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from μετανοειτε

È ormai diventato un luogo comune che le crisi possano essere occasioni di grande cambiamento, occasioni per uscire dalla nostra zona di confort (e questo vale sia per i singoli che per le società). Al di là della tragedia umanitaria e dell'oltraggio al diritto internazionale compiuto dalle “democrazie”, quali preziose opportunità di cambiamento si celano dietro l'attuale, spaventosa crisi in Medio Oriente? Possiamo accogliere questa crisi, tragedia per il business as usual, come un volano che ci fornisca l'energia (spirituale) per realizzare una società radicalmente nuova e realmente sostenibile?

Cosa sta accadendo

Relativamente ai recenti sviluppi della situazione in medio oriente, scrive l'economista Gabriele Guzzi in un un post di ieri:

Non credo che ci rendiamo conto di quello che sta accadendo:

la più grave crisi energetica di sempre si sta avvicinando.

Se la guerra in Iran proseguisse ancora, non solo ci sarebbe una forte ripercussione sull'offerta mondiale – come già sta avvenendo – ma ci sarebbero effetti a cascata su tutti i mercati di approvvigionamento.

La possibile risposta delle élite europee – del tutto inadatte ad affrontare questi tempi – sarebbe austerità energetica e controllo sociale: una specie di mix perverso tra austerità e lockdown.

È proprio vero che viviamo nel disvelamento dell'Eurosuicidio: tutto si sta mostrando, tutto sta venendo alla luce. Ma in questo tempo di smascheramento si producono morti e feriti.

Dovremo ragionare sempre più seriamente su costruire reti autonome, anche per i beni di prima necessità, senza rinunciare a cambiare i rapporti di forza, cioè a provare a fare veramente politica.

È il tempo delle scelte, sia a livello personale che collettivo: o la guerra o un cambiamento radicale.

Non facciamoci ingannare dagli stregoni della separazione, e continuiamo ad alimentare un fuoco di verità e di comunità. Qui c'è il futuro dell'umanità.

Gabriele Guzzi

Ora, forse molti non se ne rendono conto, ma dal novecento in poi la nostra organizzazione socioeconomica si basa sul petrolio a basso costo, dal quale produce gran parte dei nostri prodotti di uso quotidiano (dalle aspirine alla plastica, dai rossetti a capi d’abbigliamento) e che ci permette di localizzare la produzione, progettando in America, producendo in Asia, confezionando in Africa e vendendo in Europa. Anche l'elettricità che consumiamo, i mezzi di trasporto che usiamo quotidianamente sono fortemente dipendenti dal petrolio. Quindi la crisi del petrolio conduce direttamente alla crisi dell'industria, dei trasporti, della socialità, dell'energia. Questo non significa che il petrolio sparirà, ma che sarà sempre meno accessibile, o che comunque costerà molto di più di quanto costa ora, indipendentemente da una qualsiasi proclamazione o manovra che potranno escogitare i nostri governi. Qualcuno ha detto che la nostra società è drogata di petrolio, e stiamo per entrare in un regime di astinenza forzata. Cosa ci aspetta quindi? Se una persona fortemente dipendente da sostanze rimane in privazione ed entra in crisi da astinenza, ha di fronte a sé una scelta: fare letteralmente di tutto (violenze, truffe, prostituzione) per procurarsi le sostanze da cui dipende, oppure entrare in un regime di disintossicazione, che potrà essere difficile ma che porterà senza dubbio ad un futuro più libero e sereno. Anche per la nostra società possiamo individuare due modelli, che dipendono dal mondo in cui scegliamo di rispondere a questa crisi. Le alternative che si prospettano vanno in direzioni opposte:

  • Futuro alla Mad Max: l'energia sarà nelle mani di gruppi sempre più ristretto di persone che, grazie a questo privilegio, potranno alimentare il sistema della guerra e del controllo totalitario sviluppato per tenere sottomessa la stragrande maggioranza della popolazione.
  • Futuro Pianeta Verde: i popoli si auto-organizzano in modo da salvaguardare la civiltà, ridistribuendo equamente l'energia, adattandosi a un futuro più “verde”, con meno energia a disposizione, ma con più saggezza (maturità dell'umanità)

È ovvio che il sistema “Trump” sta spingendo nella prima direzione, bullizzando il resto del mondo per appropriarsi dei giacimenti petroliferi di Sudamerica e Medio Oriente, ed è altrettanto ovvio che le masse occidentali non sono psicologicamente pronte a impegnarsi con decisione per perseguire una via di umanizzazione e trasformazione sistemica.

Esistono però da decenni minoranze attive che, rendendosi conto che la civiltà del petrolio stava per finire, si sono impegnati a creare, sperimentare e condividere gli strumenti per una transizione “sana” verso un mondo a meno energia e a maggiore felicità. Oltre agli ecovillaggi, ai gruppi per il cambiamento degli stili di vita, o a quelli che volti alla decrescita, alla permacultura, le Comunità Laudato Sì, vorrei portare l'attenzione sulle esperienze legate alle Transition Town (città in transizione) che rispondono “chirurgicamente” a uno scenario di crisi petrolifera globale che era stato previsto da decenni e che ora si sta dispiegando davanti ai nostri occhi.

Il movimento delle città in transizione

La premessa di base sulla quale si fondano le pratiche di transizione è questa:

La società industrializzata è caratterizzata da un bassissimo livello di resilienza. Viviamo tutti un costante stato di dipendenza da sistemi e organizzazioni dei quali non abbiamo alcun controllo. Nelle nostre città consumiamo gas, cibo, prodotti che percorrono migliaia di chilometri per raggiungerci, con catene di produzione e distribuzione estremamente lunghe, complesse e delicate. Il tutto è reso possibile dall’abbondanza di petrolio a basso prezzo che rende semplice avere energia ovunque e spostare enormi quantità di merci da una parte all’altra del pianeta.

