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from ...cosa ne pensa Jollanza?

Ed eccomi a riprendere in mano la rubrica che un anno fa avevo inaugurato presentandovi la figura di Joe Carstairs, cosa che ha suscitato in me una certa sorpresa in quanto pochissimi la conoscevano di nome facendomi sentire bene per aver fatto una cosa buona. Perché come dicevo non è giusto che certe figure incredibili non ricevano il giusto riconoscimento, venendo eclissate da altre più comode (politicamente, socialmente, vedete voi) fino a diventare una nota a pié di pagina sui libri di Storia. Se va bene.

Visto che oggi è anche il Giorno della Memoria (si, sono dalla parte dei palestinesi ma non vuol dire che non debba ricordare questo giorno comunque) vi porto un personaggio che mi sono accorto non essere conosciuto e riconosciuto abbastanza.

WITOLD PILECKI Wit

Il nostro Witold nacque nella Repubblica di Carelia nel 1901 lasciando stupìti i medici del tempo. Il nostro eroe, nato da esponenti della nobiltà polacca, era nato con una malformazione che avrebbe reso difficile la mobilità delle gambe: presentava infatti il più imponente paio di coglioni mai visto, ma crescendo non diede loro peso (lol) e camminò comunque bene senza problemi per tutta la vita. Si perché non stiamo parlando di una persona pronta a tirarsi indietro alla prima difficoltà: i problemi li puntava e li prendeva di petto convinto di vincere. Aveva un talento nel trovarsi in mezzo alle situazioni e farle sue.

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Nel 1910 viveva con la madre e i fratelli a Vilnius e si appassionò allo scoutismo (Związek Harcerstwa Polskiego o “ZHP”), all'epoca associazione illegale in quanto paramilitare. Proprio non capiva perché dovesse essere bandita una cosa che gli piaceva tanto, al punto da fondare una sezione tutta sua poco tempo dopo PERCHÉ SI. Finita la Grande Guerra, che non lo vide partecipe perché la mamma lo tenne lontano dai conflitti ben sapendo con chi aveva a che fare, entrò come ufficiale nel 1918 nella Cavalleria Polacca e subito venne chiamato in battaglia: i russi, freschi di Rivoluzione, puntavano su Vilnius e allora andò a fare una improvvisata ai suoi vecchi amici del ZHP. Ne tirò fuori una formazione armata di tutto punto (rubando le armi a una colonna di crucchi che stava tornando a casa) e combatté i russi, perdendo. Ma lo diceva sempre lui, “mai perdersi d'animo”, e fondò una formazione di partigiani specializzata nella guerriglia dietro le linee nemiche, sabotaggio e quanto altro. Appena saputo che dalle parti di Białystok si stava riformando un esercito polacco regolare ci portò i suoi compagni in armi e combatté sotto il comando del Colonnello Dąbrowski (non il bonapartista naturalmente) fino alla fine del conflitto.

Fino al 1938 se ne resta tranquillo pur restando un militare di carriera, scoprendo anche la pittura e la poesia. Un uomo di ritrovata pace potremmo dire, che coltiva le sue passioni e

SECONDA GUERRA MONDIALE

Quando la Wehrmacht invade la Polonia il nostro Witold viene richiamato di corsa a comandare la 19ª divisione di cavalleria sotto l'Armata Prusy, poi quasi del tutto spazzata via dai tedeschi invasori. Confluì nella 41ª Armata che stava fuggendo verso la Romania, ma a un certo punto disse “EH NO CAZZO” e tornò all'attacco con quello che restava della sua cavalleria. Lui e i suoi uomini distrussero sette carri armati tedeschi, abbatterono un aereo e ne distrussero altri due a terra. Purtroppo poco dopo bussarono i sovietici dal confine est, il governo polacco andò in esilio in Inghilterra a fumare sigari e l'esercito era completamente sfatto e fuggito all'estero, incorporato in quegli eserciti che volevano o potevano dare rifiugio ai polacchi in quel periodo. Gli dissero “vieni con noi” e lui rispose “NON ESISTE”, rimanendo nel paese e fondando l'Esercito Segreto Polacco (Tajna Armia Polska o “TAP”), una delle prime formazioni clandestine capaci effettivamente di dare qualche calcio nelle balle ai tedeschi occupanti. Fino al 1940 inoltrato tenne un basso profilo come magazziniere per una ditta di cosmetici a Varsavia, mettendosi a litigare con le altre formazioni partigiane e non sul come mandare avanti le cose.

Poi sentì parlare di quello che stava accadendo in un piccolo paesino fuori Cracovia chiamato Oświęcim, ma che sarà conosciuto dal mondo come Auschwitz. Ma voleva vedere di persona, non affidarsi alle dicerie.

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Si fece arrestare dai tedeschi usando il nome falso di Tomasz Serafiński, numero di matricola del campo 4859, formando da subito l'Unione di Organizzazione Militare (Związek Organizacji Wojskowej o “ZOW”) perché a lui piacevano le sigle e soprattutto dare un senso alle cose. La ZOW doveva raccogliere informazioni, procurare tutto il procurabile per tenere vive le persone e tenere su l'umore perché “mai perdersi d'animo”, anche se intorno a lui c'era letteralmente la morte. Riuscirono persino a costruire una radio con pezzi di fortuna per comunicare con il governo in esilio, raccontando cosa accadeva nel campo e mandando rapporti puntuali su eventuali cambiamenti. La stazione radio funzionò per 7 mesi fino a che non venne smantellata dalla ZOW perché la Gestapo (guidata da quello stronzo di Maximilian Grabner) aveva mangiato la foglia e per tutto quel periodo Witold e i suoi chiesero al governo e agli Alleati, sempre senza mai ricevere risposta, armi paracadutabili per montare una rivolta e fare fuori più carcerieri possibile. Capendo che tirava una brutta aria disse “BEH VADO A DIRNE QUATTRO AL GOVERNO” e semplicemente fuggì dal campo (tagliando nel frattempo la linea telefonica, mettendo fuori gioco un paio di SS, rubando documentazione e altre cose facili per tutti). E stiamo sempre parlando di Auschwitz, non di un villaggio turistico al mare. Arrivato al comando della resistenza locale e rimessosi in sesto si mise a scrivere quello che divenne noto come “Rapporto Pilecki”. L'intento di Witold, scrivendolo, era quello di convincere chi di dovere a liberare i prigionieri del campo ma il governo polacco e gli inglesi non credettero veritiero il rapporto, secondo loro non era verosimile che i nazisti facessero tutte quelle cose, aggiungendo che anche se l'attacco iniziale avesse avuto successo non avrebbero potuto salvare nessuno. Il rapporto raggiunse anche l'Armata Rossa sovietica che non mostrò alcun interesse in uno sforzo congiunto con l'esercito clandestino e lo ZOW per liberarlo.

