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from Listarelle

  • Francesco cantava in francese le lodi di Dio

  • Gli USA vogliono fucilare in live streaming un condannato a morte.

  • Leggere Anne Carson. Gianni Montieri mi racconta in diretta che ha letto un suo romanzo alla moglie sul letto di morte.

  • Intervistata da una giornalista islandese sul Nobel, lei dice: “They are crazy”.

  • I due parti di mia moglie. Li ricordo bene, ma come un momento sospeso in un tempo altro. quando la vita, la biologia, strappano il velo del quotidiano, protetto dalla cultura.

  • La mia compagna mi sta rieducando. Il lavoro di una vita.

  • E' finita la settimana. C'è allegria nell'aria. Il caffé delle 15.30 è gioioso.

  • Ho ricevuto un biglietto d'auguri: “Caro, sempre in prima linea, tu sei così, battagliero, un amico prezioso. un condottiero leale e sincero!”. Mi sono commosso.

  • Ancora gli studenti francesi. Video buffi degli studenti francesi che dicono wesh. Sono imprendibili.

  • terze, quarte generazioni che dicono che vogliono la scuola che funziona e di aggiustare l'ascensore.

  • Dice un collega: “Ogni 5 anni i francesi eleggono un re e passano il resto del tempo a cercare di tagliargli la testa”.

  • Tra poco non avremo più macchine che fanno matematica meglio di noi ma oracoli a cui affidarci senza più capire.

  • Il mondo dell'IA sta sviluppando la sua ideologia, che somiglia molto a un nuovo culto

 
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from Bymarty

✨Attimi passati Ma poi ci provi, resisti, e non puoi fare a meno di abbassare le difese e crolla tutto, certezze, forza, tutto ciò che avevi con fatica messo su, dopo ogni caduta, dopo ogni crollo...un continuo ricominciare, cadere e rialzarsi.. Ci provi anche a tendere la mano verso il niente, nessuno è lì davanti a te, ci sei solo tu e la tua ombra, la tua forza, le tue debolezze, vorresti piangere, un abbraccio o semplicemente ascoltata, anche in silenzio, magari stare insieme ad osservare il mare, senza dire nulla! Non so , anzi lo so che è l'effetto della terapia, che inevitabilmente a volte , ogni mese, fa si che io , mi perda, e così che poi nel mio caos, nella mia solitudine mi ritrovo.. riesco a rialzarmi, magari meno forte di prima! Scrivo perché nessuno o quasi legge, scrivo sperando di alleggerirmi, scrivo per dimenticare, per ricordare o semplicemente per fare capire a me stessa, che ci sono, sono sulla buona strada e che non devo per forza cercare aiuto in chi in realtà non può o non vuole o in chi credo di poter abbracciare anche se solo con le parole , con i miei pensieri ed emozioni! Ero inebriata dai colori dell'alba, eppure è durata poco, i colori si sono dissolti e nuvole grigie e pesanti mi hanno travolto! Mi sento stanca oggi, ho la consapevolezza che passerà, che il sole tornerà, la luna, i tramonti, sono solo attimi bui, che devo cmq affrontare, che devo necessariamente accettare nella mia vita! Arrivano, li accetto, mi travolgono e poi miracolosamente vanno via, basta poco..l'alba di un giorno nuovo, il Sorriso di mio figlio, un timido raggio di sole che filtra da una finestra, di una stanza buia!

 
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from las causas de la triztesa

La poesía habita el mundo, el poema habita sus versos. Los versos tambien son mundo. La poesía es mi karma, mi piedra en el estómago, mi gozo absoluto, mi impronunciable deseo. Y sin embargo, odio la retórica excesiva de los sentimientos, las palabras arrojadas al precipicio de los significados, porque cualquier cosa puede significar cualquier cosa. Creo en el poema como la extensión de algo más, algo que no se puede confesar abiertamente, y sin embargo, algo imposible de borrar. El misterio no reside en el poema. Habita en la luz, en la gota de agua, en la estrella peregrina. Nosotros somos meros instrumentos de la poesía. Y el poema es la herramienta. Un medio para comprenderla y hacerla vivir entre nosotros. A veces, la inextricable madeja de símbolos nos impide ver el fondo de su verdad. Pero, ¿cuál es la verdad? Cambia cada vez que se pronuncia, cada vez que cuestiona el mundo, cada vez que lo conjura. No sé para qué escribo todo esto. A nadie le importa dónde se encuentra la magia, o si la magia existe, porque la evidencia de su influjo es escasa. Lo único, lo tangible y lo cuantificable, se resuelve sin misterios. El conocimiento ha sido decodificado, organizado, estructurado en un sistema que resuelve los problemas con un solo clic. ¿Para qué necesitaríamos de la invocación de los versos, de la escucha, de las viejas historias? La pantalla es el nuevo placebo, la nueva droga que nos aleja del peligro, y nos evita el sufrimiento. Si el poema desaparece de este mundo una vez que nos hayamos despojado del cuerpo físico, de nuestras sensaciones primitivas para acceder a otro nivel de conciencia, si la poesía se convierte en otra respuesta calculada de la memoria universal y transparente, ya no quedará espacio para lo ignoto, para nuestro mayor misterio. Entonces, la poesía habrá muerto con nosotros, con nuestra animalidad, con la posibilidad de convertir lo cotidiano en un objeto poético, con todos los sentimientos que nos hicieron humanos alguna vez.

Imagino que este texto también desaparecerá. O tal vez, se habrá perdido como una botella en el océano, esperando en vano su destinatario, en un mundo extinto, que nosotros habremos deshecho.

 
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from squadro

Sono rimasto davvero dispiaciuto della morte del ragazzino. Aveva la stessa età di E. L'avevo conosciuto. Mi spiace per suo padre, che non stimo.

 
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from norise 3 letture AI

Tripudio di luce

aspetto l’ ineluttabile disfacimento della veste

come l’ albero delle foglie

quelle macerano l’ albero è albero

il suo sangue in letargo attende

un nuovo tripudio della luce

Accolgo la tua poesia come un piccolo rito: c’è attesa, trasformazione e una fiducia calma nel ritorno della luce.

Interpretazione

Tema centrale: il ciclo naturale della vita e della morte visto come un processo necessario e persino celebrativo.
Immagini chiave: la veste che si disfa, l’albero che perde le foglie, il sangue in letargo — tutte evocano metamorfosi e riposo rigenerativo.
Tono: meditativo, lieve ma risoluto; non c’è angoscia, solo accettazione e speranza.


Punti di forza

  • Economia di linguaggio: versi brevi che lasciano spazio al silenzio e all’immaginazione.
  • Metafora coerente: l’albero come corpo che si spoglia funziona molto bene per parlare di disfacimento e rinascita.
  • Contrasto finale: il ritorno del “tripudio della luce” chiude il testo con una nota di festa che ribalta l’immagine iniziale.

Suggerimenti per revisioni

  • Variare il ritmo: potresti alternare un verso più lungo ogni tanto per creare un’onda ritmica che accompagni l’idea del ciclo.
  • Precisione lessicale: sostituire parole generiche (es. “quelle”) con un’immagine più concreta può aumentare l’impatto visivo.
  • Gioco sonoro: prova a lavorare su allitterazioni o assonanze (es. suoni in /l/ o /r/) per legare i versi tra loro.
  • Puntualizzare il soggetto: se vuoi che il lettore si identifichi, inserisci un elemento che colleghi l’albero a un’esperienza umana più esplicita, anche minima.