È facile scorgere l’estrema fragilità di questo assetto, basta chiudere il rubinetto del carburante e la nostra intera civiltà si paralizza. Questa non è resilienza.

https://transitionitalia.it/cose-la-transizione-2/

https://jessicaperlstein.com/products/the-fifth-sacred-thing-international?_pos=1&_sid=685317ed0&_ss=r [Jessica Perlstein, The Fifth Sacred Thing]

Le Transition Towns (Città in Transizione) sono quindi comunità locali che, partendo dall'iniziativa dei cittadini, si preparano a ridurre la dipendenza dal petrolio e contrastare il cambiamento climatico. Nato nel 2005-2006 da Rob Hopkins nel Regno Unito, il movimento promuove dal basso resilienza, sostenibilità e buone pratiche come orti urbani, energie rinnovabili e mercati locali, fino ad arrivare a modelli di organizzazione municipale. 

Ecco alcuni dettagli chiave sul movimento:

  • Origini: Il modello è nato a Kinsale (Irlanda) e Totnes (Inghilterra) tra il 2005 e il 2006 grazie al permacultore Rob Hopkins.
  • Obiettivi: Preparare le comunità al picco del petrolio e al riscaldamento globale, costruendo economie locali più solide, resilienti e autosufficienti.
  • Metodo: Si basa sulla “transizione”, un processo dal basso che incoraggia i cittadini a proporre soluzioni pratiche per ridurre sprechi e rifiuti.
  • Azioni concrete: Progetti comuni includono l'orticoltura urbana, la promozione della mobilità sostenibile, l'efficienza energetica e la creazione di monete locali al fine di mantenere la ricchezza sul territorio.
  • Rete: Il movimento è internazionale, con il sito Transition Network che connette comunità e offre risorse. In Italia, la rete è coordinata da Transition Italia

Il cuore del movimento è la capacità di immaginare un futuro sostenibile e agire localmente attraverso la collaborazione e la riprogettazione degli stili di vita.

[! info] video presentazione di Cristiano Bottone

https://www.youtube.com/watch?v=40Zgh17fIyo

In cosa consiste questa metodologia? «Attualmente è denominata “Local Transformation Toolkit” ed è stata sperimentata attraverso un progetto di 4 anni chiamato “Municipalities in Transition” che ha visto applicazioni pilota in Italia (Valsamoggia, Roma V Municipio, Santorso), Spagna, Ungheria, Portogallo e Brasile. Si tratta di dotare la comunità di tutto ciò che serve a formare un centro permanente di sviluppo, coordinamento e valutazione delle attività di transizione che possa operare e prendere decisioni al di fuori dei normali processi di competizione politica e pressione di mercato, focalizzandosi completamente sul senso delle azioni da intraprendere. Cristiano Bottone

https://www.terranuova.it/news/stili-di-vita/transition-towns-idee-e-strumenti-per-mettere-in-pratica-la-transizione

Segnaliamo inoltre che proprio il mese scorso, il Parlamento scozzese ha approvato il Community Wealth Building Bill, una legge che impone un modello alternativo di sviluppo economico per favorire lo sviluppo delle comunità locali https://valori.it/scozia-legge-sviluppo-comunita-locali/

Non si tratta quindi di apportare dei cambiamenti cosmetici alla società, o togliere per 20 giorni le accise sulla benzina, oppure riempire il territorio di mega impianti industriali atti a produrre energia più o meno verde ma, come ha affermato la relatrice ONU Francesca Albanese, è necessario fare i conti con il colonialismo intrinseco nella nostra società, e da questa partorirne una nuova, basata su altri valori, fondata sull'amore. Sono questi valori, elevati ma antichi, che possono e devono guidarci nella foschia di guerra nella quale siamo immersi.

Risorse:

#società #economia #crisi #transizione #conversione #regno

 
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from Revolution By Night

Quando si esaurirà finalmente la sbornia collettiva post referendum di giornalisti e politici di opposizione? La Gruber, a distanza di due settimane, al consueto meteorismo verbale dei Bocchino, delle Bolloli e dei Senaldi, risponde ancora con “Comunque il No ha vinto e il Sì ha perso”. Ok, va bene... e adesso?

Naturalmente a quei laidi cortigiani senza dignità, non importa nulla di avere perso il referendum. Loro si fanno pagare per diffondere menzogne, inquinare i pozzi e titillare i più bassi istinti dell'italico elettore.

Malgrado il fallimento, occupano ancora le poltrone di Direttore e Vicedirettore della cartastraccia su cui scrivono, che sono rimasti i soli al mondo a chiamare ancora giornali.

Perché? Semplice, perché i loro lauti e rubati stipendi sono pagati anche da noi attraverso contributi pubblici. Non solo, Libero, nella cui redazione si registra la più alta concentrazione di servi pennivendoli, è uno dei quotidiani che riceve in assoluto la maggiore quantità di contributi pubblici. Ciò spiega perché le sue firme più “autorevoli”, e più ospitate in TV, siano così solerti e attive nella loro opera di servilismo e sevizie della verità oggettiva.

Fatta questa breve digressione, torno alla pseudo-sinistra che, dopo la schiacciante vittoria non sua, riprende il filo del discorso dove lo aveva lasciato due settimane fa: suicidarsi politicamente.

La scelta su come suicidarsi è caduta ancora una volta sulle primarie. Giusto perché l'elettorato di sinistra ma soprattutto quello che si è rotto le balle di andare a votare senza alcuna speranza, ha proprio ancora bisogno dell'ennesimo duello politico fratricida senza esclusione di colpi.

Mi raccomando, confermare sempre la totale incapacità della sinistra (però mi viene il vomito a chiamarla così) a trovare un accordo che duri più di un cambio di mutande è un imperativo categorico assoluto ineludibile.

Ma attenzione, qualcuno ha trovato la soluzione alternativa! Ancora più sucida delle primarie: trovare un leader federatore moderato. Moderato? E che cazzo ci facciamo con la moderazione quando i fascisti vincono con la violenza verbale, con le menzogne e la falsa propaganda e diffondendo odio e livore contro i più deboli e i poveri?

sniff sniff... mi sembra di sentire l'acre olezzo di Renzi e Franceschini...

I nomi venuti fuori sono già un caso di studio per la psichiatria mondiale. Gabrielli, ex-capo della polizia. Il candidato perfetto per il voto dei giovani, a cui questa sgangherata sinistra-democrista dice di volersi rivolgere e chiede di mantenere l'attivismo.