Allo scoppio della rivolta di Varsavia il 1° Agosto 1944 Witold si rese immediatamente disponibile sotto falso nome e come soldato semplice, ma uno dei graduati lo riconobbe e, nemmeno il tempo di dire “KURWA”, si ritrovò addosso l'uniforme da ufficiale al comando della 1ª Compagnia “Warszawianka” addetta a difendere il centro della città. Quando questa cadde portando al termine della rivolta venne catturato dal nemico e posto in un campo di prigionia bavarese MOLTO sorvegliato creato apposta per i più famosi e problematici dell'esercito polacco fino alla fine della guerra, che per lui terminò con la liberazione da parte degli americani il 29 Aprile del '45.

Finita finalmente la guerra qualunque persona si sarebbe detta “bene il mio l'ho fatto” mettendosi in babbucce per il resto dell'esistenza, ma lui no. Lui aveva ancora più di un conto aperto con i russi e proprio non ci stava che il suo Paese, la Polonia, per la quale aveva combatutto tutta la vita fosse ora di loro proprietà.

Montò una nuova organizzazione reclutando ex membri dello ZOW e del TAP, sempre raccogliendo informazioni questa volta in funzione antisovietica, cambiando spesso nome e lavoro per non essere catturato. Un bel giorno i suoi corrispondenti gli dissero che la sua copertura era saltata e di andare in esilio perché ormai aveva finito, o lo avrebbero catturato. Lui naturalmente rispose “STICAZZI” e restò in Polonia fino a che non venne arrestato l'8 maggio 1947 dai sovietici. Pestato e torturato non rivelò mai i nomi dei suoi collaboratori o cosa aveva scoperto sui russi fino a quel momento.

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Il processo farsa che venne organizzato fece clamore sia in Polonia che in Russia, perché per ogni accusa o diceria mossa contro di lui arrivava anche una lettera da parte di un sopravvissuto di Auschwitz o un commilitone da lui salvato. In molti si mossero per aiutarlo ma venne comunque condannato a morte e ucciso nel carcere di Varsavia il 25 maggio 1948 dal “Macellaio di Mokotow” (Piotr Śmietański) con un colpo di pistola alla testa. Non si scoprì mai il reale luogo di sepoltura, se mai ne abbia avuto uno. Il suo Rapporto venne pubblicato solo nel 2000 e la sua storia venne rivelata al mondo intero cosicché da quel momento strade, monumenti, libri e film documentaristici (per ora solo in Polonia) gli sono stati dedicati. Io invece vorrei un bel film hollywoodiano che ne onori le gesta, che scambierei volentieri con quella cagata di Operazione Valchiria con Tom Cruise dove si presenta Stauffenberg come un eroe.

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Vorrei scrivere un appunto ora, molto personale, per chiudere il tutto. È da tempo che vedo l'internet e i suoi abitanti, ma anche gente che conosco personalmente, prendersi metaforicamente “a manate” per avere una più ragione dell'altro su quanto è successo negli ultimi 100 anni e perché.

Improvvisamente il Giorno della Memoria ad esempio, per via di quello che sta ancora succedendo in Palestina, è diventato un tabù tale che non viene più veramente ricordato. Se ne parla come una cosa ormai vecchia e stantìa, strumentalizzata da alzate di scudi o attacchi, partigianesimi o meme e chi più ne ha più ne metta. Se ricordi questo giorno automaticamente sei dalla parte di quel criminale di Netanyahu e solo perché bisogna sempre mettere tutto sotto uno stretto cono di luce con connotazione politica. Del resto non si vedono più i cortei contro la guerra in Palestina (a cui ho partecipato con entusiasmo) e solo perché qualche burocrate magicamente ha detto che c'è la pace adesso... anche se la gente laggiù continua a crepare. E sono convinto, anche qui, che buona parte dei partecipanti a quei cortei (e li vedevo, con la bandiera del partito) fosse mossa solo da ragioni politiche e da automatismi e non da un vero senso di umanità e dignità che dovrebbe muoverci ogni giorno in automatico. Le strade se le sono riprese le automobili. Abbiamo talmente fallito al punto che c'è ancora chi conta in maniera certosina i caduti, pronto a dirci se è valido o no il termine “genocidio” a seconda del numero come in una di quelle trasmissioni in tv che commentano le partite di calcio e i loro giocatori grazie alla moviola. Sud Sudan o altri posti invece sono semplicemente solo altri campionati sportivi che non ci competono.

Il nostro Witold Pilecki era un fervente anticomunista, non faceva volutamente distinzione fra tedeschi e russi e nemmeno gli ebrei gli piacevano. Di destra (oggi diremmo addirittura estrema) e super cattolico ha comunque salvato un sacco di gente perché andava fatto, senza il paraocchi dell'ideologia dietro cui tanti giustificano le azioni di altri personaggi storici e attuali. Lui, come Giorgio Perlasca o il fratello di Göring ed altri comunemente associati alla “parte che ha perso” (e per fortuna) erano tutti molto lontani da quegli eroi senza macchia, vincenti, che ci piace solitamente ricordare per una morale più alta o perché più semplicemente hanno vinto. Questi signori mi sembra abbiano fatto di tutto per riuscire a salvare anche solo una manciata di persone in più mentre il mondo restava a guardare, senza dare ascolto all'ideologia o alla linea di un partito, eppure non diamo loro la considerazione che meriterebbero. Vuoi vedere che a noi piace ricordare determinate cose e persone solo se danno un senso al nostro sistema di credenze e bias di conferma? Possibile.

Resta il fatto che, come dico sempre, solo chi è libero non è complice.

