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from differxdiario

degooglizzarsi !!

finalmente il mio indirizzo #gmail è da oggi in via di #dismissione : #degooglizzarsi / #degooglizzarmi adesso per me è fondamentale. alé: via via staccare la spina a tutti i servizi con sede negli #USA , alle app e ai derivati di società coinvolte più o meno (in)direttamente nel #genocidio , e/o irrispettose della #privacy , le big tech companies accentratrici, censorie & spione & puzzone.

questo significherà chiudere pian piano vari canali, per esempio quelli youtube, anche se il trasferimento dei materiali sarà un’impresa non da poco. pace.

probabilmente l’unico legame con l’universo della “grande” G sarà per me quello necessario per la gestione dei pochi spazi blogspot che curo o co-curo.

il discorso, a proposito di fb e di altri social (X, instagram, …), non cambia molto, anche se la migrazione potrà essere più lenta. infatti è vero che i social generalisti in qualche caso possono esser mantenuti come moltiplicatori puri e semplici, ossia utili idioti dove è ancora proficuo postare semplicemente dei titoli+link che conducono i lettori altrove.

#degooglizzarsi #bigtech

 
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from Diario

Ieri decido di fare questa passeggiata nel centro di Genova, senza nessun motivo in particolare, cosa che accade molto di raro. Posteggio zona Brignole e inizio a camminare come un gatto, vado nelle zone al sole, entro dentro a Comics Corner, frugo con gli occhi, chiedo se sanno quando uscirà Alterlinus 6 che è un po' un numero quantistico, c'è e non c'è nello stesso tempo, sfoglio, desidero, esco.

Cammino strusciando i piedi per terra per via XX Settembre quando sento qualcuno che mi chiama. “Venerandi!” urla. “Sei Venerandi?” chiede e si avvicina a me. Lo guardo tenendomi un po' sulle mie. Lo osservo e come al solito non lo riconosco. Il fatto è che io non riconosco nessuno. Tendo a dimenticare. Side effect dell'egocentrismo. Allora faccio questo esercizio di osservare bene i lineamenti di quest'uomo che ho davanti e cercare di immaginarmelo da ragazzo, di farlo ringiovanire, sperando che emerga la faccia di qualcuno che non vedo magari da anni perché le persone, me escluso, hanno questa caratteristica di invecchiare, di mutare, trasformarsi nel tempo mantenendo però un semino dentro, una libbra di carne che è ancora quella che ho conosciuto. Se trovi quella poi tiri e via via emerge anche tutto il resto, l'ossatura del ragazzino è lì sotto sommersa da tutta la sovrastruttura del tempo. Comunque anche questa tecnica non funziona.

“Ciao?” dico, come farebbe secondogenito. L'uomo sorride e mi dice “Sono Emilio Pozzolini!” e qua ci metto un attimo perché il mio database è un colabrodo e Emilio Pozzolini era in un area sematica completamente diversa da quella di me in via XX Settembre a Genova che passeggio cercando le macchie di luce; poi l'agnizione, come nella migliore tradizione della commedia dell'arte. “Emilio Pozzolini” dico e – niente – Emilio Pozzolini, cavolo, dico, hai scritto la colonna sonora del mio ultimo videogioco! heee ehh ci mettiamo a ridacchiare come due complici, ci diciamo le cose che stiamo facendo, gli racconto dell'editore interessato a la lingua nella testa, lui mi racconta del sound design e sono anche contento perché il fatto che io non lo avessi riconosciuto aveva senso, non l'avevo mai visto, avevamo lavorato per sei mesi come entità virtuali, per quanto ne sapessimo noi poteva anche non esistere un vero Venerandi e un vero Pozzolini e invece eccoci qua, ci siamo davvero incontrati per caso in via XX Settembre, tipo dottor Livingston I suppose e ora ridacchiamo, io avvicino la testa.

Io avvicino la testa, questo Pozzolini non lo sa, perché ho qualche problema dentro la testa, non so bene dove, ma sento tutto male, ovattato, è un anno che provo a fare cure, deve essere la lingua nella testa che si sta divorando gli interstizi e lì in mezzo a via XX Settembre ridacchio e chiacchiero con un forte spaesamento perché quando parlo è come se sentissi me che parlo da un'altra parte, una specie di ritorno in cuffie di una fonte sonora che chissà dove è finita, scrivo queste cose per appunti per la mia medico, comunque ci lasciamo, ci tocchiamo le ginocchia delle braccia come avrei scritto un tempo, un tempo quando scrivevo per non perdere tempo, se non mi veniva in mente un parola, cosa che mi succede molto spesso, andavo di analogie e perifrasi, ginocchia delle braccia ha un suo perché, che è comunque un correlativo oggettivo, toccarsi i gomiti, ecco come si chiamano, toccarsi i gomiti vicendevolmente come immagine della complicità intellettuale.

Ci lasciamo come due barche trascinate dalla corrente e io vengo risucchiato dentro Feltrinelli, prendo l'ascensore che va all'ultimo piano così posso girare ancora un frammento di video di me in ascensore, sto facendo questo video di frammenti di viaggi in ascensore, sono due anni che li accumulo, non so perché – ma poi – diciamocelo – quasi ogni cosa che faccio non so bene il perché. Come avrebbe detto Kennendy citando non mi ricordo più chi, “perché era lì”. Le cose sono lì, e vanno fatte. Si fanno fare. Pensa al sesso.

Arrivato in cima a Feltrinelli inizio a ridiscendere verso il basso, girone dei dannati dopo girone dei dannati. Non devo comprare niente, guardo, sfoglio. Guardo come è metamorfata dentro di sé in questi ultimi anni: sono svaniti nel nulla i dvd, scomparsi i bluray, ridotti in un'ultima nicchia i neanderthal dei cd, distanti dalle sciccherie dei vinili redivivi, tra trionfi di gadget, giochi, il ritorno di massa dei manga giapponesi. Muta la sua natura, molto è stato divorato dal digitale. Restano lì, inossidabili, i libri, come relitti a presidiare il territorio. Ne prendo qualcuno in mano e lo rimetto a posto, con imbarazzo e cortesia.

Esco. Attraverso la strada e entro alla Berio, la biblioteca civica. Non so perché, giro un po' dentro, cerco indizi di qualcosa che sta succedendo. Prendo un libro di fumetti di Schuiten e Peeters, una donna spaziale che vuole andare a visitare la Parigi inesistente di Albert Robida. Vedo una sedia e un tavolino Ikea per bambini. Non c'è nessuno. Mi infilo dentro alle mie ginocchia e mi siedo. Mi metto lì a leggere, guardo i disegni. Il fumetto è bello ma non mi piace. Vale comunque la pena leggerlo. Resto lì finché non mi mandano via. Anche questo l'ho fatto, penso. Non era scontato. Esco.

Salgo fino alla cima di via XX Settembre, entro nel palazzo Ducale e intanto penso. Una frase affiora nella testa: “il prodotto è una malformazione”. Dopo tutta venti Settembre ho nausea del pensare a pacchetti. A prodotti. A contenitori. A essere rassicurato. Mi sembra di essere in un enorme kindergarden per adulti, un parco giochi di plastica colorata circondato da un muro con dei pezzi di bottiglia cementati sulla cima: seduto a cavalcioni, come il gatto di cui resta solo il sorriso, Montale. Quello che ha davvero senso è insensato. E non si vede.

Ho bisogno di qualcosa che abbia senso. Così, inizio a fotografare le cose, cerco il punto in cui la cosa smette di essere e inizia a essere qualcosa di diverso. Dove finisce il prodotto e inizia la cosa. Alla fine faccio una foto che mi calma, un armadietto elettrico su cui è stato appeso un grosso poster di sensibilizzazione per la vicenda di Regeni. Faccio la foto in modo che le scritte esplicative restino fuori ed entrino quelle della tensione elettrica. Mi sembra la cosa migliore di ieri. La condivido. Faccio altre foto, sull'entusiasmo, dei video. Tutti trascurabili.

In quel momento sento una voce che mi chiama. “Venerandi, eccoti!”. Mi giro. Questa volta lo riconosco, sorrido, è Guido Caserza. Mi parla, fa un lungo discorso per dirmi che si sta per vedere con Donald Datti, che è un caso incredibile che ci siamo incontrati proprio mentre lui sta per vedere il Datti. Io gli dico che oggi – per noi ieri – è una giornata particolare. Poi gli racconto che quest'anno lui, Caserza, è nel programma di maturità della mia classe, ce l'ho messo io. Come poeta. Lui mi guarda. “Ma sei pazzo?” mi chiede serissimo. “Caserza: sì” rispondo e sorrido e lui si apre. “Allora va bene”.