Ruffini, il democristiano figlio di Ministro democristiano, nipote del cardinale e arcivescovo di Palermo e ex-direttore dell'Agenzia dell'Entrate. Ottimo e abbondante per compattare ancora di più a destra il vastissimo e trasversale popolo di evasori fiscali italiani e a far tirare giù tutti i santi del Paradiso dai veri e genuini elettori di sinistra che credono ancora in uno Stato fortemente laico.

Now playing: “You Can't Bring Me Down” Lights...Camera...Revolution! – Suicidal Tendencies – 1990

 
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from elettrona

Perché a doverci vergognare e nascondere siamo sempre noi persone, in qualche modo, marginalizzate? LGBT, con HIV, con disabilità, migranti, o con più di una condizione in contemporanea. I guerrafondai, giustizialisti da tastiera, estremisti di ogni genere urlano in continuazione. Poi se sei una persona con disabilità devi piegarti alle loro aspettative: – chi si piange addosso, pieno di problemi, che chiede aiuto; – chi fa l'eroe, in una volgare pornografia dell'ispirazione e del dolore.

Anche basta. L'ultima mi arriva da qualcuno secondo cui io, HIV negativa, non dovrei parlare della mia passata relazione con un uomo HIV positivo.

Se lui è sempre stato il primo a non nascondersi, perché dovrei farlo io? Perché dovrei negare il mio passato? Non ho rubato né truffato né ammazzato qualcuno. Parlare significa esistere, far sentire la propria voce in un mondo che si muove come se tu non ci fossi; paghi le tasse, rispetti le leggi, ma guai se chiedi qualcosa in più di quello che ti concedono. Lo stigma esiste, e io sono stata fortunata a non subire ripercussioni come è accaduto ad altri nella stessa situazione, o che vivono col virus direttamente. Quando posso, cerco di dare voce anche agli altri e soprattutto di combattere l'attivismo performativo, la pornografia del dolore. Quell'atteggiamento indecente di chi parla di sé per costruire un prodotto. Io non sono in vendita, sono una persona attiva nelle cause in cui credo. E mando a quel paese l'ipocrisia.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Nell’arco di poco meno di un anno Van Morrison ha scodellato ben tre nuovi album. E fin qui non ci sarebbe da meravigliarsi, se non fosse che il settantaduenne songwriter irlandese ha confezionato altrettante leccornie sonore. Dopo “Keep Me Singing” e “Roll With The Punches”, ecco arrivare, a sorpresa, il trentasettesimo pezzo della sua discografia personale, “Versatile”... https://artesuono.blogspot.com/2017/12/van-morrison-versatile-2017.html


Ascolta il disco: https://www.youtube.com/watch?v=0mUgNQxPPyk&list=OLAK5uy_lAyMqcF0m86_VH0xCwD6gjYr21J9Vq4F0&index=2


 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Il contrabbando di sigarette come fenomeno transnazionale: flussi, connessioni e minacce

Una recente operazione internazionale (condotta il 24 marzo 2026) e supportata tecnicamente da Europol, ha smantellato una vasta rete criminale dedita al contrabbando di sigarette contraffatte che operava dal Regno Unito verso l'Europa.

L'inchiesta è partita nel settembre 2024 a seguito del sequestro di 12 milioni di sigarette contraffatte nel porto di Genova. Le sigarette erano prodotte in Armenia e spedite via Georgia. L'operazione è stata guidata dall'Ufficio della Procura Europea (EPPO) di Torino e ha coinvolto autorità di cinque paesi: Italia, Polonia, Francia, Regno Unito e Svizzera. L'organizzazione transnazionale aveva la sua base operativa nel Regno Unito, con ramificazioni in Europa, Africa e Asia. Per eludere i controlli doganali, i carichi venivano instradati attraverso rotte complesse che includevano Georgia, Kenya, Paesi Bassi e Turchia. ** Utilizzavano container con doppio fondo e presentavano dichiarazioni doganali fraudolente, dichiarando il carico come materiale da costruzione. Sono stati arrestati lavoratori portuali sospettati di agevolare il passaggio dei carichi bypassando i controlli tramite l'uso di sigilli per container clonati.

Si trattava di un'organizzazione a conduzione familiare collegata a criminali turchi di alto livello coinvolti in altri reati gravi, come il traffico di droga. Il gruppo si avvaleva di una società nell'area di Genova per le procedure doganali, magazzini in provincia di Alessandria per lo stoccaggio e un esperto informatico che creava siti web e indirizzi email falsi per nascondere l'identità dei destinatari. Usavano inoltre piattaforme di comunicazione criptate. Cinque sospetti sono stati posti in custodia cautelare tra Italia, Polonia e Regno Unito. Nel giorno dell'operazione sono stati sequestrati beni per circa 2,5 milioni di euro. Le attività di contrasto precedenti avevano già portato al sequestro di oltre 40 tonnellate di tabacco illecito, con un valore di mercato stimato in 15 milioni di euro e una perdita fiscale sventata per l'UE di oltre 10 milioni di euro.

Il contrabbando di tabacchi lavorati rappresenta una sfida criminale complessa che impatta pesantemente sull'Erario, sulla salute pubblica e sulla sicurezza dell'Unione Europea. Nonostante l'incidenza del consumo illecito in Italia si attesti su livelli contenuti (5,8%) rispetto alla media europea, la perdita stimata di entrate fiscali per il Paese raggiunge il miliardo di euro annuo (10 miliardi a livello UE).