 
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from lucazanini

[vortex]

se ne vanno durante] i lavori della linea vanno] [via offrono] glumelle all'expertize [le gru] i macchinari in [una fabbrica] oppure l'espressione cristallizza l'opera con il variare un'altra usina minimo si] [espandono inverte il clima calchi e copie taglia i fogli al Besozzo

 
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from Magia

✍️Ieri mi sono presentata all'INPS dove mi hanno convocata per la visita relativa all'invalidità che mi è stata riconosciuta un anno fa , avendo io subito una quadrantectomia, avendo fatto la radioterapia e in più le altre terapie ormonali, come da protocollo! La chiamano revisione, magari con l'intento di revocarla in quanto ormai fuori pericolo, guarita e felice e contenta di condurre una vita normale? Non è così, e a costo di sembrare negativa, ripetitiva, fuori luogo, secondo alcuni non nell'ambiente adatto per affrontare certe tematiche delicate e riservate, volevo semplicemente riportare la mia esperienza! Sono una donna, madre, moglie, figlia, zia , sorella cinquantenne che ha dovuto semplicemente fare i conti con un carcinoma maligno, a pochi giorni dal suo compleanno, nell'agosto del 2024.... E dopo più di un anno, ieri le domande che mi sono state poste, l'atteggiamento nei confronti di una malata oncologica, come sono definita e catalogata, mi hanno fatto quasi vergognare, in primis di essere donna, in secondo di essere malata e di percepire un qualcosa, che in teoria ci spetta a noi malati oncologici...che ogni giorno dobbiamo combattere, prendere farmaci, visite e controlli, che per i tempi lunghi delle ASL , spesso dobbiamo fare a pagamento, farci strada, accettare, mascherare, tutto ciò che la malattia ci ha lasciato e con cui dovremo probabilmente convivere a vita! Non parlo della mia cicatrice, ben visibile, ancora dolorante, non parlo dei cambiamenti che ci sono stati in seguito alla radioterapia, e nn parlo neppure di quelli che comportano le varie terapie ormonali, aumento di peso, sbalzi d'umore, problemi alle articolazioni, ecc, potrei andare avanti, ma nn vorrei essere troppo pesante e urtare nuovamente la sensibilità di chi non gradisce magari certi argomenti! Eppure sono reali, non possiamo pensare di parlare condividere, solo di politica Trump, social, ecc, magari nella vita c'è altro, e ci sono altri come me che semplicemente parlano della propria vita, delle esperienze personali, senza voler assolutamente sminuire altre tematiche ecc... Probabilmente è sbagliato l'approccio, il modo di pormi, si scrivere , di esprimere, ma io donna , ogni giorno ricevo sempre più dimostrazioni di mancato rispetto ed empatia proprio da altre donne! La dottoressa ieri mi ha trattata da incapace, da ingenua, ha usato un tono offensivo e di rimprovero per alcuni documenti che secondo lei non avevo presentato, li ho trovati e lei quasi infastidita, voleva che stessi a distanza, che rispondessi alle sue domande, senza aggiungere altro! Non ha voluto visitarmi ha chiesto a me come vedevo la mia cicatrice, ha voluto solo che le facessi vedere che ero in grado di sollevare il braccio destro, come se bastasse quello per dimostrare che sto bene e posso fare tutto, (perché il braccio destro ? Oltre alla quadrantectomia, viene anche prelevato e analizzato un linfonodo sentinella, il che non permette un recupero totale di tutti i movimenti.) di più come prima, e quando mi ha liquidata si è ricordata di domandarmi se lavorassi ed io le ho risposto di no e sono andata via, delusa affranta, triste per essermi sentita malata, fragile, come se oltre al corpo, ormai diverso, cambiato in cui spesso non mi riconosco, noi malati oncologici non meritiamo attenzione, anche per quello che sentiamo, proviamo, per i cambiamenti, le emozioni, i timori e quella paura che si ripresenta ad ogni esame, ogni controllo e che ci fa inevitabilmente sprofondare in quella solitudine, in quella diversità, insicurezza, dove io donna mi sono sentita umiliata, derisa e fortemente colpevolizzata non solo per essere malata, ma combattiva, ma per quella invalidità che ci viene riconosciuta, ma che dobbiamo dimostrare ogni giorno, ogni momento, come se avessimo scelto noi questo male e non viceversa! FB-IMG-1769446219459.jpg

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Arrivederci timidezza! La vittoria sfiorata con “Tall Tall Shadow” al Polaris Prize e ai Juno Awards, i più importanti riconoscimenti canadesi in ambito musicale, deve aver rappresentato una bella scossa per Basia Bulat. Un sussulto che il nuovo “Good Advice” riflette fino in fondo. Ancora una volta la copertina racconta già molto dell’atmosfera di un suo disco: colorata, accurata, persino maliziosa dietro quel primo, inatteso, tocco di eyeliner, Basia sembra aver dato retta all’implicito “buon consiglio” di chi le imputava la sola pecca di un eccesso di prudenza e mostra di essersi disfatta di una riservatezza che tendeva ormai al proverbiale. Si prenda l’abbrivio di “La La Lie”... https://artesuono.blogspot.com/2016/03/basia-bulat-good-advice-2016.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/5QuF7XeWSCeSkPA7092Kif


 
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from norise 3 letture AI

Avevo in mente una poesia

stamattina avevo in mente una poesia stasera non ricordo più nemmeno un verso

ho lasciato il foglio bianco con flebili echi d’un mezzo secolo e ora rammento solo una pioggia di luce di stelle sopra il letto e il caldo abbraccio di lei

sullo schermo della mente un vissuto che sembra ieri

. Che poesia intensa ed evocativa! I versi trasmettono una sensazione di malinconia e fragilità che sembra fondere il flusso del tempo con l'effimero istante creativo. L'immagine di aver pensato a una poesia al mattino, solo per ritrovarsi la sera con il foglio bianco, rappresenta in modo potente quel momento in cui l’ispirazione sfugge come sabbia tra le dita.

Il “foglio bianco” diventa metafora non solo di un’opportunità creativa perduta, ma anche della memoria che si dissolve – un richiamo a quel mezzo secolo di echi, sfumato in un’eco lontana eppure vividamente evocata da quella “pioggia di luce di stelle sopra il letto”. La presenza del “caldo abbraccio di lei” aggiunge una dimensione personale e intima, come se la figura amata fosse il rifugio dove cercare ancora un appiglio, un ricordo che riscalda nonostante le ombre del tempo. Infine, l’immagine dello “schermo della mente” in cui si riflette un vissuto che sembra ieri, richiama quella continua tensione tra il desiderio di trattenere il passato e l’inevitabile scorrere del presente.

 
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from cosechehoscritto

Quando fu ucciso Aldo Moro io avevo otto anni e i videogiochi non esistevano. Sarebbero arrivati bucando il cielo scendendo come insetti verso il mio paesino, implacabili, ma nel 1978 ancora non esistevano i case di Pac-Man, di Centipede, di Moon Cresta. Sembra incredibile pensare un mondo privo dei videogiochi, in cui non era possibile immaginarli, ma così era. Avevo otto anni e i videogiochi ancora non potevano farmi diventare una persona violenta, nel frattempo Aldo Moro era stato scannato, come nella macelleria dove andavo con gli altri ragazzi, e ad ucciderlo erano stati tutti. Era stata la comunità.

