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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Mark Lanegan negli ultimi anni sembra avere l’argento vivo addosso, immischiato com’è in svariati progetti/collaborazioni e persino troppo prolifico con lavori a proprio nome. L’ultimo di questi, “Phantom Radio” del 2014, ci aveva fatto un po’ storcere il naso, per la prima volta da quando l’ex Screaming Trees s’è messo in proprio. Colpa di un uso dell’elettronica un po’ forzato, sintonizzato male sulle particolarissime frequenze di Lanegan... https://artesuono.blogspot.com/2017/05/mark-lanegan-gargoyle-2017.html


Ascolta: https://album.link/i/1195027557


 
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from Diario

Mi capita in mano questo libro di Vico, stampato nel millesettecento, ricoperto di pelle, con pagine piccole, la dedica al cardinale di turno, lo sfoglio e a un certo punto c'è una pagina che è piegata su se stessa, delicatamente la apro, c'è già uno strappo, la svolgo ancora e viene fuori una mappa cronologica del mondo, dal diluvio in poi, con tanto di datazione rispetto all'inizio del mondo.

Resto affascinato dalla meccanica e dall'interfaccia, l'idea che i problemi che oggi abbiamo nel visualizzare tabelle negli ebook reader fossero già una rogna secoli fa con la carta; e ovviamente dalla intraprendenza di andare oltre l'oggetto libro “ampliandolo” materialmente, in questo caso incollando una tabella che – aperta – è almeno quattro volte più grande del libro.

E la seconda cosa che mi affascina, una volta che mi metto a decifrare la tabella, è vedere come una manciata di anni fa, nel millesettecento, Vico affermasse che il diluvio fosse avvenuto milleseicento anni dopo la creazione del mondo, ovvero che il mondo tutto avesse giusto qualche migliaio di anni.

L'ossatura di quello che noi sappiamo del mondo è recentissima e forse non sarebbe da dimenticare. Anche le impalcature di quello che è la nostra società civile talvolta le diamo per scontate, ma sono – in ultima analisi – una felice psicosi collettiva, da conservare con cura e resilienza.

 
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from norise 3 letture AI

Conosco le voci

conosco le voci che muoiono agli angoli delle sere

conosco le braccia appoggiate sui tavoli nel risucchio delle ore piccole l’aria densa e le luci che lacrimano fumo

e lo sferragliare dell’ultimo tram la nebbia che mura le strade

conosco i lampi intermittenti della mente i singulti che accompagnano quel salire pesante le scale la morsa che afferra e non sai risponderti se la vita ti scava

e il freddo letto poi fuori dal tunnel un altro mattino

Prima impressione

Questo testo ha un tono notturno e intimo: c'è familiarità con la solitudine urbana, con i gesti ripetuti e le immagini che si consumano nella sera. La voce poetica osserva con attenzione e riconosce, più che giudicare.


Analisi

Tema

Solitudine, stanchezza e sopravvivenza quotidiana: il poema esplora la fatica esistenziale che si manifesta nei piccoli dettagli della città e del corpo — voci che si spengono, braccia appoggiate, il freddo letto dopo il tunnel.

Immagini e sensazioni

Le immagini sono concrete e sensoriali: luci che lacrimano fumo, lo sferragliare dell’ultimo tram, la nebbia che mura le strade. Queste metafore visive e tattili costruiscono un paesaggio urbano claustrofobico e insieme familiare.

Voce e tono

La voce è raccolta, quasi confidenziale. L’uso ripetuto di “conosco” crea un ritmo incantatorio e una sensazione di testimonianza personale: chi parla non scopre, ma riconosce e registra.

Struttura e ritmo

Versi brevi e frammentati, pause nette tra le immagini, assenza di rime regolari: la forma rispecchia il respiro affaticato descritto nel contenuto. L’andamento è quasi prosastico, con enjambement che spingono il lettore a scendere le frasi come scale.

Figure retoriche

  • Anastrofe e accumulazione con “conosco” all’inizio di strofe.
  • Metafora: “luci che lacrimano fumo” fonde visione e sentimento.
  • Sinestesia: mescola sensazioni visive, uditive e tattili per intensificare l’esperienza.

Possibili revisioni e varianti

  • Intensificare il contrasto: inserire un’immagine di luce calda o un gesto umano che spezzi per un attimo la monotonia (es. una mano che porge un caffè).
  • Giocare sul ritmo: alternare versi molto brevi con uno più lungo per enfatizzare il “salire pesante le scale”.
  • Chiusura più esplicita o ambigua: decidere se il finale debba offrire speranza minima o restare sospeso.
Due chiusure alternative (esempi)
  • Chiusa più sospesa:
    e il freddo letto poi fuori
    dal tunnel
    un altro mattino che non chiede.

  • Chiusa con un barlume:
    e il freddo letto poi fuori
    dal tunnel
    un altro mattino; una finestra si apre.


Translation

I know the voices

I know the voices that die
at the corners of evenings

I know the arms resting
on tables in the sucking
of the small hours
the heavy air and the lights
that weep smoke

and the clatter of the last tram
the fog that walls up the streets

I know
the intermittent flashes of the mind
the hiccups that accompany
that heavy climbing of the stairs
the grip that seizes and you do not know
how to answer yourself if life is digging you out

and the cold bed then outside
of the tunnel
another morning

Traduzione letterale

I know the voices

I know the voices that die
at the corners of the evenings

I know the arms resting
on tables in the sucking
of the small hours
the dense air and the lights
that weep smoke

and the rattling of the last tram
the fog that walls up the streets

I know
the intermittent flashes of the mind
the hiccups that accompany
that heavy climbing of the stairs
the grip that seizes and you do not know
how to answer yourself if life digs into you

and the cold bed then outside
of the tunnel
another morning

 
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from lucazanini

[29]

gli altoparlanti di] restare a casa rifanno] [l'albero riprende] [si attestano e] rifanno uno scripting   [dopo uno l'altro rifilano l'] albero della provinciale uguali in [dotazione foglie calligrammiche-maxbill fanno le file di  istantanee o scade l'abusivo] crollano i [dowjones le] downtowns -ciao-ciao]

