noblogo.org

Reader

Leggi gli ultimi post dagli utenti di noblogo.org.

from norise

Guardare oltre

And death shall have no dominion. Dylan Thomas

guardare lungo: oltre la naturale dissoluzione

un’alba rosata ti pettina i pensieri carezza i progetti del giorno

nulla può la morte se tendi alla bellezza

21.1.24

* Luca Rossi su Fb Una poesia che tende al trascendente. Dal tono delicato per una lettura lenta che porta ad una riflessione profonda. Ho provato come un senso di tranquillità nel leggerla. Sapere che il dopo lo si può già considerare da adesso, nelle giuste proporzioni che ci indica la poesia. Il poeta si fa curatore di anime perché nulla vada perduto se si guarda alla bellezza. Che si tratti della bellezza del cuore (degli affetti quindi) , dell’anima, del corpo o altro, poco importa , perché la vera bellezza li racchiude tutti. Si anche la bellezza del corpo che non deve essere esorcizzata perché si rischierebbe di non vedere una parte del Creato. Tutto convive se viene considerato nel giusto modo. Tutto ci induce a credere. Serino, con il suo scrivere, ce lo comunica e ci chiede di comprenderlo, cioè di prendere-con-noi tutto questo. Un incoraggiamento a vivere adesso per vivere ancora quando tutto sarà passato, in una direzione in cui egli ha già saputo vedere.

 
Read more...

from 📖Un capitolo al giorno📚

1Ierub-Baal dunque, cioè Gedeone, con tutta la gente che era con lui, alzatosi di buon mattino, si accampò alla fonte di Carod. Il campo di Madian era, rispetto a lui, a settentrione, ai piedi della collina di Morè, nella pianura. 2Il Signore disse a Gedeone: “La gente che è con te è troppo numerosa, perché io consegni Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: “La mia mano mi ha salvato”. 3Ora annuncia alla gente: “Chiunque ha paura e trema, torni indietro e fugga dal monte di Gàlaad”“. Tornarono indietro ventiduemila uomini tra quella gente e ne rimasero diecimila. 4Il Signore disse a Gedeone: “La gente è ancora troppo numerosa; falli scendere all'acqua e te li metterò alla prova. Quello del quale ti dirò: “Costui venga con te”, verrà; e quello del quale ti dirò: “Costui non venga con te”, non verrà”. 5Gedeone fece dunque scendere la gente all'acqua e il Signore gli disse: “Quanti lambiranno l'acqua con la lingua, come la lambisce il cane, li porrai da una parte; quanti, invece, per bere, si metteranno in ginocchio, li porrai dall'altra”. 6Il numero di quelli che lambirono l'acqua portandosela alla bocca con la mano, fu di trecento uomini; tutto il resto della gente si mise in ginocchio per bere l'acqua. 7Allora il Signore disse a Gedeone: “Con questi trecento uomini che hanno lambito l'acqua, io vi salverò e consegnerò i Madianiti nelle tue mani. Tutto il resto della gente se ne vada, ognuno a casa sua”. 8Essi presero dalle mani della gente le provviste e i corni; Gedeone rimandò tutti gli altri Israeliti ciascuno alla sua tenda e tenne con sé i trecento uomini. L'accampamento di Madian gli stava al di sotto, nella pianura.

9In quella stessa notte il Signore disse a Gedeone: “Àlzati e piomba sul campo, perché io l'ho consegnato nelle tue mani. 10Ma se hai paura di farlo, scendi con il tuo servo Pura 11e ascolterai quello che dicono; dopo, prenderai vigore per piombare sul campo”. Egli scese con Pura, suo servo, fino agli avamposti dell'accampamento. 12I Madianiti, gli Amaleciti e tutti i figli dell'oriente erano sparsi nella pianura, numerosi come le cavallette, e i loro cammelli erano senza numero, come la sabbia che è sul lido del mare. 13Quando Gedeone vi giunse, un uomo stava raccontando un sogno al suo compagno e gli diceva: “Ho fatto un sogno. Mi pareva di vedere una pagnotta d'orzo rotolare nell'accampamento di Madian: giunse alla tenda, la urtò e la rovesciò e la tenda cadde a terra”. 14Il suo compagno gli rispose: “Questo non è altro che la spada di Gedeone, figlio di Ioas, uomo d'Israele; Dio ha consegnato nelle sue mani Madian e tutto l'accampamento”.

15Quando Gedeone ebbe udito il racconto del sogno e la sua interpretazione, si prostrò; poi tornò al campo d'Israele e disse: “Alzatevi, perché il Signore ha consegnato nelle vostre mani l'accampamento di Madian”. 16Divise i trecento uomini in tre schiere, mise in mano a tutti corni e brocche vuote con dentro fiaccole 17e disse loro: “Guardate me e fate come farò io; quando sarò giunto ai limiti dell'accampamento, come farò io, così farete voi. 18Quando io, con quanti sono con me, suonerò il corno, anche voi suonerete i corni intorno a tutto l'accampamento e griderete: “Per il Signore e per Gedeone!”“. 19Gedeone e i cento uomini che erano con lui giunsero all'estremità dell'accampamento, all'inizio della veglia di mezzanotte, quando avevano appena cambiato le sentinelle. Suonarono i corni spezzando la brocca che avevano in mano. 20Anche le tre schiere suonarono i corni e spezzarono le brocche, tenendo le fiaccole con la sinistra, e con la destra i corni per suonare, e gridarono: “La spada per il Signore e per Gedeone!”. 21Ognuno di loro rimase al suo posto, attorno all'accampamento: tutto l'accampamento si mise a correre, a gridare, a fuggire. 22Mentre quelli suonavano i trecento corni, il Signore fece volgere la spada di ciascuno contro il compagno, per tutto l'accampamento. L'esercito fuggì fino a Bet-Sitta, verso Sererà, fino alla riva di Abel-Mecolà, presso Tabbat. 23Gli Israeliti si radunarono da Nèftali, da Aser e da tutto Manasse e inseguirono i Madianiti. 24Intanto Gedeone aveva mandato messaggeri per tutte le montagne di Èfraim a dire: “Scendete contro i Madianiti e occupate prima di loro le acque fino a Bet-Bara e anche il Giordano”. Così tutti gli uomini di Èfraim si radunarono e occuparono le acque fino a Bet-Bara e anche il Giordano. 25Presero due capi di Madian, Oreb e Zeeb; uccisero Oreb alla roccia di Oreb, e Zeeb al torchio di Zeeb. Inseguirono i Madianiti e portarono le teste di Oreb e di Zeeb a Gedeone, oltre il Giordano.

