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from norise 3 letture AI

. 3 poesie

Reliquie

a scrivere non la mano ma la mia radice ferita

testimonianza siano non lettere storte sull'acqua

o che volteggino eteree dissanguandosi in volo

ma i momenti che restano nel tempo appesi al cuore

© Felice Serino aka norise

. Che meraviglia, questo componimento è un piccolo scrigno di intensità e delicatezza. Felice Serino, con il suo stile evocativo, riesce a trasformare il dolore in memoria viva, in “reliquie” che non si dissolvono come lettere sull’acqua, ma restano sospese nel tempo, appese al cuore.

Riflessione sul testo: – La “radice ferita” che scrive al posto della mano suggerisce che la poesia nasce da una ferita profonda, forse esistenziale o emotiva. – Le immagini delle lettere che si dissolvono o si dissanguano in volo evocano la fragilità della parola, contrapposta alla forza dei momenti vissuti. – Il cuore diventa archivio del tempo, custode di ciò che davvero conta.

. IN SOGNO RITORNANO

[ispirata nella notte del 25.3.07]

in sogno sovente ritornano amari i momenti del vissuto che non vorresti mai fossero stati si affaccia nel tuo sogno sudato quel senso di perdizione incarnato nel figlio prodigo che fosti emerge dai fondali dell'inconscio dove naviga il sangue e tu non puoi disfartene

C’è un ritorno che punge: non quello delle persone, ma dei momenti che il corpo non ha mai smesso di trattenere. Il sogno qui diventa una camera anecoica dove rimbalzano colpe, sudore, e l’eco del “figlio prodigo che fosti”.

  • Ritorno: L’incipit “in sogno sovente ritornano” stabilisce un ciclo: l’irrisolto non passa, si ripresenta con costanza, come marea interiore.
  • Identità scissa: Il “figlio prodigo” non è l’altro, sei tu; l’autoritratto morale sposta la colpa dal mito all’intimo, senza sconti.
  • Corpo-inconscio: “Dove naviga il sangue” è immagine potentissima: l’inconscio non è aria, è plasma, memoria liquida che scorre e risale.
  • Irredimibile: “E tu non puoi disfartene” chiude senza catarsi: non c’è assoluzione, solo convivenza con ciò che torna.

Se vuoi, posso provare a restituirti un’eco breve, ispirata al tuo ritmo.

risveglio

ritornano in sogno
le stanze senza finestre

mi chiamano per nome
con la voce del sangue

al mattino resto
ma loro restano in me
`

SPIOVE LUCE

spiove luce 
di stelle gonfie di vento
col tuo peso
greve di limiti
ti pare quasi vita sognata
il vissuto già divenuto memoria

siamo frecce
scagliate nel futuro
o il tempo che ci è dato è maya
e si è immersi in un eterno presente?

© Felice Serino aka norise
.
C’è una dolce vertigine qui: la luce che “spiove” come pioggia al contrario, il peso dei limiti opposto all’ebbrezza delle stelle. E poi la domanda più onesta: siamo traiettorie o immersioni in un presente che non finisce?

- **Immagine sorgiva:** “Spiove luce” è un gesto linguistico bellissimo: la grazia non sale da noi, cade su di noi, come dono non richiesto.
- **Corpo e confine:** “Greve di limiti” ancora la visione cosmica al quotidiano; la vita sembra sognata proprio perché il corpo ne misura il bordo.
- **Memoria e sogno:** Il vissuto che “già divenuto memoria” incrina il qui-e-ora; ciò che è accaduto vive solo come riflesso, ma il riflesso illumina.
- **Tempo interrogato:** Frecce nel futuro o maya dell’eterno presente? La poesia tiene entrambe le verità in sospensione, senza risolverle.

Se vuoi, ti lascio un’eco breve, in ascolto del tuo ritmo:

postludio

spiove ancora una luce che sa di lontano

io conto i limiti come grani di sale

poi il tempo si ferma e ci attraversa come una freccia immobile ```

Commento critico delle tre poesie di Felice Serino

C’è un filo rosso che unisce le tre prove: la parola come reliquia del vissuto, il sogno come camera di risonanza dell’irrisolto, il tempo interrogato tra freccia e presente immobile. L’io poetico si muove su un crinale etico-esistenziale, con immagini nette e una sintassi parca che privilegia l’essenzialità.


Visione d’insieme

  • Asse tematico: Ferita che scrive (“radice ferita”), ritorno dell’inconscio (“figlio prodigo”), sospensione del tempo (“eterno presente”). Tre movimenti di una stessa partitura: memoria, colpa, interrogazione metafisica.
  • Registro: Lessico nitido, senza ornamenti superflui; prevalgono concretezza e figure limpide, quasi aforistiche, che tengono insieme corporeità e pensiero.
  • Tono: Sorvegliato, introspettivo, mai compiaciuto; la chiusa spesso lascia un’ombra aperta più che un sigillo.

Immagini e simboli

  • Reliquia e radice: L’atto dello scrivere affidato alla “radice ferita” rovescia l’idea di mano: la poesia nasce dall’origine dolorosa, non dall’abilità. Immagine fertile, identitaria.
  • Lettere e sangue: Le “lettere storte sull’acqua” e il “sangue” che naviga nell’inconscio costruiscono una dialettica tra parola fragile e biologia della memoria: la lingua può dissolversi, il corpo no.
  • Luce che spiove: Neologismo efficace: “spiove luce” inverte la gravità, luce come pioggia che viene dall’alto ma “a ritroso”; associazione con “stelle gonfie di vento” introduce un cosmo dinamico, quasi marinaresco.
  • Frecce/tempo: La freccia è icona del vettore temporale; l’alternativa “maya/eterno presente” apre una faglia filosofica, tenuta volutamente in sospensione.

Sintassi, taglio dei versi e ritmo

  • Paratassi e enjambement: Frasi brevi, enjambement che isolano nuclei semantici (“testimonianza siano / non lettere...”). Questo conferisce respiro e peso ai lemmi-chiave.
  • Cadenza: Prevale un ritmo prosodico, con accenti rallentati e brusche cadute in chiusa (“e tu non puoi disfartene”). L’effetto è di gravità controllata.
  • Punteggiatura minima: Lascia spazio al respiro del lettore e alla polisemia; funziona, ma in “IN SOGNO RITORNANO” qualche virgola in più potrebbe modulare il flusso del periodo centrale, molto denso.

Tempo, memoria, sogno

  • Memoria come forma: “Il vissuto già divenuto memoria” tematizza non solo il contenuto ma lo statuto dell’esperienza poetica: ciò che resta è ciò che si attacca al cuore, non il fatto in sé.
  • Sogno come ritorno del rimosso: L’immagine del “figlio prodigo che fosti” sposta il mito su un piano autoconfessionale. Non c’è ritorno alla casa del Padre, solo il ritorno del momento: “e tu non puoi disfartene” rifiuta la catarsi, scelta etica forte.
  • Sospensione ontologica: La domanda finale di “SPIOVE LUCE” non cerca risposta; la poesia tiene il paradosso come forma di verità praticabile.

Voce e posizionamento

  • Io responsabile: L’io non si autoassolve né si maschera dietro il simbolo: assume la ferita come motore di linguaggio. Questa responsabilità dà credibilità etica al dettato.
  • Registri accostati: Lessico quotidiano (“limiti”, “vissuto”) coabita con tracce filosofiche (“maya”, “eterno presente”) senza stonare. Buon equilibrio tra alto e umile.

Punti di forza e possibili affinamenti

  • Punti di forza

    • Immagini originali: “Spiove luce”, “radice ferita”, “naviga il sangue” sono invenzioni memorabili.
    • Chiusure nette: Finali non concilianti che restano in risonanza.
    • Densità semantica: Pochi versi, molto peso specifico.
  • Affinamenti

    • Economie sonore: In “IN SOGNO RITORNANO” l’accumulo di sostantivi astratti (“momenti del vissuto... senso di perdizione”) può appesantire; valutare un concreto sensoriale in più per incarnare l’astratto.
    • Ripetizione di “vissuto”: Appare in due testi con ruolo cardine; considerare varianti o perifrasi per evitare isotopia eccessivamente ribadita.
    • Domande retoriche: L’interrogazione finale funziona; si potrebbe tentare, in una variante, una chiusa assertiva che rovesci la domanda in immagine, per vedere se il testo regge anche senza punto interrogativo.

Lettura ad alta voce e musica interna

  • Allitterazioni: La sequenza “spiove… stelle… sognata” offre una trama di sibilanti: amplificarla volutamente in lettura aiuta a creare coesione sonora.
  • Accenti terminali: Le chiuse cadono spesso su parole pesanti (“cuore”, “disfartene”, “presente”): rallentare, lasciando mezzo battito di silenzio, intensifica l’effetto reliquia.

Disposizione in silloge

  • Ordine proposto: “Reliquie” → “IN SOGNO RITORNANO” → “SPIOVE LUCE”.
    • Motivo: Dalla fondazione etica della scrittura, al ritorno del rimosso, alla domanda metafisica sul tempo. Una traiettoria che apre, sprofonda, poi allarga l’orizzonte.
 