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Nebbia sul Naviglio

La nebbia sul Naviglio Grande non si alzava, galleggiava come un lenzuolo sporco sull'acqua immobile. Erano le quattro passate e Milano, sotto la pioggia sottile, sembrava un corpo congelato. L’ispettore Mauro Bolognini spense il motore dell'auto d’istituto all’angolo con via Corsico. Porta Genova a quell’ora perdeva ogni smalto da aperitivo; restavano solo l’asfalto viscido, l'odore di bitume e i fari delle volanti che tagliavano il buio. Non c’era nessun appartamento di lusso stavolta. La chiamata lo aveva trascinato sul retro di un vecchio cantiere abbandonato per il restauro di un vicolo di ringhiera, a due passi dalla darsena. L'ispettore superò il nastro bicolore della polizia, affondando gli anfibi nel fango e nei detriti. Domenico Riva, il suo agente scelto, lo aspettava sotto la luce violenta di un faro alogeno della scientifica. Aveva la faccia di chi avrebbe voluto essere ovunque, tranne che lì. «Dimmelo subito, Riva. Odio il fango. Ringhiò Bolognini, accendendosi una sigaretta protetta dal palmo della mano. «Niente fango nei polmoni, ispettore. La vittima è dentro la betoniera». Bolognini si avvicinò al grosso cilindro d'acciaio fermo, inclinato verso il basso. All'interno, seminudo e ricoperto da uno strato di cemento fresco che cominciava a fare presa, c’era il corpo di un uomo. La calce gli imbiancava la pelle, ma il foro del proiettile alla base del cranio era pulito. Un’esecuzione in piena regola. «Chi ha dato l'allarme?» «Il guardiano notturno. Dice di aver visto un suv scuro scappare verso viale Gorizia alle tre e mezza». Bolognini si chinò sul bordo della macchina edile. Notò qualcosa sul metallo: un'impronta parziale di fango, ma non della terra del cantiere. Era argilla rossa, tipica dei campi della periferia Sud, fuori dalla cerchia dei Navigli. Poi lo sguardo cadde sui vestiti della vittima, ammucchiati in un angolo del cantiere. Aprì il portafogli con la punta della penna. «Vittorio Moretti.» Lesse Bolognini. «Il re dei subappalti del Corvetto. Questo non è un delitto di gelosia, Riva. Questa è roba pesante». «La Comasina?» azzardò l'agente. «Peggio. Guarda qui». L'ispettore indicò l'orologio della vittima, un Rolex d'oro rimasto a terra, fermo sulle tre e un quarto. Il vetro era spaccato, segno di una colluttazione precedente. Ma sul polso della vittima c'era un segno fresco: un graffio profondo, parallelo a una bruciatura di sigaretta. Lo avevano torturato prima di sparargli. Per cosa? Per farsi dare una chiave, una combinazione, un nome. Bolognini si rizzò in piedi, aspirando una boccata profonda. «Moretti gestiva i soldi in nero della riqualificazione degli scali ferroviari. Se lo hanno cercato qui, cercavano l'archivio dei pagamenti. E sapevano che lo nascondeva nel cantiere». «Abbiamo controllato in ufficio, ispettore. È tutto in ordine». «Perché cercate dove cercano tutti.>> Tagliò corto Bolognini. Si incamminò verso la vecchia cabina elettrica in disuso del cantiere, l'unico punto asciutto e protetto dalle telecamere stradali. La porta di ferro era socchiusa. All'interno, l'odore di ozono e polvere era coperto da quello dolciastro di un profumo maschile costoso. Sul pavimento, una grata di ferro era stata sollevata. Sotto c’era una borsa di tela impermeabile, aperta. Vuota. Il telefono di Bolognini vibrò in tasca. Era la centrale. «Bolognini. Parla». «Ispettore, abbiamo intercettato la targa segnalata dal guardiano. Il suv risulta intestato alla holding di un certo ingegner Fontana. Il rilevatore Gps lo dà fermo da cinque minuti in un parcheggio sotterraneo in via Solari». Bolognini guardò Riva. I due si capirono al volo. «Andiamo. Niente sirene». Il parcheggio di via Solari era un labirinto di cemento armato a tre piani sotto terra. L’aria era fredda, satura di gas di scarico. Trovarono il suv nero col motore ancora caldo, parcheggiato nell'angolo più buio del secondo seminterrato. Bolognini estrasse la Beretta. Fece un cenno a Riva di coprire il lato destro. Passi felpati, le ombre dei pilastri che si allungavano sui muri grigi. Dal fondo del corridoio arrivò il rumore metallico di uno sportello di un cassonetto di sicurezza che si chiudeva. Poi, il ticchettio di scarpe eleganti sul cemento. «Fontana!» La voce di Bolognini tagliò il silenzio del garage come una lama. «Fermi dove siete!». Un uomo sulla quarantina, cappotto di cashmere bagnato e borsa di tela sotto il braccio, si voltò di scatto. Aveva gli occhi sbarrati, il respiro affannato e le mani sporche di quella stessa argilla rossa che Bolognini aveva visualizzato mentalmente poco prima. «Non sapete cosa c'è qui dentro, ispettore.» Disse Fontana, la voce che tremava ma lo sguardo lucido dei disperati. «Se mi arrestate, domani Milano brucia. Ci sono i nomi di mezza giunta comunale qui dentro». «Meglio un bel falò, ingegnere.» Rispose l'ispettore senza abbassare l'arma. «Ma prima mi spiega perché ha infilato Moretti in una betoniera». Fontana accennò un sorriso tirato, lo sguardo che scivolò per un millesimo di secondo dietro le spalle dell'ispettore. Un riflesso condizionato. Bolognini avvertì il pericolo prima ancora di sentirlo. Un brivido freddo lungo la schiena. Non erano soli. Dall'oscurità dietro il pilastro alle spalle di Riva emerse una seconda figura, la canna di una pistola munita di silenziatore già puntata alla nuca dell'agente scelto. «Posa il ferro, Bolognini.» Disse una voce gelida, che non apparteneva a Fontana. «O il tuo ragazzo non vede l'alba». Il silenzio del sotterraneo divenne assoluto. Bolognini sentiva solo il ticchettio del motore del suv che si raffreddava. Il caso era risolto, i colpevoli erano lì, ma la notte di Milano esigeva ancora il suo prezzo. Il riflesso di Bolognini fu puro istinto, forgiato in trent'anni di asfalto e piombo. Non abbassò la Beretta. La mantenne dritta sul petto di Fontana, ma spostò lo sguardo sul nuovo arrivato. Era l’ombra dietro i subappalti, l’uomo dei servizi che ripuliva i pasticci della Milano bene. «Se spari a lui, Fontana muore un secondo dopo.» Disse Bolognini. La voce era un sussurro di calce e tabacco, ferma, priva di emozione. «E senza Fontana, non incassi un euro». Un secondo. Lungo come una notte in questura. Riva, immobile con la canna premuta dietro l'orecchio, non respirava. Fontana guardava la Beretta dell'ispettore, l'indice di Bolognini che esercitava già tre chili di pressione sul grilletto. «Non hai le palle, ispettore.» Azzardò l'uomo nell'ombra, ma la canna della sua pistola tremò di un millimetro. «Prova! Dai! Prova!» Rispose Bolognini. Il bluff saltò. L'uomo nell'ombra tentò di spostare la mira verso l'ispettore, ma Riva sfruttò quella frazione di secondo: un colpo di reni, una gomitata secca allo sterno del criminale che perse l'equilibrio. Il colpo silenziato spaccò il cemento del pilastro, sollevando una nuvola di polvere. L'ispettore non aspettò altro tempo. Sparò un colpo solo, preciso, alla gamba dell'aggressore, che crollò sul pavimento del garage urlando e stringendosi il ginocchio. La sua pistola rotolò lontano. Fontana, colto dal panico, mollò la borsa di tela e tentò di correre verso l'uscita, ma Bolognini lo intercettò con un placcaggio duro, scaraventandolo contro la fiancata del suv. Il metallo rimbombò nel sotterraneo. L'ingegnere finì a terra, la faccia premuta contro l'asfalto sporco di olio. Bolognini gli piantò un ginocchio tra le scapole, tirandogli indietro le braccia fino a far scattare le manette. Un clic metallico, secco. Definitivo. «È finita, ingegnere.» Ansimò l'ispettore, raccogliendo la borsa di tela impermeabile. La aprì con una mano: dentro c'erano i registri contabili in nero dello scalo di Porta Genova e tre chiavette USB. L'intera mappa della corruzione milanese. Riva si rialzò, recuperando la pistola dell'uomo ferito e tenendolo sotto tiro. Aveva la divisa sporca e il fiato corto, ma era vivo. «Grazie, capo». Bolognini si accese finalmente la sigaretta, l'accendino che illuminò per un attimo le rughe profonde del suo volto. Guardò i due uomini a terra, poi la borsa che stringeva tra le mani. Il caso della betoniera era chiuso. I colpevoli andavano in cella. Ma guardando quei faldoni, l'ispettore sapeva che la vera guerra era appena cominciata. Risalì i gradini del parcheggio mentre le prime luci dell'alba, livide e fredde, cominciavano a tagliare la nebbia di via Solari. Milano si stava svegliando, ignara che sotto la sua pelle il cancro aveva appena perso una battaglia.

 
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from cronache dalla scuola

In quarta sto cercando di spiegare Leopardi con amore, non ricambiato né dagli studenti né da Leopardi che sembra contorcersi sulle pagine pur di non fare il percorso – per quanto breve – che va dallo schermo della LIM alla coscienza degli studenti stessi che – dal loro canto – si contorcono nell'aria calda maggiolina come insetti zanzara, guardano la natura che fiorisce e sboccia fuori dalle finestre del loro amato istituto tecnico che li ha infilzati nel banco ad ascoltare la vociacca del Venerandi che geeeeeme cose che Leopardi aveva scritto secoli prima non certo pensando che sarebbe arrivato questo infelice giorno in cui un cinquantacinquenne avrebbe cercato di declamare i suoi pensieri, decodificare le sue idee, stropicciarle, semplificarle, mesmerizzarle per farle sentirle a un branco di adolescenti che, bro, mollaci.

In questo caso la teoria del piacere che a Venerandi piace tanto e che vuole inculcare nelle menti degli studenti un po' come il seme del dubbio nel famoso lungometraccio di Nolan, quello con la trottolina che non sai se cade o se non cade – anyway – la prima volta Venerandi aveva letto l'incipit della teoria del piacere facendo scorrere il testo sulla LIM e commentandolo e semplificandolo davanti a una classe che lentamente scivolava nell'oblio del digitale e dell'iperconnessione: vani o parzialmente vani i richiami ad personam del Venerandi, l'inserimento di aneddoti personali di dubbio gusto (sì, anche quello), l'imbarazzante tentativo di rendere più interattiva la cavallina morta di una lezione sfrontatamente frontale.

Oggi il Venerandi ci riprova e decide che – nella dieta didattica – quella lezione resta frontale, ekkekazzo, ogni tanto devono saper reggere anche une lezione frontale, come nella vita prima o poi capita con l'automobile: dentro Venerandi è bene dirlo, c'è il desiderio di trasformare quella lezione frontalona in una cosa meno accidentale, rielaborarla in un gioco, un pezzo circense, una di quelle cose che si facevano con i foglietti e le dita alle elementari con i rombetti che si aprivano e chiudevano rivelando scritte nascoste: la tentazione il Venerandi ce l'ha, anche perché ha contato il Venerandi il numero di verifiche, interrogazioni, recuperi, et similia che la classe ha avuto negli ultimi dieci giorni e ne ha contate qualcosa come quattordici, un campo minato mortale che solo nel mondo scuola.

Anyway, oggi arrivo e porgo loro le fotocopie, questa volta ho pure fotocopiato tutta la teoria del piacere in modo che la distanza tra le parole del Leopardi e la loro attenzione sia accorciata di qualche metro, e mi metto davanti alla cattedra come Napoleone davanti alla valle di Waterloo e dico a loro di leggere, in modo da non mettere la mia vociacca come distrattore, Venerandi & Leopardi in mass attack e prima ancora di leggere decido di fare un rapido rebrifing di quello che si era già detto e dico, ecco, ecco ragazzi, vi vi ricordaaaate, che Leopardiii dice che l'assueffaziooone ha sia aspetti positivi che negativiiii, vi ricordateeee perchééé? più o meno con questo tono isterico che la tipografia può solo parzialmente riprodurre.

E siccome nessuno si azzarda a interagire con il Venerandi, lo stesso si guarda attorno come caimano in cerca della preda e vede mr. sorriso (il nome è di fantasia), mr. sorriso che ha passato le ultime – boh – ottocento lezioni nella più vaga presenza in classe, ridendo costantemente con il compagno davanti, o a fianco o dietro e in alcune particolari combo con tutti e tre contemporaneamente, Venerandi vede mr. sorriso che chiaramente non ha sentito nemmeno la domanda perché sta ridacchiando con i compagni e Venerandi dice, tu – sì tu – mr. sorriso, mi dici perché il Leopardi dice che l'assuefazione ha sia aspetti positivi che negativi? Eh?

Mr. sorriso chiaramente non se lo aspetta, si guarda attorno come dire, abbà abbà, perché io, osserva il soffitto come per aspettare una ispirazione divina, poi si volta serio verso Venerandi e a sintagmi tardi e lenti inizia a snocciolare la parte della teoria del piacere del Leopardi in maniera decisamente corretta e con anche alcuni esempi personali che ci stavano mentre Venerandi, lì in piedi, – inaffondabile – continua ad ascoltare questo discorso che man mano diventa sempre più corretto e alla fine Venerandi dice, beh, mr. sorriso, bravo, sei stato un libro stampato, ma dentro di sé Venerandi è davanti a una copia di Venerandi, entrambi attoniti che dicono, tra loro e loro:

ma allora 'sti disgraziati ascoltano.

Non so come, non so quanto, non so in che modo, nel disinteresse più completo, questi disgraziati ascoltano quello che dico, in maniere e intensità diverse, mentre chattano, schiantano, schizzano, ok anche ascoltano, ok, e quindi il Venerandi inspira e dice solenne: beeee, e e e ora proseguiaaammooo, leeeggi un po' tu mr. cagnescooo?

 
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from Bymarty

📒Dal mio diario.. 🖋️Nel giorno del tuo compleanno!✨

Carissimo figlio, un giorno leggerai queste mie parole, emozioni e saranno un ricordo ormai lontano! Perché gli anni son volati, ma il mio ❤️ è sempre lì vicino al tuo, pronto a sostenerti, ad amarti! E chissà il tempo, i giorni, i mesi avranno asciugato, lacrime, cancellato dolori e ogni segno da me lasciato tra queste pagine del libro della tua vita!

