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from norise 3 letture AI

Se avranno voce

ed è pleonastico il tuo dire i tempi son cambiati e alle piante seccano i timidi germogli

i pesci son gonfi di plastica e i cieli di cenere e i mari piangono coi miei occhi

lasciare parlino i fatti se voce avranno in una -lesta?– inversione di tendenza

Riflessione sul testo

Grazie per aver condiviso questa poesia. Ha immagini forti e una voce che mescola dolore e speranza, con un contrasto efficace tra il paesaggio naturale che muore e la richiesta che siano i fatti a parlare. L’uso di elenchi brevi e frammentati crea un ritmo sospeso che funziona bene.


Temi e immagini principali

  • Decadenza ambientale: piante che seccano, pesci gonfi di plastica, cieli di cenere, mari che piangono.
  • Voce e azione: il desiderio che la realtà (i fatti) prenda la parola se avrà voce.
  • Speranza cauta: la possibilità di una “inversione di tendenza” ma con tono incerto e quasi supplichevole.

Piccoli suggerimenti stilistici

  • Coerenza verbale: scegli se mantenere il condizionale ipotetico (“Se avranno voce”) o trasformarlo in una dichiarazione più netta per aumentare l’urgenza.
  • Ridurre pleonasmi: la frase “ed è pleonastico il tuo dire” è potente ma può risultare didascalica; valuterei di renderla più evocativa.
  • Immagini sensoriali: hai già ottime immagini visive; aggiungere un dettaglio tattile o sonoro può intensificare l’impatto (es. il sapore del sale, il rumore di un’onda).
  • Chiarezza finale: l’ultima riga è ambigua in modo interessante; sostituire “-lesta?-” con un avverbio scelto può dare più forza (es. “repentina”, “insperata”, “lenta ma vera”).

Versione alternativa mantenendo il tono originale

Se avranno voce
ed è pleonastico il tuo dire
i tempi son cambiati e
alle piante seccano
i timidi germogli

i pesci son gonfi di plastica e
i cieli di cenere
e i mari piangono coi miei occhi

lasciare parlino i fatti
se voce avranno
in una repentina inversione di tendenza


Lettura e ritmo consigliati

  • Pausa dopo ogni verso breve per lasciare che l’immagine si depositi.
  • Accentuare la ripetizione di “voce” quando ricorre, per farne il motivo centrale.
  • Chiudere con un crescendo sulla parola che scegli per l’inversione, pronunciandola più lentamente per dare peso alla speranza.

Ecco una versione più lirica che amplifica le immagini e il respiro del testo.

Versione lirica

Se avranno voce
— e il tuo dire suona già pleonastico —
i tempi si sono fatti ombra:
alle piante si spezzano i germogli timidi,
come piccoli segreti che non trovano più la luce.

I pesci galleggiano gonfi di plastica,
i cieli si disfano in cenere,
i mari raccolgono il mio pianto e lo restituiscono in onde.

Lascia che parlino i fatti,
se avranno voce,
che la parola venga dal corpo del mondo:
in una lenta, possibile inversione di tendenza.

Variante più musicale

Se avranno voce,
e il tuo dire è eco già inutile,
i tempi mutano e le piante perdono i loro sogni;
i germogli, timidi, si ritirano come note non suonate.

Pesci di plastica nuotano in silenzio,
cieli di cenere sospendono il respiro,
i mari piangono con i miei occhi, con la mia voce.

Lascia parlare i fatti,
se avranno voce,
che il mondo intoni un ritorno lieve, improvviso, vero.

 
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from differxdiario

è veramente orrido-affascinante questo mettere, da parte di tutti, ogni cosa su facebook 'come primo spazio di comunicazione'. non come possibile rilancio (cosa che, tramite link, può essere una prassi limitatamente utile) ma proprio come luogo primo e privilegiato di esistenza quando si è in 'modalità comunicazione'.

devo comunicare una notizia, dire come la penso, scrivere un saggio, una poesia, redigere un elenco importante, stabilire una posizione politica, fare un reportage fotografico? “lo metto su facebook”.

è come, tutte le volte, dare le chiavi della macchina a un miliardario (finto clochard) che già ci dorme e ci bivacca dentro tutte le volte che gli pare, senza restituircela mai.

la servitù volontaria. di più: entusiasta. ___________

(dopo la banca mondiale, la bacheca mondiale: https://marcogiovenale.me/2026/08/26/bacheca-mondiale/)

 
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from Il Nuovo Tempo

Quando il genio incontra la rete

C’è un momento preciso, spesso invisibile agli altri, in cui nasce una stori in quello spazio sospeso tra la realtà e il pensiero, quando l’immaginazione sussurra qualcosa che ci costringe a guardare il mondo da una prospettiva nuova. È un istante fragile e potente insieme, un varco che si apre senza preavviso e che, se siamo abbastanza attenti, possiamo attraversare. È successo anche stavolta. Ero nel mio studio, tra appunti sparsi, tracce audio da sistemare e silenzi da riempire. Cercavo il filo giusto per il prossimo articolo. Poi è arrivata una domanda. Di quelle semplici solo in apparenza, di quelle che non si limitano a bussare, ma entrano e si siedono accanto a te: e se i grandi geni del passato vivessero oggi, nel nostro tempo iperconnesso? All’inizio è stato quasi un gioco. Un esercizio mentale leggero, una fantasia da coltivare tra una pausa e l’altra. Ho immaginato Leonardo da Vinci alle prese con una videocamera, Dante immerso nel flusso continuo dei social, Pirandello a osservare le identità digitali come fossero maschere teatrali. Ho sorriso, lo ammetto. Ma quel sorriso è durato poco. Perché sotto quella superficie ironica si muoveva qualcosa di più profondo. Un’intuizione. Forse anche una provocazione. Nel mio lavoro ho imparato che le storie migliori nascono quando smettiamo di considerare il passato come qualcosa di distante. Le epoche cambiano, i linguaggi si trasformano, gli strumenti evolvono a una velocità che spesso ci sfugge, ma il genio, quello autentico, resta riconoscibile. Cambia forma, non sostanza. Si adatta, ma non si snatura. E allora questa domanda ha iniziato a crescere, a prendere spazio, a chiedere di essere esplorata davvero.