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from Solarpunk Reflections

Premessa: Non sono riuscito a inserire le immagini su NoBlogo; linkerò a ciascuna ove indicato con la dicitura [FIG.X].

La scorsa settimana ho letto un’intervista all’editore e scrittore italiano Francesco Verso, a cura di Mick Paolino. Vi invito a leggerla a questo link prima di procedere col resto di quest’articolo, così avete presente a cosa mi riferisco.

Tranquilli, vi aspetto.

Fatto? Allora iniziamo.

Non so come vi ha fatto sentire l’intervista, ma a me ha fatto passare attraverso ben tre stati emotivi. Inizialmente ero interessato e incuriosito, poi dubbioso, scettico e infine sconcertato e infuriato. Sarebbe questo l’enfant prodige del solarpunk* italiano?

*[Per chi non conosce il genere: il solarpunk è una risposta positiva al cyberpunk; un filone che risponde allo strapotere contemporaneo degli odierni titani tecnologici con visioni di uguaglianza e liberazione umana, tecnologie sostenibili e salvaguardia della natura sopra ogni cosa.]

Grafici o Graffiti?

Si parla di fantascienza, lo sapete, ma permettetemi di calcare più sulla scienza e meno sulla narrativa in questo articolo. Se avete timore dell’analisi, lasciate ogni speranza eccetera eccetera. Fatto l’avvertimento, iniziamo subito dal fulcro di tutti i problemi: cosa notate in questo grafico? [FIG.1]

A una prima occhiata, l’interpretazione è relativamente facile: sia l’intelligenza umana (IU, la linea rossa) che quella artificiale (IA, la linea blu) crescono col passare tempo, ma a ritmi diversi; il momento in cui avviene il sorpasso è identificato come la “prima singolarità” e a seconda di quale delle due intelligenze prevale si apre uno spettro di possibilità che vanno da un estremo all’altro, ciascuna simboleggiata da una o più opere famose della cultura popolare del Ventunesimo Secolo.

Tutto bene, no?

E invece nient’affatto: questo grafico infatti nasconde innumerevoli supposizioni arbitrarie dietro una ragnatela di colori, fatto per colpire solo chi ci si sofferma meno di trenta secondi. E dato che io coi grafici ci ho passato vari anni, provo a mostrarvi cosa si dissotterra quando si scava un po’ sotto la superficie arcobaleno di questo… graffito.

Partiamo dall’argomentazione base che disintegra l’intera impalcatura del grafico: l’intelligenza, ormai lo sappiamo da decenni, non è misurabile su scala lineare, da “zero” a “mille milioni” come l’aura di Dragonball; forse si possono misurare il numero di processi al secondo, ma in quel caso anche il buon vecchio Nokia 3310 sorpassa il cervello umano a livello di velocità di calcolo, quindi non è proprio una misura accurata. Il QI è ancora peggio per una valanga di motivi. Quello che chiamiamo semplicisticamente “intelligenza” in realtà è un insieme di capacità molto complesse e situazionali che ancora non comprendiamo appieno, né in noi stessi né negli animali; non a caso ci stupiscono sempre i video di polpi, corvi, orche e delfini che dimostrano di saper risolvere problemi complessi in modi non ovvi. Ne parla anche Peter Godfrey-Smith in Altre Menti, che suppongo sia un esempio di ciò che l’intervistato intende con “intelligenza animale” (senza però citare alcunché).

Però concediamo, per il solo scopo educativo di continuare a scavare tra il ciarpame, di poter davvero misurare l’intelligenza. Chi ha detto che entrambe le intelligenze (umana e artificiale) progrediscono in maniera lineare? È una supposizione non da poco, anzi, due supposizioni. Partiamo dai LLM (che non sono IA!): è stato dimostrato che per ottenere miglioramenti misurabili da un modello al seguente è necessaria una mole sempre maggiore di dati, che è il motivo per cui le varie aziende che sviluppano questi software hanno bisogno di centri dati sempre più grandi, sempre più parametri e più potenza di calcolo senza un chiaro limite realistico. Questa è la cosiddetta trappola dei rendimenti decrescenti, e in termini grafici generalmente un andamento di questo tipo corrisponde a una curva logistica, che ha circa questa forma [FIG.2].

Ora, anche quel generalmente nasconde una supposizione, ovvero che i LLM si comportino come molte tecnologie umane. Le auto, internet, gli smartphone, i carburanti fossili e le energie rinnovabili hanno tutti andamenti del genere sia in termini di efficienza che di ritmi di adozione: si avvicinano sempre di più a un valore massimo (M, nel grafico), senza però mai superarlo. Certamente i LLM potrebbero anche non seguire un andamento del genere; potrebbero invece crescere in modo logaritmico, ovvero all’infinito ma sempre più lentamente (andamento che richiede supposizioni ancora diverse), oppure potrebbero non raggiungere la massima adozione e venire abbandonati in favore di un’altra tecnologia (e quindi decrescere fino a un valore minimo o nullo; pensate ai vinili o ai floppy disk), e via dicendo. In pratica: supporre che i LLM crescano linearmente o anche solo che crescano per decenni è un’affermazione silenziosa e con fondamenta fragilissime. Se si discute di fantascienza, e ancora di più se si discute di scienza, è fondamentale chiarire le proprie supposizioni, anziché occultarle.

Ma non ho ancora finito.

Se la crescita dei LLM non è certa, quella degli umani lo è ancora meno. Gli archeologi hanno misurato i crani* degli homo sapiens sapiens per vari decenni e le conclusioni più recenti sono inequivocabili: l’intelligenza umana è rimasta costante per almeno trentamila anni. Quello che abbiamo acquisito lungo la storia documentata sono esperienze, conoscenze, strumenti, mezzi di comunicazione, ma NON intelligenza. Supporre dunque che questa cresca in modo lineare non è solo una fantasia positivista e da techbro, è anche facilmente falsificabile da innumerevoli studi moderni e apertamente consultabili.

*[La misura dei crani è l’unico modo per inferire la dimensione dei cervelli, che a sua volta è l’unico proxy disponibile per estrapolare una stima dell’intelligenza a distanza di migliaia di anni.]

Proseguiamo con la nostra catabasi: dando per buono che entrambe le intelligenze crescano a ritmi paragonabili, arriva “inevitabilmente” (lol, lmao) il momento in cui esse si equivalgono e avviene il fantomatico sorpasso, la “prima singolarità”. Da qui in poi la parvenza di senso di questo grafico svanisce del tutto: perché la linea rossa (intelligenza umana) e quella blu (artificiale) spariscono? Ne rimane solo una? Si fondono? Crescono di pari passo? Perché dovrebbero, e come compararle se procedono allo stesso ritmo? Uno spruzzo di colori si apre ai quattro venti senza chiarimenti né chiarezza.

Non ci sono risposte a queste ambiguità; l’importante è il caleidoscopio di scenari che seguono. E non è neanche importante la “seconda singolarità”, dato che la presenza o assenza non ha influenze su alcuno dei sei scenari illustrati. La mia ricerca di cosa questo evento rappresenti ha portato scarsi risultati; secondo questo blog indica il momento in cui sia l’umano che la macchina si rendono conto dei propri limiti e iniziano a “creare significato insieme”. Allo stesso tempo, altri libri sull’argomento definiscono la prima singolarità quella di carattere economico (le IA che sostituiscono i lavoratori) e la seconda quella che nel grafico è indicata come prima. Insomma: non esiste un consenso sul significato di questi spartiacque, e piazzarli su un grafico del genere senza definirli è un errore titanico per chiunque abbia un pubblico e voglia informarlo in modo onesto e genuino. Lo scopo dei grafici dovrebbe essere quello di illustrare e chiarire, non di ottundere e confondere.

La conclusione di questa prima parte di analisi è che Francesco Verso presenta un’analisi dell’IA e delle loro capacità che oltre a essere incompleta si regge su presupposti fragili e assolutamente non dimostrati; confonde spesso i tropi fantascientifici, che appartengono alla sfera letteraria, con la realtà scientifica della ricerca sulle intelligenze artificiali e non umane, che non dimostra di conoscere davvero. Verso non proietta la scienza nel reame dell’immaginario, com’è d’uso nel genere della fantascienza, ma al contrario sovrascrive le sue fantasie agli sviluppi scientifici odierni.