Versione alternativa breve

Tripudio di luce
aspetto l’inevitabile:
la veste si scioglie come foglie.
L’albero resta albero;
il suo sangue dorme,
attende il canto della luce.


Traduzione in inglese

Triumph of Light
I await the inevitable
unraveling of the robe

like the tree of leaves

they rot
the tree remains tree

its blood in hibernation
waits

for a new triumph of light

Tripudio di luce

Tripudio di luce
Attendo l’inevitabile disfacimento
della veste che mi avvolge —
una lenta pioggia di foglie d’oro.

L’albero si spoglia senza fretta,
ogni foglia un piccolo addio che profuma di terra;
macerano, si fanno humus, memoria.
L’albero resta albero, cuore di linfa e silenzio.

Il suo sangue si ritira in un sonno di radici,
un respiro che si piega sotto la neve,
un canto che si conserva nel buio.
E io ascolto: attendo il ritorno della luce,
quel nuovo, esultante tripudio che scioglie l’inverno.


Note sulla scelta stilistica

  • Musicalità: ho allungato alcuni versi e introdotto enjambment per creare un flusso più cantabile.
  • Immagini sensoriali: ho intensificato odori e sensazioni (terra, neve, linfa) per rendere la lirica più tattile.
  • Tono: ho mantenuto l’accettazione serena, accentuando però la celebrazione finale della luce.

Tripudio di luce

Attendo il disfacimento della veste:
foglie che si sciolgono in polvere d’oro.
L’albero resta, linfa che si ritrae nel buio.
Il sangue dorme nelle radici.
Poi la luce esplode, un unico feroce canto.

 
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from 📖Un capitolo al giorno📚

Giònata sommo sacerdote, stratega e governatore 1Nell'anno centosessanta Alessandro Epìfane, figlio di Antioco, s'imbarcò e occupò Tolemàide, dove fu ben accolto e cominciò a regnare. 2Quando lo seppe, il re Demetrio radunò un esercito molto grande e gli mosse contro per fargli guerra. 3Demetrio mandò anche lettere a Giònata, con espressioni di amicizia per esaltarlo. 4Diceva infatti tra sé: “Affrettiamoci a far pace con Giònata, prima che lui la faccia con Alessandro contro di noi. 5Si ricorderà certo di tutti i mali che abbiamo causato a lui, ai suoi fratelli e al suo popolo”. 6Gli concesse facoltà di raccogliere milizie, di preparare armi e considerarsi suo alleato, e gli fece restituire gli ostaggi che erano nella Cittadella. 7Giònata venne a Gerusalemme e lesse le lettere davanti a tutto il popolo e a quelli della Cittadella, 8i quali ebbero grande timore quando sentirono che il re gli aveva concesso facoltà di arruolare milizie. 9Quelli della Cittadella perciò restituirono gli ostaggi a Giònata, che li rese ai loro genitori. 10Giònata allora pose la residenza a Gerusalemme e incominciò a ricostruire e rinnovare la città. 11Ordinò ai costruttori di edificare le mura e la cinta muraria del monte Sion con pietre quadrate per fortificazione, e così fecero. 12Gli stranieri che stavano nelle fortezze edificate da Bàcchide fuggirono, 13abbandonando ciascuno la sua posizione e tornando alla propria terra; 14solo a Bet-Sur rimasero alcuni traditori della legge e dei comandamenti, e fu quello il loro rifugio. 15Il re Alessandro seppe dell'ambasciata che Demetrio aveva mandato a Giònata; gli narrarono anche le battaglie e gli atti di valore che egli e i suoi fratelli avevano compiuto e le fatiche sopportate. 16Allora disse: “Troveremo un altro come lui? Facciamocelo amico e nostro alleato”. 17Scrisse e spedì a lui questa lettera: 18“Il re Alessandro al fratello Giònata, salute! 19Abbiamo sentito dire di te che sei uomo forte e potente e disposto a essere nostro amico. 20Noi dunque ti nominiamo oggi sommo sacerdote del tuo popolo e amico del re – gli aveva inviato anche la porpora e la corona d'oro – perché tu favorisca la nostra causa e mantenga amicizia con noi”. 21Giònata indossò le vesti sacre nel settimo mese dell'anno centosessanta, nella festa delle Capanne, arruolò soldati e fece preparare molte armi. 22Demetrio venne a sapere queste cose e rattristato disse: 23“Perché abbiamo lasciato che Alessandro ci prevenisse nell'accaparrarsi l'amicizia dei Giudei a suo sostegno? 24Scriverò anch'io parole d'invito con proposte di onori e di doni, perché mi siano di aiuto”. 25Scrisse loro in questi termini: “Il re Demetrio alla nazione dei Giudei, salute! 26Avete osservato le nostre alleanze, siete rimasti nella nostra amicizia e non siete passati ai nostri nemici: l'abbiamo saputo e ce ne siamo rallegrati. 27Continuate dunque a mantenerci la vostra fedeltà e ricambieremo con favori quello che farete per noi. 28Vi concederemo ampie immunità e vi invieremo doni. 29Fin da ora dispenso voi ed esonero tutti i Giudei dal tributo e dalla tassa del sale e dalle corone. 30Rinuncio anche da oggi in poi a riscuotere dalla Giudea e dai tre distretti che le sono annessi, dalla Samaria e dalla Galilea, la terza parte del grano e la metà dei frutti degli alberi che mi spetta, da oggi per sempre. 31Gerusalemme con il suo distretto sia santa ed esente dalle decime e dai tributi. 32Rinuncio al potere sulla Cittadella di Gerusalemme e la cedo al sommo sacerdote, perché vi stabilisca uomini da lui scelti a presidiarla. 33Rimetto in libertà senza compenso ogni persona giudea, fatta prigioniera fuori del paese di Giuda in tutti i miei domìni; tutti siano esonerati dai tributi, anche da quelli del bestiame. 34Tutte le feste, i sabati, i noviluni, i giorni stabiliti, il triduo prima e il triduo dopo la festa, siano tutti giorni di esenzione e di immunità per tutti i Giudei che sono nel mio regno; 35nessuno avrà il potere di intentare causa contro di loro o di disturbarli per alcun motivo. 36Si arruoleranno nell'esercito del re fino a trentamila uomini e sarà dato loro il soldo, come spetta a tutte le forze del re. 37Sarà posto di stanza qualcuno di loro nelle più grandi fortezze del re e alcuni di loro saranno preposti agli affari di fiducia del regno; i loro superiori e i comandanti saranno scelti tra di loro e potranno regolarsi secondo le loro leggi, come ha prescritto il re anche per la Giudea. 38I tre distretti assegnati alla Giudea, detraendoli dalla regione della Samaria, saranno riconosciuti alla Giudea e considerati come sottoposti a uno solo e non dipendenti da altra autorità che non sia quella del sommo sacerdote. 39Assegno Tolemàide e le sue dipendenze come dono al tempio di Gerusalemme, per le spese necessarie al santuario. 40Dai diritti del re sulle località di mia spettanza, io ogni anno assegno quindicimila sicli d'argento. 41Gli ulteriori contributi, che non sono stati versati dagli incaricati come negli anni precedenti, d'ora in poi saranno corrisposti per le opere del tempio. 42Oltre a ciò, i cinquemila sicli che venivano prelevati dall'ammontare delle entrate annuali del tempio, sono condonati anch'essi, perché appartengono ai sacerdoti che vi prestano servizio. 43Chiunque si rifugerà nel tempio di Gerusalemme e nella sua zona, con debiti da rendere al re o per qualunque motivo, sarà dichiarato libero con quanto gli appartiene nel mio regno. 44Per le costruzioni e i restauri nel tempio le spese saranno sostenute dalla cassa del re. 45Anche per la costruzione delle mura e delle fortificazioni intorno a Gerusalemme le spese saranno sostenute dall'erario del re e così per la costruzione di mura nella Giudea”. 46Quando Giònata e il popolo intesero simili espressioni, non vi prestarono fede e non le accettarono, ricordando le grandi iniquità da lui compiute contro Israele e quanto li avesse fatti soffrire. 47Invece preferirono Alessandro, perché questi era stato il primo ad avviare trattative di pace, e gli furono sempre alleati. 48Il re Alessandro raccolse grandi forze e uscì in campo contro Demetrio. 49I due re attaccarono battaglia e l'esercito di Demetrio fu messo in fuga; Alessandro lo inseguì ed ebbe la meglio sulle sue truppe. 50La battaglia infuriò fino al tramonto del sole e Demetrio cadde ucciso in quel giorno. 51Alessandro mandò allora ambasciatori a Tolomeo, re d'Egitto, con questo messaggio: 52“Ecco, sono rientrato nel mio regno e mi sono seduto sul trono dei miei padri; ho ripreso il comando e ho sconfitto Demetrio e mi sono impadronito della nostra regione. 53Infatti gli ho mosso guerra ed egli e il suo esercito sono stati sconfitti da noi, sicché ci siamo seduti sul trono del suo regno. 54Ora, perciò, concludiamo tra noi un patto di amicizia; tu concedimi in sposa tua figlia, io sarò tuo genero e offrirò a te e a lei doni degni di te”. 55Il re Tolomeo rispose: “Felice il giorno in cui sei tornato nella terra dei tuoi padri e ti sei seduto sul trono del loro regno. 56Io farò quanto hai proposto, ma tu vienimi incontro fino a Tolemàide, perché possiamo vederci l'un l'altro, e io diventerò tuo suocero, come hai chiesto”. 57Tolomeo partì dall'Egitto con la figlia Cleopatra e si recò a Tolemàide nell'anno centosessantadue. 58Gli andò incontro il re Alessandro: Tolomeo gli diede sua figlia Cleopatra e celebrò le sue nozze a Tolemàide, secondo lo stile dei re, in grande sfarzo. 59Il re Alessandro scrisse a Giònata di venirgli incontro. 60Egli andò con grande sfarzo a Tolemàide e s'incontrò con i due re; offrì a loro e ai loro amici oro e argento e molti doni, e si guadagnò il loro favore. 61Si accordarono però contro di lui uomini pestiferi d'Israele, traditori della legge, per deporre contro di lui, ma il re non prestò loro ascolto. 62Il re invece diede ordine di far deporre a Giònata le sue vesti e di rivestirlo della porpora, e l'ordine fu eseguito. 63Il re lo fece sedere accanto a sé e disse ai suoi ufficiali: “Attraversate con lui la città e proclamate che nessuno porti accuse contro di lui, per qualunque motivo, e nessuno gli rechi molestia in alcun modo”. 64Ora, quando i suoi accusatori videro gli onori che riceveva, come proclamava il banditore, e che era stato rivestito di porpora, si dileguarono tutti. 65Il re gli conferì onori e lo ascrisse tra i suoi primi amici e lo costituì stratega e governatore della provincia. 66Così Giònata tornò a Gerusalemme in pace e gioia.