Questo non è solo un omaggio ai grandi del passato, né un semplice esercizio di immaginazione. È uno specchio. Una lente attraverso cui osservare noi stessi, il nostro modo di comunicare, di filtrare le informazioni, di distinguere – o forse confondere – il valore con il rumore. Perché oggi siamo immersi in un flusso continuo, ininterrotto, dove tutto parla, tutto chiede attenzione, tutto pretende di essere ascoltato. Ma quante di queste voci contengono davvero qualcosa? E quante invece si perdono nel vuoto? E se i grandi geni del passato vivessero oggi, riusciremmo a riconoscerli? O finirebbero anche loro inghiottiti da questo rumore di fondo?

Leonardo da Vinci, probabilmente, non sarebbe solo un creatore di contenuti. Sarebbe un ponte tra mondi. Un canale YouTube non gli basterebbe: lo trasformerebbe in un laboratorio aperto, dove ogni video è un esperimento, ogni errore una scoperta, ogni intuizione un invito a guardare oltre. Lo vedremmo costruire prototipi con materiali improbabili, spiegare concetti complessi con una semplicità disarmante, mescolare arte e scienza senza mai sentire il bisogno di separarli. E forse, tra milioni di visualizzazioni, qualcuno si fermerebbe davvero ad ascoltare. Non per intrattenimento, ma per comprensione.

Dante Alighieri, invece, sarebbe una presenza scomoda. Una voce che non cerca consenso ma verità. Il suo profilo social diventerebbe un campo di battaglia linguistico, fatto di versi taglienti, giudizi netti, immagini potenti. Non si limiterebbe a commentare la realtà: la sezionerebbe. E inevitabilmente dividerebbe. Amato da chi cerca profondità, respinto da chi preferisce la leggerezza. Ma Dante non è mai stato neutrale. E forse, proprio per questo, oggi più che mai, sarebbe necessario. Luigi Pirandello si troverebbe perfettamente a suo agio nel caos delle identità digitali. Non lo subirebbe, lo studierebbe. Ogni profilo social diventerebbe per lui un personaggio, ogni filtro una maschera, ogni post una confessione involontaria. Giocherebbe con le percezioni, smonterebbe certezze, insinuerebbe dubbi. E mentre gli altri cercano di costruire un’immagine coerente, lui si divertirebbe a mostrarne le crepe. Socrate, probabilmente, avrebbe vita breve sulle piattaforme. Non perché manchi di contenuti, ma perché ne avrebbe troppi, e troppo scomodi. Risponderebbe a tutto con domande, metterebbe in crisi ogni certezza, costringerebbe chi lo ascolta a pensare davvero. E questo, oggi, è forse l’atto più rivoluzionario. Verrebbe segnalato, frainteso, forse ignorato. Ma chi lo seguirebbe davvero, non tornerebbe più indietro. Galileo Galilei sarebbe un faro nella nebbia della disinformazione. Un divulgatore instancabile, capace di rendere accessibile ciò che sembra distante. Smontarebbe teorie infondate con pazienza e rigore, senza mai rinunciare all’ironia. Non cercherebbe lo scontro, ma la chiarezza. E proprio per questo finirebbe comunque al centro dello scontro. Perché la verità, quando è solida, fa sempre rumore.

Virginia Woolf si muoverebbe in modo più silenzioso. Non inseguirebbe l’algoritmo, non cercherebbe visibilità. Costruirebbe spazi. Spazi interiori, spazi di riflessione, luoghi dove la parola torna a respirare. In un mondo che corre, lei rallenterebbe. E proprio lì, in quella pausa, si farebbe ascoltare davvero. Nietzsche diventerebbe un fenomeno virale e, allo stesso tempo, profondamente frainteso. Le sue frasi verrebbero isolate, trasformate in slogan, svuotate della loro complessità. Ma sotto quella superficie, per chi ha il coraggio di andare oltre, resterebbe intatta la forza del suo pensiero. Scomodo, destabilizzante, necessario. Emily Dickinson sceglierebbe l’ombra. Nessuna esposizione, nessuna strategia. Solo parole. Poche, essenziali, incisive. Non avrebbe bisogno di numeri, perché il suo impatto non si misurerebbe in visualizzazioni ma in profondità. E i suoi versi, come sempre, troverebbero la strada. Caravaggio vivrebbe al limite, come ha sempre fatto. Tra luce e oscurità, tra creazione e distruzione. I suoi contenuti visivi sarebbero potenti, disturbanti, impossibili da ignorare. Non cercherebbe approvazione, ma reazione. E la otterrebbe.

Freud trasformerebbe l’interiorità in un territorio condiviso. Porterebbe alla luce ciò che spesso resta nascosto, rendendo visibile l’invisibile. Ma anche lui, come molti altri, verrebbe semplificato, ridotto, talvolta banalizzato. Eppure, per chi è disposto a guardarsi dentro, resterebbe una guida.

Mozart, infine, incarnerebbe la velocità del talento. Creerebbe, sperimenterebbe, collaborerebbe. La sua musica viaggerebbe ovunque, attraversando confini e generi. Ma il suo genio non sarebbe nella quantità, bensì nella capacità di toccare qualcosa di universale, anche in un mondo frammentato.

E poi Giordano Bruno, probabilmente fuori dai circuiti ufficiali, ai margini delle piattaforme, ma al centro di una rete invisibile fatta di idee, condivisioni autentiche, ricerca libera. Non avrebbe bisogno di visibilità per esistere. Gli basterebbe la verità. Questi giganti, se fossero tra noi, non sarebbero semplici curiosità. Sarebbero una sfida. Perché metterebbero in discussione il nostro modo di guardare, di ascoltare, di scegliere. Ci costringerebbero a rallentare, a distinguere, a riconoscere. E allora la domanda resta. Non cosa farebbero loro oggi. Ma cosa faremmo noi.

Li sapremmo riconoscere davvero? O li lasceremmo scivolare via, tra un contenuto e l’altro, tra una distrazione e la successiva? Io resto qui, in questa officina sospesa tra passato e futuro, con il suono delle idee che continua a vibrare e la sensazione che, forse, il genio non sia mai scomparso. Forse ha solo cambiato linguaggio. Forse è già tra noi.