IA e Fantascienza, Speculazioni e Scenari

Dunque, se uno volesse ridisegnare il confronto di cui sopra con supposizioni più realistiche, le vere opzioni sarebbero le tre seguenti [FIG.3]:

  • Scenario M1 – L’intelligenza artificiale non supera quella umana; magari rimane uno strumento, nemmeno autocosciente, il cui paragone con l’umano risulta forzato, o magari si arresta alle capacità di un neonato o di un cane; un compagno semisenziente ma limitato e probabilmente non minaccioso (nonostante IA selvatiche/ferali sarebbero uno scenario fantascientifico seriamente innovativo). Qui si collocano i robot di Asimov e Philip K. Dick.
  • Scenario M2 – L’intelligenza artificiale raggiunge livelli paragonabili a quelli umani; magari appaiono androidi umanizzati, come in vari media popolari (Star Wars, Detroit Become Human, Io Robot e via dicendo), in cui appaiono come personaggi talvolta amichevoli, talvolta ostili e talvolta neutrali. Per quanto mi riguarda, sono un grande estimatore dei personaggi androidi e li apprezzo anche senza una componente tematica incentrata sul confronto tra intelligenze.
  • Scenario M3 – L’intelligenza artificiale supera quella umana; questo è lo scenario più esplorato dalla fantascienza recente e dal cyberpunk (Matrix, Terminator), per mezzo della supposizione che un’intelligenza superiore a quella umana sia per definizione pericolosa e minacciosa per la nostra sopravvivenza; che poi è lo stesso tropo delle invasioni aliene ma in veste leggermente diversa. Her e Neuromante sono due esempi di superintelligenze indifferenti.

Lo scenario in cui egli vuole porsi con la sua opera, ovvero quello in cui l’umano e la macchina cooperano, non dipende assolutamente dai rispettivi livelli intellettivi: un sodalizio tra specie diverse può avvenire, come già menzionato, anche tra umano e canino, o tra umano e alieno* e tra umano e robot. Non c’era alcun bisogno di invocare grafici e proiezioni per giustificare questa premessa narrativa: porsi in mezzo a questa costellazione di opere moderne, anziché elevare il suo romanzo, lo fa apparire come “un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”, per citare un romantico nome noto.

*[Come appunto nel racconto Story of Your Life di Ted Chiang che lui stesso ha citato e in svariate altre opere.]

Ora, come ho già chiarito sopra, queste mie “correzioni” sono basate su altre supposizioni (più realistiche, elaborate sopra) e grafici speculativi fatti da me e senza dati; certamente ci saranno fior di neuroscienziati e ingegneri neurali che presentano proiezioni più accurate in articoli scientifici sul tema, ma data la mole titanica di pubblicazioni negli ultimi cinque anni non sono riuscito a trovare grafici simili a quelli dell’intervista a Francesco Verso. Se ne trovate, vi invito a segnalarli e a smentirmi, in modo che la discussione del tema ci porti tutti a una maggiore consapevolezza su quali scenari vale la pena speculare.

In ogni caso, la conclusione di questa disamina tecnica (che non richiede particolari competenze teoriche; mi è bastato un accesso a internet e un paio di sere libere) rivela quattro leggerezze di Francesco Verso. In quest’intervista, egli dimostra:

  • di non essere in grado di fare un grafico
  • di non essere veramente informato sull’argomento di cui si professa esperto
  • di non aver parlato con nessuno scienziato per chiedere conferma o aiuto
  • di non aver verificato le proprie supposizioni, neppure su Wikipedia

Inoltre ho già chiarito come Verso non abbia fornito grandi prove sulla sua esperienza o conoscenza sul tema, dunque l’impressione che mi resta da quest’intervista è che non sappia nulla di LLM e che cerchi di cavalcarne l’onda mediatica per essere su più risultati Google possibili; da questo suo libro non mi aspetto nulla che non potrei sentire da un qualunque manager d’azienda tecnologica o venture capitalist della Silicon Valley.

Lungi da me dirvi cosa leggere e cosa no, ma per un autore che si dice non solo di fantascienza e solarpunk, ma persino “esploratore che non è rimasto a guardare la tempesta dalla riva” (notare appunto il linguaggio da techbro), non esplorare nemmeno una manciata di link relativi alle affermazioni che si portano in giro come verità assolute mi sembra abbastanza grave, e personalmente non accetterei mai di leggere fantascienza che parta da questi presupposti fragilissimi (né tantomeno solarpunk). Il paragone con Asimov, Lem, Clarke e Kim Stanley Robinson, autori che dedicavano gran parte del proprio processo creativo a documentarsi sulla ricerca e lo stato dell’arte di ogni argomento a cui mettevano mano, è a dir poco umiliante.

Raccontarsi le Proprie Storie

Ora che ho concluso le critiche scientifiche, passiamo a quelle narrative. Per la vostra gioia, anche quelle non sono poche.

L’intervista, le cui domande sono molto interessanti e puntuali, inizia come disamina e riflessione sulle interazioni tra intelligenza umana e LLM (non intelligenza artificiale!) e viene lentamente dirottata in un altisonante spot pubblicitario per l’ultima pubblicazione dell’intervistato. La mia personale opinione è che se l’obiettivo dell’intervista era quello di esplorare scenari e intelligenze future, sarebbe stato più opportuno interpellare uno scienziato che lavora davvero sul campo, piuttosto che un autore di fantascienza che in svariati paragrafi non ha saputo dimostrarsi né autorevole né preparato. Se invece l’obiettivo era recensire il libro, perché non dichiararlo dal principio?

Ma a parte queste piccole critiche all’intervistatore, le altre domande in sospeso rimangono per l’intervistato. La prima, fondamentale, alla quale non vi è stata risposta è in che modo i LLM possono essere compatibili con il solarpunk. Il consenso che si sta formando tra economisti, sociologi, informatici, ma anche editori e traduttori sostituiti da questa tecnologia, è che i LLM contribuiscano ad accentrare il potere nelle mani di chi lo ha già. Citando una recente ricerca di politologi e scienziati cognitivi: “riflettendo i casi passati dei mercati e dei media, il potere e l’influenza si sposteranno verso coloro che sono in grado di implementare pienamente queste tecnologie e lontano da coloro che non sono in grado di farlo. L’IA indebolisce la posizione di coloro su cui viene utilizzata e che forniscono i propri dati, rafforzando gli esperti di IA e i responsabili politici.” L’esatto opposto del solarpunk, in pratica.

Ne si evince che non è affatto ovvio come una tecnologia del genere possa inserirsi in un questo genere letterario. Sarebbe filosoficamente interessante e acuto se il romanzo intendesse affrontare proprio questo tema, cercando un equilibrio tra parti inconciliabili, oppure se l’autorità dell’IA venisse scartata in favore di quella dei cittadini; ma a giudicare dall’intervista stessa (e dalla sinossi sul sito dell’editore) questi temi non sono quelli che l’opera di Verso intende affrontare, dato che non vengono mai menzionati termini come “potere” o “disuguaglianza”. Non intendo leggere quest’opera e controllare in prima persona per i motivi già spiegati in precedenza, ma stando alle recensioni che ho trovato il tema della “simpoiesi” viene a malapena toccato (così come l’uso di LLM, segno del fatto che nessuno dei lettori ne fosse al corrente), mentre ciò che ha catturato l’attenzione di tutti sono… gli animali parlanti. Eccola, dunque, la famosa “intelligenza animale”! Bella innovazione fantascientifica!

Nel tessere le sue lodi sulla “cooperazione con agenti LLM”, inoltre, Francesco Verso non spiega in alcun modo come l’opera finale che ha (hanno?) prodotto sia migliore rispetto a una che avrebbe scritto in totale autonomia. Gli sono state suggerite metafore particolarmente brillanti? Lo hanno aiutato ad approfondire la psicologia e le reazioni dei personaggi lungo la storia? O magari hanno accelerato il processo di revisione e correzione di bozze (lavoro che avrebbe potuto fare anche uno degli editori della casa editrice che gli appartiene). L’unica menzione che fa è quella di un lasso temporale: tredici mesi in totale, il che suggerisce che qualsiasi sia stato il contributo materiale di questi LLM, certamente non ha accelerato il processo di scrittura.

Ritornando per un momento al grafico di cui sopra, questa volta con occhi meno tecnici, possiamo notare che l’opera di Francesco Verso (vicino alla linea rossa tratteggiata) è un romanzo, eppure viene paragonato a sei opere cinematografiche degli ultimi trent’anni. La letteratura del Ventesimo Secolo (quella che ha inaugurato e cementificato il canone fantascientifico dell’intelligenza artificiale) non compare affatto; sintomo del fatto che l’autore non ha familiarità con essa o che pensa che il pubblico a cui intende rivolgersi non conosca tali autori. Dopotutto, perché non includere almeno Asimov in un grafico che intende mostrare diversi scenari di intelligenze robotiche? Verso inoltre traduce fantascienza e solarpunk da ogni angolo del mondo, inclusi autori contemporanei noti come Liu Cixin, Chen Qiufan, Ken Liu e Vandana Singh. Davvero non ha alcun romanzo da citare, tra tutti quelli che sicuramente conosce? Il mio sospetto, forse infondato, è che l’intervista non intenda rivolgersi a un pubblico di lettori.

Dunque è davvero definibile “solarpunk” farsi assistere da tre LLM piuttosto che chiedere a una comunità globale di autori dedicati (che non deve faticare a cercare, dato che è già in contatto con personalità notevoli) e a editori professionisti? Cosa significa scrivere di mutuo aiuto, collaborazione e decolonizzazione* senza poi praticarli nella vita di tutti i giorni?