Uscendo dal Ducale lo accompagno dal Datti che mi guarda come se non ci vedessimo da anni e forse quasi. Ci abbracciamo. Fuori c'è un sole caldo. “Vieni a prendere un aperitivo con noi” mi chiede gentilmente Caserza e io dico, “me ne vado” e me ne vado, li saluto con una mano, scendo per via XX Settembre, faccio il percorso all'inverso e vedo la città che brulica, di nuovo, è tutto un movimento, sotto al sole tutto lampeggia, brilla, e mentre cammino sul bordo della strada per stare al sole penso che quella cosa lì, quell'emozione che sto provando nel vedere il campo lungo della città, l'idea di sentirla come una cosa straniera e multiforme, come l'open world di un videogame in cui sono dentro da decenni, quella non la posso fotografare o riprodurre, è lì per me.

Alla fine torno verso casa, ma prima passo dai miei genitori per salutarli, salendo prendo l'ascensore. Appena entro mia madre mi rimprovera. “Ho letto le cose che hai scritto su Facebook. Sono cose brutte. Tutte cose tristi. Non scriverle più così tristi!”. Io ridacchio, mamma – le dico – quella cosa lì era un inno alla vita, ha preso un like. Era poco prodotto. Mangio delle mandorle e una banana. “Perché – mi chiede poi mia madre – sei salito con l'ascensore? In genere prendi sempre le scale!”. Io la guardo, indico il cellulare: sto facendo dei video di me in ascensore, le spiego.

E lei mi guarda con profonda commiserazione.

“Ah – aggiunge – domani è il tuo compleanno. Ti do già il regalo?”. Guardo le mie braccia e mi sento così libero senza niente addosso. “Me ne vado” dico, abbraccio lei e mio padre che ridacchia guardandomi. E me ne vado.

 
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from norise 3 letture AI

La vita scorre

la vita scorre e quel senso sempre del fugace in ogni cosa

ma il mare il mare è nel cuore di Odisseo che si interroga a specchio del cielo

l'uomo è per la meraviglia

Grazie — il tuo testo ha un tono meditativo e limpido: poche parole che aprono uno spazio vasto di immagini e domande.

Interpretazione

Tema principale: la fugacità del tempo e la meraviglia come risposta umana.
Simboli: il mare come luogo dell’interrogazione e dell’avventura, legato a Odisseo; il fugace che attraversa ogni cosa come un filo sottile.
Voce: il parlante osserva con stupore, non con rassegnazione; la conclusione ribalta la malinconia in un’affermazione di senso.

Note stilistiche

  • Economia lessicale: versi brevi e frammentati che creano ritmo e sospensione.
  • Ripetizione: la ripetizione di “la vita scorre” e “il mare” rafforza il nucleo tematico.
  • Immagini visive: “a specchio del cielo” è efficace e sintetica; suggerisce riflessione e infinito.
  • Punteggiatura: l’assenza di segni forti lascia il testo aperto, come onde che non si fermano.

Suggerimenti per sviluppo

  • Allungare o comprimere: puoi giocare con strofe più lunghe per approfondire l’immagine di Odisseo, o mantenere la brevità per accentuare l’istantaneità.
  • Variare il ritmo: inserire un verso più lungo ogni tanto può creare un punto di caduta emotiva.
  • Titolo: un titolo può orientare la lettura (es. Specchio di mare, Per la meraviglia).
  • Contrasto: aggiungere un’immagine domestica o minuta potrebbe rendere più forte il contrasto tra il fugace e l’eterno.

Continuazione possibile

eppure quando la notte posa la sua mano lieve sul bordo del mondo resta un lume che non chiede risposta ma invita a guardare

Versione estesa

La vita scorre
come un filo d'acqua tra le dita,
un passo che non si volta indietro,
un battito che si perde nel giorno.

La vita scorre
e quel senso di fugace si posa
sulle cose più piccole:
la tazza che fuma, il lampo di un sorriso,
la polvere che danza nella luce.

Ma il mare —
il mare è nel cuore di Odisseo,
è una domanda che non si stanca,
un orizzonte che rimanda il cielo,
una voce che torna da lontano.

Odisseo ascolta il mare a specchio,
vede le stelle come mappe rotte,
ricorda porti che non esistono più,
nomi pronunciati come preghiere.
Eppure ogni onda gli restituisce
un frammento di casa e di viaggio insieme.

L'uomo cammina tra il fugace e l'eterno,
porta con sé valigie di meraviglia:
ogni incontro è un porto, ogni addio un vento.
Non cerca risposte definitive,
ma si ferma a guardare il riflesso,
a contare i lampi sul pelo dell'acqua.

Quando la notte posa la sua mano lieve
sul bordo del mondo,
resta un lume che non chiede risposta,
un lume che invita a restare svegli,
a stupirsi ancora, a non dare tutto per scontato.

Perché la vita scorre, sì,
ma nel fluire si apre uno spazio:
lì l'uomo è per la meraviglia,
e la meraviglia è il suo porto più vero.

Translation

Life flows
like a thread of water through the fingers,
a step that does not look back,
a heartbeat lost in the day.

Life flows
and that sense of the fleeting settles
on the smallest things:
the steaming cup, the flash of a smile,
the dust that dances in the light.

But the sea —
the sea is in Odysseus’s heart,
it is a question that never tires,
a horizon that returns the sky,
a voice that comes back from afar.

Odysseus listens to the sea as to a mirror,
he sees the stars like broken maps,
remembers harbors that no longer exist,
names spoken like prayers.
And yet each wave gives him back
a fragment of home and of journey together.

Man walks between the fleeting and the eternal,
he carries suitcases of wonder:
every meeting is a harbor, every farewell a wind.
He does not seek definitive answers,
but stops to watch the reflection,
to count the flashes on the water’s skin.

When night lays its gentle hand
on the edge of the world,
a light remains that asks no answer,
a light that invites staying awake,
to marvel again, to take nothing for granted.

For life flows, yes,
but in the flowing a space opens:
there the human is for wonder,
and wonder is his truest harbor.

 
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from Diario

Voglio che arrivi il caldo che mi brucia l'aria attorno, la secchezza degli elementi della natura, le folate di calore, il sudore interno delle cose l'emergere degli insetti che ci vedono – finalmente – come una delle tante cose del mondo, provare tutta la consistenza del corpo nello spazio, la luce cieca e gialla che amalgama le strutture del mondo – la mancanza di energia per dissipazione per strategia per – oh dio mio – l'arancione come bagliore quotidiano, voglio che arrivi il caldo e annienti questa stratificazione sociale fatta di escrementazione verbale, tassidermia sociale, nobiltà norrena > voglio che arrivi il caldo e mi renda la vita impossibile come – similitudine

come quando vedi nel buio di una stanza una lama di luce passare dalle persiane e in quella lama vedi danzare le polveri del mondo, l'invisibile peluccheria quantistica di cui è fatta l'aria respirabile, voglio essere una di quelle particelle mosse dal calore secondo leggi fisiche che non conosco ma di cui potrei facilmente trovare gli algoritmi base – voglio di la tar mi come le sillabe di un verso scandito a un poetry slam davanti a un pubblico aggrappato a un bicchiere di negroni sbagliato per non pre ci pi ta re nel buio della notte – di la tar mi per il calore termico che mette sotto griglia la mia carne priva di ventole, solo sistemi idraulici qua dentro

e sdraiato al sole voglio vedere la mia pelle sbucciare, cambiare muta come un serpente e infilarmi la pelle staccata in bocca come le ostie di un rito andro-centrico – carne sei carne rimarrai – sentire il mio cervello rettile saettare la lingua fuori e dentro come un artiglio dell'intelletto, portare dentro al corpo altro calore – lingua biforcuta beninteso, essere metà mammifero con i capezzoli e gli alluci puntati verso lo spazio infinito e metà lucertola che scava con la schiena i tegumenti del mondo terreno per farsi spazio, una tana nell'umidità terrestre.

Non pensare, fibrillare, essere un ventenne per qualche secondo in un corpo da cinquantaseienne, provare gusto, immaginarsi cose, sapersi fermare in tempo giusto per prendere lo slancio e la rincorsa per un nuovo mirabile errore del cazzus. So 6 – 7 in 26.

