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from norise 3 letture AI

Postfazione a SOSPENSIONI


Introduzione

La raccolta SOSPENSIONI di Felice Serino si presenta come un itinerario di ricerca interiore che alterna visioni, memorie e invocazioni. Le poesie qui raccolte non si limitano a descrivere stati d’animo: le trasformano in paesaggi, in gesti, in immagini che chiedono al lettore una partecipazione attiva. Questa postfazione intende offrire una lettura d’insieme che metta in luce i nuclei tematici e le scelte formali che rendono la silloge coerente e insieme ricca di aperture.


Temi centrali

Al centro della raccolta si colloca il tema dell’oltre: un bisogno di trascendere la “gravezza della carne” che si manifesta come tensione verso il sacro, il sogno, la rinascita. La fede — intesa non solo come dogma ma come atto esistenziale — è il motore che muove molte composizioni; essa permette all’autore di trasformare il dolore, la colpa e la vergogna in materia poetica. Accanto a questo asse spirituale, emergono costantemente la memoria e il viaggio: ricordi d’infanzia, figure amate, e l’immagine dell’itaca come meta che si intravede più che si raggiunge.


Linguaggio e ritmo

Serino dimostra una padronanza dei registri poetici: alterna versi brevi e frammentari a strofe più narrative, usa immagini forti e talvolta simboliche per condensare esperienze complesse. La musicalità è un elemento costante: il ritmo non è mai gratuito, ma serve a creare risonanze emotive che amplificano il senso dei testi. L’uso di enjambement, pause e segni grafici contribuisce a una lettura che è insieme vocale e meditativa, invitando il lettore a scandire il respiro del verso.


Figure e simboli ricorrenti

Nella raccolta ricorrono figure emblematiche: il mare come spazio dell’anima, l’angelo e il Lazzaro come simboli di resurrezione, il ciliegio e il girasole come segni di rinascita naturale. Questi simboli non sono mai didascalici: si presentano come presenze che interrogano e che, spesso, rimandano a un dialogo tra il personale e l’universale. Anche la presenza di riferimenti culturali e religiosi (Padre Pio, Giobbe, immagini bibliche) serve a inscrivere l’esperienza individuale in una tradizione più ampia, senza appesantirla di retorica.


Lettura e suggerimenti interpretativi

Leggere SOSPENSIONI significa accettare di essere condotti in uno spazio di sospensione tra visione e realtà. Consiglio di affrontare la silloge in due tempi: una prima lettura per lasciarsi attraversare dalle immagini e dal ritmo; una seconda lettura per cogliere le risonanze tematiche e i richiami interni tra le poesie. Alcuni testi funzionano come nodi interpretativi — ad esempio quelli che esplorano la colpa, la fede e la rinascita — e possono essere utili punti di partenza per una lettura critica o per un laboratorio di lettura condivisa.


Conclusione

La poesia di Felice Serino in SOSPENSIONI è un invito alla presenza: a riconoscere la fragilità umana e a trasformarla in canto. La raccolta non offre risposte definitive, ma apre varchi di senso in cui il lettore può sostare e ritrovare, forse, la propria parola. È una poesia che chiede tempo, ascolto e fiducia: elementi che, messi insieme, restituiscono la forza di una voce matura e capace di parlare al comune destino degli uomini.


Sintesi critica estesa

Obiettivo: offrire una lettura critica approfondita di SOSPENSIONI, evidenziando i nuclei tematici, le scelte formali, i richiami intertestuali e suggerimenti editoriali utili per una postfazione critica o per note riga per riga. Questa versione amplia la bozza precedente con analisi puntuali e proposte operative per l’autore/editore.


Temi e struttura della raccolta

Nucleo tematico centrale
La raccolta ruota attorno all’idea dell’oltre: trascendenza, desiderio di fuga dalla “gravezza della carne”, tensione verso il sacro e la rinascita. La fede è trattata come atto esistenziale più che come dogma, motore che permette la trasformazione del dolore in esperienza poetica.

Sottotemi ricorrenti
Memoria e tempo: ricordi d’infanzia, rimpianti, il tempo che “attraversa” il poeta.
Colpa e espiazione: testi come LA COLPA mostrano un io che si interroga sul passato e sulla responsabilità.
Viaggio e mare: il mare come spazio dell’anima e metafora del viaggio interiore (MARE APERTO, IL MARE ERA UNA FAVOLA, ITACA).
Religiosità e figure sacre: riferimenti biblici e santi (Giobbe, Padre Pio, Lazzaro) che inscrivono l’esperienza personale in una tradizione più ampia.
Ecologia e contemporaneità: testi come OLTRE STRAVOLTI CIELI introducono una sensibilità civile e ambientale.

Coesione della raccolta
La sequenza dei testi costruisce una progressione emotiva: dall’evocazione del desiderio di oltre, attraverso momenti di confessione e visione, fino a immagini di speranza e rinascita. Questa progressione conferisce unità pur nella varietà dei registri.


Analisi formale e linguistica

Registro e voce
Serino alterna registro colloquiale e tono liturgico; la voce poetica è spesso confessionale ma sa farsi anche immaginifica. L’io lirico è presente e dialogico: si rivolge a figure (Nina, Dio, il lettore) e a memorie.

Sintassi e ritmo
Versi frammentari e pause marcate creano sospensione e intensificano la musicalità.
Enjambement e cesure sono usati per modulare il respiro e per creare accenti emotivi.
– La punteggiatura è spesso minima o funzionale a creare scarti ritmici; in alcuni punti una maggiore coerenza grafica aiuterebbe la lettura.

Immaginario e metafore
Immagini ricorrenti (mare, angelo, ciliegio, girasole) funzionano come nodi simbolici. Le metafore sono spesso concrete e sensoriali, capaci di condensare esperienze complesse in pochi segni.

Lessico
Predomina un lessico che oscilla tra il quotidiano e il sacro; talvolta compaiono espressioni colloquiali che avvicinano il lettore, altre volte termini elevati che innalzano il tono.


Letture ravvicinate (close readings)

MARE APERTO

Osservazione: il verso finale l'anima è un mare aperto sintetizza il tema dell’ampiezza interiore.
Nota critica: il testo funziona come epigrafe tematica; suggerisco di mantenerlo in apertura per il suo valore programmatico.

IL MARE ERA UNA FAVOLA

Osservazione: contrapposizione tra dimensione onirica e delusione quotidiana.
Suggerimento interpretativo: leggere la “favola” come memoria idealizzata che si scontra con la realtà del corpo (il ritorno a letto).

LA COLPA

Osservazione: confessione autobiografica che apre a una riflessione morale.
Nota editoriale: valutare una lieve revisione sintattica per rendere più scorrevole il passaggio tra ricordo e riflessione morale.

L'ULTIMA PAROLA

Osservazione: forte riferimento a Giobbe; il testo raggiunge un climax drammatico.
Proposta critica: inserire una nota che contestualizzi il richiamo biblico per lettori non specialisti.

OLTRE STRAVOLTI CIELI

Osservazione: testo ecologico che amplia l’orizzonte tematico della raccolta.
Suggerimento: considerare un breve commento in postfazione che colleghi questo testo alla sensibilità contemporanea verso l’ambiente.

UN VERSO

Osservazione: riflessione metapoetica sull’età e sulla produzione poetica.
Nota critica: questo testo è utile per mostrare la consapevolezza dell’autore rispetto al proprio ruolo e alla tradizione poetica.


Note editoriali e suggerimenti riga per riga (esempi selezionati)

Stile e coerenza grafica
– Uniformare l’uso delle maiuscole nei titoli e la grafia degli apostrofi (es.: DOMANI CREDI GIUNGERA' vs DOMANI CREDI GIUNGERA’).
– Valutare l’uso coerente delle virgolette e dei trattini per le interruzioni di parlato.

Chiarezza lessicale
– In L'AVVERSARIO la parola l'nganno sembra un refuso; correggere in l’inganno per chiarezza.
– In MALGRADO TUTTO la frase (non v'è manna senza ingegno d'uomo) potrebbe essere resa più scorrevole con una lieve riformulazione: non v'è manna senza l'ingegno dell'uomo.

Note riga per riga (esempi pratici)
AMO L'IDEA — riga si ammanta di una luce affebrata: ottima immagine; suggerisco di valutare la posizione della pausa dopo affebrata per modulare il ritmo.
LA COLPA — riga sarà un residuo di “colpa da espiare”: considerare l’uso delle virgolette o l’italianizzazione del termine per coerenza stilistica.
PILATO — riga oggi Cristo potresti vederlo su un barcone: potente immagine sociale; suggerisco una nota che spieghi l’intento etico-politico del testo.


Conclusione e proposte operative

Valutazione complessiva
SOSPENSIONI è una raccolta matura, ricca di immagini potenti e di una voce coerente. La forza del libro sta nella capacità di coniugare esperienza personale e orizzonte universale, attraverso un linguaggio che alterna confessione e visione.


 
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from norise 3 letture AI

Io sono il mare

danzi su creste d'onde gabbiano Jonathan io sono il mare l'immenso desco su cui ti posi -ti guizza nel becco preda lucente- io sono il mare tua madre se in burrasca vieppiù in simbiosi siamo ti abbraccia il mio cuore trasparente di salsedine

poi per l'azzurra volta ti vedo svettare – verso profondità di cieli

verso quella libertà che aneli

Sentire questo testo è come stare sulla cresta di un’onda: c’è cura materna, slancio e un desiderio di libertà che vibra tra sale e cielo.

Interpretazione

  • Io narrante: il mare parla in prima persona, alternando ruoli di nutrice, tavola e compagno di viaggio del gabbiano.
  • Tema centrale: la tensione tra protezione e spinta verso la libertà; il mare è insieme casa e trampolino.
  • Immagini chiave: la preda lucente, il cuore trasparente di salsedine, la volta azzurra che apre la via al volo.