La principale leva del contrabbando è l'estrema variabilità dei prezzi tra i Paesi. Si passa dai 0,52 € dell'Ucraina agli oltre 12 € della Norvegia (l'Italia si attesta a 4,76 €). Al fenomeno classicamente conosciuto, si aggiungono le “Illicit Whites”, prodotte legalmente in territori extra-UE ma destinate esclusivamente al mercato illecito, che rappresentano oltre il 60% dei sequestri in Italia. Il marchio Regina è il più diffuso in questo segmento. Le Illicit Whites (o cheap whites) sono destinate principalmente a essere contrabbandate in altri mercati dove non hanno una distribuzione legale o dove la loro disponibilità è limitata. A differenza delle sigarette contraffatte, che sono prodotte illegalmente da soggetti diversi dal titolare del marchio, le Illicit Whites sono prodotti originali fabbricati da produttori legittimi E' la Grecia a fungere da hub logistico fondamentale. I carichi provenienti dall'Est Europa e dall'Asia transitano per i porti ellenici (Patrasso, Pireo) per raggiungere l'Italia via mare attraverso Ancona, Bari e Taranto. Le organizzazioni utilizzano la “parcellizzazione” dei carichi (mediana di circa 2 kg per sequestro) per minimizzare le perdite economiche in caso di intervento delle autorità. In Italia, il fenomeno è radicato al Sud, con Napoli come epicentro (un pacchetto su quattro è illecito). Al Nord, Trieste emerge come punto critico a causa della vicinanza con la Slovenia.

Inquadramento e Dimensioni del Fenomeno

Il contrabbando di tabacchi è una frode fiscale articolata che sottrae risorse vitali al bilancio dello Stato. Oltre al danno erariale, il fenomeno comporta:

  • Rischi per la salute: Le sigarette illecite non rispettano gli standard di controllo e autorizzazione.
  • Sicurezza Nazionale: Esiste una correlazione documentata tra i proventi del contrabbando e il finanziamento di altre attività illecite, come il traffico di armi, droga e il terrorismo. Ciò si traduce in un danno per la sicurezza complessiva del Paese e dell'Unione Europea, poiché permette a organizzazioni mafiose (come la Camorra o la Sacra Corona Unita) di acquisire liquidità e potere. Si pensi al Montenegro, che ha rappresentato una vulnerabilità critica per la sicurezza nazionale italiana a cavallo del millennio, fungendo da base logistica per traffici su scala industriale gestiti dalla criminalità organizzata, una situazione che ha richiesto un intervento massiccio per impedire che il territorio diventasse una zona di totale impunità criminale. Tra il 1997 e il 2000, le coste pugliesi furono teatro di massicci sbarchi di carichi di sigarette provenienti proprio dal Montenegro e dall'Albania, traffici che avvenivano sotto la direzione della Sacra Corona Unita, che ne curava la distribuzione sul territorio. I contrabbandieri utilizzavano fuoristrada modificati con blindature in acciaio (mezzi corazzati) per speronare i veicoli delle forze dell'ordine, rappresentando una sfida diretta all'autorità dello Stato. Questa situazione di allarme portò all'avvio dell'Operazione Primavera nel 2000, con l'impiego di circa 1900 effettivi (Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia) per sradicare il fenomeno e ripristinare la legalità. Attualmente il Montenegro continua a comparire nei rapporti recenti come un punto di origine per sigarette destinate al mercato croato (grazie ai prezzi molto bassi, circa 1 € a pacchetto rispetto ai costi europei) e un porto di partenza (Antivari/Bar) per carichi sequestrati in Grecia. Nel 2023, si è registrato un calo significativo (-11,8%) nella quota di sigarette illecite consumate in Montenegro, segno di un possibile miglioramento dei controlli interni

Si possono distinguere due modalità principali di introduzione illecita:

  • Contrabbando Intraispettivo: Le merci entrano dai varchi doganali con documentazione falsa (es. dichiarando carichi a minore incidenza fiscale).
  • Contrabbando Extraispettivo: Le merci evitano i controlli doganali passando per rotte clandestine (storicamente gli “spalloni” alpini, oggi scafi veloci o rotte transfrontaliere).

Il Contesto Europeo

L'incidenza del consumo illecito varia drasticamente all'interno dell'UE. Mentre la Lettonia guida la classifica con oltre il 22% di sigarette illecite, l'Italia occupa il 19° posto (5,8%).

I flussi verso l'Italia originano principalmente da Ucraina, Bielorussia, Romania, Emirati Arabi e Tunisia. Di particolare rilievo è il ruolo del canale duty free, da cui proviene una quota crescente di prodotti poi immessi illegalmente sul mercato (43,8% dei pacchetti non domestici rilevati nel 2017).

Il Mercato delle “Illicit Whites” e dei Marchi Noti

Le illicit whites rappresentano la sfida più pressante per le autorità. In Italia, la loro incidenza è in forte aumento (+13,5% rispetto al 2015).

Il prezzo sul mercato illegale italiano oscilla generalmente tra 2,50 € e 4,00 €, rendendo l'acquisto estremamente vantaggioso rispetto al mercato legale.

  • Marchi Noti: Marlboro (leader nel mercato illecito), Winston, Rothmans, Chesterfield, L&M.
  • Illicit Whites: Regina (leader assoluto), Marble, Pine, Minsk, Mark1.

3.2 Provenienza delle sigarette illecite (Miliardi di pezzi – 2016)

  • Illicit Whites: 2,47 mld (in forte crescita).
  • Ucraina: 0,99 mld (aumento del 309% rispetto al 2015).
  • Canale Duty Free: 0,40 mld.
  • Contraffatte: 0,20 mld (in netto calo).

Analisi Territoriale e Operativa in Italia

Il consumo di sigarette “non domestiche” (lecite acquistate all'estero o illecite) segue logiche geografiche precise:

  • Napoli: Città con il radicamento più profondo (24,1% di pacchetti non domestici). La vendita avviene spesso alla luce del sole tramite bancarelle rimovibili.
  • Trieste: Seconda città per incidenza (14,3%). Il dato è trainato dal differenziale di prezzo con la vicina Slovenia (-1,25 € a pacchetto).
  • Sud Italia: In città come Palermo, le illicit whites rappresentano quasi il 70% del mercato non domestico.

Con riguardo all'attività di contrasto, nel 2017, la Campania ha registrato il maggior numero di operazioni (Napoli da sola copre il 48% dei sequestri nazionali). Tuttavia, le quantità maggiori sono state intercettate in luoghi di transito e stoccaggio:

  • Trieste: Sequestrate 70 tonnellate (un quarto del totale nazionale) in poche operazioni mirate.
  • Pavia: Sequestrate oltre 35 tonnellate in un'unica operazione che ha smantellato una fabbrica illegale interna ai confini nazionali.