Ti ho dato la vita, forse tardi o forse no, ti ho atteso incredula e impaurita per quasi nove mesi, ti ho visto venire al mondo forte, indifeso e bello, eppure piangevi, triste, spaesato, forse anche un po' arrabbiato! Ma io da allora ti ho dato amore, tanto o mai abbastanza, ti ho tenuto accanto al mio cuore mentre ti nutrivi ancora di me e conservo ancora quei ricordi, quel legame meraviglioso.. Ti ho reso unico figlio e forse solo, per egoismo, paura o semplicemente perché mi sentivo ancora una madre insicura e imperfetta!

Ormai stai crescendo e quel cordone che a me ti legava non c'è più, mi manca la tenerezza, ma ho la consapevolezza, che forse non c'è più timore, ma un po' di pudore, non c'è tempo per gli abbracci e i baci, io madre gioia o e mi rattristo ogni volta che avanzi in questa vita, che da me ormai un po' ti allontana...

Ti osservo ancora mentre dormi, catturo attimi di dolcezza, fugaci emozioni mentre sogni e speri che il mondo sempre ti sorrida!

Chissà un giorno anche tu piangerai, soffrirai per amore, proverai un dolore, sembrerà il mondo effimero e crudele e so bene che il mio star male ti ha inevitabilmente un po' travolto, cambiato e reso un po' più forte!

Ma ricordati che, nonostante tutto, ci sarò sempre, perché quel piccolo seme che ho nascosto nel tuo cuore, quando e se ti sentirai solo e incompreso, germoglierà e ti farà più forte! Curalo quel germoglio non avere paura di sbagliare, non credere che impossibile sia amare, non perderti dietro facili illusioni, leggi, se ti va, le mie parole, non giudicare i miei errori, non cercare di comprender tutto e tutti! E vivi, alza gli occhi al cielo, osservane l'azzurro e godine i colori, le albe, i tramonti, e sorridi alla tua vita e se hai coraggio osa, crea, conquistati il tuo pezzo di mondo, combatti per i tuoi ideali, le tue vittorie e anche le sconfitte, le mete che raggiungerai, saranno anche le mie e quando cadrai, in te troverai la forza e il coraggio per rialzarti e ricominciare. E se non ci sarò, tu continua a correre verso il tuo futuro figlio mio, perché più forte, sicuro e luminoso sarà quello spettacolo della tua vita, che io ho immaginato e tu hai realizzato!

(Con amore la tua mamma! “Un pensiero per i tuoi 15 anni”)✨

 
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from Nò Blog' di eletronico2

Militanza

Allora~~, stavo riflettendo sulla questione delle 8/8/8.

8 ore di sonno, 8 ore di lavoro, 8 ore di riposo. Tralasciando che non è più così perché con email e l'interconnessione sono 16 ore di lavoro e 8 di sonno e io mi voglio costringere a non farlo capitare (mi piaceva una proposta di legge mi sa Europea che dopo 2 ore dallo staccare del turno tu puoi non contattare il dipendente) ho notato che è essenziale anche nell'attivismo.

L'attivismo e la militanza dovrebbe rientrare nelle 8 ore di riposo, no? Siamo tutti d'accordo

Beh non è che vada molto bene, quindi cominciamo a dare qualche paletto, militanza max 4 ore. Punto.

So che può sembrare brutto ma se la militanza, la fai in un periodo difficile, se ti causa uno stress EXTRA a quello che hai già, diventa un problema, quindi, impariamo a dare il giusto tempo alle cose, che nessuno ci corre dietro.

Videogiochi

IO AMO I VIDEOGIOCHI. Sono da sempre la mia principale fonte di sfogo, mi permettono di sfogare tutto lo stress che ho in corpo, ma, purtroppo gioco troppo condizionato dalle emozioni, se sto male gioco male, se gioco male sto male. È un cane che si morde la coda, giocare dovrebbe essere fatto solamente quando si ha l'umore per farlo, così come per ogni attività socialmente impegnativa che richiede un minimo di pazienza e sforzo. (Nel caso mio, tutto ciò che di fa' in gruppo)

Piccoli svaghi: Anime & Manga

Per quanto una volta davo molto effort a ciò, ora li vedo come sfoghi emotivi, molti anime e manga mi permettono di sfogare emozioni che se no terrei racchiuse in me e io sono una pentola a pressione pronta a esplodere.

Ogni genere un emozione, circa, principalmente gli Slice of Life mi calmano molto, uno dei miei generi preferiti, perché ti dà un'altra prospettiva e avvolte, mi fanno capire cosa mi manca e come risolvere. Ci sono lore che ti cambiano la vita ma c'è le dimentichiamo e abbiamo bisogno di rivederle.

Meditazione, passeggiate e ciclismo

L'ultima non lo posso manco più fare, ma, queste attività richiedono concentrazione e calma, per uno come me che vive nell'ansia, nel panico e nella rabbia, sono un attimo di respiro. Forse il problema è che non respiro abbastanza

Dovremmo imparare come esseri umani a respirare più spesso, in tutti i sensi.

Attività manuali

Sono rilassanti e stressanti allo stesso tempo, il problema non è farle è iniziare a farle, ma, quando le fai, svuoti la mente, finalmente puoi dire di aver completato questo ciclo di sfogo.

In conclusione

Ognuna di queste attività funziona per me, questo schemino che spesso non seguo, quando lo seguo mi aiuta davvero tanto. Ogni consiglio è apprezzato, ogni critica è accetta (finché costruttiva) ma sono convinto che tutto ciò possa essere d'aiuto per un bel po' di persone.

Per commenti e consigli: @iam_ele2@mastodon.uno

ele
 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Hotel Splendid

Il neon dell’insegna «Hotel Splendid» friggeva nell’aria umida di via Porpora, sputando scariche di luce intermittente sul parabrezza della mia Alfa. Sembravano i battiti di un cuore in aritmia. A Milano, dopo la mezzanotte, la pioggia non cade: percuote. Trasforma l’asfalto in uno specchio nero che riflette solo i peccati della città, dilatandoli nelle pozzanghere come macchie d’inchiostro. Ero arrivato da dieci minuti, il motore ancora caldo che ticchettava nel silenzio irreale di quel vicolo cieco. Mi chiamo Marco Taramelli, investigatore privato per vocazione e fallito per scelta. La targa d’ottone sulla porta del mio studio diceva solo Consulenze, ma la verità è che la gente viene da me quando la Polizia ha le mani legate e i rimorsi diventano troppo pesanti per dormire. Quella notte, il rimorso aveva la voce tremante di un avvocato di grido che mi aveva infilato diecimila euro in contanti nella tasca del cappotto, chiedendomi di recuperare una borsa. Nessun dettaglio, solo un indirizzo e una camera: la 204. Scesi dall'auto, tirando su il colletto del trench. L’androne dell’albergo puzzava di disinfettante a buon mercato e fumo stantio. Dietro il bancone della reception, un vecchio con gli occhi vitrei non alzò nemmeno lo sguardo dalla sua rivista sportiva di tre mesi prima. Meglio così. Il silenzio nei corridoi era denso, quasi solido, interrotto solo dal ronzio metallico del vecchio ascensore a gabbia che saliva verso i piani alti. Evitai l'impianto e presi le scale. I gradini di marmo consumato cigolavano sotto le mie scarpe, un conto alla rovescia verso il secondo piano. Il corridoio della 204 era una galleria di porte scrostate dal tempo. La moquette verde marcio attutiva i miei passi, ma non riusciva a soffocare il battito del mio cuore, che picchiava duro contro le costole. Arrivato davanti alla porta, notai il primo dettaglio che mi fece stringere la mano attorno al calcio della mia Beretta calibro 9: la fessura della serratura era parzialmente scheggiata. Qualcuno era entrato senza chiedere il permesso. E non molto tempo prima. Spinsi delicatamente l’anta. Nessun cigolio. La stanza era immersa nella penombra, tagliata solo dalle lame di luce giallastra che filtravano dalle persiane accostate. «C’è nessuno?» Sussurrai, una formalità inutile che la prudenza esigeva. La risposta fu il silenzio profondo della morte. Feci tre passi all'interno, le scarpe che affondavano in un tappeto logoro. Il mio sguardo fu catturato da una sagoma scura poltrona vicino alla finestra. Una donna. Era seduta con la testa reclinata all'indietro, i capelli biondi che brillavano come oro vecchio sotto i riflessi intermittenti del neon esterno. Gli occhi, spalancati e lattiginosi, fissavano il soffitto come se cercassero una via di fuga. Sul collo, un solco violaceo tradiva la violenza degli ultimi istanti della sua vita. Una sciarpa di seta nera era ancora tesa attorno alla gola. Il sangue mi si gelò nelle vene. Non era un semplice furto; era un’esecuzione. La borsa di pelle marrone di cui parlava l'avvocato era lì, sul pavimento, aperta e svuotata delle carte. Ma il contenuto non era sparito del tutto: sparsi sul pavimento c'erano fogli bagnati di pioggia e di un liquido più denso. Sangue fresco. Chiunque l’avesse uccisa, era stato interrotto o non aveva avuto il tempo di ripulire. All'improvviso, un rumore metallico ruppe la quiete della stanza. Proveniva dal bagno. Il ticchettio di una goccia che cadeva nel lavandino, seguito da un respiro affannoso, strozzato, impercettibile a un orecchio non abituato al pericolo. Qualcuno era ancora dentro. L’assassino non se n’era andato. La tensione si tese come una corda di violino pronta a spezzarsi. Impugnai la Beretta, togliendo la sicura con un click che risuonò immenso nel silenzio. Mi mossi lateralmente, rasentando la parete, sfruttando le ombre per non offrire un bersaglio facile. La porta del bagno era accostata, una linea di luce bianca tagliava il pavimento. «Esci con le mani bene in vista.» Dissi, la voce ferma ma il respiro corto. «La Polizia sta arrivando». Una menzogna necessaria. Nessuna risposta. Solo il fruscio di un tessuto, il movimento rapido di una sagoma che si muoveva nell'oscurità del bagno. Poi, il vetro della finestra del bagno andò in frantumi con un boato fragoroso. L'uomo stava scappando dal retro, attraverso la scala antincendio. Spalancai la porta con un calcio. La pioggia gelida entrò violentemente dalla finestra rotta, investendomi il viso. Mi affacciai sul vuoto del vicolo posteriore, giusto in tempo per vedere una figura scura, intabarrata in un giaccone nero, che scendeva i gradini di ferro a rotta di collo. Non ci pensai due volte. Mi lanciai all'inseguimento, scavalcando il davanzale e precipitandomi giù per la struttura metallica che vibrava e scricchiolava sotto il mio peso. I gradini erano viscidi, il ferro bagnato offriva poca aderenza. Sentivo il sapore metallico dell'adrenalina in bocca. Giunto in fondo alla scala, vidi l'uomo svoltare l'angolo verso viale Monza, scomparendo nella nebbia che saliva dai tombini. Milano a quell’ora si trasforma in un labirinto di pietra e cemento, dove le strade si assomigliano tutte e i segreti si nascondono dietro i portoni dei vecchi palazzi di ringhiera. Corsi assecondando l'eco dei suoi passi sull'asfalto bagnato. Le luci dei lampioni creavano una sequenza cinematografica di flash e oscurità. L’inseguimento mi portò in un cortile interno, uno di quei vecchi spazi milanesi con i ballatoi di ringhiera che si arrampicano verso il cielo, chiusi come una fortezza. Un vicolo cieco per entrambi. L'uomo si voltò di scatto. Nella penombra del cortile, vidi il riflesso d'argento di un coltello a serramanico. Non aveva più una via di fuga, e gli animali messi alle strette diventano letali. I suoi occhi erano fessure di puro terrore e rabbia. «Fermo lì.» Ringhiò, la voce roca, spezzata dallo sforzo. «Non sai in cosa ti sei infilato. Quella borsa contiene i nomi che fanno tremare la Milano bene. Se spari, sei un uomo morto prima che il bossolo tocchi terra». «I morti non parlano, ma i vivi sì» Risposi, mantenendo l'arma puntata al centro del suo petto. La pioggia continuava a cadere, battendo ritmicamente sui cassonetti dell'immondizia, creando una colonna sonora ipnotica e spettrale. Fece un passo avanti, sollevando la lama. La distanza tra noi era di pochi metri, lo spazio di un respiro, il confine esile tra la vita e la fine di tutto. Sentivo il calore della Beretta nella mia mano opporsi al gelo della notte milanese. Sapevo che un solo movimento falso avrebbe scritto la parola fine su questa storia, lasciando un altro corpo a marcire nell'oscurità di una città che dimentica in fretta i suoi figli. Il silenzio prima della tempesta durò un battito di ciglia. L’assassino scattò in avanti con la velocità di una vipera, la lama puntata dritta alla mia gola. Non c'era tempo per pensare, solo per reagire. Esplosi un colpo. Il boato squarciò la notte di viale Monza, un tuono artificiale che rimbombò contro le pareti del cortile, facendo tremare i vetri delle finestre buie. L’uomo si arrestò di colpo, l’espressione di pietra che si frantumava in una smorfia di incredulità. Il coltello gli sfuggì dalle dita, cadendo con un rintocco metallico sulla pietra del cortile. Cadde sulle ginocchia, le mani premute sulla spalla sinistra da cui iniziava a sgorgare un rivolo scuro. Non volevo ucciderlo; volevo delle risposte. Mi avvicinai lentamente, tenendolo sotto tiro, mentre le prime sirene della Polizia iniziavano a ululare in lontananza, un lamento acuto che si avvicinava rapidamente da piazzale Loreto. La notte di Milano stava per finire per lui, ma per me il buio era appena iniziato. Raccolsi i fogli che gli erano caduti dalla tasca, intrisi di pioggia. Guardai i nomi scritti sopra, illuminati dai fari blu delle volanti che entravano nel cortile. L'avvocato aveva ragione a tremare. E la città, dopo la mezzanotte, non avrebbe dormito tranquilla ancora per molto.