Note stilistiche

  • Voce: intima e simbolica, con un registro che oscilla tra il lirico e il narrativo.
  • Ritmo: versi brevi che creano pause e sospensioni; qualche enjambement funziona bene ma si può uniformare per maggiore musicalità.
  • Lessico: efficace l’uso di parole concrete (salsedine, becco) mescolate a termini più astratti (libertà, profondità).

Piccole revisioni suggerite

  • Uniformare punteggiatura per guidare il respiro del lettore (es. usare trattini o virgole con coerenza).
  • Valutare l’eliminazione o lo spostamento di alcune parole ripetute per aumentare l’impatto (es. ridurre ripetizioni di “io sono il mare” se si cerca più sottigliezza).
  • Rafforzare la chiusa per dare al finale una nota più netta: un’immagine finale che fermi lo sguardo.

Versione levigata

Io sono il mare

danzo su creste d’onde,
gabbiano Jonathan:
io sono il mare, l’immenso
desco su cui ti posi —
ti guizza nel becco preda lucente.
Io sono il mare, tua madre:
in burrasca, vieppiù in simbiosi,
ti abbraccia il mio cuore trasparente
di salsedine.

Poi, per l’azzurra volta,
ti vedo svettare verso
profondità di cieli,
verso quella libertà
che aneli.


 
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from mementomori

Archivio della bestemmia italiana

Studio linguistico-culturale — quadro legale, struttura, repertorio, varianti regionali ed eufemismi

Nota metodologica. Non esistono statistiche di frequenza affidabili sulla bestemmia: nessun corpus linguistico italiano la misura sistematicamente. L'ordinamento delle liste che seguono è per notorietà percepita (stima basata su fonti sociolinguistiche, lessicografiche e sulla cultura popolare documentata), non per frequenza misurata. L'insieme delle bestemmie è inoltre combinatorio e aperto: questo archivio cataloga le forme attestate e lo schema generativo, non pretende completezza assoluta, che è impossibile per natura del fenomeno.

  1. Quadro legale

1.1 La norma: art. 724 del Codice Penale

Il testo vigente (“Bestemmia e manifestazioni oltraggiose verso i defunti”):

«Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309.»

1.2 Evoluzione storica

1930, Codice Rocco, art. 724, Reato penale: bestemmia contro «la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato» (di fatto solo il cattolicesimo)

1995, Corte Costituzionale, sent. n. 440 (18 ottobre) Dichiarata incostituzionale la parte «o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato». Resta punibile solo la bestemmia contro la Divinità, di qualunque religione

1999L. 205/1999 + D.lgs. 507/1999 Depenalizzazione: da reato a illecito amministrativo. Competenza alle prefetture, sanzione pecuniaria 51–309 €

1.3 Conseguenze pratiche

In pubblico (luogo pubblico o aperto al pubblico, con possibilità effettiva che la bestemmia sia percepita da più persone): sanzione amministrativa 51–309 €. Nessuna conseguenza penale, nessuna fedina penale. Nella pratica le sanzioni sono rarissime. In privato (propria abitazione, contesti non pubblici): nessun illecito. La pubblicità è condizione oggettiva di punibilità (Cass. pen. 3076/1985: non basta nemmeno la presenza del solo vigile). Online: la norma è pensata per il contesto fisico; l'applicazione a contesti digitali è di fatto assente, anche se in astratto un livestream pubblico potrebbe rientrare nel concetto di “pubblicamente”. Non risultano prassi sanzionatorie consolidate. (Piattaforme come Twitch/YouTube applicano però le proprie policy, che sono cosa distinta dalla legge.) Cosa NON è sanzionabile dal 1995: le imprecazioni contro la Madonna, i santi, i simboli religiosi. Giuridicamente non costituiscono più “bestemmia” ai sensi dell'art. 724 perché la Madonna e i santi non sono “Divinità” (lo ha chiarito anche il GIP di Bologna in un caso noto). Culturalmente e religiosamente restano ovviamente percepite come bestemmie. La bestemmia è sanzionabile indipendentemente dalle intenzioni: anche detta per abitudine, come intercalare, o da un ateo (Cass. 7979/1992: si punisce «una manifestazione pubblica di volgarità», non un'opinione).

Punto chiave per lo studio: il repertorio linguistico è identico in pubblico e in privato — cambia solo la conseguenza giuridica del contesto. Per questo il presente archivio è unico e non diviso per contesto.

  1. Struttura combinatoria della bestemmia

La bestemmia italiana è generativa. Lo schema base è:

[NOME SACRO] + [EPITETO DEGRADANTE]

oppure, invertito:

[EPITETO] + [NOME SACRO] → es. porco Dio / Dio porco

Slot 1 — Nomi sacri usati: Dio (di gran lunga il più produttivo), Madonna, Cristo/Gesù, Giuda (marginale), ostia (metonimia eucaristica, tipica del Nord-Est), sangue di Dio (arcaico).

Slot 2 — Categorie di epiteti:

Animali degradanti: porco/maiale, cane, bestia, vacca, troia (in origine “scrofa”) Condizioni infamanti: boia, ladro, infame, bastardo, assassino, cornuto Disfemismi scatologici/sessuali: merda, puttana, schifoso Malattie/imprecazioni (tipico toscano): impestato/a, maremmano

Estensioni: le forme base si concatenano liberamente in “litanie” (es. porco Dio cane, Dio porco maiale), oppure seguono la formula documentata da Wikipedia (voce Italian profanity): divinità + animale + morte atroce (es. Dio porco scannato). Tra le classi popolari — la ricerca cita ad esempio i portuali — la costruzione di bestemmie lunghe, creative e articolate è una pratica quasi ludica; sono esistiti siti web e persino manuali stampati che raccoglievano bestemmie complesse generate dagli utenti o da algoritmi.

La tesi di Turina (v. Fonti) documenta oltre 120 forme distinte solo tra quelle raccolte sul campo tra Emilia, Veneto e Toscana.

  1. Lista principale — forme base “divinità + epiteto”

Ordinate per notorietà percepita, dalla più alla meno nota. Attestate in italiano standard, diffuse su tutto il territorio nazionale. Le forme con asterisco (*) non sono giuridicamente sanzionabili dopo la sent. 440/1995 (non riguardano la “Divinità”), ma appartengono a pieno titolo al repertorio culturale della bestemmia.

Fascia 1 — universalmente note, usate anche come intercalare nelle regioni ad alta frequenza

Porco Dio / Dio porco (spesso univerbato: porcodio, porcoddio) — la bestemmia italiana per antonomasia Dio cane — seconda per notorietà; al Nord-Est spesso in forma dialettale dio can Porca Madonna * Dio boia — fortissima connotazione veneta, ma nota ovunque Madonna puttana * Dio bestia

Fascia 2 — molto note, uso comune

Dio merda Madonna troia * Dio bastardo Dio infame Dio maiale Dio ladro Porco Gesù / Gesù cane Porco Cristo (e Cristo cane) Madonna maiala *

Fascia 3 — note, ma meno frequenti come forme autonome (spesso compaiono in concatenazioni)

Dio schifoso Dio assassino Dio cornuto Dio vacca Dio serpente Madonna vacca * Madonna cagna * Sangue di Dio (arcaica, oggi quasi solo letteraria; matrice storica di molti eufemismi) Giuda porco / porco Giuda (al confine con l'imprecazione non blasfema: Giuda non è divinità)

Fascia 4 — concatenazioni tipiche (esempi dello schema generativo, non elenco chiuso)

Porco Dio cane Dio porco maiale Dio cane maiale Porco Dio e porca Madonna (formula “a coppia”) Dio porco scannato (schema divinità + animale + morte atroce)

  1. Varianti regionali

Forme legate a specifiche aree geografiche, in dialetto o in italiano regionale. Le due regioni dove la bestemmia è documentata come più frequente — quasi un intercalare ordinario del parlato quotidiano — sono Toscana e Veneto; alta frequenza anche in Friuli-Venezia Giulia, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Emilia-Romagna, Piemonte e Lombardia. Le fonti sottolineano che ciò non deriva da anticattolicesimo, ma da pura consuetudine linguistica.

