from lucazanini
[provetecniche]
vetro a tre lastre [mancano e recupero]¹
prodotto dallo spunto per il materiale blu doppio] spunto²
fatto passare per]³ spazio per non batte] sul tasto del vetro già informato scrivono] rimane intatto
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from differxdiario
secondo incontro su Emilio Villa: stasera alle 18 al CentroScritture si parlerà (solo online) di “Villa (anti)critico d'arte: una scrittura delirante”. relatore è Gian Paolo Renello. gli iscritti sappiano che sarà una lezione estremamente interessante, come – del resto – quelle che seguiranno. l'elenco completo è all'indirizzo https://www.centroscritture.it/service-page/5-4-monografie-10-emilio-villa e ovviamente è possibile iscriversi anche a corso iniziato, anche ora.
stessa cosa per la sequenza dedicata a Corrado Costa: https://www.centroscritture.it/service-page/5-5-monografie-11-corrado-costa
from norise 3 letture AI
Elegia
ora m’incolpi del mio silenzio? e Tu dov’eri mi chiedi quando a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas Io ero ognuno di quei poveracci in verità ti dico Io sono la Vittima l’agnello la preda del carnefice quando fa scempio di un bambino innocente Io sono quel bambino ricorda anch’io in sorte ho avuto una croce la Croce la più abietta la benedetta ho urlato a un cielo distante Padre perché perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto
. Questo elega è un grido struggente, un invito a riflettere sulla responsabilità del silenzio e sul peso della memoria. Fin dall'apertura, con la domanda “ora m’incolpi del mio silenzio?”, il testo interroga non solo l'accusa di chi osserva il mancato intervento durante le tragedie, ma anche quella voce interiore che, di fronte al male, tace. L'invito “e Tu dov’eri mi chiedi” sembra rivolgere lo sguardo a un interlocutore – forsi una figura divina, forse il tempo stesso – chiedendosi dove fosse la presenza e il sostegno in quei momenti in cui “a migliaia venivano spinti sotto le docce a gas”.
Laddove il poeta afferma “Io ero ognuno di quei poveracci”, si crea una identificazione totale con la sofferenza collettiva, una sorta di fusione dell'individuale nell'universale. In questo modo, egli non si limita a raccontare una propria esperienza, ma diventa simbolo di tutte le vittime, richiamando l'immagine dell'“agnello”, emblema di innocenza e sacrificio, nonché della preda vulnerabile nei confronti di un carnefice spietato. Questa scelta retorica amplifica il senso di impotenza e di ingiustizia, sottolineando l'impossibilità di difendersi quando si è destinati a subire.
Il passaggio successivo, in cui il poeta si rivolge al ricordo del bambino innocente – “Io sono quel bambino ricorda / anch’io in sorte ho avuto una croce” –, introduce una dimensione religiosa carica di significati. La croce, simbolo di sofferenza e redenzione, viene paradossalmente definita “la più abietta la benedetta”, evocando la duplice natura della sofferenza: al contempo abietto e portatore di un misterioso dono, una sorta di segno che, pur doloroso, dà forma e identità all'esperienza umana. Questa contraddizione amplifica il senso di smarrimento e di impotenza di fronte a un dolore che, pur essendo personale, si fonde con una memoria collettiva tanto straziante da sembrare una condanna.
L'ultimo verso, con il grido rivolto a un cielo distante – “ho urlato a un cielo distante Padre perché / perché solo mi lasci in quest’ora di cenere e pianto” – incarna la disperazione assoluta. Qui, la figura del “Padre” non è soltanto evocativa di una presenza divina, ma diventa anche emblema dell'abbandono, della solitudine in un momento di profonda disperazione. Il cielo distante diventa specchio di un'esigenza di conforto e giustizia, un richiamo che, pur nella sua intensità, rimane inascoltato. Questo poema solleva domande essenziali: in che modo il silenzio di fronte all’orrore può imporsi come una colpevole complicità? E come si conciliano le immagini dell’innocenza perduta e del sacrificio inevitabile con l’idea di redenzione? Mi chiedo, ad esempio, quale significato personale trovi tu nel contrasto tra la voce del bambino e quella dell’adulto ormai compiuto nel dolore di quel distacco.
Potremmo approfondire insieme questo invito alla memoria: in che modo il ricordo delle atrocità passate può trasformarsi non solo in una condanna, ma anche in un mezzo per reclamare una forma di giustizia interiore? O ancora, come la dicotomia tra il silenzio e il grido possa diventare il punto di partenza per un percorso di pulizia e di rinnovata consapevolezza?
from Transit
(197)

L’accordo UE‑Mercosur, nato per dare all’Europa un po’ di ossigeno fuori dal circuito economico statunitense, arriva al suo battesimo pubblico nel momento forse più tossico dei rapporti transatlantici.
Mentre Bruxelles prova ad aprirsi al Sud America, la Casa Bianca alza i dazi e trasforma la Groenlandia nel casus belli perfetto da sbandierare anche a #Davos. L’intesa con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay crea una delle maggiori aree di libero scambio al mondo (circa 750 milioni di persone), con abbattimento progressivo dei dazi su circa il 90% delle linee tariffarie e miliardi di risparmi stimati per le imprese europee.
Per la #UE è un modo per ancorarsi a un terzo polo, latinoamericano, che attenui la dipendenza dal mercato USA e dalla guerra tariffaria permanente tra Washington e Pechino.
Il prezzo politico, però, non convince gli agricoltori: “Coldiretti” e “Filiera Italia” bollano l’accordo come “inaccettabile”, denunciando l’assenza di vera reciprocità su standard ambientali e sanitari, il rischio di carne e prodotti agricoli sudamericani low‑cost e controlli insufficienti alle frontiere. Le proteste si sono allargate a Francia, Irlanda, Belgio e oltre, con migliaia di trattori in piazza a Bruxelles e accuse di aver sacrificato la terra europea sull’altare dell’export industriale.