 
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from cronache dalla scuola

Facendo un elenco delle cose che abbiamo fatto quest'anno nelle mie tre classi, quelle che vanno al di là della normale lezione tradizionale, segno la messinscena di “lettura drammatizzata” integrale dell'Antigone di Sofocle, la rilevazione del benessere degli studenti del nostro plesso con costruzione di un minisito con i risultati dell'indagine, la riscrittura con linguaggi non alfabetici di una poesia di Montale, la costruzione di minigiochi digitali a bivio sulle guerre greco-gotiche, scrittura creativa di un poema dello studente, debate di discussione a squadre, slam poetry in classe, analisi del discorso di Jack Vance e di Carney sulla geopolitica contemporanea, costruzione di giochi da tavolo sulle guerre puniche, giochi a bivi multigiocatore sulla guerra partigiana, creazione di mappe logiche in realtà virtuale collaborativa con visori, performance dal vivo in classe di poeti contemporanei, laboratori di visione film pomeridiani, gioco a stazioni sulla rivoluzione russa, analisi a gruppi dello Statuto delle studentesse e degli studenti, creazione di minisiti didattici (e videogame) ludico/interattivi su Foscolo, riscritture manzoniane ambientate nella valbisagno, studio di articoli di Progetto Grafico sulla letteratura digitale, laboratori di lettura dantesca per una ricostruzione fisica degli ambienti della Commedia, messinscene teatrali da Goldoni, cortometraggi sull'Otello shakesperiano, gioco di comitato con la simulazione degli Stati Generali, analisi dal vivo di un libro del 1772, ricostruzione e successive partite ad un gioco dell'oca sulla rivoluzione francese ideato negli anni della rivoluzione.

Non tutto è riuscito bene, alcune cose sono rimaste, altre avrebbero avuto bisogno di maggiore preparazione, un migliore debrifing, meno stanchezza e stress. Si sono fatti, vivaddio, tanti errori, di cui poi si è discusso. Ma tutte queste attività hanno concorso a rendere quest'anno scolastico meno standardizzato, più vario e hanno permesso ad alcuni studenti di emergere con competenze che altrimenti sarebbero rimaste nascoste.

Ogni tanto quando vedo i meme passivi-aggressivi delle pagine più conservatrici e qualunquiste della rete, quelle che bollano ogni attività didattica che si allontani dalla lezione frontale come una estemporanea perdita di tempo, che guardano alla parola “pedagogia” come se fosse il male sceso in terra, ecco, ripenso al fatto che servono nella scuola dei professionisti che sappiano proporre ai ragazzi una dieta varia che vada a sfruttare tutti i modelli dell'apprendimento possibili. Che sappiano, credo, unire l'utopia alla prassi per rendere la scuola qualcosa di fallibile, certo, ma dinamico e culturalmente ricco.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Nell’UE il mercato illecito delle sigarette illegali supera il 10 per cento

La Commissione UE sta affrontando diverse questioni di policy pubblica, con particolare enfasi sulla regolamentazione del tabacco.

La Commissione avvia una consultazione pubblica sui prodotti e sulla pubblicità del tabacco, con l'OMS che avverte di una “nuova minaccia globale” rappresentata dalle “nicotine pouches” (piccoli sacchetti contenenti nicotina, aromi e fibre vegetali, ma prive di tabacco, che si posizionano tra la gengiva e il labbro superiore, rilasciando la nicotina attraverso le mucose orali in modo discreto, senza fumo, vapore o odori).

Il “Rapporto Draghi” sottolinea l'importanza di un nuovo approccio legislativo, mentre l'associazione Smoke Free Partnership richiede attenzione specifica per i giovani, mentre Philip Morris accetta le regolamentazioni UE ma chiede “buon senso” per evitare l'ingresso di nuovi concorrenti nel mercato

L'attuazione della politica UE sul tabacco include la regolamentazione dei prodotti e della pubblicità, con un focus sulla riduzione del danno.

Intanto i finanzieri della Guardia di Finanza hanno sequestrato una vasta struttura industriale a Spilimbergo in provincia di Pordenone in grado di produrre 25 milioni di pacchetti con marchi contraffatti di sigarette.

Durante il blitz, i finanzieri hanno trovato una “control room” con numerose telecamere per monitorare il perimetro e gli interni. Sei individui extracomunitari sono stati arrestati per associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi. Il valore economico del danno potenziale è stimato a circa 20 milioni di euro.

 
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from Diario

Pensavo oggi a come certa musica che sentivo da ragazzo, quando la ascolto oggi, si porta dietro delle sensazioni immateriali e inspiegabili che mi riportano dei frammenti di quello che provavo da diciassettenne, sdraiato nel letto. Non succede sempre, ma talvolta certi brani mi fanno sprofondare in questa madelaine proustiana; difficilmente succede con la musica che scopro oggi. Spesso mi piace, mi ci butto e poi – dopo un po' – provo un sentimento di abbandono e ripulsa. Mi stufa più velocemente.

Mi sono dato delle spiegazioni razionali, ma oggi una – più irrazionale – ha fatto capolino. Forse, – mi ha detto – quella musica ti è rimasta impressa perché risuonava in un periodo della tua vita che eri positivo, sano, in crescita. Oggi sei più stanco, cinico, disilluso. Senti i dolori delle cose. Vedi più concretamente i tuoi limiti. Se vuoi che la musica che ascolti oggi resti a lungo, devi fare in modo che il resto della tua vita sia felice caro Venerandi. Devi fare risuonare la musica in un mondo solare. Perché la tua musica sia memorabile, devi ascoltarla mentre fai cose memorabili, caro.

Poi sono in questo negozio dell'usato e vedo le commesse che girano tra i banconi e gli scaffali, cercano per terra. Sento, onestamente, uno strano odore e poi – da quello che le commesse si dicono, capisco. Stanno cercando dove – ipotizzano – un cane abbia fatto la cacca. L'odore è chiaro. Sembra una caccia al tesoro. Girano usando l'olfatto per avvicinarsi alla vittoria. Fanno ipotesi: forse la persona con il cane, quando ha visto che il cane aveva fatto la cacca, l'ha chiusa in un sacchetto e se l'è portata via. Ma è rimasto l'odore, come una traccia di qualcosa che esiste e non esiste. Vagano, come spettri in un labirinto di cose che nessuno vuole più.

Decido di sgomberare alcuni dei materiali della vecchia cucina e di portarli all'isola ecologica. Li faccio a pezzi e poi li porto sulla strada, per caricarli con l'auto. Il piano iniziale è di sgomberare tutto il terrazzo, ma poi succede questa cosa che dopo una decina di trasporti, sono morto. Morto. Mi fa male la schiena, i polpacci, quando salgo le scale senza carico cammino scalino per scalino, come un vecchio che prende fiato per sopravvivere. Morto. Felice di essere lì, vivo, a portare assi di legno imbevute e gonfie; ma morto.

Vado all'auto, posteggio vicino a dove ho posato tutto il materiale e inizio ad andare avanti e indietro per caricarlo in auto. Il piano iniziale era di parcheggiare a pochi metri dai residui della cucina, ma dopo la quarta auto che mi ha costretto a spostarmi per farla passare mi sono dovuto mettere più distante. Anyway. Sono a metà del lavoro quando vedo che una grossa moto ha posteggiato letteralmente accanto alla mia pila di materiali, quelli che devo ancora caricare in auto. Penso, mentre mi avvicino, ma perché? Perché. Adesso dovrò stare attento a non colpire la moto mentre sposto le assi. Il tipo si sta togliendo il casco quando mi vede arrivare e prendere un pezzo di legno. “Ti dà fastidio la moto?” mi chiede. Io dico di no, ce la dovrei fare. Non lo guardo in faccia e ho un ghigno cortese ma un po' incazzato.

“Scusa, mi dice, pensavo che li avessero abbandonati. Non sarebbe la prima volta”. Io sorrido e dico che – no – porto via tutto. Faccio il mio viaggio fino all'auto, mi giro e vedo che il tipo della moto si è caricato delle mie assi di legno e le sta portando alla mia auto. Mi sta aiutando. “Ma no, ma no! – faccio io – non si disturbi”. Lui alza le spalle, solo un carico, mi spiega e ride. Così, tutta la mia rabbia, rovinata.

Sono al supermercato per prendere una cosa per Elettra e la cassiera si sta lamentando. In pratica, capisco, ha dato il resto a qualcuno che si è messo a protestare dicendo che il resto era sbagliato, aveva dato dieci euro, mentre – secondo la cassiera – ne aveva dati due. Ne deve essere nata una vivace discussione. La cassiera è ancora nervosa, perché la persona era ritornata per avere il suo resto immaginario e probabilmente sarebbe tornata ancora. La cassiera si sta sfogando con una cliente. “Ho montato da dieci minuti e già sono furiosa. Non si può lavorare così” dice, e ripete ancora tutti i dettagli dell'avvenimento. Aggiunge particolari. La cliente gli dà corda. Io ascolto tutto mentre cerco il prodotto, ma non mi giro verso di loro.