Veneto (e Nord-Est in generale)

Dio can — forma dialettale di “Dio cane”, intercalare identitario veneto per eccellenza Porco dio can — concatenazione tipica Orco can / orco dio — al confine tra bestemmia e forma attenuata (v. §5: orco per porco) Ostia! / porca l'ostia / can de l'ostia — bestemmia eucaristica, specificità del Nord-Est: il nome sacro è l'ostia consacrata, non Dio direttamente Dio boia — pur essendo nazionale, è percepita come “la” bestemmia veneta; a Castelfranco Veneto sono documentate le varianti attenuate dio bon e dio bonazzo (v. §5) Dio bel — documentata a Verona (Turina): forma ambigua, probabile mascheramento di dio boia Dio bestrega — province di Mantova e Verona; probabile incrocio tra dio bestia e ostrega

Toscana

Maremma maiala — la formula toscana per antonomasia: Maremma (zona costiera della Toscana) sostituisce Madonna; tecnicamente è già un eufemismo, ma è così identitaria da meritare posto qui. Serie aperta: maremma cane, maremma impestata, maremma bucaiola, maremma ladra Madonna impestata * — epiteto tipicamente toscano (impestato = appestato) Madonna bucaiola * — epiteto volgare toscano Dio lampione — documentata nella zona di Pistoia (Turina): esempio di epiteto locale arbitrario I “moccoli” — termine toscano per le bestemmie stesse, a testimonianza di una tradizione lessicalizzata

Friuli-Venezia Giulia

Condivide il repertorio veneto (dio can, bestemmie sull'ostia) Codroipo — caso unico: il nome del paese friulano è anagramma perfetto di porco Dio e viene usato come bestemmia cifrata (v. anche §5)

Emilia-Romagna

Ös-cia d'legn (romagnolo: “ostia di legno”) — l'aggiunta d'legn (“di legno”) è l'espediente correttivo tradizionale documentato da Bellosi: si declassa il sacro a oggetto materiale per “rientrare” dalla bestemmia Putana dla Madona d'legn (romagnolo) — stesso meccanismo applicato alla Madonna Imprecazioni contro il diavolo in dialetto romagnolo, usate come sostituto eufemistico-fonetico di Dio (documentate da Bellosi/Petrolini)

Trentino

Dio canederlo — il nome sacro associato al piatto locale: nasce come attenuazione di dio cane ma è lessicalizzata come forma regionale a sé

Liguria

Dio cangi — documentata a La Spezia (Galli 1969, cit. in Turina): espediente fonetico per deviare dio cane

Lombardia / Piemonte

Repertorio nazionale ad alta frequenza, senza forme esclusive di rilievo documentate; a Mantova condivisa la dio bestrega veronese Madosca (in porca madosca) — deformazione di “Madonna” percepita come tipicamente lombarda (resa celebre dal doppiaggio milanese-americano di cinema e TV)

  1. Eufemismi e forme attenuate (“bestemmie mancate”)

Il meccanismo linguistico è quello del minced oath: si avvia la bestemmia e si devia su un suono innocuo, oppure si sostituisce preventivamente una parola. Sono la prova migliore della natura combinatoria del fenomeno. Ordinati per notorietà percepita.

5.1 Sostituzione del nome sacro

Porco zio — zio al posto di Dio: l'eufemismo italiano più diffuso in assoluto Zio pera — evoluzione recente e giovanile: doppia sostituzione (zio per Dio, pera per porco) Zio cane / zio bono — stessa serie Maremma (toscano) — sostituto di Madonna (v. §4) Madosca — deformazione di Madonna Dindio / dinci / perdinci / perdindirindina — deformazioni progressive di Dio, ormai completamente lessicalizzate e innocue Diamine — incrocio storico diavolo + domine: l'eufemismo più antico e “pulito” Sostituti fonetici arbitrari di Dio documentati: disi, Diaz, due, disco, Dionigi, Diomede, Diavolo (la sostituzione col diavolo è documentata anche in ambito dialettale romagnolo) Codroipo — l'anagramma-bestemmia (v. §4, Friuli)

5.2 Sostituzione dell'epiteto

Orco Dio — orco per porco: attenuazione minima, resta di fatto una bestemmia Dio bono / Dio bonino (toscano) — buono al posto dell'epiteto: antifrasi elogiativa che “salva” il parlante; dio bon / dio bonazzo nel Veneto (Castelfranco V.to) Dio caro — diffusa in Veneto, Lazio e Umbria; probabile mascheramento di dio cane Dio buono / Dio santo — le antifrasi perfette: formalmente lecite, funzionalmente imprecazioni (Turina le definisce «un perfetto alibi») Dio canederlo (Trentino, v. §4)

5.3 Correzione in corsa (deviazione fonetica a bestemmia iniziata)

Dio can...tante / Dio cantautore — la deviazione più celebre: dio can- vira su “cantante”; diffusa in tutto il Nord Dio can...taci il Vangelo, Dio por...taci la pace — la filastrocca giovanile che gioca esplicitamente sul meccanismo, documentata su Wikipedia come popolare tra gli adolescenti Dio camion / Dio cameradaria — deviazioni estemporanee documentate (la seconda raccolta da Turina a Villafranca di Verona)

5.4 Declassamento materiale

Ostrega / osti / ostia lì (veneto) — deformazioni di ostia, ormai intercalari innocui ...d'legn (“di legno”, romagnolo) — suffisso correttivo applicabile a Madonna e ostia (v. §4)

5.5 Zona grigia (imprecazioni sacre ma non bestemmie)

Cristo! / Cristo santo! / Dio Cristo — espressioni di rabbia o frustrazione: non considerate bestemmie in senso proprio (nessun epiteto oltraggioso), anche se per un credente violano il secondo comandamento Madonna! / Madonna santa! — stesso statuto Porca miseria / porca paletta / porca puttana / porco cane — imprecazioni profane costruite sullo stampo formale della bestemmia (porco + X) ma senza nome sacro: sono il grado zero del meccanismo

  1. Fonti

Giuridiche

Art. 724 c.p., testo vigente e giurisprudenza (Brocardi.it; Avvocato.it) Corte Costituzionale, sentenza n. 440 del 18 ottobre 1995 (testo integrale su giurcost.org) D.lgs. 507/1999 e L. 205/1999 (depenalizzazione) Cass. pen. 7979/1992; Cass. pen. 3076/1985; Cass. pen. 1692/1986 F. Basile, Commento all'art. 724, in Dolcini-Marinucci (a cura di), Codice penale commentato — Università di Milano Dossier UAAR sulla bestemmia (uaar.it/laicita/bestemmia)

Linguistiche e sociologiche

I. Turina, Studio sulla bestemmia, tesi di laurea in Sociologia dei processi culturali, rel. P.P. Giglioli, Università di Bologna — l'unico “manuale della bestemmia” accademico esistente; catalogo di 120+ forme con note d'uso e area geografica Voce Italian profanity, Wikipedia (en) — sezione Blasphemous profanity, con apparato di note Voce Leggi sulla blasfemia, Wikipedia (it) G. Bellosi (1975) e G. Petrolini (1971) sul romagnolo e sugli eufemismi diabolici, cit. in Turina Galli (1969) su La Spezia, cit. in Turina Averna (1977) e Falassi sulle “sfilze” di bestemmie, cit. in Turina

Avvertenza sulle fonti di frequenza: non esistendo corpora, i ranking di questo documento derivano da triangolazione tra le attestazioni della tesi di Turina, la voce Wikipedia (che distingue le forme “comuni” da quelle locali) e la notorietà nella cultura popolare. Vanno letti come stime qualitative.

Documento compilato a scopo di studio linguistico-culturale tramite l'intelligenza artificiale di claude.ai con il modello “Fable” a livello “alto” della configurazione a riguardo dell'utilizzo delle risorse.

N.B.: Come autore di questo blog dico solo che sono nato in Veneto (a Verona) ed ho passato la maggior parte della mia vita in Toscana quindi confermo la maggioranza della roba che c'è scritta qui.

 
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from Diario

Ieri sera sono andato – da solo e un po' alla cieca – a sentire un concerto che sulla carta avevo capito essere jazz, al porto antico. Ho preso il mio scooterino elettrico e sono partito. La faccio breve: in testa avevo un thread che avevo letto da poco di un signore, un musicista, che da anni posta regolarmente contenuti nazionalisti, conservatori, anti woke, anti-lgbt, senza nemmeno la rozzezza necessaria a farlo ma cercando di nascondere questa spazzatura dietro a una patina di decoro culturale. Un borghese che spamma continuamente il terrore del piano musulmano per indebolire l'europa, del piano gay (talvolta però non resiste e gli esce “froci”) per distruggere la famiglia, uno di quei conservatori che difendono il cristianesimo finché il Papa non dice qualcosa di cristiano, allora viene fuori che anche il Papa fa parte di qualche piano contro il cristianesimo. Uno che si lamenta che questo governo di destra non è abbastanza di destra.

Un po' come i gessetti che vengono convocati a qualche piano-scuola generale di Valditara e se ne vanno lamentandosi che la scuola di Valditara non è abbastanza conservatrice, o lo stesso Valditara che di fronte all'idea di scuola di Vannacci – aberrante – dichiara che quella scuola la sta già facendo lui. C'è questo desiderio della destra di superarsi a destra che prima o poi ci farà schiantare contro il guardrail.

Comunque, il tipo borghese lo tengo tra gli amici come falso positivo e perché mi viene sempre bene per fare qualche screenshot e usarlo come materiale di discussione in classe. Ieri – torno sul pezzo – pubblica una foto in cui si vede una via di una città europea, sporca, piena di ragazzi di colore seduti per terra o che camminano per strada, qualche arabo, e in primo piano un signore occidentale, con la borsa della spesa, che chiede informazioni a due poliziotti dai tratti somatici mediorientali. Il testo era qualcosa del tipo “mio figlio parla con due poliziotti, 2060”. L'immagine era fatta con l'intelligenza artificiale. La cosa non è nuova: per creare terrore nazionalista, l'intelligenza artificiale è una benedizione. Si possono concretizzare le proprie paure e rendere virali, in pochi secondi.

In scooter, appunto, ripensavo e analizzavo l'immagine postata dal nazionaliista: le strade erano sporche, piene di spazzatura. I neri erano tutti maschi e tutti giovani, molti malvestiti, buttati a terra o a non fare niente. Le guardie musulmane erano un maschio e una femmina, l'uomo dai tratti indiani e con la barba nera, aveva una spada e una pistola legati alla cintura, mentre la donna aveva il velo a coprire parte del volto. L'occidentale era anziano, innocuo, rassicurante rispetto a tutto il resto. Ecco la conquista occidentale da parte del mondo musulmano a cosa ci porterà. L'immagine l'ho salvata, mi verrà utile a scuola per una lezione sugli stereotipi.