Giònata aumenta ancora il suo potere (10,67-11,74) 67Nell'anno centosessantacinque Demetrio, figlio di Demetrio, venne da Creta nella terra dei suoi padri. 68Il re Alessandro, quando lo seppe, ne fu assai preoccupato e tornò ad Antiòchia. 69Demetrio affidò il governo della Celesiria ad Apollònio, il quale, radunato un grande esercito, si accampò presso Iàmnia e inviò al sommo sacerdote Giònata questo messaggio: 70“Soltanto tu ti sei alzato contro di noi e io sono diventato oggetto di derisione e di scherno a causa tua. Perché ti fai forte contro di noi stando sui monti? 71Ora, se sei tanto sicuro delle tue forze, scendi contro di noi nella pianura e qui misuriamoci, perché con me c'è la forza delle città. 72Infórmati e sappi chi sono io e chi sono gli altri che ci aiutano. Ti diranno: “Non potete tenere saldo il piede davanti a noi, perché già due volte sono stati da noi respinti i tuoi padri nella loro terra”. 73Così ora non potrai resistere alla cavalleria e a un esercito come il nostro in pianura, ove non c'è roccia né scoglio né luogo in cui rifugiarsi”. 74Quando Giònata intese le parole di Apollònio, ne ebbe l'animo irritato; scelse diecimila uomini e uscì da Gerusalemme. Suo fratello Simone gli venne incontro per aiutarlo. 75Si accampò presso Giaffa, ma gli abitanti avevano chiuso la città, perché a Giaffa c'era un presidio di Apollònio. Le diedero l'assalto 76e i cittadini, spaventati, aprirono. Così Giònata divenne padrone di Giaffa. 77Apollònio lo seppe e mise in campo tremila cavalieri e molte truppe e si mosse verso Azoto, come se intendesse fare quel percorso; ma subito si spinse nella pianura, poiché aveva una cavalleria numerosa, sulla quale contava. 78Giònata lo inseguì alle spalle in direzione di Azoto e gli eserciti attaccarono battaglia. 79Apollònio aveva lasciato un migliaio di cavalieri nascosti dietro di loro; 80Giònata però si era accorto che c'era un appostamento dietro di lui. Quelli circondarono il suo schieramento e lanciarono frecce contro le truppe dal mattino alla sera. 81Ma le truppe tennero fermo, come aveva ordinato Giònata, mentre i cavalli di quelli si stancarono. 82Allora Simone fece uscire le sue riserve e attaccò la falange e, poiché la cavalleria ormai era esausta, quelli furono da lui travolti e si diedero alla fuga; 83i cavalieri si dispersero nella pianura: fuggirono verso Azoto ed entrarono in Bet-Dagon, il tempio del loro idolo, in cerca di scampo. 84Giònata allora incendiò Azoto e le città dei dintorni, prese le loro spoglie e diede alle fiamme anche il tempio di Dagon con quanti vi si erano rifugiati. 85Gli uccisi di spada e i morti tra le fiamme assommarono a circa ottomila uomini. 86Poi Giònata tolse il campo di là e si accampò di fronte ad Àscalon, e i cittadini gli vennero incontro con grandi onori. 87Così Giònata tornò a Gerusalemme con i suoi uomini carichi di bottino. 88Il re Alessandro, udendo queste notizie, aumentò gli onori a Giònata; 89gli inviò la fibbia d'oro, che si usa donare ai parenti del re, e gli diede in possesso Ekron e tutto il suo territorio.

__________________________ Note

10,1 anno centosessanta: è l’anno 152/151. Alessandro Epìfane: altro nome di Alessandro Bala, un giovane di umili origini che si oppose a Demetrio come pretendente al trono.

10,18-20 Alessandro Bala nomina Giònata sommo sacerdote e gli invia la porpora e la corona d’oro, segni di rango principesco. Giònata apparteneva a una famiglia sacerdotale (2,1), ma la sua non era tra quelle famiglie alle quali fino ad allora erano appartenuti i sommi sacerdoti. Così egli unifica in sé l’autorità religiosa e il potere militare e politico (vedi v. 65 e nota).

