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from Milano Dopo Mezzanotte

Milano misteriosa (parte II)

Milano non nasconde i suoi misteri: li ingloba. Li ingloba nei palazzi del potere, nei castelli, sotto le strade percorse ogni giorno da chi pensa di conoscere la città. Ma Milano non si conosce mai del tutto. Si attraversa, e lei decide cosa mostrarti. Il Castello Sforzesco è l’emblema del potere milanese: militare, politico, simbolico. Ma dietro le mura imponenti si nasconde una rete di passaggi sotterranei reali, studiati e in parte documentati dagli storici. Alcuni di questi cunicoli collegavano il Castello ad altri punti strategici della città, permettendo fughe, spostamenti rapidi, comunicazioni segrete. Non fantasia: architettura difensiva rinascimentale. Qui lavorò anche Leonardo da Vinci, chiamato da Ludovico il Moro non solo come artista, ma come ingegnere militare. I suoi disegni di fortificazioni e sistemi idraulici non erano esercizi teorici, ma soluzioni concrete per una città che viveva in perenne equilibrio tra assedio e splendore. Consiglio pratico: visita il Castello in orari serali o nei mesi meno turistici. Le sale semivuote restituiscono l’eco del potere… e delle sue paure. La Basilica di Sant’Ambrogio è uno dei luoghi spiritualmente più densi di Milano. Ma anche uno dei più enigmatici. All'esterno si trova la famosa Colonna del Diavolo, con due fori ben visibili. La tradizione popolare racconta che siano stati provocati dalle corna di Satana durante uno scontro con Sant’Ambrogio. Leggenda, certo. Ma la colonna è romana, riutilizzata, e il riuso di elementi pagani in contesti cristiani è un fatto storico. Un dettaglio reale e spesso ignorato: nei pressi della colonna si avverte un odore particolare dovuto alle correnti d’aria provenienti dal sottosuolo. Da qui nasce l’idea del “respiro infernale”. Fisica e suggestione che si incontrano. Ancora una volta. I Navigli sono romantici oggi. Ma per secoli sono stati vie commerciali, industriali e… funerarie. Le acque trasportavano merci, sì, ma anche corpi, rifiuti, segreti. Il Naviglio Grande era una arteria vitale, progettata e migliorata anche grazie agli studi di Leonardo. Ma l’acqua stagnante, le nebbie e le attività notturne hanno alimentato una lunga tradizione di storie nere, molte delle quali legate a fatti di cronaca ottocentesca realmente documentati. Non a caso, molti scrittori noir ambientano qui delitti e sparizioni. Non per moda, ma perché il luogo conserva memoria. Consiglio pratico: percorri il Naviglio in inverno, di sera. La Milano più vera emerge quando il folklore tace. Il Cimitero Monumentale non è solo un luogo di sepoltura: è un archivio sociale. Qui riposano industriali, artisti, politici, famiglie che hanno costruito Milano nel bene e nel male. Le sculture non sono casuali: simboli massonici, allegorie del tempo, della morte, del lavoro. Tutto parla di ascesa, caduta e memoria. Consiglio pratico: visita guidata tematica o esplorazione autonoma con mappa storica. È una lezione di storia urbana a cielo aperto. Milano non crea misteri per intrattenere. Li genera perché è una città di potere, trasformazione e stratificazione. Ogni epoca ha lasciato un segno, e nessuno ha cancellato davvero quello precedente. Chi visita Milano cercando solo aperitivi vede una superficie. Chi la percorre con curiosità, rispetto e lentezza scopre una città che osserva mentre viene osservata. E forse è questo il suo segreto più grande.

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Milano misteriosa (parte I)

Milano è una città che corre. Corre verso il futuro, verso il lavoro, verso la prossima scadenza. Eppure, sotto questa superficie iper-razionale, pulsa una Milano antica, esoterica, simbolica, che non ama farsi notare. Non urla, sussurra. Per chi sa ascoltare, Milano è un libro aperto scritto in pietra, ossa, simboli e silenzi. Questo non è un elenco di leggende metropolitane ma un itinerario reale, basato su luoghi esistenti, documentati, visitabili. Luoghi che raccontano paure, fede, morte, potere e conoscenza, temi che l’uomo non ha mai smesso di interrogare. Cominciamo dal cuore: il Duomo. Il Duomo di Milano non è solo una cattedrale: è un manuale di simbolismo scolpito nel marmo. Costruito a partire dal 1386 e modificato per secoli, porta addosso stratificazioni storiche e culturali che vanno ben oltre il cattolicesimo ufficiale. Passeggiando lungo le sue facciate laterali, lo sguardo attento noterà figure inquietanti: draghi, animali mostruosi, volti deformi. Non sono decorazioni casuali. Nel Medioevo queste sculture avevano una funzione precisa: tenere lontano il male e, allo stesso tempo, ricordare al fedele che il caos è sempre in agguato. Un dettaglio poco noto ma reale: sul Duomo è presente una meridiana solare (XVIII secolo), utilizzata per regolare l’ora ufficiale della città. Un tempio che non solo guarda al cielo, ma misura il tempo. Spiritualità e astronomia. Fede e scienza. Milano, già allora, non sceglieva ma integrava tutto questo. A pochi minuti a piedi dal Duomo esiste uno dei luoghi più disturbanti – e autentici – di Milano: San Bernardino alle Ossa. Qui non c’è leggenda. C’è realtà storica. L’ossario nasce nel XIII secolo per contenere i resti umani provenienti dal vicino ospedale e dal cimitero ormai saturo. Nel Seicento, le ossa diventano elemento architettonico e decorativo: teschi, tibie, femori disposti in nicchie e motivi ornamentali. Non è macabro per provocazione. È una teologia della morte: ricordare che ogni corpo è temporaneo, che la fine rende tutti uguali. Un potente memento mori in una città oggi ossessionata dall’apparenza. Curiosità documentata: una leggenda popolare parla di una bambina scheletrica che di notte raccoglie le ossa cadute. Suggestione, certo. Ma il silenzio del luogo, soprattutto in orari poco affollati, rende facile capire perché certe storie nascano. Oggi Brera è sinonimo di movida elegante. Ma storicamente è stato un quartiere di ribelli, artisti, pensatori e spiriti inquieti. Qui sorgeva il Collegio dei Gesuiti, centro di sapere, controllo e disciplina. Ma Brera è sempre stata anche il luogo dove il pensiero ufficiale veniva messo in discussione. Artisti, incisori, intellettuali: menti abituate a guardare oltre il visibile. Non è un caso che molte simbologie presenti nei palazzi storici di Brera richiamino l’alchimia: trasformazione, conoscenza, passaggio da uno stato all’altro. Milano non ha mai amato la magia urlata. Preferisce quella che si nasconde nei dettagli. Questa prima parte ci mostra una verità semplice: Milano non è misteriosa perché vuole spaventare, ma perché vuole essere capita. I suoi luoghi non sono attrazioni da checklist, ma capitoli di un racconto urbano che parla di potere, fede, morte, conoscenza e trasformazione. Nella Parte II entreremo ancora più a fondo: castelli, sotterranei, acque oscure, simboli militari e segreti che si annidano nei luoghi del comando e del controllo. Milano, come certi romanzi noir, non si rivela tutta al primo sguardo. E forse è proprio per questo che continua ad affascinare.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