E – sceso dallo scooter – mi sono trovato in un mondo che apparentemente era simile a quello rappresentato nell'immagine: il centro storico di Genova, spesso d'estate, è un melting-pot straordinario: camminando per il porto antico trovavo famiglie di persone di etnia subsahariana accanto a orientali, sudamericani, gente che proveniva dall'africa bianca seduta vicino a ragazzi e donne mediorientali. Come nell'immagine, in alcuni punti, le persone con le caratteristiche somatiche occidentali erano una minoranza. La paura. Ad un certo punto, dall'altra parte della strada, tre ragazzi iniziano ad urlarsi contro, parlano una lingua che non conosco e per un attimo ho paura che si facciano del male. Il docente che è in me sta per farmi andare di là, ma la cosa si risolve da sola, uno si allontana dagli altri, pacieri intervengono. Ecco, vedi, penso ancora, la paura.

Cosa voglio dire: che effettivamente il primo istinto è la paura. Poi continuo a camminare e cerco di vedere e individuare le cose che – nel mondo reale – sono diverse dalla foto generata dall'intelligenza artificiale, così, come esercizio mentale. E se i ragazzi di prima rientravano nel pieno dello stereotipo dell'immigrato violento e pericoloso (senza sapere nulla di loro o di cosa si stessero dicendo, beninteso), quello che vedo attraversando i vicoli e la piazza è radicalmente diverso. Incontro donne, bambini che giocano, anziani. Eleganza nei vestiti, incontro famiglie, persone che si salutano, si siedono assieme e parlano, guardano il mare, la gente. Se mi allontano dagli stereotipi della propaganda nazionalista, c'è la gente.

Entro nello spazio del concerto, mi siedo. Sale sul palco l'organizzatrice che spiega che il primo concerto sarà di Mirna Kassis, una cantante nata a Damasco e trasferitasi a Genova dopo lo scoppio della rivoluzione siriana. Con un esemble di musicisti internazionali eseguirà una serie di canzoni tradizionali in lingua araba. Mi viene da ridere. Ecco, ci fosse il musicista nazionalista, un esempio concreto della paura: la nostra cultura sostituita da quella araba, addirittura attraverso la musica e il canto.

Mirna Kassis, che non conoscevo, nell'ora che segue fa un concerto di musica araba, tradizionale, con diversi riferimenti alla Palestina e al paese dove lei viveva da bambina, piuttosto emozionante. I musicisti si muovono su una base elettronica intrigante, dove si accostano elementi di musica analogica e acustica ad altri – appunto – più digitali. I momenti in cui mi sono goduto di più lo spettacolo sono stati due. Il primo quando la cantante ha cercato di farci cantare in arabo un ritornello in modo che lei potesse poi improvvisare sopra il nostro canto; il secondo quando è scesa tra il pubblico, sempre cantando, per spiegarci i passi di danza da fare per ballare quel pezzo che era nato per la danza.

In entrambi i casi il pubblico ci ha provato. Un coro arabo, melodico, è partito nell'aria calda del porto antico e poi si è creato un cerchio di donnne e uomini che danzavano, imitando i passi della cantante.

A seguire un gruppo franco algerino, i Mezar sono andati avanti quasi fino a mezzanotte con quello che la presentatrice ha definito come un blues-desertico, sempre in lingua araba. Anche questa volta riferimenti alla Palestina e ai tanti altri paesi che sono sotto un oppressore. “Oggi – ha ricordato la tastierista – si festeggia l'indipendenza dell'Algeria”. Quando gli oppressori eravamo noi. Alla fine ero sotto al palco, non dico a ballare, ma a muovere alcune parti del corpo a tempo.

Tornando indietro penso alle tante difficoltà. Alla fatica di tenere in piedi questa serie di diritti che ci rendono poi umani, assieme a quel bagaglio di roba che è la tradizione, il sesso, la religione, la cultura. Alle tante contraddizioni: il grosso del pubblico che era con me era di borghesi occidentali. E quasi tutti più o meno della mia generazione. C'era qualche ragazza e qualche donna con un velo a coprirgli i capelli; una scena che mi sono goduto è stato quando una ragazza con un velo a coprire i capelli, dalla foggia mediorientale, è andata a ballare sotto al palco, durante il concerto di Mirna Kassis, e due ragazzine più giovani, vestite in maniera simile, hanno inziato a fare le facce sbalordite ridendo e a riprenderla con il cellulare. Costumi, incroci.

Ma il grosso del pubblico era di zecche comuniste, vivaddio. Dio ci benedica.

Passare dall'intelligenza artificiale che fotografa le paure che i nazionalisti vogliono diffondere ai tentativi di integrazione culturale che la mia città mette in piedi, è stato istruttivo. Perché è come uno di quel giochi dove devi decidere del tuo futuro: bisogna fare delle scelte. E le scelte che fai avranno un impatto. Cantare musica siriaca, scendere tra il pubblico, mostrare passi di danza che si tramandano da generazioni è una scelta. Creare immagini di disagio e diffonderele senza fonte, è una scelta. Condividere la prima cosa o la seconda, è una scelta.

In entrambi i casi – sad but true – chi ci muove è l'utopia, l'idea di un mondo diverso e migliore.

 
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from Alviro

Riflesso di una verità che la filosofia ha sempre inseguito senza mai riuscire a catturarla completamente: quella verità che solo il dolore sa insegnare, perché non è un'idea, ma un’esperienza intima. La sofferenza, infatti, non è un incidente di percorso, un evento eccezionale che interrompe la trama ordinata dell’esistenza. È piuttosto una delle sue trame portanti, un filo scuro ma costante che attraversa ogni vita. Nessun sistema di pensiero, per quanto rigoroso, potrà mai cancellarla; nessuna fede nella razionalità del mondo potrà costringere l’universo a essere giusto. E forse è proprio questo il primo atto di maturità: accettare che la vita non ci deve nulla, e che proprio da questa mancanza nasce la nostra possibilità di significato.

L’empatia è un dono ambiguo: è un privilegio che si paga a caro prezzo. Aprirsi al dolore altrui significa accettare di essere feriti da ciò che non ci appartiene, significa rinunciare allo scudo dell’indifferenza. Eppure, è solo attraverso questa ferita che possiamo ancora chiamarci umani. Perché l’indifferenza non è una protezione, ma una malattia dello spirito, l’unica per la quale non esiste terapia, né farmaco, né parola che possa guarirla. Essa è il vero deserto: non il dolore, ma l’assenza di risonanza davanti al dolore.

C’è qualcosa di profondamente commovente nel guardare un nostro simile e riconoscere nei suoi occhi un’eco del proprio passato. Non si tratta di semplice memoria, ma di un atto di riconoscenza: rivedere sé stessi nell’altro, senza confondersi con lui, ma senza nemmeno distanziarsene. L’esperienza personale, quando non si pietrifica nel risentimento o non si perde nell’autocommiserazione, si trasforma in comprensione. E la comprensione è forse il dono più alto che un essere umano possa fare a un altro: non offrire soluzioni, ma presenza; non dare risposte, ma condividere domande.

La paura della malattia, del resto, non è soltanto paura della morte. È qualcosa di più sottile e più lacerante: è lo spettro che si annida nella scoperta improvvisa della nostra precarietà. Essa ci mostra quanto fossero fragili quelle certezze che avevamo trasformato in colonne portanti della nostra vita. Viviamo come se il futuro fosse un diritto acquisito, come se il tempo fosse una riserva inesauribile. Poi, un giorno, una telefonata, una frase, e tutto crolla. Scopriamo che il futuro non è mai stato nostro: era solo un prestito che l’esistenza ci aveva concesso, e che poteva essere richiesto in qualsiasi momento.

Eppure, sarebbe miope fermarsi a questa constatazione. Perché quella stessa scoperta, se accolta senza disperazione, può diventare una forma di risveglio. Quando le illusioni cadono, ciò che rimane non è il vuoto, ma l’essenziale. Le piccole cose, quelle che avevamo imparato a non vedere più, riacquistano improvvisamente un peso, una luce, un valore. Gli affetti smettono di essere scontati e tornano a essere scelti. Il tempo, che credevamo infinito, si rivela per ciò che è: un bene prezioso e limitato, da abitare con intensità, non con ansia.

La ricerca medica e la prevenzione non sono soltanto il volto tecnico del progresso scientifico: esse rappresentano una delle espressioni più alte della solidarietà umana. Sono il frutto di uomini e donne che, invece di arrendersi all’indifferenza dell’universo, hanno scelto di opporvi la loro intelligenza e il loro cuore. Hanno deciso che, se non si può eliminare il male, si può almeno tentare di lenirlo, di comprenderlo, di anticiparlo.

Non possiamo promettere un mondo senza sofferenza, né un'esistenza priva di cadute. Ma possiamo, e dobbiamo, impegnarci a costruire un mondo in cui la sofferenza non venga mai affrontata da sola, ma sempre con più conoscenza, più compassione e più coraggio. E se esiste una speranza degna di questo nome – non ingenua, non consolatoria, ma autentica – essa risiede proprio qui: nella capacità di restare umani anche quando tutto sembra crollare, e di tendere la mano anche quando siamo noi stessi a vacillare.