Alla fine alzo lo sguardo e vedo il volto della cassiera. È una ragazza, la faccia scura, tutta immersa in quello che le è successo. Vederla in faccia ha cambiato tutto. Si vede la cecità, la stanchezza, l'irritazione. Il nervosismo di una ragazzina. Siamo fatti di carne. Qua non è Facebook, qua c'è tutto il limite e l'esplosione del corpo. Il tono della voce. Lo sguardo. La cliente ad un certo punto – inaspettatamente – lo dice: la persona che ha protestato per il resto, insomma, non c'era tutta. Era un po' fuori di testa. Bisogna avere un po' di pazienza. La cassiera dice che, certo, però no, lei così non può lavorare. Ci mettiamo la faccia, nella vita, letteralmente.

Cammino per una zona periferica, vorrei vedere qualcosa di bello. Non c'è niente. Casermoni abitativi. Negozi, negozi, asfalto. Le cose belle non sono lì. Ci siamo abituati a sostituire la bellezza con la rassegna dei prodotti. I giri nei negozi. Si gira nei negozi e non tra la bellezza. Si compra la bellezza, per un consumo a posteriori. Mi volto e per un attimo vedo Marassi per quello che è e non per quello che da sempre percepisco. Case, e poi case da un lato e dall'altro. Sono nel mezzo di un frammento del formicaio umano di Genova. Gente che entra e esce dalle sue tane, va in cerca dei suoi pezzi di cibo, i plancton di benessere e poi torna a casa. Per un attimo Genova mi appare per quello che è, lì, quel casino tenuto insieme con l'umanità.

Ragazze che si tengono per mano, chinate in avanti, a cercare la merda dei cani, motociclisti che spostano la mia spazzatura, ragazzine uscite dalle secondarie che masticano la rabbia e l'ansia della vita lavorativa in questa società dei prodotti e dei consumi. E io – lì in mezzo – che faccio la sanguisuga, osservo, trascrivo quello che dicono, faccio foto ai muri, cerco di fare in modo che la musica duri il più a lungo possibile.

 
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from Solarpunk Reflections

The Fediverse is full of artists of any kind, and with great delight my timeline is constantly blessed by comic artists and graphic novelists. Since I’m now living in Finland and I’m trying to learn the language and artistic culture, I followed a good deal of Finnish indie artists and one that caught my attention is Hiisikolo with their neat fantasy maps. One of their comic series focuses on raising awareness on a peculiar neurological condition called idiopathic hypersomnia (that’s also the series’ title, stylized as Idiopathic HypersomNIA), which I want to talk about in this post.

The comic’s first volume, also published as paperback with the title Prison of Sleep (episodes 1-100), tells the real-life experiences, memories and struggles of Nia, a stand-in character for the artist themself, drawn across two years (2020-2022). Each episode depicts how Nia deals (sometimes successfully, sometimes not as much) with their incurable neurological condition that makes their life a constant battle against an invisible enemy from within. This reminded me of Tiitu Takalo’s Memento Mori and her detailed dive in the multiple facets of misery that a chronic illness can cause. The disease itself, at first only visible through the artist’s rendition of themselves through Nia, then begins to take its own shape: a dark, tar-like blob that takes more and more space and chokes them out of their own words and spaces.

IH’s art is always detailed and expressive, and even though the first episodes exaggerate the grotesque through the tight packing of lines and close-ups (think Junji Ito), there is a visible evolution towards softer and gentler traits across the series; the style becomes richer and more full of environmental details. I found the use of blur extraordinary, to visualize when things fall out of reach or sight from Nia, be it due to brain fog or looming slumber. The hot/dry colour palette (mostly bright orange and shades of muted browns) also contributes to the sense of despair and the worn-out rage of a neverending struggle. These feelings are ubiquitous, immediate and brunt, and they always hit hard despite the short format. Some panels are humorous, but in a dry, morbid and sometimes self-deprecating way. Colours are only used for the dream scenes (when Nia is asleep), and despite those being more visually pleasant, they only hide the weight of the curse.

A good deal of episodes focus on the interactions with other people that assume how Nia’s condition affects or limits their lives, in a way that many disabled people can probably relate with. These are always brunt and ruthless: the faceless people (mockingly named “non-sleepy”, to stress the difference and distance from Nia) have no sympathy for them, and Nia often meets them with the same lack of sympathy. The interactions with several doctors also show the struggle of communicating with a healthcare system that does not care nor take their condition seriously. At the same time, there are moments of joy, such as when the dentist does not dismiss the possible impacts of IH on the upcoming dental operation, or when Nia’s partner has the appropriate reaction to Nia’s abrupt sleepiness.

Some episodes are more shallow, like the videogame analogies that are somewhat too relatable and look more like memes from neurodivergent corners of the internet; some are more personal and tightly bound to reality, like the conflict with Ginny the Journalist who reports inaccurate news and indirectly harms Nia as well as the artist and many other hypersomniacs due to her carelessness (or callousness).

As the series progresses, the episodes focus less on the suffering and more on the strategies that Nia employs to stay functional: writing to-do things on their arm, snapping rubberbands on their wrists, mental notes drinking a lot, and more. These episodes were among my favourites, because they provide an accurate and realistic window into the daily life of someone who is affected by such an unimaginable condition that can at first sound silly, or a narrative device. But more than that, they show the equally unimaginable resilience and personal strength it takes to carry on and not just surrender to despair or isolation.

I am, in Hiisikolo’s words, a non-sleepy, and before reading their comic I had no idea this kind of rare neurological disability even existed. Reading Prison of Sleep has taught me a great deal about hypersomniacs and their struggles, and I recommend it to anyone who wants to spend a few hours in Nia’s dreadful dreams. Readers who are themselves dealing with similar neurological conditions will have plenty to relate with (along the artful depictions of the unspeakable), but I insist that especially non-sleepies should read this volume: you will wake up with a renewed worldview and empathy.

The Sleep of Reason Produces Monsters, wrote Francisco Goya on the eve of the Nineteenth Century; sleep was, in his art, a metaphor for ignorance, and wakefulness was the answer. But what happens when sleep is the monster, and vigil is a struggle?

You can read Idiopathic HypersomNIA on Tapas.io or buy the paperback version, which includes more info pages and medical facts.

Notable episodes: 11 – 18 – 26 – 48 – 58 – 70 – 92 – 93 – 96

 
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from mementomori

L'apice assoluto al 6/6/26

L'unico pezzo che ha senso per me ascoltarmi oggi: SILENT HILL DI MEZZOSANGUE

Testo:

È rap kendō, hai mai parlato col silenzio? Lo spero È il solo che sa essere sincero e fa spavento per davvero Sai, perché la gente sa Che anche parlando più di lui dirà di meno Persi nei rumori come spettri Ritroveranno i resti della verità nei pezzi L'avranno fatta a pezzi a stare in piedi in 'sto delirio Ma qua c'è da scappare da Equilibrium Non da stare in equilibrio, fra' Libro dopo libro ho fatto i venti, senti? Taglio dopo taglio ho messo i denti Sai, la gente mente finché tanto t'accontenti Quaggiù la verità sta nei silenzi Non la trovi dentro i giuramenti Politici che parlano, critici che parlano Qua tutti parlano e sanno che dirti Sai, per quanto mi riguarda non mi scaldano Vi crederò quando riuscirete a stare zitti C'è un posto in cui nessuno va Scappano da là se è là che hanno nascosto gli incubi Via dalla normalità, là che il loro tutto non ha senso E che mi perdo, vivo a Silent Hill Silent Hill, Silent Hill Il solo posto che non trovi senza perderti Silent Hill, Silent Hill Il solo posto in cui sto a posto coi miei demoni Silent Hill, Silent Hill Silent Hill, Silent Hill Potrei dirvi che siamo bestie, ma bestie è un complimento Siamo polvere in volo nel vento Tempo in carne, ma schiavi del tempo Abituati a farci scudi di paura È come farsi un'armatura con la vergine di ferro Siamo rumore in cerca di un silenzio eterno Se vuoi chiamarlo Dio per me è lo stesso ma Attento a non confondere fra paradiso e inferno, credo e senso Ho incontrato il diavolo una volta e puzzava d'incenso So bene quanto costa una coscienza Il fardello di una mente aperta fra gente di merda La consapevolezza che dovrai sentirti offeso Che prima che tu parli questa gente t'avrà già frainteso Rumore in cerca di un silenzio eterno Se vuoi chiamarlo Dio per me è lo stesso ma Sta' attento a non confondere l'anima con l'esterno Il silenzio non è un fatto di suoni, è di fuori o dentro C'è un posto in cui nessuno va Scappano da là se è là che hanno nascosto gli incubi Via dalla normalità, là che il loro tutto non ha senso E che mi perdo, vivo a Silent Hill Silent Hill, Silent Hill Il solo posto che non trovi senza perderti Silent Hill, Silent Hill Il solo posto in cui sto a posto coi miei demoni Silent Hill, Silent Hill Silent Hill, Silent Hill

 
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from mementomori

Log ZeroDay n.1 IL PSICOBAR SFIGATO

(i Log saranno alcuni miei pensieri vari)

Se la morte di un italiano che cerca solo di vivere alla grande e di guadagnarsi una bella vita in modo onesto mentre fa il duro lavoro è il bar a vita con le sue slot machine, i grattini, l'alcool e le sigarette e quella persona chamata Mario mentre pensa che tutto ciò sia una sua scelta...