Avevo otto anni, ne avrei avuti nove, poi dieci, dodici, avrei conosciuto i videogiochi, avrei visto il mondo vecchio di Moro ammazzato e quello nuovo elettrico, senza nome, con colori e suoni impossibili: la sporcizia della memoria di quegli anni si ammucchiava, stavo creando, dentro di me, una specie di linea temporale spuria in cui sovrapponevo eventi, cose che non comprendevo, immagini che si incagliavano dentro di me, prendevano spazio nella carne e lì restavano e lì sono ancora.

Così, nella mia memoria, come livelli di un programma di grafica, i livelli storici si sono sovrapposti e c'è questa realtà alternativa nella quale quando è stato ammazzato Aldo Moro io avevo tredici anni e stavo giocando a un livello abbastanza avanzato di Centipede.

La cosa che mi affascinava di più di Centipede erano i colori, aveva questi colori così sgargianti con questi accostamenti rivoluzionari, la storia di Centipede era che tu impersonavi una specie di navicella testa-di-serpentello che stava a fondo schermo e tutto lo schermo era pieno di funghi e dall'alto iniziava a scendere un Centipede e tu da sotto sparavi e colpivi il Centipede il quale si spezzava in centipedi più piccoli che continuavano a scendere, e ogni volta che arrivavano a fondo schermo o che toccavano un fungo scendevano sempre più in basso e tu dovevi ammazzarli tutti prima che arrivassero a terra, con la difficoltà dei funghi che ti bloccavano i colpi, e ogni volta che ammazzavi tutti i centipedini, cambiavano i colori dei funghi e ne arrivava giù un altro, e più avanzavi nei livelli, più i colori erano pazzeschi, tipo viola+giallo, più il Centipede era veloce e bastardo, e ogni volta che beccavi un Centipede, il pezzo che beccavi si trasformava in fungo, anche i funghi potevano essere distrutti ma necessitavano di molti colpi, il segreto era di lasciarsi libera la parte bassa in modo da poter permettere alla testa-di-serpentello di muoversi senza essere bloccato e poi se non c'erano funghi si rallentava la discesa del serpente che era costretto ad andare fino a fine schermo prima di poter scendere di una riga verso di te.

[da 'PÈCMÉN, Blonk Editore]

 
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from lucazanini

[esclusioni]

già clienti¹ ²a soffitto caricabile] sui conduttori varie]³ aggiunte lo [escludono o] hanno messo del pubblico au hasard a] vuoto³ generico per] estensione merci da un-secondo la [normativa [nevischio tipo newcastle è] per area distinguono in giallo intermedio non [tessuto douze études

 
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from Bymarty

✍️Pensieri, delusioni, aspettative, e poi portare il peso di cose, persone che nn hanno bisogno invece di questa mia empatia, oggi ho imparato un nuovo termine, ghosting, che significa sparire improvvisamente ed è ciò di cui sto soffrendo io ultimamente! Non voglio dare colpe a nessuno, nn voglio essere pesante come sempre, ma vorrei tornare ad essere me stessa, quella me, che dice ciò che pensa e sente, che non si pone limiti alle emozioni, che reagisce , combatte, soprattutto per sé stessa e per ciò e per coloro nei quali crede! Invece ? Nulla di tutto ciò! Aspettative deluse, pensieri che continuano ad accumularsi ad appesantire la mia mente e il mio cuore? Bè, sicuramente credo stia per implodere, perchè non riesco più ad esplodere, a farlo con chi dovrei, a cercare ciò che ho perso, a ritrovare quella determinazione che in fondo era mia! Prima che mi ammalassi? Non so se posso e devo dare colpe al mio tumore, alle terapie che mi sconvolgono, che mi rendono insopportabile e che fanno si che io allontani tutto e tutti! Ma è possibile, che dipenda tutto da me? In fondo ho sempre sofferto delle stesse mancanze, stessi allontanamenti, incomprensioni, esigenze o forse continuo ancora a soffrire di questo incolmabile bisogno di avere un amico, quella persona cui poter dire tutto, cui affidare anche quella parte di me che non trova conforto, che non riesce a darsi pace, e che inevitabilmente spera, aspetta, che arrivi, che sia presente come sempre!? Io oltre ad essere innamorata della mia luna, averle quasi dato un volto, quasi un ruolo, ho fatto si che diventasse la mia più cara amica, io a lei mi affido, in lei confido e di lei ho scritto tanto..Poi arriva quel momento in cui quella luna diventa reale, diventa una presenza costante, con cui ridere, scherzare, parlare di tutto, confidarsi, con cui realizzare qualcosa, tessere sottili fili, di un rapporto, delicato, particolare, importante , vero eppure quando sembra tutto perfetto, succede qualcosa, sembrano che i fili siano in tensione, pronti a spezzarsi ed io sempre in ansia, sempre in affanno per creare, cercare di coltivare, di rinnovare, di mantenere vivo, un rapporto, emozioni, progetti, cui ho fato tanto, cui mi sono affidata e fidata senza pensarci senza difese, ma sempre con la mia paura, quella sottile sensazione di malessere, di insoddisfazione, di preoccupazione di non essere all'altezza, di non essere pronta, di non essere quella che credevo di essere e quindi poi il tempo passa, e mi ritrovo a scrivere, a condividere a cercare in immagini, in frasi, risposte, motivi, quel qualcosa che mi faccia riconquistare ciò che avevo raggiunto, trovato, guadagnato e che ora mi sembra di aver perso! Tendo la mano, chiedo aiuto, ma non c'è nessuno ad affarerrarla, sono in balia di una tempesta e non c'è quel faro, e così continuo a perdermi, anche in queste mancanze, anche in paure, mai superate o affrontate, che spengono emozioni, speranze. Non è facile per me, è un periodo delicato, so che lo è anche per la luna, non sempre rischiara la notte, a volte sembra sparire ed essere inghiottita dal buio, da nuvole nere e spaventose ed io sono come quella luna, dai due volti, forte, combattiva, luminosa e sorridente e poi c'è quella parte non visibile, che pochi possono vedere, che a pochi è permesso di osservare, a volte faccio finta di mostrare, ma spesso a parlare sono i silenzi, attimi, immagini, sensazioni e piccoli vuoti, che si possono colmare con poco, con un tramonto, un'alba,un sorriso, un abbraccio o semplicemente con un po' di amore e speranza... DSCN4865-1.jpg

 
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from Transit

(199)

(I1)

#Minneapolis è diventata un’altra ferita aperta negli Stati Uniti, non solo per la politica immigratoria, ma per la natura stessa del potere federale e della violenza che questo può esercitare contro i cittadini. Quello che doveva essere un controllo migratorio si è trasformato in un’operazione di punizione di massa, con agenti federali che piombano in città, sparano a cittadini americani disarmati e poi si comportano come se non fosse successo nulla.

