo l’esistenza di una procura falsa, che investiva Antonio Boggia del ruolo di amministratore unico dei beni della donna. Si scoprì anche un precedente del Boggia che nel 1851 aveva tentato di uccidere con un’ascia un suo conoscente. Boggia venne condannato dalla giustizia austriaca a tre mesi di manicomio criminale e poi tornò libero. Alla denuncia di scomparsa si aggiunse in seguito la testimonianza dei vicini che avevano visto Antonio Boggia armeggiare con sacchi da muratore, mattoni e sabbia in un magazzino nella stretta Bagnera. La perquisizione del luogo fece scoprire, murato in una nicchia, il cadavere della donna. Altre ispezioni condotte nella stessa cantina portarono a un risultato sconcertante: altri tre cadaveri vennero rinvenuti sotto il pavimento. Durante il processo che ne seguì, il Boggia confessò gli omicidi e cercò fino all’ultimo di fingersi pazzo. Venne giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione che avvenne l’8 aprile 1862. La sentenza fu resa esecutiva l’8 aprile 1862, non lontano dai bastioni di Porta Ludovica e di Porta Vigentina. Fu l’ultima condanna a morte di un civile eseguita a Milano fino alla seconda guerra mondiale: infatti la pena di morte venne abolita nel 1890 dal Codice Zanardelli. Il corpo decapitato di Antonio Boggia fu sepolto nel Cimitero del Gentilino presso il bastione di Porta Ludovica, mentre la testa fu messa a disposizione del Gabinetto Anatomico dell’Ospedale Maggiore su richiesta del dott. Pietro Labus e successivamente affidato al padre della criminologia, Cesare Lombroso, che con grande clamore ne trasse la conferma delle sue teorie circa il delinquente nato. La testa del Boggia venne poi portata a Musocco nel 1949 e tempo dopo nuovamente trasferita al Museo di storia naturale sezione biomedica a Firenze, dov’è conservata a tutt’oggi. Nell’ottobre del 2009 venne ritrovata invece una mannaia da macelleria già di proprietà dell’Ospedale Maggiore nel mercato collezionistico; la mannaia è tuttora conservata al Museo di Arte Criminologica di Olevano di Lomellina. Antonio Boggia, il “mostro di Milano”, fu un criminale la cui vita e i cui crimini continuano a suscitare interesse e orrore. I suoi omicidi, caratterizzati da una crudeltà spesso gratuita, rivelano un individuo complesso, guidato da motivazioni diverse, tra cui il guadagno economico, la vendetta e il desiderio di potere. Allo stesso tempo, la sua storia ci costringe a confrontarci con le condizioni sociali e psicologiche che possono portare un individuo a commettere atti di tale violenza. La figura di Boggia rimane un monito sulle conseguenze della povertà, dell’ingiustizia e della mancanza di opportunità, ma anche una riflessione sulla natura umana e sulle oscure profondità a cui può spingersi l’animo umano. La sua eredità, sebbene macchiata dal sangue delle sue vittime, continua a essere studiata e discussa, offrendo spunti di riflessione su temi come la giustizia, la criminalità e la società. Una leggenda milanese narra che il fantasma dell’assassino vaghi ancora nei pressi di via Bagnera: esso si manifesterebbe tramite una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente.

 
Continua...