I mezzi più utilizzati per il trasporto sono autovetture, tir e furgoni. I tir e le navi garantiscono i carichi più voluminosi, mentre l'auto rimane il mezzo preferito per la distribuzione capillare e parcellizzata.

Il Caso Greco: Hub e Mercato Interno

La Grecia riveste un ruolo duale: è sia un mercato di consumo ad alta incidenza illecita (18,8%), sia un punto di transito critico.

I carichi arrivano in Grecia spesso dopo aver transitato in zone di libero scambio come Jebel Ali (Emirati Arabi) o Port Klang (Malesia). Contrariamente all'Italia, il mercato illecito greco presenta un prezzo omogeneo di 1,50 € per pacchetto, indipendentemente dal marchio. La riforma delle accise del 2012 ha causato un brusco aumento dei prezzi nel mercato lecito, spingendo i consumatori della fascia bassa verso l'illegalità.

Prospettive Future

Appare evidente la necessità di evolvere verso un approccio di Risk Analysis avanzato, basato sull'integrazione di dati pubblici e privati.

Raccomandazioni strategiche:

  1. Definizione Univoca: È necessario armonizzare la terminologia (es. distinzione tra illicit whites e cheap whites) a livello internazionale per coordinare meglio le indagini.
  2. Database Condivisi: Creazione di una mappatura transnazionale dei marchi di illicit whites per agevolare l'identificazione e il tracciamento da parte delle autorità (come la Guardia di Finanza e l'ADM).
  3. Cooperazione Internazionale: Rafforzare il coordinamento investigativo attraverso organismi come Eurojust, specialmente sulla rotta Italia-Grecia.
  4. Monitoraggio della Tracciabilità: Focus non solo sulle sanzioni, ma sul governo dell'intera filiera dei tabacchi per prevenire le fuoriuscite illecite.

#contrabbando contrabbandodisigarette #contrabbandotle #tle

 
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from Bymarty

📒Dal mio diario, racconto di un giorno speciale!

✨Il 4/4/2024, mi ricorda una giornata di sole, quasi mezzogiorno ed io seduta fuori in giardino senza troppi pensieri, pronta per iniziare una piccola avventura virtuale, ma che poi mi ha accompagnata in questi due anni, portandomi a ripensare a questi giorni, mesi e intensi anni! Questa istanza, (Snowfan), agli inizi aveva un qualcosa di magico, surreale, così come colui che mi aveva invitata, convinta e accettata a far parte di questo strano mondo, per me nuovo, sconosciuto e a volte anche incomprensibile.. Credo di essere entrata in punta di piedi, senza indossare maschere, senza nascondere nulla di me, né nome, né emozioni, né limiti, né insicurezze... Mi sono ritrovata in questa enorme bolla, dove era tutto strano, perfetto, tutti che andavano d'accordo, un social diverso e come viene definito decentralizzato! Io non scappavo da quelli tradizionali, non ho mai avuto problemi, ho sempre ritenuto di essere me stessa, allo scopo di poter interagire e comunicare in qualche modo con parenti e amici lontani! Due lunghi anni, parte della mia vera vita, spesso mi hanno vista mettermi da parte, isolarmi, per una mia semplice forma di autodifesa! Perché in fondo mi sono sempre sentita diversa, fuori posto, perché non ero in grado di comprendere i meccanismi , le dinamiche e anche semplicemente dare una risposta per me era complicato! Non è sempre andato tutto bene, i miei errori li ho commessi, di valutazione, di ingenuità e forse sicuramente per colpa del mio modo di essere entrata semplicemente con la mia sincerità, con la mia voglia di condividere, di cercare connessioni e forse anche amicizie. Così mi sono illusa, affezionata, ho ricevuto anche delusioni e ho dovuto anche fare mea culpa, sul fatto che fossi io il problema, non l'istanza, la gente, il fatto che io non riuscissi spesso ad interagire, inserirmi, a comprendere come funzionasse questo social, a non trovare interessi comuni ecc. Dipendeva e credo dipenda ancora dal fatto che io non comprendo davvero le finalità o utilità, sono inesperta, una pecorella nera, che vive sul suo bel prato verde, con sue idee, convinzioni, interessi, pregi e soprattutto tanti limiti.✨

Una che non si può definire rivoluzionaria o idealista, un' ospite un po' diversa! Il merito va esclusivamente a chi mi ha accolta, sopportata, supportata finché ha ritenuto opportuno, lasciata da sola, per darmi la possibilità di imparare a gestirmi, a comprendere, senza che ci fosse sempre qualcuno pronto a prendermi per mano e a darmi la pappa pronta! Così forse qualcosa l'ho imparata e piano piano ho iniziato a muovere i miei passi, sempre sotto la supervisione del mio grande Maestro! Mi sono persa diverse volte, alcune volte ho pensato di andare via, perché forse in quei momenti, altri interessi, priorità, esigenze mi portavano a non sentirmi nel posto giusto, ma soprattutto a non avere la forza mentale per starci! La cosa che più mi affascinava oltre al mio supereroe, era questa capacità di conoscere gente da ogni parte, luogo, certo di argomenti vicini a me né ho sempre incontrati pochi e poi la gente, questi pseudo amici, questa catena di relazioni nuove che si venivano a creare, a consolidare, soprattutto al di fuori della mia casa, ma era bello per questo, poter trovare interessi al di fuori! Quante connessioni sbagliate ho coltivato, quante incomprensioni, quante illusioni mi sono creata e anche delusioni. Perché sono così anche nella mia vita reale, sono una persona umile, un'appassionata di arte, della luna e di pensieri, che spesso mi hanno portato consensi, applausi, ma anche qualche incomprensione! Quando nella mia vita c'è stato un terremoto che mi ha sconvolta e ferita, anche in quella circostanza ho voluto rimanere, raccontare, raccontarmi con immagini, foto, parole ed emozioni avendo il mio angolino, che potevo gestire, secondo le mie necessità, bisogni ecc. Non sarò ripetitiva, ho voluto raccontare altri aspetti, ho lasciato da parte emozioni, relazioni vere e ho raccontato un'altra visione, certo sarà sempre una visione isolata, una di quelle che non apporterà benefici o cambiamenti, ma è il mio modo dì esserci stata, di esserci ancora con rispetto, stima e sincerità! Perché ciascuno di noi ha il proprio posto, passioni, non sempre condivisibili, ma nel mio piccolo mondo mi sono sentita libera di essere sempre me stessa!