Il risultato è una città in rivolta, con serrande abbassate, proteste dure, e una mobilitazione che rischia di bloccare il governo: la piazza e la protesta sono diventate l’unica vera forza sociale che ancora conti. Da #Washington, il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio: bisogna usare la forza, “spingere” l’immigrazione fuori dalle città, far paura, e mostrare che il governo non ha pietà.

L’ #ICE è stata lanciata come una milizia pronta a colpire senza porsi troppi problemi di legalità, con operazioni che somigliano più a retate di guerra che a controlli di polizia. Ma quando quei colpi sono arrivati addosso a due cittadini americani,Renée Good e Alex Pretti, qualcosa si è spezzato.

Il sentimento di ribellione è diventato così forte che è arrivato a minacciare l’intero bilancio federale: nessun voto per finanziare lo stato federale, si è detto, finché quello stesso stato continua a inviare a Minneapolis agenti che sparano a chi vive lì.

(I2)

Proprio su questo fronte si è imposto all’attenzione mediatica il colpo di scena: la promessa di ritirare l’ICE. Non perché ci sia stato un ripensamento morale, né per un’improvvisa riscoperta dei diritti civili, ma per pura convenienza.

L’escalation è stata tale che minaccia di paralizzare il governo e di far pagare un prezzo politico troppo alto. Così, mentre si annuncia che i “muscoli” stanno per lasciare la città, si promette di lasciare una task force per contrastare le frodi ai servizi sociali, come se fosse un problema di frodi e non di violenza di stato. È un modo per arretrare senza sembrare in fuga, per cambiare faccia alla repressione senza rinunciare a esercitarla.

Intanto, la politica interna si trasforma in una sequenza di ritocchi tattici: fondi separati per il #Pentagono e la sanità, proposte per colpire le città che non collaborano con le deportazioni, qualche mea culpa strozzato, molta retorica sulla legge e sull’ordine. La sostanza resta la stessa: la violenza è diventata strumento abituale, uno strumento che non si discute, ma si giustifica. E quando si uccide un cittadino americano, si parla di “errore” o di armi nascoste, si riscrive la storia per trasformare la vittima in minaccia, in modo che si possa continuare a credere di essere nel giusto.

L’ICE, in questo quadro, appare per quello che è: una milizia fascistoide all’interno dello stato, una forza che agisce con impunità, furgoni anonimi, arresti lampo, violenza indiscriminata.

Uccide in città che non hanno chiesto la sua presenza, invade comunità con una logica di guerra, e quando uccide due cittadini americani in un mese, viene difesa e coperta, non perseguita.

Il presidente che la esalta, la chiama “fenomenale”, e non si assume la responsabilità di quei colpi di pistola, mostra che la sua America è un luogo dove la forza precede il diritto, dove la pelle, la lingua e il permesso di soggiorno definiscono chi merita di vivere e chi no.

#Blog #USA #ICE #Minneapolis #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni

 
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from norise 3 letture AI

Cavalli di nuvole

i primi smarrimenti: quando ti sembrava dovesse cascare il mondo- disegnavi angosce o voli pindarici nell’aria da una feritoia ti guardava un pezzo di cielo- tu ragazzino -ricordi- rifugiato in una baracca a smaltire l’ “onta” di una derisione non sapendola costellata di prove la tua stella

intanto cavalli di nuvole a sequenza dicevano la vita leggera

. Il componimento “Cavalli di nuvole” ci trasporta in un viaggio emotivo che ripercorre i primi tremori di smarrimento e la nascita di una consapevolezza interiore, contrastando il peso del passato con la leggerezza degli attimi fugaci.


I primi smarrimenti e il ricordo dell’angoscia giovanile

I versi iniziali rievocano quei momenti in cui, da ragazzino, sembrava che il mondo potesse crollare sotto il peso dei propri tormenti. L’immagine di disegnare, con la fantasia, sia angosce che voli “pindarici” nell’aria, evidenzia la dualità di un’anima che oscilla tra dolore e aspirazione. Il “pezzo di cielo” che osserva da una feritoia diventa metafora di quel desiderio, apparentemente inaccessibile, di una guida o di una luce che potesse dare senso a quelle esperienze di derisione e solitudine. Il ricordo del ragazzino, rifugiato in una baracca, racconta non soltanto di un luogo fisico, ma anche di quella condizione emotiva statica, in cui il sentirsi “in ombra” si mescola al bisogno di ritrovare la propria stella interiore.


Il volo liberatorio dei “cavalli di nuvole”

La seconda parte del testo cambia tonalità, passando da un'intensa introspezione a una celebrazione della leggerezza. I “cavalli di nuvole a sequenza” non sono semplici immagini di effimera bellezza: sono veicoli di una vita che invita a riscoprire la spensieratezza e la capacità di lasciarsi andare. In questo movimento, c'è il suggerimento che, nonostante le evidenti cicatrici del passato, la vita offre anche l’opportunità di un volo alto, libero e rinnovato, quasi a dire che la leggerezza dell’essere è sempre in bilico nell’aria, pronta a sollevarci dai ricordi pesanti.


Un invito a riflettere sul proprio percorso

Questo componimento diventa un specchio per chi ha vissuto quei primi smarrimenti, quei momenti in cui la derisione e l' “onta” sembravano oscurare ogni speranza. Le immagini, dense e vibranti, ci spingono a domandarci come il dolore possa trasformarsi in quella capacità di volare leggeri, quasi come se, attraverso i ricordi dolorosi, si potesse ritrovare una scintilla di resilienza e genuina bellezza.

Quale parte di questa dualità tra l'angoscia giovanile e il liberatorio volo dei “cavalli di nuvole” risuona di più in te? Forse la capacità di trasformare il peso del passato in una spinta verso la leggerezza o il ricordo di un'epoca in cui ogni piccolo frammento di cielo poteva diventare una speranza?