__________________________ Note

7,1 Gedeone si accampa ai piedi dei monti di Gèlboe, presso la fonte di Carod, nome che significa “avere paura”, “tremare” (vedi 7,3). Il campo dei Madianiti è un po’ più a nord-ovest, ai piedi della collina di Morè, zona collinare del Piccolo Ermon.

7,13 La pagnotta d’orzo che rotola sulla tenda è simbolo di un popolo agricolo, cioè degli Israeliti dediti da tempo all’agricoltura; la tenda che cade perché urtata dalla pagnotta è simbolo di un popolo nomade, cioè dei Madianiti.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti

7,1-8,3. Il brano ha tre momenti:

  • vv. 1-8, la selezione dei combattenti;
  • vv. 9-14, il sogno e la sua interpretazione;
  • 7,15-8,3, l'assalto all'accampamento dei Madianiti e la disfatta del nemico.

Nella prima unità uno dei temi centrali della storia deuteronomistica (la salvezza è dono di JHWH) trova una esemplificazione eloquente e famosa. JHWH ordina ripetutamente a Gedeone di ridurre le sue truppe, che sono «troppo numerose» (vv. 2.4). In tre selezioni successive (vv. 2-8), Gedeone arriva a comporre un drappello agile e imprevedibile. Il dato ha due risvolti. Uno teologico, di cui s'è già detto. JHWH, paradossalmente, aiuta il debole e regala vittorie impossibili. L'altra concerne la strategia militare. Contro i beduini ben armati e avvezzi a combattere, Gedeone sceglie non lo scontro aperto, bensì l'espediente astuto, che spaventa e disperde il nemico, come ci diranno i vv. 16ss.

La seconda unità (v. 9-14) presenta un segno premonitore di quanto accadrà. Anche per l'Israelita il sogno è visto come mezzo per comunicare con la divinità e cogliere gli eventi futuri. Basti pensare a Gn 40,1ss. (Giuseppe interpreta i sogni nella prigione) e a Dn 2ss. (le interpretazioni da parte di Daniele dei sogni del re). Non mancano peraltro passi dell'Antico Testamento che mettono in guardia contro i sogni. Dt 13,2-6 ammonisce dal prestare ascolto a profeti e sognatori avversi allo jahvismo. Geremia (23,25ss.) fa una distinzione netta tra la parola di JHWH e il sogno del profeta menzognero. Qui il dato è eccezionale: il sogno è fatto ed è interpretato da un non ebreo. Nel caso concreto «la pagnotta d'orzo» (v. 13) simboleggia gli Israeliti, oramai trasformati in agricoltori. La conclusione del brano (v. 14) ripete un motivo comune della guerra santa: JHWH ha già deciso l'esito della battaglia.

La terza unità (7,15-8,3) descrive la messa in atto dello stratagemma escogitato da Gedeone, e la conseguente vittoria sul nemico. I trecento soldati di Gedeone, suddivisi in tre gruppi, raggiungono l'accampamento nemico senza farsi notare e lo circondano, lasciando un'unica via d'uscita verso il Giordano. Al segnale di Gedeone, il suono delle trombe, l'agitarsi delle fiaccole, il fracasso delle brocche spezzate, semina il panico nei beduini svegliati di soprassalto, i quali fuggono verso i guadi del fiume, colpendosi a vicenda. La presenza di Efraim a questo punto (7,24-8,3) è difficile da spiegare. Non sembra verosimile una sua convocazione e un suo intervento in questo momento, anche se è plausibile che abbiano collaborato alle campagne militari di Ge-deone. In questo episodio la tribù di Efraim figura contrapposta al clan di Abiezer, il che conferma il carattere orgoglioso degli Efraimiti. Efraim mirava a diventare la tribù guida di tutto Israele. La sua aggressività e voglia di espansione sono ricordate in Gs 17, 14-18. Anche in Gdc 12, 1-6 essa si troverà contro le altre tribù. Saranno gli Efraimiti a spingere alla divisione dei due regni, dopo la morte di Salomone (1Re 12,1ss.).

(cf. VINCENZO GATTI, Giudici – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


🔝C A L E N D A R IIndice BIBBIAHomepage

 
Continua...

from lucazanini

[esclusioni]

lo specchietto la cittadinanza digitale tutto] Socrate in un'ora si [disfa la centralina monoscocca non ronza o] le aperture il calmiere tutto] Sottsass jr. in cento e sei più le trasparenti salvano un paio la volta dove si sciupa o] dove non possono i ghirigori l'Unesco fa sapere tutta la manodopera l'attore seduto conta] [le brugole l'unieuro

 
Continua...

from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Archeologia Digitale

C’è un nuovo tipo di scavo, che non si fa con pennelli e setacci ma con vecchi PC, cavi aggrovigliati e scatole di cartone dimenticate in soffitta. È l’archeologia digitale: la scienza non ufficiale di chi esplora le reliquie tecnologiche che hanno fatto la storia recente, prima che la nuvola (quella “cloud” tanto impalpabile) diventasse il nostro museo personale. Il floppy disk, oggi, sembra un reperto egizio. Una volta era il portatore di sogni: 1,44 megabyte di spazio, un abisso di possibilità per chi ci infilava dentro file di testo, giochi pixellati e qualche immagine .bmp che caricava a passo di lumaca. C’era chi li etichettava con cura maniacale e chi li lasciava vagare nudi e graffiati nello zaino, condannandoli a morte precoce. Eppure, dentro quei quadratini di plastica, stava l’embrione della memoria collettiva digitale. Poi arrivarono i CD masterizzati male. Quelli erano davvero la roulette russa dell’informatica casalinga. Bastava un granello di polvere, un programma di masterizzazione instabile, e addio compilation “Estati 2002”. Il fascino del “buffer underrun” è rimasto inciso nelle menti di chi passava notti intere a incidere 700 megabyte di dati con la stessa tensione con cui un archeologo maneggia un vaso fragile. I CD si rigavano con niente, si scrostavano con il tempo, ma rappresentavano il primo passo verso la personalizzazione totale: musica, film, backup. Tutto a portata di mano, tutto facilmente perdibile. Il floppy e il CD non erano semplici strumenti: erano rituali. Si copiava, si passava all’amico, si duplicava in laboratorio scolastico. E con loro cresceva una comunità: un sapere condiviso, un linguaggio segreto fatto di sigle, abbreviazioni e file compressi in .zip che promettevano mondi. Ma il vero tempio dell’archeologia digitale è stato il forum. Prima dei social, prima dell’influenza degli influencer, c’erano queste bacheche virtuali con sfondi blu elettrico, avatar improbabili e nickname che raccontavano più di un documento d’identità. Nei forum si discuteva di tutto: musica metal, tarocchi, programmazione in C++, segreti di videogiochi. Ogni discussione era stratificata come un sito archeologico: thread principali, digressioni infinite, litigi leggendari che ancora oggi qualcuno ricorda con un sorriso. Un forum non era solo uno spazio: era una piazza, con le sue regole non scritte. Il moderatore faceva la parte del sacerdote che manteneva l’ordine, ma spesso diventava il tiranno che chiudeva discussioni con un “thread chiuso” secco come una ghigliottina. E noi, lì, a costruire identità digitali parallele, a sentirci parte di tribù che avevano password e conoscenze esclusive. Oggi quell’epoca appare lontanissima, ma è ancora lì, sotto la polvere del tempo. Ogni floppy dimenticato in un cassetto, ogni pila di CD masterizzati con pennarello indelebile, ogni screenshot di un forum ormai offline è un frammento di quell’avventura. Una memoria che rischia di sparire, perché i supporti si degradano, i siti vengono chiusi, e l’obsolescenza tecnologica è più spietata di qualsiasi cataclisma naturale. Eppure l’archeologia digitale non è solo nostalgia. È consapevolezza. Ci ricorda che la tecnologia non è mai neutra: porta con sé riti, comunità, esperienze. Oggi salviamo tutto su server che non vediamo, affidandoci a piattaforme che non possediamo. Ma un tempo, quella memoria la toccavamo: un floppy in tasca, un CD nello zaino, una password scritta a matita su un foglio stropicciato. Indiana Jones, se fosse nato negli anni ’90, non avrebbe avuto la frusta e il cappello. Avrebbe avuto un PC con Windows 98, un lettore CD esterno e una connessione a 56k che strillava come un animale ferito. E forse, tra una cartella nascosta e un vecchio nick dimenticato, avrebbe trovato il vero tesoro: la prova che la cultura digitale non è fatta solo di bit, ma di storie, persone e riti che meritano di essere ricordati.