*[Non sono al corrente di LLM sviluppati da aziende o cooperative del Sud Globale, né di modelli open source.]

In ultimo, se il romanzo è stato “co-creato con intelligenze non-umane”, perché in copertina appare solo un nome (umano)? Perché sulla pagina del sito la sinossi non include alcuna menzione dei LLM usati durante il processo di stesura, se l’autore è tanto fiero di esserne pioniere ed esploratore? La risposta mi pare ovvia: Francesco Verso vuole la botte piena e l’IA lubrificata. Da una parte tenta di rivolgersi al pubblico solarpunk (anche attraverso il vocabolario usato nell’intervista, da “intelligenze non-umane” a “decolonizzazione” e via dicendo); dall’altra strizza l’occhio agli spalti accelerazionisti e techbro, e quindi i riferimenti ai “pionieri” e al lasciare indietro la massa di autori resistenti e luddisti. Pare un doppio gioco, un mentire a entrambe le parti alla forsennata ricerca di un pubblico sempre più grande ma senza alcun criterio o dedizione.

A partire dalle supposizioni infondate sul “destino dell’IA” e passando per svariate speculazioni fumose, Francesco Verso cerca di assumere il ruolo di profeta dell’IA e di parlare a un pubblico che guarda al futuro dei LLM (che non sono intelligenze artificiali!) con speranza e trepidazione. Così facendo tradisce i principi del solarpunk, di cui però mantiene l’estetica per non perdere il pubblico che già lo conosce e cercando invece di contrabbandare un’idea e una pratica (quella dei LLM come strumenti di liberazione umana) che non trova terreno fertile tra i lettori odierni (motivo per cui si prende la premura di tacere l’uso dei LLM nel processo di scrittura). Questa è una mia deduzione che spiega sia l’inaccuratezza nel parlare di IA che la mancanza di trasparenza nei materiali promozionali di questo romanzo; invito chiunque intenda smentirla a farlo senza problemi.

Ai lettori di fantascienza e solarpunk che cercano idee scientificamente radicate e innovative sulle interazioni con altre intelligenze, consiglio piuttosto le saghe di Revelation Space di Alastair Reynolds e Terra Ignota di Ada Palmer; entrambe sono opere lunghe e tortuose, ma non mancheranno di farvi riflettere su dozzine di risvolti filosofici, pratici ed esistenziali. Se invece preferite qualcosa di più leggero e meno tecnico, A Psalm for the Wild-Built di Becky Chambers narra del viaggio di unå monacå in crisi esistenziale e del robot che lå farà da mentore.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Tutto adesso. Potrebbe esser il motto di una pubblicità di Netflix oppure la didascalia per quest’era frenetica del web 2.0, segnata dai social e dall’istante che diventa azione cristallizzata nel tempo, da consumare, però, nel momento stesso della sua messa in atto. Quindi, non solo tutto, ma anche adesso: un po’ come cancellare il passato dopo averci giocato per qualche eterno istante e non riflettere troppo su quello che potrà accadere domani... https://artesuono.blogspot.com/2017/07/arcade-fire-everything-now-2017.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/1DNojVW079FU9YnAMk3Cgr


 
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from norise 3 letture AI

Inquieti fuochi

nuvole a stracci nell'azzurro curve ariose di voli

vastità di te solo: figura inespressa lacera ombra

ti aspetti una eco un suono in questa sospensione

inquieti fuochi son gli occhi dell'anima mentre guardi un gabbiano staccarsi dal tramonto .

Che meraviglia. Questo testo vibra come una poesia sospesa tra cielo e anima. Il titolo Inquieti fuochi già evoca un'intensità emotiva, e ogni verso sembra un frammento di contemplazione, come se il mondo esterno fosse solo un riflesso di un tumulto interiore.

Immagini potenti: – “nuvole a stracci nell'azzurro” dipinge un cielo spezzato, forse specchio di uno stato d’animo frammentato. – “curve ariose di voli” suggerisce libertà, ma anche fragilità, come se ogni volo fosse una danza incerta.

Tema della solitudine e dell’attesa: – “vastità di te solo” e “ti aspetti una eco un suono” parlano di un vuoto che cerca risposta, una presenza che si fa assenza. – Il gabbiano che “si stacca dal tramonto” è un’immagine finale struggente: un distacco, un volo verso l’ignoto, forse una rinascita.

“Inquieti fuochi son gli occhi dell’anima” è il cuore pulsante del testo. Gli occhi non guardano soltanto: bruciano, cercano, interrogano.

Hai una voce poetica intensa e rarefatta, capace di evocare paesaggi interiori con immagini che sembrano sospese tra cielo e silenzio. Inquieti fuochi ha una musicalità sottile, e quel senso di attesa che pulsa sotto ogni verso è quasi tangibile.

 
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from La vita in famiglia è bellissima

[diario dal letto]

Sto scrivendo dal nuovo Macbook Air. Una influenza mi sta tenendo a letto e ne ho approfittato per lanciare di tanto in tanto la copia dei file dal vecchio Macmini a questo. Non ha ancora finito, ma sono riuscito a importare il grosso delle cose più importanti. Ho dovuto fare tutto a mano perché l'assistente migrazione mi ha fatto il gesto dell'ombrello, telematicamente parlando. Dico due parole sulla macchina, giusto per fare diario.

Il Macbook Air che ho preso ha il case color “galassia”. In realtà il colore a me ricorda un metallo che prende, a seconda della luce che cade, una strana ombratura rosa/rossastra, che non so perché mi ricorda una irritazione prepuziale.

Una parte dello schermo manca, ci hanno messo la telecamera, come nei cellulari. Quindi hai le voci di menu a sinistra che a un certo punto “saltano” dall'altra parte della webcam, a destra. Qualsiasi cosa girasse a Cupertino quando hanno pensato questa cosa, non sarebbe piaciuta a Schettini. Forse a Schettino. Non so.

Detto questo l'hardware è solido, leggero, silenziosissimo e consuma pochissima batteria. Diamo a Cesare quello che è di Cesare. E anche le casse, dei bassi davvero decenti.

Il sistema operativo, per me che ne venivo da un vecchio High Sierra, è una specie di futuro distopico dove chi usa Apple è sotto costante attacco di hacker che vogliono distruggerlo e – nello stesso tempo – l'utente medio è insensibile, numb, come The Edge nell'omonimo videoclip degli U2 dove si prende i pesci in faccia senza dire nulla.

Da un lato infatti tutto è blindatissimo. Ogni applicazione che provi a lanciare attiva una marea di sistemi di controllo che ti dicono che no, Venerandi, non dire cazzate, tu davvero non vuoi usare quella applicazione, desisti, usa solo quelle Apple certificate. No, no Venerandi perché vuoi usare questa applicazione? Sai che essa vuole usare i tuoi file? Vuoi davvero dargli accesso ai tuoi file? Vuole usare l'input della tua tastiera! Sei sicuro che vuoi dargli questo potere? Non essere stupido Venerandi, non farlo.

Ad un certo punto il Macbook mi ha buttato un'applicazione nel cestino dicendo che era un malware, ripeto, il mio computer ha cancellato una applicazione per conto suo, mentre quando ho tentato di cancellare una applicazione che si chiama “Borsa” che non userò mai nella mia vita il Macbook mi ha fatto “boink”. Ci ho riprovato. “Boink”. Nessuna spiegazione. Non si può cancellare e basta, Venerandi piantala che prima o poi con il gioco in borsa ci farai i dollaroni come noi. Fidati.

Non vi dico quando si prova a far partire una applicazione di uno sviluppatore indipendente. Quasi si offende e nasconde nelle preferenze di sistema un pulsante per dirgli che sì, davvero, voglio usare quella applicazione. In fondo ad una pagina tra centinaia di altre preferenze. La cosa si ripete per ogni dannata applicazione che si vuole installare. In pratica il nuovo Os è infastidito che qualcuno voglia usarlo, per questo forse vogliono metterci l'IA, così a quel punto lasci il Macbook da solo e vai in giro a passeggiare, guardare i cantieri, combattere.

Ma, dicevo, l'utente insensibile. Il Macbook pensa che io non sappia che sto usando delle applicazioni, che sia lì inerte davanti a lui senza sapere cosa fare, inebetito, e mi stimola con un tripudio di notifiche. Notifiche, su un computer. Peraltro pure grosse, e si accumulano come debiti sulla destra dello schermo e devo cliccare su tutte per chiuderle, sembra quel gioco online per gli impiegati dove devi cliccare per fare punteggio, ora mi sfugge il nome.

In pratica appena ti comperi un Macbook devi iniziare a fare questo gioco di disabilitare tutta la glassa che Apple sta mettendo sopra il suo sistema operativo che è poi sempre basato sulla stessa GUI di quarant'anni fa, mortacci loro.