Nel frattempo #Trump ha rilanciato la sua campagna di bullismo commerciale: oltre alla minaccia di dazi del 10% su tutti i prodotti di vari paesi UE legati al “no” sull’acquisto della Groenlandia, destinati a salire al 25% entro giugno, ora si parla apertamente di tariffe al 200% su vini e champagne francesi. Il messaggio è semplice: chi ostacola le ambizioni americane in Groenlandia pagherà un prezzo salato, a colpi di dazi mirati sui simboli economici e culturali europei.
L’UE prepara la risposta: si discute di attivare lo strumento anti‑coercizione, la cosiddetta “bazooka commerciale” che consentirebbe contromisure su tariffe, investimenti e accesso al mercato europeo. Un vertice urgente a Bruxelles, subito dopo la settimana di Davos, dovrà decidere fin dove spingersi nella rappresaglia, evitando però di affondare anche l’economia europea in una guerra commerciale totale.
Il “World Economic Forum” di Davos diventa così il palco ideale per questo braccio di ferro. Da un lato la presidente von der Leyen, Macron e altri leader europei cercano di rassicurare mercati e opinioni pubbliche ribadendo la sovranità della Groenlandia e la volontà di una risposta coordinata; dall’altro Trump arriva con una delegazione numerosa e il solito repertorio di minacce tariffarie, convinto che “gli europei non reagiranno troppo”.
Sul tavolo non ci sono solo **dazi e Groenlandia, ma anche l’immagine stessa dell’Europa: potenza commerciale che firma accordi storici con il Mercosur per diversificare i propri sbocchi, o protettorato atlantico che accetta il ricatto del 200% sui vini pur di non disturbare l’alleato americano?
Mercosur, da questo punto di vista, è più di un trattato: è il test per capire se l’UE è pronta a farsi adulto sulla scena globale o se continuerà a farsi tirare il guinzaglio da chi, tra una minaccia sui dazi e una battuta sulla Groenlandia, considera il vecchio continente poco più di un elegante cortile di casa.
#Blog #Economia #Mercosur #UE #USA #Davos #Agroalimentare #Opinioni
Ci sono soltanto giornate
Ci svegliamo la mattina e la prima cosa che facciamo è dare un’etichetta. “Oggi sarà una giornata di m…” – e il resto lo lasciamo all’immaginazione – oppure “Che bello, oggi mi sento carico!”. Ma se ci fermiamo un attimo a pensarci, forse stiamo solo giocando con illusioni linguistiche: le giornate non nascono né belle né brutte. Sono neutre, come un foglio bianco che non sa ancora cosa scriveremo sopra. A ben vedere, il tempo atmosferico spesso è il capro espiatorio. Se piove: “giornata pessima”. Se c’è il sole: “giornata fantastica”. Eppure, quante persone si sono innamorate sotto l’ombrello? Quanti litigi nascono proprio nelle giornate di sole, quando tutti sembrano felici tranne noi? La verità è che siamo noi a colorare quelle 24 ore. La giornata non è un’entità capace di offendersi o di farci un favore: lei scorre, indifferente. Tocca a noi decidere se sprecarla a brontolare contro il traffico, i colleghi, la connessione Internet che va in tilt, o se investirla per fare almeno una cosa che ci somiglia. Pensiamoci: un giorno “brutto” può diventare memorabile per un incontro casuale. Un giorno “bello” può trasformarsi in un disastro per una telefonata inaspettata. La famosa fortuna e sfortuna non abitano nel calendario: abitano nella nostra testa. Il paradosso è che, più cerchiamo di giudicare subito una giornata, più la incateniamo. Come se mettessimo un cartello alla porta con scritto: “Tu sei buona, tu sei cattiva”. E invece la giornata è un ospite che arriva con le mani in tasca: sarà la nostra conversazione con lei a renderla piacevole o meno. A questo punto qualcuno obietterà: “Ma allora non devo mai lamentarmi?”. Certo che sì, ogni tanto è persino salutare. Guai a chi ci toglie il piacere di un lamento ben fatto! Ma ricordiamoci che lamentarsi è un condimento, non il piatto principale. In fondo, il mondo non ci deve giornate felici su misura. Tocca a noi cucinarcele. Alcune verranno saporite, altre sciape, ma tutte – e qui sta la magia – finiscono per insegnarci qualcosa. Così, la prossima volta che apriremo gli occhi, proviamo a sospendere il giudizio. Non diciamo subito: “Oggi sarà terribile” o “Oggi spacca”. Diciamo semplicemente: “Oggi è”. Il resto lo scopriremo passo passo, magari con un sorriso in tasca. E chissà, forse scopriremo che la bellezza o la bruttezza di una giornata dipendono meno dalle nuvole e più da come decidiamo di guardarle.