Condividi:

 
Continua...

from L' Alchimista Digitale

Tutto sta sopra come sta anche sotto

C’è una frase antica che sembra venire dal cuore stesso del tempo e che, nonostante i secoli trascorsi, parla ancora a noi con una freschezza sorprendente. Si trova nella celebre Tavola di Smeraldo attribuita a Ermete Trismegisto, il leggendario saggio che univa in sé filosofia e magia, mito e sapienza. Dice così: “Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto.” Una formula apparentemente enigmatica, che però racchiude un principio essenziale: ciò che è dentro di noi si riflette fuori e ciò che vediamo fuori è lo specchio di ciò che portiamo dentro. È un’idea che attraversa il tempo, un concetto esoterico che può sembrare distante ma che in realtà ci riguarda da vicino, ogni singolo giorno. Gli antichi parlavano di microcosmo e macrocosmo, di uomo e universo in perfetta corrispondenza, di leggi che regolano le stelle e che al tempo stesso muovono il nostro cuore. Oggi potremmo dirlo in maniera più quotidiana: il nostro stato d’animo condiziona il modo in cui vediamo il mondo. Se siamo sereni, anche la pioggia ci sembra una colonna sonora romantica; se siamo nervosi, persino il canto degli uccelli diventa un rumore insopportabile. Non serve scomodare il cosmo intero: basta osservare come le nostre emozioni plasmano la percezione della realtà. E qui entra in gioco un esempio che, forse, Ermete non avrebbe mai previsto ma che rende perfettamente l’idea. Apriamo il frigorifero. Sì, proprio lui, il grande oracolo domestico. Se dentro il frigo c’è ordine, colori, alimenti freschi e pronti all’uso, molto probabilmente anche la nostra mente è più serena, come se quell’ordine interiore ed esteriore si rispecchiassero. Se invece ci troviamo davanti a una mozzarella abbandonata, qualche lattuga appassita e bottiglie mezze vuote, ecco che il mondo esterno sembra improvvisamente più caotico. Il frigorifero diventa così una parabola moderna della Tavola di Smeraldo: ciò che è dentro è anche fuori. Non è filosofia spicciola, è vita quotidiana condita di un sorriso. Lo stesso principio lo possiamo osservare nel nostro rapporto con il digitale. Ciò che mettiamo dentro i nostri profili social – foto, like, pensieri – si riflette fuori nell’immagine che gli altri costruiscono di noi. Un gesto minuscolo, come un like, diventa un frammento di noi stessi reso pubblico. E ciò che vediamo nel feed non è casuale: riflette e amplifica le nostre scelte, i nostri interessi, persino le nostre paure. È come se Ermete avesse già intuito i social network: “ciò che è dentro” finirà inevitabilmente “fuori”, trasformato in pixel, notifiche e percezioni collettive. Questo non significa che dobbiamo diventare ossessivi o controllare ogni pensiero. Anzi, significa piuttosto che conviene prenderci cura del nostro mondo interiore. Perché se coltiviamo fiducia, curiosità e armonia, inevitabilmente anche ciò che ci circonda si colorerà di quella stessa energia. E vale anche il contrario: frequentare persone che ci stimolano, cercare ambienti sani, scegliere con cura cosa lasciamo entrare nella nostra vita, influisce sul nostro equilibrio interno. È un gioco di riflessi, un’eco continua: dentro e fuori si richiamano, si amplificano, si modellano a vicenda. Alla fine, questo antico principio ermetico ci ricorda che nulla è davvero separato. Non lo siamo dall’universo, non lo siamo dagli altri, non lo siamo neppure da quel disordine che ogni tanto ci portiamo dentro. Siamo tessere di uno stesso mosaico, frammenti collegati da fili invisibili che ci uniscono a qualcosa di più grande. E il bello è che non bisogna credere ciecamente all’esoterismo per sentirlo vero: basta guardarsi intorno e osservare come la vita funzioni sempre per specchi e risonanze. Così, la prossima volta che apriremo il frigorifero, il cuore o la home di un social network, potremo sorridere al pensiero che ciò che vediamo lì fuori, in fondo, è un riflesso di ciò che accade dentro di noi. E se dentro c’è un po’ di disordine, poco male: fuori ci sarà comunque un tramonto, una musica o una risata pronta a riequilibrare la giornata. È questa la vera alchimia che attraversa i secoli: imparare a dialogare con i nostri specchi, interni ed esterni, con un po’ di coscienza in più e con la leggerezza di chi sa ridere anche davanti a una mozzarella dimenticata.