 
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from CyberShiva

L'intelligenza artificiale ha una caratteristica che nessuna scuola tradizionale ha mai avuto: può offrire un insegnante personale a ogni studente. Se un bambino non capisce le frazioni, l'IA può spiegarle in dieci modi diversi. Se un altro è molto avanti in matematica ma indietro in storia, può adattare il percorso in tempo reale. In teoria, questo potrebbe rendere l'apprendimento molto più efficace rispetto a una classe di 25 studenti che seguono tutti la stessa lezione.

Inoltre, l'IA può:

  • rispondere a domande in qualsiasi momento;
  • simulare esperimenti scientifici;
  • insegnare lingue conversando;
  • creare esercizi personalizzati;
  • valutare i progressi continuamente.

Da questo punto di vista, potrebbe sostituire gran parte della funzione “didattica” della scuola.

Chiaramente la scuola non serve solo a trasmettere conoscenze; serve anche a far vivere esperienze sociali. I bambini imparano a collaborare, a litigare, a fare pace, a parlare in pubblico, a confrontarsi con persone diverse. Queste competenze non sono acquisibili restando davanti ad uno schermo.

Personalmente troverei positivo un modello scolastico trasformato: meno scuola tradizionale e più apprendimento personalizzato. Potrebbero esistere centri dove ci si incontra per laboratori, sport, musica e attività di gruppo, mentre il resto dello studio puo benissimo avveire con il supporto di un'IA.

In uno scenario ancora più radicale, anche l'obbligo scolastico potrebbe trasformarsi. Lo Stato potrebbe non imporre più “devi andare in questa scuola”, ma piuttosto “devi dimostrare di aver raggiunto queste competenze”. Scuola pubblica, istruzione familiare, tutor umani o IA diventerebbero una scelta.

L'istruzione parentale è legale in molti paesi purché vengano rispettati determinati requisiti e vengano verificate le competenze. L'IA potrebbe rendere questa modalità molto più accessibile a molte famiglie.

Cosa potrebbe accadere nei prossimi 50 anni:

  • l'IA diventerà il principale strumento di insegnamento;
  • gli insegnanti assumeranno sempre più il ruolo di mentori e facilitatori;
  • le scuole saranno soprattutto luoghi di socializzazione, progetti pratici e attività di gruppo;
  • l'obbligo potrebbe spostarsi dalla frequenza scolastica al raggiungimento di determinate competenze.

Rischi associati:

Un'IA potrebbe essere programmata per presentare una certa versione della storia, della politica o della scienza. Oggi i programmi scolastici sono già oggetto di discussione, ma con milioni di tutor IA personalizzati la questione potrebbe diventare ancora più delicata. Se ogni persona imparasse attraverso un'IA diversa, chi controllerebbe cosa viene insegnato?


Commenta: https://mastodon.uno/@shiva/117157617532766553

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

immagine

Prima dei R.E.M., dei Sonic Youth e dei Nirvana, un altro grande gruppo del circuito alternativo a stelle e strisce fu ingaggiato da una major, per provare a dimostrare che certo rock nato e maturato nei bassifondi poteva diventare un business: si trattava di un trio originario di Minneapolis, con un nome assurdo — “ti ricordi?” in svedese — e trascorsi di rilievo nell’ambito dall’hardcore più feroce e senza compromessi, la cui leadership era divisa tra due compositori e cantanti impegnati anche alla chitarra (Bob Mould) e alla batteria (Grant Hart)... https://www.silvanobottaro.it/archives/4145


Ascolta il disco: https://album.link/i/282971813


 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Furti e rapine ai musei: un rapporto Europol sulle tattiche di aggressione ai beni culturali

Il rapporto rivela un allarmante spostamento verso metodi violenti, attacchi mirati e il coinvolgimento di nuove reti criminali

La copertina della pubblicazione

Europol ha pubblicato un rapporto intitolato “Cambiare tattica, cambiare obiettivi: la natura in evoluzione delle rapine nei musei” (scaricabile qui: https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/Changing-targets-changing-tactics-museum-heists-report.pdf), che rivela un cambiamento nei metodi e negli obiettivi dei furti nei musei in tutta Europa. Il rapporto evidenzia un preoccupante aumento delle tattiche violente ed energiche, insieme a una crescente attenzione verso oggetti di alto valore come metalli preziosi, pietre preziose e manufatti culturalmente significativi.

In particolare: – Aumento della violenza: i furti nei musei stanno diventando più aggressivi e i trasgressori utilizzano strumenti come mazze, esplosivi e armi da fuoco per violare i locali e intimidire il personale. – Articoli mirati di alto valore: i ladri si concentrano sempre più su metalli preziosi, pietre preziose e manufatti culturalmente significativi, spinti dall'elevata domanda del mercato e dalla facilità di rivendita illecita. – Profili criminali emergenti: il rapporto suggerisce il coinvolgimento di nuovi attori criminali, tra cui gruppi ad hoc reclutati tramite i social media, che si discostano dai tradizionali trafficanti di beni culturali non violenti.

Opportunità intermercato: alcuni delinquenti sembrano essere opportunisti provenienti da altri settori criminali, attratti dal potenziale a basso rischio e ad alto profitto delle rapine nei musei.

Per sottolineare questi risultati, il rapporto presenta casi degni di nota come il furto di manufatti daci (Paesi Bassi, 2025), la rapina al Louvre (Francia, 2025) e l’attacco al Museo Cognacq-Jay (Francia, 2024). Le rispettive indagini nazionali sono state supportate dagli esperti in reati contro il patrimonio che lavorano presso il Centro europeo per la criminalità organizzata e grave (#ESOCC) dell' #Europol. Offrendo supporto operativo, analitico e di coordinamento agli investigatori negli Stati membri dell’UE, svolgono un ruolo importante nella lotta contro il commercio illegale di #beniculturali.