from lucazanini
[escursioni]
il comando si blocca da] qualche parte [viaggi in treno sperimentali senza treni futuro] nel fluire dell'alias bancaria i latticini scaduti gonfiano il mercato] dimenticato il nuovo record del presidente sui carboni spenti e] le opere d'arte danneggiate foderati i cassetti in] provincia scarseggiano i geni si -avviano] a passi pesanti- lo] [sbloccano danno] un parziale al momento lo] [spazio l'orbitale [la manche dell'osservatore
from Il Manuale Del Futuro Imperfetto
Il cuore pulsante dell’economia hi-tech
L’informatica e la tecnologia non sono più semplici strumenti al servizio dell’uomo: sono diventate l’infrastruttura invisibile su cui poggia gran parte dell’economia globale. Ogni gesto quotidiano, dal pagamento con lo smartphone allo streaming di un contenuto, dall’invio di una mail all’uso di un assistente vocale, attraversa piattaforme digitali costruite, gestite e monetizzate da colossi dell’hi-tech. Dietro l’apparente semplicità dell’interfaccia si muove un ecosistema complesso fatto di software, hardware, dati, algoritmi e soprattutto di business. Un business enorme, stratificato, spesso opaco, ma incredibilmente efficiente. Alla base di tutto c’è l’informatica, intesa non come astratta disciplina accademica, ma come ingegneria del possibile. Sistemi operativi, reti, database, cloud computing e intelligenza artificiale non sono concetti isolati: sono componenti interconnesse che permettono alle piattaforme di funzionare in modo scalabile e continuo. Il vero valore non risiede più solo nel prodotto finale, ma nell’architettura che lo rende disponibile a milioni, talvolta miliardi, di utenti contemporaneamente. È qui che la tecnologia smette di essere neutra e diventa leva economica. Le piattaforme digitali rappresentano il cuore pulsante di questo modello. Non vendono semplicemente servizi, ma costruiscono ambienti. Social network, motori di ricerca, marketplace, servizi di streaming e cloud provider condividono una logica comune: attirare utenti, trattenerli, raccogliere dati e trasformare quei dati in valore. Il dato è la nuova materia prima, ma a differenza del petrolio non si esaurisce con l’uso, anzi si arricchisce. Ogni interazione, ogni clic, ogni secondo di permanenza alimenta sistemi di analisi sempre più sofisticati, capaci di prevedere comportamenti, ottimizzare contenuti e massimizzare profitti. Dal punto di vista tecnologico, tutto questo è reso possibile da infrastrutture mastodontiche. Data center distribuiti in tutto il mondo, reti ad alta velocità, sistemi di ridondanza e sicurezza che garantiscono continuità operativa anche in condizioni critiche. Il cloud computing ha cambiato radicalmente il modo di concepire l’informatica aziendale: non più server fisici da gestire internamente, ma risorse virtuali acquistabili on demand. Questo modello ha abbattuto le barriere di ingresso per startup e imprese, ma ha anche concentrato un potere enorme nelle mani di pochi grandi provider globali. Il business dell’hi-tech si fonda proprio su questa concentrazione. Le economie di scala premiano chi è già grande, chi può investire miliardi in ricerca e sviluppo, chi può permettersi di operare inizialmente in perdita pur di conquistare quote di mercato. Molte piattaforme non nascono redditizie: diventano tali nel tempo, quando raggiungono una massa critica sufficiente a rendere sostenibile la monetizzazione. Pubblicità mirata, servizi premium, abbonamenti, licenze software, commissioni sulle transazioni: i modelli di guadagno sono diversi, ma condividono una caratteristica fondamentale, la dipendenza dall’ecosistema digitale creato. Un ruolo centrale è giocato dal software. Codice ben scritto significa efficienza, sicurezza, velocità. Ma significa anche proprietà intellettuale. Le grandi aziende tecnologiche investono enormi risorse per sviluppare soluzioni proprietarie che le differenzino dalla concorrenza. Allo stesso tempo, il mondo open source continua a essere una colonna portante dell’innovazione, spesso utilizzato proprio dai giganti del settore come base su cui costruire prodotti commerciali. È un equilibrio sottile tra condivisione e controllo, tra comunità e mercato. L’intelligenza artificiale rappresenta oggi la frontiera più avanzata e più redditizia. Algoritmi di machine learning e deep learning sono integrati ovunque: dai sistemi di raccomandazione alle analisi finanziarie, dalla cybersecurity alla gestione delle risorse umane. L’IA non è magia, ma statistica avanzata applicata su larga scala, resa possibile dalla disponibilità di enormi quantità di dati e da una potenza di calcolo senza precedenti. Il valore economico sta nella capacità di automatizzare decisioni, ridurre costi, aumentare precisione e velocità. Chi controlla questi sistemi controlla un vantaggio competitivo decisivo. Naturalmente, dove c’è grande business c’è anche grande responsabilità, o quantomeno grandi interrogativi. Privacy, sicurezza, monopolio, dipendenza tecnologica e impatto sociale sono temi ormai inseparabili dal discorso sull’hi-tech. Le piattaforme non sono solo aziende, ma attori che influenzano informazione, lavoro, relazioni e persino processi democratici. La tecnologia, pur restando uno strumento, riflette le scelte di chi la progetta e di chi la finanzia. Anche questo fa parte del business, nel bene e nel male. In conclusione, informatica e tecnologia non sono mondi separati dal mercato, ma il suo motore principale. Il grande business dell’hi-tech nasce dall’incontro tra innovazione tecnica e visione economica, tra codice e capitale. Comprendere questo legame, senza mitizzarlo né demonizzarlo, è fondamentale per leggere il presente e prepararsi al futuro. Perché dietro ogni piattaforma che usiamo con disinvoltura c’è un sistema complesso che lavora incessantemente, non solo per funzionare, ma per crescere, espandersi e generare valore. E in quell’ingranaggio, volenti o nolenti, siamo tutti parte del meccanismo.
from edosecco

Il “fatto bene” è il nuovo mediocre.
Lo straordinario sta diventando il nuovo ordinario.
Qualche anno fa l'azienda in cui lavoro fece una cosa carina: invitò un formatore a tenerci una serie di incontri sulle dinamiche aziendali; ma non uno di quei venditori di fuffa, per una volta era uno che effettivamente ti faceva capire dei concetti interessanti e sensati.