A volte, riflettere su come questi versi catturino quel passaggio delicato tra il dolore e la rinascita ci permette di abbracciare di nuovo quella forza interiore, ricordandoci che ogni prova, anche la più oscura, può essere costellata di insegnamenti e di una bellezza inaspettata.

 
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from L' Alchimista Digitale

La libertà promessa è la gabbia invisibile

Viviamo in un’epoca in cui la parola “libertà” viene pronunciata più spesso che in qualsiasi altro momento storico. È ovunque: nei discorsi politici, nelle pubblicità, nei manifesti istituzionali, persino nei moduli burocratici. Eppure, mai come oggi, l’individuo avverte una sensazione diffusa di costrizione, di sorveglianza, di fragilità permanente. La contraddizione è evidente: più ci viene detto che siamo liberi, più aumentano le condizioni, le eccezioni, i limiti non dichiarati. Non si tratta più di divieti espliciti, ma di conseguenze indirette. Non ti si dice cosa non puoi fare, ma ti si mostra cosa rischi se lo fai. Il controllo moderno non ha bisogno di manganelli o censura plateale. Funziona attraverso incentivi, penalizzazioni silenziose, reputazioni digitali, accessi negati. È un sistema che non reprime apertamente, ma orienta i comportamenti. Chi devia non viene punito in piazza: viene isolato, rallentato, reso invisibile. Il lavoro, ad esempio, non è più solo una fonte di reddito, ma uno strumento di disciplina. Un’opinione fuori posto, una posizione non allineata, una parola sbagliata nel contesto sbagliato possono trasformarsi in instabilità economica. Non serve licenziare in massa: basta rendere precari. La protesta, un tempo diritto fondante delle democrazie, oggi è tollerata solo se sterile, simbolica, innocua. Quando diventa efficace o disturbante, viene ridefinita come problema di ordine pubblico. Non conta più cosa si contesta, ma come e dove lo si fa. Anche il pensiero subisce una mutazione profonda. Non viene vietato, ma classificato. Accettabile, discutibile, pericoloso. Il politicamente corretto, nato come linguaggio di rispetto, diventa in molti casi uno strumento di delimitazione del discorso. Non si censura la parola: si colpisce chi la pronuncia. La tecnologia amplifica tutto questo. Ogni gesto lascia tracce, ogni scelta costruisce un profilo. La sorveglianza non è più imposta: è interiorizzata. Ci si controlla da soli, per paura di sbagliare, di essere fraintesi, di finire fuori dal perimetro della normalità concessa. In questo scenario, la famiglia e le comunità perdono centralità. L’individuo isolato è più gestibile, più ricattabile, più dipendente. La frammentazione sociale non è un effetto collaterale: è una condizione funzionale al sistema. La narrazione dominante rassicura, semplifica, anestetizza. Offre spiegazioni pronte, colpevoli esterni, emergenze permanenti. In cambio chiede fiducia cieca e obbedienza flessibile. Le regole cambiano, ma il dovere di adeguarsi resta costante. Chi prova a guardare il quadro complessivo viene spesso liquidato come pessimista, complottista o nostalgico. Ma la critica non nasce dal rifiuto del progresso, bensì dalla consapevolezza che ogni sistema di potere tende a espandersi se non viene osservato e interrogato. La vera posta in gioco non è la politica, ma la lucidità. La capacità di distinguere tra libertà concessa e libertà reale. Tra sicurezza e controllo. Tra partecipazione e conformismo. Sopravvivere intellettualmente oggi significa sviluppare anticorpi critici. Leggere tra le righe, dubitare delle narrazioni uniche, accettare il disagio del pensiero autonomo. Non per ribellarsi a tutto, ma per non obbedire a occhi chiusi. La libertà autentica non è comoda, non è rumorosa, non viene pubblicizzata. È una pratica quotidiana, spesso solitaria, che richiede attenzione, coraggio e responsabilità. E soprattutto, non viene mai regalata. Va riconosciuta, difesa, esercitata. Anche quando il prezzo è alto. Anche quando nessuno applaude.

 
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from angolo cottura

Ingredienti: 166 g di spaghetti 3 uova Olio, sale, pepe e grana q.b.

Cuocere al dente gli spaghetti in acqua salata. Scolarli bene, metterli in una ciotola capiente, condirli con poco olio e lasciarli raffreddare a temperatura ambiente. Sbattere le uova con sale pepe e grana grattugiato, e unirle agli spaghetti amalgamando bene. Scaldare l'olio in una padella e versarci il composto; far cuocere bene da un lato, girare e far cuocere bene dall'altro. Gli spaghetti devono risultare ben croccanti. Servire dopo aver fatto raffreddare qualche minuto.

#uova

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Un bieco commercio: la tratta di esseri umani per la rimozione di organi

La tratta di esseri umani per la sottrazione di organi è circondata da miti e idee sbagliate. Nei film, spesso viene rappresentata come una persona che si sveglia in una vasca piena di ghiaccio, a cui manca un rene. La realtà di questo crimine è molto più complessa.

La tratta di esseri umani per la rimozione degli organi è una forma di tratta in cui le persone vengono sfruttate per i loro organi. Sebbene le vittime spesso sembrino aver acconsentito all'asportazione dei loro organi, il loro consenso non è valido quando sono coinvolti inganno, frode o abuso di una posizione di vulnerabilità. In tali casi, sono considerate vittime della tratta di esseri umani. I trafficanti, che di solito fanno parte di sofisticate reti criminali, traggono profitto vendendo questi organi a destinatari che non possono o non vogliono aspettare i trapianti legali.

Nel 2007, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stimato che il 5-10% di tutti i trapianti in tutto il mondo utilizzava organi provenienti dal mercato nero. Tuttavia, con una popolazione globale in crescita e in invecchiamento, la globalizzazione di stili di vita e una maggiore mobilità, il numero effettivo potrebbe essere significativamente più alto.

La portata esatta di questa attività criminale rimane sconosciuta. Sono stati condotti pochi studi, poiché la natura clandestina del crimine rende difficile la raccolta e la verifica dei dati. Le vittime possono anche essere riluttanti a farsi avanti, poiché la vendita di organi costituisce un crimine nella maggior parte dei paesi.

La domanda di tratta di esseri umani per la rimozione di organi deriva in gran parte dalla carenza globale di organi disponibili per le procedure di trapianto etico. Sebbene ogni anno in tutto il mondo vengano eseguiti oltre 150.000 trapianti, ciò soddisfa meno del 10% della domanda globale.