from Milano Dopo Mezzanotte

La “Sciura” Rina

Oggi vi raccontiamo una delle pagine più nere della cronaca italiana e milanese: la storia di Rina Fort, la donna che sconvolse Milano nel 1946 con un massacro che fece inorridire l’intero Paese. Gelosia, vendetta e una brutalità spietata furono gli ingredienti di un delitto efferato, consumato in un appartamento di via San Gregorio. Una madre e tre bambini uccisi con ferocia, un’amante respinta e un processo che trasformò Rina in un simbolo del crimine femminile. Fu davvero un raptus, o dietro si nascondeva qualcosa di più? Scopriamolo insieme, tra documenti, testimonianze e i lati oscuri della sua mente. Rina Fort è stata una delle criminali più famose della cronaca nera italiana del dopoguerra. Il suo caso sconvolse l’opinione pubblica per la brutalità e la freddezza con cui commise un massacro familiare. Tecnicamente, Rina Fort non può essere definita una serial killer, perché il suo fu un massacro familiare (omicidio multiplo in un unico evento), piuttosto che una serie di uccisioni ripetute nel tempo. Tuttavia, la sua ferocia e la sua storia la rendono una delle figure più inquietanti della cronaca nera italiana. Rina Fort ebbe una vita travagliata, costellata da lutti e tragedie: il padre morì durante un’escursione in montagna nel tentativo di aiutarla a superare un passaggio difficile; il suo fidanzato morì di tubercolosi poco prima del matrimonio; poi si scoprì affetta da una precoce sterilità. A 22 anni si sposò con un compaesano, Giuseppe Benedet, che già il giorno delle nozze diede segni di squilibrio destinati a degenerare in pazzia, al punto di dover essere ricoverato in manicomio. Ottenuta la separazione e ripreso il cognome da nubile, Rina Fort si trasferì a Milano presso la sorella. Nel 1945 conobbe Giuseppe Ricciardi, un siciliano proprietario di un negozio di tessuti in via Tenca, divenendone prima compagna di lavoro come commessa, poi amante, senza tuttavia essere a conoscenza — così dichiarò — del fatto che fosse già sposato. Giuseppe aveva moglie e tre figli a Catania ma la sua storia con la Fort proseguì tranquillamente, finché amici di famiglia non riferirono alla moglie Franca voci preoccupanti sul tradimento del marito. Il Ricciardi pare avesse l’abitudine di presentare la Fort come la propria moglie a colleghi e amici. Così nell’ottobre del 1946 Franca Ricciardi decise di raggiungere con i figli il marito a Milano. Rina Fort fu licenziata e trovò lavoro come commessa nella pasticceria di un amico, continuando a frequentare Giuseppe Ricciardi. Però, con l’arrivo della moglie e dei figli di Ricciardi, la loro relazione era ormai compromessa e Franca Ricciardi aveva fatto chiaramente capire a Rina Fort che doveva definitivamente rinunciare al suo uomo: pare che la donna le avesse rivelato di essere incinta per la quarta volta, suscitando ulteriore frustrazione nella rivale. Il 29 novembre 1946 Rina Fort si vendicò sulla moglie del suo amante e sui suoi tre bambini, uccidendoli. La stessa Rina Fort ricostruì la dinamica del delitto nella sua unica dettagliata confessione, resa nella questura di Milano una settimana circa dopo l’omicidio, dopo giorni di estenuanti interrogatori: «Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famiglia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi ella volle chiarire la stranezza della mia visita: «Cara signora» – disse – «lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese». Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro. Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisare le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpirla. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciato in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbattuto prima Giovannino; poi entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva, per cui calai su di lui altri colpi, facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia, colpita in cucina, era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento, nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa intera, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sbarrati diceva sommessamente: «Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene.» Poi soggiunse «Ti raccomando i bambini, i bambini…». Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava, poi si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corpo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime un liquido, e prima di allontanarmi definitivamente ficcai loro in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente al lavoro…» Il delitto venne scoperto la mattina dopo, dalla nuova commessa di Ricciardi, Pina Somaschini, che s’era recata in via San Gregorio per farsi dare dalla signora Pappalardo le chiavi del negozio. Le vittime giacevano riverse in una pozza di sangue, materia cerebrale e tracce di vomito: la signora Pappalardo e il figlio maggiore nell’ingresso dell’appartamento, i due bambini più piccoli in cucina. La portiera dello stabile disse di aver chiuso il cancello alle 21 in punto come tutte le sere, ma mancava la serratura che era in riparazione e chiunque sarebbe potuto entrare senza difficoltà. L’indagine fu affidata al famoso commissario Nardone. Per la polizia l’omicida era un conoscente della Pappalardo, perché la donna lo aveva accolto in casa e gli offrì anche un liquore. Gli assassini avrebbero potuto anche essere due, dato che i bicchierini sporchi — su uno dei quali furono rinvenute tracce di rossetto — erano in totale tre. Pare mancassero alcuni pezzi d’argenteria di modesto valore, quasi certamente sottratti per simulare maldestramente una rapina degenerata in omicidio. Gli inquirenti scartarono quasi subito l’ipotesi della rapina: la famiglia versava in condizioni economiche quantomeno precarie e il negozio di Ricciardi — soprattutto dopo il licenziamento di Rina Fort, che pare avesse talento negli affari — era sempre a un passo dalla chiusura, con numerose cambiali in protesto. Quello di via San Gregorio pareva decisamente un delitto passionale, dato che erano stati uccisi dei bambini che non avrebbero nemmeno potuto testimoniare. La donna aveva lottato prima di essere uccisa e furono trovati tra le sue unghie dei capelli di donna. Inoltre sulla scena del delitto venne trovata stracciata una fotografia dei coniugi Ricciardi il giorno delle nozze. Giuseppe Ricciardi si trovava a Prato per lavoro; rintracciato e informato dell’accaduto venne interrogato e fece il nome di Rina Fort, sua commessa e amante dal settembre del 1945. La Polizia la cercò a casa sua in via Mauro Macchi 89, poi nella pasticceria dove lavorava in via Settala 43. Fu arrestata mentre serviva i clienti scherzando e raccontando aneddoti, e trasportata in questura. L’interrogatorio cominciò il 30 novembre 1946 nel pomeriggio, a meno di 24 ore dal pluriomicidi. Rina Fort ammise di aver lavorato per il Ricciardi, ma negò di essere la sua amante e di sapere dove si trovasse. Negò anche qualsiasi responsabilità del delitto; il 2 dicembre, portata a casa Ricciardi, si mostrò indifferente. Riaccompagnata in Questura, dopo 17 ore di interrogatorio del commissario dott. Di Serafino, iniziò a cedere. Ammise di essere stata l’amante di Ricciardi, con tanto di fede nuziale, e che la relazione era finita con l’arrivo della moglie. Al suo avvocato difensore denunciò di essere stata malmenata e presa a manganellate durante l’interrogatorio. Sostenne di aver partecipato all’eccidio, ma di non aver toccato i bambini; accusò Ricciardi di essere il mandante del delitto, assieme a un tal non meglio identificato “Carmelo”. Aggiunse che, nelle intenzioni dell’ex amante, ella e “Carmelo” avrebbero dovuto inscenare un furto per intimorire Franca Pappalardo, indurla a credere che la vita a Milano fosse troppo pericolosa e spingerla a tornare a Catania; ma, una volta giunti in via San Gregorio, la situazione sarebbe precipitata, anche a causa di una “sigaretta drogata” che il misterioso “Carmelo” le avrebbe offerto. Il processo a Rina Fort si concluse con una condanna esemplare. Dopo la sua confessione, nel 1948 fu processata e condannata all’ergastolo per il massacro della moglie e dei tre figli del suo amante, Giuseppe Ricciardi. La sentenza fu confermata in appello e in Cassazione, nonostante la difesa avesse tentato di farla apparire come una donna plagiata dall’amante e priva di piena consapevolezza. Rina Fort scontò la pena nel carcere di Perugia fino al 1960, quando per motivi di salute venne trasferita nel carcere di Trani, che godeva di condizioni climatiche più favorevoli. Passò poi nel carcere delle Murate a Firenze. Chiese e ottenne il perdono della famiglia Pappalardo. Il 12 settembre 1975 beneficiò della grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Leone. Nello stesso anno morì Giuseppe Ricciardi, il suo ex amante, che nel frattempo s’era risposato e aveva avuto un altro figlio. Dal 1975 riprese il cognome Benedet dell’ex marito Giuseppe, e visse una vita riservata a Firenze, presso una famiglia che l’aveva accolta dopo la scarcerazione, facendosi chiamare anche Rina Furlan, fino alla morte per infarto avvenuta il 2 marzo 1988. Rina Fort rimane uno dei volti più inquietanti della cronaca nera italiana. Il suo gesto fu di una ferocia inaudita, alimentato da gelosia e disperazione. La sua storia continua a dividere: fu una donna travolta dalla passione o un’assassina spietata? Qualunque sia la risposta, il suo nome resta impresso nella memoria collettiva come simbolo di uno dei crimini più atroci del dopoguerra.