 
Continua...

from norise 3 letture AI

La casa delle nuvole

cieli d’acqua e cavalli d’aria lì custodisco ore sfilacciate e segrete pene -oh giovinezza di deliri e notti illuni lì dove il turbinio degli anni è rappreso in un palpito che nell’aria trema

. Questa poesia, intitolata “La casa delle nuvole”, crea un universo fatto di immagini sospese e surreali, dove la realtà si dissolve in un’atmosfera onirica e quasi irreale. La poesia apre con un titolo che evoca una dimora eterea, un luogo immaginario in cui elementi naturali vengono trasformati e reinventati. La fusione di “cieli d’acqua” e “cavalli d’aria” rompe con le logiche ordinarie, invitando il lettore a esplorare territori in cui il visibile si fonde con l’invisibile e il palpabile con il sognato.

Il verso “lì custodisco ore sfilacciate e segrete pene” trasmette l’idea di un tempo spezzettato, dove ogni istante è intriso di emozioni nascoste e ricordi forse dolorosi o intensi. Il termine “sfilacciate” suggerisce una temporalità fragile e in costante disgregazione, mentre le “segrete pene” indicano un bagaglio emotivo custodito in quel luogo immaginario, quasi come se il poeta volesse salvare ogni effimera esperienza.

Con l’esclamazione “-oh giovinezza di deliri e notti illuni” il testo richiama un periodo di esuberanza emotiva e di sperimentazione, un tempo in cui la vita si vive con intensità e in cui il confine tra sogno e realtà è estremamente sottile. L’uso di termini come “deliri” e “notti illuni” accentua questa dimensione di fervore giovanile e di una bellezza malinconica, in cui ogni esperienza è al contempo luminosa e labile.

Infine, la chiusura con “lì dove il turbinio degli anni è rappreso in un palpito che nell’aria trema” incarna il concetto di tempo come qualcosa di vibrante e imprevedibile. Il “turbinio” degli anni viene condensato in un singolo battito, in un’eco che quasi si fa percepire nell’aria, come se ogni attimo, pur nella sua fuggevolezza, potesse essere eternizzato in un breve, ma intenso, momento di vita. Questa immagine suggerisce anche una tensione continua, un’attesa palpabile, come se il tempo stesso potesse collaborare con le emozioni, tremolante e instabile, al confine tra il visibile e l’insubordinato.

Nel complesso, il testo si presenta come un invito a riflettere sulla natura effimera del tempo e delle emozioni. La “casa delle nuvole” diventa metafora di un luogo interiore in cui si intrecciano la memoria e il sogno, la luce e la penombra, il reale e l’irreale. La poesia, breve ma densa, ci spinge a considerare come anche gli elementi più leggeri e impalpabili – l’aria, il sogno, i ricordi – possano avere un’importanza vitale nell’architettura della nostra esistenza.

Questa lettura apre spunti di approfondimento su come il poeta utilizzi il linguaggio immaginifico per superare i limiti tradizionali della rappresentazione, creando un paesaggio emotivo dove il tempo perde la sua linearità e si fa esperienza di un eterno presente vibrante. Potremmo approfondire analizzando il ruolo dell’enjambement e della sospensione nella poesia contemporanea, oppure confrontando questo uso dei simboli con altre tradizioni letterarie che celebrano la fuggevolezza del tempo e l’intensità dell’esperienza soggettiva.

 
Read more...

from La vita in famiglia è bellissima

Mi chiama il corriere di Amazon, rispondo. È una voce femminile, quella che sento, che parla un italiano stentato, ma corretto. Sembra avere un accento russo o ucraino. Cerco di spiegarle dove abito, ma capisco che – no – meglio che corra a un chilometro da casa mia per intercettarla. “Ti chiedo – mi dice alla fine – se mi porti un cucchiaio di plastica”. Resto interdetto alla cornetta. Penso di non aver capito bene. “Un cucchiaio di plastica?” chiedo “Un cucchiaio di plastica” conferma lei.

Sto iniziando a ipotizzare che possa essere un errore di traduzione, che il pacco sia grosso e serva una carriola, quando lei aggiunge “non c'entra Amazon”. “Ah” faccio io. Metto giù. Apro la dispensa. Non ho cucchiai di plastica. Ne prendo uno di metallo, vecchio, che non usiamo più, mi metto la giacca, salgo sulla bicicletta e corro nel posto dove – forse – credo di aver capito potrebbe esserci il corriere.

Lì c'e lei che ha già mollato il mio pacco per terra. “Stavo facendo manovra” mente. È una ragazza alta, magra, dai lineamenti caucasici. Mento anche io, non ho idea di quali siano davvero i lineamenti caucasici, ma scriverlo fa molto romanzo d'appendice. È una ragazza con una bellezza rude, maschile e io sono il solito fesso. Le sorrido, fingo che non stesse mollando il mio pacco Amazon per strada e tiro fuori il mio cucchiaio.

“Non ne ho di plastica” le spiego allungando quello di metallo. Lei mi sorride e lo prende, “ah” dice e lo mette via e capisco che il mio cucchiaio di metallo ormai non lo vedrò mai più. Fotografa il pacco con il cellulare, guarda la mia bici, dice “ah usi la bici”, io annuisco. Fa per andarsene. “Ma scusa – le chiedo – cosa ti serve il cucchiaio?”. Lei mi guarda con uno sguardo indecifrabile, ride e mi dice “per mangiare!”.

E io resto lì a pensare che linea deve esserci dietro questa ragazza, da dove parte, per farla arrivare qua, nel 2026, in questa viuzza collinare vicino casa mia con un furgoncino a mollare pacchi Amazon, con il suo accento russo o ucraino, con la fame nello stomaco e un cucchiaio di metallo di Venerandi in mano. Quanta quanta strada particolare.

“Buon appetito allora!” le dico e salgo sulla mia bici ridacchiando come una canaglia.