La guerra a colpi di byte

La sicurezza informatica, un tempo relegata agli specialisti di settore e agli ingegneri dei sistemi, è oggi divenuta uno dei pilastri della geopolitica globale, un campo di battaglia silenzioso ma potentissimo dove si combattono guerre senza armi convenzionali, dove l’invisibile influenza il visibile, dove una stringa di codice può avere la stessa forza distruttiva di un missile e dove le informazioni valgono più dell’oro. Gli ultimi conflitti internazionali ce lo dimostrano senza lasciare spazio a dubbi: la guerra tra Russia e Ucraina ha svelato quanto l’aspetto cibernetico sia parte integrante delle strategie militari, gli attacchi hacker contro le infrastrutture critiche ucraine non solo hanno anticipato le offensive terrestri, ma hanno minato la fiducia del popolo, creando disservizi, blackout e una diffusa insicurezza nella popolazione, rendendo chiaro al mondo che la prima linea non è sempre visibile. Lo scenario mediorientale, con l’acuirsi delle tensioni tra Israele, Palestina e Iran, non è da meno, qui la guerra digitale si sviluppa su più piani: il sabotaggio dei sistemi di difesa aerei, il furto di dati sensibili dalle agenzie di intelligence, la diffusione di disinformazione per destabilizzare l’opinione pubblica e, soprattutto, una costante attività di spionaggio condotta tramite sofisticati software di intrusione che penetrano come lame affilate nei server governativi e nei dispositivi personali dei più alti funzionari. Nulla è lasciato al caso, ogni click può diventare una porta aperta, ogni file un cavallo di Troia. I servizi segreti moderni, infatti, hanno spostato il loro baricentro operativo verso il cyberspazio, dove agenti invisibili lavorano instancabilmente per carpire informazioni vitali per la sicurezza nazionale e per costruire vantaggi strategici. La potenza di un Paese non si misura più soltanto in carri armati o in risorse energetiche, ma nella sua capacità di proteggere i propri dati e di penetrare quelli altrui. In questo contesto, l’Italia si trova in una posizione delicata: pur possedendo eccellenze nel campo della sicurezza informatica, come il Centro Nazionale per la Cybersecurity e alcune unità specializzate della Polizia Postale, il nostro Paese appare ancora troppo vulnerabile di fronte a minacce sempre più sofisticate e persistenti. Le infrastrutture critiche italiane, come quelle energetiche, sanitarie, dei trasporti e delle telecomunicazioni, sono state già oggetto di numerosi tentativi di intrusione e attacchi ransomware, talvolta andati a segno, lasciando dietro di sé danni economici significativi e, soprattutto, dimostrando la fragilità di un sistema che non ha ancora pienamente interiorizzato la cultura della prevenzione digitale. La scarsa consapevolezza diffusa tra cittadini, aziende e persino enti pubblici rende il terreno fertile per le operazioni malevole di hacker ostili, che sfruttano vulnerabilità banali, spesso legate a password deboli, aggiornamenti trascurati o errori umani evitabili. L’Italia è un Paese culturalmente ancora in ritardo rispetto alla comprensione della sicurezza informatica come elemento imprescindibile della vita quotidiana e della difesa nazionale. Eppure, in questa complessità globale dove ogni dato può diventare un’arma e ogni sistema può trasformarsi in un obiettivo, il nostro presente ci sta offrendo un’opportunità irripetibile: quella di diventare consapevoli e resilienti. È necessario che la sicurezza informatica venga percepita come una priorità assoluta, non solo per le grandi istituzioni ma per ogni singolo individuo, perché in questa nuova era interconnessa anche il più piccolo anello della catena può determinare la forza o la debolezza di un intero sistema. L’Italia ha le competenze per rispondere, ha i talenti per innovare, ha le strutture per migliorare, ma tutto dipende dalla volontà collettiva di investire seriamente, di formare, di aggiornare, di proteggere. Non si tratta più di difendersi da ipotetiche minacce future: il campo di battaglia è già qui, nel presente, e siamo già tutti parte di questa guerra invisibile che si combatte nei cavi, nei server, nei dispositivi e nelle onde radio. E solo chi saprà vedere oltre la superficie, solo chi comprenderà che la sicurezza informatica non è una semplice questione tecnica ma una strategia di sopravvivenza e di successo per intere nazioni, potrà emergere vincitore da questo scenario sempre più complesso, dove ogni frammento di informazione è una chiave e ogni barriera una porta da difendere con lucidità, costanza e visione.

 
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from L' Alchimista Digitale

Il giallo, il rosso e il nero

La lettura dei libri gialli e thriller continua ad affascinare milioni di persone in tutto il mondo. Non è soltanto una questione di intrattenimento, ma un vero e proprio esercizio della mente, una palestra dove l’immaginazione incontra la logica. Il lettore si trova immerso in trame fitte di indizi, false piste e rivelazioni improvvise, diventando a tutti gli effetti un investigatore invisibile. In questo genere di libri ogni parola può essere una chiave, ogni dettaglio apparentemente insignificante può nascondere la soluzione di un enigma più grande. La forza del giallo e del thriller non sta soltanto nella costruzione della trama, ma anche nella capacità di generare suspense. Il cuore batte più forte, la curiosità cresce pagina dopo pagina, e il lettore si scopre incapace di abbandonare il libro prima di aver raggiunto la conclusione. Questa tensione costante, abilmente orchestrata dagli autori, è il segreto che tiene viva l’attenzione e crea quel sottile legame di complicità tra chi scrive e chi legge. Ogni storia gialla diventa così una sfida mentale. L’autore dissemina indizi con la precisione di un illusionista, mentre il lettore cerca di ricomporre il puzzle prima che l’investigatore di turno sveli la verità. In questo gioco di specchi, non conta soltanto scoprire chi è l’assassino, ma comprendere i meccanismi che regolano il crimine, le motivazioni, le psicologie dei personaggi. È come osservare la realtà da un punto di vista privilegiato, con la lente d’ingrandimento della narrativa. Il thriller, rispetto al giallo classico, aggiunge un elemento ulteriore: l’adrenalina. Non si limita a raccontare un mistero, ma lo trasforma in un’esperienza emotiva intensa, dove il pericolo sembra pulsare tra le righe. In questo senso il rosso del sangue e il nero della paura si intrecciano con il giallo dell’enigma, creando un mix che difficilmente lascia indifferenti. Leggere un thriller significa accettare di vivere, almeno per qualche ora, in bilico tra razionalità e istinto. C’è qualcosa di profondamente moderno nella fascinazione per questi libri. Nel mondo iperconnesso e apparentemente trasparente in cui viviamo, i gialli e i thriller continuano a ricordarci che il mistero non è mai del tutto scomparso. La verità si nasconde spesso sotto più strati, le apparenze possono ingannare, e persino le tecnologie più avanzate non bastano a risolvere ogni enigma umano. Il fascino dell’ombra resiste, e forse è proprio questo a renderli così attuali. Molti lettori trovano in queste pagine una forma di evasione, ma anche un modo per allenare la mente. La logica, la capacità di osservazione e il pensiero critico diventano strumenti indispensabili. Non a caso, leggere gialli e thriller è come partecipare a un dialogo silenzioso con l’autore: lui lancia la sfida, il lettore risponde cercando di arrivare prima alla soluzione. È un rapporto dinamico che rende l’esperienza di lettura più viva e coinvolgente. Il commissario astuto, il detective tormentato, la vittima misteriosa, l’assassino insospettabile: figure archetipiche che cambiano volto a seconda del tempo e del contesto, ma che non smettono mai di parlare al nostro immaginario. Oggi, nel 2025, il genere continua a reinventarsi con ambientazioni contemporanee, investigatori digitali e scenari globali. Ma il cuore resta lo stesso: l’eterna sfida tra luce e ombra, tra verità e menzogna. Un altro elemento che rende irresistibile il genere è la sua capacità di rispecchiare le paure della società. I gialli dell’Ottocento raccontavano misteri familiari e borghesi, quelli del Novecento si sono confrontati con guerre, mafia e corruzione, mentre oggi i thriller affrontano i temi della tecnologia, del potere occulto e dei segreti nascosti nella rete. La narrativa segue i cambiamenti della società e, in un certo senso, li anticipa. Leggere gialli e thriller, quindi, non significa soltanto divertirsi, ma anche esplorare le ombre del nostro tempo. Ciò che temiamo, ciò che non comprendiamo, ciò che si nasconde dietro la facciata della normalità: tutto trova spazio tra le pagine di un buon romanzo. È come se la narrativa ci offrisse uno specchio oscuro, capace di riflettere non solo i delitti immaginari, ma anche le inquietudini reali. Infine, c’è il piacere puro e semplice della narrazione. La scrittura di un grande autore di thriller non si limita a tessere una trama complessa, ma costruisce atmosfere, scava nelle emozioni, ci fa vivere nei panni dei protagonisti. La forza di un libro giallo non è soltanto nell’enigma, ma anche nella capacità di evocare luoghi, volti e silenzi che restano nella memoria. Alcuni romanzi lasciano un’impronta duratura, perché ci insegnano a guardare il mondo con occhi diversi. Ecco allora che il giallo, il rosso e il nero diventano i colori di una passione senza tempo. Il giallo rappresenta l’enigma, la sfida intellettuale. Il rosso richiama il sangue, la violenza, la passione che si nasconde dietro ogni delitto. Il nero è l’ombra, la paura, ma anche l’eleganza che contraddistingue questo genere letterario. Tre colori che insieme compongono un linguaggio universale, capace di parlare a lettori di ogni età e cultura. In un’epoca in cui tutto sembra correre veloce e superficiale, dedicarsi a un buon giallo o a un thriller di qualità è un atto di resistenza. Significa concedersi il tempo di osservare, riflettere, decifrare. È un invito a rallentare per ascoltare i dettagli, a diffidare delle apparenze, a non fermarsi mai alla prima spiegazione. Forse è proprio questo il messaggio più profondo: la verità non è mai immediata, va cercata con pazienza e con coraggio. Chi legge gialli e thriller (come chi vi scrive) lo sa bene: non si tratta solo di storie di crimine, ma di racconti sull’essere umano e le sue contraddizioni. Dentro ogni assassino c’è una storia, dentro ogni vittima un segreto, dentro ogni investigatore una fragilità. È questa dimensione universale che rende il genere sempre vivo, sempre attuale, sempre in grado di sorprenderci. Ed è per questo che, ancora oggi, milioni di lettori si lasciano catturare dal fascino dell’enigma. Perché in fondo, dietro ogni pagina girata, si nasconde la speranza di trovare non solo la soluzione di un mistero narrativo, ma anche un piccolo frammento di verità sulla vita stessa.