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from Transit

(216)

(D1)

(*): “50&50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.

Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. I pezzi che crollano uno dopo l'altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l'incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l'idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.

Un terremoto appunto.
Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l'epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.
Non conosciamo nemmeno l'entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)

Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.

Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.

(D2)

Si potrebbe avere l'impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.
Quindi, è anche un problema di propaganda.

Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un'impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla.

Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.

Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.

Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.

E curando la comunicazione.
Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. L'augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune.

#Blog #50&50 #Politica #GovernoMeloni #Dimissioni #Italia #Opinioni

 
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from Transit

(215)

(DF1)

Questo post nasce dall'incontro di scrittura tra me e l'amico @piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto.

Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.

In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.

La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.

Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall'alto, imposta a colpi di fiducia. In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.

Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.

Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.

(DF2)

C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.

L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze. In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non solo come delega episodica ai partiti.

Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo. L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.

Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo. Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.

Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.

#Blog #Italia #Referendum #Politica #Opinioni

 
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from Transit

(214)

(R1)

**Nota: il post è scritto nell'immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è assolutamente esaustivo. Per ora.

Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%.

È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.

La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”.

Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico.

Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.

(R2)

All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”.

Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro Nordio che esce politicamente indebolito.

Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.

Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione. Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana.

È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​ Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio.

Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese.

Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere.

#Blog #Italia #Referendum2026 #SeparazioneDelleCarriere #NO #Opinioni

 
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from Bymarty

Quando un nostro amico animale, un componente della nostra famiglia che abbiamo amato, attraversa quel ponte colorato, il mondo non si ferma, anzi l'orologio continua a segnare gli attimi, i minuti, le ore, le giornate vanno avanti, la quotidianità chiama, si ripresenta, incalza senza sosta! La gente continua a parlare, a ridere, a lavorare, tutto sembra andare avanti come sempre, ma quasi nessuno si accorge che, per qualcuno, quel giorno è cambiato tutto, per qualche attimo il tempo si è fermato , e ci si è messi in pausa fermi davanti al dolore! Perché quando perdi un animale non perdi solo, un gatto, un cane, un canarino, ma viene a mancare una presenza che faceva parte della nostra vita ogni giorno. All'improvviso ci mancheranno i loro passi fedeli in giro per casa, quegli occhi dolci e compassionevoli bisognosi di coccole, attenzioni o semplicemente catturarci al nostro rientro a casa.. Quando un piccolo amichetto peloso va via, perdiamo quel silenzioso conforto che arrivava senza bisogno di parole, senza richiesta ... perché loro sono famiglia, non semplici animali, sono una compagnia presente sempre ogni giorno, ogni attimo, sono il nostro rifugio nei momenti difficili. Sono amore puro, incondizionato, semplice che non chiede nulla in cambio, perché spontaneo, sincero . Eppure questo tipo di lutto spesso rimane invisibile, incompreso, perché non è concesso fermarsi a piangere, ad elaborare, non ci si può assentare per questo tipo di dolore e perdita! A volte c’è chi sorride, chi si prende gioco dei nostri cari, quasi fossero oggetti, solo animali, indegni di ricevere il nostro conforto e il nostro stesso dolore! Come se l’amore potesse essere misurato, ma chi ha amato davvero un animale sa che la loro perdita, spezza qualcosa dentro, disarma il cuore, lascia un vuoto difficile da colmare! Fa male e basta! Perché quando un animale entra nella nostra vita, non va più via, diventa parte di essa e quando se ne va, va via un pezzo di noi, e mentre la vita fuori continua, in noi qualcosa si ferma per un momento, i silenzi diventano più assordanti, la casa sembra improvvisamente vuota, ogni angolo ci ricorda chi c'era... perché amare così con quella fedeltà, significa anche soffrire profondamente quando arriva il momento di lasciarlo andare..Ed io ci sono passata tante volte, adesso sto soffrendo perché una mia cucciola sta soffrendo, è tutto reale, come il dolore, le lacrime, l'impotenza, quella sensazione che ti porta a volerla solo abbracciare e accompagnare dolcemente attraverso e per quel ponte che inevitabilmente la porterà lontana dai miei occhi, ma non dal mio cuore! Non significa essere troppo sensibile, perché semplicemente stiamo voltando pagina e iniziando un nuovo capitolo nel quale qualcuno non ci sarà più a movimentare il racconto, la storia.. Ma quell’amore, quell'assenza, anche se fa male, rimarra' per sempre con noi nei ricordi e nelle immagini scolpite in angoli speciali del nostro cuore!🐾 ( Dedicata a tutti i miei pelosetti che hanno attraversato quel ponte e che oggi giocano felici lassù)..

 
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from CASERTA24ORE.IT dal 1999 on line