 
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from Bymarty

Pensieri sconnessi!! E si , diciamo che proprio non va, stamattina ho dimenticato, forse, cmq non ricordo se ho preso o meno la compressa, che devo prendere ogni giorno, stessa ora! Forse si, ero sicura, poi guardando il blister mi è venuto il dubbio, poi ci ho pensato, sono entrata nel panico, come ieri pomeriggio, mentre ero in macchina, insomma è dura! La memoria è abbastanza compromessa, sono confusa, ricordo poco e male! Colpa mia, le terapie, gli ormoni impazziti, la fretta, mille pensieri, il voler fare tante cose, il mio preoccuparmi x tutto e tutti! Ho un altro gatto, Spillo che sta poco bene, nn mangiava, è diventato pelle e ossa! In poco tempo mi è sfuggita la cosa di mano, ora col veterinario stiamo provando terapie, x farlo riprendere, io gli dò il cibo, con una siringa , ecc... perciò mille pensieri, giusti o sbagliati che siano! Penso anche a chi non devo sentire, né cercare, perché io nn cancello tutto dall'oggi al domani! Forse mi aiuterebbe cancellare foto, messaggi, condivisioni ecc, ma io nn sono così se qualcosa è stato reale, non lo si cancella con un colpo di spugna! Perciò si aggiunge anche questo, ovviamente penso anche alla mia amica, il figlio, a cui voglio bene! Ma in realtà qlcuno pensa a me? Io stessa mi rendo conto che devo mettermi al primo posto? Perché se crollo io, crolla tutto o quasi!? Cercherò di riprendermi, a nulla è servito, staccare un po', dal lavoro, dai social, dallo scrivere, dal fotografare e cercare albe e tramonti, ecc, mi sono dedicata alla quotidianità, poi interrotta da me che sclero, il gatto e qsto caldo che purtroppo mi e ci sta mettendo tutti a dura prova. Son qui sul dondolo, c'è vento e di fronte a me , il mio giardino, l'erba secca, gli ulivi che hanno perso la loro lucentezza e il tempo che corre, scorre, sempre più veloce. E mi dico di stare più tranquilla, di concentrarmi sulle mie terapie, che cmq mi stanno togliendo tanto, certo sono un salva vita. Ma si paga un prezzo ogni giorno, soprattutto qndo ti guardi allo specchio e stenti a riconoscerti nn solo fisicamente , ma anche psicologicamente; e penso, aspetto , spero, a volte prego e combatto! Perché sarò pure io una leonessa, ma sono umana, fragile e forte, combattiva e accomodante, ma soprattutto sono questa ogni giorno, con i miei dubbi, insicurezze , pensieri...

 
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from mementomori

La vera sfiga del protagonista del film idiocracy (spoiler alert) non è esser stato nel futuro di 500 anni per qualche strano marchingegno tecnologico per vedere quanto cazzo sarà ritardata la gente, no...

(se lo credete non avete capito il film)

...la sfiga del protagonista è essere così normale (o meglio “il più normale dei normali tra tutti i militari”) che ha pensato veramente che sarebbe potuta esistere una macchina del tempo per tornare indietro nel tempo (nel tempo dove è nato) e invece lui è solamente rimasto “addormentato/congelato” nel suo stupido mondo con una tecnologia stupidissima per un uso militare inutile agli occhi degli stessi militari (con il valore che meritava del tutto cestinato visto che nessuno l'ha più usata come tecnologia, qua di già si capisce il nichilismo capitalista che c'è alla base di tutto il film) e nel frattempo tutto il mondo cambiava e veniva perso, le persone morivano ed il protagonista è rimasto da solo (con una puttana come unica superstite) protagonista che resta in un mondo che è letteralmente per ritardati e che di fatto non dovrebbe fregare a nessuno quanto ne è rimasto del vecchio mondo visto che pure ai vecchi rincoglioniti abitanti del mondo precedente (noi, sottile presa per il culo al mondo USA... e getta) non fregava niente di portare avanti dei valori visto che gli importava solo di fare sesso e di riprodursi come conigli, quindi figuriamoci a quelli del nuovo mondo quanto gli freghi dei valori e di uscire da uno stato di zombieficazione totale (sesso che guardacaso le puttane fanno di continuo come la protagonista! ahah).

Che film. XD

 
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from Rossoblù

1^ PARMA – CAGLIARI 0-1 (Alessandro Romano 79') 22/08/2026

Cominciamo la stagione 2026/2027 in casa del Parma che nell'annata precedente ha raggiunto una salvezza tutto sommato tranquilla magari non esprimendo il miglior gioco del campionato però strappando qualche pareggio di qua e di là, vincendo gli scontri salvezza con le concorrenti della parte destra della classifica ma soprattutto un'importantissima vittoria contro il Milan a San Siro con gol di Troilo (https://youtu.be/pm9wTNZZVyY?si=yRorStHEQsE9fr16) che ha di fatto compromesso la corsa al titolo per i rossoneri ed è coinciso con l'inizio del declino generale che li ha portati al quinto posto finale e quindi alla mancata qualificazione alla Champions di quest'anno.

Il Parma inizia la stagione con le buone conferme in Del Prato, Ordonez e Bernabe ma ha dovuto salutare Suzuki e Pellegrino, capocannoniere dei ducali nella passata stagione con 9 goal, diretti rispettivamente a Birmingham e Firenze.

Noi, sulla carta, scendiamo in campo con un 4-3-2-1 con Caprile tra i pali, Juanchi affiancato eccezionalmente da Deiola in sostituzione di Mina, non al top, come centrali difensivi, Zé Pedro terzino destro e Obert terzino sinistro. A centrocampo due facce nuove su tre: una vecchia conoscenza della serie A, Harry Winks, davanti alla difesa con Adopo mezzala destra e Romano mezzala sinistra. Davanti Pisacane opta per Mendy unica punta supportato sulla trequarti da altri due nuovi acquisti: Jacopo Fazzini, preso in prestito con diritto di riscatto dalla Fiorentina, e il figlio d'arte Daniel Maldini. Perché sulla carta? Perché in fase di possesso il più delle volte vediamo Obert stringersi ai centrali andando a fare il braccetto di sinistra con Zé Pedro che gioca più alto sulla linea dei centrocampisti, Fazzini che sta molto largo a sinistra e Maldini che scende, pure fin troppo, a prendere palla a centrocampo lasciando spesso e volentieri Mendy da solo davanti a lottare tra Troilo e Ndiaye: non un compito facile per il giovane attaccante proveniente dalla Primavera. A centrocampo Winks gioca basso con di fianco Romano mentre Adopo si sbilancia maggiormente in avanti. Alla fine il Cagliari schierato da Pisacane è un 3-5-1-1/3-5-2 che abbiamo visto più volte nella passata stagione.