 
Continua...

from L' Alchimista Digitale

Si vede da come mi vede

A volte non serve lo specchio per capire chi siamo. Basta uno sguardo. Quello di chi ci incrocia distrattamente in metropolitana, o quello più intenso di chi ci conosce davvero. È buffo, ma finiamo sempre per misurarci con il riflesso che gli altri ci restituiscono, come se la nostra identità fosse una foto sfocata che solo gli occhi altrui riescono a mettere a fuoco. Ci si abitua presto a vivere sotto osservazione, anche quando nessuno ci guarda. In fondo, siamo animali sociali: abbiamo bisogno di sentirci visti per credere di esistere. Eppure, nel momento stesso in cui cerchiamo lo sguardo dell’altro, rischiamo di diventare prigionieri della sua percezione. Ci si riconosce nello sguardo altrui, ma spesso ci si smarrisce in esso. Fin da piccoli impariamo che valiamo tanto quanto ci dicono che valiamo. “Bravo”, “timido”, “troppo sensibile”: etichette che, col tempo, diventano specchi deformanti. E così cresciamo imparando a recitare un ruolo, a restare coerenti con l’immagine che ci hanno cucito addosso. Quando qualcuno ci vede diversi, quasi ci infastidiamo: come osa guardarmi in un modo nuovo? Meglio restare fedeli alla maschera che conosciamo. Pirandello l’aveva capito un secolo fa: non siamo mai una sola persona, ma tante quante sono gli occhi che ci osservano. Sartre, più spietato, sosteneva che “l’inferno sono gli altri”. Forse esagerava, ma non di molto. Lo sguardo dell’altro può essere paradiso o condanna. Ci basta un giudizio negativo per scivolare nell’inferno dell’autocritica, ma anche un complimento inaspettato per risalire al cielo dell’autostima. È un’altalena continua, e noi lì in mezzo, a cercare un equilibrio tra chi crediamo di essere e chi gli altri vedono in noi. Poi ci sono loro: i social. Lo sguardo collettivo per eccellenza, l’occhio digitale che non dorme mai. Qui il “si vede da come mi vede” diventa quasi un mantra moderno. Postiamo, sorridiamo, filtriamo, aggiustiamo la luce, cerchiamo l’angolazione che dica: “Ehi, guarda, sto bene!”. Ma lo siamo davvero? O abbiamo solo imparato a sembrare? La felicità 2.0 spesso passa per un pollice alzato e un cuore rosso, simboli di approvazione che valgono più di mille parole. È il nuovo specchio dell’ego: più ti vedono, più credi di esserci. Peccato che, quando si spengono gli schermi, lo sguardo torni a quello più difficile: il proprio. Ed è lì che nasce la vertigine. Quando nessuno ci vede, chi siamo davvero? Cosa resta di noi senza riflessi, senza pubblico, senza un “mi piace” a confermare la nostra esistenza? Forse è proprio in quel buio che riscopriamo la parte più autentica, quella che non ha bisogno di essere vista per sentirsi viva. Ma la verità è che anche quella parte, di tanto in tanto, ama essere riconosciuta. Non per vanità, ma per natura. Perché l’essere umano non è un’isola: è una rete di sguardi, un mosaico di percezioni. E allora forse la chiave non è smettere di cercare lo sguardo degli altri, ma imparare a sceglierlo. Circondarsi di chi ci vede non per quello che sembriamo, ma per quello che siamo anche quando non parliamo. Perché sì, si vede da come mi vede: se mi guarda con giudizio, mi rattrappisco; se mi guarda con rispetto, mi distendo; se mi guarda con amore, quasi mi riconosco. E nel migliore dei casi, imparo anche a vedermi con gli stessi occhi. In fondo, la nostra immagine è come un quadro in continua revisione. Gli altri ci danno pennellate, a volte troppo forti, a volte troppo leggere. Sta a noi decidere quali tenere e quali cancellare. Il resto è solo rumore di fondo, riflesso di un mondo che guarda ma non sempre vede. E allora, la prossima volta che qualcuno ti osserva con attenzione, chiediti pure: che cosa vede davvero? Ma non dimenticare di domandarti anche: io, come mi vedo? Perché la verità è semplice — si vede da come mi vede, certo. Ma ancora di più, da come scelgo di guardarmi io.

 
Continua...

from Transit

(193)

(I1)

In #Iran è in corso la più ampia ondata di proteste degli ultimi decenni, una sfida che assomiglia a una rivoluzione in divenire ma che non ha ancora prodotto la caduta del regime. Il potere degli ayatollah resta appeso alla forza degli apparati repressivi, che finora sono riusciti a contenere le piazze al prezzo di un’ulteriore frattura con la società.​

Le manifestazioni esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non sono più soltanto la risposta a un’economia in rovina, ma il rifiuto complessivo di un sistema politico–religioso percepito come irriformabile.

Dalle periferie povere alle grandi città, gli slogan chiedono apertamente la fine della Repubblica islamica e chiamano in causa la “Guida Suprema”, rompendo tabù che per decenni avevano tenuto insieme paura e rassegnazione.

L’elemento generazionale e femminile è centrale: giovani cresciuti nell’era digitale e donne stanche di un codice patriarcale imposto con la violenza, che non accettano più di tornare nell’invisibilità.​

La risposta del regime è stata brutale: centinaia di morti, migliaia di arresti, blackout di internet e un dispositivo repressivo che prova a spezzare non solo le proteste, ma i legami di fiducia che le alimentano. Ogni funerale trasformato in corteo, ogni video che trapela oltre i filtri della censura diventa il frammento di un racconto collettivo che sfugge al controllo del potere e alimenta un sentimento di appartenenza tra chi protesta in Iran e chi osserva da lontano nella diaspora.​

Dal punto di vista del potere, il sistema tiene ancora: le “Guardie Rivoluzionarie” restano compatte, i “Basij” sono operativi, non emergono rotture visibili nel vertice politico–religioso. Nelle dinamiche rivoluzionarie, il momento decisivo è quasi sempre la frattura dell’apparato coercitivo, e in Iran questa crepa non si è ancora aperta.