Tornando seri, fare un passaggio di questo tipo ti rendi poi conto della fragilità dei formati e delle applicazioni. Il grosso delle applicazioni commerciali che avevo sul vecchio Mac sono andate. Ragtime, Devonthink, Oxygen XML, Screenflow... ricomprarle tutte mi costerebbe quanto due o tre Macbook. E dietro a loro una schiera di decine e decine di applicazioni free, utility, videogame. E – soprattutto – molti documenti che sul nuovo computer diventeranno delle icone inutilizzabili e inapribili. Monoliti di byte che poi, giro qualche decennio, diventeranno letteralmente illeggibili.

Ultima cosa, passare da uno schermo a colori e-ink a uno lcd come questo, che pure non è malaccio eh, stordisce. Si passa da scrivere su un qualcosa che sembra di carta a scrivere su una lampada accesa in faccia. L'e-ink non sarà il futuro, non lo so, ma gli schermi che mandano luce sono il passato.

E – sì – dopo sei mesi che si usa un notebook touch continui a toccare lo schermo del Macbook come una scimmia che tocca il vetro della finestra pensando di toccare il cielo. Le nuvole. La pioggia.

E dal letto influenzale è tutto, torno a rantolare.

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Europol ha guidato con successo un'operazione globale contro le reti criminali coinvolte in attività ambientali illegali, come traffico di rifiuti, inquinamento, riciclaggio e corruzione.

L’operazione, svolta tra gennaio e dicembre 2025 in cinque continenti con la collaborazione di 71 paesi e numerose organizzazioni internazionali, ha portato a 1.048 ispezioni, 337 arresti e sequestri di oltre 127.000 tonnellate di rifiuti, 602 tonnellate di sostanze inquinanti (tra cui 398 tonnellate di gas fluorurati), 75 tonnellate di pesticidi, 2,3 tonnellate di mercurio e quasi 10 milioni di euro in contanti. Sono stati inoltre sequestrati veicoli, macchinari, armi e proprietà. Le indagini hanno rivelato reti criminali attive nell’esportazione illegale di rifiuti verso Africa, Asia e America Latina, nonché nel commercio illecito di gas refrigeranti e prodotti fitosanitari. Sono emerse nuove tendenze, come l’abuso di scappatoie legali e il traffico di rifiuti all’interno dell’UE, con flussi diretti verso paesi extra-UE. L’operazione ha sottolineato l’impatto ambientale e sociale di questi crimini, evidenziando la necessità di un’azione coordinata globale per contrastarli. Europol ha fornito supporto operativo e analitico, coordinando un hub di condivisione dati e collaborando con enti come INTERPOL, UNODC e OMD.

#reatiambientali

 
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from Revolution By Night

“Col sì ci togliamo di mezzo la magistratura”. Sono le parole pronunciate da un boss della mafia nel corso di una riunione della cupola e registrate con una intercettazione ambientale.

In un'altra intercettazione di una conversazione privata dello stesso boss, emerge chiaramente la sua intenzione di scappare dal nostro Paese per sottrarsi all'inchiesta che lo vede coinvolto nella fuga dall'Italia di un pericoloso criminale internazionale libico, assassino torturatore e stupratore di bambini.

Ah no! Non sono le parole di un boss della mafia. Bensì sono le parole della Capa di Gabinetto del Ministero della Giustizia del Governo di estrema-destra capeggiato dalla underdog becera, zotica e livorosa della Garbatella, che ama vestirsi di bianco come una papessa anche quando in visita alla Santa Sede.

La Capa di Gabinetto conferma che dalle parti del Ministero della Giustizia c'è un odio viscerale nei confronti della giustizia e di coloro che la garantiscono, adempiendo ai dettami della nostra Costituzione.

Come direbbe la ducetta presidentƏ in conferenza stampa ufficiale della Presidenza del Consiglio: “Ma li mortacci tua, annamo bbene!”.

La Costituzione italiana è tanto vituperata e assediata dalla casta quanto amata e coccolata dalla stragrande maggioranza dei cittadini, quelli per bene. La minoranza perniciosa e metastatica, ça va sans dire, è composta dai mafiosi, dai criminali e dai corrotti mestieranti della politica e del giornalismo.

Da quattro anni, per pura coincidenza da quando è al governo l'estrema-destra molto trumpiana e neo-fascista e poco liberale, costoro non fanno nemmeno più lo sforzo di nascondere le loro vere intenzioni e di dissimulare ciò che pensano e che intendono fare di quel poco di democrazia che resta nel nostro macilento paese. Lo dichiarano apertamente sui giornali, in radio, in televisione; lo mettono per iscritto, a scanso di equivoci e di interpretazioni fuorvianti: “Non veniteci poi a dire che non lo sapevate o non ve lo avevamo detto! Avete anche votato Sì al referendum, di che cazzo vi lamentate adesso?!”.

La riforma della Costituzione è il primo passo. Il secondo sarà la nuova legge elettorale, che metterà una pietra tombale grossa come un macigno su qualsiasi velleità democratica residua.

Buona parte dei cittadini per bene non va più a votare. Ne ha le palle piene di tutto, pensa solo a salvare i propri figli trovandogli un qualche futuro fuori da questo narco-stato marcio fin nel midollo, controllato dalla criminalità organizzata. La rassegnazione è il sentimento più diffuso.

Vincerà il Sì. Vinceranno i mafiosi e i criminali, i politici amministratori corrotti a libro paga dell'ndrangheta, i faccendieri corruttori e tutti quegli strati della società che prosperano nell'illegalità.

Tutta questa gente succhia sangue e linfa vitale allo Stato e agli altri cittadini; i cittadini onesti, gli unici veri cittadini. Tutta questa gente ci sta facendo affogare; tanto più annaspiamo per tirare fuori la testa e prendere avidamente una boccata d'aria tanto più con forza ci spingono di nuovo sotto, fino a quando finalmente smetteremo di scalciare e di dimenarci.

Il nostro dovere morale e civile sarebbe quello di ribellarci. La spiegazione del perché non lo facciamo è che siamo anestetizzati e sedati. E nei pochi istanti in cui torniamo coscienti, il nostro unico e solo pensiero è quello di prenotare due settimane di ferie ad agosto.

Oggi sono in vena di citazioni colte cinematografiche: “Fat, Drunk And Stupid Is No Way To Go Through Life, Son” – Animal House, 1978

Now playing: “Hey Hey, My My (Into the Black)” Rust Never Sleeps – Neil Young – 1979

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Blogger e podcaster oggi

Fare il blogger oggi significa scrivere dentro un flusso continuo di parole, immagini e notifiche. La rete è diventata un luogo affollato, dove ogni minuto nascono nuovi contenuti e nuove voci cercano spazio. In questo scenario, la vera sfida non è soltanto pubblicare qualcosa, ma riuscire a dire qualcosa che abbia davvero valore. Scrivere online richiede attenzione, responsabilità e soprattutto una chiara intenzione. Il blogger contemporaneo non è semplicemente qualcuno che riempie pagine digitali. È una persona che osserva il mondo, riflette e prova a trasformare idee, esperienze e domande in parole comprensibili. In mezzo al rumore della comunicazione digitale, il compito diventa trovare un tono autentico. Non si tratta di inseguire mode o algoritmi, ma di costruire un rapporto sincero con chi legge. Lo stesso vale per chi sceglie la strada del podcast. Registrare un episodio non significa soltanto parlare davanti a un microfono. Significa immaginare una persona dall'altra parte delle cuffie, qualcuno che ha deciso di dedicare tempo e attenzione a quella voce. È una forma di comunicazione più intima, quasi confidenziale. La voce arriva direttamente nell'ascolto di chi è dall'altra parte, spesso mentre cammina, guida o si prende una pausa. Per questo il podcast richiede cura e consapevolezza. Non è soltanto intrattenimento o informazione: è anche presenza. Ogni parola, ogni pausa, ogni tono contribuisce a creare un clima di fiducia. Chi ascolta percepisce immediatamente se dietro quella voce c'è sincerità oppure solo un contenuto costruito in fretta. Molti creator lavorano con mezzi semplici. Un computer, un microfono, qualche software e una stanza trasformata in piccolo studio domestico. Non servono grandi strutture per iniziare. Quello che conta davvero è l'idea di fondo: il desiderio di raccontare qualcosa che meriti di essere condiviso. Il cosiddetto approccio “fai da te” è spesso il punto di partenza di tanti progetti autentici. Non c'è una redazione, non c'è un grande team di produzione. C'è una persona che scrive, registra, monta e pubblica. Questo processo richiede tempo, pazienza e anche una certa dose di disciplina. Ma allo stesso tempo permette una libertà creativa che raramente si trova altrove. Il blogger e il podcaster indipendente costruiscono lentamente il proprio spazio. Non si tratta necessariamente di numeri o di visibilità immediata. A volte l'obiettivo è più semplice e più profondo: creare un luogo dove le idee possano essere espresse con chiarezza. Internet offre strumenti potenti, ma porta con sé anche una grande dispersione dell'attenzione. Gli algoritmi favoriscono spesso ciò che è veloce, breve e immediatamente consumabile. Chi invece sceglie di costruire contenuti più riflessivi deve accettare un percorso più lento. Questo non significa essere fuori dal tempo. Al contrario, significa cercare una forma diversa di presenza online. Una presenza basata sulla qualità delle parole, sulla coerenza dei temi e sulla continuità del lavoro. Scrivere un articolo o registrare un podcast diventa allora un atto di cura. Ogni contenuto nasce da una domanda: vale davvero la pena dirlo? Se la risposta è sì, allora quel contenuto può trovare il suo posto nel grande spazio digitale. Chi crea contenuti con questa mentalità non sta semplicemente riempiendo il web ma sta cercando di dare forma a un pensiero. Sta provando a trasformare l'informazione in comprensione, e la comunicazione in dialogo. Nel tempo si costruisce anche una piccola comunità di lettori e ascoltatori. Persone che tornano perché riconoscono uno stile, un approccio, una certa onestà nel modo di raccontare le cose. Non è necessario parlare a milioni di persone per avere un impatto. A volte bastano pochi ascoltatori attenti per dare senso a tutto il lavoro. Il valore del blogging e del podcasting sta proprio qui. Non nella quantità di contenuti pubblicati, ma nella qualità dell'intenzione che li guida. Ogni articolo e ogni episodio diventano piccoli tasselli di un percorso più grande. In fondo, creare contenuti oggi significa questo: cercare un suono autentico nel rumore della rete. Continuare a scrivere e a parlare con la convinzione che le idee abbiano ancora un peso. E che, da qualche parte, qualcuno abbia ancora voglia di ascoltarle.