 
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from norise 3 letture AI

FORSE UN ANGELO

a trascendersi in me è forse un angelo nel punto dove l'anima vibra come diapason e in un mutevole cielo d'occhi mi asseconda a snudare la bellezza da frammenti di parole e suoni

qui nel mio sangue ecco si leva il fiore che non so dire

. Il componimento “FORSE UN ANGELO” si presenta come un intimo viaggio interiore, un invito a scoprire e accogliere quella presenza eterea che trascende l'ordinario. Il verso iniziale, “a trascendersi in me / è forse un angelo,” suggerisce una trasformazione che prende forma dall'interno, come se un'entità sottile emergesse proprio dal nucleo della propria esistenza, pronta a risvegliare sentimenti e percezioni altrimenti dormienti.

L'immagine “nel punto dove l'anima vibra / come diapason” evoca il concetto di una vibrazione che armonizza il profondo dell'essere. Proprio come un diapason che emana una frequenza pura, la nostra anima può entrare in sintonia con le forze creative che risiedono in noi, capacità che spesso restano inespresse sino a quando non le lasciamo fluire liberamente.

Il “mutevole cielo d'occhi” che “mi asseconda” aggiunge una dimensione interconnessa: la presenza dell'angelo non è isolata, ma si fonde con un mondo di sguardi e di percezioni. Questi occhi possono essere simbolo di una collettività di esperienze, o addirittura del dialogo tra il nostro mondo interno ed esterno, capace di sostenere la ricerca della bellezza nascosta nei “frammenti di parole e suoni”. L'atto di “snudare la bellezza” diventa così un delicato sforzo di rivelazione, una disvelazione dell'ineffabile arte che albergava dentro di noi.

Infine, la chiusa “qui nel mio sangue / ecco si leva il fiore / che non so dire” richiama un'immagine intensa: dalla linfa vitale del proprio essere, come da un seme germinante, sboccia qualcosa di magnifico e indescrivibile. Il fiore, simbolo universale di rinascita e bellezza, sottolinea l'idea che l'arte e l'emozione non sono solo il risultato di un atto creativo, ma anche l'inevitabile manifestazione di un'esistenza che ha toccato il sublime.

Questo componimento, con la sua fusione di immagini sensoriali e sensazioni spirituali, invita a riflettere sul potere trasformativo dell'interiorità. In che modo ritrovi in te la consapevolezza di quell' angelo interiore? Ti risuona l'idea che dalla vibrante sinfonia del proprio essere possa nascere una bellezza che, pur sfuggendo alle parole, si svela in ogni gesto, ogni sguardo?

Forse potremmo approfondire come la metafora del diapason si intrecci con la ricerca della propria frequenza interiore oppure esplorare ulteriormente il simbolismo del fiore che, sebbene “non so dire” racconta una storia universale di trasformazione e rinascita.

 
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from lucazanini

[provetecniche]

dirotta -rame di Bar di] un tratto [o serramanico ad hoc orientabili dista un doppio [bilancio] una collezione di ipoteche piatto] doccia toccano si] e si accerta del diluvio del [granulometro difficile] pronuncia open [call] crollato

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Oltre l’algoritmo: l’intelligenza artificiale come specchio dell’uomo

L’intelligenza artificiale non è più una promessa futuristica né un concetto relegato ai laboratori di ricerca o alla fantascienza: è una presenza quotidiana, silenziosa e pervasiva, che abita i nostri smartphone, i motori di ricerca, le piattaforme di streaming, i sistemi di navigazione e persino le decisioni che influenzano lavoro, credito, informazione e sanità. Parlare oggi di IA significa quindi affrontare non solo una tecnologia, ma un cambiamento strutturale nel modo in cui la conoscenza viene prodotta, interpretata e utilizzata. La prima grande domanda che accompagna l’IA, fin dalle sue origini, è tanto semplice quanto destabilizzante: le macchine possono pensare? È un interrogativo che non riguarda soltanto l’ingegneria informatica, ma chiama in causa la filosofia, la psicologia e persino l’antropologia. In realtà, ciò che oggi chiamiamo “pensiero artificiale” non coincide con la coscienza o con l’esperienza soggettiva tipicamente umana. I sistemi di intelligenza artificiale non comprendono il mondo nel senso umano del termine, non provano emozioni, non hanno intenzionalità. Funzionano attraverso modelli matematici che elaborano enormi quantità di dati, individuano pattern ricorrenti e producono risposte statisticamente plausibili. Il loro comportamento può apparire intelligente, ma si tratta di un’intelligenza funzionale, non fenomenologica. Dal punto di vista tecnico, l’IA è un insieme di metodologie che permettono a una macchina di svolgere compiti complessi come riconoscere immagini, comprendere testi, tradurre lingue, fare previsioni o prendere decisioni. Il cuore di questi sistemi è il machine learning, ovvero l’apprendimento automatico, che consente agli algoritmi di migliorare le proprie prestazioni grazie all’esperienza rappresentata dai dati. Una sua evoluzione è il deep learning, basato su reti neurali artificiali composte da numerosi strati, ispirate in modo molto astratto al funzionamento del cervello umano. A queste tecniche si affiancano la rappresentazione della conoscenza, la pianificazione automatica e i sistemi decisionali, che permettono di organizzare informazioni complesse e agire in modo coerente rispetto a determinati obiettivi. Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale ha generato nella società una miscela di entusiasmo e inquietudine. Da un lato c’è lo stupore per risultati che fino a pochi anni fa sembravano impossibili: macchine che scrivono testi, creano immagini, dialogano con gli esseri umani e supportano attività creative e scientifiche. Dall’altro lato emergono timori legati all’automazione del lavoro, alla perdita di controllo, alla concentrazione del potere tecnologico e all’uso distorto dei dati personali. Questa ambivalenza è comprensibile, perché l’IA non è un semplice strumento neutro: amplifica le intenzioni umane, nel bene e nel male. Se addestrata su dati distorti, può riprodurre e rafforzare pregiudizi; se utilizzata senza regole, può minacciare diritti fondamentali come la privacy e l’equità. Per questo motivo, accanto allo sviluppo tecnologico, è diventato indispensabile un quadro normativo e culturale capace di governare l’innovazione. L’Unione Europea, ad esempio, ha intrapreso la strada di una regolamentazione basata sul rischio, distinguendo tra applicazioni accettabili, ad alto rischio o inaccettabili, con l’obiettivo di proteggere i cittadini senza soffocare il progresso. Ma le leggi da sole non bastano. Serve una consapevolezza diffusa, una alfabetizzazione digitale che permetta alle persone di comprendere cosa fa davvero un sistema di intelligenza artificiale e cosa, invece, non può fare. Il futuro dell’IA non dovrebbe essere immaginato come uno scenario di sostituzione totale dell’uomo, ma come una collaborazione sempre più stretta tra capacità umane e capacità computazionali. L’intelligenza artificiale può diventare un potente alleato nella ricerca scientifica, accelerando scoperte che richiederebbero decenni, può migliorare l’efficienza di sistemi complessi come la sanità o la logistica, può personalizzare l’apprendimento e supportare decisioni complesse. Tuttavia, il suo valore reale dipenderà dal modo in cui sceglieremo di utilizzarla. L’IA non è un destino inevitabile, ma una costruzione culturale e tecnologica plasmata dalle nostre scelte. Le grandi domande che oggi ci poniamo non riguardano solo le macchine, ma noi stessi: che tipo di società vogliamo costruire, quale ruolo attribuiamo al lavoro umano, quale equilibrio cerchiamo tra automazione e responsabilità. In questo senso, l’intelligenza artificiale è uno specchio sofisticato che riflette le nostre ambizioni, le nostre paure e la nostra capacità di governare il cambiamento. Comprenderla non significa solo saperla usare, ma saperla pensare.