 
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from mementomori

Brevi considerazioni interessanti su un paragone tra due mitologie bibliche inclusa nel “MAGNIFICA HUMANITAS” del Vaticano a riguardo della tecnologia come strumento molto potente “neutro” che può essere usato per fare del bene o del male a seconda di come si usa


Il link per il documento completo...ma non vi serve per leggere questo mio post che state vedendo ma lo metto lo stesso nel caso foste curiosi di leggerlo tutto alla fine della lettura di questo post, eccolo: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html


E' interessante il paragone tra i due miti della bibbia scritto nell'introduzione di questo testo appena pubblicato dal vaticano stesso (è la prima volta che vado in un sito “.va”, giuro...LOL) e non perché sono religioso ma piuttosto perché vorrei ribaltare la religiosità e darli un senso del tutto ateo; non lo dico per modo di dire o per prendere parte a una “filosofia cattolica” ma perché i miti antichi (come questi due messi a confronto) hanno da sempre una verità di fondo un po' come è interessante leggersi e capire da sè la divina commedia di Dante o l'odissea di Omero.


Cierò qui sotto solo il testo interessato dei due miti e delle considerazione del Papa (che è appunto la cosa più importante anche se è veramente semplice come concetto, non fatevi strane illusioni su filosofie strane o complesse LOL). Il link al testo completo è all'inizio e nella totalità non l'ho ancora letto perché è davvero molto lungo (è davvero troppo lungo ahah) e non so se lo leggerò ancora per davvero...comunque, bando alle ciance, eccovi qui sotto le parole da sostituire nel testo per avere la chiave di lettura mia personale nel punto 1. (che potete se volete saltare se volete partire senza mie interpretazioni) e subito sotto la citazione al testo scritto da Papa Leone 14esimo nel punto 2.:



1.) Parole da sostituire e chiavi di lettura mie personali:

a.) “Dio”=> Etica e morale personale e sociale giusta. Contrario di “Dio” = Dedizione al potere corrotto e al profitto che portano alla perdita di controllo e alla distruzione della persona e/o della società o di una realtà.

b.) “Digiunare, preghiera, intercezione” => Pensiero critico, riflessivo e potente da cui ne deriva l'affrontare la realtà disfunzionale con le priorità giuste facendo comunella nel modo giusto. Contrario del “digiunare, preghiera, intercezione” => Tossicità del pensiero e irrazionalità che portano alla perdita di controllo, alla malattia e alla solitudine.


2.) Citazione del Papa chiamata nel sotto-titolo “due icone bibliche” (modificata e tagliata all'inizio e alla fine dal resto del documento per isolarla con l'aggiunta delle lettere al posto dei numeri per i vari punti che va a toccare che erano di mezzo ad altri numeri e quindi che non partivano dal punto 1):

a.) Per rispondere a questi interrogativi e per discernere come abitare con responsabilità il tempo dell’intelligenza artificiale, vorrei richiamare due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr Ne 2-6). Nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.

b.) Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.

c.) Alla luce di queste due icone, lo Spirito Santo oggi ci interpella circa il rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso. Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare (cfr Mt 25,14-30). La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.

d.) Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio» (Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi.



Le considerazioni le lascio a voi, non voglio commentare.

 
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from Bymarty

📒Dal mio diario! 🖋️Lettera immaginaria di una madre al figlio lontano! “Non ci sarò, quando tornerai... (Emozioni raccolte e condivise attraverso le parole di una canzone e non solo!)

Carissimo figlio non mi chiami, non mi cerchi più, dici sempre che sei occupato, che il tempo non basta, corre, ti insegue, ti impegna! Ridi, vivi la tua vita là fuori, ma senza di me, senza fermarti un attimo e bussare alla mia porta, al mio cuore! Ti vedo, immagino, sento, passi e vai oltre tutto ciò che ti ho insegnato, affidato e trasmesso, quasi fosse stato il nulla, una pagina vuota della tua vita! Ti ho dato la vita, tutta la mia vita l'ho dedicata a te, a noi, alla famiglia, al lavoro, allo svago, ma tu non ci sei, non riesci più a trovarmi, anzi non mi stai cercando, né pensando e chissà forse neppure odiando! Eppure sei ancora mio figlio, ed io la madre di quel figlio ormai perso, disperso e mai dimenticato. Ma tu come una gomma su di un foglio bianco, hai cancellato il mio nome e me dal tuo cuore! Non sono una madre perfetta, non sono una buona amica, ho difetti, limiti e puzzle da incastrare, ma ho continuato ad essere madre, seppur fragile e umile .. E non sono mai andata via, forse talvolta mi son allontanata, isolata, ho atteso, mi son fermata e ti ho immaginato, ho ricordato, ho sfogliato il nostro passato! Eppure un giorno, spero lontano, quando io me ne sarò andata, in un'altra città , o casa, o luogo, sarai tu a provare questa mancanza, l'attesa e il vuoto! E soffrirai per ogni volta che mi hai ignorato, per quei messaggi che non hai mai inviato, per quelle volte che non mi hai chiamato e cercato tra la folla, nei giorni pieni, nelle estati calde, di giorni al mare...E a sera, tra la gente, al tramonto finalmente capirai, sentirai cosa significa essere soli, lontani e diversi. Sentirai di amarmi, piangerai, mi cercherai, ma il tuo amore non avrà un volto, non avrà speranza; e mentre tu mi ignoravi, io c'ero, respiravo e lottavo, mentre tu figlio hai smesso di credere nel nostro legame e quando stavo male e piangevo nel buio dei miei silenzi, tu non lo sapevi e vivevi, io ero debole e tu sorridevi. E mai una domanda, mai il bisogno di vedermi, sentirmi, mentre lentamente ricucivo la mia vita e mi mancavi nei miei lunghi tempi!

Ho aspettato e tu non sei mai arrivato, poi ho smesso e ho continuato a vivere per me, di me, ma lontano da te, immaginando quel giorno in cui ti saresti fatto vivo, ma la speranza si è spenta, come una canzone quando la musica finisce .. Così forse un giorno capirai, quando anche tu avrai un figlio e soffrirai per non averci provato ad essere tu un buon figlio, piangerai al buio, da solo, il rimpianto ti scalfirà il cuore e il dolore ti annebbiera' la vista! Così mi cercherai tra i ricordi passati confusi e ormai spenti, vorrai ricordare e cancellare il tempo e la distanza! Sentirai di amarmi, ma l'amore non si può scrivere, raccontare, bisogna viverlo, sentirlo, cercherai il perdono per te, per noi, per me..Eppure arriverà quel giorno in cui vorrai parlarmi ed io non ti ascolterò e ricordare cosa significa essere figlio ma io non sarò più tua madre! Non ti basterà una foto da osservare, perché ciechi son stati i tuoi occhi dinanzi al mio dolore, mentre ti aspettavo, speravo e il tempo passava.. E capirai che il tempo non è sbagliato, tiranno o colpevole, perché non ti sei perso tra la folla, ma mi hai abbandonata quando arrancavo e ho lavorato finché le mani han resistito, ho gridato finché ho avuto voce, ma ho rinunciato ai miei sogni e ti ho lasciato inseguire i tuoi! Sono rimasta fuori al freddo per darti un posto caldo, ho ignorato la paura per vederti sorridere, ho ingoiato buio e lacrime ma tu mi hai dimenticato e io sono rimasta qui da sola ad aspettare!