 
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from Bymarty

Poco prima dell' alba, un venticello fresco, sento le gazze e i corvi e Li vedo volteggiare, saltare di albero in albero! È fresco stamattina e anche i miei pensieri sembrano essere un po' freschi, rigenerati, ma anche tanto stanchi! Stanchi perché la mia sensibilità, la mia empatia mi porta a vivere , determinate cose, persone., situazioni in modo profondo, quasi personale e questo non fa che appesantire e rendere più vulnerabile la mia me! E si perché quando leggi ultima chemio, e poi sai che era un bambino, quando ti ritrovi in una sala d'attesa, dove ci sono insieme a te donne di diversa età, aspetto, ecc, tutte in ansia per aspettare l'esito dell' esame istologico o biopsia o come lo si voglia chiamare, perché magari risulti meno crudo e più delicato, e tu sei forse l'unica veterana perchè, sei già avanti, con la terapia, con le fasi di questa malattia che inevitabilmente vengono scandite, dai controlli e dalle attese, io per un attimo o anche più, mi perdo! Così ascolti le storie e ti carichi emotivamente di domande, di ansie, di prospettive , che più di un anno fa hanno toccato me e che ti fanno sentire un passo in avanti, e poi vedi quegli occhi stanchi, timorosi, provati ma pieni di speranze! Osservi queste donne sconosciute, che si confrontano, si pongono le stesse domande, aspettano di sapere il tipo di terapie, e si perché poi le vedevi uscire quasi sollevate, qndo parlavano di terapia, di radioterapia, di compresse, ecc, e non di chemio, perché quella fa più paura e chi ci è passato lo sa, non mi dilungherò, perché so che l'argomento è delicato e questo può essere un contesto sbagliato, non voglio né sminuire nulla, né commentare, perché chi ci è passato, chi lo sta affrontando, ovviamente lo vive in un certo modo, lo vive e affronta come può e con tutta la forza, che ci si ritrova ! Perché ricordo anch'io la telefonata di una dottoressa che mi avvisava dell'esito del consulto e quando mi annunciò che avrei dovuto fare un ciclo di radioterapia, ma che la chemioterapia non era necessaria, scoppiai in lacrime e la dottoressa cercava di tranquillizzarmi, perché fa paura, fa paura tutto, ogni istante da quando per te crolla tutto, o si ferma tutto o ha inizio un circolo dal quale ci vorrà del tempo per uscire! Quando sei fresca di tutto, scoperta, intervento, terapia, non si ha il tempo di pensare, di metabolizzare, vieni risucchiata da tutto e spesso ci si allontana dalla realtà, dalla vita di tutti i giorni, che va avanti, che scorre seguendo il suo corso, mentre per te qualcosa si è fermato, qualcosa è cambiato, e si è rotto nel tuo equilibrio! Si perdono certezze, sicurezze, si vive dell'oggi, si vive affrontando ogni giorno, passo dopo passo; tutto cambia priorità, la lista non è più la stessa, ti ritrovi all'improvviso in una vita nuova, dove ci sono regole, ecc, ma non c'è uno schema valido da seguire uguale per tutti e allora ci si adatta. Si cambia e si inizia a vivere questa realtà che finché non ti tocca appare distante, difficile si, ma quando la si affronta in prima persona è tutto così maledettamente diverso, e riuscire a non perdersi, spesso è difficile, perchè si perdono certezze, si assume una visione distorta di una realtà, che ti assorbe così all'improvviso, che credo non ci si senta mai veramente pronti per affrontarla! A breve saranno 2 anni dal quel giorno, da quel controllo di routine, che mi ha aperto un mondo che non conoscevo , ma che sicuramente mi ha salvato, perché oggi credo la la parola Ricerca e Prevenzione siano indispensabili e necessarie se vogliamo combattere questo mostro, a volte invisibile...

 
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from Diario

In pratica ieri sono andato a fare una passeggiata nei posti in cui avevo passato la mia infanzia, a Sant'Olcese. Ho preso lo scooter elettrico e improvvisamente ho voltato e sono andato in questa frazione dell'entroterra. È un paese dove ho vissuto per un periodo lungo della mia vita, all'incirca da quando avevo due anni a quando ne avevo diciotto. Uno dei miei romanzi, PECMEN, si svolge lì e una delle cose che pensavo mentre salivo in scooter, ieri, era quella di fare dei brevi video dei posti in cui il romanzo si svolgeva, per metterli poi sui social: lì è dove macellavano le mucche, lì è dove sono stato accusato di aver dato fuoco al paese, lì è dove aspettavo mio padre che tornasse dalla fabbrica, eccetera.

Una volta salito mi sono reso conto che il progetto era irricevibile perché ne sarebbe venuto fuori un documentario di due o tre ore, documentario che poi sarebbe interessato soltanto a me. Nel senso che quel piccolo piccolo paese era pregno di frammenti del mio passato, pieno zeppo. Camminandoci mi rendevo conto che le cose che avevo messo nel mio romanzo erano piccola cosa rispetto a quello che – di me – era restato impigliato là attorno, nelle strade, nei rami, nell'estetica delle case.

Diversamente da mio fratello non sono una persona nostalgica, anzi. Quando c'è un momento di addio, io saluto tutti con la leggerezza di chi li rivedrà il giorno dopo. E poi mi allontano senza guardarmi indietro. Ho sempre evitato rimpatri, feste dei compagni di classe o reunion degli scout. Ho sempre avuto più curiosità di quello che dovevo ancora incontrare rispetto a ciò che abbandonavo per sempre. Quello che potevo fare l'avevo fatto.

Quindi non sono tornato spesso a Sant'Olcese dopo il trasferimento a Genova. Una decina di volte nel corso di più di trent'anni. Ho portati i figli in Ciaè, salito per la calza della Befana più lunga del mondo. Ma da solo, in preda ai ricordi, forse una o due.

Ieri è stato diverso. Non so perché, forse lo stato d'animo in cui ero. Ieri è stato, a tratti, struggente. Camminavo per questo paese in cui avevo passato tutta la mia infanzia e parte dell'adolescenza, e lo trovavo minuscolo. Le strade si percorrevano in pochi passi. Mi sembrava di essere finito in una versione rimpicciolita del paese della mia infanzia, un pezzo d'Italia in miniatura.

La versione reale del paese si soprapponeva a quella della mia infanzia ed era incredibile. Il paese che conoscevo era stato distrutto nella notte. Le fasce che conoscevo erano diventate un prato, porte in cui ero entrato centinaia di volte erano state murate, cancelli impedivano di andare in posti dove avevo passato ore nascosto, strade sventrate dalle piante, sentieri che terminavano dopo pochi passi crollando in frane irrimediabili. Mi sembrava di essere in un film di fantascienza dove un attacco alieno aveva distrutto il mondo come lo conoscevamo.

In mezzo alcune cose restavano, come immortali. La pergola arruginita dell'uscita secondaria della chiesa, la scritta CDA sui cessi della “casa del catechismo”, il sentiero che – dal nulla – partiva per collegare la zona sotto al campo da calcio fino a Piccarello. Un palazzo, un'inferriata. Le due macellerie, anche se cambiate.

A un certo punto sono sceso fino al secondo campo da calcio, quello in terra batutta che avevo frequentato per un anno da bambino. La strada asfaltata che portava là era butterata dal tempo. Abbandonata si era sventrata, spaccata, piante la spingevano e tiravano, coprendola. Sembrava di camminare in un film post-apocalittico.

Il campo da calcio non esisteva più. Restava lo spazio che avevano creato per farlo. Da decenni direi. Tutto era invaso dalle piante, grossi fori per terra, avallamenti. Ho continuato a camminare per questo spiazzo senza senso, finché, dietro ad alcuni arbusti è emersa la struttura che cercavo. Gli spogliatoi erano rimasti lì. Abbandonati, senza porte, incendiati in parte, coperti di scritte. Un prefabbricato in metallo sommerso dalle piante secche, dai rovi. Ci sono entrato dentro e ci ho camminato come se fosse stata una navicella spaziale aliena. Ho fatto due o tre video. Era l'unica testimonianza che lì, un tempo, dei ragazzini si spogliavano d'inverno, al gelo, per giocare a calcio. Oggi, incomprensibile per chi non l'avesse conosciuta prima.

Tornando indietro pensavo ai romanzi dove l'adulto torna nel paese in cui aveva vissuto da ragazzo, è un topos. Le proprie radici. Ecco, non c'era fortunatamente niente del genere. Non sentivo nessuna radice mia in quel posto. Sentivo piuttosto il meccanismo di una realtà aumentata: c'era quello che vedevo e c'era quello che rivivevo, e le due cose si sovrapponevano. Tutto quello che non avevo scritto, sarebbe morto con me. Tutte le avventure, le tensioni, il sangue, le paure con cui avevo bagnato quel posto erano invisibili a chiunque, se non al mio occhio. Passando e camminando erano tutte lì; faceva impressione, come animazioni registrate nell'occhio e sovrapposte a quello che vedevo.

La sassaiola contro Graziano, Paolo che gratta le castagne d'india sul muro del circolo Acli per farci il sapone, io che chiedo i soldi – l'oblazione – agli spettatori delle partite di calcio della squadra locale, le vespe che mi invadono i vestiti fino alla carne, la gatta senza un occhio che sfida il nostro desiderio di morte, il cabinato del PacMan che prende vita tra il jukebox e il calciobalilla e via, via, via. Tutto registrato e sovrapposto, nel 2026, a quello che mi circonda. Mentre passo e cammino la scena si rigenera davanti ai miei occhi, ricostruita dalla memoria. Piena di falsità immagino.

Quello che sento io – in maniera diversa – lo sentiranno anche altri. Centinaia di universi paralleli di quel piccolo posto che via via nascono, si generano, sbocciano – marciscono e poi muoiono per sempre. Una parte del mondo reale è invisibile all'occhio, e la carne se la porta via, la trascina poi nell'oblio.

Sono risalito sullo scooter elettrico, un occhio alla batteria rimasta, mi sono lasciato tutto alle spalle.

 
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from cronache dalla scuola

Se c'è una cosa che trovo miserabile sono i docenti che raccolgono gli strafalcioni dei ragazzi durante la maturità e li danno in pasto ad altrettanto miserabili quotidiani online, condendo il tutto con qualche rapida analisi sociale gravida di decadenza del costumi.

È miserabile perché è un'ulteriore affermazione di potere da parte di una classe lavorativa di dipendenti statali deboli, fiaccati e litigiosi. Potere di chi valuta su chi è valutato e non può operare nello stesso modo, pena una riduzione dei margini di discussione all'interno della scuola.