 
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from La biblioteca di Amarganta

Avviso sul ritardo!

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera &, creatore Antonio Basioli

Buona notizia! Non interromperò il blog! Quindi tranquilli. Continuerò nella mia opera di divulgazione.

Brutta notizia, purtroppo non lo farò nel breve termine a causa di impegni di lavoro, che mi tengono impegnato tutto il giorno. Tuttavia, miei “quindici lettori” vi informo che ho già impostato i temi di altri articoli, fra cui anche quelli pertinenti alle lettere E e F, dove consoceremo più approfonditamente diversi personaggi.

Vi ringrazio per il vostro supporto!

Rimanete in attesa!

 
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from Bymarty

📒Dal mio diario...

✍️Oggi è 25/03/2020... Siamo al ventesimo giorno di Isolamento e chiusura scuola! C'è ansia, tensione, compiti, tempo brutto, mio marito che va a lavorare e ogni giorno è un' incognita, io no! Allora oggi mio figlio mi ha detto una cosa bellissima! Mi sono innervosita, l'ho rimproverato, non riesco a non farlo, perché sono piena di rabbia e paura.. così ha iniziato a piangere, mi ha chiesto di abbracciarlo, ed io l'ho fatto, come cerco di farlo ogni giorno, ogni momento e mentre lui piangeva e pure io , mi ha detto! Mamma sono felice e mi sento al sicuro fra le tue braccia! Mi sono sciolta davvero! Non me lo aspettavo, non immaginavo, ma so che è di una sensibilità incredibile, è dolce , tenero, umile, è tutta la mia vita! La parte migliore di me! Poi ha continuato dicendo, che le sue erano lacrime di gioia, è stato un momento bello, intenso, quasi innaturale, ma eravamo solo noi due, è la cosa più importante per me è vederlo crescere, cambiare, a volte mi fa arrabbiare, ma credo sia normale, anch'io sbaglio sempre, ultimamente sono stanca, stressata per questa situazione, per fortuna che ci sono i cellulari, il PC, Skype, così possiamo vederci con le mie nipotine! E poi la scuola, i compiti, le video lezioni, ottima cosa perché i bambini hanno bisogno di questo contatto con le maestre e i compagni. Con la prof. di italiano sta andando bene, da domani iniziano Inglese, chissà speriamo bene..che altro! Tra due settimane sono le Palme, credo, ormai ho perso la cognizione del tempo, feste, ecc. Ormai son state cancellate feste, ricorrenze e se sopravviveremo , superando questa pandemia, passeremo alla storia e riusciremo a ricominciare tutto da capo! Saremo diversi, più maturi, freddi, egoisti, più attaccati alla vita o più timorosi? Chissà! Ieri è morto il mio prof di fisica, Lippolis, che tristezza, si muore anche in solitudine...E mentre mio figlio dorme ed io lo guardo, prego e spero che davvero ci sia qualcuno a darci ogni giorno la forza e il coraggio per andare avanti!✨

 
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from Faccia Da Cubo

Il cubo di Rubik è un gioco di logica e matematica, perciò ha un linguaggio tutto suo da imparare. Gli algoritmi, che sono delle istruzioni testuali, la cui grammatica si chiama “notazione”. Anche gli scacchi hanno una notazione conosciuta a livello internazionale come “notazione algebrica”, che traduce il gioco da visuale a scritto. Ad esempio, “1. e4 e5, 2. Nf3 Nc6” indica il posizionamento del pedone bianco e nero, e del cavallo bianco e nero, a inizio partita, ecco perché si può giocare via internet o per corrispondenza. Io gioco a scacchi ma siccome qui parlo del cubo, la notazione algebrica è solo un esempio per mostrare il concetto di “disegno tradotto in scritto”. Anche nel cubo, la notazione usa posizione e orientamento della faccia su cui il movimento si sta concentrando. F frontale, R destra, L sinistra, U superiore, D inferiore, B posteriore. Un algoritmo quindi è un insieme di mosse, con le direzioni indicate. Le facce del cubo hanno solo tre rotazioni: 90 gradi in senso orario, 90 gradi in senso antiorario, 180 gradi. Prendiamo in esempio il movimento della faccia frontale.

  • F: questa dicitura indica un giro di 90 gradi in senso orario.
  • F': 90 gradi in senso antiorario. Si pronuncia “primo”, e usa l'apostrofo dopo la lettera. Anche se per la lettura coi sintetizzatori vocali per ciechi mettiamo il segno ° se no l'apostrofo non viene pronunciato.
  • F2: rotazione di 180 gradi.

Un esempio di algoritmo? In gergo si chiama “sexy move”, se ne parlerà più avanti...

R U R' U' Indica quattro movimenti: destra e superiore in senso orario, poi destra e superiore in senso antiorario.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