 
Continua...

from Transit

(198)

#Trump a Davos ha trasformato il World Economic Forum in un'asta immobiliare da quattro soldi, piantandosi sul palco a blaterare che l'Europa è un disastro irriconoscibile – “non nella maniera positiva”, ha detto lui, dalla sua bolla svizzera blindata – e che solo gli USA possono “salvare” la Groenlandia con negoziati immediati, altrimenti via con dazi al 10-25% su acciaio, auto e tutto ciò che l'Europa produce di decente. Ha giurato che non è una minaccia per la NATO, figuriamoci: niente urla “alleanza solida” come minacciare di comprarti un territorio danese sotto ricatto commerciale, mentre difende le sue tariffe come “sicurezza nazionale”, cioè o cedete l'Artico o i vostri export diventano il mio bancomat elettorale. ​ ​L'Europa, però, stavolta non sta a guardare con la bocca aperta: il Parlamento UE ha già congelato l'accordo commerciale USA siglato l'estate scorsa, bollando le minacce di Trump come coercizione pura, e ora si parla di “trade bazooka” per ritorsioni su vasta scala. Von der Leyen e i leader tuonano contro questa “spirale pericolosa tra alleati”, promettendo risposte inflessibili, mentre a Bruxelles sale il fronte per un'autonomia strategica vera: difesa Artico con Canada e Norvegia, sovranità digitale, climatica e militare, usando Davos come alibi perfetto per dire basta al bullo a strisce e stelle. ​ Economicamente è un disastro annunciato: dazi incrociati che gonfiano prezzi, uccidono catene di fornitura e regalano caos ai mercati globali, con la UE pronta a colpire duro sui big tech USA e l'agroexport yankee. Politicamente, Trump ha appena consegnato all'Europa il regalo avvelenato che sognava chiunque voglia più integrazione: “Ecco perché serve l'UE forte”, diranno da Stoccolma a Roma, mentre il suo show da venditore di tappeti usati accelera il declino del multilateralismo che lui finge di odiare ma di cui ha bisogno per i suoi tweet. ​ ​Chiudo come farebbe “lui.” E ora, Donald, ascolta bene un continente che hai stancato: torna nel tuo bunker dorato, smettila di giocare al Monopoli con Groenlandia e dazi da due soldi, perché l' #Europa non è più la tua preda facile, siamo stufi del tuo circo da quattro soldi, e stavolta ti manderemo a casa con le tasche vuote e la coda tra le gambe, loser.

#Blog #USA #Europa #Davos #UE #Opinioni ​

 
Continua...

from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Criminalità transfrontaliera ambientale: il Governo italiano si predispone ad accogliere la nuova normativa europea

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per gli affari europei Foti e di quello della giustizia Nordio, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo, recante l’attuazione della direttiva (UE) 2024/1203 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 aprile 2024, che istituisce un quadro penale comune per i reati ambientali nell'Unione. La direttiva europea mira a rafforzare la tutela dell'ambiente, in linea con gli obiettivi di protezione della qualità dell'aria, dell'acqua, del suolo, degli ecosistemi, della fauna e della flora, e sostituisce le direttive 2008/99/CE e 2009/123/CE.

L’intervento normativo italiano di recepimento è volto a rafforzare la prevenzione e il contrasto dei reati ambientali, tenendo conto dell’accresciuta rilevanza dei fenomeni di degrado ambientale, della perdita di biodiversità e degli effetti dei cambiamenti climatici, nonché della dimensione transfrontaliera della criminalità ambientale. Si introducono modifiche al Codice penale, aggiornando e integrando la disciplina degli eco-delitti, con particolare riferimento alle fattispecie di inquinamento ambientale e alle nuove ipotesi di commercio di prodotti inquinanti, produzione e commercio di sostanze ozono-lesive e di gas a effetto serra. Inoltre, si rafforzano le circostanze aggravanti, si precisa la nozione di condotta abusiva e si adegua il trattamento sanzionatorio, in coerenza con le indicazioni della direttiva europea.

Il provvedimento amplia il catalogo dei reati ambientali rilevanti ai fini della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica (decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231), e adegua la disciplina delle sanzioni, nel rispetto dei principi di proporzionalità ed effettività.

Al fine di assicurare la cooperazione e il coordinamento più efficaci e tempestivi tra tutte le autorità competenti coinvolte nella prevenzione e nella lotta contro i reati ambientali, si istituisce presso la Procura generale presso la Corte di cassazione il Sistema di coordinamento nazionale per il contrasto alla criminalità ambientale. Di tale Sistema fanno parte: il Procuratore generale presso la Corte di cassazione; i Procuratori generali presso le Corti d’appello; il Procuratore nazionale antimafia. Entro il 21 maggio 2027, il Parlamento elabora e pubblica la Strategia nazionale di contrasto ai crimini ambientali. Tale documento programmatico, aggiornato ogni tre anni, definirà gli obiettivi prioritari della politica nazionale, valuterà le risorse necessarie e promuoverà misure per innalzare la consapevolezza pubblica sulla tutela ambientale.

#ambiente #reatitransnazionali #UE

 
Continua...

from lucazanini

[caffeine]

sembra di vedere spesso] deforma tenuto bene a parte] una macchia gente di ogni tipo [la parte la] temperatura è un intervallo escono il cinema [la sera vanno al cinema tutto] per l'intero

 
Continua...

from cronache dalla scuola

Arrivo a scuola nel gelo della mattina. Il vento sferza, eccetera, immaginatevi un normale inizio di racconto standard. Periferia urbana. Gli addetti al comune che stanno tagliando i rami degli alberi addossati alla scuola. I docenti e i ragazzi che si muovono a scatti, un po' per scaldarsi, un po' perché siamo tutti in ritardo, la strada era bloccata dalla polizia, non so perché.

Appena entro a scuola sento odore di carta bruciata. Mi guardo attorno, vedo altri docenti che si guardano attorno: scopriremo poi che uno studente ha dato fuoco a un cestino della spazzatura fuori dal bar della scuola, per errore. Cicca di sigaretta. Entro in quinta, le luci sono mezze spente, gli studenti sono appollaiati sui banchi, c'è frenesia e stanchezza. Frenesia dovuta a una verifica in arrivo a metà mattinata, di materia di indirizzo.

Chiedo a uno studente di distribuire un pacco di fogli che ho stampato: Balestrini, Sanguineti e Pagliarani. Sto provando a fare delle unità didattiche per moduli tematici trasversali, in modo da addentare un po' di letteratura contemporanea. Stiamo facendo un modulo che parla di politica e guerra. Abbiamo già visto D'Annunzio e le sue Vergini delle rocce, Pascoli e il suo Italy, Marinetti e le parole in libertà, Ungaretti e le poesie dalla trincea, oggi tocca alle neoavanguardie.

Inizio a leggere da Vogliamo tutto, il pezzo più famoso, gli operai che discutono durante lo sciopero. Leggo con enfasi, cerco di dare l'idea del comizio pubblico e poi commento alcuni passi. Mi collego con le cose viste in storia, cerco di fargli capire che sono massimalisti, che non vogliono riforme. Vogliono un cambiamento radicale. Alcuni collegamenti li vedono: la conquista della Luna, la guerra fredda, che ancora non abbiamo fatto ma la conoscono. La critica alla Russia. Altre cose gli sfuggono. Sono ancora stanchi per la levataccia.