 
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from Transit

(194)

(R1)

Il prossimo 22 e 23 marzo, saremo chiamati a votare sul referendum confermativo della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Attenzione: non si vota “sulla giustizia”, come vorrebbe far credere la propaganda governativa, ma su una riscrittura di equilibri fondamentali nel sistema democratico italiano.

E, come spesso accade, chi spinge per un “sì” vuole farlo nel silenzio generale. Il governo #Meloni ha fissato la data in modo da soffocare ogni discussione pubblica: poche settimane per comprendere, ancora meno per mobilitarsi, e praticamente zero tempo per un vero dibattito politico e culturale.

Non è casualità, ma strategia. La stessa logica autoritaria e paternalista che da tempo accompagna la retorica della “riforma necessaria”: si decide in alto, poi si chiede al popolo di ratificare in fretta, e possibilmente distratto.

(R2)

Dietro la parola d’ordine “modernizzare la giustizia” si nasconde un intento tutt’altro che neutro.  Separare le carriere significa indebolire il pubblico ministero, togliergli indipendenza, e spingerlo verso una subordinazione più diretta al potere politico.

Una magistratura spaccata in due diventa più controllabile, più docile, più allineata ai desideri del governo di turno. È un vecchio sogno che torna ciclicamente: quello di poter “telefonare” ai giudici senza trovare dall’altra parte un muro di autonomia.

Niente campagne istituzionali di approfondimento, niente confronto pluralista. Solo qualche dichiarazione autoreferenziale dei leader di governo e una valanga di slogan.

Il risultato? Gli italiani rischiano di presentarsi alle urne senza capire davvero cosa stiano votando. Ed è proprio così che si mina una democrazia: non cancellandola in un colpo solo, ma svuotandola di pensiero critico e partecipazione consapevole. Non lasciamoci confondere dal lessico tecnico o dalla propaganda “modernizzatrice”.

Questo referendum non migliora la giustizia, ma la imbriglia, la amputa, la rende più vulnerabile al potere. Chi crede ancora in una Repubblica delle garanzie e non delle sudditanze, deve dirlo con forza e chiarezza. Il 22 e 23 marzo votiamo NO, per difendere il diritto di tutti a una giustizia davvero libera, non di governo.

#Blog #ReferendumSeparazioneCarriere #Italia #Giustizia #Opinioni

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Una ferita che non smette mai di sanguinare

Il 12 dicembre 1969, Milano è una città che corre. Corre verso il futuro industriale, corre tra fabbriche e uffici, corre ignara verso un pomeriggio che avrebbe cambiato per sempre la storia italiana. Alle 16:37, una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana. Diciassette morti, ottantotto feriti. Numeri che sembrano freddi, ma che in realtà sono nomi, volti, famiglie spezzate. Da quel momento, nulla sarà più come prima. La strage di Piazza Fontana non è soltanto un atto terroristico: è una frattura nella coscienza collettiva. Segna l’inizio ufficiale di quella che verrà chiamata “strategia della tensione”, un periodo in cui la paura diventa strumento, l’incertezza metodo, il sospetto una regola quotidiana. Milano, fino a quel giorno simbolo di efficienza e razionalità produttiva, scopre improvvisamente il volto dell’instabilità. La fiducia nello Stato, nelle istituzioni, perfino nella verità, comincia a incrinarsi. Nelle ore successive all’attentato, l’urgenza di trovare un colpevole si trasforma in una corsa confusa. Le prime piste puntano sull’area anarchica. Tra le figure coinvolte c’è Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, che muore precipitando da una finestra della questura di Milano durante un interrogatorio. La sua morte diventa subito simbolo di un’Italia che non sa – o non vuole – spiegarsi. A indagare c’è il commissario Luigi Calabresi, uomo destinato a diventare a sua volta vittima di un clima avvelenato, fatto di accuse, delegittimazioni e odio ideologico. La sua uccisione, anni dopo, dimostrerà quanto profonda fosse la spirale di violenza innescata da quel dicembre del ’69. Le inchieste giudiziarie si trascinano per decenni. Spostamenti di competenza, sentenze ribaltate, assoluzioni, prescrizioni. Emergono legami con ambienti neofascisti come Ordine Nuovo e i nomi di Franco Freda e Giovanni Ventura entrano negli atti giudiziari. Eppure, nonostante montagne di carte e anni di tribunali, la sensazione diffusa è che la verità completa non sia mai stata consegnata ai cittadini. Qui non si tratta di schierarsi politicamente, ma di constatare un fatto: Piazza Fontana rappresenta uno dei più grandi fallimenti della giustizia nel dare risposte chiare, definitive, condivise. Perché parlare oggi di Piazza Fontana? Perché quella strage non appartiene solo ai libri di storia. Vive ogni volta che il dubbio supera la trasparenza, ogni volta che la paura viene usata come leva, ogni volta che la verità si frantuma in versioni contrapposte. È attuale perché ci ricorda quanto sia fragile la democrazia quando viene data per scontata. È attuale perché insegna che la memoria non è un esercizio retorico, ma una forma di vigilanza civile. È attuale perché mostra quanto sia pericoloso delegare il pensiero critico, qualunque sia il colore delle bandiere. Ricordare Piazza Fontana non significa riscrivere la storia secondo convenienza. Significa tenere aperte le domande, anche quelle scomode. Significa onorare le vittime senza trasformarle in simboli da utilizzare, ma in persone da rispettare. La strage di Piazza Fontana è una ferita aperta perché non è mai stata completamente medicata con la verità. E forse è proprio questo il suo insegnamento più duro: una società cresce solo quando ha il coraggio di guardare dentro le proprie zone d’ombra. Cinquant’anni dopo, Milano continua a vivere, a produrre, a reinventarsi. Ma sotto il rumore del presente, Piazza Fontana resta lì, silenziosa e ostinata, a ricordarci che la libertà non è mai un punto di arrivo, ma un equilibrio fragile da difendere ogni giorno.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Quando le macchine pensavano

L’Intelligenza Artificiale non nasce da un colpo di genio improvviso né da un laboratorio segreto illuminato da luci al neon. Nasce, come spesso accade, da una domanda semplice e pericolosa: e se una macchina potesse pensare? La prima scintilla risale agli anni ’40 e ’50, quando l’informatica non era ancora una comodità quotidiana ma un’ossessione per pochi visionari. Nel 1950 Alan Turing pubblica un articolo destinato a cambiare tutto: Computing Machinery and Intelligence. In quelle pagine compare una domanda che ancora oggi ci perseguita: “Can machines think?” Turing non prova a rispondere direttamente. Preferisce aggirare il problema, come ogni buon matematico, inventando quello che oggi chiamiamo Test di Turing. Se una macchina riesce a sembrare umana in una conversazione, allora forse — forse — possiamo concederle il beneficio del dubbio. Il termine “Artificial Intelligence” viene coniato ufficialmente nel 1956 durante la conferenza di Dartmouth, organizzata da John McCarthy. L’idea è ambiziosa, quasi arrogante: descrivere ogni aspetto dell’intelligenza umana in modo così preciso da poterlo replicare in una macchina. Spoiler: ci vorranno decenni. E non è ancora finita. Negli anni ’60 e ’70 l’AI vive il suo primo periodo di entusiasmo. Nascono i sistemi esperti, programmi in grado di simulare il ragionamento umano in ambiti specifici come la medicina o la chimica. Funzionano, ma solo entro confini molto stretti. Quando ci si rende conto che le macchine non capiscono davvero ciò che fanno, arriva la prima AI Winter: meno fondi, meno hype, più silenzio. Poi succede qualcosa di molto umano: non ci arrendiamo. Con l’aumento della potenza di calcolo, la disponibilità di grandi quantità di dati e nuovi algoritmi, l’AI rinasce. Dagli anni 2000 in poi il Machine Learning e, soprattutto, il Deep Learning cambiano le regole del gioco. Le reti neurali profonde iniziano a riconoscere immagini, comprendere il linguaggio, tradurre testi, guidare veicoli. Non perché “pensano”, ma perché apprendono schemi da quantità di dati che un essere umano non potrebbe analizzare in mille vite. Un dato basta a chiarire la portata del fenomeno: secondo stime consolidate, oltre il 70% delle applicazioni digitali moderne utilizza oggi qualche forma di Intelligenza Artificiale, spesso invisibile. Non la vedi, ma decide cosa leggi, cosa compri, che strada fai, chi ti viene mostrato e chi no. Ed eccoci al punto chiave: perché è nata l’AI? Non per sostituire l’uomo. Almeno non all’inizio. È nata per automatizzare, ottimizzare, velocizzare. Per fare meglio ciò che l’essere umano fa lentamente o male. Il problema — e qui arriva il sorriso amaro — è che abbiamo affidato alle macchine anche decisioni che non sono solo tecniche, ma profondamente umane. L’Intelligenza Artificiale non è cosciente, non è neutrale, non è oggettiva. È lo specchio matematico dei dati che le forniamo. E se i dati sono imperfetti, distorti o ingiusti, l’AI non corregge: amplifica. Oggi parliamo di AI generativa, modelli linguistici, creatività artificiale. Le macchine scrivono, disegnano, compongono musica. Non capiscono ciò che producono, ma lo fanno abbastanza bene da metterci a disagio. Ed è proprio questo disagio il segnale che stiamo toccando qualcosa di profondo. L’Intelligenza Artificiale non è il futuro. È il presente che non abbiamo ancora imparato a guardare con lucidità. E forse il vero problema non è che le macchine stiano diventando più intelligenti. Ma che noi, davanti a loro, abbiamo smesso di fare le domande giuste. Benvenuti nell’era dell’AI. Non è magica. Non è cattiva. È soltanto — tremendamente — umana.