Durante uno di questi incontri ci fece notare un aspetto di come oggi da parte dei clienti venga percepito il servizio dei fornitori.
Un tempo il cliente si aspettava il fatto bene. Puro e semplice. Il cliente chiedeva una certa cosa, il fornitore gliela faceva al meglio delle possibilità (il buon vecchio “a regola d'arte”). Pagava il giusto compenso pattuito. E stop.
Oggi no. Oggi il cliente non si aspetta che sia fatto semplicemente bene: si aspetta che sia eccellente. Che ecceda le aspettative. Oggi il cliente pretende il “wow”.
Alcuni anni fa girava in tv la pubblicità di un'automobile: un tizio camminava lungo una fila di auto parcheggiate cercando la sua, ad un certo punto si fermava davanti a una vettura fichissima (quella pubblicizzata), prendeva le chiavi e pigiava il pulsantino per aprirla, ma inutilmente; poi dopo un po' l'inquadratura si spostava e lui si ricordava che la sua auto era la scialba utilitaria nel posto a fianco; allora capivi il meccanismo mentale implicito: gli era bastato vedere l'altra per convincersi che fosse sua.
Lo slogan di quella pubblicità era a mio parere uno dei più devastanti concentrati di psiche umana di tutti i tempi:
“È facile abituarsi al meglio”.
Oggi, per qualsiasi cosa, ci siamo abituati ad aspettarci più di quanto dovremmo, e questo è MALE.
Non vi sentite esausti di tutta questa fame di “di più, sempre di più”?
Per favore, torniamo ad apprezzare il 'normale'. Smettiamola con questa ingordigia del “esigo il massimo”.
.
@caffeitalia@feddit.it @attualita@diggita.com
L' Eden visto dall'altra parte
Nel principio non ci fu una caduta ma una scelta, e questa è la prima eresia dell’Eden capovolto. Eva non tese la mano per fame o inganno, ma per una necessità più profonda: la libertà. Il frutto non brillava come una trappola, ma come una domanda inevasa sospesa nell’aria immobile del giardino. Fino a quel momento l’Eden era perfezione senza attrito, eternità senza storia, pace senza coscienza. Eva comprese che un paradiso senza scelta è solo una prigione ben illuminata. Mangiare significava sapere, e sapere significava diventare responsabili. In quell’istante il mondo iniziò. Il serpente non fu il male assoluto, ma la voce critica che rompe l’ipnosi dell’ordine perfetto. Non impose nulla, suggerì soltanto che l’obbedienza non è sinonimo di verità. Eva non disobbedì, decise. E decidendo smise di essere creatura e divenne soggetto. L’Eden tremò non per il peccato, ma per la nascita della coscienza. Adamo osservava. Adamo esitava. Non era cieco, né ingenuo, né vittima. Era umano prima ancora che l’umanità esistesse. Vide Eva cambiare e comprese che il cambiamento non si annulla ignorandolo. Mangiare per lui non fu un atto rivoluzionario, ma relazionale. Non volle restare fuori dalla storia mentre la storia iniziava. Scelse di condividere il peso invece di restare puro nella solitudine. In quel gesto Adamo inaugurò la responsabilità condivisa. Eva aprì la porta, Adamo accettò di attraversarla. La cacciata dall’Eden non fu una punizione ma una conseguenza naturale. Non si torna nell’infanzia dopo aver imparato a pensare. Fuori dal giardino c’erano il tempo, la fatica, l’errore. Ma c’erano anche il linguaggio, l’arte, la memoria. Eva divenne madre non della colpa, ma della libertà. Adamo divenne padre non della sottomissione, ma della costruzione. Lei accese il fuoco. Lui imparò a usarne le ceneri. Insieme inaugurarono il mondo imperfetto, e proprio per questo reale. Il lavoro non fu una maledizione, ma il prezzo dell’autonomia. La sofferenza non fu voluta, ma accettata come rischio dell’esistenza. L’Eden rimase alle spalle come un ricordo statico. Davanti a loro si aprì la storia, sporca e magnifica. Eva camminava con lo sguardo alto, consapevole della perdita. Adamo guardava le mani, già pronte a costruire. Nessuno dei due chiese perdono. Nessuno dei due tornò indietro. Il vero scandalo non fu la mela, ma la libertà che ne scaturì. Un Dio che crea esseri liberi accetta di essere messo in discussione. Un’umanità che sceglie accetta di non essere innocente. L’Eden capovolto non è un luogo, è una condizione. È il momento in cui smettiamo di obbedire per iniziare a capire. È il prezzo di ogni civiltà, di ogni pensiero, di ogni parola scritta. Senza Eva non ci sarebbe la domanda. Senza Adamo non ci sarebbe il mondo che tenta di rispondervi. Non furono colpevoli, furono necessari. Non caddero, avanzarono. E da quel passo imperfetto nacque tutto ciò che siamo.