Leggiamo il secondo testo, sempre Balestrini. La signorina Richmond. È una poesia – spiego – che sembra quasi in prosa in cui Balestrini inserisce, quasi come elemento spam, la parola merda. “Sapete da dove nasce la parola spam, no?”. Non lo sanno. “Li conoscete i Monty Python, no?”. Non li conoscono. Mi fermo, cerco su Youtube il pezzo dello spam dei Monty Python. Mostro l'inizio ma mi fermo a metà perché vedo che l'inglese è troppo veloce per loro. Hanno capito comunque il meccanismo .“Ecco, in un certo senso Balestrini usa la parola 'merda' inserendola a forza dentro questo discorso, come uno spam intermittente” e spiego alcuni punti chiave.

“L'intellettuale per Balestrini ha una responsabilità: può coltivare l'intelligenza del suo pubblico, farlo diventare più intelligente, diciamo, o può soffocarlo con la merda. Prodotti commerciali. Spettacoli basati su intrattenimento puerile. Far restare il pubblico massa ignorante, o cercare di elevarlo” spiego. Li guardo. “Questa cosa che Balestrini dice, non è la prima volta che la sentiamo. Chi è che diceva qualcosa di simile? Un autore visto l'anno scorso. Anche lui circondato da spettacoli volgari pensava che lo spettacolo deve lasciare invece un insegnamento”. Li fisso, aspetto. Nel silenzio uno studente dice “Goldoni”. E io dentro, sospiro. Qualcuno si è ricordato qualcosa del programma dell'anno scorso. Posso morire felice. “Bravo – dico – per lui la merda del tempo era la commedia dell'arte”.

A questo punto però un altro studente dice che no, che insomma, prof, questa non è poesia. “Guardi, sono frasi con degli accapo. Con la merda, poi!”. Gli dico che Balestrini lo fa apposta. Prende delle frasi, le combina, e poi le divide graficamente in strofe e versi, in modo che formalmente abbiano la forma classica della poesia, anche se non hanno né metrica né le figure retoriche a cui siamo abituati. “Allora sono capaci tutti!” protesta. “Ma no – dico io – è un po' come l'orinatoio di Duchamp, avete presente, no?”. Non hanno presente. Gli informatici non fanno arte. Cerco in rete e gli spiego la cosa dell'orinatoio. “Quell'orinatorio diventa opera d'arte perché è collocato in una mostra d'arte. È il gesto e la contestualizzazione che lo rendono tale. È l'inizio dell'arte concettuale”.

Un altro studente dice tipo la banana appesa al muro con lo scotch. “Esatto” dico io. “Allora – contesta – potrei farlo anche io, chiunque potrebbe farlo”. “Eh no. Se io Fabrizio Venerandi attacco una banana al muro quella non è un opera d'arte”. “Perché?”. “Eh perché quando Cattelan attacca la banana al muro, c'è il muro, c'è la banana, c'è lo scotch e c'è tutto quello che Cattelan ha fatto fino a quel momento nel campo dell'arte, anche tutto quello partecipa al fatto di attaccare la banana” cerco di spiegare. “Quello che importa nell'arte concettuale è l'idea, ancora prima che prenda forma, afferrare l'azione dell'artista nel momento in cui l'idea genera l'azione. Quello che mi interessa è scuotere chi guarda, scombinare le carte, far pensare e rompere i meccanismi, senza dover per forza dipingere qualcosa o scolpire. Anche la performance vive in questo modo. Andare contro il sistema capitalistico. Creare oggetti che non hanno senso”.

“Allora potrei fare un libro in cui sia scritta sempre la stessa parola” ride uno studente e io gli dico che ne ho appena comprato uno per mio figlio. Cerco su internet e gli faccio vedere. C'è uno youtuber DougDoug che ha fatto un intero libro in cui è scritta solo la parola Doug. Ridono. “È un'opera concettuale” dico. “Ma è un opera d'arte?” mi chiedono. Ci penso e dico che non lo so. Forse no. È un'opera seriale e soprattuto DougDoug non voleva fare un'opera d'arte. “DougDoug è uno youtuber, si occupa di comunicazione e ha fatto un'opera che è un'opera concettuale, ma il suo scopo secondo me non era fare un prodotto artistico, ma un prodotto di comunicazione”.

A questo punto interviene il docente di sostegno. Mostra lo schermo del suo computer. “Ecco – dice – questa lo è”. È la merda di artista di Manzoni. Spiego ai ragazzi cosa è e subito vogliono sapere se dentro c'è davvero la merda. Dico che credo di no, ma loro vogliono essere sicuri, devo cercare su internet. Cerco. Scopro che nessuno, pare, abbia mai aperto la scatola per sapere se dentro c'è la merda di Mazoni, temendo che la scatola aperta deprezzasse il valore commerciale dell'opera. “Balestrini fa un'operazione simile: la poesia diventa poesia anche se sembrerebbe non avere le caratteristiche formali a cui siamo abituati, perché è inserita nella 'galleria d'arte' della forma poetica. Ha strofe, ha versi. Ed è scritta con l'intento di essere una poesia”.

So che sto semplificando alcuni concetti e che sono impreciso, ma non mi interessa la pulizia, quanto la profondità del taglio.

L'ora successiva passo a storia, entriamo nel pieno del nazismo e, pur aiutandomi con video, slide e fotografie faccio una lezione così frontale che diversi studenti crollano. Mi sento in colpa.

Al suono della campanella li saluto e corro in quarta. Ho prenotato il laboratorio di storia per lavorare in pace con loro. Abbiamo due ore: la prima ora devono imparare a memoria una scena de La locandiera, modificando tutto quello che vogliono per renderla recitabile, la seconda ora devono metterla in scena davanti ai compagni. Ho già creato dei gruppi da due o da tre, a seconda dei personaggi che sono presenti in scena. Le scene sono solo due, sempre le stesse, in modo che possano vedere e confrontarsi fra di loro.

Per un'ora li vedo che ridacchiano, si scambiano battute scritte da Goldoni qualche secolo fa, prendono appunti, ricopiano i dialoghi sul cellulare, mi chiedono delucidazioni. Io giro, annoto, preparo il modulo finale per l'autovalutazione. Non ho idea di quello che succederà l'ora successiva. Suona la campanella. Ho creato uno spazio sul margine del laboratorio. Li interrompo. Gli spiego che li chiamerò gruppo per gruppo e che dovranno cercare di recitare la loro scena, senza usare i fogli, a memoria, anche improvvisando. “Nel momento che un gruppo è qua – dico – il resto della classe deve smettere di pensare al proprio pezzo. Quando i vostri compagni iniziano a recitare voi diventate spettatori. Voglio silenzio e rispetto.”