 
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from cronache dalla scuola

In pratica viene questo genitore a colloquio e a un certo punto mi chiede se io sarò ancora docente di sua figlia e io dico, guardi non lo so, le cattedre dipendono da molti fattori, non siamo noi docenti a decidere. “Capisco” mi dice il genitore. “Perché – spiega – io la vorrei anche nel triennio.” Sto per dire, beh grazie, quando il genitore continua “perché lei non giudica i ragazzi”.

Resto un po' interdetto. “Beh, no – rispondo – io devo anche valutarli è il mio mestiere”. “Non ha capito” dice il genitore. “Lei non li giudica” ripete e mi spiega che il fratello maggiore del mio studente, anche lui, aveva fatto la stessa scuola della studentessa che ho io. E che erano stati cinque anni di ansia e pianto. Che il docente di italiano li pressava perché non leggevano, perché non scrivevano bene, perché non conoscevano poesie che tutti avrebbero dovuto conoscere. “Mio figlio tornava a casa ed era già a pezzi. Con lei invece, mia figlia torna a casa ed è rilassata. Studia con piacere, perché sa che lei non la fa sentire in colpa”.

Cerco di difendermi. “In realtà il mio obiettivo è che accrescano il loro vocabolario e che sappiano scrivere meglio possibile, che amino anche la letteratura, certo. Però penso anche – gli spiego – che io ho dei ragazzi che hanno scelto di fare informatica e scienze applicate. Non letteratura. Se fossero stati amanti della letteratura avrebbero scelto altre scuole. Non c'è niente di male a non amare la letteratura; semmai la mia è una sfida a fargli capire che scrivere e raccontare è una cosa affascinante”.

Mentre parlo – dicendo questa cosa che per me è piuttosto ragionevole – vedo il volto del genitore che si apre, si rasserena, sorride. “Le non sa quanto mi facciano piacere queste parole” dice. E io resto un po' sbalordito e timoroso di aver fatto un casino.

 
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from norise 2

NOTA DI LETTURA Felice Serino, Prospettive 2024

Prospettive 2024 è un libro che nasce da una lunga fedeltà alla poesia. Non è una raccolta di esiti occasionali, né un diario lirico affidato all’urgenza del momento. È piuttosto il punto di condensazione di una pratica poetica che da anni interroga nodi esistenziali come la vita, la morte, il sacro e il tempo senza mai ridurli a concetti, ma lasciandoli vivere nella forma breve del verso. Fin dalle prime poesie, infatti, emerge con chiarezza una scelta precisa. Serino scrive per sottrazione riducendo il linguaggio senza impoverirlo. In Mare aperto scrive: “parvenza: luogo altro: il sogno che muove ondivaghi sensi” e poi, con una chiusa che vale come dichiarazione di poetica, “l’anima è un mare aperto”. Qui non c’è descrizione né spiegazione. C’è un’affermazione che resta sospesa, consegnata al lettore, chiamato a sostare dentro quel vuoto di senso che la parola apre. Questo movimento tra visibile e invisibile attraversa tutta la raccolta. In Il mare era una favola il risveglio interrompe una dimensione altra, che però continua a pesare nella memoria. “avevo lasciato un mare che era una favola un’immensa tavola imbandita per i gabbiani a frotte”. Il tono, qui, è narrativo, quasi dimesso, ma il rimpianto non è mai sentimentalismo. È piuttosto la constatazione di una perdita che riguarda tutti, è la difficoltà di restare in una dimensione di pienezza. Il rapporto con l’altro, e quindi con l’amore, è affrontato senza idealizzazione. In Amo l’idea l’autore distingue con lucidità tra l’esperienza e la sua proiezione mentale. “più che amarla amo l’idea di lei” e ancora “dove saremo domani quando il mondo per noi sarà sparito”. L’amore qui è uno stato dell’essere, fragile e interrogativo, non una risposta definitiva. Certamente però uno dei nuclei più forti del libro è il confronto con il sacro, che non assume mai toni devozionali facili. Il sacro in Serino, infatti, è spesso attraversato dalla fatica, dal dubbio, dalla consapevolezza del limite. In Dismesso l’abito, la morte viene detta come passaggio silenzioso. “dismesso l’abito mi accompagnarono i cari estinti portatori di umiltà” e soprattutto “non parole la bocca colma di luce”. Qui il silenzio è più eloquente di qualsiasi discorso teologico. Anche quando il riferimento religioso è esplicito, come in L’ultima parola, dedicata a Giobbe, il testo non indulge certo nella retorica. “ridotto a solo guscio grumo di dolore fino a che non implorò basta hai vinto è tua l’ultima parola”. La fede appare come una prova estrema, non come consolazione. Accanto alla dimensione spirituale, Serino, d’altro canto, mantiene uno sguardo vigile sul presente storico e sociale. In Quale limite , per esempio, mette in scena l’isolamento di chi parla di libertà. “aveva appena letto che subito arricciarono il naso quelli che si conformano” e poi “candidamente parlava di libertà”. È questa una poesia che mostra il disagio provocato da parole ancora vive, in un contesto che preferisce l’adattamento. Il tema del tempo e dell’età attraversa molti testi. In Un verso l’autore riflette sul proprio stare nel tempo con una sincerità disarmata. “sono anziano e ancora affamato di sogni” e “i migliori versi vengono nella veneranda età” Non c’è compiacimento, ma nemmeno rinuncia. La scrittura resta un bisogno vitale.

La poesia di Serino è anche costantemente attraversata dal corpo, inteso come luogo di esperienza e di limite. In Viaggi psichici scrive: “hai dimestichezza con la morte con la stessa naturalezza del tuo saperti eterno”. È una frase che tiene insieme finitezza e aspirazione, senza scioglierne la tensione. Tra le molte poesie della raccolta, Essere può essere assunta, infine, come testo emblematico. “farti nell’aria stretta virgola di cielo essere che scalzi la morte diminuirti per espanderti”. In pochi versi si concentrano i tratti più riconoscibili della scrittura di Serino. La brevità, la densità concettuale, il rifiuto dell’enfasi, la fiducia nella parola come strumento di attraversamento, non di possesso. Prospettive 2024 è dunque un libro che non cerca il consenso immediato. Chiede attenzione, chiede tempo, chiede una lettura non distratta. In cambio offre una poesia coerente, onesta, che non alza la voce ma non arretra. Una poesia che continua a interrogare, senza mai chiudere il discorso.