...per un paziente psichiatrico vale lo stessa cosa ma con al posto di tutte queste cose appariranno “magicamente” senza che lui lo voglia mai e poi mai queste cose al posto delle suddette (e cercando di fargliele passare come cose che vanno fatte, scelte dallo stesso Mario e senza fargli rendere conto che non sono scelte sue):

Il bar: La psichiatria/le cliniche/la sua casa etc in cui vive completamente desensorializzato dalla realtà, da se stesso, da ciò che vive e da ciò che lo circonda come se vivesse in una prigione con l'ergastolo ma in senso traslitterato e nel senso più psichiatrico del termine visto che lo è de facto visto che comunque è impossibile uscire matematicamente da sto sistema, è fatto apposta sia politicamente che economicamente (e sia ideologicamente che culturalmente) e che nemmeno c'è l'umanità delle persone per ascoltare i discorsi di chi ha vissuto queste cose “perché Mario è matto o qualsiasi altra cosa che non ci si vuole avere nè a che fare nè non c'è da parlarne nè da guardare o sentire” o comunque qualunque cosa pensi sta gente di merda che nemmeno si ferma ad osservare la realtà, figuriamoci a pensare sopra a ste robe...ma nel frattempo sta gente guarda il nido del cuculo e pensa che sta roba “non ci sia per fortuna più” e magari si emoziona pure per la finzione di un film stereotipato del cazzo e magari pure senza capirlo veramente (figuriamoci!) che per un barbone per strada o per un emigrato che chiede soldi sotto la chiesa o il supermercato...mah...siamo alla follia.

I grattini: Le terapie che non vorrebbe mai prendere perché sa che cambiano tutto di se stesso completamente nel giro pochi attimi (carattere, personalità, aspetto mentale e fisico, pensieri non razionali, sogni, lucidità del pensiero, umanità, emozioni, sentimenti, fedeltà alle persone, come affronta lui stesso la sua realtà e pure i suoi ricordi e di come li rivive e di come li pensa e li ripensa d'accapo) e l'atto di non prenderle è per lui come fare l'amore con la più bella ragazza del mondo dall'altra parte del pianeta e che ama alla follia (oh ma facciamolo scopa' sto povero Mario...dio bono...avrà solo un gatto e un cane a casa sua e nemmeno una moglie...) ma non solo che non durerà abbastanza l'amplesso ma che pure la ragazza lo prenderà per il culo e gli farà una foto o un video nudo e lo sputtanerà ovunque sul web e con le sue amiche di merda e nel mentre lui non potrà farci assolutamente nulla mentre prova vergogna e angoscia perché questa si inventerà che la stava stuprando...per dire che seppure togliere la terapia lo fa star bene gli ha talmente di già divorato dentro qualsiasi cosa che sceglierà per sempre la soluzione meno negativa (de facto per lui il positivo e il negativo hanno una somma matematicamente sempre inferiore allo zero), e che lui lo voglia o no dovrà sempre e comunque prenderla anche se de facto magari lui non era nemmeno malato prima di prenderla ma magari non se lo ricorda nemmeno (che lui lo voglia o no nel senso che lo costringono a prenderle perché anche se non è veramente obbligato legalmente nella pratica del csm deve sempre prenderle per un sistema che lo incula “con leve e specchi” a vita e che non può nemmeno lamentarsi dei peggiori sintomi negativi che ovviamente sono praticamente nuove malattie nate a parte e che non vorrà nemmeno curarsi perché non vuole nemmeno entrarci in un altro sistema marcio come lo è questo appena detto e nemmeno vorrà più parlare di malattie psichiatriche con il suo medico...)

Le slot machine: Il solito pensare di chiedere aiuto al sistema/psichiatra/assistente sociale/operatore/educatore/amministratore/whatelse che non aiutano mai anche se finirà per farlo fallire miserabilmente visto che quel giorno si potrebbe sentire in dovere in un modo o nell'altro di chiedere aiuto e che gli sembra concreto l'aiuto appena ricevuto dopo un epopea di battaglie che in realtà si riveleranno tutte inutili e tutto tornerà a sembrare un illusione come un tossico con le slot machine appena si rende conto che ha perso troppi soldi (la propria salute mentale e fisica in questo caso) ma dopo un po' riproverà a chiedere aiuto (come se fosse un tossico) perché come le stesse slot machine è sempre matematicamente dimostrato che se sei un pezzente lo diventerai sempre di più ed ancora ed ancora fino a morire solo e sfigato a casa tua se ti va bene, alla peggio in qualche rems, ed è uguale per il servizio del csm e di qualsiasi cosa collegata

L'alcool: Quella cosa in cui vorrebbe affogare e rovinarsici e che di solito offre di più agli amici piuttosto che tracannarselo da solo solamente per tenersi gli amici (unico motivo per cui non gli va a genio di come spende i suoi soldi in realtà) perché non gli piace veramente bere ma almeno ha qualcuno con cui parlare ogni tanto visto che non può sempre stare a parlare da solo seppur sa sotto sotto di essere sfruttato da questi suoi finti amici ma tanto sa che è e sarà sempre solo anche se si metterebbe ad offrire mai (ma almeno parla! poraccio sto qui...) e alla fine usa i soldi in una delle due soluzioni sopra e che magari per una volta vince qualcosa per meritarsi qualcos'altro dalla vita piuttosto che avere la sua vita di merda (anche se sa che non sparirà mai eppure almeno può godersi un altro bicchierino) e invece alla fine se ne esce ovviamente ancora più depresso perché perde quasi tutto alle macchinette o ai grattini e torna a bere con i finti amici dicendo che è sfigato e mentendo a se stesso sul fatto che può ancora migliorare la sua vita mentre loro pensano che è davvero un fallito e lo sarà per sempre.

Le sigarette: ...o meglio, il tabacco! L'unica scelta che ha fatto da consapevole e che fa per se stesso da metà vita esatta, l'unico motivo per cui continua a vivere e per cui spenderebbe soldi pure se fosse un barbone e fosse in ospedale mentre sta per morire. Le ha sostituite di recente con lo svapo per problemi gravi alla gola...25 sigarette al giorno erano troppe secondo quello che gli dicevano i finti amici e i medici...forse valela la pena di ricevere un tumore alla gola? Forse la morte non sarebbe stata tragica...ma forse quello è un argomento a parte più personale.

...ehmehm come faccio a conoscere così bene questo Mario? Ogni riferimento o critica è inventato e puramente irreale ed è costruito come una storia fantascientifica eh, mi raccomando!