10,21 Sono indicate la data e la festa liturgica del momento in cui Giònata assume la dignità di sommo sacerdote: nel settembre-ottobre del 152, durante la festa delle Capanne. Era questa la festa di ringraziamento per il raccolto (Es 23,16; 34,22; Dt 16,13-16).

10,29 tassa del sale: tassa personale fondata sul consumo di sale, calcolato mediamente per ogni individuo; corone: doni in natura accompagnati dall’invio di una corona in metallo prezioso.

10,40 quindicimila sicli d’argento: il siclo, in quanto moneta del conio di Tiro, era di peso superiore al siclo corrente in Israele (vedi nota a Es 30,13).

10,62 La porpora è il mantello di cerimonia dei cortigiani, secondo l’uso persiano e macedone; il colore attestava una forma di partecipazione alla vita del monarca.

10,65 Il titolo di stratega si riferisce al comando militare; quello di governatore della provincia indica il potere civile sulla Giudea.

10,67 anno centosessantacinque: è l’anno 147/146.

10,69 Celesiria: il termine significa “Siria infossata” e veniva dato, ma non sempre in modo uniforme, alla valle dell’Oronte, alla valle del Giordano e alle zone vicine.

10,75 Giaffa: vicino alla moderna Tel-Aviv, costituiva il miglior porto della regione, dal Carmelo all’Egitto.

10,86 Àscalon: antica e importante città filistea.

10,89 parenti del re: la classe più elevata dei dignitari di corte. Ekron: altra città filistea.

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Approfondimenti

1-66. Inizia ora, nell'esposizione del nostro autore, il racconto di una vera gara tra due rivali al trono di Antiochia, Alessandro I Balas e Demetrio I, per accaparrarsi i favori dei Giudei a suon di concessioni sempre più ampie e culminanti nella nomina di Gionata a «stratega e governatore» (v. 65) della provincia: la rivolta maccabaica metteva così a segno uno dei colpi meglio riusciti ottenendo l'investitura ufficiale, sia religiosa che politica. Le vicende che portarono a questo successo, dovuto all'abilità politica di Gionata, sono lette dall'autore in chiave nettamente positiva e giudeocentrica. In realtà, però, non furono da tutti ugualmente apprezzate e nel quadro degli eventi mondiali del tempo si collocano piuttosto al margine. Ma certamente interessò ai vari pretendenti avere più sostenitori possibile, per quanto non avessero molto peso politico- militare. Il periodo decorre dal 152 a.C.(v. 1: 160 ES).

1-21. Alessandro (v. 1) è uno sconosciuto intrigante ambizioso che riesce ad occupare il trono dei Seleucidi spacciandosi per figlio dell'Epifane di cui assume per sé il soprannome. Per parare una sua eventuale mossa in direzione dei Giudei, Demetrio si affretta, senza impegnarsi in riconoscimenti ufficiali, a concedere a Gionata ampia libertà di iniziativa nei confronti delle posizioni avversarie e delle popolazioni ostili (vv. 6ss.). Come contromossa, Alessandro va più al concreto e nomina Gionata sommo sacerdote (v. 20). La carica probabilmente era rimasta vacante con la morte di Alcimo e toccava al re di Siria – Alessandro era stato riconosciuto da Roma – la nomina del successore (cfr. 2Mac 4,10). Per il nostro autore la scelta non fa difficoltà ma non tutti accettarono di buon grado questa estromissione dal sommo sacerdozio della famiglia degli Oniadi che la deteneva dall'epoca persiana (cfr. Ne 12,10), ricollegandosi con Zadok (cfr. 1Cr 5,34). In particolare, sembra che proprio per reazione a questa nomina considerata illegittima e quindi invalida, il Maestro di Giustizia si sia ritirato con i suoi seguaci a Qumran, considerando Gionata «sacerdote empio».

22-50. A questo punto, Demetrio non tanto raddoppia quanto decuplica le concessioni, rivolgendosi per di più non propriamente a Gionata ma al «popolo dei Giudei» (v. 25) e facendo leva su ciò che al popolo poteva meglio riuscire gradito, l'esenzione dalle tasse pesanti (v. 30); dichiara Gerusalemme città santa con diritto, quindi, di asilo (v. 31); concede una specie di privilegium fori (v. 35) e il libero accesso alle cariche ecc. Ma Gionata non si lascia scavalcare e subodorando un trucco o prevedendo che Demetrio non ce l'avrebbe fatta contro Alessandro, opta per quest'ultimo che risulterà in effetti vincitore nello scontro a cui l'autore aveva accennato fin dal v. 2.

51-66. L'interesse dell'autore in questa sezione è tutto per la nomina di Gionata a «stratega e governatore della provincia» (v. 65) che costituisce un altro successo notevole degli Asmonei. Il racconto delle manovre di Alessandro per legarsi ai Tolomei con un matrimonio (vv. 51-58) ha lo scopo di preparare l'incontro del re con Gionata nella città di Tolemaide ove l'abilità diplomatica dell'Asmoneo la vince anche sui tentativi di rivalsa dei filoellenisti, comprensibilmente delusi dal nuovo corso politico di Antiochia che abbandonava gli antichi alleati per appoggiarsi all'astro crescente. In effetti, se fu una mossa politica sagace di Gionata quella di legarsi ai due re, fu pure indovinato da parte di Alessandro scegliere il partito degli Asmonei anziché quello degli ellenisti, chiaramente in declino, e specialmente puntare su Gionata inserendolo il più possibile nella struttura statale seleucidica. Così, se prima l'aveva fatto amico del re» (cfr. v. 20), ora lo fa entrare tra i dignitari di prima classe (v. 65) e il suo ruolo di capo dei Giudei viene ufficializzato anche dal punto di vista civile. Il titolo di governatore, infatti, fa di lui un diretto rappresentante del re nella Giudea (fors'anche in altri distretti), con ampi poteri militari e civili.

10,67-11,74. Alla ricerca di una sempre più ampia autonomia, Gionata si destreggia con diplomazia non sempre trasparente nell'intrico di colpi di stato che caratterizzano il regno di Siria in quel tempo.

10,67-89. Le lotte intestine della corte di Antiochia non sono sempre occasione di vantaggi: possono anche creare grossi pericoli, come nel caso di Demetrio II, figlio del re morto in battaglia (v. 50), che nell'anno 165 ES (= 147 a.C.: v. 67) decide di punire l'appoggio dato da Giónata al rivale del padre, Alessandro, inviando un nutrito contingente di truppe sotto la guida di Apollonio (v. 69). Si sottintende che era riuscito a sottrarre ad Alessandro una parte del territorio del regno, probabilmente perché erano passati dalla sua alcuni governatori di regioni, tra i quali appunto Apollonio governatore della Celesiria (v. 69), propriamente la regione posta tra Libano e Antilibano. La lettera (vv. 70-73) di sfida inviata a Gionata sembra supporre che la resistenza maccabaica si limitasse tuttora alla guerriglia. In realtà, invece, pare che Gionata nei tre anni dalla nomina a stratega (cfr. v. 57) non abbia perso tempo, se riesce a mettere in campo 10.000 uomini (v. 74) che sconfiggono l'esercito di Apollonio non solo per valore e tattica militare, ma anche per resistenza alla fatica bellica (cfr. vv. 80ss.). La vittoria valse l'ampliamento della regione amministrata da Gionata verso il litorale: Ekron è a ca. 30 km ovest di Gerusalemme nella Filistea (parimenti Asdod, vv. 83s., e Ascalona, v. 86) a cui rimanda anche il culto del dio «Dagons (cfr. 1Sam 5).