La disperazione spinge i pazienti con insufficienza d'organo a ricorrere all'ottenimento di organi con mezzi illegali.

Il commercio di organi, che include la tratta di esseri umani per la rimozione degli organi, è un'attività criminale redditizia, che ammonta a una cifra compresa tra 840 milioni e 1,7 miliardi di dollari all'anno.

Gli organi più comunemente prelevati dalle vittime della tratta sono i reni, seguiti da porzioni di fegato.

I trafficanti operano in genere all'interno di reti globali complesse e sfuggenti, che richiedono un'infrastruttura sofisticata che coinvolge specialisti medici, coordinamento logistico e accesso alle strutture sanitarie. Si mettono in contatto con le loro vittime utilizzando annunci locali, social media o approcci diretti da parte di reclutatori, che possono essere essi stessi ex vittime o persone fidate all'interno della comunità della vittima.

Queste reti criminali sono altamente organizzate e flessibili, spesso funzionano come unità mobili o gruppi specializzati. I principali attori includono broker che coordinano la logistica, reclutano professionisti medici e preparano documenti fraudolenti. Per garantire operazioni fluide, si affidano a una vasta gamma di facilitatori come funzionari sanitari, amministratori ospedalieri, funzionari doganali e reclutatori locali.

Rilevare questo crimine può essere difficile, poiché i trafficanti spesso addestrano le vittime a fingere di essere imparentate con il destinatario per eludere i sospetti durante le valutazioni in ospedali o cliniche.

Le vittime di questa forma di traffico provengono in genere da contesti poveri, privi di istruzione e vulnerabili. I gruppi criminali organizzati prendono di mira in particolare disoccupati, migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Molti sono costretti, ingannati o vedono la vendita di organi come l'ultima risorsa per sfuggire alle loro terribili situazioni.

Sebbene alcune vittime ricevano un compenso economico limitato, molte non ricevono alcun denaro e talvolta nemmeno le cure post-operatorie. La maggior parte delle vittime sono uomini (due terzi dei casi segnalati che coinvolgono donatori di sesso maschile9.

Le conseguenze a lungo termine sulla salute delle vittime possono essere devastanti, e molte di loro sperimentano un forte declino delle condizioni fisiche dopo l'intervento chirurgico, insieme a stigmatizzazione e depressione. Gli impatti psicologici spesso portano a un ulteriore deterioramento del loro tenore di vita, intrappolandoli in un ciclo di povertà e cattive condizioni di salute.

L'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) fornisce assistenza tecnica e legislativa per rafforzare le risposte della giustizia penale alla tratta di esseri umani per la rimozione di organi. Per supportare gli operatori della giustizia penale, l'UNODC ha pubblicato il Toolkit sulle indagini e il perseguimento della tratta di esseri umani per l'espianto di organi (https://www.unodc.org/unodc/en/human-trafficking/glo-act2/tip-for-or-toolkit.html), articolato in più Moduli, tra cui quell sulle Investigazioni e sui Procedimenti Penali.

#trafficodiorgani

 
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from Milano Dopo Mezzanotte

Milano, 11 luglio 1979

Milano, fine anni Settanta. Una città che corre, produce, cresce. Di giorno è capitale economica, di notte diventa una distesa di luci intermittenti, portoni chiusi, silenzi densi come fumo. In quel clima sospeso, tra terrorismo, finanza opaca e un futuro che promette progresso ma consegna inquietudine, accade un fatto destinato a segnare profondamente la coscienza civile italiana. L’11 luglio 1979, in una via tranquilla non lontana dal centro, viene assassinato Giorgio Ambrosoli. Non è un delitto qualunque. È un omicidio che parla la lingua del potere, dei soldi e della solitudine di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Giorgio Ambrosoli era un avvocato milanese, padre di famiglia, borghesia colta e discreta. Uno che prendeva il tram, lavorava fino a tardi, tornava a casa stanco. Nessuna aura epica, nessuna retorica. Quando gli venne affidato il compito di liquidare una grande banca privata, capì subito che non si trattava di un fallimento qualunque. I documenti parlavano di soldi spariti, strutture opache, connessioni internazionali. Un dedalo costruito apposta per non essere capito. Il punto non è solo ciò che scoprì, ma come reagì. Ambrosoli rifiutò pressioni, minacce, promesse. Sapeva di essere isolato. Sapeva di essere osservato. In alcune lettere private ammise di avere paura, ma aggiunse qualcosa di devastante nella sua semplicità: qualcuno deve pur farlo. Ambrosoli dava fastidio perché non era ricattabile. Perché non aveva scheletri nell’armadio. Perché non era disposto a “sistemare” le cose. Quella notte Milano non urla. Milano osserva. I lampioni illuminano l’asfalto con una luce giallastra, i passi rimbombano nei cortili interni, le finestre restano chiuse. La città sembra trattenere il respiro, come se avesse già intuito che non si tratta di una sparatoria qualsiasi, ma di un messaggio. Ambrosoli non è un personaggio mondano, non frequenta salotti né redazioni. È un uomo che lavora in silenzio, con metodo, scavando dentro i bilanci, seguendo tracce che portano lontano: paradisi fiscali, società fantasma, nomi che a Milano si sussurrano ma non si scrivono. L’omicidio avviene sotto casa. Un gesto rapido, professionale, senza scenografia. Nessun inseguimento, nessuna colluttazione. Solo colpi secchi e poi il vuoto. È la firma di chi sa che l’importante non è fuggire, ma colpire. Nei giorni successivi, la notizia rimbalza ovunque. Ma è una risonanza strana: potente, sì, ma trattenuta. Come se una parte della città avesse paura di guardare troppo a fondo. Milano capisce che quel delitto non riguarda solo una persona, ma un sistema intero che preferisce l’ombra alla luce. Il caso tiene banco per molto tempo. Non solo nelle aule giudiziarie, ma nelle conversazioni a mezza voce, negli studi legali, nei bar frequentati da professionisti che abbassano il tono quando pronunciano certi nomi. Negli anni Ottanta, mentre Milano si veste di modernità, di finanza rampante e di pubblicità luminosa, quel delitto resta lì, come una crepa sotto la vernice nuova. Un promemoria scomodo: il prezzo della verità, a volte, è altissimo. Riguardando oggi quella storia, ciò che colpisce non è solo la dinamica dell’omicidio, ma il contesto. Una Milano che di notte diventa complice involontaria, che protegge con il silenzio ciò che di giorno celebra con i titoli economici. Milano è una città che sa, che ricorda, che archivia. E ogni tanto restituisce i suoi fantasmi a chi ha il coraggio di ascoltarli. Quel delitto non è rimasto negli anni Settanta. Cammina ancora oggi sotto i portici, nei corridoi del potere, nei documenti impolverati. È una storia che non chiede spettacolo, ma memoria. E Milano, anche se finge di dormire, non ha mai davvero smesso di pensarci.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Oltre alla pagina, la voce