Non è stato facile amarmi, ma sapevo essere una madre, sbagliavo, urlavo, cadevo ma non mi sono mai arresa. Eppure vorrai tornare, abbracciarmi, ma io non ci sarò, perché passato è il nostro tempo, quando tu guardavi al futuro ed io invece sopravvivevo nel passato.

E quando il buio cancellerà ogni speranza, spegnerà ogni melodia, tu piangerai per il tempo che non mi hai mai dedicato, mi chiamerai, cercherai il mio abbraccio, nessuno risponderà e non ci sarà un altro domani, solo il silenzio ti accompagnerà! Così quando fredda sarà la sera e non ci saranno più gli ultimi caldi raggi lunari, forse tornerai e sentirai il mio freddo, il mio dolore, la mia voce e mi vedrai andar via dai pensieri e dai ricordi ormai sbiaditi e sempre più lontani.. Ma sarò sempre una madre che ha cercato amore, non gloria, non la perfezione, ma la quotidianità, non la fortuna ma un sorriso, un figlio! Così tornerai e aspetterai più di quanto io abbia aspettato te, il tuo sorriso, ma non ci saranno più tramonti, colori, dolori da condividere e vivere, né speranza, ma solo infiniti silenzi... By M.P.)

 
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from Cyberdyne Systems

lvm plus Oltre che alla grande flessibilità nella gestione dei volumi, LVM attraverso device mapper, aggiunge tutta una serie di ulteriori capacità che rendono questa tecnologia estremamente versatile.

La possibilità di disporre di meccanismi per la gestione di snapshot, cache pool. thin provisioning e raid, rendono LVM qualcosa di più di un gestore di volumi.

1. Snapshot

Le snapshot LVM usano la tecnica del Copy-on-Write (CoW) allo scopo di ridurre la duplicazione.

La snapshot dovrà essre la fotografia del volume prima all'origine.

Ad ogni modifica / cancellazione, il file originale verrà portato sulla snapshot prima dell'operazione. Sul volume originale verranno scritti tutti i dati nuovi e quelli modificati.

Per il ripristino, si effettua quello che si chiama merge, dove i dati vecchi vengono ripristinati dalla snapshot e quelli nuovi cancellati dal volume.

Per il consolidamento delle modifiche, basterò rimuovere la snapshot,

1.1. Attenzione: Dimensione della snapshot

Se la snapshot ha la stessa dimensione del volume logico non ci sono problemi.

Se è più piccola, occorre prestare attenzione a che la quantità dei dati modificati sul volume logico non superino la dimensione della snapshot.

In questo caso infatti la snapshot risulterà inutilizzabile e non potrà più essere usata per il ripristino ma potrà essree solo rimossa.

1.2. Esempio

Supponiamo di avere un gruppo di volumi, my_vg, composto da 3 volumi logici:

  • lv_root (30 GiB)
  • lv_home (200 GiB)
  • lv_dati (500 GiB)

e di voler creare una snapshot precauzionale sulla root (supponendo di avere spazio a sufficienza altrimenti dovrò fare bene i miei conti per non riempire oltremisura la snapshot rendendola inservibile).

Creazione snapshot

lvcreate -s -L 30G -n  lv_root_snap my_vg/snap

Ripristino

umount /dev/my_vg/lv_root
lvconvert --merge my_vg/snap

Consolidamento

lvremove snap

2. Thin Pool

Il thin provisioning di LVM è l'alternativa dinamica alla classica gestione di volumi, thick, che prevede l'assegnazione statica delle dimensioni dei volumi.

Se è vero che il thick provisioning risulta comunque abbastastanza agevole per via della flessibilità intrinseca dei volumi in caso di riduzione o aumento della superficie allocabile, il thin provisioning può aumentare i vantaggi derivanti da LVM in alcuni scenari.

Il thin provisioning si basa sul principio che lo spazio assegnato ai volumi non viene usato mai completamente e mai tutto in una volta.

Ecco perché un'allocazione dinamica ci permetterebbe di definire volumi che si riempiono solo man mano che lo spazio viene occupato.

Se si opta per un thin provisioning sarebbe opportuno non usare tutto il gruppo di volumi ma lasciarne un 20% in previsione di future espansioni.

Con i thin pool non solo abbiamo la stessa flessibilità della gestione thick, ma possiamo lavorare anche in over provisioning ossia creare pool di volumi la cui somma potenziale sia superiore allo spazio realmente allocabile.

Es. Supponiamo avere un device da 100 GiB, /dev/sdb, su cui definisco un volume group e creare un thin pool di 50 GiB. Su questo thin pool creeremo 3 volumi “virtuali” da 20, 30 e 20 GiB.

# creazione volume group di 100 GiB
vgcreate vg_lab /dev/sdb

# creazione thin pool da 50 GiB
lvcreate -L 50G --thinpool vg_lab/lv_tp

# creazione dei 3 volumi virtuali in "over provisioning" 
lvcreate -V 20G --thin -n vol1_virt --thinpool vg_lab/lv_tp
lvcreate -V 30G --thin -n vol2_virt --thinpool vg_lab/lv_tp
lvcreate -V 20G --thin -n vol3_virt --thinpool vg_lab/lv_tp

Una volta creati i volumi possono essere formattati e montati come di consueto.

Lo spazio effettivamente occupato è quasi nullo, il sistema solleverà solo un warning per avvertirci che i volumi virtuali rischiano di saturare lo spazio disponibile.

Ecco perché bisogna prestare attenzione al raggiungimento della soglia critica. Bisognerà estendere subito il thin pool ed i volumi virtuali nel modo consueto.

⚠️⚠️⚠️ ATTENZIONE ⚠️⚠️⚠️ L'estensione di un volume virtuale non differisce molto da quello di un volume “classico”. Se lo spazio per le fette si sta esaurendo, si estendono nell'ordine:

  1. il gruppo di volumi (se necessario)
  2. il thin pool (se nel volume group c'è spazio a sufficienza)
  3. i volumi virtuali
  4. i filesystem

Se non siamo con l'acqua alla gola, i punti 3 e 4 sono sufficienti. L'estensione del volume virtuale è più rapida di quella classica perché non viene allocato spazio. L'estensione di un volume logico classico corrisponde all'estensione del thin pool.

Nel caso di riduzione, la situazione cambia parecchio perché la riduzione di un volume virtuale non fa guadagnare spazio allocabile visto che l'ampiezza del volume è solo teorica, ciò avviene solo con fstrim. Inoltre accorciando il volume virtuale al di sotto dei dati effettivamente scritti, si rischia di corrompere l'intero filesystem. Consiglio spassionato: ESTENDI SEMPRE E NON RIDURRE MAI!!!

Altra considerazione va fatta anche per i metadati.

A differenza dell'LVM classico dove la creazione di un volume logico necessitava di un extent per i metadati, il thin provisioning di LVM riserva un volume logico per i dati e un volume logico per i metadati.

L'estensione continua di piccole fette, può riempire il volume dei metadati col rischio di corrompere l'intero thin pool e prima che succeda, anche il volume dei metadati può dover essere esteso.

lvextend --poolmetadatasize +1G vg_lab/lv_tp

3. Thin Pool e snapshot

Un altro bel vantaggio della modalità thin pool è quello di facilitare l'uso delle snapshot.

Trattandosi di volumi virtuali, la dimensione della snapshot non ha bisogno di essere dichiarata. La creazione di snapshot è estremamente semplice.

# creazione di una snapshot
lvcreate -s -n lv_snap vg_lab/vol_virt

Come pure sia la creazione di snapshot annidate che il rollback risultano molto più semplici ed efficienti.

# creazione di una snapshot
lvcreate -s -n lv_snap1 vg_lab/vol_virt

# creazione di una snapshot annidata
lvcreate -s -n lv_snap2 vg_lab/lv_snap1

# rollback
umount vol_1
lvconvert --merge vg_lab/lv_snap2
mount -t ext4 -o defaults /dev/vg_lab/vol_virt vol_1

E a proposito di snapshot, occorre fare qualche osservazione.

Una serie di snapshot thin annidate, non è una catena di patch incrementali esposte al filesystem come si potrebbe pensare. In virtù del CoW, la snapshot annidate fotograferanno sempre lo stesso istante: quello del file system all'origine.

Facciamo un esempio:

lvcreate -V 10g -T vgtest/thinpool -n vmroot
mkfs.ext4 /dev/vgtest/vmroot
mount /dev/vgtest/vmroot /mnt/test
echo ORIGINAL > /mnt/test/file.txt
umount test

lvcreate -s -n snap1 vgtest/vmroot

mount /dev/vgtest/vmroot /mnt/test
echo MOD1 > /mnt/test/file.txt
umount /mnt/test

lvcreate -s -n snap2 vgtest/snap1

mount /dev/vgtest/vmroot /mnt/test
echo MOD2 > /mnt/test/file.txt
umount /mnt/test

lvcreate -s -n snap3 vgtest/snap2

mount /dev/vgtest/vmroot /mnt/test
echo MOD3 > /mnt/test/file.txt
umount /mnt/test

In questo esempio creo un volume virtuale, vmroot, e 3 snap annidate.

  1. Monto il volume virtuale.
  2. La prima snapshot, snap1, fotografa il file system del volume virtuale che contiene il file con “ORIGINAL”.
  3. Il volume virtuale viene montato e il file viene modificato.
  4. La seconda snapshot, snap2, fotografa snap1 che a sua volta conteneva il file system del volume virtuale che contiene il file con “ORIGINAL”.
  5. Il volume virtuale viene montato e il file viene modificato.
  6. La terza snapshot, snap3, fotografa snap2 che a sua volta conteneva snap1.. ecc.

Quindi snapshot siffatte non realizzano un versioning del file system come si potrebbe pensare, piuttosto possono essere utili per creare alberi di cloni/read-only, ambienti temporanei derivati da uno stato consistente, ecc.