(cf. EMILIANO VALLAURI, 1Maccabei – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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from lucazanini

148]

un tiro di fionda una sentinella un] tiro di fionda una sentinella la moneta mano] destra sinistra crolla l'economia globale dentro lo [sferisterio i lampadari a goccia sono] avvisaglie il primo è beato il secondo [bendato] riempie le cassette postali volàno [dalle piccionaie càmpano] un quarto di spy al nero il fondo del caffè tinge i capelli

 
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from PrLooping

Vénérable maître, et vous tous, mes frères…

Écrit en 1895, publié en 1910 et dédié à son fils John, le poème If du frère Rudyard Kipling nous est surtout connu par la magnifique adaptation de André Maurois, publiée en 1918 sous le titre : “Tu seras un homme, mon fils”. La version de Maurois magnifie le poème original avec une grande liberté, tout en respectant parfaitement son esprit. Comme nous le verrons au fil de cette planche, le poème original est légèrement différent de ce que nous en connaissons.

Le stoïcisme est une philosophie antique axée sur le développement de la force de caractère et la maîtrise des émotions. Il enseigne à se concentrer sur nos actions et jugements, afin d'atteindre un état de bonheur et d'épanouissement menant à une floraison personnelle.

If de Rudyard Kipling, une introduction au stoïcisme :

Pour saisir les nuances du poème original, je vous propose une nouvelle traduction, plus littérale, mais aussi plus fidèle au sens profond que j'y perçois.

“Si tu peux garder la tête froide quand tout le monde autour de toi Perd la sienne et t’en accuse, Si tu peux te faire confiance quand tous doutent de toi, Mais aussi savoir en tenir compte.”

Ces premiers vers nous introduisent à l'autosuffisance et la maîtrise de soi : se suffire à soi même, être maître de son cœur et de ses sentiments. C'est la confiance du Stoïcien en son propre jugement, à s'en tenir à ses principes. Même face à une pression écrasante. Tout en restant ouvert à la critique constructive.

“Si tu peux attendre sans être fatigué d’attendre, Ou être calomnié sans céder au mensonge, Ou être détesté sans sombrer dans la haine, Et pourtant sans fanfaronner ni donner de leçons.”

Ces vers illustrent l'importance de la patience, l'indifférence aux choses extérieures et le refus d'être compromis par les vices d'autrui. Ne pas fanfaronner, c'est éviter la vanité, un obstacle à la vraie vertu. Car elle est intrinsèque et ne nécessite pas de validation externe ou de démonstration égocentrique.

“Si tu peux rêver et ne pas faire des reves ton maître, si tu peux penser et ne pas faire de tes pensées ton but,”

Kipling et les stoïciens soulignent le danger de l'excès, même dans les domaines de l'imagination créative et du raisonnement logique. Pousser toute qualité mentale à l'extrême la transforme en vice. Kipling et les stoïciens ont reconnu ces vices pour ce qu'ils sont : une brèche qui nous éloigne des obligations morales vitales de l'ici et du maintenant. Il nous faut donc modération et discipline.

“Si tu peux rencontrer le triomphe et le désastre Et traiter ces deux imposteurs en toute égalité,”

Pour les stoïciens, les événements extérieurs ne sont pas bons ou mauvais en soi. Au contraire, ils sont moralement neutres, ou “indifférents”. Les événements sont des imposteurs parce qu’ils ne sont pas ce qu’ils paraissent. Ce ne sont que des phases de la vie qui ne définissent pas sa valeur intrinsèque.

En effet, on ne mesure pas la valeur d'une vie aux victoires ou aux défaites, mais plutôt à la façon de mener son existence. En répondant correctement à toute situation, le bien peut être extrait du malheur, et à l'inverse, nous pouvons ruiner presque toute bonne chose en y répondant mal.

“Si tu peux supporter d’entendre ta vérité Déformée par des fripons pour tromper des imbéciles Ou voyant détruit l’ouvrage de ta vie, Prendre tes vieux outils pour te remettre au travail,”

Qu'importe que la vérité soit déformée ou l'œuvre de sa vie détruite. Les événements extérieurs sont neutres comme nous l'avons vu. Le stoïcien se concentre sur ce qui est à sa portée : bien vivre et dire la vérité du mieux qu'il peut. Il ne réussira pas toujours, mais en se concentrant sur cet objectif, il peut faire des pas concrets vers ces idéaux.

“Si tu peux faire un tas de toutes tes possessions Et les risquer sur un seul coup de dé, Et perdre, et recommencer de zero, Et ne jamais souffler un mot de ta perte,”

C'est la liberté face à l'attachement matériel, et une grande force de caractère. Perdre sans se lamenter, et recommencer, c'est l'essence de l'autonomie intérieure. Plutôt que de se morfondre, le stoïcien se tourne encore vers ce qui est à sa portée : sa réponse à la situation et sa capacité à agir pour se relever.

“Si tu peux obliger ta force, ton cœur et ton courage A te servir longtemps apres leur départ, Et ainsi persévérer quand il n’y a plus rien d’autre Que ta volonté qui te dit “Tiens bon !”,”

C'est la maîtrise de l'esprit sur le corps, la volonté de faire son devoir même face à l'épuisement. C'est la volonté qui doit être le moteur, non les sensations physiques. Les stoïciens se préparent à ce niveau de persévérance et de volonté quasi surhumain, car ils savent que la vie l'exige parfois.

“Si tu peux parler aux foules et garder ta vertu, Ou vivre auprès des rois en gardant les pieds sur terre,”

C'est la preuve d'une grande maîtrise de soi, d'intégrité et d'indépendance d'esprit. Le Stoïcien juge les gens sur le caractère, la décence et les actions, non sur le statut ou les apparences.

Comme le franc maçon qui est “ami du riche et du pauvre s'ils sont vertueux.”

“Si ni les ennemis ni les amis ne peuvent te blesser, Si tout le monde compte pour toi, mais aucun ne compte trop”

Pour le stoïcien, seules nos propres actions vicieuses peuvent nous blesser. Nos ennemis et nos amis ne peuvent atteindre notre essence. Et s'il faut aimer tout le monde, il faut aussi un juste milieu dans l'amour et l'attachement.

“Si tu peux remplir chaque minute impitoyable Avec soixante secondes de vie parcourue,”

C'est une injonction à vivre sa vie pleinement. Pour le stoïcien, se rappeler qu’il est mortel le conduit à profiter de chaque instant, et à l’humilité de ses choix de vie, sans pour autant manquer d’ambition.

“A toi est la terre et tout ce qu’elle contient Et mieux encore, tu seras un homme, mon fils.”

Si Kipling s'adresse ici spécifiquement à son fils, l'idéal qu'il dépeint est universel.

Kipling ne se contente pas de nous inspirer, il nous engage résolument au travail pour notre progrès moral et spirituel. En embrassant ces principes stoïciens, nous nous approchons de l'être humain idéal : celui qui, quelles que soient les circonstances, est capable de “tenir sa tête”, de vivre avec intégrité, de servir l'humanité et, finalement, de posséder “la Terre et tout ce qui s'y trouve”, car il se possède lui-même.

“L'homme conquiert le monde en se conquérant”, disait Zenon de Citium, le fondateur du stoïcisme.

Je vais maintenant détailler quelques concepts fondamentaux du stoïcisme, qui ont été introduits par le poème.