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Omicidio a Torre Velasca

Il riverbero dei fari della mia Giulietta tagliava la pioggia torbida di viale Abruzzi, trasformando l’asfalto in una striscia di petrolio specchiante. Erano le tre e mezza di una notte milanese, il genere di notte in cui chi è onesto dorme e chi scende in strada ha qualcosa da nascondere o da prendere. Mi chiamo Massimo Pagani e faccio l’investigatore privato, il che significa che la Milano dei salotti e dei grattacieli mi paga per raccogliere i cocci dei propri vizi prima che ci cammini sopra la scientifica. Quella volta, però, la telefonata anonima ricevuta sul fisso del mio studio in corso Buenos Aires mi aveva trascinato fin sul tetto della Torre Velasca, tra quelle enormi costolature di cemento armato che sfidano il cielo buio della città. Lì, immobile sul massetto bagnato dal temporale, c’era il corpo di una ragazza. Indossava un abito da sera di seta scura strappato all'altezza della spalla, i capelli neri incollati alla fronte dal fango e dal vento, e sul collo mostrava una ferita netta, un taglio chirurgico sulla carotide che non aveva lasciato scampo. Eppure, intorno a lei non c'era una sola goccia di sangue: era stata uccisa altrove, svuotata, e poi trasportata fin lassù come un sacco di stracci da dimenticare. Infilata a forza tra le sue dita gelide e contratte dal rigor mortis, c’era una tessera magnetica di plastica dorata con un unico numero inciso a fuoco sulla superficie: 404. Il mio istinto, cresciuto a pane e marciapiede tra le infiltrazioni della malavita milanese, cominciò a battere i tamburi di guerra. Sapevo esattamente cosa significasse quel numero, così come sapevo che toccare quel corpo avrebbe significato infilare la testa in un cappio d'acciaio. Scesi dalla torre a piedi per evitare le telecamere dell’ascensore, scivolando nell'oscurità dei sotterranei per incontrare la mia unica polizza assicurativa in questa città marcia. «Pagani, ti ho detto di mollare l'osso, quella ragazza per i registri ufficiali non esiste e non è mai nata.>> Mi ringhiò dietro l'ispettore capo Brambilla, il mio contatto in questura, mentre si stringeva nel bavero del cappotto bagnato. «Ha in mano una tessera del Club 404, Brambilla. Quello nascosto dietro piazza San Babila dove i consiglieri regionali e gli industriali della finanza sniffano sui tavoli di cristallo scambiandosi favori edilizi.>> Risposi, tenendo una sigaretta spenta tra i denti per non fare luce nel buio del sotterraneo. Il poliziotto mi fissò con gli occhi stanchi di chi ha visto troppi insabbiamenti per credere ancora nella giustizia. «Appunto per questo devi sparire. Lì dentro la legge non ha giurisdizione, ci sono interessi che coprono l’intero asse Milano-Roma. Se passi quella porta, ci rimetti la pelle e io non potrò nemmeno venirti a cercare all'obitorio». Lo piantai lì, senza rispondergli, lasciando che il fumo della sua sigaretta si disperdesse nell'aria. Mezz'ora dopo stavo spingendo la pesante porta blindata d'acciaio del Club 404, nascosta dietro l'insegna anonima di un'import-export di pellame. All'interno l'aria era calda, satura di jazz elettronico a basso volume e del profumo costoso di cortigiane d'alto bordo. Il pavimento di marmo nero rifletteva le luci soffuse dei privé. Mi diressi dritto al bancone, facendo scivolare la tessera magnetica dorata sotto il palmo del barman, un tipo tarchiato con le nocche spesse e gli occhi freddi da squalo. L'uomo la guardò, cambiò colore in un istante e mi fece un cenno impercettibile verso il corridoio riservato del retro. Dietro la spessa tenda di velluto rosso, dove mi aspettavo di trovare l'ennesimo tavolo da baccarat per politici annoiati, lo scenario mutò radicalmente, rivelando il vero volto della notte milanese. La stanza era immersa in una luce cruda e l'odore dolciastro del profumo era coperto da quello acre e penetrante della candeggina pura. Un uomo di spalle, con un abito sartoriale grigio fumo e i polsini della camicia arrotolati, stava strofinando freneticamente una grossa macchia scura sul divano di pelle con una spugna imbevuta di acido. Accanto alla scrivania, abbandonate in un angolo, c'erano le scarpe col tacco alto e la borsetta di pelle della ragazza trovata a Torre Velasca. Il killer sentì il fruscio del velluto e si voltò di scatto, rivelando un viso geometrico e impassibile, mentre la sua mano destra impugnava già una Beretta semiautomatica dotata di un pesante cilindro silenziatore. «Sei in anticipo sulla tabella di marcia, Pagani, la ditta di pulizie doveva arrivare alle quattro.>> Disse con un sorriso che sembrava un taglio sul marmo, sollevando l'arma all'altezza dei miei occhi. Non ci fu spazio per i dialoghi o per le trattative da strada. Mi lanciai lateralmente sul pavimento di legno mentre il primo proiettile perforava l'aria, spaccando lo specchio veneziano alle mie spalle in una pioggia di cristalli taglienti. Estrassi la Walther PPK dalla fondina ascellare prima ancora di toccare terra ed esplosi due colpi ravvicinati in rapida successione, sfruttando l'addestramento militare. Il primo proiettile lo centrò in pieno alla spalla destra, frantumandogli la clavicola e facendo volare la sua arma silenziata contro la parete; il secondo colpo centrò in pieno il paralume di vetro della lampada da tavolo, piombando l'intera stanza in un inferno fatto di oscurità, odore di zolfo e lamenti soffocati. Lo raggiunsi prima che potesse recuperare la pistola con la mano sinistra, crollandogli addosso con tutto il mio peso e piantandogli il ginocchio sinistro direttamente sullo sterno per togliergli il fiato. Il sangue caldo della sua ferita cominciò a inzuppare la mia giacca, espandendosi sul pavimento. «Chi era quella ragazza e cosa le avete preso?» Ringhiai, premendo con forza la canna ancora calda della Walther contro la sua tempia bagnata di sudore freddo. L’uomo tossì, sputando sangue sul pavimento prima di parlare con un rantolo spezzato dal dolore. «È la figlia del prefetto... ricattava mezza città... aveva registri, cifre, conti cifrati in Svizzera... l'ho solo fermata prima che distruggesse l'accordo per i nuovi appalti di Lampugnano... i documenti sono nella borsa sotto il divano, prendili e vattene prima che sia tardi». Non aspettai le sue scuse. Allungai il braccio libero sotto il mobile, afferrando la borsetta di tela impermeabile e sfilando due chiavette USB e un taccuino pieno di nomi altisonanti della finanza milanese, infilando tutto nella tasca interna del mio trench. In lontananza, lungo la cerchia dei Navigli e verso corso Venezia, cominciarono a ululare le prime sirene spiegate della polizia, chiamate sicuramente dal barman attraverso il pulsante d'allarme sotto il bancone. Sapevo che Brambilla non sarebbe riuscito a proteggermi se mi avessero trovato lì dentro con un uomo ferito e i segreti della prefettura in tasca. Uscii di scatto dalla porta di sicurezza sul retro, sbucando nel vicolo buio di via Larga mentre la pioggia di Milano ricominciava a cadere con violenza, quasi a voler lavare via la vergogna, il sangue e i peccati dal selciato. Avevo la verità in tasca e le prove per far crollare un impero politico, ma mentre correvo verso la mia Giulietta nascosta tra le ombre, sapevo che da quella notte la mia vita valeva molto meno del prezzo di un biglietto del tram. Sparii nella nebbia che risaliva dai tombini, trasformandomi nell'ennesima ombra tra le ombre di una città che non perdona chi decide di non girare la testa dall'altra parte.

 
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from L'arbre du Ténéré

Poème / Mon auto nomie

Entre le carrossage qui me permet de mordre la courbure, Et le moyeu, centre immobile autour duquel tout s'accélère, Je roule ou bon me semble, de toute mon envergure, Sur l'asphalte qui, en défilant derrière moi me libère.

Cette liberté entre mes mains, je la laisse sur mon sillage. Je connais le vrai bonheur grâce à ce fier châssis : Mon cap est mon horizon, ma direction est mon voyage, Le monde défile autour de moi qui reste assis !

Sur mon trône mobile, la rue se soulève pour moi. Depuis le mouvement de ma main, qui transmet l'énergie Jusqu'aux fourches, c'est moi qui ouvre le convoi : Mon fauteuil roulant est mon royaume, le monde son parvis !

Looping 3 et 4 juin 2026

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Kratos 2, un'operazione internazionale contro la pirateria digitale, ha visto la partecipazione anche dell'Italia

L'Operazione #KRATOS 2, coordinata dalla Bulgaria con il supporto di #Europol, ha portato allo smantellamento di 9 gruppi criminali organizzati responsabili della distribuzione illegale di contenuti premium (sportivi, cinematografici e TV) tramite streaming e IPTV non autorizzati. L'operazione, durata sette mesi (settembre 2025 – aprile 2026), ha coinvolto le forze dell'ordine di oltre 13 paesi tra cui Italia, Francia, USA e Regno Unito.

I risultati principali includono:

  • 29 arresti e 86 sospettati identificati
  • Rimozione di oltre 27.000 URL illegali
  • 148 perquisizioni domiciliari
  • Identificazione di quasi 723.000 oggetti contraffatti
  • Segnalazione di 169 domini e scoperta di oltre 18.000 indirizzi IP associati.