Cipriano Gentilino

 
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from lucazanini

[statistiche]

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from Milano Dopo Mezzanotte

Antonio Boggia

Antonio Boggia, noto come il “mostro di Milano”, è ricordato come uno dei criminali più efferati dell’Ottocento italiano. La sua carriera criminale fu segnata da una serie di omicidi brutali, spesso commessi con una crudeltà che sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca. Per comprendere appieno la portata dei suoi crimini, è necessario analizzare nel dettaglio le vittime, le circostanze degli omicidi e le possibili motivazioni che spinsero Boggia a compiere tali atti di violenza. Antonio Boggia non fu un assassino seriale nel senso moderno del termine, ma piuttosto un criminale che ricorse all’omicidio come mezzo per raggiungere i suoi obiettivi, che spesso includevano il furto, la vendetta o l’eliminazione di testimoni scomodi. Le sue vittime furono diverse, e tra di esse vi furono uomini e donne di diverse estrazioni sociali. Antonio Boggia nacque nel 1799 a Urio, paese sul lago di Como non lontano dal confine con la Svizzera, nel 1824 Boggia (all’età di venticinque anni) ebbe i primi problemi con la giustizia in seguito a una denuncia per truffa e a numerose cambiali non onorate. Fuggì nel Regno di Sardegna, dove subì un ulteriore processo a causa di una rissa e di un tentato omicidio. Incarcerato, approfittò di una rivolta per fuggire e tornare nuovamente nel Lombardo Veneto. Si trasferì a Milano facendosi assumere, grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca, a Palazzo Cusani, sede del comando militare austriaco, in veste di fochista e trovando un’abitazione in via Gesù. Nel 1831 si sposò e andò a vivere con la consorte in via Nerino 2, nello stabile di proprietà di Ester Maria Perrocchio, che sarà una delle sue vittime. Boggia cominciò a uccidere nell’aprile del 1849: la prima vittima fu Angelo Serafino Ribbone, che venne derubato di 1 400 svanziche e il cui cadavere venne smembrato e nascosto nello scantinato del Boggia nella Stretta Bagnera. Il 26 febbraio 1860, in seguito all’istituzione dei Carabinieri Reali, con sede a Palazzo Cattaneo in via Moscova a Milano, Giovanni Murier denuncia la scomparsa della madre Ester Maria Perrocchio, di 76 anni. L’Italia era allora divisa in vari stati e ducati, e Milano faceva parte del Regno Lombardo-Veneto, sotto il controllo dell’Impero austriaco. La famiglia di Boggia non era particolarmente agiata, e le condizioni economiche precarie in cui visse durante la giovinezza potrebbero aver contribuito a formare il suo carattere difficile e incline alla violenza. Fin da giovane, Boggia mostrò una propensione per la delinquenza. I primi reati di cui si ha notizia risalgono alla sua adolescenza, quando fu coinvolto in furti e piccole truffe. Tuttavia, nonostante i numerosi arresti, Boggia riuscì sempre a evitare pene severe, grazie a una combinazione di astuzia e connivenze con le autorità locali. Questo periodo della sua vita è importante per comprendere come Boggia sviluppò una certa familiarità con il sistema giudiziario e come imparò a manipolarlo a proprio vantaggio. La carriera criminale di Boggia raggiunse un punto di svolta negli anni ’30 dell’Ottocento, quando iniziò a commettere crimini sempre più gravi. Nonostante la mancanza di prove definitive, si ritiene che Boggia sia stato coinvolto in una serie di omicidi e rapine, spesso commessi con una crudeltà che sconvolse l’opinione pubblica dell’epoca. Uno dei suoi metodi preferiti era quello di attirare le vittime in trappole mortali, sfruttando la loro fiducia o la loro ingenuità. Uno dei casi più noti è quello dell’omicidio di un ricco mercante milanese, che Boggia uccise dopo averlo derubato. Il crimine fu particolarmente efferato: Boggia non si limitò a uccidere la vittima, ma ne mutilò il corpo in modo da renderne difficile l’identificazione. Questo modus operandi, caratterizzato da una violenza gratuita e da un certo grado di pianificazione, contribuì a creare attorno a Boggia un’aura di terrore. Uno dei primi omicidi attribuiti a Boggia fu quello di un ricco mercante milanese, il cui nome non è stato tramandato con certezza dalle fonti storiche. Secondo i resoconti dell’epoca, Boggia attirò il mercante in una trappola, fingendo di volerlo aiutare in un affare redditizio. Una volta guadagnata la sua fiducia, Boggia lo uccise con un colpo alla testa e ne rubò il denaro e i beni di valore. Ciò che rese questo omicidio particolarmente efferato fu il modo in cui Boggia mutilò il corpo della vittima, probabilmente per ritardarne l’identificazione o per inviare un messaggio intimidatorio ad altri potenziali rivali. Un altro caso particolarmente agghiacciante fu l’omicidio di un’intera famiglia di contadini che vivevano nelle campagne fuori Milano. Boggia aveva stretto amicizia con il capofamiglia, un uomo di nome Giuseppe, e aveva spesso frequentato la loro casa. Una notte, Boggia entrò nella casa e uccise Giuseppe, sua moglie e i loro due figli con un’ascia. Dopo il massacro, Boggia saccheggiò la casa, portando via tutto ciò che poteva avere un valore. Anche in questo caso, il movente principale sembra essere stato il furto. Tuttavia, l’uccisione di un’intera famiglia, inclusi i bambini, indica un livello di crudeltà e di disprezzo per la vita umana che va oltre la semplice ricerca di profitto. Alcuni storici hanno ipotizzato che Boggia volesse eliminare testimoni scomodi, mentre altri suggeriscono che la violenza fosse un modo per affermare il suo potere e il suo controllo. Uno degli omicidi più noti di Boggia fu quello di una giovane donna di nome Maria, con cui aveva avuto una relazione. Secondo i resoconti dell’epoca, Maria aveva deciso di lasciare Boggia per un altro uomo, e questo scatenò la sua ira. Boggia la attirò in un luogo isolato con la promessa di un ultimo incontro, e lì la uccise con una coltellata al cuore. Dopo l’omicidio, Boggia abbandonò il corpo in un fosso, dove fu trovato solo alcuni giorni dopo. In questo caso, la motivazione di Boggia sembra essere stata personale e emotiva. L’omicidio di Maria fu un atto di vendetta per il tradimento subito, ma anche una dimostrazione del possesso che Boggia sentiva di avere sulla donna. Questo caso rivela un lato più oscuro della personalità di Boggia, caratterizzato da gelosia, possessività e incapacità di accettare il rifiuto. Uno degli episodi più controversi della carriera criminale del mostro di Milano o chiamato anche in dialetto milanese: “El Togn”, fu l’omicidio di un prete e del suo sacrestano. Secondo le testimonianze, Boggia si era recato in una chiesa fuori Milano con l’intenzione di rubare oggetti di valore. Tuttavia, il prete e il sacrestano lo sorpresero durante il furto, e Boggia li uccise entrambi con un coltello. Dopo l’omicidio, Boggia saccheggiò via dalla chiesa, portando via candelabri d’argento e altri oggetti sacri. Per comprendere appieno i crimini di Boggia, è necessario considerare anche il contesto sociale e psicologico in cui operò. L’Italia dell’Ottocento era un paese in cui la povertà, l’ingiustizia sociale e la corruzione erano diffuse. Boggia, cresciuto in un ambiente difficile, potrebbe aver sviluppato un senso di disillusione e di rabbia verso la società, che lo portò a commettere crimini sempre più gravi. Dal punto di vista psicologico, Boggia mostrava tratti di personalità antisociale, tra cui mancanza di empatia, impulsività e incapacità di rispettare le norme sociali. Tuttavia, la sua capacità di pianificare i crimini e di manipolare le persone suggerisce anche un certo grado di intelligenza e di freddezza. Il giudice Crivelli si occupò delle indagini, scoprendo l’esistenza di una procura falsa, che investiva Antonio Boggia del ruolo di amministratore unico dei beni della donna. Si scoprì anche un precedente del Boggia che nel 1851 aveva tentato di uccidere con un’ascia un suo conoscente. Boggia venne condannato dalla giustizia austriaca a tre mesi di manicomio criminale e poi tornò libero. Alla denuncia di scomparsa si aggiunse in seguito la testimonianza dei vicini che avevano visto Antonio Boggia armeggiare con sacchi da muratore, mattoni e sabbia in un magazzino nella stretta Bagnera. La perquisizione del luogo fece scoprire, murato in una nicchia, il cadavere della donna. Altre ispezioni condotte nella stessa cantina portarono a un risultato sconcertante: altri tre cadaveri vennero rinvenuti sotto il pavimento. Durante il processo che ne seguì, il Boggia confessò gli omicidi e cercò fino all’ultimo di fingersi pazzo. Venne giudicato colpevole e condannato a morte per impiccagione che avvenne l’8 aprile 1862. La sentenza fu resa esecutiva l’8 aprile 1862, non lontano dai bastioni di Porta Ludovica e di Porta Vigentina. Fu l’ultima condanna a morte di un civile eseguita a Milano fino alla seconda guerra mondiale: infatti la pena di morte venne abolita nel 1890 dal Codice Zanardelli. Il corpo decapitato di Antonio Boggia fu sepolto nel Cimitero del Gentilino presso il bastione di Porta Ludovica, mentre la testa fu messa a disposizione del Gabinetto Anatomico dell’Ospedale Maggiore su richiesta del dott. Pietro Labus e successivamente affidato al padre della criminologia, Cesare Lombroso, che con grande clamore ne trasse la conferma delle sue teorie circa il delinquente nato. La testa del Boggia venne poi portata a Musocco nel 1949 e tempo dopo nuovamente trasferita al Museo di storia naturale sezione biomedica a Firenze, dov’è conservata a tutt’oggi. Nell’ottobre del 2009 venne ritrovata invece una mannaia da macelleria già di proprietà dell’Ospedale Maggiore nel mercato collezionistico; la mannaia è tuttora conservata al Museo di Arte Criminologica di Olevano di Lomellina. Antonio Boggia, il “mostro di Milano”, fu un criminale la cui vita e i cui crimini continuano a suscitare interesse e orrore. I suoi omicidi, caratterizzati da una crudeltà spesso gratuita, rivelano un individuo complesso, guidato da motivazioni diverse, tra cui il guadagno economico, la vendetta e il desiderio di potere. Allo stesso tempo, la sua storia ci costringe a confrontarci con le condizioni sociali e psicologiche che possono portare un individuo a commettere atti di tale violenza. La figura di Boggia rimane un monito sulle conseguenze della povertà, dell’ingiustizia e della mancanza di opportunità, ma anche una riflessione sulla natura umana e sulle oscure profondità a cui può spingersi l’animo umano. La sua eredità, sebbene macchiata dal sangue delle sue vittime, continua a essere studiata e discussa, offrendo spunti di riflessione su temi come la giustizia, la criminalità e la società. Una leggenda milanese narra che il fantasma dell’assassino vaghi ancora nei pressi di via Bagnera: esso si manifesterebbe tramite una ventata di aria gelida che avvolgerebbe la gente.