Miserabile e miope perché non vede come quegli strafalcioni sono prima di tutto un'emersione di prassi didattiche che non hanno funzionato. E di valutazioni e di esami che hanno perso per strada la loro funzionalità trascinandosi invece dietro una sorta di grottesca parodia amministrativa.

Miserabili, infine, perché sono il termometro di un certo tipo di scuola, che ancora esiste, classista, stereotipata e pronta a nascondere sotto al tappeto gli strafalcioni professionali, a volte gravissimi, di chi la abita.

Per dirne uno: condividere con sarcasmo gli errori degli studenti, invece che valorizzarli in chiave di apprendimento, è uno strafalcione esso stesso, macroscopico e indice di una profonda ignoranza e sciatteria didattica.

 
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from Diario

Perché le persone fanno quello che fanno? La domanda mi girava per la testa mentre ero in piazza De Ferrari. Una ragazza girava con i roller facendosi dei selfie, attorno alla fontana, quando si sono sentiti dei colpi, come di pistola. Per ogni colpo la ragazza ha vibrato, il suono era molto forte. È caduta per terra e tutti, attorno siamo rimasti a guardarla mentre si rialzava, faceva dei gesti per tranquillizzarci, si pettinava i capelli, sorrideva con un volto che sembrava deforme. Riprendeva a pattinare e – di nuovo – i colpi echeggiavano per la piazza.

La ragazza di nuovo cadeva per terra, iniziava a sbavare, dai pantaloncini attillati cominciava a colare del sangue, i capelli biondi di staccavano dalla cute, che si rivelava essere una maschera di gomma. La scena si ripeteva più volte finché – alla fine – il corpo restava a terra. Con un gesto la ragazza si toglieva la maschera, appariva un volto umano che sorrideva mentre noi applaudivamo e lei correva via a prendere qualcosa, per poi tornare in mezzo a noi sventolare una bandiera palestinese.

Più tardi guardavo una donna che si muoveva a scatti, in un abito elegante, seguendo e non seguendo una musica, noi tutti in cerchio come dei primitivi. Perché le persone fanno quello che fanno? Perché siamo tutti in cerchio a vedere questa donna passare dalla danza, a gesti che sembrano raptus senili, a – niente – camminare guardandoci negli occhi? Perché quella donna stava facendo quella cosa e perché noi eravamo lì, a braccia conserte, a fissarla? Ogni tanto una persona, per caso, passava in mezzo al cerchio, ci guardava, sapeva che in quel momento tutti lo guardavamo, guardava la donna, parlava con rabbia, usciva, si perdeva nel centro storico. Per un attimo aveva attraversato lo spettacolo, era diventato spettacolo anche lui. Contaminato.

Guardo la donna e poi guardo il pubblico che è dall'altra parte della piazza. Riconosco alcuni volti. Fingo di guardare la donna canadese che danza ma in realtà inizio a studiare i volti delle persone che la guardano. Qualcuno sorride, qualcuno tiene le braccia incrociate, serissimo. Qualcuno riprende tutto con un cellulare, qualcuno è assorto, qualcuno si sta chiedendo cosa significhino quei gesti, cerca di trovare un senso al fatto che siamo lì, in cerchio, a guardare quella donna. Qualcuno mi sta guardando.

Sui social, mentre aspettavo che iniziasse tutto, colava la standardizzazione. Docenti che condividevano gli strafalcioni degli studenti, con la bava alla bocca e le zanne ancora nella carne di questi ragazzini. Altri proseguivano il loro lavoro di terrore contro i migranti, contro le religioni non occidentali, contro i woke. Perché le persone fanno quello che fanno? Cosa resta – poi – di tutto questo sforzo? Le persone si tirano dietro il chiacchiericcio che le loro azioni hanno messo in moto, come cellule crescono, mangiano, si dividono. Anni dopo sento qualcuno parlare di una persona che conosco: di lui resta tutto il male di cui si era circondato. Il suo abbruttimento sistemico, la sua gestione del potere. Non esiste una giustizia, esiste la materia di cui è fatto questo chiacchiericcio. Le cose che abbiano installato – volenti o nolenti – restano in chi poi se le porta dietro come una spina sottocutanea, immersa nel pus alieno della nostra presenza.

La mia medico traccia dei cerchi spiegandomi come le terapie proveranno a risolvere questo o quel problema che ho. “Ma – le chiedo – il problema principale, quello: in quale cerchio è?“. Lei mi guarda, alza gli occhi al soffitto e disegna sul foglio un puntino che è fuori da tutti e due i cerchi.

Esiste una parte di persone che fanno quello che fanno e che si riconoscono in quello che fanno e in quello che vedono fatto. C'è poco da fare. Non esiste una giustizia e tutte queste belle cosette che ci siamo allestiti, le nostre estetiche, le nostre etiche, possono essere spazzate via in un momento. Facciamo quello che facciamo – penso – perché ci riconosciamo. Il chiacchiericcio si trova in un campo comune. Non dico che sia un coro, ma è una voce comune. Facciamo quello che facciamo perché in questo troviamo la nostra santa pazienza, la nostra controversa grazia e la nostra santa ragione.

A casa continuo a guardare un film che non avrei mai guardato. Me lo ha consigliato una amica, le ho detto che poi le avrei raccontato cosa ne pensavo. Il chiacchiericcio. Facciamo le cose che facciamo perché siamo contaminati dallo spettacolo. Dalla comunicazione. E mentre lo guardo mi vedo dall'esterno che guardo il film, seduto in cucina, con il portatile davanti, le bollette acconto Tari a fianco, la confezione funghi secchi Primia di fronte, il rumore ininterrotto del traffico della valbisagno che viene dalla finestra, le ventole del caricabatteria dello scooter elettrico dietro di me. E mi chiedo, perché lo sto facendo?

Chiudo il portatile, prendo il tablet e inizio a scrivere tutto, prima che sia troppo tardi .

 
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from Transit

(228)

(R1)

Nel dibattito politico italiano la parola “#remigrazione” è arrivata con la forza tipica dei concetti che sembrano semplici solo in apparenza. A prima vista può ricordare un termine tecnico, quasi burocratico, ma il suo contenuto è tutt’altro che neutro: indica, infatti, l’idea di riportare fuori dal paese persone straniere considerate non integrate, non desiderate o comunque incompatibili con l’ordine sociale e culturale dominante.

È proprio questa ambivalenza a renderla così efficace e così insidiosa. Perché la remigrazione non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è una visione della società fondata sulla selezione, sulla gerarchia delle appartenenze e sulla costruzione di un confine identitario sempre più rigido tra chi sarebbe pienamente legittimo e chi no. In #Italia, questa parola ha trovato spazio soprattutto dentro l’ecosistema della destra radicale, ma il punto più delicato è un altro: la sua progressiva normalizzazione nel discorso pubblico, fino a diventare materia di confronto anche in contesti che un tempo l’avrebbero considerata apertamente estranea alla grammatica democratica.

La discesa in politica di Roberto #Vannacci ha accelerato questo processo e gli ha dato una nuova visibilità. Con la nascita di “Futuro Nazionale”, l’ex generale ha spostato la remigrazione dal margine al centro della sua proposta politica, presentandola come strumento di tutela dell’identità, della sicurezza e dei valori occidentali. In questo passaggio c’è già una prima distorsione: il tema migratorio non viene affrontato come questione complessa di diritto, lavoro, integrazione e gestione amministrativa, ma come terreno su cui costruire consenso attraverso la paura e la contrapposizione.

Vannacci non parla di remigrazione come di un semplice meccanismo di rimpatrio per chi è privo di titolo a restare; la inserisce invece in una narrazione più ampia, in cui il problema non è soltanto l’irregolarità, ma la presenza stessa di chi è percepito come estraneo. Questa è la prima grande stortura, politica e culturale insieme: la confusione tra rimpatrio e remigrazione. Il rimpatrio è uno strumento previsto dall’ordinamento e riguarda chi si trova in condizione di irregolarità; la remigrazione, nella versione rilanciata dalla nuova destra, aspira invece a diventare un progetto di più ampio respiro, capace di ridisegnare in senso etnico e simbolico la composizione della comunità nazionale.

La differenza non è marginale, perché nel primo caso si parla di applicazione della legge, nel secondo di una idea di società da rendere omogenea. Quando un’idea del genere entra nel dibattito politico, il rischio è che il diritto venga piegato a un obiettivo identitario, trasformando la cittadinanza in un filtro culturale e non più in uno status giuridico uguale per tutti. La seconda distorsione è il linguaggio. Espressioni come “culturalmente incompatibile”, ricorrenti nella retorica della remigrazione, hanno un’apparenza razionale ma aprono a criteri del tutto arbitrari. Chi stabilisce che cosa sia compatibile e che cosa non lo sia? Chi decide dove finisce l’integrazione e dove inizia l’incompatibilità? Soprattutto: sulla base di quali parametri, se non di un giudizio politico e ideologico?

(R2)

In questo slittamento si vede la natura profonda del concetto. La remigrazione non si limita a distinguere tra regolare e irregolare, ma prova a costruire una scala di appartenenza, nella quale alcuni soggetti restano tollerati solo fino a quando non diventano troppo visibili, troppo presenti o troppo diversi. Il caso italiano è particolarmente significativo, perché questa evoluzione non si è prodotta in modo improvviso, ma attraverso una serie di passaggi successivi. Prima il termine è circolato negli ambienti dell’estrema destra europea, poi è stato ripreso da movimenti identitari e da reti militanti, infine ha cominciato a trovare sponde nel dibattito mediatico e politico più largo.