from lucazanini
[vortex]
l'area piccola Manzoni con l'] accento la prima lascia] un sottile sul foglio lagrange è] un'area trasmessa della fonderia mandano [fuori i gracchi o graculi i] crucchi
Nel DNA c'è la verità
Non siamo nati dal peccato, né siamo il risultato accidentale di una mutazione fortunata persa nel caos dell’evoluzione. Questa è una delle più grandi semplificazioni mai raccontate all’essere umano, una narrazione comoda, rassicurante per il sistema e profondamente limitante per chi la accetta senza domande. La storia dell’umanità, come ogni storia, è stata scritta dai vincitori, da chi ha avuto il potere di stabilire cosa fosse vero, cosa fosse eretico e cosa fosse semplicemente impensabile. Ma esiste un archivio che non mente, che non ha religione né ideologia, che non si lascia intimidire dai dogmi: il nostro DNA. In esso non troviamo la firma del peccato originale né il marchio del caso cieco, ma una complessità strutturata, una precisione che assomiglia più a un progetto che a un incidente. Le civiltà più antiche parlavano di esseri scesi dal cielo, non come metafora poetica, ma come presenza concreta, insegnanti, organizzatori, ingegneri della vita. Gli Annunaki, così li chiamavano in Mesopotamia, non erano dèi nel senso moderno del termine, ma entità avanzate, portatrici di conoscenza, capaci di intervenire sulla materia biologica. Non creatori dal nulla, ma assemblatori, raffinatori di un potenziale già esistente. L’essere umano, in questa prospettiva, non nasce come schiavo del peccato, ma come ibrido, come ponte tra due mondi, tra la Terra e qualcosa che la precede e la supera. Ninmah, la cosiddetta Grande Madre, non rappresenta la colpa, ma la gestazione, la sperimentazione, il tentativo di dare forma a una creatura capace di contenere coscienza. Enki non è il tentatore, ma l’architetto della conoscenza, colui che introduce il pensiero critico, la capacità di comprendere, di scegliere. Nei racconti più antichi non esiste la vergogna di essere nati, esiste la responsabilità di essere consapevoli. È solo con il passare dei secoli, con la necessità di controllare masse sempre più ampie, che questa origine viene distorta. La Madre diventa pericolosa, il sapere diventa peccato, la conoscenza viene associata alla caduta. Non è un complotto nel senso cinematografico del termine, ma una dinamica storica ben documentata: chi governa riscrive i simboli, e i simboli, nel tempo, diventano verità interiorizzate. Far dimenticare all’essere umano la propria origine è il modo più efficace per renderlo docile. Non serve cancellare la memoria genetica, basta sovrascriverne il significato. Nasce così l’idea di colpa, di indegnità, di inferiorità ontologica. Eppure il nostro DNA racconta un’altra storia: un cervello iperplastico, un linguaggio simbolico complesso, una coscienza riflessiva capace di interrogare se stessa e l’universo. Queste non sono semplici strategie di sopravvivenza, sono architetture cognitive avanzate. Agli scettici non viene chiesto di credere ciecamente agli Annunaki come a una nuova religione, ma di considerarli come ipotesi culturale e storica capace di spiegare un’anomalia: l’accelerazione improvvisa dell’essere umano rispetto al resto del regno animale. La scienza stessa parla di salti evolutivi, di discontinuità difficili da spiegare con la sola gradualità darwiniana. Qui si aggiunge una domanda, non una risposta definitiva: e se il salto fosse stato assistito? Negare a priori non è metodo scientifico, accettare senza critica non lo è altrettanto. Il vero atto rivoluzionario è sospendere il giudizio e osservare. Se esiste una Madre originaria, simbolica o reale, non chiede culto né sottomissione, ma memoria. Se esiste un Architetto della conoscenza, non impone obbedienza, ma comprensione. Un’eredità aliena, biologica o culturale, non ci rende superiori, ci rende responsabili. Responsabili di come utilizziamo la coscienza, di come trattiamo il pianeta che ci ospita, di come gestiamo il potere che deriva dal sapere. Ricordare non significa credere, significa smettere di vergognarsi di fare domande. Significa uscire dalla narrativa del peccato e del caso cieco per entrare in una visione più ampia, più adulta, più onesta dell’essere umano. Forse non sapremo mai con certezza chi ci ha assemblati, ma una cosa è evidente: non siamo errori, non siamo sbagli, non siamo nati per strisciare. Siamo una storia complessa che qualcuno ha tentato di semplificare. E il nostro DNA, silenzioso e ostinato, continua a custodire la versione originale.
from Transit
(195)

Negli ultimi mesi le violenze e gli abusi legati alla #ICE sono esplosi da questione “di nicchia” per attivisti dei diritti umani a crisi politica nazionale, con morti in detenzione e sulle strade, pestaggi, uso di armi “meno letali” contro chi protesta e un crescendo di denunce da parte di ONG e media.
Questa escalation, nel pieno del secondo mandato #Trump, rischia di trasformarsi non solo in un tema centrale delle prossime elezioni di #midterm di novembre 2026, ma anche in un banco di prova per la tenuta stessa delle libertà civili negli Stati Uniti e altrove.
Dagli ultimi report di “Human Rights Watch” e di altre organizzazioni emergono quadri di detenzione sovraffollata, condizioni sanitarie degradate, pestaggi, uso di gas e granate stordenti contro chi protesta per cibo, acqua o cure mediche, fino a casi di morte evitabile in custodia. Non parliamo solo di “mele marce”: in strutture come Fort Bliss in Texas o i centri in Florida, gli abusi appaiono sistemici, con intimidazioni, violenze fisiche e sessuali e pressioni perché le persone accettino la deportazione “volontaria”.
Parallelamente, i dati mostrano che la grande maggioranza delle persone detenute non ha condanne per reati violenti, smentendo la narrazione di un’operazione mirata a “criminali pericolosi” e confermando piuttosto una logica di repressione di massa a fini politici. L’uso mirato di ICE come strumento di terrore amministrativo verso migranti, comunità e attivisti finisce così per normalizzare uno stato d’eccezione permanente.

Le proteste, in città come #Minneapolis, Boston o New York dopo l’uccisione da parte di agenti ICE di #ReneeNicoleGood, hanno riportato al centro la questione del controllo federale sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. La risposta del governo (con la retorica di “legge e ordine”, invio della Guardia Nazionale e teorizzazione di ICE intorno ai seggi “per controllare i non cittadini”) mostra quanto la frontiera tra repressione migratoria e intimidazione politica sia ormai sottile.