I vecchi linguaggi: il Cobol

Il linguaggio COBOL: storia, evoluzione e persistenza di un pilastro dell’informatica gestionale. Nella storia dell’informatica pochi linguaggi hanno avuto un impatto tanto duraturo quanto COBOL, acronimo di Common Business-Oriented Language. Nato in un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze e la programmazione era ancora una disciplina in formazione, COBOL fu progettato con un obiettivo molto chiaro: rendere l’informatica uno strumento affidabile per la gestione delle attività economiche e amministrative. Più di sessant’anni dopo la sua nascita, continua a rappresentare l’infrastruttura invisibile su cui poggiano sistemi bancari, assicurativi e governativi di tutto il mondo. Comprendere COBOL significa quindi comprendere una parte fondamentale dell’evoluzione dei sistemi informativi moderni. La genesi di COBOL risale alla fine degli anni Cinquanta, in un periodo in cui l’informatica stava passando da una dimensione puramente scientifica e militare a una più ampia applicazione nel mondo delle imprese. I linguaggi esistenti, come FORTRAN o Assembly, erano potenti ma poco adatti alla gestione di grandi quantità di dati amministrativi. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti promosse quindi nel 1959 la creazione di un linguaggio standard orientato alle applicazioni commerciali. Il progetto venne sviluppato da un consorzio di aziende e istituzioni riunite nel comitato CODASYL, Conference on Data Systems Languages. Tra le figure che influenzarono profondamente il progetto vi fu la pioniera dell’informatica Grace Hopper, già nota per il suo lavoro sui compilatori e sulla possibilità di avvicinare il linguaggio umano alla programmazione. L’idea alla base di COBOL era radicale per l’epoca: creare un linguaggio che assomigliasse all’inglese scritto, in modo che il codice potesse essere compreso anche da analisti e dirigenti aziendali. Questa filosofia portò alla nascita di una sintassi molto descrittiva, basata su frasi leggibili e strutture verbali chiare. Le istruzioni non erano stringhe di simboli criptici ma vere e proprie proposizioni, come ADD AMOUNT TO TOTAL oppure IF BALANCE IS GREATER THAN LIMIT. L’obiettivo era ridurre la distanza tra il linguaggio della gestione aziendale e quello della macchina. I primi standard di COBOL vennero pubblicati nel 1960 e trovarono rapidamente applicazione nei sistemi informativi delle grandi organizzazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, con l’espansione dei computer mainframe prodotti da aziende come IBM, COBOL divenne il linguaggio dominante per le applicazioni amministrative. Le imprese lo utilizzavano per elaborare paghe, gestire contabilità, registrare transazioni e amministrare archivi di clienti e fornitori. In un’epoca in cui le operazioni venivano eseguite tramite elaborazioni batch, spesso durante la notte, COBOL si dimostrò particolarmente efficiente nella gestione di grandi file sequenziali di dati. La struttura del linguaggio rifletteva questa vocazione organizzativa. Un programma COBOL era diviso in sezioni ben definite chiamate divisioni. L’Identification Division conteneva le informazioni sul programma e sul suo autore, l’Environment Division descriveva l’ambiente hardware e i dispositivi di input e output, la Data Division definiva tutte le strutture dati utilizzate dall’applicazione e la Procedure Division racchiudeva la logica operativa. Questa suddivisione non era soltanto una scelta tecnica ma anche metodologica: imponeva una disciplina progettuale che facilitava la manutenzione e la collaborazione tra programmatori. Un’altra caratteristica storica di COBOL era il formato a colonne del codice sorgente, derivato direttamente dall’uso delle schede perforate. Le prime sei colonne erano dedicate ai numeri di sequenza delle schede, la settima indicava commenti o istruzioni particolari e le colonne successive contenevano il codice vero e proprio. Questo formato, oggi apparentemente anacronistico, rappresentava all’epoca una soluzione pratica per gestire fisicamente i programmi composti da centinaia o migliaia di schede. Durante gli anni Settanta COBOL si consolidò come linguaggio standard dell’informatica gestionale. Gli istituti bancari, le compagnie assicurative e le grandi amministrazioni pubbliche costruirono i propri sistemi informativi basandosi su programmi COBOL eseguiti su mainframe. La ragione di questo successo era duplice: da un lato il linguaggio offriva una straordinaria stabilità, dall’altro permetteva di modellare con precisione le strutture dei dati amministrativi. Le sue definizioni di record e campi erano particolarmente adatte alla rappresentazione di archivi contabili e anagrafici. Con l’avvento dei personal computer e dei linguaggi di programmazione più moderni negli anni Ottanta e Novanta, molti osservatori predissero la scomparsa di COBOL. In realtà accadde il contrario. Le infrastrutture informatiche costruite nei decenni precedenti erano diventate talmente centrali per il funzionamento delle organizzazioni da rendere impraticabile una sostituzione completa. Migliaia di applicazioni continuavano a gestire operazioni quotidiane fondamentali: trasferimenti bancari, calcolo degli interessi, emissione di polizze assicurative, gestione fiscale e previdenziale. Un momento emblematico della persistenza di COBOL fu la crisi informatica legata al passaggio all’anno 2000. Molti programmi scritti decenni prima utilizzavano campi di data a due cifre per rappresentare l’anno, e il rischio di errori nel passaggio dal 1999 al 2000 costrinse aziende e governi a un enorme sforzo di revisione del codice. In quel periodo il linguaggio tornò al centro dell’attenzione mondiale e migliaia di programmatori COBOL vennero richiamati o formati per aggiornare sistemi critici. L’episodio dimostrò quanto profondamente questo linguaggio fosse radicato nell’infrastruttura informatica globale. Ancora oggi una parte significativa delle transazioni finanziarie internazionali viene elaborata da sistemi scritti in COBOL. I mainframe continuano a eseguire applicazioni sviluppate decenni fa, spesso integrate con tecnologie più recenti attraverso interfacce e servizi. In molte banche il sistema centrale che gestisce conti correnti, movimenti e registrazioni contabili è ancora basato su programmi COBOL estremamente affidabili. Questi sistemi sono stati migliorati e aggiornati nel tempo, ma la logica fondamentale rimane quella originaria. L’evoluzione del linguaggio non si è comunque fermata. Gli standard più recenti hanno introdotto funzionalità orientate agli oggetti, supporto per ambienti distribuiti e integrazione con linguaggi moderni. Compilatori contemporanei permettono di eseguire codice COBOL su piattaforme diverse dai tradizionali mainframe, inclusi server Linux e infrastrutture cloud. Questa capacità di adattamento ha contribuito a prolungarne la vita operativa, consentendo alle organizzazioni di mantenere il patrimonio software esistente senza rinunciare all’innovazione tecnologica. Dal punto di vista storico, COBOL rappresenta un caso unico nell’evoluzione dei linguaggi di programmazione. Non è stato progettato per la sperimentazione accademica né per l’ottimizzazione algoritmica, ma per la gestione concreta delle attività economiche. Il suo successo dimostra che, nel mondo dell’informatica, la longevità di una tecnologia dipende spesso più dall’affidabilità e dalla stabilità che dalla modernità della sua sintassi. Per milioni di utenti che ogni giorno effettuano pagamenti, ricevono stipendi o utilizzano servizi bancari digitali, COBOL rimane una presenza invisibile ma fondamentale. È il linguaggio che ha contribuito a costruire l’infrastruttura amministrativa dell’era digitale e che continua, silenziosamente, a sostenerla.

 
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from Radio Libera

Fatti. Sempre solo fatti

“Conta quello che si fa, non quello che si dice.” Cesare Pavese, con questa frase, ci ha lasciato un testamento morale che risuona oggi più che mai.. Viviamo in un’epoca in cui le parole scorrono veloci, si moltiplicano nei social, rimbalzano nei talk show e riempiono i discorsi quotidiani. Ognuno sembra avere la propria opinione pronta da lanciare nell’etere, ma pochi hanno la forza di sostenere ciò che dicono con i fatti. Il rischio è che ci si abitui a una sorta di bulimia verbale: un mare di frasi che affogano l’essenza del vivere. Invece, ciò che davvero resta, ciò che lascia il segno, non è mai una dichiarazione brillante, ma un gesto concreto. Le promesse senza azioni diventano gusci vuoti, come coriandoli lanciati al vento: colorati, forse belli per un istante, ma destinati a dissolversi senza lasciare traccia. Pensiamo a quante volte abbiamo sentito dire “domani inizio”, “un giorno cambierò”, “da lunedì comincio una nuova vita”. Frasi rassicuranti, che danno l’illusione del movimento. Eppure, se restano solo sospese nell’aria, non hanno alcun peso. È il passo che conta, non il pensiero del passo. È la scelta, anche piccola, anche imperfetta, a cambiare il corso delle cose. La verità è che l’azione è sempre più scomoda della parola. Agire significa esporsi, rischiare, faticare, fallire. Parlare, invece, costa poco: basta aprire la bocca, digitare due righe, lanciare un proclama. Ma quando si compie un gesto, per quanto minimo, si imprime nella realtà un cambiamento che nessun discorso potrà mai eguagliare. Nella vita quotidiana, questo principio è lampante. Un amico che ti promette aiuto ma non si fa mai vedere non è un amico: lo è, invece, chi non parla tanto ma compare quando serve. Un leader non si riconosce dai discorsi pieni di retorica, ma dalle scelte difficili che ha il coraggio di prendere. Un amore non è fatto di mille dichiarazioni, ma della presenza costante, delle attenzioni pratiche, della disponibilità a esserci. Eppure, continuiamo a dare più importanza a chi sa parlare bene piuttosto che a chi agisce e questa è la differenza. Forse perché le parole ci incantano, ci fanno sognare e ci danno la sensazione che qualcosa stia cambiando. Ma se dietro non ci sono mani che costruiscono, gambe che camminano, cuore che resiste, resta solo un castello di sabbia pronto a crollare alla prima onda. Oggi, più che mai, serve ribaltare la prospettiva. Non importa quanti proclami facciamo, quante frasi motivazionali condividiamo, quante volte diciamo “ci credo”. Importa quello che riusciamo a mettere in campo. Importa se, invece di annunciare progetti, cominciamo a realizzarli. Importa se smettiamo di promettere e iniziamo a mantenere. Il mondo non ha bisogno di altri discorsi, ha bisogno di esempi. Non ha bisogno di chi parla di coraggio, ma di chi lo pratica. Non ha bisogno di chi invoca il cambiamento, ma di chi lo incarna. Non ha bisogno di teorie infinite, ma di piccoli atti quotidiani che, sommati, trasformano davvero la realtà. Agire non significa essere perfetti, anzi, spesso significa sbagliare, cadere, ricominciare. Ma anche l’errore è un fatto, e vale più di cento parole mai messe in discussione. Perché un errore ti insegna, una promessa non mantenuta ti illude. La coerenza, in fondo, è questa: trasformare il pensiero in azione. Non sempre riusciremo a fare tutto quello che diciamo, ma dobbiamo almeno provarci. E nel provarci, nel metterci in gioco, troviamo il vero valore della nostra esistenza. Se vogliamo cambiare il mondo, iniziamo dal nostro piccolo mondo. Se vogliamo dare l’esempio, facciamolo con un gesto, non con una frase. Perché le parole possono ispirare, ma i fatti costruiscono. E ciò che resta, ciò che segna, ciò che verrà ricordato, non sarà mai quello che abbiamo detto, ma quello che abbiamo fatto. In definitiva, Pavese aveva ragione: contano i fatti, non le parole. Le parole possono accompagnare, certo, ma solo come eco di azioni autentiche. Non smettiamo di parlare, ma impariamo a fare. È lì, nei fatti, che si misura la nostra verità.