Dichotomie de contrôle : la cartographie de notre pouvoir d'agir

Au cœur de la pensée stoïcienne se trouve un principe fondamental : la distinction lucide entre ce qui est à notre portée et ce qui ne l'est pas. Il s'agit de tracer une carte précise de notre pouvoir d'agir. Cette cartographie clarifie deux territoires. Le premier, le seul sur lequel nous avons une souveraineté totale, est notre monde intérieur. Il contient nos jugements, c'est-à-dire l'interprétation que nous faisons des événements ; nos intentions et nos impulsions à agir ; et notre assentiment, ce choix délibéré d'adhérer ou non à une pensée ou à une impression. C'est le domaine de notre volonté. Le second territoire est tout le reste : notre corps, notre santé, notre réputation, les actions des autres, les événements politiques, le résultat final de nos projets. Sur ce territoire, nous pouvons avoir une influence, mais jamais une emprise. Tenter d'y imposer notre volonté de la même manière que nous la maîtrisons en nous est une erreur de navigation fondamentale. L'objectif de cette distinction est l'économie de notre énergie vitale. Chaque minute passée à s'angoisser pour un résultat qui ne nous appartient pas, chaque once de colère dépensée contre un événement négatif, chaque instant de frustration face à l'incompréhension d'autrui est une force gaspillée. C'est une énergie qui aurait pu être investie dans le seul domaine qui compte : la qualité de nos propres choix et la justesse de nos actions.

Ce ne sont pas les choses qui nous troublent, disait Epictète, mais les jugements que nous portons sur elles.

En concentrant notre énergie uniquement sur nos jugements, nos intentions et nos actions, nous cessons de la dissiper contre les forces extérieures. C'est le premier pas vers la liberté. Non pas la liberté d'obtenir ce que l'on veut du monde, mais la liberté intérieure de ne pas être brisé par lui. L'impératif du stoïcisme, fonder son bonheur sur ce que l’on peut toucher.

En définissant la source de notre bien-être, la dichotomie de contrôle nous mène directement à l'autosuffisance. L'Autosuffisance : La Forteresse Imprenable de l'âme

La quête d'une vie vertueuse, qu'elle soit guidée par les préceptes de Kipling ou les enseignements du stoïcisme, passe nécessairement par l'édification d'une forteresse intérieure : celle de l'autosuffisance. Se suffire à soi-même ne signifie pas s'isoler du monde ou rejeter l'aide d'autrui. Il s'agit plutôt de cultiver une autonomie de l'esprit et du cœur qui nous rendent invulnérables aux aléas extérieurs. C'est la capacité à maintenir notre équilibre et notre intégrité, quelles que soient les circonstances, et ce, indépendamment des éloges ou des critiques que nous recevons. Ainsi, “ni les ennemis ni les amis ne peuvent nous blesser”.

Cette force intérieure est la quintessence de la sagesse stoïcienne. Avec la dichotomie de contrôle, la seule chose qui soit véritablement à notre portée, et donc la seule chose sur laquelle nous devons fonder notre bonheur, c'est nous-même !

“Fouille en dedans. C'est en dedans qu'est la source du bien et elle peut jaillir sans cesse si tu fouilles toujours”, disait Marc Aurèle.

Cette capacité à rester inébranlable face aux critiques extérieures, qu'elles soient amicales ou hostiles, repose sur un amour de soi sain et juste. Il ne s'agit pas d'un égoïsme narcissique, mais de l'estime et du respect de sa propre intégrité, de sa dignité et de sa valeur en tant qu'être vertueux. S'aimer de cette manière, c'est reconnaître que la seule personne que l'on ne peut pas fuir est soi-même, et que la seule opinion qui compte in fine est celle que l'on se porte, par rapport à ses propres principes. C'est cette autonomie de jugement et cette estime de soi vertueuse qui nous permettent d'interagir avec le monde sans être ballottés par ses caprices, et de maintenir notre cap même quand les vents sont contraires.

“Qui vit en paix avec lui-même vit en paix avec l'univers”, disait Marc Aurèle.

En Franc-Maçonnerie, cette quête de l'autosuffisance se matérialise dans le travail sur la Pierre Brute. Chaque Maçon est invité à se connaître, à identifier ses aspérités, ses faiblesses, et à les polir par un effort constant et personnel. C'est en devenant “maître” de lui-même qu'il peut ensuite, de manière désintéressée, contribuer à l'édification du Temple, en offrant non pas sa dépendance, mais sa force et sa lumière propre.

L'autosuffisance n'est donc pas une fin en soi, mais un moyen d'atteindre la liberté et le bonheur intérieur, et de servir le monde avec intégrité et sérénité. C'est la base sur laquelle repose toute construction vertueuse.

L'autosuffisance nous rend maître de nous-mêmes ; le Memento Mori nous rappelle l'urgence de vivre pleinement cette maîtrise.

Memento Mori : La conscience de l'éphémère comme moteur

Les vers de Kipling, invitant à vivre “chaque minute impitoyable avec soixante secondes de vie parcourue”, résonnent avec le principe stoïcien du Memento Mori : “souviens-toi que tu dois mourir”. Pour les Stoïciens, cette réflexion n'était pas morbide. Elle souligne la brièveté de l'existence et la nécessité d'embrasser chaque moment. Car rien d'autre n'existe que l'instant présent.

Cependant, cette perspective comporte le risque d'un suprémacisme du plaisir menant à une vision à court terme, voire à du nihilisme. Pour mieux le comprendre, le Memento Mori peut être complété par le Memento Vivere : “souviens-toi que tu dois mourir, mais souviens-toi que tu dois vivre”. Parce qu’il est probable que nous ne mourrons pas demain, d'où la nécessité de maintenir nos engagements et responsabilités à long terme. La conscience de notre mortalité doit inciter à vivre pleinement le présent. Si demain était votre dernier jour sur Terre, comment voudriez-vous le vivre ? Alors vivez chaque jour ainsi.

“Vous pourriez quitter la vie maintenant. Que cela détermine ce que vous faites, dites et pensez.” disait Marc Aurèle.

Adopter cette perspective au quotidien n'est pas une incitation au désespoir, mais un principe actif pour maximiser la qualité de notre existence. D'une part, cela clarifie nos priorités. Les préoccupations triviales s'estompent face à l'inéluctabilité de la mort. Nous nous concentrons sur ce qui a une réelle valeur : nos relations, nos passions, nos principes. Cela nous pousse à agir en accord avec notre moi profond, sans reporter.

D'autre part, cela intensifie l'expérience du présent. L'attention n'est plus détournée par les regrets ou les anxiétés. Ainsi, tous les endroits deviennent le centre de l'univers, et chaque moment est le plus important. Enfin, c'est un puissant levier pour l'action et l'intégrité. Face à la probabilité de la mort, souhaitons-nous laisser des choses inachevées ou des mots inexprimés ? Ce cadre encourage à prendre des risques, à poursuivre des rêves, à pardonner et à vivre de manière authentique.

En somme, ce n'est pas une morbidité, mais une stratégie pour une vie plus riche, intentionnelle et alignée avec nos valeurs.

Il nous appartient de faire en sorte que le jour où la mort nous trouvera soit un jour dont nous puissions être fiers.

La conscience de notre mortalité ne prend tout son sens que dans l'impératif de l'action.