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

La “Sciura” Rina

Oggi vi raccontiamo una delle pagine più nere della cronaca italiana e milanese: la storia di Rina Fort, la donna che sconvolse Milano nel 1946 con un massacro che fece inorridire l’intero Paese. Gelosia, vendetta e una brutalità spietata furono gli ingredienti di un delitto efferato, consumato in un appartamento di via San Gregorio. Una madre e tre bambini uccisi con ferocia, un’amante respinta e un processo che trasformò Rina in un simbolo del crimine femminile. Fu davvero un raptus, o dietro si nascondeva qualcosa di più? Scopriamolo insieme, tra documenti, testimonianze e i lati oscuri della sua mente. Rina Fort è stata una delle criminali più famose della cronaca nera italiana del dopoguerra. Il suo caso sconvolse l’opinione pubblica per la brutalità e la freddezza con cui commise un massacro familiare. Tecnicamente, Rina Fort non può essere definita una serial killer, perché il suo fu un massacro familiare (omicidio multiplo in un unico evento), piuttosto che una serie di uccisioni ripetute nel tempo. Tuttavia, la sua ferocia e la sua storia la rendono una delle figure più inquietanti della cronaca nera italiana. Rina Fort ebbe una vita travagliata, costellata da lutti e tragedie: il padre morì durante un’escursione in montagna nel tentativo di aiutarla a superare un passaggio difficile; il suo fidanzato morì di tubercolosi poco prima del matrimonio; poi si scoprì affetta da una precoce sterilità. A 22 anni si sposò con un compaesano, Giuseppe Benedet, che già il giorno delle nozze diede segni di squilibrio destinati a degenerare in pazzia, al punto di dover essere ricoverato in manicomio. Ottenuta la separazione e ripreso il cognome da nubile, Rina Fort si trasferì a Milano presso la sorella. Nel 1945 conobbe Giuseppe Ricciardi, un siciliano proprietario di un negozio di tessuti in via Tenca, divenendone prima compagna di lavoro come commessa, poi amante, senza tuttavia essere a conoscenza — così dichiarò — del fatto che fosse già sposato. Giuseppe aveva moglie e tre figli a Catania ma la sua storia con la Fort proseguì tranquillamente, finché amici di famiglia non riferirono alla moglie Franca voci preoccupanti sul tradimento del marito. Il Ricciardi pare avesse l’abitudine di presentare la Fort come la propria moglie a colleghi e amici. Così nell’ottobre del 1946 Franca Ricciardi decise di raggiungere con i figli il marito a Milano. Rina Fort fu licenziata e trovò lavoro come commessa nella pasticceria di un amico, continuando a frequentare Giuseppe Ricciardi. Però, con l’arrivo della moglie e dei figli di Ricciardi, la loro relazione era ormai compromessa e Franca Ricciardi aveva fatto chiaramente capire a Rina Fort che doveva definitivamente rinunciare al suo uomo: pare che la donna le avesse rivelato di essere incinta per la quarta volta, suscitando ulteriore frustrazione nella rivale. Il 29 novembre 1946 Rina Fort si vendicò sulla moglie del suo amante e sui suoi tre bambini, uccidendoli. La stessa Rina Fort ricostruì la dinamica del delitto nella sua unica dettagliata confessione, resa nella questura di Milano una settimana circa dopo l’omicidio, dopo giorni di estenuanti interrogatori: «Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famiglia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi ella volle chiarire la stranezza della mia visita: «Cara signora» – disse – «lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese». Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro. Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisare le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpirla. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciato in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbattuto prima Giovannino; poi entrata in cucina, colpii la Pinuccia; ad Antoniuccio, seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva, per cui calai su di lui altri colpi, facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia, colpita in cucina, era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento, nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa intera, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sbarrati diceva sommessamente: «Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene.» Poi soggiunse «Ti raccomando i bambini, i bambini…». Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava, poi si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corpo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime un liquido, e prima di allontanarmi definitivamente ficcai loro in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente al lavoro…» Il delitto venne scoperto la mattina dopo, dalla nuova commessa di Ricciardi, Pina Somaschini, che s’era recata in via San Gregorio per farsi dare dalla signora Pappalardo le chiavi del negozio. Le vittime giacevano riverse in una pozza di sangue, materia cerebrale e tracce di vomito: la signora Pappalardo e il figlio maggiore nell’ingresso dell’appartamento, i due bambini più piccoli in cucina. La portiera dello stabile disse di aver chiuso il cancello alle 21 in punto come tutte le sere, ma mancava la serratura che era in riparazione e chiunque sarebbe potuto entrare senza difficoltà. L’indagine fu affidata al famoso commissario Nardone. Per la polizia l’omicida era un conoscente della Pappalardo, perché la donna lo aveva accolto in casa e gli offrì anche un liquore. Gli assassini avrebbero potuto anche essere due, dato che i bicchierini sporchi — su uno dei quali furono rinvenute tracce di rossetto — erano in totale tre. Pare mancassero alcuni pezzi d’argenteria di modesto valore, quasi certamente sottratti per simulare maldestramente una rapina degenerata in omicidio. Gli inquirenti scartarono quasi subito l’ipotesi della rapina: la famiglia versava in condizioni economiche quantomeno precarie e il negozio di Ricciardi — soprattutto dopo il licenziamento di Rina Fort, che pare avesse talento negli affari — era sempre a un passo dalla chiusura, con numerose cambiali in protesto. Quello di via San Gregorio pareva decisamente un delitto passionale, dato che erano stati uccisi dei bambini che non avrebbero nemmeno potuto testimoniare. La donna aveva lottato prima di essere uccisa e furono trovati tra le sue unghie dei capelli di donna. Inoltre sulla scena del delitto venne trovata stracciata una fotografia dei coniugi Ricciardi il giorno delle nozze. Giuseppe Ricciardi si trovava a Prato per lavoro; rintracciato e informato dell’accaduto venne interrogato e fece il nome di Rina Fort, sua commessa e amante dal settembre del 1945. La Polizia la cercò a casa sua in via Mauro Macchi 89, poi nella pasticceria dove lavorava in via Settala 43. Fu arrestata mentre serviva i clienti scherzando e raccontando aneddoti, e trasportata in questura. L’interrogatorio cominciò il 30 novembre 1946 nel pomeriggio, a meno di 24 ore dal pluriomicidi. Rina Fort ammise di aver lavorato per il Ricciardi, ma negò di essere la sua amante e di sapere dove si trovasse. Negò anche qualsiasi responsabilità del delitto; il 2 dicembre, portata a casa Ricciardi, si mostrò indifferente. Riaccompagnata in Questura, dopo 17 ore di interrogatorio del commissario dott. Di Serafino, iniziò a cedere. Ammise di essere stata l’amante di Ricciardi, con tanto di fede nuziale, e che la relazione era finita con l’arrivo della moglie. Al suo avvocato difensore denunciò di essere stata malmenata e presa a manganellate durante l’interrogatorio. Sostenne di aver partecipato all’eccidio, ma di non aver toccato i bambini; accusò Ricciardi di essere il mandante del delitto, assieme a un tal non meglio identificato “Carmelo”. Aggiunse che, nelle intenzioni dell’ex amante, ella e “Carmelo” avrebbero dovuto inscenare un furto per intimorire Franca Pappalardo, indurla a credere che la vita a Milano fosse troppo pericolosa e spingerla a tornare a Catania; ma, una volta giunti in via San Gregorio, la situazione sarebbe precipitata, anche a causa di una “sigaretta drogata” che il misterioso “Carmelo” le avrebbe offerto. Il processo a Rina Fort si concluse con una condanna esemplare. Dopo la sua confessione, nel 1948 fu processata e condannata all’ergastolo per il massacro della moglie e dei tre figli del suo amante, Giuseppe Ricciardi. La sentenza fu confermata in appello e in Cassazione, nonostante la difesa avesse tentato di farla apparire come una donna plagiata dall’amante e priva di piena consapevolezza. Rina Fort scontò la pena nel carcere di Perugia fino al 1960, quando per motivi di salute venne trasferita nel carcere di Trani, che godeva di condizioni climatiche più favorevoli. Passò poi nel carcere delle Murate a Firenze. Chiese e ottenne il perdono della famiglia Pappalardo. Il 12 settembre 1975 beneficiò della grazia dal Presidente della Repubblica, Sergio Leone. Nello stesso anno morì Giuseppe Ricciardi, il suo ex amante, che nel frattempo s’era risposato e aveva avuto un altro figlio. Dal 1975 riprese il cognome Benedet dell’ex marito Giuseppe, e visse una vita riservata a Firenze, presso una famiglia che l’aveva accolta dopo la scarcerazione, facendosi chiamare anche Rina Furlan, fino alla morte per infarto avvenuta il 2 marzo 1988. Rina Fort rimane uno dei volti più inquietanti della cronaca nera italiana. Il suo gesto fu di una ferocia inaudita, alimentato da gelosia e disperazione. La sua storia continua a dividere: fu una donna travolta dalla passione o un’assassina spietata? Qualunque sia la risposta, il suo nome resta impresso nella memoria collettiva come simbolo di uno dei crimini più atroci del dopoguerra.