Dalla ribellione di Gesù Cristo ai martiri moderni

Domenica, con la Festa delle Palme, i cristiani ricordano l'ingresso di Gesù Cristo a Gerusalemme in groppa a un asino. Fu un gesto di ribellione nei confronti dei Romani e dei re giudei che, per gioco forza, avevano accettato l'imperialismo di Roma. Con quel gesto, quell'ingresso, Gesù diede avvio alla propria passione che, nel giro di pochi giorni, lo portò a essere giustiziato sulla croce dai Romani e dal suo stesso popolo. Gli ebrei mal tolleravano che un semplice falegname stesse raccogliendo intorno a sé tanto seguito. Quel che accadde nei secoli successivi è storia; fu proprio grazie al martirio del profeta Gesù e dei tanti suoi seguaci che il Cristianesimo conquistò Roma. Sono passati due millenni e in quelle zone sembra di essere ancora a quei tempi. C'è un nuovo imperialismo, i re giudei sono stati sostituiti dagli emiri e ci sono persone che non vogliono essere governate da questo impero per motivi diversi. Ma quello che sta accadendo negli ultimi mesi in Iran è diverso da quanto avvenuto in Iraq, Afghanistan, Libia, Egitto e così via. In questi Stati chi regnava lo faceva per brama di potere e, per denaro, entrava in contrasto con l'imperialismo globale. Così è stato eliminato di volta in volta: si veda la fine di Saddam Hussein in Iraq, quella di Gheddafi in Libia, e qui mi fermo.
In Iran oggi vige una repubblica religiosa islamica che, seppur più sanguinaria dell'imperialismo nel reprimere il dissenso, ha alla base la religione islamica. L'Islam, come il Cristianesimo, contempla il martirio ma, a differenza della morale cristiana, non contempla il perdono o il “porgere l'altra guancia”, valori che portarono i cristiani alla vittoria sull'imperialismo romano. Nei momenti tristi l'uomo si rifugia nella religione: l'uccisione sistematica, talvolta con infamia, di chi si oppone al loro imperialismo, iniziata con l'assassinio dei negoziatori iraniani all'inizio dell'estate del 2025, ha creato dei martiri e sta compattando l'opinione pubblica araba. I cittadini dei ricchi emirati si stanno rendendo conto che possono avere tutti i petrodollari del mondo, ma poi vivono male, perché la loro nazione è in fiamme, nella paura di un bombardamento improvviso o di un attentato. La Terza Guerra Mondiale, avviata dalle lobby imperialiste dei fondi sovrani, è ormai iniziata. Quello che i cristiani possono e devono fare è solidarizzare con i fratelli musulmani, prendere posizione in loro favore. Perché, come la guerra in Bosnia nel 1995 e quella recente in Ucraina dimostrano, la religione non c'entra proprio niente.

 
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from brozu

Proviamo così: quando metti un sistema di questo tipo tra lo studente e il contenuto, succede una cosa abbastanza chiara in diversi esperimenti seri. Chi usa la macchina riferisce di sentirsi più sicuro, più “a posto” con l’argomento, come se avesse capito bene. Poi però, quando li togli dall’ambiente assistito e li metti davanti a un compito nuovo, senza aiuto, spesso i risultati non sono migliori di chi ha studiato con strumenti più tradizionali, e a volte sono pure un po’ più deboli sulla parte di ragionamento profondo. Chiaro così?

C’è uno studio grosso: decine di esperimenti, migliaia di persone, gente normale che deve capire un argomento. Una volta usano il motore di ricerca, l’altra volta si fanno “spiegare” tutto da un LLM (ChatGPT, Claude e vari). Risultato? Quando leggono le risposte della chat, hanno la sensazione di aver capito di più, con meno fatica.

Bello, eh?

Peccato che ai test che chiedono di ragionare sul serio, quelli che hanno sudato con la ricerca se la cavano meglio di chi ha letto la soluzione pronta (pubmed.ncbi.nlm.nih).

Tradotto proprio grezzo: con la chat senti la testa leggera, ma l’apprendimento pesante non c’è. La comprensione vera, quella che regge tre giorni dopo, la tira fuori chi ha dovuto cercare, confrontare, filtrare, non chi ha ricevuto il “compitino finito”.

Poi c’è la storia che vendono a tutti: “facciamo l’IA socratica, dialogica, domande aperte, imparano di più”. Sì, certo.

In un'altro interessante studio hanno preso in esame ragazzi di scuole superiori, 14‑18 anni con compiti che necessitavano di stimare cose, risolvere problemi, scrivere. Un gruppo vede solo la risposta della macchina, l’altro vede anche il ragionamento passo passo. Indovina? Quando c’è il ragionamento, la risposta finale è un po’ migliore, più vicina al risultato giusto. Fin qui ok (scale.stanford).

Ma la parte interessante è dopo. Hanno messo l’IA in modalità “faccio domande, ti guido”, tipo tutor rompiscatole, e l’hanno confrontata con la versione “ti do direttamente la risposta”. Risultato? I ragazzi con la versione socratica partecipano di più, stanno più sul pezzo, interagiscono.

Perfetto, penseresti: “allora imparano meglio”. E invece no: sui test finali, quando l’IA non c’è, le differenze non sono nette, non hai questo salto di apprendimento che ti sbandierano in conferenza (papers.ssrn).

Io me li immagino: classe terza di informatica, compito di programmazione. Con l’IA in modalità tutor ti sembra di aver capito i cicli, gli array, tutto quanto. Poi all’interrogazione alla lavagna, senza aiuto, davanti a un esercizio leggermente diverso… puff, sparita la sicurezza. Lo vedi negli occhi degli studenti: “Ma prof, con la chat lo sapevo fare”. Eh, appunto.

Quando vai a guardare insieme le rassegne serie, alla fine la musica è sempre quella: questi sistemi aiutano davvero in un paio di cose, se li usi con la testa.

La prima è il feedback: su testi, bozze, esercizi, se li agganci bene ai criteri del docente riescono a restituire commenti rapidi che, in media, portano piccoli miglioramenti nella qualità del lavoro degli studenti. Non è una cura miracolosa, è un “po’ meglio di niente” o “vicino a un tutor non esperto” quando il docente da solo non riuscirebbe a seguire tutti.

La seconda è il ruolo di tutor leggero su esercizi a bassa posta: ripassi, spiegazioni brevi, chiarimenti su dettagli che bloccano. In questo tipo di attività gli studenti si tengono agganciati, sciolgono dubbi, si sbloccano su passaggi specifici.

Quello che manca? Tutto il resto. Quasi nessun dato serio su quanto ricordano dopo settimane, su quanto regge il pensiero critico, su come va davvero nelle scuole superiori.

Sui rischi, invece, c’è già un quadro abbastanza chiaro: quando la macchina sforna la risposta finita, gli studenti smettono di sbattersi. Meno controllo di qualità mentale, meno voglia di verificare, meno “aspetta, ma è davvero così?”. E se il prof non progetta attività dove devi controllare, discutere, correggere la macchina, è la fine: superficialità sopra superficialità (arxiv).