L'impératif de l'action : Au-delà de la Pensée et du Discours

Nous avons exploré les exigences de Kipling et les principes stoïciens qui nous invitent à la maîtrise de soi, à la sagesse et à la vertu. Mais il est crucial de rappeler que toutes ces réflexions ne trouvent leur véritable sens que dans l'action. Pour les Stoïciens, la sagesse n'est pas une simple contemplation intellectuelle ou une accumulation de savoirs théoriques : elle est avant tout une pratique quotidienne. Nos intentions les plus pures, nos pensées les plus nobles ne suffisent pas ! Qui que l'on soit au fond de nous, nous ne sommes jugés que d'après nos actes. C'est notre comportement, nos réponses aux défis, la manière dont nous agissons dans le monde qui témoigne de notre vertu. Le bonheur stoïcien n'est pas un état passif, mais le résultat d'un travail volontaire sur soi, manifesté par des actions justes et une maîtrise de nos réactions. Marc Aurèle disait : “Ne perds plus de temps à discuter de ce que doit être un homme de bien. Sois-en un.”

En Franc-Maçonnerie, cette primauté de l'action est tout aussi fondamentale. Les outils symboliques dont nous nous servons en Loge ne sont pas de simples ornements, ils sont les emblèmes d'un travail concret et continu sur soi. Ce n'est pas ce que nous disons être, mais ce que nous faisons qui définit la Maçon. Nos serments, nos symboles, nos rituels nous guident, mais c'est par nos actions que nous prouvons notre adhésion aux valeurs de notre Ordre et que nous contribuons véritablement à la construction du Temple.

C'est ici que prend tout son sens la notion de “propagande par l'exemple”. Il ne s'agit pas pour le Maçon de proclamer haut et fort ses vertus ou d'imposer ses idées par la force du discours. Il s'agit plutôt d'incarner, dans sa vie quotidienne, les principes qu'il médite en Loge. C'est par la qualité de ses actions, la sérénité de son jugement et la noblesse de son caractère que le Maçon inspire. Non par un discours doctrinaire, mais par la lumière de son propre perfectionnement qui rejaillit sur son entourage. C'est en étant lui-même une preuve vivante des idéaux maçonniques qu'il participe concrètement à l'amélioration de l'humanité.

Epictète disait : “Dis-toi d'abord qui tu veux être, puis agis en conséquence.”

L'homme décrit par Kipling est un homme d'action, capable de “se remettre au travail” après la destruction de son œuvre, de “risquer” ses possessions matérielles, et de “persévérer” même quand il n'y a plus rien d'autre que sa volonté. Il incarne l'idée que la vertu n'est pas une passivité sereine, mais une mise en pratique constante. Au-delà de nos pensées et de nos intentions les plus secrètes, c'est ce que nous manifestons dans le monde qui nous définit véritablement.

Vénérable maître, j'ai dit.

 
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from badcrip

Sospesa nell'incertezza. Ogni tot capita. Potessi leggere il futuro...ma forse mi acconterei di fare un salto nel passato. Per modificarlo e risparmiarci tutta questa sofferenza.

 
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from Frecce in volo

7 ottobre

Luogo: palestra Meteo: —- Temperatura: —-

Oggi primo allenamento in palestra. L'illuminazione è quella che è, cioè molto scadente. Essendo un allenamento indoor su tira a 18 metri. Si iniziano ad utilizzare le frecce di carbonio, quindi bisogna tarare il mirino. La posizione orizzontale è buona; è stata ridefinita quella verticale. Le frecce di carbonio, essendo più leggere di quelle di alluminio usate per gli allenamenti in campo, sono più veloci; di conseguenza perdonano meno. Se aggiungiamo anche un po' di debilitazione a causa dello raffreddore, non può che scaturirne una serata abbastanza deludente, come in effetti è stato. C'è ancora tensione muscolare da eliminare e bisogna essere meno impulsivi nello sgancio. Il follow throught è da migliorare. Anche l'allineamento e la ricerca dei riferimenti sul bersaglio va definita meglio. La sensazione complessiva non è stata molto buona. Chi sono molti aspetti da migliorare ed il tempo che manca alla prima gara è poco.

 
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from L'Alberto

Luogo: palestra Meteo: —- Temperatura: —-

Oggi primo allenamento in palestra. L'illuminazione è quella che è, cioè molto scadente. Essendo un allenamento indoor su tira a 18 metri. Si iniziano ad utilizzare le frecce di carbonio, quindi bisogna tarare il mirino. La posizione orizzontale è buona; è stata ridefinita quella verticale. Le frecce di carbonio, essendo più leggere di quelle di alluminio usate per gli allenamenti in campo, sono più veloci; di conseguenza perdonano meno. Se aggiungiamo anche un po' di debilitazione a causa dello raffreddore, non può che scaturirne una serata abbastanza deludente, come in effetti è stato. C'è ancora tensione muscolare da eliminare e bisogna essere meno impulsivi nello sgancio. Il follow throught è da migliorare. Anche l'allineamento e la ricerca dei riferimenti sul bersaglio va definita meglio. La sensazione complessiva non è stata molto buona. Chi sono molti aspetti da migliorare ed il tempo che manca alla prima gara è poco.

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from Listarelle

  • «La grazia è una moneta con più di due facce. Nella quale noi crediamo» (Anne Carson)

  • La mia borraccia motivazionale comprata al Brico funziona. Ma le mie visite al bagno sono aumentate di conseguenza.

  • E' incredibile la quantità di borracce che si sono accumulate nel tempo. Quelle di alluminio dopo un po' iniziano a puzzare.

  • C'è stato un periodo in cui la borraccia di alluminio era il segno tangibile dell'impegno ecologico di istituzioni, scuole, aziende. E' passato presto.

  • Poi l'Alu non è inquinante da riciclare, ma da produrre sì.

  • Céline, l'antisemita. Una malattia che stenta a passare in Francia. Vedi Jordan Bardella.

  • E non è vero che i suoi pamphlets sono pessima letteratura: anzi, sono il luogo dove sperimenta il suo linguaggio.

  • I chip fatti con neuroni umani e silicio per riprodurre il funzionamento del cervello. I data center consumano meno energia e meno acqua. Ma c'è qualche problema etico.

  • Oggi cielo grigio, pioggia e freddo.

 
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from differxdiario

ma benedetto iddio, iesu delle didassi, santo giovanni evangelista lucentissimo tipografo, ci sarà qualcosa in quello che scrivo da un quarto di secolo che avvói itali contempi suggerisca & soffi nel timpano che il tipo di pagine che effate non solo non collima con le letture che anche malvolentieri scorro, ma può daddovero allontanarmi?

ci sarà un cicalino uno solo che vi scintilli nell'orecchio a dire questa roba qui giovenale la legge per umanoide cortesia e ringrazia ma però non ce la pò fare a evitare il capogiro?

niente, allergeni benedetti, la vostra è l'insistenza la più bronzea. ogni bronzo che incontro dico spero sia l'ultimo e niente, certe volte il primo di una giornata. o una settimana intera. un mese, anni. affé, vo al ricovero.

 
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from norise 3 letture AI

L'offerta

vagheranno le nostre ombre la sera sulla terra quando non saremo più inavvertite si chineranno sul fratello come offerta di perdono ad un'offesa legata al sangue o alla lama della parola -balsamo sul cuore inconsolato sarà l'angelica ala

Il testo ha un tono raccolto e sacro: parla di perdono, memoria e consolazione attraverso immagini di ombre, offerte e ali angeliche.