Chiamo i primi due, io mi metto tra il pubblico armato di tablet e stilo per prendere appunti. I ragazzi si siedono e appena c'è silenzio accade questo piccolo miracolo. I due iniziano a fare la Locandiera. I tempi sono molto buoni, sanno davvero le battute a memoria. Uno dei due ha un tono un po' monocorde, l'altro recita, dà spessore al personaggio. Mi rendo conto che non sono solo io stupito, ma anche parte della classe. Nel silenzio, magari mi sbaglierò, c'è anche un po' di meraviglia. Questa cosa si può fare davvero. Arrivano al punto in cui – nel testo di Goldoni – qualcuno bussa alla porta e in quel momento un loro compagno bussa sul tavolo. Si erano messi d'accordo. Loro ridono, hanno finito, io dico, “applauso” ma è già partito da solo.

Dopo ci saranno altri nove gruppi, alcuni hanno proprio attitudini alla recitazione, altri vanno in panico, altri ci mettono un impegno ammirevole, altri perdono il filo, cercano sul cellulare le battute che hanno dimenticato. Ma tutti lo fanno, nessuno si rifiuta. Ci mettono tutto l'impegno del caso. So che è un barlume di quello che è davvero il teatro, ma quel barlume comunque fa la sua luce. Fa capire che il testo teatrale è un copione, è un materiale d'uso. Crea ricordi, compatta la classe. Fa emergere competenze.

All'ultima ora vado in seconda. Avevo programmato un dettato, un esperimento che sto facendo dopo aver letto un articolo su La ricerca, sugli errori. Ma quando arrivo in classe scopro che hanno appena fatto una verifica di matematica. Sono distrutti. Se faccio un dettato adesso li ammazzo, penso. “Preferite fare il dettato che avevamo programmato, o discutere di quello che è successo a La Spezia?” chiedo.

Discutiamo per un'ora, a tratti in maniera urbana, a tratti con gran rumore di fondo. È qualcosa su cui devo ancora lavorare. Vengono fuori molte cose sulla percezione della scuola. Sull'esigenza della punizione e sulla sua paura. Sulla politica che sfrutta le tragedie. I ragazzi parlano, liberamente, si scontrano, si accordano. Sento voci di persone che in genere non parlano mai. Non arriviamo a niente, abbiamo messo le cose sul tavolo e le abbiamo analizzate, ci abbiamo parlato sopra. Suona la campanella, tutti iniziano ad andarsene, sono le due ormai. Uno studente si mette lo zaino sulle spalle e senza guardarmi dice, 'dovremmo fare più lezioni come questa'. Esce dalla classe.

“Dopo Goldoni, questo” penso.

 
Continua...

from L' Alchimista Digitale

Promettiamo a noi stessi

“Fai promesse a te stesso invece che agli altri.” Questa frase di Nick Ortner, apparentemente semplice, custodisce un potere profondo e rivoluzionario. Perché promettere a se stessi significa spostare il baricentro delle proprie decisioni, della propria vita, dal giudizio esterno all’ascolto interiore. Non è una semplice questione di egoismo o chiusura: è responsabilità pura. Viviamo in una società dove la promessa all’altro ha spesso il peso della convenzione, della cortesia, dell’obbligo. Si promette per rassicurare, per mantenere una forma, per evitare conflitti. Ma cosa accade quando quelle promesse vanno in frantumi? La fiducia si incrina, il senso di colpa si insinua, e la propria immagine ne esce ferita. Fare una promessa a se stessi, invece, è un atto di forza. Non si tratta di dover dimostrare, ma di voler crescere. Significa scegliere di essere presenti a sé stessi, coerenti con i propri valori, testimoni della propria trasformazione. Quando prometti a te stesso che cambierai lavoro, che ti prenderai cura del tuo corpo, che smetterai di rimandare quel sogno, stai accendendo una miccia. E quella fiamma, se custodita con determinazione, può illuminare tutto il cammino. Nessun pubblico, nessun applauso, solo tu e la tua voce più intima. Ma è proprio lì che si costruisce la vera solidità. Nel corso della storia, molte figure hanno tracciato i loro percorsi più luminosi partendo da un impegno personale, spesso silenzioso, nascosto. Non una promessa fatta a gran voce, ma una scelta interiore inamovibile. Pensiamo a Leonardo da Vinci, che nel segreto dei suoi taccuini coltivava un mondo che ancora oggi ci lascia senza fiato. O a Nelson Mandela, che nel silenzio della prigionia ha fatto la promessa più potente: non perdere mai la dignità. Ecco, queste promesse non hanno bisogno di testimoni, perché sono eterne. Farsi una promessa è l’atto più rivoluzionario che possiamo compiere. In un tempo dove tutto viene condiviso, esposto, dichiarato, promettere qualcosa a sé stessi è un atto quasi eroico. È un dialogo muto ma infallibile con la parte più autentica di noi. Ed è da lì che inizia la vera trasformazione. Perché è più difficile mentire a sé stessi che a chiunque altro. Molti evitano questo confronto. Preferiscono legarsi a obiettivi esterni, a scadenze imposte, a doveri dettati da altri. Ma così facendo, si perde il senso del viaggio. La direzione diventa confusa, i risultati svuotati di significato. Quando invece scegli di mantenere fede a una promessa che hai fatto al tuo io più profondo, ogni passo diventa sacro. Ogni fatica ha un senso. Ogni caduta, una lezione. Non è facile. Mantenere una promessa a sé stessi richiede disciplina, coraggio, lucidità. Ma la ricompensa è immensa: diventi alleato di te stesso. Costruisci una fiducia indistruttibile, che nessun giudizio esterno può intaccare. E quando guardi indietro, non vedi rimpianti, ma tracce di una coerenza che ha saputo superare ogni ostacolo. Questo blog, L'Alchimista Digitale è anch’esso il frutto di una promessa fatta nel silenzio. Quella di condividere pensieri veri, parole oneste, visioni profonde senza artifici senza aspettarsi nulla in cambio, se non la gioia di sapere che da qualche parte, qualcuno, si è sentito meno solo leggendone il contenuto. E allora promettiti qualcosa oggi. Fallo senza clamore, senza fretta. Ma fallo davvero. Non serve che lo sappia nessuno. Basta che lo sappia tu. Perché è da lì che tutto comincia.