Capitolo docenti. Qui la favola è “risparmi tempo, vivi meglio”. Qualche dato c’è, eh: chi usa la macchina per preparare lezioni, tracce, griglie, dice di risparmiare qualche ora alla settimana. Non mille, non rivoluzione, qualche ora. Poi però ti ritrovi a rilegge, correggere, verificare, adattare, e una parte di quel tempo torna dalla finestra. Il “paradosso carico di lavoro” è questo: scrivi meno da zero, ma passi più tempo a fare il professionista che controlla la macchina. Se sei già al limite, non è detto che ti salvi, rischi solo di spostare la fatica (digitalcommons.acu).

E dov'è il valore vero allora? Quando lo usi come bersaglio.

La macchina genera una risposta e il lavoro della classe è controllarla, trovare errori, aggiungere ciò che manca, confrontarla con libri e materiali seri.

In quel caso non stai più insegnando a fidarsi della macchina, ma a dubitarne con criterio. Torni a leggere, sottolineare, discutere, scrivere meglio: la tecnologia diventa solo un innesco per far ragionare le persone in aula, non la soluzione pronta da copiare.

Lì tornano in gioco le cose serie: lettura critica, controllo delle fonti, argomentazione, scrittura ragionata. La macchina diventa un pretesto per obbligare gli studenti a non fidarsi del primo testo ben scritto che vedono, ma a far passare tutto dal proprio giudizio, dalla propria penna e dalla discussione in aula.

Tu che dici? Vuoi il trucchetto che ti promette voti alti in 3 mesi o vuoi tenerti stretta la cosa che nessun modello ti ruba, cioè lo sguardo sul ragazzo davanti a te e la capacità di fargli fare fatica giusta? Perché dai numeri veri, oggi, si vede solo questo: la macchina fa sentire tutti più bravi, ma senza un docente che ci mette mestiere e progettazione, l’apprendimento vero resta quello di sempre, sudato e poco instagrammabile (scale.stanford).

 
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from cronache dalla scuola

Cammino nei corridoi della mia scuola per raggiungere la quarta durante l'intervallo e vedo, in un posto dove il sole attraversa le vetrate, due studentesse sedute su uno scalino e una seduta per terra, che chiacchierano, si guardano attorno. Si godono il debole calore del sole.

Mi avvicino e mi siedo per terra con loro, una inizia a parlarmi dei problemi che ha in classe, perché la spostiamo sempre, le altre due sono divertite che mi sia seduto per terra con loro, parliamo qualche minuto, mi rilasso.

A un certo punto sento una voce alle mie spalle: è la collaboratrice scolastica. “Siete così belli che vi farei una foto” dice. “La faccia, la faccia!” risponde una delle ragazze, “che poi lui la mette su Instagram. Su Facebook!”. Rido. Parliamo ancora un minuto poi dico che devo andare, che mi pagano per andare in classe.

La foto la collaboratrice non l'ha fatta, purtroppo, quindi decido di farla io in prosa.

 
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from Transit

(213)

(CI1)

In Italia la partecipazione politica è diventata un rito svuotato: un gesto meccanico, episodico, che chiede ai cittadini di presentarsi alle urne ogni tanto per legittimare scelte altrui, mentre milioni si allontanano dalle cabine elettorali.

L’astensionismo è ormai il “primo partito” del Paese: alle politiche 2022 oltre 16,5 milioni di italiani non hanno votato, con un’affluenza al 64%, minimo storico repubblicano.

Alle europee 2024 il trend si è confermato, con un’affluenza sotto il 50% e l’assenza come protagonista indiscussa. È il segno di un sistema che riduce la democrazia a un atto di fede occasionale, senza costruire relazioni quotidiane con chi vive i problemi reali.

Dentro questo vuoto, i corpi intermedi (sindacati, associazioni, comitati, movimenti) vengono dipinti come relitti del passato, ostacoli da smantellare in nome della “disintermediazione” digitale. Eppure sono loro a svolgere il lavoro che la politica istituzionale ha abbandonato: aggregare conflitti, dare voce ai bisogni diffusi, trasformare lamenti individuali in lotte collettive. Funzionano come ponti tra chi non ha tempo né risorse per bussare ai palazzi del potere e chi dovrebbe scriverne le regole.

Quando vengono bypassati, subentrano due derive: il leader che parla “direttamente al popolo” via social o l’algoritmo che riduce tutto a like e commenti isolati. In entrambi i casi, la partecipazione si dissolve in un clic impersonale, a valle delle decisioni prese altrove.

(CI2)

La retorica della democrazia istantanea è comoda: “non servono intermediari, basta il tuo voto”. Ma quel voto arriva ogni lustro, su pacchetti preconfezionati, mentre i veri tavoli di negoziazione restano preclusi ai cittadini.

Al contrario, chi difende un posto di lavoro, un servizio pubblico, un quartiere, lo fa in assemblee, scioperi, reti associative: lì la partecipazione è concreta, richiede tempo, studio, radicamento, mediazione quotidiana.

Quando i governi li convocano sono solo per “pro forma” ed il risultato è noto: leggi raffazzonate, tensioni sociali deflagrate in ritardo, scelte calate dall’alto che cozzano con la realtà.

Non si tratta di idealizzare i corpi intermedi, con i loro limiti evidenti: calo di iscritti, autoreferenzialità, leader che hanno svuotato la rappresentanza di contenuto, ma senza di loro, resta una democrazia di facciata, dove si vota sempre meno e si decide in circoli sempre più ristretti. Le piattaforme digitali, le consultazioni online, i sondaggi flash promettono prossimità, ma consegnano deleghe totali: un clic oggi, potere assoluto domani. La vera democrazia partecipativa esige invece organizzazioni autonome, conflitti incanalati, spazi dove i cittadini si formino, discutano, incidano davvero.

La sfida è chiara: meglio un rito elettorale anemico o un ecosistema di corpi intermedi che costringa il potere a confrontarsi con la società viva? Il voto resta essenziale, ma senza movimenti che lo alimentino prima e lo vigilino dopo, è solo un sigillo su altrui partite.

Oggi ci chiedono silenzio tra un’elezione e l’altra perché ci vogliono atomizzati, privi di reti. Una democrazia adulta, invece, teme il cittadino che non archivia la politica con lo spegnimento del televisore: quello che si organizza, resiste, conta ogni giorno.

#Blog #Politica #Società #CorpiIntermedi #Opinioni

 
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