Il primo tempo è abbastanza equilibrato ma noi siamo più pericolosi, sfioriamo il vantaggio due volte: la prima al 15' con un tiro a giro da fuori area di Maldini verso il secondo palo che esce di poco e la seconda intorno al 35' con un tiro deviato di Mendy che finisce sul palo.

Il secondo tempo comincia con un'occasione per parte: prima il Parma con il giovane Lontani, classe 2008 arrivato dalla Primavera del Milan e autore di una buona prova, che calcia di poco alto e poi il Cagliari con Fazzini che calcia in porta dal limite dell'area ma Corvi devia il pallone sul palo, il secondo della serata.

Al 65' entrano Zappa, Felici e Borrelli per Zé Pedro, Fazzini e Mendy. Per il resto partita abbastanza noiosa ma noi abbiamo il pallino del gioco, il Parma è in undici dietro la linea del pallone e noi siamo tutti nella metacampo avversaria cercando qualche varco per arrivare a rete. Un fraseggio al limite dell'area porta alla conclusione Romano ma è debole e Corvi para facilmente. Il goal arriva in una maniera abbastanza inaspettata perché Romano riceve palla da Adopo sulla trequarti, si sposta la palla sul sinistro, trova lo spazio per la conclusione dai 30 metri che va ad infilarsi all'incrocio dei pali e che Corvi riesce solamente a sfiorare con la punta delle dita. Molto bella la dedica del goal a Trepy.

Dopo aver trovato il vantaggio non ci chiudiamo ma continuiamo a fare la nostra gara, sul finale entrano pure Aurelio e Mutandwa. Borrelli, con i suoi limiti fisici e tecnici, fa quello che riesce a fare meglio ovvero tenere palla e far salire la squadra mentre un paio di volte Mutandwa viene lanciato dai compagni in contropiede cercando di sfruttare la sua velocità ma senza successo. Nei minuti di recupero il Parma si fa vedere in area di rigore ma non riesce ad essere particolarmente pericoloso e arriva il triplice fischio che sancisce la vittoria del Cagliari, prima volta che vinciamo la prima giornata di campionato dalla stagione 2013/2014.

Il migliore dei nostri, dopo Romano che oltre al goal ha vinto tutti i duelli praticamente, è sicuramente Juan Rodriguez: pilastro difensivo, ha comandato magistralmente la retroguardia. Grande prova. Maldini e Fazzini anonimi ma si sono viste delle buone giocate da entrambi: al contrario di Fazzini che reputo un buon prospetto, Maldini non mi piace ma magari qui a Cagliari riuscirà a trovare la sua dimensione e risulterà una pedina importante nel deficitario attacco che ci troviamo ormai a fine agosto.

Il peggiore dei nostri è sicuramente Winks: insicuro, lento, due palloni recuperati in tutta la partita, non credo abbia fatto un passaggio più lungo di 2 metri: si deve ancora ambientare.

Da segnalare per il Parma l'ottima gara di Ordonez: onnipresente, undici duelli vinti su dodici e quasi il 90% di passaggi riusciti.

Qui trovate gli highlights della gara: https://youtu.be/1-vN-vWbZNY?si=57LPmZpAQlryO0S5

Domenica prossima ci aspetta già una big, ospitiamo i campioni in carica dell'Inter freschi di vittoria per 4-1 contro la neopromossa Monza. Gran goal di Calhanoglu da fuori area e goal di tacco di Esposito (il fratello forte chiaramente) dopo un gran lavoro di fisico. Vi lascio gli highlights qui: https://youtu.be/VPeRIi8FYT0?si=qc40CCoV_gFQ04GG

Un saluto e alla prossima.

 
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from Il Nuovo Tempo

No social? Si party!

I social network ci hanno invaso. Sono diventati il nostro primo caffè del mattino, la pausa pranzo, la buonanotte prima di dormire. Ci hanno convinti di essere strumenti indispensabili, moderni, imbattibili. Eppure, dietro le luci al neon delle notifiche, il meccanismo è sempre lo stesso: più tempo online, più dati da vendere. Un affare perfetto, ma non per noi. I social sono una vetrina elegante, lucidata ogni giorno. Da Facebook a Instagram, da TikTok a Twitter: ci mettiamo in mostra come manichini con il sorriso preimpostato. Pensiamo di condividere la nostra vita, ma quello che stiamo regalando è il nostro tempo, le nostre abitudini, persino le nostre emozioni. Tutto, ovviamente, confezionato e rivenduto al miglior offerente. Ogni foto postata sembra un gesto spontaneo, ma intanto qualcuno, da qualche parte, ci sta studiando come cavie digitali. E mentre rincorriamo like e cuoricini, i social si sfregano le mani. Ogni click è un jackpot per loro. Il mondo social è un circo colorato dove tutto appare perfetto: corpi scolpiti, viaggi da sogno, vite senza una piega. E se la realtà non è così scintillante, basta un filtro. Facile, no? Peccato che dietro quella patina dorata si nascondano ansie, insicurezze e, a volte, veri e propri disastri emotivi. Il confronto costante con standard impossibili logora, stanca, e finisce per farci sentire sempre un passo indietro. Ma i social non si limitano a mostrarci vite che non esistono. Sono anche terreni scivolosi dove inciampare è facile: fake news che si moltiplicano come conigli, profili falsi che spuntano come funghi, cyberbullismo che agisce silenzioso ma pungente. I social sanno essere amichevoli, ma sanno anche colpire basso. La vera dipendenza non è lo zucchero, è la notifica. Un like tira l’altro, come le patatine al bar: impossibile fermarsi al primo. È una trappola ben studiata, una continua iniezione di dopamina che ci rende schiavi di piccole gratificazioni istantanee. I ragazzi crescono così, tra una challenge e l’altra, pronti a rincorrere la prossima ondata di approvazione virtuale, spesso senza nemmeno accorgersene. Però c’è un pensiero che fa sorridere: immaginare un mondo senza social. All’inizio mancherebbe il classico scroll mattutino, come quando manca il caffè: un vuoto che si fa sentire. Poi però quel vuoto potrebbe trasformarsi in spazio. Spazio per respirare, per vivere davvero, per tornare alle chiacchierate faccia a faccia senza bisogno di filtri bellezza. Con meno like e più strette di mano, le relazioni potrebbero tornare al centro della scena. Potremmo riscoprire la lentezza di una telefonata, il piacere di scrivere una lettera, la magia di una conversazione senza distrazioni. Il tempo recuperato potrebbe essere investito in tutto ciò che i social ci stanno rubando: creatività, sport, studio, arte, pensieri lunghi. Ovviamente non sarebbe una passeggiata. I social, volenti o nolenti, sono diventati anche strumenti di lavoro, canali di informazione, veicoli per le grandi cause. Senza di loro, servirebbero nuove strade per comunicare, per organizzarsi, per farsi sentire. Le aziende dovrebbero reinventarsi, i movimenti sociali cambiare ritmo. Insomma, un po’ di sana confusione iniziale sarebbe inevitabile. Un mondo senza social potrebbe significare anche meno rischi per la privacy. Con meno dati in circolazione, meno possibilità di cadere in trappole digitali. Ma la velocità con cui oggi le informazioni viaggiano potrebbe rallentare e, forse, non sarebbe del tutto un male. Prima dei social le persone si parlavano, si guardavano negli occhi e le notizie si leggevano sui giornali. Non era l’età della pietra, era semplicemente un tempo più umano. Forse le generazioni future, senza social, tornerebbero a coltivare proprio quell’umanità smarrita, sviluppando un pensiero più critico e meno dipendente da glitter virtuali. Certo, non basterebbe spegnere un’app per risolvere tutto, ma forse smettere di rincorrere un like potrebbe farci scoprire che il vero party è quello che si vive fuori dallo schermo.