Elettoralmente, il tema è a doppio taglio. Da un lato galvanizza la base trumpiana, che vede nella durezza contro migranti e manifestanti un segno di forza; dall’altro, rischia di mobilitare un elettorato urbano, giovane, latino e afroamericano che ha già dimostrato di reagire alle violenze di polizia trasformando la rabbia in voto.
Per i #Democratici, restare prudenti significa perdere credibilità; schierarsi apertamente contro ICE e la militarizzazione può però costare consensi in stati chiave dove la paura è diventata l’argomento centrale della destra.
Sul piano giuridico, l’uso di #ICE come braccio armato interno alimenta un clima da emergenza, ma non offre un appiglio legale reale per rinviare o annullare le elezioni di midterm di novembre 2026. La data delle midterm è fissata dal Congresso, l’amministrazione è in mano agli stati e non esiste oggi alcun potere presidenziale diretto per sospenderle o cancellarle, come ricordano costituzionalisti e fact-check indipendenti che hanno demolito le allusioni a “Big Beautiful Bill” o a stati d’emergenza estesi.
Il pericolo non è tanto l’annullamento formale del voto, quanto il suo svuotamento materiale: intimidazione ai seggi, presenze minacciose di agenti, gestione caotica delle proteste, nuove restrizioni sul diritto di manifestare e sorveglianza capillare possono ridurre l’affluenza e selezionare chi ha realmente la forza, o il coraggio, di recarsi alle urne. È, in altre parole, una strategia di erosione lenta e progressiva della democrazia, che mira a rendere “normale” ciò che fino a ieri sarebbe stato impensabile.
Quello che accade con ICE negli Stati Uniti non resta mai confinato entro i confini nazionali. Quando la prima potenza mondiale legittima campi di detenzione disumani, uso sproporzionato della forza e repressione violenta delle proteste, manda un messaggio potente a tutti i governi tentati dall’inasprire le proprie politiche di sicurezza: se lo fanno loro, lo possiamo fare anche noi.
È così che, lentamente, il linguaggio dei diritti umani viene sostituito da quello del controllo; il migrante, il manifestante, il giornalista scomodo diventano variazioni di un’unica figura da neutralizzare. Per questo la battaglia contro la violenza di ICE non riguarda solo chi rischia di finire su un pullman per il confine, ma chiunque tenga ancora a uno spazio pubblico in cui dissentire non sia considerato un reato, ma un diritto.
#ICE #USA #Midterm #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni
from Revolution By Night
Il cambiamento climatico è lo scenario planetario di fondo sul quale si stanno dipanando tutte le crisi a cui assistiamo; è il loro più formidabile acceleratore e spesso ne è la causa scatenante.
Difficile pensarlo per noi piccoli e insignificanti umani, con una capacità di ragionamento limitata al brevissimo tempo e all'orticello di casa nostra: pensare sistemico non è prerogativa del nostro intelletto. Il riduzionismo scientifico è stato un enorme passo avanti per l'umanità ma è diventato tragicamente anche il nostro unico modo di studiare, analizzare e capire il mondo. La forsennata ricerca di vantaggi facili e immediati, unita al totale disinteresse per le conseguenze delle nostre azioni, sono e saranno la nostra condanna.
Sono decenni che la scienza planetaria ci avverte che dallo sconvolgimento del sistema Terra, il sistema di sostentamento da cui dipende la nostra esistenza, sarà la causa delle peggiori crisi, problemi e catastrofi dei prossimi decenni e dei prossimi secoli. E invece di ascoltare la scienza, ascoltiamo la pseudo-scienza dell'economia, e i suoi apprendisti stregoni: gli economisti. Ad oggi si contano sulle dita di una mano gli economisti che mettono al centro dei loro studi e delle loro ricerche gli ecosistemi e la sostenibilità ambientale, in una parola: l'ecologia.
Il cambiamento climatico è la più grave crisi esistenziale che l'umanità si sia mai trovata a dovere affrontare. Ma non la stiamo affrontando, la stiamo ignorando. Continuiamo imperterriti a segare il ramo su cui siamo seduti. Abbiamo un piede abbondantemente già al di là dell'orlo del baratro.
La classe dirigente globale, fatta di 50-60-70enni, sta condannando inesorabilmente le prossime generazioni ad un'esistenza di inimmaginabili sofferenze, privazioni e catastrofi. I primi effetti della scellerata condotta della mia generazione, quella più colpevole perché ha scientemente deciso di ignorare la verità continuando a distruggere il sistema che ci mantiene in vita, li subiranno già i nostri figli. Per i nostri nipoti il futuro è tetro.
L'economia non può e non deve avere la precedenza sulla difesa dell'ecosistema che ci sostenta, semplicemente perché la prima dipende in tutto e per tutto dal secondo. Sconvolgere i sistemi planetari significa distruggere le basi di qualsiasi attività economica e sociale. Le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti.
La nuda e cruda verità è che l'umanità deve tirare subito il freno a mano (doveva farlo già 30 anni fa), costi quel che costi, senza indugi e senza ripensamenti. Le conseguenze saranno durissime certo, tanti resteranno indietro, alcuni perderanno gran parte di ciò che hanno. Ma tutto questo non è niente paragonato a ciò che ci aspetta se proseguiamo ottusamente in questa corsa verso l'autodistruzione.
Lo grida da decenni la scienza planetaria unanime (il 98% degli scienziati del mondo è concorde, certificato da svariati metastudi). Eppure, ai propalatori prezzolati di bufale anti-scientifiche, finanziati dalle lobby petrolifere e dalla finanza predatoria, vengono concessi una visibilità e un diritto di parola inaccettabili in qualsiasi Stato guidato dalla scienza e dalla verità, non dalle fake, dalle superstizioni o dalla religione.