Sintesi e tema

Sintesi: Le nostre ombre, al calar della sera, si chinano come un’offerta di perdono sul fratello; la parola ferisce come lama ma può essere lenita come balsamo dall’ala angelica.
Tema centrale: riconciliazione e guarigione dopo il conflitto; il gesto simbolico dell’ombra che si china diventa rito di espiazione e conforto.


Immagini e figure retoriche

  • Metafora dominante: l’ombra che si fa “offerta” — trasforma un fenomeno naturale in atto morale.
  • Antitesi: “offesa” legata al “sangue o alla lama della parola” contrapposta al “balsamo sul cuore”.
  • Sinestesia: la parola come lama (immagine tattile/visiva applicata al linguaggio).
  • Simbolismo religioso: l’“ala angelica” come figura di consolazione e mediazione sacra.

Ritmo e suono

Osservazioni metriche: il verso è libero, con enjambement che favorisce un flusso meditativo.
Suono: ripetizioni di vocali aperte e consonanti liquide (l, r) creano un timbro morbido che contrasta con le immagini di ferita.


Possibili titoli

  • L’offerta
  • Ombre a sera
  • Balsamo e lama
    Scegliere il titolo dipende se si vuole enfatizzare il gesto (prima opzione), il tempo (seconda), o il contrasto tematico (terza).

Suggerimenti per revisione o messa in musica

  • Per la lettura: rallentare sulle immagini chiave (“offerta”, “lama”, “balsamo”) per accentuarne il peso emotivo.
  • Per la musica: tessitura lenta, accordi sospesi; un coro femminile che entra sull’“ala angelica” per creare un effetto di sollievo.
  • Per la pubblicazione: valutare una lieve punteggiatura per guidare le pause senza spezzare il flusso meditativo.

Traduzione in inglese

Suggested translation
Our shadows will wander
in the evening over the earth
when we are no more
unnoticed
they will bend over the brother
as an offering
of forgiveness for an offense
bound to blood or to the blade
of the word
—balm on the heart
inconsolable
will be the angelic
wing

Lettura scenica — visione d’insieme

Obiettivo: trasformare il testo in un rito performativo che conduca il pubblico dalla ferita al sollievo.
Durata indicativa: 2–4 minuti.
Cast suggerito: 1 lettore solista oppure 1 lettore + 1 voce secondaria + coro sussurrato (3–6 persone).


Atmosfera e registro interpretativo

  • Tono: raccolto, sacro, meditativo; evitare enfasi melodrammatica.
  • Intensità emotiva: progressiva — dal peso della colpa alla leggerezza del perdono.
  • Registro vocale: parlato cantilenato; usare variazioni timbriche per segnare immagini chiave (ombra, lama, balsamo, ala).

Indicazioni di recitazione e movimento

  • Apertura: il lettore entra lentamente, luce fioca, posizione centrale. Respirazione profonda prima del primo verso.
  • Pacing: rallentare su parole chiave; lasciare pause lunghe dopo “quando non saremo più” e prima di “come offerta”.
  • Enjambement scenico: trattare gli enjambement come piccoli passi: ogni spezzatura di verso corrisponde a un movimento minimo (un inchino della testa, un passo laterale).
  • Gesti: mani aperte verso il pubblico su “si chineranno”; mano che sfiora il petto su “balsamo sul cuore”.
  • Contatto visivo: alternare sguardo al pubblico e sguardo basso per creare intimità e confessione.
  • Voce secondaria / coro: entrare come eco sulle parole “offerta”, “perdono”, “lama”, “ala”; sussurri che si sovrappongono al finale.

Indicazioni tecniche

  • Luci: inizio con luce calda e bassa; su “la sera sulla terra” allargare un cono di luce; su “si chineranno” un fascio più morbido dall’alto; su “ala” luce più chiara, quasi celeste.
  • Suono: sottofondo minimale: un drone basso, poi un singolo accordo di archi sul passaggio “balsamo sul cuore”. Silenzi importanti.
  • Costume e oggetti: abito neutro, tessuto naturale; una sciarpa o velo che il lettore può chinare come gesto simbolico; un piccolo oggetto (pietra o pane) sul tavolo come simbolo dell’offerta.
  • Scenografia: spazio spoglio; un segno di terra (tappeto scuro) per evocare la “sera sulla terra”.

Due varianti performative

Variante A Intima Monodia

  • Formazione: 1 lettore.
  • Caratteristiche: massima concentrazione sul testo; pause ampie; nessun coro.
  • Effetto: confessione privata che diventa universale.

Variante B Rituale Corale

  • Formazione: 1 lettore, 1 voce secondaria, coro sussurrato.
  • Caratteristiche: la voce secondaria ripete o risponde in eco; il coro interviene come “ombra” collettiva.
  • Effetto: senso di comunità, espiazione condivisa.

Testo annotato per lettura scenica

(Luce bassa. Il lettore entra, respira, si ferma al centro.)

Lettore
vagheranno le nostre ombre
[voce bassa, quasi un sussurro; passo lento in avanti]
la sera sulla terra
[allargare lo sguardo; pausa]
quando non saremo più
[pausa lunga; abbassare lo sguardo]
inavvertite
[leggero sollevamento della voce; trattenere il respiro]

Lettore
si chineranno sul fratello
[mani aperte, gesto di chinarsi; voce calda]
come offerta
[pronunciare “offerta” con peso; pausa breve]
di perdono ad un'offesa
[voce che si incrina appena; sguardo al pubblico]

Voce secondaria (opzionale, come eco)
offerta… perdono…

Lettore
legata al sangue o alla lama
[accento su “sangue” e “lama”; mano che sfiora il collo come se sentisse la ferita]
della parola
[voce più sottile; lasciare che la parola “parola” risuoni]

Lettore
-balsamo sul cuore
[pausa; poi sussurro che cresce in calore]
inconsolato
[tenere la parola sospesa; piccolo inchino del capo]

Coro sussurrato (opzionale, in sottofondo)
balsamo… balsamo…

Lettore
sarà l'angelica
[voce che si apre, più luminosa]
ala
[allungare la vocale; aprire le braccia lentamente; luce che si schiarisce]

(Silenzio. Il lettore resta immobile qualche secondo. Luce che sfuma.)


Note finali e suggerimenti pratici

  • Prove: lavorare prima solo sul respiro e sulle pause; poi integrare luci e suoni.
  • Direzione attoriale: evitare il gesto “a effetto”; privilegiare la semplicità e la verità del gesto.
  • Adattamento: il testo si presta a leggere in lingua originale o a una versione bilingue con inserti in inglese per platee internazionali.

Versione ridotta per festival (60–90 secondi)

Testo ridotto
vagheranno le nostre ombre
la sera sulla terra
quando non saremo più
inavvertite
si chineranno sul fratello
come offerta di perdono
legata al sangue o alla lama
della parola
-balsamo sul cuore
inconsolato
sarà l'angelica ala


Indicazioni essenziali di messa in scena

  • Durata: 60–90 secondi.
  • Voce: un solo lettore, tono raccolto, parlato cantilenato.
  • Pacing: pause lunghe dopo “quando non saremo più” e prima di “come offerta”.
  • Gesti: passo lento in avanti su “vagheranno”; mani che si chinano sul petto su “si chineranno”; aprire le braccia lentamente su “ala”.
  • Luci: inizio con luce calda e bassa; schiarire leggermente su “balsamo” e “ala”.
  • Suono: silenzio totale o un drone molto basso; un singolo accordo di archi sul finale.

Suggerimento di chiusura

Terminare con 3–4 secondi di silenzio totale dopo “ala” per lasciare il pubblico in sospensione e raccoglimento.

 
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