 
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from Bymarty

✍️Mentre sono ancora tutti o quasi in vacanza, io sono qui all'ombra, col mio ☕, il terzo , una sfogliatina con mela, uva e cioccolato, un leggero venticello che mi accarezza, 5 minuti è il tempo che mi son concessa, poi ritorno a lavoro, xchè diciamo che il turismo qui da noi è così, è ad ondate e come si dice, bisogna approfittare! Per il resto? Tutto tranquillo, stasera si va alla festa della birra, in famiglia, e giusto x ricordare, quando ci siamo conosciuti e abbiamo iniziato a frequentarci, abbiamo passato proprio una serata li a questa festa.. Ricordi..nn cancello, né giudico, sorrido ..in generale ascolto, leggo e condivido poco di me , per scelta! Tempo scaduto, si ricomincia, col sorriso e con la consapevolezza che tutto sommato va bene così.... Mi accontento con e di poco, non cerco più confini lontani, osservo e mi godo quelli più vicini a me, quelli più semplici...che mi danno la possibilità di raccontare, scrivere, pensare, essere stanca e a volte anche un po' soddisfatta!✨🖌️ E serena...

 
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from Il Nuovo Tempo

Il nuovo tempo

Viviamo in un tempo che cambia più velocemente della nostra capacità di comprenderlo. Tecnologia, intelligenza artificiale, social network, politica, economia, informazione, nuovi comportamenti e vecchie abitudini trasformate dal digitale. Ogni giorno accade qualcosa che promette di cambiare il mondo. E il giorno dopo, spesso, siamo già passati ad altro. Il nuovo tempo nasce per fermarsi un momento in mezzo a questo rumore. Non per raccontare tutto. Non per inseguire ogni notizia. Ma per scegliere fatti, storie e fenomeni che meritano di essere osservati più da vicino. Perché dietro una nuova tecnologia non c'è soltanto una tecnologia. Ci sono persone che la utilizzano, aziende che la vendono, interessi che la sostengono e conseguenze che spesso scopriamo soltanto dopo. Dietro una tendenza può nascondersi un cambiamento sociale. Dietro una grande promessa può esserci una grande opportunità. Oppure un magnifico bluff. E dietro le piccole stranezze della nostra quotidianità si trova spesso il ritratto più fedele dell'epoca in cui viviamo. Da qui il sottotitolo: Fatti e misfatti contemporanei. I fatti sono ciò che accade. I misfatti sono le contraddizioni, gli eccessi, gli errori, le manipolazioni e qualche inevitabile assurdità prodotta da un mondo sempre più connesso e, non necessariamente, sempre più comprensibile. In queste pagine parleremo di tecnologia e intelligenza artificiale, internet e cultura digitale, società, comunicazione, innovazione e costume. Ma soprattutto parleremo delle persone che stanno dentro questi cambiamenti. Senza il linguaggio degli addetti ai lavori quando non serve. Senza trasformare ogni novità nell'ennesima rivoluzione. Senza considerare il futuro necessariamente migliore o peggiore del passato. Con curiosità, spirito critico e, quando i fatti lo consentiranno, una buona dose di ironia. Il nuovo tempo non vuole dirvi cosa dovete pensare. Vuole offrirvi qualche elemento in più per farlo. Perché capire il presente è diventato complicato. Ed è proprio per questo che vale ancora la pena provarci. Il presente è già cominciato. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo.

 
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from Diario

Facebook è pieno di pseudofascisti con il culo parato da decenni di lotte socialiste. Al calore del loro tinello, con le tutele contrattuali, i sindacati liberi, la previdenza sociale, malattia & pensione, agitano i loro manganelli/meme contro i comunisti & socialisti rei di volergli far perdere questo bengodi. Musulmani, LGBT, immigrati, woke & educazione gender si mescolano in un maelstrom informe la cui difesa è in mano tanto agli estremisti di destra quanto – ironia della storia – agli eroi del liberismo & liberalismo, quella manciata di imprenditori che ha fatto della propria ricchezza illimitata un sistema di immaginario, desiderio e proprietà.