Gli audiolibri rappresentano una delle rivoluzioni più affascinanti e inaspettate nel vasto panorama culturale contemporaneo. Lontani dall’essere una semplice alternativa al libro cartaceo, gli audiolibri sono diventati un vero e proprio linguaggio, un ponte tra l’antica tradizione orale e le nuove modalità di fruizione dei contenuti. Ma per comprendere appieno la portata di questo fenomeno occorre fare un passo indietro, scavare nella storia, quando ancora la parola scritta non aveva conquistato il mondo e la trasmissione del sapere era affidata esclusivamente alla voce. Le prime società umane si affidavano al racconto orale per tramandare miti, leggende e conoscenze; la voce era lo strumento principe, l’elemento attraverso il quale l’uomo dava forma al proprio passato, alla propria identità, e in qualche modo custodiva il tempo. È solo con l’invenzione della scrittura che la parola ha iniziato a cristallizzarsi sulla carta, trasformandosi in segno, in libro, in opera da leggere e conservare. Tuttavia, la voce non è mai scomparsa del tutto. È rimasta nascosta tra le pieghe del tempo, riaffiorando nei secoli in forme diverse, fino a trovare una nuova casa nei supporti audio del Novecento. Le prime tracce concrete di audiolibri risalgono agli anni Trenta, quando furono prodotti per permettere ai ciechi di accedere alla lettura tramite dischi in vinile. In quel tempo l’idea era ancora limitata ad un pubblico specifico, un servizio per abbattere le barriere, un gesto di inclusione. Con l’arrivo delle cassette audio negli anni Settanta e poi dei CD negli anni Novanta, il concetto di audiolibro cominciò lentamente a cambiare pelle, ad abbandonare la nicchia per aprirsi ad un pubblico più ampio. Tuttavia, è solo con l’avvento di internet, delle piattaforme digitali e soprattutto con la diffusione capillare degli smartphone che l’audiolibro è esploso come fenomeno globale. La possibilità di scaricare o di ascoltare in streaming un romanzo, un saggio o una biografia in qualsiasi momento ha rivoluzionato il modo di approcciarsi alla lettura, rendendola dinamica, flessibile, adattabile ai ritmi frenetici della vita moderna. Oggi l’audiolibro non è più considerato un surrogato del libro cartaceo, ma un’esperienza culturale a sé stante. La voce narrante, spesso affidata ad attori professionisti o addirittura agli stessi autori, conferisce al testo una nuova vita, una profondità emotiva che la lettura silenziosa non sempre riesce a trasmettere. È come se la parola scritta tornasse alla sua origine, alla sua essenza più pura: la voce. E proprio qui nasce la vera forza dell’audiolibro, nella capacità di avvolgere l’ascoltatore, di accompagnarlo lungo i percorsi della quotidianità: durante un viaggio, mentre si cucina, nel silenzio di una passeggiata o anche in quei momenti rubati al tempo in cui leggere con gli occhi sarebbe impossibile. Non si tratta di sostituire il libro cartaceo, che rimane insostituibile per tanti motivi emotivi e culturali, ma di aggiungere una nuova dimensione all’esperienza letteraria. Se il libro tradizionale richiede un tempo esclusivo, l’audiolibro si insinua tra i tempi frammentati della giornata, diventa compagno, diventa flusso, diventa musica narrativa. L’impatto sociale e culturale di questo fenomeno è straordinario. Gli audiolibri stanno avvicinando alla lettura persone che prima la consideravano troppo impegnativa o che semplicemente non riuscivano a trovare lo spazio mentale per immergersi in un romanzo. Non solo, ma l’audiolibro stimola l’immaginazione attraverso una via diversa: ascoltare una storia significa costruire immagini nella mente guidati dal suono della voce, dai silenzi, dalle intonazioni, e questa modalità coinvolge il cervello in maniera sorprendentemente attiva. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ascoltare non è un atto passivo. È un’esperienza sensoriale che riattiva antichi meccanismi cognitivi e che permette di connettersi con il racconto in modo profondo e personale. E poi c’è la magia della voce. Una voce calda, profonda, accogliente, può trasformare un testo semplice in un viaggio memorabile, può rendere viva una pagina spenta, può portare l’ascoltatore a sentire, a percepire, a vivere davvero le parole. Gli audiolibri non sono solo una moda passeggera, sono una nuova strada per incontrare le storie, per riscoprire il piacere di farsi raccontare. In un mondo in cui tutto corre, dove il tempo sembra sempre mancare, l’audiolibro regala la possibilità di recuperare quel tempo, di viverlo in movimento, di abitarlo con la mente e con il cuore. Chi ascolta un audiolibro scopre che c’è un modo diverso per innamorarsi delle storie, e forse, proprio attraverso l’ascolto, possiamo tornare a essere ciò che eravamo: esseri narranti, creature fatte di voce e di memoria.

 
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from norise

Guardare oltre

And death shall have no dominion. Dylan Thomas

guardare lungo: oltre la naturale dissoluzione

un’alba rosata ti pettina i pensieri carezza i progetti del giorno

nulla può la morte se tendi alla bellezza

21.1.24

* Luca Rossi su Fb Una poesia che tende al trascendente. Dal tono delicato per una lettura lenta che porta ad una riflessione profonda. Ho provato come un senso di tranquillità nel leggerla. Sapere che il dopo lo si può già considerare da adesso, nelle giuste proporzioni che ci indica la poesia. Il poeta si fa curatore di anime perché nulla vada perduto se si guarda alla bellezza. Che si tratti della bellezza del cuore (degli affetti quindi) , dell’anima, del corpo o altro, poco importa , perché la vera bellezza li racchiude tutti. Si anche la bellezza del corpo che non deve essere esorcizzata perché si rischierebbe di non vedere una parte del Creato. Tutto convive se viene considerato nel giusto modo. Tutto ci induce a credere. Serino, con il suo scrivere, ce lo comunica e ci chiede di comprenderlo, cioè di prendere-con-noi tutto questo. Un incoraggiamento a vivere adesso per vivere ancora quando tutto sarà passato, in una direzione in cui egli ha già saputo vedere.

 
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