Per questo il Paese appare sospeso: troppo delegittimato per tornare a una stabilità di facciata, troppo strutturato militarmente perché la sola esplosione delle piazze basti a rovesciarlo nel breve periodo.​

(I2)

Su questo sfondo, gli Stati Uniti svolgono un doppio ruolo, interno ed esterno. Il presidente #Trump ha espresso sostegno ai manifestanti, parlando di un Iran che guarda alla libertà come mai prima e avvertendo #Teheran che un massacro non resterà senza conseguenze, messaggi amplificati dai leader dell’opposizione in esilio.

Allo stesso tempo, Washington calibra ogni parola, consapevole che un coinvolgimento troppo marcato rafforzerebbe la narrativa del “complotto straniero” con cui il regime cerca di delegittimare la protesta.​ Israele, a sua volta, osserva gli eventi da una posizione esistenziale: l’Iran è il cuore dell’“asse della resistenza” che alimenta #Hezbollah, le milizie sciite in Iraq, le forze filo–iraniane in Siria, parte delle dinamiche in #Gaza e il protagonismo degli Houthi nel Mar Rosso.

Teheran ha già minacciato che, in caso di azione militare americana, Israele e le basi statunitensi nella regione diventerebbero obiettivi legittimi, spingendo Tel Aviv ad alzare la soglia di allerta.

Per #Israele, la possibile trasformazione interna dell’Iran è insieme una promessa (l’indebolimento o il collasso del principale sponsor dei suoi nemici) e una fonte di rischio, nel caso il regime scelga la fuga in avanti militare per sopravvivere.​

Le conseguenze geopolitiche potenziali sono profonde. Un Iran post–teocratico ridisegnerebbe la mappa delle alleanze, indebolendo la rete degli sciiti, alterando gli equilibri in Libano, Siria, Iraq e Yemen e costringendo le monarchie del Golfo, Israele e le potenze globali a ripensare la sicurezza energetica e l’architettura di difesa regionale.

Al contrario, un regime che sopravvive, ma esce più isolato e violento potrebbe reagire con un’accelerazione del programma nucleare e un aumento dell’aggressività tramite milizie e attori non statali, trasformando la propria crisi interna in instabilità cronica sullo scacchiere mediorientale.​

Dietro questi scenari, però, c’è un livello più vivo, umano, che dà senso alla parola “rivoluzione” ancor prima che alle analisi strategiche.

Il regime iraniano è da anni uno dei più violenti al mondo nel disciplinare il corpo e la vita delle persone, e in particolare delle donne: dal velo imposto per legge alle punizioni fisiche e morali, dalla polizia morale alle carceri dove la violenza sessuale diventa strumento di intimidazione politica.

La rivolta che oggi attraversa le strade iraniane nasce anche da qui, dal rifiuto radicale di un sistema che pretende di controllare gesti, abiti, amori, opinioni, e che non esita a spezzare corpi e biografie per mantenere la propria presa sul Paese.​ Quando ragazze giovanissime si tolgono l’hijab in pubblico, quando madri che hanno perso un figlio in piazza continuano a scendere a protestare, quando studenti e lavoratori rischiano il carcere pur sapendo che il prezzo potrebbe essere la vita, ciò che si consuma non è soltanto uno scontro tra Stato e cittadini, ma una rottura etica profonda tra società e potere.

È in questo abisso che la crisi iraniana diventa universale: al di là delle frontiere, parla di libertà di disporre del proprio corpo, di dignità, di rifiuto della violenza come linguaggio politico. Che il regime riesca o meno a salvarsi, il fatto che un’intera generazione abbia guardato in faccia la paura e abbia comunque scelto di scendere in strada indica che qualcosa, nel rapporto tra gli iraniani e il loro Stato, si è spezzato in modo irreversibile.​

E proprio da questo piano umano e sociale dipende il vero significato di ciò che sta accadendo: se domani la repressione avrà la meglio, resterà comunque nella memoria collettiva la prova che il monopolio della violenza non basta più a garantire la certezza del consenso; se invece, nel tempo, questa energia troverà una forma politica capace di sostenerla, allora le giornate di sangue di oggi saranno ricordate come l’atto fondativo di un nuovo Iran.​

#Iran #Medioriente #Geopolitica #Opinioni

 
Continua...