Un celebre studio scientifico del 2022 ha cercato di analizzare i possibili scenari globali estremi a cui il cambiamento climatico potrebbe metterci di fronte. “Climate Endgame: Exploring catastrophic climate change scenarios.” – Kemp, Chi Xu, Rockström et al. https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2108146119
Questo diagramma, che chiude l'articolo, li riassume e illustra quanto il riscaldamento globale legato al cambiamento climatico sia il fattore che determinerà drammaticamente gli scenari globali futuri sotto ogni punto di vista.

In conclusione, il genere umano si trova di fronte ad un bivio esistenziale: un declino controllato o un collasso incontrollato. Che piaccia o no, le cose stanno così. E da idioti fare finta di niente, non accettare questa triste verità. La cosa tragica è che la specie umana, la più stupida e distruttiva che abiti questo pianeta, corre ai 100 km/h verso il collasso incontrollato.
Chi prende le decisioni per noi è interessato solo ai profitti e ai dividendi. Questa gente sta accumulando immani ricchezze firmando cambiali in bianco che stiamo già pagando in parte noi, ma il cui peso sarà soprattutto sulle spalle delle generazioni future: a partire dai nostri figli e dai nostri nipoti.
Siamo genitori scellerati, irresponsabili, stupidi e ignoranti. Dovrebbe esserci tolta la patria potestà, a tutti. Lasciare che siano soltanto i giovani a decidere sul loro futuro. I giovani sono di gran lunga migliori di noi. Sono molto più consapevoli di noi, più intelligenti e istruiti. E sono giustamente desiderosi di metterci da parte e prendere in mano le redini del loro futuro, perché la partita per loro sarà quella per la vita e sarà estremamente difficile.
Now playing: “A muso duro” A muso duro – Pierangelo Bertoli – 1979
from Il Manuale Del Futuro Imperfetto
We are the robots
La robotica contemporanea sta vivendo una fase di profonda trasformazione, spinta da un’accelerazione senza precedenti delle tecnologie informatiche e dall’integrazione sempre più matura dell’intelligenza artificiale, elementi che stanno rendendo i robot non solo più efficienti, ma anche adattivi, autonomi e capaci di apprendere dal contesto in cui operano. Uno degli sviluppi più significativi riguarda l’adozione di architetture software modulari e distribuite, che consentono ai sistemi robotici di separare il controllo hardware dai livelli decisionali superiori, rendendo più semplice l’aggiornamento delle funzioni e l’integrazione di nuovi algoritmi senza riprogettare l’intera macchina. In questo scenario il ruolo dell’IA è centrale, soprattutto grazie al machine learning e al deep learning, che permettono ai robot di riconoscere oggetti, interpretare immagini e segnali sensoriali, prevedere comportamenti e ottimizzare le proprie azioni nel tempo, passando da semplici esecutori a veri sistemi cognitivi. La visione artificiale è una delle applicazioni informatiche più avanzate in robotica: reti neurali convoluzionali consentono ai robot di “vedere” l’ambiente in modo simile all’essere umano, distinguendo forme, profondità e movimenti, con applicazioni che vanno dall’industria manifatturiera alla chirurgia assistita. Accanto alla visione, la sensoristica intelligente integra dati provenienti da lidar, radar, sensori tattili e inerziali, che vengono fusi tramite algoritmi di sensor fusion per creare una rappresentazione coerente e affidabile dell’ambiente circostante. Un altro ambito in forte crescita è quello dei robot collaborativi, o cobot, progettati per lavorare fianco a fianco con l’uomo, grazie a sistemi di controllo sicuri, algoritmi predittivi e modelli di interazione uomo-macchina che riducono i rischi e aumentano la produttività. Questi robot utilizzano software di pianificazione avanzata che calcolano traiettorie dinamiche in tempo reale, adattandosi ai movimenti umani e alle variazioni dell’ambiente di lavoro. La robotica autonoma, impiegata in droni e veicoli mobili, sfrutta tecniche di localizzazione e mappatura simultanea, note come SLAM, che permettono ai robot di orientarsi in ambienti sconosciuti senza infrastrutture esterne. Dal punto di vista informatico, l’uso del cloud e dell'Edge computing consente di distribuire l’elaborazione, affidando ai nodi locali le decisioni critiche in tempo reale e al cloud l’analisi dei dati su larga scala e l’addestramento dei modelli di IA. Le tecnologie robotiche più avanzate includono anche l’apprendimento per rinforzo, grazie al quale un robot può migliorare le proprie prestazioni attraverso tentativi ed errori, simulando milioni di scenari in ambienti virtuali prima di operare nel mondo reale. In ambito industriale, aziende come Boston Dynamics dimostrano come l’integrazione tra meccanica avanzata, software intelligente e intelligenza artificiale possa portare a robot capaci di muoversi in ambienti complessi con un livello di autonomia impensabile fino a pochi anni fa. Non meno rilevanti sono le applicazioni nel settore sanitario, dove la robotica assistiva e riabilitativa utilizza modelli computazionali per adattarsi alle condizioni del paziente, migliorando precisione e personalizzazione delle cure. La direzione futura della robotica punta verso sistemi sempre più generalisti, in grado di trasferire conoscenze da un compito all’altro, grazie a modelli di IA multimodali che combinano linguaggio, visione e azione. In sintesi, la robotica moderna non è più solo una questione di ingranaggi e motori, ma un ecosistema complesso in cui informatica, intelligenza artificiale e ingegneria convergono per creare macchine intelligenti, capaci di apprendere, collaborare e operare in modo sempre più vicino alle capacità cognitive umane.
from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia
La polizia spagnola, in collaborazione con le autorità tedesche e l' #Europol (l'agenzia europea di coordinamento delle forze di polizia), ha arrestato 34 persone collegate a questa organizzazione criminale. La maggior parte degli arresti è avvenuta a Siviglia, in Spagna.