In sostanza tornano utili quando ho una base da cui faccio derivare n snapshot che condividono i blocchi comune e con CoW minimizzo lo spazio.

Il merge di una qualunque snapshot ricondurrà il file system allo stato originario.

origin
 ├── snap1
 ├── snap2
 ├── snap3

Per lavorare sul delta come immaginiamo, si dovranno montare via via le snapshop, non il volume virtuale, e modificare quelle.

lvcreate -V 10g -T vgtest/thinpool -n vmroot
mkfs.ext4 /dev/vgtest/vmroot
mount /dev/vgtest/vmroot /mnt/test
echo ORIGINAL > /mnt/test/file.txt
umount /mnt/test

lvcreate -s -n snap1 vgtest/vmroot

lvchange -ay -K vgtest/snap1
mount /dev/vgtest/snap1 /mnt/test
echo MOD1 > /mnt/test/file.txt
umount /mnt/test

lvcreate -s -n snap2 vgtest/snap1

lvchange -ay -K vgtest/snap2
mount /dev/vgtest/snap2 /mnt/test
echo MOD2 > /mnt/test/file.txt
umount /mnt/test

lvcreate -s -n snap3 vgtest/snap2

lvchange -ay -K vgtest/snap3
mount /dev/vgtest/snap3 /mnt/test
echo MOD3 > /mnt/test/file.txt
umount /mnt/test

In questo modo si “inverte” la logica del merge che, prima riconduceva il file system allo stato inizale, ora invece consolida le modifiche delle snapshot

origin
 └── snap1
      └── snap2
           └── snap3

Il merge va fatto in ordine se si vogliono acquisire correttamente i delta. Tuttavia questo approccio

  • è raro
  • è difficile da gestire
  • complica i merge
  • può creare dependency tree intricati

Per questo quasi tutti:

  • snapshot sempre dell’origin
  • mai snapshot di snapshot
  • rollback lineare

4. Cache Pool

Il cache pool di LVM serve a migliorare l'accesso a dispositivi tradizionalmente lenti e lo fa combinando dischi HDD con SSD/NVMe.

In sostanza avremo un gruppo di volumi costituito dai dischi HDD e un altro gruppo di volumi costituito dai dischi SDD/NVMe, la nostra cache.

Il Logical Volume Cache sul disco veloce migliora l'accesso ad uno specifico volume logico del disco lento e prevede il ricorso a tutta una serie di tipi di volumi logici abbastanza variegata:

  • Origin LV: volume logico orignale costituito dai dischi lenti
  • Cache pool LV: volume logico composto a sua volta da altri due voumi logici: dati della cache e metadati della cache
    • Cache data LV: volume logico contenente i blocchi di dati per il Cache pool LV.
    • Cache metadata LV: volume logico contenente i metadatati per il Cache pool LV.
  • Cache LV: volume logico contenente l'Origin LV e Il Cache pool LV. È il volume realemente utilizzabile
  • Spare metadata LV: volume logico correlato ad una funzione di recovery data failure

cacheLVM.jpg

Quando si crea una cache ho due possibilità a seconda che si voglia massimizzare velocità o affidabilità:

  • writethrough: Le operazioni di scrittura vengono inviate sia alla cache SSD che all'Origin HDD. La lettura avviene preferibilmente dalla cache. È la modalità più sicura. Se l'SSD muore, nessun dato va perso ma è meno efficiente in scrittura perché Origin HDD diventa il collo di bottiglia,
  • writeback: più veloce ma meno sicuro. Le scritture vengono salvate immediatamente sulla cache veloce e sincronizzate sull'HDD in background in un secondo momento. Se si dovesse rompere il disco di cache, c'è il rischio di una perdita di dati.

Il dimensionamento della cache è proporzionale alla dimensione del disco origin. Di solito si aggira in un range del 2-10%

  • 2%: archiviazione sequenziale, file di grandi dimensioni;
  • 5%: standard consigliato. File server generico, utilizzo desktop/workstation;
  • 10%: carichi di lavoro intensivi e casuali come database SQL/NoSQL attivi, nodi di virtualizzazione densi (molte VM), ecc.

Non è necessario prevedere da subito Il disco di cache (se c'è stata la possibilità tanto meglio), ma si può aggiungere in un secondo momento estendendo il gruppo di volumi contenente l'HDD e battezzando l'LV di cache.

Perpariamo il nostro laboratorio in cui abbiamo un HD lento con un unico volume logico a cui applichiamo una cache.

  • disco lento: 2 GiB
  • disco veloce: 500 MiB
  • cache: 5% di 2 GiB (~100 MiB)
# creazione del device fisico per il laboratorio
fallocate -l 2GiB slow_disk.img

# attach del device e creazione del gruppo di volumi
vgcreate vg_lab $(losetup -Pf --show slow_disk.img)

# creazione e formattazione dell'unico volume logico
lvcreate -n lv_origin vg_lab -l 100%FREE
mkfs.ext4 /dev/vg_lab/lv_origin

Ora aggiungiamo il disco che farà da cache estendendo il gruppo di volumi:

# creazione del device fisico di cache per il laboratorio
fallocate -l 500MiB fast_disk.img

# attach del dispositivo e estensione del gruppo di volumi
DEV_FAST=$(losetup -Pf --show fast_disk.img)
vgextend vg_lab "${DEV_FAST}"

Il cache pool lv può essere configurato automaticamente oppure manualente.

4.1. Caso 1: configurazione automatica del cache pool lv

In un unico passaggio, convertiamo il volume logico attuale in un volume logico con cache.

lvcreate \
  --type cache \
  --cachemode writethrough \
  -l 5%FREE \
  -n cache_pool vg_lab/lv_origin "${DEV_FAST}"

Dopo questo comando vedremo che il volume logico lv_origin incapsula il cache pool (lv_origincache_cpool) e il volume logico dei dati (lv_origin_corig).

Il cache pool è composto da due volumi logici per i dati (lv_origincache_cpool_cdata) e i metadati (lv_origincache_cpool_cmeta).

Infine distinguiamo anche il volume logico di metadati spare da utilizzare per un eventuale data recovery failure (lvol0_pmspare).

lvs -a
  LV                           VG        Attr       LSize   Pool                   Origin            Data%  Meta%  Move Log Cpy%Sync Convert
  home                         vg_fedora -wi-ao---- 409,81g                                                           
  root                         vg_fedora -wi-ao----  50,00g                                                           
  swap                         vg_fedora -wi-ao----  16,00g                                                           
  lv_origin                    vg_lab    Cwi-a-C---  <2,00g [lv_origincache_cpool] [lv_origin_corig] 0,00   0,59            0,00
  [lv_origin_corig]            vg_lab    owi-aoC---  <2,00g                                                           
  [lv_origincache_cpool]       vg_lab    Cwi---C---   8,00m                                          0,00   0,59            0,00
  [lv_origincache_cpool_cdata] vg_lab    Cwi-ao----   8,00m                                                           
  [lv_origincache_cpool_cmeta] vg_lab    ewi-ao----   8,00m                                                           
  [lvol0_pmspare]              vg_lab    ewi-------   8,00m 

4.2. Caso 2: configurazione manuale del cache pool lv

Se invece vogliamo intervenire su ogni singolo passaggio della creazione del cache pool:

# creazione dei volumi logici meta e dati per il cache pool
lvcreate -n cache_pool_meta -L 10M vg_lab "${DEV_FAST}"
lvcreate -n cache_pool -l 5%FREE vg_lab "${DEV_FAST}"

# creazione del cache pool assemblando meta e data
lvconvert \
  --type cache-pool \
  --cachemode writethrough \
  --poolmetadata vg_lab/cache_pool_meta vg_lab/cache_pool

# conversione del volume logico origin nel nuovo volume logico con cache
lvconvert \
  --type cache \
  --cachepool vg_lab/cache_pool vg_lab/lv_origin

In realtà è meglio lasciare a LVM il compito di dimensionare correttamente il volume per i metadati.

# creazione della cache pool
lvcreate --type cache-pool -l 5%FREE -n cache_cpool vg_lab "${DEV_FAST}"

# conversione del volume logico originale in un volume logico con cache
lvconvert \
  --type cache \
  --cachepool vg_lab/cache_cpool vg_lab/lv_origin

4.3. Switch della modalità

Per cambiare modalità fra writetrough e writeback (se non specificato nella definizione della cache pool, il default è writethrough).

lvchange --cachemode writeback vg_lab/lv_origin

4.4. Rimozione della cache

Se volessi levare il disco di cache e ritornare al volume logico di partenza:

lvconvert --uncache vg_lab/lv_origin
  Logical volume "lv_origincache_cpool" successfully removed.
  Logical volume vg_lab/lv_origin is not cached.
```https://noblogo.org/ebdpsbxxid/edit#publish
e `lvs -a` mostra il volume logico in queste condizioni:
```bash
lvs -a
  LV        VG        Attr       LSize   Pool Origin Data%  Meta%  Move Log Cpy%Sync Convert
  lv_origin vg_lab    -wi-a-----  <2,00g

4.5. Monitoraggio

lvs -a -o lv_name,lv_size,cache_mode,data_percent,metadata_percent vg_lab

5. LVM Stripe

Analogo a Raid 0, l'uso diretto di stripe in lvm attraverso il mappatore interno dm-stripe, permette di definire su quali e quanti dischi va frammentata l'informazione da memorizzare allo scopo di aumentare le prestazioni.

Considerazioni:

  • Il gruppo di volumi deve contenere almeno due dischi fisici.
  • È preferibile che i dischi fisici abbiano tutti la stessa velocità altrimenti quello più lento diventerà il collo di bottiglia.
  • È possibile che i < n, dove i è il numero di dischi per lo stripe e n è il numero totale di dischi del gruppo di volumi
  • È anche possibile specificare i dischi va applicato lo stripe.
  • La dimensione dello stripe è di 64K come default. Ma per file molto grandi, video o database, la dimensione può essere anche di 128K o 256K
# creazione di un gruppo di volumi con 3 dischi
vgcreate vg_lab /dev/sdb /dev/sdc /dev/sdd

# stripe su due dischi a caso di vg_lab
lvcreate -i 2 -I 64k -L 10G -n lv_stripe vg_lab

# stripe su tutti i dischi di vg_lab
lvcreate -i 3 -I 64k -L 10G -n lv_stripe vg_lab

# stripe sui dischi sdc e sdd con uno stripe size di 128K
lvcreate -i 2 -I 128k -L 10G -n lv_stripe vg_lab /dev/sdc /dev/sdd

Come ogni raid 0, massime prestazioni e sicurezza 0. Se un disco si rompe, addio ai dati.