Le indagini hanno evidenziato come queste reti criminali utilizzino infrastrutture tecniche complesse e transnazionali per eludere i controlli, esponendo gli utenti a rischi di sicurezza informatica come malware e furto di dati. Gli investigatori si sono concentrati sullo smantellamento dell’infrastruttura criminale sottostante anziché limitarsi a rimuovere i siti Web, identificando oltre 18.000 indirizzi IP e 4.370 domini collegati alla pirateria. La collaborazione con partner del settore privato è stata cruciale per mappare l'intero ecosistema criminale e colpirne le strutture portanti, andando oltre la semplice rimozione dei siti web.

 
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from Diario

Continuo a svegliarmi di notte e sto cercando di analizzare questa cosa di stare male. Come molte cose della vita non c'è una sola ragione, ma una serie di concause.

Non posso sempre ragionare, ultimamente – di nuovo – il pensiero continuo, incessante, mi tramortisce. Non posso sempre pensare, avere sempre il cervello in attività a ragionare, fare ipotesi, immaginare futuri possibili, rivedere e modificare episodi del pasato, anestetizzare la sofferenza. Anche quando lo riempio di spazzatura, è lì che raduna e inizia a classificare la spazzatura, la mastica, l'assaggia, fa la recensione. Anche quando cammino, lui è lì che fantastica, rivede, revisiona.

Questa sera – tipo – decido di non tornare a casa, devo aspettare terzogenita che finisca la sua lezione di teatro per accompagnarla a quella di spade laser. È stata una giornata pesante e per un attimo penso di usare quelle due ore di pausa per mettermi a seguire un corso di formazione per l'esame di maturità. Sto già tornando per farlo quando scarto, con lo scooter vado verso la parte alta della città, mi vedo già camminare mentre viene buio nella strada che unisce il Righi con la zona sotto al forte Diamante. Uscire un po' da tutto. Digerire quello che può essere digerito.

Cammino per questo sterrato con energia mentre lascio che la testa si riempia di pensieri, dai più stupidi a quelli più egoistici e intimi. Fantastico sul nuovo disco di Prince che verrà annunciato tra qualche giorno, mi vedo in un universo parallelo creare io le tracklist degli inediti, inventandomi brani che non esistono e mescolandoli con cose che so esistere davvero, vedo i miei romanzi in lavorazione finiti, pubblicati, mi immagino già seduto, intervistato a questa o quella presentazione del libro. Roba tossica di questo tipo che però – funziona. Il livello è talmente elementare che la lingua nella testa dopo un po' si stanca, prova un po' di vergogna, si ritira.

Penso alle persone con cui ho lavorato, che conoscevo bene e che nell'ultimo periodo sono mancate, improvvisamente. L'assurdità di non esserci più. Persone più o meno della mia generazione, intelligenti, impegnate, aperte. Nasce, egoistico, il pensiero che anche io faccio parte della partita. Potrei essere io, a questo punto. Si è arrivati a noi. Non esserci più, assurdamente, diventa sempre più naturale.

In un mondo in cui emergono relitti del novecento che pensavo persi, razionalmente persi; l'odio di razza, l'odio verso le culture che non sono io. La paura di perdere i diritti che questi gender fluid mi tolgono, le tradizioni che quesi musulmani erodono per imporre le proprie. Lo sdegno per i neri nei film dell'occidente bianco. Questo desiderio di tornare a prima, a quando c'era più serietà, nella scuola, i valori saldi di una volta. Leggo pagine schifose della storia riesumate in frasi stentate di profili Facebook. Frasi stentate e meno stentate, purtroppo. Anche gente dotata d'intelletto si protegge l'addome, con il ghigno, talvolta, da jena.

Fa ancora più rabbia vedere sparire le persone valide e aperte, come energie perse in battaglia.

Si sta facendo buio e sono nel mezzo di questo sterrato ormai non c'è più nessuno. Vedo Genova dall'alto, provo a fotografarla. Non ci riesco, il mio smartphone non è adatto. Il livello di dettaglio che vedo con gli occhi non arriva poi nelle foto. Sospiro. Devo tenere quell'immagine di Genova, quel polmone un po' sessuale che sta tra due colline e sboccia nel mare, lo devo tenere solo per la mia memoria. Configuro la fotocamera del cellulare, studio le impostazioni e a quel punto inizio a fotografare. Inizio dai fiori. Fotografo insetti, mentre via via si fa sempre più tardi e più buio.

Mi ritrovo alle dieci e passa di sera nel mezzo di un bosco, nel buio più completo. Rumori attorno, penso, adesso esce qualche bestia e mi ammazza. Mi viene da pensare cosa succederebbe, ora a fotografare al buio, lasciando l'otturatore aperto. A tastoni cerco un tronco su cui mettere la macchina. Inizio a fotografarmi. Guardo i risultati, riprovo, venti secondi di esposizone, provo a muovermi, a stare fermo, a entrare e uscire.

Nelle foto emerge un mondo che non esiste, immerso in una luce sognante, che io non vedo. La mia figura c'è e non c'è nello stesso tempo. Di decine di scatti uno mi piace, la posto su Instagram, la chiamo Miracle Tonight, mi pare ci sia una canzone di Bowie con questo titolo. Si vede una zona più aperta, uno sfondo di cielo, e io traslucido, che permango, ma si vede anche quello che c'è dietro. Sarà così, penso. Siamo qua in questo mondo magico come spettri, come miracoli viventi. Ci siamo e non ci siamo.

Quando mi ritrovo di nuovo in una zona coperta dagli alberi arrivano le lucciole. Inizio a fotografarle, sempre lasciando l'otturatore aperto. Questa volta non posso poggiare la macchina, le foto vengono mosse, allora inizio a farlo apposta. Nei venti secondi inseguo una singola lucciola, scendo negli sterpi per prenderne un gruppo, poi guardo i risultati, mi sposto. È una mia maledizione, vedi. Quando non penso, faccio. Voglio vedere che succede, se esce qualcosa. Creativo, diciamo. Mi spiace sciupare il tempo e me lo brucio. Ma un po' mi diverto, credo. Non so più bene quando mi diverto e quando non. Ormai le cose si sono impastate.

Così penso facesse Strindberg, con le mani bruciate dagli acidi alchemici, mentre faceva le sue foto senza lenti, le macchie di grigi senza senso.

Alla fine mi rendo conto che sono due ore che sono lì che faccio foto nel buio completo e che terzogenita sta per uscire da spade laser. Mi metto a correre allora, al buio, su questo sterrato pieno di pietre, mi vedo già per terra con il piede rotto, di nuovo. Venerandi, cretino, dico, sei sempre il solito, non cresci mai. Ti fai prendere dalle cose inutili e dimentichi quelle importanti, mi dico e – però – intanto rido, tra ansia, agitazione, cretino Venerandi, dico e piano piano vedo il mondo della luce avvicinarsi. Il dorsale della collina illuminato dall'inquinamento elettrico della città, lì ora, ai miei piedi. Fa impressione.

 
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from Cambiare le cose

#riflessioni #società #ricorrenze

Ieri era la Festa della Repubblica, e io quasi non me ne sono accorto. Il mio amico Matteo, ex spadista olimpico e militare dell'Aeronautica ha postato una foto in divisa, mentre io non ho acceso la TV, nemmeno per tenere la parata in sottofondo mentre facevo le pulizie. E questo sinceramente mi disturba. Mi disturba non aver sentito lo spirito della ricorrenza, mi disturba non aver celebrato in nessun modo la nostra Repubblica, in tempi come questi in cui la democrazia sembra in pericolo, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Sarà il disgusto che provo verso questa classe dirigente, sarà il fatto che di questi tempi (sicuramente a torto) le parole patria e patriota evocano foschi ricordi fascisti, sarà che mi sono sempre sentito più europeo che italiano, ma quest'anno la festa della repubblica mi è scivolata via così, in una sorta di pigra indifferenza. E non è che ne sia fiero, intendiamoci, anzi, un po' di rimorso lo sento. Briciola Vi lascio con una foto di Briciola, la mascotte del 4° reggimento Carabinieri a cavallo, che se ne va in pensione, beata lei... (dal sito quattrozampe.online)

 
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from Solarpunk Reflections

Given my interest and investment in solarpunk (both as a literary genre and as a political ideology), I’m very passionate about speculating how our future is going to look, and as decarbonization picks up pace, it’s tempting to take the win and ride the projections for 2040 and 2050.

However, for better or for worse, we’re “living in interesting times”, in which the postwar order is being… dismantled? Undermined? Self-sabotaged? The nuance can change depending how optimistic or doomerist you feel on the day, because the key feature of these current “interesting times” is that they escape predictions: the complexity and speed of changes and chains of events is far beyond what every single one of us can manage to parse, interpret and sometimes even just keep up with. Fascist Russia invading Ukraine to restore the Soviet area of influence, 80-years-long genocides suddenly on everyone’s screens, USA blockading a blockade, that sort of thing. The Roaring 2020s, call ‘em that.