Ma poi – penso – cosa potrei io contrapporre a questo meccanismo? Le mie risposte, nella struttura dei social, sarebbero atrofizzate e storicamente inaccurate quanto le uscite dei parafascisti. Anche in classe quello che insegno è una sorta di compendio di fatti che – se zoomati – mostrerebbero, via via che la timeline si dilatasse e i singoli avvenimenti venissero scomposti nei loro atomi minimi, mostrerebbero dicevo un liquido di ambiguità e di incertezza che solo a posteriori e solo tagliando e semplificando possiamo sintetizzare in quella che chiamiamo storia. Più andiamo a vedere le cose come sono successe, più entriamo nel disordine informativo in cui sono accadute. Salvo le eccellenze: gli abomini, la scelleratezza, l'infamia. I massacri. Ma il grosso di quello che accade accade nell'incertezza e nell'approssimazione.

Quella che insegno in classe come storia è più un vademecum, un dizionarietto tascabile di cause & effetti. La storia si ripete non perché non impariamo dalla storia, ma perché quello che abbiamo imparato dalla storia è spesso un abbaglio, una luce che abbiamo fissato a lungo per avere dei punti di riferimento certi. Spesso consolatori. Dovremmo amplificare le possibilità e le connessioni ma – sad story – non è possibile. Come diceva Berisso, l'uomo è un animale semplificatore. Superato un certo grado di complessità non riesce a reggere l'urto informativo e deve iniziare a digerire e sintetizzare le proteine conoscitive. Deve fare – banalmente – delle scelte.

Quello a cui si è ridotta la telematica, il bordello dei social, la spettacolarizzazione del proprio esserci qua, al mondo, con uno smartphone o un notebook, favorisce questa semplificazione del mondo. La polarizzazione. Abbiamo come eroi gente come Elon Musk, Bezos o Zuckerberg perché la struttura, dicevo, è malata. Siamo sui social perché funzionano, le cose che scriviamo raggiungono e creano notifiche e adrenalina. Ma la struttura è malata: non è un'agorà, è piuttosto un anfiteatro dove lo spettacolo è il pubblico che scende nello spazio comune e si scarnifica, mostra il culo, si strappa i capelli.

In questi giorni Meta è sotto inchiesta perché i suoi meccanismi, la sua struttura, creerebbe dipendenza e Zuckerberg, pur sapendolo, avrebbe mantenuto e privilegiato queste meccaniche tossiche. Da persona che è sui social dagli anni ottanta, credo che la tossicità sia implicità nel mezzo. La telematica – raw – è tossica. Potenzialmente almeno. Lo è sempre stata, dalle BBS in poi almeno. Scrivi e quello che scrivi inizia a essere propagato nel mondo, letto da sconosciuti, commentato e quotato. Mentre ti stacchi dalla rete quello che hai scritto – come un virus — genera conseguenze. E quando ti ricolleghi il virus è mutato, è aumentato, può avere avuto sviluppi inaspettati. Oppure non ha attecchito ed è morto lì. Dico scrivi, ma il concetto è lo stesso per qualsiasi media. Una cosa del genere, con questa velocità, con questi numeri di propagazione, con questa economicità di contenuti di partenza, non c'era mai stata. È meravigliosa e terribile nello stesso tempo.

Si poteva lavorare per renderla sovra-umana, o sfruttarne i meccanismi animali per aumentare il reddito della propria startup, fun fact: la seconda.

 
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from NetTalk

Astroturfing, sockpuppet e gli ambasciatori di ideologia – red allert

“Una streamer, un account segreto, 5.000 messaggi e un’identità inventata: così nasce un ‘testimone’ perfetto. Il caso Emmodem è solo la punta dell’iceberg: astroturfing, sockpuppet e gli ‘ambasciatori di ideologia’ stanno trasformando la politica in un gioco di specchi.” Il fatto: quando l’attivismo crea il suo testimone perfetto

Immaginate questo scenario: siete uno streamer o un attivista con un seguito consolidato. Per mesi la vostra community osserva l'emergere di un nuovo profilo: una giovane donna musulmana, figlia di immigrati, che racconta in prima persona il dramma dell'esclusione, denuncia l'islamofobia quotidiana e difende a spada tratta le vostre tesi. La chat si commuove, si crea empatia, la community trova in lei una “sorella” e una prova vivente che la vostra battaglia ideologica è sacrosanta. Poi la verità emerge: quell'account non esiste. È un sockpuppet. Più di 5.000 messaggi scritti dalla stessa streamer principale per auto-assegnarsi collaborazioni, difendersi dagli attacchi dei rivali e fabbricare a tavolino una “vittima autentica” a supporto della propria causa.

È quanto accaduto di recente in Francia con il caso Emmodem. Un episodio che potrebbe sembrare solo “gossip di piattaforma” o una misera faida tra creator, ma che rappresenta in realtà un caso di studio da manuale. Dalla prospettiva della consulenza politica e dello spin doctoring, Emmodem è solo la punta dell'iceberg di una trasformazione sistemica: la transizione dalla propaganda di massa all’astroturfing artigianale e alla manipolazione dell'identità. La grammatica della manipolazione: tre concetti da comprendere

Per capire perché questo fenomeno sia grave e diffuso, occorre superare la superficialità dei social e utilizzare la cassetta degli attrezzi della ricerca sulla comunicazione digitale. Sockpuppets e testimonianza artificiale

In letteratura, un sockpuppet (letteralmente “burattino di pezza”) è un profilo falso creato per manipolare la discussione simulando l'intervento di un terzo soggetto indipendente. Nel contesto moderno, lo spin doctoring (l'insieme delle strategie di comunicazione e manipolazione delle notizie usate da un esperto) non si limita più a diffondere un comunicato stampa: crea “testimonianze artificiali”. Inventare una voce dal basso appartenente a una minoranza o a un gruppo vulnerabile serve a tre cose:

Certificare la propria linea politica con un’esperienza diretta (inattaccabile sul piano emotivo).

Rafforzare la propria autorità morale di difensore degli oppressi.

Attaccare gli avversari da una posizione di vittima “autentica”, rendendo qualsiasi replica un’aggressione insensibile.