6. LVM Mirror

Come per lvm stripe analogo a raid 0, il mirror in lvm tramite il mappatore interno dm-mirror, è assimiliabile a raid 1.

Come ogni raid 1 che si rispetti, il chiaro vantaggio di questo approccio è proprio la ridondanza dei dati che, al costo del sacrificio di un disco, permette di correre ai ripari se uno dei dischi si danneggia.

# creazione di un gruppo di volumi con 2 dischi
vgcreate vg_lab /dev/sdb /dev/sdc

# creazione del volume logico "mirror"
lvcreate -m 1 -L 10G -n lv_mirror vg_lab

Il mirror diretto attraverso LVM in realtà è considerato legacy. Si consiglia di usare l'approccio più moderno che prevede di specificare il tipo, raid x, nell'invocazione di lvcreate perché userà il modulo specializzato del kernel per il raid software.

LVM mirror infatti pur essendo funzionalmente equivalente ad un raid 1 non è altrettanto efficace perché si basa su un log di sincronizzazione dove lvm tiene traccia degli elementi allineati.

Tale log deve stare su un altro disco (che diventa un altro punto di vulnerabilità) e quando c'è bisogno di ricostruire l'array in caso di rottura di un disco, l'operazione è molto lenta.

7. LVM Raid

Il raid lvm è un modo per prendere il meglio dei due mondi.

Non è che LVM abbia una sua implementazione del raid. Il raid “tradizionale” si basa sul sottosistema Multiple Devices del kernel e lavora direttamente sui dispositivi a blocchi.

LVM si interfaccia direttamente con il modulo md del kernel per attingere alle funzioni di raid così da offrire, attraverso device mapper, un'interfaccia unica per la gestione dei volumi e del raid.

7.1. Raid 0 (Stripe)

lvcreate --type raid0 -i 2 -I 64k -L 10G -n lv_raid0 vg_lab

A differenza del mirror, non ci sono gli stessi problemi per stripe. Il mappatore nativo di LVM, dm-stripe, fa bene il suo lavoro.

Usare lvmraid in questo caso resta vantaggioso per ragioni di coerenza. L'uso del modulo md rende possibile un'eventuale evoluzione verso livelli superiori (come RAID 1 o RAID 5).

7.2. Raid 1 (Mirroring)

L'alternativa moderna al vecchio lvm mirror che risolve i suoi problemi di efficienza usando il modulo md.

Basandoci sull'esempio di prima:

lvcreate --type raid1 -m 1 -L 10G -n lv_raid1 vg_lab

7.3. Raid 5 (Stripe con parità singola)

Creiamo un volume logico con RAID 5 basato su 4 dischi (stripe su 3 dischi e uno per la parità):

# creazione di un gruppo di volumi con 4 dischi
vgcreate vg_lab /dev/sdb /dev/sdc /dev/sdd /dev/sde

# creazione del volume logico con RAID 5
lvcreate --type raid5 -i 3 -L 10G -n lv_raid5 vg_lab

7.4. Raid 6 (Stripe con parità doppia)

Se vogliamo una parità doppia su 4 dischi (2 stripe e due di parità);

# creazione di un gruppo di volumi con 4 dischi
vgcreate vg_lab /dev/sdb /dev/sdc /dev/sdd /dev/sde

# creazione del volume logico con RAID 5
lvcreate --type raid6 -i 2 -L 10G -n lv_raid6 vg_lab

7.5. Raid 10

E veniamo al RAID 1+0, uno stripe su n array in mirror per combinare l'efficienza dello stripe con la sicurezza del mirror:

# creazione di un gruppo di volumi con 4 dischi
vgcreate vg_lab /dev/sdb /dev/sdc /dev/sdd /dev/sde

# creazione del volume logico con RAID 5
lvcreate --type raid10 -i 2 -m 1 -L 10G -n lv_raid10 vg_lab

7.6. Come monitorare il raid

Metodo rapido:

lvs -o name,vg_name,copy_percent,lv_attr,raid_health_status,devices vg_lab

# Combinandolo con watch posso vedere per es. la percentuale 
# di completamento della copia in caso di sostituzione del disco
watch -n 1 lvs -o name,vg_name,copy_percent,lv_attr,raid_health_status,devices vg_lab

Metodo dettagliato:

lvdisplay vg_lab/lv_raid5

Monitoraggio a basso livello: Balamente, visto che viene usato il modulo md:

cat /proc/mdstat

7.7. Come intervenire in caso di guasto

Con lvs vedremo che lo stato del volume è diventato degraded. Con pvpdisplay possiamo individuare il device danneggiato che comparirà come unknown device o con un sacco di errori I/O .

Dopo aver estratto il disco e messo quello nuovo, supponendo sia /dev/sdc, procediamo con la ricostruzione dell'array:

# inizializzazione nuovo disco
pvcreate /dev/sdc

# aggiunta del nuovo disco al gruppo
vgextend vg_lab /dev/sdc

# array rebuild
lvconvert --repair vg_lab/lv_raid5

# rimozione disco danneggiato dal gruppo di volumi
vgreduce --removemissing vg_lab

#lvm #dm #devicemapper #md #multipledevices #snapshot #thinpool #thinprovisioning #cachepool #raid #lvmraid

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Il turno della civetta

L’asfalto di viale Jenner ha il colore del piombo e la stessa capacità di pesare sul petto. A Milano, dopo la mezzanotte, l'aria cambia sapore: perde il retrogusto di uffici e aperitivi e prende quello di gomma bruciata e di umidità. Vincenzo spense il motore della sua Punto grigia, un fantasma tra i fantasmi parcheggiati sul marciapiede. Lavorava per la Vigilanza Ambrosiana da dodici anni. Dodici anni di chiavi che giravano nelle toppe di capannoni disabitati, di fari puntati contro vetrate di banche vuote e di caffè pessimi buttati giù nei distributori automatici h24. Lo chiamavano “Il turno della civetta”, quello che comincia quando i fari delle auto diminuiscono e i lampioni iniziano a ronzare come insetti impazziti. Quella notte la nebbia non era la solita coltre fitta di un tempo, ma un velo bastardo, una bava trasparente che impastava le luci dei semafori, trasformandole in macchie di sangue sospese nel vuoto. Vincenzo diede un'occhiata al foglio di via elettronico sul tablet fissato al cruscotto. Prossimo controllo: Stampa & Grafica Milanese, una tipografia semi-abbandonata in una traversa di via Dergano. Un posto che odorava di inchiostro secco e fallimento. Il proprietario pagava ancora la quota minima di vigilanza solo per evitare che gli occupanti abusivi smantellassero i vecchi macchinari di ghisa per rivenderli al peso. Scese dall'auto. Il freddo di Milano a novembre ti si infila sotto il colletto della divisa come una lama sottile. Sistemò la torcia pesante nella fondina e si diresse verso il cancello carrabile. Tutto regolare. La catena era tesa, il lucchetto graffiato ma chiuso. Camminò lungo il perimetro, i passi attutiti dalle foglie marce che marcivano sul cemento. Arrivato alla porta sul retro, quella d'acciaio tamburato, si bloccò. C’era qualcosa che non andava. L’odore. Non era il solito mix di muffa e solventi chimici classico di aziende simili a questa. Era un odore dolciastro, denso, che Vincenzo aveva imparato a conoscere vent'anni prima, durante il servizio militare nei Balcani. L'odore del ferro che incontra l'aria. Sangue. Impugnò la torcia con la mano sinistra, usandola come scudo, e avvicinò la destra alla Beretta d'ordinanza. Non la estrasse, non ancora. La burocrazia per un colpo sparato in servizio era un incubo peggiore di una coltellata. Spinse la porta. Era accostata. La serratura era stata aperta dall'interno, o forse con una chiave passe-partout. Nessun segno di scasso. Il fascio di luce bianca della torcia tagliò il buio della tipografia. Le ombre dei vecchi rulli da stampa si allungarono sulle pareti come dita di scheletri giganti. Polvere, ragnatele e, sul pavimento, una scia scura. Lucida. Vincenzo seguì la traccia con lo sguardo. Le gocce diventavano strisciate, come se qualcuno avesse trascinato un sacco pesante. La scia portava dritto verso il fondo del capannone, dove i vecchi uffici amministrativi erano separati dalla produzione da una parete di plexiglas ingiallito. «C’è qualcuno?» Disse Vincenzo. La sua voce risuonò vuota, subito inghiottita dal silenzio pesante del locale. Nessuna risposta. Solo il ticchettio ritmico di un tubo al neon difettoso che cercava disperatamente di accendersi in un angolo, producendo un lampo violaceo ogni tre secondi. Zac. Zac. Zac. Fece tre passi avanti. Le suole di gomma degli anfibi di ordinanza fischiavano sul pavimento di resina. Il cuore aveva preso a battere contro le costole con la violenza di un pistone. Raggiunse la porta dell'ufficio. La scia di sangue passava sotto lo zoccolino di legno. Con un movimento rapido, Vincenzo spalancò la porta e puntò la torcia. L’uomo era seduto sulla sedia girevole dietro la scrivania metallica. La testa era reclinata all'indietro, gli occhi sbarrati che fissavano il soffitto scrostato. Indossava un cappotto elegante, di quelli che si acquistano nei negozi del centro, ora inzuppato di un rosso scuro sul petto. Tre fori netti. Un lavoro pulito, da professionisti. Vincenzo riconobbe quel volto. Lo aveva visto sui giornali quella stessa mattina. Era l'assessore all'urbanistica del Comune, l'uomo d'oro della nuova Milano dei grattacieli e dei fondi d'investimento stranieri. Accanto al cadavere, sulla scrivania, c'era una borsa di pelle aperta. Vuota. Vincenzo fece un respiro profondo, cercando di dominare la nausea. Portò la mano alla radio sulla spalla per chiamare la centrale. «Centrale da pattuglia 4, mi sentite? Ho un codice rosso in via...» Click. Il rumore metallico alle sue spalle fu quasi impercettibile, ma per Vincenzo fu chiaro come un colpo di cannone. Il rumore di un cane che viene armato. Una canna di pistola appoggiata esattamente alla base del suo cranio, dove la carne è più tenera. Il neon difettoso fece un altro scatto. Zac. Per un millesimo di secondo, il riflesso sul plexiglas dell'ufficio mostrò a Vincenzo la figura alle sue spalle. Un uomo alto, completamente vestito di nero, con il volto coperto da un passamontagna. «Lascia cadere la radio, Vincenzo. Piano» Non era la voce di un criminale comune. Era calma, ferma, priva di inflessioni dialettali. Una voce colta, quasi annoiata. Ma la cosa che fece gelare il sangue nelle vene della guardia giurata non fu il tono. Fu il fatto che quell'uomo conoscesse il suo nome. Vincenzo obbedì. Aprì le dita e la radio cadde a terra con un rumore sordo, grattando sul pavimento. «Bravo. Ora la pistola. Con due dita. Lasciala scivolare fuori dalla fondina.» Vincenzo eseguì anche quell'ordine. La Beretta scivolò sul cemento, allontanandosi di un paio di metri. La pressione della canna contro la sua nuca non diminuì di un millimetro. «Non ho visto niente» disse Vincenzo, odiando il tremito che gli incrinava la voce. «È solo un controllo di routine. Posso girarmi e andarmene. La radio non era ancora in collegamento, non ho fatto in tempo a dare la posizione.» Una leggera risata risuonò nell'oscurità dell'ufficio. «Lo so che non hai fatto in tempo, Vincenzo. Controllo la frequenza della tua centrale da due ore. E so anche che sei un brav'uomo. Un uomo che ha un mutuo a Bresso e una figlia che studia all'università.» Vincenzo tese i muscoli delle gambe. La mente cercava disperatamente una via d'uscita, un riflesso nel plexiglas, un millimetro di spazio per tentare una mossa disperata. Ma chiunque ci fosse dietro di lui sapeva esattamente come tenere in ostaggio un corpo. La pressione della pistola si fece più forte, costringendolo a inclinare la testa in avanti. «Vedi.» Continuò la voce, avvicinandosi al suo orecchio, tanto che Vincenzo potette sentirne l'odore di menta e dopobarba costoso, «L'assessore qui presente pensava di poter cambiare le carte in tavola all'ultimo momento. Pensava che Milano fosse sua. Ma Milano non appartiene a chi ci vive, e nemmeno a chi la governa. Milano appartiene a chi la compra.» L'uomo in nero allungò la mano libera e prese un oggetto dalla tasca del cappotto dell'assessore morto. Un piccolo dispositivo USB, d'oro lucido. «Ora ti darò una scelta, Vincenzo. Una scelta che cambierà il resto della tua notte, o il resto della tua vita.» L'ombra fece un passo di lato, quel tanto che bastava per permettere a Vincenzo di vederlo con la coda dell'occhio, senza però abbandonare la linea di tiro della pistola. Con la mano guantata di pelle nera, l'assassino estrasse dalla giacca una busta di plastica trasparente. Dentro c'era una mazzetta di banconote da cinquecento euro. Spessa tre dita. «Opzione A: prendi questa busta. Domattina ti licenzi, estingui il mutuo e ti dimentichi di essere mai entrato in questa tipografia. Io esco da quella porta e tu aspetti dieci minuti prima di chiamare il 112, inventando la storia di un tizio incappucciato fuggito nei campi.» L'assassino fece una pausa. Il neon scattò ancora. Zac. Il silenzio di Milano dopo la mezzanotte sembrò amplificare il rumore del respiro di Vincenzo. «E l'opzione B?» Chiese la guardia giurata, sapendo già la risposta. L'uomo sorrise sotto il passamontagna; Vincenzo lo capì dalle rughe che si formarono attorno agli occhi chiari, spietati. «L'opzione B è gratis, Vincenzo. E dura un millesimo di secondo. Allora, che tipo di milanese sei? Uno che lavora o uno che guadagna?» L'assassino abbassò leggermente la pistola, puntandola non più alla nuca, ma al centro della schiena di Vincenzo, lasciando la busta di denaro sul tavolo, proprio accanto alla mano irrigidita dell'assessore morto. Vincenzo guardò i soldi. Poi guardò il sangue che gocciolava dalla scrivania. La sua mano destra rimase sospesa a metà aria, tesa tra il riflesso della Beretta sul pavimento e i pezzi da cinquecento euro. Fuori, in lontananza, la sirena di un'ambulanza cominciò a urlare, avvicinandosi lungo viale Jenner. «Cinque secondi, Vincenzo» Sussurrò la voce nel buio, e il rumore del grilletto che veniva leggermente premuto pose fine a ogni ulteriore domanda.