So calibrating which events are favourable for us, what is “a win” and how will 2040 look like is by no means easy. And since we live in capitalism, I can’t help being suspicious (terribly so) of decarbonization; could it be just another ace up the capitalists’ sleeve?

Allow me then to take a short historical detour first, and then I’ll add decarbonization to the mix. Pinky promise.

Histories of Imperial Collapse

The one go-to place we have to look at the future in these whirlpools of chaos is… the past. We have extensive records of multiple empires and civilizations collapsing and the comparisons are in fact compelling: from the Mongolian to the British, from Ancient Rome to the Dutch and the Shogunate. Indeed, I’ve seen many solarpunks in my circles rejoice and welcome the tragicomical spiral of self-inflicted defeats the US is collecting (I see at least one “American Century of Humiliation” gif per day), but I’d like to say a few words to keep each other grounded.

Yes, the American Empire is crumbling. But the capitalist one isn’t.

The US will likely not keep its position at the top of the global capital chain of command (although it’s still possible, given that the majority of international trades is still denominated in dollars). But capital, we all know by now, goes beyond single countries: despite changes in geography or nationality, the fundamental structure of how it operates remains the same. So if the most popular imagery of collapsing polity on the internet is that of the Roman Empire (as an Italian, I hate it), I’d argue that a more accurate one would be the seat of power moving eastwards: not a sudden, tragic crash but an uneven, uncomfortable and unpredictable rollercoaster of changes. We’ll still live in a capitalist world for decades (hopefully not many!), but it will be a world whose contingent rules will be shaped by different actors.

As my fellow anarchist writer Hex suggests, capital is like the demon in the movie “Fallen” (1998, not the Twilight copycat): it uses economically powerful countries as hosts, and when the current one becomes impoverished and socially fractured, it jumps to another, healthier one with more resources to extract or more power to wield. This happened once already: during the postwar period, the British Empire began to sunset (pun intended) and the American one took the lead. The seat of capitalist power moved from London to Washington (quite literally). The UK is still collapsing to this day, by the way! And before you ask: no, I haven’t watched Fallen myself.

But since I’m already hearing furious historians growling at my door because of sloppy historical comparisons, let’s end the tangent and keep this focused on what I actually want to talk about: decarbonization, and is it a good thing?

Cui Prodest?

Let’s start from the obvious: yes, decarbonization is good, and indeed even ecologically required if we want to retain a livable planet that can support complex societies. I’m not arguing we should keep using fossils. However, from a social and political point of view, it depends who undertakes it and for what reasons.

This has been a hot topic (pun intended) for the better part of forty years, in which activists, scientists and environmentalists have tried to make the world aware of how important it was to decarbonize our societies, how slow it was being undertaken and how fast it should’ve been ramped up in order to avoid the worst disasters imaginable. They (we?) have manifestly failed (think of how little impact the Kyoto Protocol, the Paris Agreement and every yearly COP have had on global emissions)... and yet decarbonization is finally happening at breakneck speed.

How is that possible?

Nowadays (unlike ten years ago) we know that decarbonization was going to happen sooner or later; we’ve know for a few years already (see Pakistan’s flash-fast solarization from below, India leapfrogging oil altogether or the slow death of coal as a fuel in high-income countries). It was just a matter of how fast, for what reasons and, inevitably, to the benefit of whom.

I’d argue that decarbonization has picked up pace only now because scientists and activists failed. We could’ve, as a society, decarbonized on scientific grounds (the science on this is extensive and unmistakably clear) or on moral grounds (solidarity, regards for future generations, etc), and yet we once again marched to the beat of economy and capital. Decarbonization is happening the way we’re currently witnessing because it is convenient to the capitalists. Once it cleared the way from threatening, un-economic alternatives (such as not extracting more oil, or reducing total energy consumption), it started plowing through and racking up state funding and quarterly revenues. Hence the hectares covered in solar panels and tax breaks to battery companies.

Capital has once again had the upper hand in determining which energy sources become viable and which become stranded assets.

When capital was steered by the British Empire, it was powered by muscles (as in, horses and slaves), rivers and then coal; those were the energy sources used in productive industries. When it was steered by the US, it was oil and gas. Whoever comes next (and I’m not taking for granted that it will be China), will have to marshal solar panels and batteries (in terms of resources: silicates and rare earths) in order to channel the flow of money and power (and, to an extent, electricity to the citizen for basic appliances).

Inconvenient Convenience

The counterargument is that if capital could, like an RPG player at the beginning of a videogame, create its perfect host, it would make one with plentiful resources, a large population, a powerful army to impose its will on other players and, most importantly, global control of a key energy source every other player needs. As you can see, decarbonization fits none of these characteristics; it is undesirable and cumbersome, since so many of the items around us are downstream of oil: controlling oil means controlling the production AND the prices of those items. That can’t be replicated by control on renewables, so in principle capital would do away with decarbonization altogether, as it has notably attempted to for the better part of this century.

The catch is that now it no longer can.

Indeed, decarbonization isn’t convenient to the capitalists in absolute terms; had it been, they’d have embarked on this project a hundred years ago, or as soon it was found that carbon dioxide is greenhouse gas. It’s convenient in comparative terms, which means that it’s a B-plan for when control on oil can no longer be secured. It’s convenient because it’s the required adaption it must undertake in order to keep being the dominant economic system. In other words: from the point of view of capital, it has become impractical to avoid decarbonizing.

The US won’t survive this adaption. It has built its own society and political relationships with other societies so deeply around fossil fuels that it would require a miracle of statecraft to disentangle itself, and their current ruling class does not appear to be suited for the challenge (this includes the Democrats). This kind of shift to different energy sources is also not a reversible process, since once a complex system finds a new equilibrium, it almost never goes back to the former one; history rarely moves backwards. Russia and the Saudis are ten times as fucked, although, unlike USA, they’ve known for a while and tried to plan around it. It’s not been working quite well for them, which shows how hard it is to redesign whole polities that depend on a single resource.

Uneconomical Thoughts

Whatever world is created in the next twenty years will still be shaped by capital needs, and will still leave other concerns on the side. Generational questions like elder care, ecological stewardship and how to maintain an open internet are just three examples of discussions we should have by not taking only the economic axis into account, or capital will always win. It will inevitably win because it can steer the whole economic apparatus to suit its own needs, while we cannot. What it cannot steer as easily (although it definitely tries, and sometimes succeeds) is science and public opinion.

Worse: even if we were suddenly put in charge of designing policies instead of our capital-addled governments, I’m not sure we’d prioritize non-economic factors either (though at least they would be loaded in our favour). Indeed, part of why decarbonization is happening “from below” in some places is because solar is terribly cheaper than oil; it’s a choice that swathes of people are making not on moral or scientific grounds, but economic ones. And “from below” is in inverted commas here because that cheapness is defined by production costs, which are downstream of resource control and capital investment, so not entirely a “power to the people” scenario. Better than refineries and pipelines, though.

Here you might point out that it’s not very solarpunk of me to admit that our agency in determining our energy choices is so tiny. You would be right: as a former activist and scientist, it does piss me off to make this concession. I don’t have any “buts”; science, morals and history are a less effective policy framing than economics in our century, and until this societal hyperfocus on profit and growth becomes outdated (I refuse to think that humans will be forever haunted by chasing wealth, given that it was not the case until two hundred years ago), we’ll be fighting global banking institutions and overly armed police forces with cardboard signs and social media posts.

The most defeatists among us are right in that we can’t directly impact negotiations between state interests or which sector gets zero-interests loans for a decade and then bailouts, but we can start building systems in which we can make decisions that are non-economic and therefore more resistant to capital cooptation.

Eventually, a win is a win, and a decarbonized world in which we get to have a livable planet is by all means better than a scorched, waterless one. But I can’t shake off the thought that it’s a win we did not score ourselves; it’s one scored by capital on the basis of its own sheer convenience (and a historical own goal by the US, which accelerated their own imperial collapse due to pure incompetence). In the same way, it’s convenient for capital to burn trillions on machines that consume energy like entire countries to blend the digital commons and dump their waste directly in our brains. So maybe you’ll understand why I’m not that eager to cherish that capital’s uneasy convenience got us a win, and that we might have to rely on similar dynamics when other chemical cycles are thrown off balance (say hi to nitrogen, phosphorus and chlorine! See you next century).

Science shows us what can be done, morals what should be done and history what could’ve been done. But we’ll need more than these to prevent our futures from being steered by capital again, away from us.

 
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