Nel frattempo, la questione migratoria è stata sempre più spesso raccontata attraverso schemi binari: da un lato il cittadino minacciato, dall’altro lo straniero che destabilizza. Il risultato è una semplificazione estrema di problemi che invece richiederebbero strumenti diversi, dalla gestione dei flussi alle politiche abitative, dal lavoro alla scuola, dall’integrazione ai servizi territoriali. Quando invece si sceglie la scorciatoia della remigrazione, si promette una soluzione immediata a problemi strutturali e si sposta l’attenzione dalla complessità alla punizione.

Questa narrazione produce un effetto preciso: trasforma il migrante in un simbolo su cui scaricare ansie collettive che hanno origini molto più ampie. Insicurezza economica, precarietà sociale, sfiducia nelle istituzioni, timore del declino: tutto viene condensato in un’unica figura di alterità. È una strategia antica, ma oggi più potente che mai perché trova terreno fertile in un contesto di forte polarizzazione e di competizione identitaria.

Il problema è che questa semplificazione non risolve nulla. Al contrario, alimenta la percezione di una società divisa in blocchi incompatibili, rafforza il sospetto verso chi ha origine straniera anche quando è pienamente inserito nel tessuto civile e lavorativo, e mette in crisi l’idea stessa di convivenza come progetto comune.

La retorica della sicurezza è il motore principale di questa operazione. Ogni volta che si parla di remigrazione, il discorso viene immediatamente spostato sul terreno della protezione, del controllo e dell’ordine. Ma la sicurezza, in un sistema democratico, non può diventare una categoria etnica. Non può coincidere con l’idea che la presenza straniera sia di per sé una minaccia, né può essere usata per legittimare la compressione del principio di uguaglianza.

Quando questo accade, la politica smette di regolare conflitti e comincia a produrre gerarchie tra esseri umani. È qui che la remigrazione rivela il suo carattere più profondo: non una risposta ai problemi, ma una modalità di lettura del mondo che distingue tra chi appartiene e chi può essere espulso simbolicamente prima ancora che materialmente.lù

La parabola di Vannacci è emblematica anche per un altro motivo: mostra quanto il centrodestra italiano sia attraversato da una tensione interna tra gestione istituzionale dei fenomeni migratori e radicalizzazione del linguaggio. Da una parte c’è chi prova a parlare di rimpatri, regole e accordi; dall’altra c’è chi preferisce alzare il tono e trasformare il tema in una battaglia di civiltà.

La remigrazione si colloca esattamente in questa seconda traiettoria, quella che consente di mobilitare consensi attraverso la contrapposizione, ma che finisce anche per spostare sempre più avanti il confine di ciò che appare politicamente legittimo. È un meccanismo pericoloso, perché la destra istituzionale rischia di inseguire quella più estrema invece di contenerla, contribuendo così alla sua ulteriore legittimazione.

(R3)

Le conseguenze sociali sono ancora più gravi. Una società che adotta la remigrazione come parola d’ordine comincia a percepirsi come un corpo da “ripulire”, non come una comunità complessa da governare. Si rafforza la divisione tra “noi” e “loro”, si alimentano sospetti generalizzati verso interi gruppi di popolazione, si indebolisce il principio di uguaglianza e si diffonde l’idea che la presenza di alcune persone sia sempre revocabile, condizionata o temporanea. In questo clima, la cittadinanza perde il suo significato universale e diventa un privilegio da assegnare in modo selettivo. Non è un dettaglio lessicale: è una trasformazione profonda della cultura politica.

Ed è proprio qui che si vede l’alterazione più importante. La remigrazione viene presentata come soluzione a problemi concreti, ma in realtà funziona come dispositivo di spostamento del conflitto. Invece di affrontare le cause della crisi sociale, economica e istituzionale, si costruisce un racconto in cui la responsabilità viene attribuita al soggetto più visibile e più vulnerabile. Il migrante diventa così il bersaglio ideale: facile da nominare, semplice da contrapporre, utile da esibire come prova di fermezza.

Una politica che sceglie questa strada non rafforza lo Stato e non rende più solida la convivenza democratica. Produce invece una società più diffidente, più rancorosa e più disponibile ad accettare che alcuni diritti valgano meno di altri.

La questione, in fondo, non riguarda solo la parola remigrazione. Riguarda il modo in cui una parte della politica italiana ha deciso di usare il tema migratorio come acceleratore identitario, spostando il baricentro del dibattito dalla soluzione dei problemi alla costruzione del nemico. La discesa in campo di Vannacci ha reso questa tendenza più visibile, più organizzata e più competitiva elettoralmente. Ma proprio per questo andrebbe letta non come un episodio isolato, bensì come il segnale di una trasformazione più ampia: il passaggio da una politica che prova a governare la complessità a una politica che preferisce semplificare il mondo in appartenenze contrapposte.

La remigrazione, in questa cornice, non è una proposta tra le altre. È il sintomo di una cultura politica che non cerca di tenere insieme una società plurale, ma di ridefinirla attraverso l’esclusione.

#Blog #Politica #Destra #DirittiCivili #Remigrazione #Vannacci

 
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from mementomori

Guardarsi Lady vendetta nel 2026...

...è come smettere di mangiare merda e iniziare a disettarsi dentro la fontana con le acque eterne dell'yggrdrasil fino ad arrivare al centro dell'universo ed arrivare a conoscere tutto di sè e dell'universo cosmico attorno al proprio essere.

Onesto? Meglio di Oldboy.

14/10

 
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from mementomori

Comunque palesemente le donne sono superiori agli uomini.

Cioè, dai...è ovvio. E sono pure un uomo. lol

“Cioè, zio...FIGA: IL CALCIO E LA FIGA SONO LE COSE PIÙ BELLE DEL MONDO, si va a troteeeeee”

esempio lampante di donne che superano le divinità stesse:

https://www.youtube.com/watch?v=_ukZYoxfyto

https://www.youtube.com/watch?v=VICAjO51wPw

spoiler: sto post era fatto apposta sulla scia del post pieno di bestemmie-sfogo per publicizzare un po' di musica bella. lol non ho un cappio da fare...ne da mettermi. lol

 
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from mementomori

Il mondo dell'open-source non ha un fottuto cazzo di senso per la sicurezza e per la privacy, punto.

E sapete il perché? È semplice rispondervi: Chiedete a qualunque intelligenza artificiale se esiste in tutto il mondo attualmente un sistema hardware aggiornato (quindi in teoria sicuro) con un software completamente open-source (quindi che non abbia una qualunque traccia di codice chiuso) e vi dirà che i device attuali non hanno MAI (e dico mai) il firmware open-source e gli ultimi che ce l'hanno sono computer thinkpad di 16 anni fa non più aggiornabili via hardware con si software open aggiornato ma con appunto hardware scadente e se si vogliono usare veramente in modo completamente opensource senza crash continui non puoi. MA LOL.

Ma voi che vivete nel mondo nel mondo opensource che avete in testa? Le possibilità sono quattro: >non ve ne frega un cazzo di tenere davvero alla privacy e alla sicurezza >siete ignoranti a vostra insaputa a riguardo >non potete farci nulla a riguardo (come tutti visto che i pezzi hardware attuali sono blindati via software) e siete leggermente ipocriti >non vi interessa veramente la privacy e la sicurezza nel mondo open-source

Un firmware che lavora al ring -3 può letteralmente leggere SEMPRE e TUTTO ciò che va su quel pc e questo accade SEMPRE e PER TUTTI i device e sicuramente condividono tutto via internet, quindi: le vostre criptazionicine della mia palla destra se ne vanno a fottere...

“Beep-Beep...Beep-Beep...” “Pronto GrapheneOS?” “Si: siamo noi.” “Vi ritenete capaci di creare un sistema sicuro e che non viene assolutamente letto il contenuto dei suoi utenti da parte di Google mentre usano esso?” “Beh...si...più o meno...” “MA ANDATEVENE A FANCUL, E DITELE LE COSE COME STANNO, SERVE UN MOVIMENTO SERIO A RIGUARDO.”

Ah ma giusto: Google e Youtube vi dicono che graphene è sicuro, così come proton: CREDETECI. LOL

Edit-spoiler: informatevi bene su internet, qui c'è del miracolo: https://tehnoetic.com/ https://minifree.org/

Edit 2, ancora meglio: https://www.crowdsupply.com/mnt/mnt-reform-next https://mntre.com/

 
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from Diario

Ieri ho finito di leggere Il giardino dei sette crepuscoli, l'avevo iniziato a febbraio. Mi ci sono messo d'impegno per terminarlo prima dell'inizio degli orali. Ero sul divano e mi sono reso conto che non vedevo la pagina: un po' per l'oscurità, un po' perché la mia vista peggiora con il passare degli anni, avevo delle informazioni parziali del testo. Le lettere si diluivano, dilavate in macchie diventavano un impasto con la pagina e capivo il senso perché il mio cervello – bontà sua – completava quello che non vedevo.

Era come se un'intelligenza artificiale generasse di volta in volta le pagine del libro per accostamenti probabilistici dei vettori delle forme tipografiche dei caratteri e la mia parte razionale trasformasse quella parodia della pagina stampata in un qualcosa che avesse senso. In più mi davano fastidio le modalità con cui il protagonista della storia si innamorava. Vedere il tuo corpo che invecchia e perde possibilità e fascino, rompe la valvola che teneva tutta la vaporosità di quello che pensi di te stesso così in alto, nel grande panopticon indistinto delle relazioni sociali.

Sono qua che aspetto di essere felice, pensavo ieri, volevo farne l'incipit di una poesia, ma in questo periodo non scrivo più in versi. Programmo anche pochissimo. Non ho idea del perché, ma mi interessano – in questi mesi – le immagini. Faccio molte fotografie, mash-up, video, senza più l'ingombro dell'apparato testuale. E uso pochissimo l'intelligenza artificiale, giusto ogni tanto per sprecare energia e affrettare il momento in cui diventerà inaccessibile per i costi di gestione. Ma – in genere – per cazzate.