 
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from La vita in famiglia è bellissima

“Papà – mi chiede secondogenito – come si chiama in italiano uno sciame di galline?”. Così i dialoghi con i miei figli, sembra di stare in una sit-com dal vivo o in un pezzo di Ionesco. “Uno sciame di galline?“chiedo. Lui ha il cellulare in mano, mi guarda, guarda il cellulare. “In inglese c'è un termine, ma non so come funzioni in italiano”. Ci penso. “Non funziona, in italiano. Non c'è un termine per definire un gruppo di galline”. Secondogenito mi guarda, non dice niente, cerca su Google. “Qua – spiega dopo un po'– internet dice stormo”. Lo guardo. “Stormo di galline?” faccio io con viso inespressivo. “Così dice internet” fa lui. “Ma internet chi?” chiedo io.

'Internet' in questo caso sono quasi tutti siti di vendita online. “Sono tradotti in automatico” spiego a secondogenito. “Non esiste l'espressione stormo di galline, o almeno io non l'ho mai sentita. E io ne ho sentite tante” concludo. Secondogenito sorride e mi mostra il cellulare. “Padre, quello a cui stai assistendo è la lingua italiana che si evolve” dice sornione. Se mille siti parlano di stormi di galline prima o poi avremo le galline in stormi.

“A proposito – continua secondogenito – sai come si chiama un gruppo di corvi in inglese?”. “Lo ignoro” rispondo. Secondogenito fa un sorriso mellifluo, solenne: “murder” dice con un certo compiacimento lessicale. “Murder” ripeto io rapito.

A questo punto entra in scena anche terzogenita. “E sapete – fa lei – come si chiama un gruppo di furetti?”. “Furetti?” chiedo io e lei annnuisce. Guardo secondogenito che alza le spalle. Questa volta è terzogenita che sorridendo lascia andare il suo vocabolo segreto: “business”. Secondogenito corre a cercare sul cellulare. Legge, sorride. “È vero” conferma. Continua a leggere e poi mette via il cellulare e inizia a guardarci sardonico.

In pratica, spiega, i gruppi di animali in inglese vennero inizialmente chiamati con un aggettivo che richiamasse le loro caratteristiche. Murder per i corvi. Pride per i leoni.

“Un attimo – lo interrompo – vuoi dire che in inglese si dice “a pride of leons” per dire un branco di leoni?“. Secondogenito annuisce. “Cristo santo” faccio io. “Sono dei pazzi”.

“E business per i furetti? Allora vuol dire che i furetti sono bravi in affari?” chiede terzogenita divertita. Secondogenito fa no-no con la testa. “È stato un errore di trascrizione. In origine doveva essere “busyness”. Indaffarati. Sai come sono i furetti” spiega.

“Certo – rispondo io – è che tendo a dimenticarlo”.

 
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from Gippo

Questo post è stato scritto soprattutto per il titolo: avete riconosciuto sicuramente la citazione de “I migliori anni della nostra vita” ma forse vi sarà sfuggito il fatto che non si tratta solo di una quotata generica. Difatti la parola ninja è l'esatto anagramma di “anni”. Come dite? Non è vero? Fidatevi, fidatevi, è vero. Il punto è che noi pronunciamo “ningia” così sembra che ci sia una “g” in più ma se togliete la “g”... Questo post è stato scritto anche, soprattutto, per questa simpatica osservazione sull'anagramma che si presta a molte obiezioni talmente facili che la maggior parte di voi rinuncerà a farle in partenza. Ma veniamo ai ninja.

Ninja

Il post bocciato sui ninja

Volevo fare un post sui migliori ninja della nostra vita, partendo dal primo contatto con i ninja (per lo più attraverso i videogiochi) fino ai contatti più recenti. Avrei parlato di: – Shinobi; – Tartarughe Ninja; – Scorpion e Sub-Zero di Mortal Kombat; – La serie di librigame sui ninja; – Ninja Gaiden; – Kage di Virtua Fighter; – Ayane e altri ninja più o meno pettoruti di Dead or Alive.

Questo post è stato bocciato. Alla fine è un post ombra, che aleggia su questo post come un doppio oscuro. Fa molto ninja in effetti.

Le tecniche segrete dei ninja

Farò solo un accenno personale ad una iniziativa che avrei voluto pubblicare qualche anno fa: le tecniche segrete speciali di Sexy Ninja. Cioè volevo creare l'etichetta di Sexy Ninja e avevo ideato un logo semplice e assolutamente accattivante. Avrei pubblicato un libro di trucchetti ninja di quelli che piacciono a me, robe un po' PNL, un po' buonsenso, un po' assurdità. Tipo: tecnica segreta speciale della Tabula Rasa (che non riveleró in quanto segreta). L'idea mi era venuta leggendo i libri del tizio che ha pubblicato le 48 leggi del potere. Avete presente quel tizio, sì? Un gran figo, i suoi libri spaccano. O almeno spaccavano quando avevo una certa età. Ma adesso arriviamo al tema del giorno.

Kuji-Kiri

Lo sapevate? I ninja facevano cose che sembravano soprannaturali. Anzi, i ninja facevano cose proprio soprannaturali e la loro tecnica mistico-esoterica si chiamava come il titolo di questo paragrafetto. Ecco, in questo momento sto leggendo proprio un manuale della edizioni Mediterranee che mi spiega queste tecniche ma non c'è niente di facile: meditare, respirare, lavorare su se stessi, capite bene anche voi, no? Ecco, di pratico e facile giusto il fare qualche forma con le dita tipo ombre cinesi. Penso che userò il metodo Toyota, siccome in questo momento non mi ispira, mi fermo e lo lascio perdere. Credo allora che mi ributterò su quella saga in lingua inglese dove un tizio (figo quasi quanto l'autore delle 48 leggi del potere) finisce in un mondo parallelo tipo anime isekai giapponese e viene accolto in un villaggio popolato da elfe bellissime e sessualmente disponibili.

Per il post sui ninja è tutto. Gheregheregez! (grido ninja)

 
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