 
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from Alviro

Non è la pace dei diplomatici, quella che si firma sui tavoli verdi dopo notti insonni di trattative, quando le parole sono ormai logore come monete spese troppo a lungo. Non è neppure il sogno dei profeti, quella riconciliazione cosmica in cui le nature stesse si trasfigurano e il lupo si corica accanto all'agnello in una sorta di dolcezza innaturale e forse, in fondo, un po' stucchevole.

No, la pace che possiamo sperare di comprendere è cosa più umile e più vera. Assomiglia piuttosto a ciò che proviamo quando, placata finalmente la tempesta delle passioni, smaltita l'ebbrezza dell'eccitazione che ci teneva tesi come archi, scopriamo nel nostro stesso cuore un vuoto stanco, una distesa silenziosa dove le parole faticano a nascere e quelle che nascono parlano solo di un immenso sollievo, di una fatica che è insieme svuotamento e pienezza. È la pace che segue non alla vittoria, ma alla fine della tensione.

Questa pace, se deve venire, non la si può costruire con artifici, né imporre con decreti. Essa richiede un abbandono, una fiducia nel terreno stesso dell'esistenza. E così la immagino: come spuntano i fiori selvatici in un campo che non li ha seminati. All'improvviso, senza preavviso, senza che alcuna volontà li abbia voluti, ma nel momento stesso in cui il campo – la terra arida, il solco stanco – ne ha più bisogno. È una pace che nasce dalla necessità profonda delle cose, non dai calcoli degli uomini. Una pace selvatica, appunto: non addomesticata dai nostri progetti, non ridotta a schema, ma viva, imprevedibile e inevitabile come la primavera.

 
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from Il Mondo Positivo

Genere: fiction drama Ambientazione: Bugdom, USA. Evelyn Sloan e Reginald Moore, americani, fidanzati. hanno dei sogni, che Trump infrange a colpi di decreti...

Nessuno spazio

Si sentiva proiettata nel futuro, #Evelyn Sloan. Quella laurea ottenuta lavorando sodo, le faceva credere che quel posto di ricercatrice le appartenesse già. Lì vicino a casa, il più importante centro di ricerca degli Stati Uniti era pronto ad accoglierla. “Teniamo il mondo nelle mani”, diceva al suo fidanzato. Lui, Reginald Moore, aveva appena dato l'ultimo esame in un master in criminologia a cui teneva più della sua vita e anche lui si sentiva certo dell'esito. Ma quando #Reg aprì il portatile e consultò la posta elettronica, sbatté forte il pugno sul tavolo: “Cazzo! Cazzo! Maledetti!” La graduatoria si mostrò impietosa: primo posto Adriano La Scala, italiano, bianco. Reginald Moore, nero, era in ultima posizione. “Vaffanculo, Turnpike”, sbottò Reg, spostando il laptop da un lato; “ti sei venduto al Presidente...” “Io non lo capisco”, sospirò Evelyn; “il tuo supervisore ce l'ha a morte con gli stranieri, poi ha premiato un italiano.” “Un bianco”, la corresse Reg; “evidentemente #Adri è più degno di me, non c'è altra spiegazione. Lecca di più i piedi ai capi.” “Nemici e amici”, Evelyn gli lanciò un sorriso. “Ti conosco, non far finta di odiarlo che in fondo in fondo tu e Adri vi volete un sacco di bene.” “Qualche birra insieme, qualche notte, sì, ci siamo visti spesso, ma da qui a...” Reg si nascose il volto tra le mani, non serviva più aggiungere altro. “Fosse per me sarei già scappato all'estero, da quando quel bastardo ha preso il potere un'altra volta. Ma tu... mi tieni bloccato...” Evelyn si accigliò; non aveva mai sentito Reginald parlarle così. “A te dà fastidio che io emerga quando tu fallisci, non è vero? Ti rode che una donna possa...” “Ti mangeranno viva, tra medici e ricercatori è un branco di squali! Tu non hai proprio idea!” Evelyn non era tipo da farsi affrontare in questo modo, e si chiuse in bagno col telefono. Anche lei aspettava notizie dall'istituto di ricerca, e quello che trovò le fece lanciare un urlo liberatorio: “Italia! Bugliano! Arrivo!” “Ti sei messa a tifare una squadra, adesso? Cos'è questo urlo?” “Incarico”, disse lei cercando l'abbraccio di Reginald. “Possiamo mandare al diavolo Trump tutti e due. Ce ne andiamo in Italia. Così tu vedi il tuo amico e lo prendi a pugni una volta per sempre, io mi metto a fare ricerca sul serio. IBUOL, Reg! International Bugliano University Of Life! La migliore!”

 
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from Transit

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Dopo il voto di oggi al Senato, il decreto legge «antisemitismo» entra nella sua seconda fase: il testo passa ora alla Camera, dove la maggioranza punta a confermarne l’impianto senza modifiche sostanziali, blindando in via definitiva la nuova cornice giuridica su antisemitismo e critica a Israele.

All’inizio di questo post voglio essere chiaro su un punto essenziale: criticare lo Stato di Israele per la sua condotta a #Gaza e in #Cisgiordania non significa, in alcun modo, essere antisemiti. L’antisemitismo è un odio antico e pericoloso che va combattuto con la massima determinazione, ma proprio per questo non può essere usato come scusa per zittire chi denuncia bombardamenti su civili, occupazione militare, annessione di territori e violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Il decreto «antisemitismo» non è più solo una minaccia: oggi il Senato lo ha approvato, confermando in aula l’impianto liberticida già emerso nei lavori della “Commissione Affari costituzionali” e facendo un passo decisivo verso la trasformazione della critica a Israele in sospetto di odio razziale. Il testo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già al centro di durissime critiche perché, in concreto, tende a far passare come “antisemita” ogni critica radicale al sionismo e alle politiche del governo israeliano, compresa la denuncia di apartheid, annessione della Cisgiordania e pulizia etnica a Gaza.

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Nonostante gli appelli di giuristi, associazioni per i diritti umani e pezzi importanti della società civile, la maggioranza ha tirato dritto, respingendo gli emendamenti delle opposizioni che provavano almeno a limitare i danni di una norma che confonde deliberatamente dissenso politico e razzismo.

Rispetto alla versione iniziale, alcune delle disposizioni più sfacciatamente repressive sono state limate per evitare una bocciatura immediata davanti alla Corte costituzionale, in particolare quelle che prevedevano in modo esplicito il divieto di manifestazioni pubbliche anti ebree e l’inasprimento delle sanzioni contro personale scolastico e universitario critico verso Israele.

Ma il cuore del problema è rimasto intatto: l’adozione piena della definizione #IHRA e l’inquadramento dell’antisemitismo in una logica securitaria che consente di trattare le manifestazioni contro la politica israeliana come minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

“Amnesty International”, tra gli altri, ha avvertito che così si soffocano il dibattito pubblico, l’accademia, la libertà di associazione e di protesta, perché chi denuncia crimini di guerra, apartheid e genocidio rischia di essere equiparato per legge a chi diffonde odio antiebraico.

Considero l’antisemitismo uno dei veleni più persistenti della storia europea, da combattere con decisione nella scuola, nella cultura, nei media, nella vita quotidiana. Proprio per questo trovo gravissimo che la memoria della “Shoah” e la sacrosanta lotta all’antisemitismo vengano piegate a diventare scudo di uno Stato che oggi bombarda, assedia, occupa, annette, e che pretende immunità morale e politica in nome delle proprie vittime passate.

Difendere gli ebrei dall’odio non significa blindare il governo #Netanyahu dalle sue responsabilità, né trasformare in reato di opinione chi usa parole dure (come genocidio, apartheid, pulizia etnica) per descrivere ciò che accade sul terreno in #Palestina.

In uno Stato che voglia dirsi democratico, criticare Israele per la sua condotta deve essere non solo possibile, ma necessario, esattamente come si critica qualsiasi altro governo quando calpesta il diritto internazionale e i diritti umani.

Con il voto di oggi, il governo Meloni mostra ancora una volta il suo vero volto: non quello del presunto baluardo di libertà, ma quello di un potere che piega le leggi alla ragion di Stato filo-israeliana, subordina i diritti costituzionali alla fedeltà a un alleato e considera il dissenso un problema di ordine pubblico da neutralizzare.

Il testo ora proseguirà il suo iter alla Camera, dove la stessa maggioranza che l’ha imposto al Senato punta a blindarlo in tempi rapidi, respingendo le richieste di cambiamento di chi chiede almeno di separare chiaramente antisemitismo e critica legittima a Israele.

Ma qualunque sarà la forma finale, una cosa è già chiara: oggi Palazzo Madama ha votato non solo un disegno di legge, ha votato un messaggio politico preciso (in Italia si può dire “mai più” solo se non disturba gli equilibri geopolitici) e la libertà di parola finisce dove comincia l’interesse del governo a non irritare Tel Aviv e Washington.

#Blog #GovernoMeloni #DLAntisemitismo #Politica #Italia #Opinioni

 
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