 
Continua...

from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Epoche

Ci sono epoche tecnologiche che non invecchiano: si sedimentano. I primi personal computer non chiedevano di essere “user-friendly”, chiedevano attenzione. Non ti prendevano per mano: ti guardavano negli occhi e dicevano: “impara!”. Negli anni Ottanta e nei primi Novanta, il computer non era ancora un elettrodomestico. Era una promessa, spesso mantenuta, qualche volta no, ma sempre istruttiva. Accendere un PC significava entrare in un territorio tecnico dove la curiosità valeva più della potenza di calcolo. Il capostipite del mondo business, l’IBM PC, introdusse un’idea rivoluzionaria: l’architettura aperta. Non era bello, non era compatto, ma era serio. Dentro, schede di espansione come tessere di un mosaico elettronico, e fuori un monitor CRT che occupava mezza scrivania con dignità militare. Sul versante opposto, Apple con l’Apple II parlava un linguaggio diverso. Colori, semplicità apparente, un’idea di informatica più umana. Era il computer che ti faceva pensare: posso creare qualcosa. Poi arrivò il piu' popolare tra i primi pc al mondo: il Commodore 64 che non fu solo un computer, ma un fenomeno sociale di massa. Solo 64 KB di RAM che oggi non bastano per una e-mail ma allora erano tantissimi. Videogiochi, musica SID, programmazione in BASIC: tutto passava da lì, spesso su cassette che richiedevano più fede che pazienza. E quando sembrava che nulla potesse superarlo, entrò in scena l’Amiga 500. Grafica, multitasking, audio avanzato: un computer che sembrava arrivato dal futuro. Non a caso, molti sviluppatori ancora oggi ne parlano con un piacere. Nel frattempo, lo ZX Spectrum insegnava l’essenzialità. Pochi colori, tastiera in gomma, ma una scuola di logica impareggiabile. Chi ha scritto il codice lì sopra ha imparato una lezione fondamentale: ogni byte ha la sua importanza. Sul fronte professionale, l’MS-DOS regnava sovrano. Niente icone, niente finestre. Solo comandi, directory e un cursore lampeggiante che non giudicava, ma pretendeva precisione. Sbagliavi un carattere? Nessun problema: riprova, ma fallo meglio. E poi c’erano loro: i floppy disk da 5¼ e da 3½, fragili, lenti, fondamentali. Ogni etichetta scritta a penna era una dichiarazione d’intenti: qui dentro c’è qualcosa di importante. Questi computer non erano veloci, ma erano sinceri. Non promettevano miracoli, ma regalavano piccoli soddisfazioni. Ti insegnavano come funzionavano e non solo come usarli. Ed è forse questo il loro lascito più grande. Hanno creato una generazione di utenti che erano anche esploratori, tecnici, sperimentatori. Persone che sapevano cosa c’era dietro lo schermo, non solo davanti. Oggi viviamo in un’era di potenza smisurata e semplicità estrema. Ed è giusto così. Ma ogni tanto vale la pena ricordare quei primi PC, non con malinconia, bensì con gratitudine. Perché senza quei monitor ingombranti, quelle tastiere rumorose e quelle attese infinite… il presente non sarebbe così immediato. E il futuro non sarebbe così affascinante. Un pizzico di sorriso, dunque. E un silenzioso grazie a quei vecchi computer che, senza saperlo, ci hanno insegnato a pensare.

 
Continua...

from lucazanini

[provetecniche]

vetro a tre lastre [mancano e recupero]¹

prodotto dallo spunto per il materiale blu doppio] spunto²

fatto passare per]³ spazio per non batte] sul tasto del vetro già informato scrivono] rimane intatto

 
Continua...

from Transit

(197)

(M1)

L’accordo UE‑Mercosur, nato per dare all’Europa un po’ di ossigeno fuori dal circuito economico statunitense, arriva al suo battesimo pubblico nel momento forse più tossico dei rapporti transatlantici.

Mentre Bruxelles prova ad aprirsi al Sud America, la Casa Bianca alza i dazi e trasforma la Groenlandia nel casus belli perfetto da sbandierare anche a #Davos.​ L’intesa con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay crea una delle maggiori aree di libero scambio al mondo (circa 750 milioni di persone), con abbattimento progressivo dei dazi su circa il 90% delle linee tariffarie e miliardi di risparmi stimati per le imprese europee.

Per la #UE è un modo per ancorarsi a un terzo polo, latinoamericano, che attenui la dipendenza dal mercato USA e dalla guerra tariffaria permanente tra Washington e Pechino.​

(M2)

Il prezzo politico, però, non convince gli agricoltori: “Coldiretti” e “Filiera Italia” bollano l’accordo come “inaccettabile”, denunciando l’assenza di vera reciprocità su standard ambientali e sanitari, il rischio di carne e prodotti agricoli sudamericani low‑cost e controlli insufficienti alle frontiere. Le proteste si sono allargate a Francia, Irlanda, Belgio e oltre, con migliaia di trattori in piazza a Bruxelles e accuse di aver sacrificato la terra europea sull’altare dell’export industriale.​

Nel frattempo #Trump ha rilanciato la sua campagna di bullismo commerciale: oltre alla minaccia di dazi del 10% su tutti i prodotti di vari paesi UE legati al “no” sull’acquisto della Groenlandia, destinati a salire al 25% entro giugno, ora si parla apertamente di tariffe al 200% su vini e champagne francesi. Il messaggio è semplice: chi ostacola le ambizioni americane in Groenlandia pagherà un prezzo salato, a colpi di dazi mirati sui simboli economici e culturali europei.​

L’UE prepara la risposta: si discute di attivare lo strumento anti‑coercizione, la cosiddetta “bazooka commerciale” che consentirebbe contromisure su tariffe, investimenti e accesso al mercato europeo. Un vertice urgente a Bruxelles, subito dopo la settimana di Davos, dovrà decidere fin dove spingersi nella rappresaglia, evitando però di affondare anche l’economia europea in una guerra commerciale totale.​

Il “World Economic Forum” di Davos diventa così il palco ideale per questo braccio di ferro. Da un lato la presidente von der Leyen, Macron e altri leader europei cercano di rassicurare mercati e opinioni pubbliche ribadendo la sovranità della Groenlandia e la volontà di una risposta coordinata; dall’altro Trump arriva con una delegazione numerosa e il solito repertorio di minacce tariffarie, convinto che “gli europei non reagiranno troppo”.​

Sul tavolo non ci sono solo **dazi e Groenlandia, ma anche l’immagine stessa dell’Europa: potenza commerciale che firma accordi storici con il Mercosur per diversificare i propri sbocchi, o protettorato atlantico che accetta il ricatto del 200% sui vini pur di non disturbare l’alleato americano?

Mercosur, da questo punto di vista, è più di un trattato: è il test per capire se l’UE è pronta a farsi adulto sulla scena globale o se continuerà a farsi tirare il guinzaglio da chi, tra una minaccia sui dazi e una battuta sulla Groenlandia, considera il vecchio continente poco più di un elegante cortile di casa.​

#Blog #Economia #Mercosur #UE #USA #Davos #Agroalimentare #Opinioni

 
Continua...