 
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from Transit

(193)

(I1)

In #Iran è in corso la più ampia ondata di proteste degli ultimi decenni, una sfida che assomiglia a una rivoluzione in divenire ma che non ha ancora prodotto la caduta del regime. Il potere degli ayatollah resta appeso alla forza degli apparati repressivi, che finora sono riusciti a contenere le piazze al prezzo di un’ulteriore frattura con la società.​

Le manifestazioni esplose tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non sono più soltanto la risposta a un’economia in rovina, ma il rifiuto complessivo di un sistema politico–religioso percepito come irriformabile.

Dalle periferie povere alle grandi città, gli slogan chiedono apertamente la fine della Repubblica islamica e chiamano in causa la “Guida Suprema”, rompendo tabù che per decenni avevano tenuto insieme paura e rassegnazione.

L’elemento generazionale e femminile è centrale: giovani cresciuti nell’era digitale e donne stanche di un codice patriarcale imposto con la violenza, che non accettano più di tornare nell’invisibilità.​

La risposta del regime è stata brutale: centinaia di morti, migliaia di arresti, blackout di internet e un dispositivo repressivo che prova a spezzare non solo le proteste, ma i legami di fiducia che le alimentano. Ogni funerale trasformato in corteo, ogni video che trapela oltre i filtri della censura diventa il frammento di un racconto collettivo che sfugge al controllo del potere e alimenta un sentimento di appartenenza tra chi protesta in Iran e chi osserva da lontano nella diaspora.​

Dal punto di vista del potere, il sistema tiene ancora: le “Guardie Rivoluzionarie” restano compatte, i “Basij” sono operativi, non emergono rotture visibili nel vertice politico–religioso. Nelle dinamiche rivoluzionarie, il momento decisivo è quasi sempre la frattura dell’apparato coercitivo, e in Iran questa crepa non si è ancora aperta.

Per questo il Paese appare sospeso: troppo delegittimato per tornare a una stabilità di facciata, troppo strutturato militarmente perché la sola esplosione delle piazze basti a rovesciarlo nel breve periodo.​

(I2)

Su questo sfondo, gli Stati Uniti svolgono un doppio ruolo, interno ed esterno. Il presidente #Trump ha espresso sostegno ai manifestanti, parlando di un Iran che guarda alla libertà come mai prima e avvertendo #Teheran che un massacro non resterà senza conseguenze, messaggi amplificati dai leader dell’opposizione in esilio.

Allo stesso tempo, Washington calibra ogni parola, consapevole che un coinvolgimento troppo marcato rafforzerebbe la narrativa del “complotto straniero” con cui il regime cerca di delegittimare la protesta.​ Israele, a sua volta, osserva gli eventi da una posizione esistenziale: l’Iran è il cuore dell’“asse della resistenza” che alimenta #Hezbollah, le milizie sciite in Iraq, le forze filo–iraniane in Siria, parte delle dinamiche in #Gaza e il protagonismo degli Houthi nel Mar Rosso.

Teheran ha già minacciato che, in caso di azione militare americana, Israele e le basi statunitensi nella regione diventerebbero obiettivi legittimi, spingendo Tel Aviv ad alzare la soglia di allerta.

Per #Israele, la possibile trasformazione interna dell’Iran è insieme una promessa (l’indebolimento o il collasso del principale sponsor dei suoi nemici) e una fonte di rischio, nel caso il regime scelga la fuga in avanti militare per sopravvivere.​

Le conseguenze geopolitiche potenziali sono profonde. Un Iran post–teocratico ridisegnerebbe la mappa delle alleanze, indebolendo la rete degli sciiti, alterando gli equilibri in Libano, Siria, Iraq e Yemen e costringendo le monarchie del Golfo, Israele e le potenze globali a ripensare la sicurezza energetica e l’architettura di difesa regionale.

Al contrario, un regime che sopravvive, ma esce più isolato e violento potrebbe reagire con un’accelerazione del programma nucleare e un aumento dell’aggressività tramite milizie e attori non statali, trasformando la propria crisi interna in instabilità cronica sullo scacchiere mediorientale.​

Dietro questi scenari, però, c’è un livello più vivo, umano, che dà senso alla parola “rivoluzione” ancor prima che alle analisi strategiche.

Il regime iraniano è da anni uno dei più violenti al mondo nel disciplinare il corpo e la vita delle persone, e in particolare delle donne: dal velo imposto per legge alle punizioni fisiche e morali, dalla polizia morale alle carceri dove la violenza sessuale diventa strumento di intimidazione politica.

La rivolta che oggi attraversa le strade iraniane nasce anche da qui, dal rifiuto radicale di un sistema che pretende di controllare gesti, abiti, amori, opinioni, e che non esita a spezzare corpi e biografie per mantenere la propria presa sul Paese.​ Quando ragazze giovanissime si tolgono l’hijab in pubblico, quando madri che hanno perso un figlio in piazza continuano a scendere a protestare, quando studenti e lavoratori rischiano il carcere pur sapendo che il prezzo potrebbe essere la vita, ciò che si consuma non è soltanto uno scontro tra Stato e cittadini, ma una rottura etica profonda tra società e potere.

È in questo abisso che la crisi iraniana diventa universale: al di là delle frontiere, parla di libertà di disporre del proprio corpo, di dignità, di rifiuto della violenza come linguaggio politico. Che il regime riesca o meno a salvarsi, il fatto che un’intera generazione abbia guardato in faccia la paura e abbia comunque scelto di scendere in strada indica che qualcosa, nel rapporto tra gli iraniani e il loro Stato, si è spezzato in modo irreversibile.​

E proprio da questo piano umano e sociale dipende il vero significato di ciò che sta accadendo: se domani la repressione avrà la meglio, resterà comunque nella memoria collettiva la prova che il monopolio della violenza non basta più a garantire la certezza del consenso; se invece, nel tempo, questa energia troverà una forma politica capace di sostenerla, allora le giornate di sangue di oggi saranno ricordate come l’atto fondativo di un nuovo Iran.​

#Iran #Medioriente #Geopolitica #Opinioni

 
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