L'immagine invece in questo periodo mi restituisce di più mentre la tratto. Ho iniziato a fare dei mash-up di opere d'arte, ne sta venendo fuori una serie che si chiama crasi. Giro per ore in un sito che raccoglie immagini di opere d'arte e mi sono fatto prestare da un collega che insegna tecniche di disegno tre volumi di storia dell'arte che sfoglio. Quando due immagini mi sembrano cortociruitare, magari una che ho sotto gli occhi e una nella mia memoria le porto su gimp e inizio a lavorarle per metterle assieme. Butto via l'ottanta per cento delle prove. A volte certe cose sono buone solo nella mia testa. Qua si vede il fatto che sono invecchiato: un tempo avrei pubblicato tutto.

Oppure giro e faccio foto. Mi diverte provare a fotografare al buio con l'otturatore aperto oppure uso un filtro in ingresso che trasforma il reale in una sua versione bitmap, un dithering che degrada tutto creando un'estetica che trovo affascinante. Non tratto la fotografia, ma fotografo già quello che il filtro deforma, cerco di vedere il mondo – voglio dire – con l'occhio algoritmico del filtro. E poi – vabbè – vado in giro a fotografare le immagini che possono servirmi per Inferno, la visual novel che devo finire. Ieri ho fatto delle foto dei corridoio di un rivenditore di piastrelle che erano perfette e in settimana devo andare al cimitero per fare due foto a una serie di loculi che ho in mente.

Aspetto di essere felice e alla mattina sentire qualcosa di caldo che staziona nella bocca, poi scende per la gola e inizia ad appesantire lo stomaco, è un passo nella direzione giusta, pare.

Oggi ho fatto una lunga passeggiata perché non stavo bene, sentivo un senso di leggera depressione e una rabbia interna senza ragione apparente. Mentre camminavo mi fischiavano le orecchie, acufeni al massimo livello, il che aumentava ancora di più il senso di fastidio. Guardandomi attorno, quello che vedevo mi intristiva. Non c'era nessun motivo, ma era così. Volti persi, gente affamanata seduta per strada con lo sguardo di chi ti vuole spolpare, marciapiedi con il cemento frantumato da decenni, gente violenta, la periferia. Tutto concorreva a farmi stare peggio.

Io camminavo veloce, cercavo di bruciare. Formulavo frasi nella testa. Cercavo un testo per un video, che poi non ho fatto. Il testo diceva qualcosa del tipo: il problema non è rendersi conto che l'umanità è insostenibile. L'umanità è insostenibile. Insopportabile. Solo se sei innamorato puoi non farci caso, l'umanità – cioè – resta insostenibile, ma tu sei innamorato e pensi che sia uno scambio equo: tenere l'innamoramento e sopportare l'umanità, il mondo. Ma il problema non è lì. Il problema è quando ti vedi da fuori e scopri che anche tu sei insopportabile. Ti senti parlare, vedi i tuoi tick, la tua voce lagnosa, consideri i tuoi bias, i tuoi pregiudizi e capisci che sei come tutti gli altri. Uno dei tanti tasselli. Pensavi di essere diverso, tutta la narrativa ti ha sempre detto che tu eri diverso, che eri il prescelto, ma in realtà sei uno dei tanti. Il video finiva così.

È stato in quel momento che ho provato una rabbia intensa, non verso l'umanità, le persone che camminavano vicino a me, i messaggi pubblicitari, tutta questa gente che vuole vendermi qualcosa – qualsiasi cosa – continuamente. Ho sentito una rabbia salire per il corpo, ma una rabbia verso me stesso. Immotivata, cieca, invisibile. Una rabbia materiale, perché era della stessa consistenza della mia carne, e saliva e in quel momento ho avuto paura. Perché un conto è fare della narrativa, come sto facendo adesso, raccontare cose che magari mi sono inventato. Tu che mi stai leggendo non hai idea se quello che ti sto scrivendo è successo davvero. Un conto è fare narrativa, partire da un particolare e allargare il discorso, creare tutta la struttura che l'occidente mette in piedi per raccontare qualcosa.

Ma un altro conto è quando succede davvero, quando sei li con la lingua nella testa che fai narrativa e la lingua rimane annodata, un rigurgito di odio sale e annega tutto quello che incontra, la lingua stessa si irrigidisce, si spaventa. Teme di non riuscire a raccontare quello che gli sta succedendo, di non averne la possibilità, di rimanere sommersa e schiacciata sotto. Questa volta sta succedendo davvero. Una paura carnale.

Di cosa? Non lo so. Che sia tutto lì. Alla fine è tutto lì. Non lo so in realtà.

Ho ripreso a camminare e ho camminato ancora per almeno un'ora finché il corpo ha iniziato a farmi male, a tornare umano, un po'. Ho preso fiato. Ho attivato lo smartphone e sono sceso in mezzo alla strada, nella corsia degli autobus, stando attento che nessuno mi investisse. Ho fatto delle foto ai cartelloni pubblicitari a cui avevano tolto tutto. Restava il colore del metallo raschiato, il grigio sovrapposto della sua materia che – in quel momento – mi sembrava una delle poche cose che – guardandola – mi rispondeva.

Vedi, ho detto stamattina allo studente alla correzione del suo elaborato, il tuo compito ha mostrato che hai delle belle idee, che sei curioso e che devi continuare a leggere perché il tuo vocabolario deve crescere, si vede che hai difficoltà a volte a trovare le parole giuste. E la seconda cosa – gli ho detto – è che mentre leggevo il tuo elaborato, mi sono commosso. Davvero, commosso. E gli ho spiegato quando e perché. E lui ha fatto un espressione del viso strana, come dire.

 
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from CASERTA24ORE.IT dal 1999 on line

Caserta: Tragedie annunciate, il dramma silenzioso dell'Alzheimer e la solitudine di chi assiste, cosa fare in provincia di Caserta e l'INPS nega l'assistenza

Purtroppo spesso le cronache ci consegnano notizie di roghi in abitazioni, incendi o anziani finiti al pronto soccorso perché hanno ingerito detersivi. Capita a noi giornalisti di dare la notizia nell'immediato, soprattutto se c'è di mezzo un morto, e poi nulla più. Difficilmente si va dentro alla notizia per cercare il perché di queste tragedie.

Questi episodi accadono a persone anziane ultraottantenni con iniziali segnali di decadimento mentale, ma il più delle volte anche ad anziani più giovani affetti da Alzheimer. Molto spesso queste persone, perché difficili da gestire, vengono lasciate sole: non sanno in che epoca vivono, il passato prossimo non esiste più, tendono a non lavarsi. Fisicamente sono in grado di camminare e parlare, ma il più delle volte in maniera sconclusionata. Se non seguite da un caregiver, finiscono per perdersi e devono essere riaccompagnate a casa dal benefattore di turno; mangiano male perché non sono in grado di preparare un pasto, non si prendono cura della salute e non riescono ad assumere regolarmente le medicine.

Il malato di Alzheimer spesso non muore per la malattia in sé, ma per le conseguenze. Essa, infatti, aggrava altre patologie che il paziente non è in grado di curare autonomamente. Per la peculiarità del quadro clinico, il soggetto non accetta l'aiuto, negando qualsiasi bisogno. Questa fase della malattia, dalla diagnosi dei primi sintomi al decesso, può durare se il paziente è ben curato e assistito, oltre dieci anni.

E qui si pone la questione morale: lo Stato e i familiari devono aiutare un malato di Alzheimer oppure, facendo un discorso cinico, la morte diventa una liberazione per chi assiste e un risparmio di costi per lo Stato?
Capita che caregiver esasperati se la prendano con le commissioni mediche dell'INPS quando viene loro negata l'indennità di accompagnamento e, in alcuni casi limite, anche i benefici del comma 3 della legge 104.

L'INPS, nel valutare in generale le domande di accompagnamento, nega quasi sempre in fase di prima istanza forme di assistenza. È una forma di autotutela giusta, purtroppo di falsi invalidi ce ne sono. Ma quando si nega ciò a un malato di Alzheimer, salvo poi vedere lo stesso ente soccombente nel successivo ricorso, può capitare che, nelle more, il paziente non assistito abbia un incidente o si faccia male o in casi peggiori muoia; proprio come nei casi di incidenti accennati all'inizio di questo articolo.


Dal 1997 esiste una linea telefonica dell'Associazione italiana malattia di Alzheimer, l'unica gratuita nazionale dedicata alla patologia. Chiamando l'800679679 è possibile parlare con psicologi e neuropsicologi in grado di dare consigli ai caregiver; esiste ovviamente una sede in Campania, a Napoli, con servizi e assistenza ai malati e ai loro familiari.

Per l'Alzheimer non esistono medicine che fanno guarire: la cura più efficace è quella di un caregiver capace di generare esperienze emotive profonde nell'assistito, che contribuiscono a migliorare la qualità di vita dei pazienti in direzione del loro benessere e della loro serenità emotiva. In quest'ottica, a Caserta ha preso avvio il percorso “Real-Mente”, un progetto in team tra l'Ospedale Sant'Anna e San Sebastiano e la Reggia di Caserta. L'iniziativa prevede una serie di incontri tematici negli ambienti degli appartamenti della Reggia, nel Bosco Vecchio, nella Pinacoteca fino al Teatro di Corte. I partecipanti sono guidati in un'esperienza multisensoriale basata sul dialogo, sull'osservazione delle opere e sulla stimolazione emotiva attraverso i colori.

 
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