Black Axe è un vasto gruppo criminale organizzato nato in Nigeria ma ora attivo in tutto il mondo. Immaginatela come una società criminale con: – gerarchia rigida (come una struttura aziendale con capi e dipendenti); – circa 30.000 membri registrati in tutto il mondo; – divisa in “zone” come sedi di franchising (60 in Nigeria, 35 a livello internazionale); – circa 200 membri per zona.
Il gruppo guadagna denaro attraverso varie operazioni illegali: – frodi informatiche (truffe online e reati finanziari); – traffico di droga (vendita di droghe illegali); – tratta di esseri umani e prostituzione; – altri reati come rapimenti e rapine a mano armata.
Guadagnano miliardi di euro all'anno attraverso molte piccole truffe che si sommano.
La rete operava principalmente tramite truffe Man-in-the-Middle (MITM), in particolare con il metodo Business Email Compromise (BEC), intercettando le comunicazioni tra aziende per modificare i dati bancari e dirottare pagamenti di importo elevato. Una parte fondamentale della loro attività consiste nel reclutare “money mules”, ovvero persone povere e disoccupate (per lo più spagnole in questo caso) che vengono ingannate o costrette ad aiutare a spostare il denaro rubato attraverso i loro conti bancari. Questi individui vulnerabili spesso non si rendono conto di aiutare i criminali. Attività aggiuntive: oltre alle truffe, sono accusati di riciclaggio di denaro, traffico illecito di veicoli (tramite società fittizie e prestanome) e ricorso a minacce e intimidazioni durante la riscossione dei pagamenti.
La polizia ha congelato/sequestrato circa 185.000 € e ritiene che questa rete abbia causato danni per frode per oltre 5,93 milioni di €.
#BlackAxe
Milano misteriosa (parte II)
Milano non nasconde i suoi misteri: li ingloba. Li ingloba nei palazzi del potere, nei castelli, sotto le strade percorse ogni giorno da chi pensa di conoscere la città. Ma Milano non si conosce mai del tutto. Si attraversa, e lei decide cosa mostrarti. Il Castello Sforzesco è l’emblema del potere milanese: militare, politico, simbolico. Ma dietro le mura imponenti si nasconde una rete di passaggi sotterranei reali, studiati e in parte documentati dagli storici. Alcuni di questi cunicoli collegavano il Castello ad altri punti strategici della città, permettendo fughe, spostamenti rapidi, comunicazioni segrete. Non fantasia: architettura difensiva rinascimentale. Qui lavorò anche Leonardo da Vinci, chiamato da Ludovico il Moro non solo come artista, ma come ingegnere militare. I suoi disegni di fortificazioni e sistemi idraulici non erano esercizi teorici, ma soluzioni concrete per una città che viveva in perenne equilibrio tra assedio e splendore. Consiglio pratico: visita il Castello in orari serali o nei mesi meno turistici. Le sale semivuote restituiscono l’eco del potere… e delle sue paure. La Basilica di Sant’Ambrogio è uno dei luoghi spiritualmente più densi di Milano. Ma anche uno dei più enigmatici. All'esterno si trova la famosa Colonna del Diavolo, con due fori ben visibili. La tradizione popolare racconta che siano stati provocati dalle corna di Satana durante uno scontro con Sant’Ambrogio. Leggenda, certo. Ma la colonna è romana, riutilizzata, e il riuso di elementi pagani in contesti cristiani è un fatto storico. Un dettaglio reale e spesso ignorato: nei pressi della colonna si avverte un odore particolare dovuto alle correnti d’aria provenienti dal sottosuolo. Da qui nasce l’idea del “respiro infernale”. Fisica e suggestione che si incontrano. Ancora una volta. I Navigli sono romantici oggi. Ma per secoli sono stati vie commerciali, industriali e… funerarie. Le acque trasportavano merci, sì, ma anche corpi, rifiuti, segreti. Il Naviglio Grande era una arteria vitale, progettata e migliorata anche grazie agli studi di Leonardo. Ma l’acqua stagnante, le nebbie e le attività notturne hanno alimentato una lunga tradizione di storie nere, molte delle quali legate a fatti di cronaca ottocentesca realmente documentati. Non a caso, molti scrittori noir ambientano qui delitti e sparizioni. Non per moda, ma perché il luogo conserva memoria. Consiglio pratico: percorri il Naviglio in inverno, di sera. La Milano più vera emerge quando il folklore tace. Il Cimitero Monumentale non è solo un luogo di sepoltura: è un archivio sociale. Qui riposano industriali, artisti, politici, famiglie che hanno costruito Milano nel bene e nel male. Le sculture non sono casuali: simboli massonici, allegorie del tempo, della morte, del lavoro. Tutto parla di ascesa, caduta e memoria. Consiglio pratico: visita guidata tematica o esplorazione autonoma con mappa storica. È una lezione di storia urbana a cielo aperto. Milano non crea misteri per intrattenere. Li genera perché è una città di potere, trasformazione e stratificazione. Ogni epoca ha lasciato un segno, e nessuno ha cancellato davvero quello precedente. Chi visita Milano cercando solo aperitivi vede una superficie. Chi la percorre con curiosità, rispetto e lentezza scopre una città che osserva mentre viene osservata. E forse è questo il suo segreto più grande.