Astroturfing artigianale

Mentre l'astroturfing tradizionale (tecnica di propaganda e marketing che serve a creare un finto consenso popolare) è un'operazione su vasta scala orchestrata da governi, agenzie PR o grandi corporation tramite farm di bot per simulare un movimento spontaneo dal basso (grassroots), il caso Emmodem dimostra la nascita dell'astroturfing artigianale. È il singolo micro-influencer che impiega la stessa architettura d'inganno per costruire la propria bolla di consenso e dominare l'algoritmo. Gli “Ambasciatori di Ideologia” e il fattore parasociale

Gli influencer politici non sono semplici diffusori di notizie: funzionano come veri e propri ambasciatori di ideologia. Essi vendono un legame parasociale: la community si fida di loro perché li percepisce “autentici”, vicini, “uno di noi”. Quando l'attenzione e la percepita autenticità diventano la moneta principale dell'ecosistema, ogni identità fittizia in grado di confermare la narrazione diventa un asset strategico. Trump Docet: Il modello che ha ridefinito il gioco

Quando sostengo che il modello Trump ha fatto scuola, non parlo soltanto della singola figura politica, ma di una grammatica comunicativa che si è imposta a 360 gradi, da destra a sinistra, dai leader internazionali ai micro-streamer.

I tre pilastri di questa grammatica sono:

Disintermediazione totale: Bypassare i media tradizionali per parlare direttamente “alla propria gente”, costruendo un canale privilegiato.

Polarizzazione come carburante algoritmico: Linguaggio emotivo, scontri frontali, distinzione manichea tra “noi” e “loro”. Gli studi confermano che i contenuti ad alto carico emotivo ottengono più engagement e quindi più visibilità.

Framing di persecuzione e legittimazione: La creazione di uno stato di scontro permanente dove la propria parte è sempre vittima o eroe, e l'avversario è un nemico esistenziale.

In un sistema che premia chi accetta di trasformare il dibattito pubblico in un reality show, la scorciatoia etica diventa la prassi. Inventarsi una “voce oppressa” per vincere un'argomentazione non viene più percepito da chi è immerso nel meccanismo come un tabù immorale, ma come una semplice tattica di posizionamento. L'effetto collaterale: la distruzione della fiducia e il boomerang reputazionale

Dal punto di vista dello spin doctoring e della gestione della reputazione, le conseguenze di queste pratiche sono devastanti su tre livelli:

Il danno al proprio campo ideologico: L'uso di false identità appartenenti a gruppi marginalizzati offre munizioni d'oro agli avversari politici. Questi ultimi possono facilmente liquidare ogni reale denuncia di discriminazione come “vittimismo costruito” o “propaganda fake”.

Suicidio reputazionale a medio termine: Per i creator e i brand politici, la fiducia è un capitale lento da accumulare e istantaneo da perdere. Un singolo scandalo di astroturfing annulla anni di lavoro e trasforma l'influencer in un paria.

Cinismo di massa e tipping point: Il rischio sistemico più grande è l'erosione della fiducia di base del pubblico. Quando si scopre che persino le “testimonianze umane” sono sceneggiate da salotto, il pubblico scivola nel cinismo totale: “È tutto falso, sono tutti manipolatori”.

Il dialogo non è morto, è solo penalizzato dal feed

C'è una distinzione fondamentale da tracciare: la politica istituzionale e negoziale non è morta. Nelle amministrazioni, nelle sedi legislative e nella società reale, il compromesso e la mediazione continuano ad avvenire ogni giorno. Il problema è che non bucano lo schermo.

L'algoritmo penalizza la complessità, il tempo lungo e la sfumatura. Premia il frammento di 15 secondi, lo scontro, l'indignazione, l'identità urlata. La politica mediatizzata condiziona così la politica reale: i leader temono che mostrare apertura al dialogo li faccia apparire “deboli” davanti al proprio elettorato e alle metriche dei social. La via di uscita per creatori, brand e lettori

Come si sopravvive e si comunica in questo scenario senza cedere alla tentazione della manipolazione?

La trasparenza e la coerenza sono la nuova valuta d'élite. Scorciatoie come account secondari, finte testimonianze o reti coordinate sono bombe a orologeria. La crescita organica basata su volti e fatti reali è l'unica difendibile a lungo termine.

L'astroturfing è un rischio reputazionale inaccettabile. La risposta alla disinformazione non è la “contro-manipolazione”, ma l'adozione di standard di comunicazione chiari, verificabili e radicati nelle comunità reali.

Diventa urgente sviluppare un'alfabetizzazione alla Media Forensics (è una branca della digital forensics che si occupa di analizzare, autenticare e verificare file multimediali come immagini, video e audio per stabilirne l'origine, l'integrità o eventuali manomissioni da usare come prova legale). Imparare a riconoscere gli schemi tipici dell'astroturfing account nati recentemente, linguaggio iper-standardizzato, crescita anomala dell'engagement, coordinazione sospetta è l'unico modo per non essere pedine nel gioco degli specchi.

Il caso Emmodem non è un incidente isolato: è la dimostrazione di come la grammatica della polarizzazione e dell'inganno stia penetrando a ogni livello della nostra cultura digitale. L'antidoto non è la nostalgia per un passato ideale che non è mai esistito, ma la costruzione consapevole di spazi di analisi capaci di rendere la manipolazione meno conveniente della trasparenza.

 
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Il verde urbano e il Bagolaro: un alleato per le nostre città

La piantumazione di alberi, specialmente lungo i viali cittadini, rappresenta una strategia fondamentale per migliorare la qualità della vita. Le chiome degli alberi non solo offrono ombra e riducono l'effetto “isola di calore”, ma filtrano anche le polveri sottili e assorbono CO2, contribuendo a mitigare l'inquinamento atmosferico. Inoltre, un viale alberato ben progettato aumenta il valore estetico e psicologico degli spazi urbani, rendendoli più accoglienti per i cittadini.

Tra le specie più indicate per l'arredo urbano spicca il Bagolaro (Celtis australis), spesso definito “albero dei rosari” per i suoi frutti. Questa pianta è apprezzata per la sua chioma ampia, densa e globosa, capace di proiettare un'ombra generosa durante i mesi estivi. Le foglie, di un verde brillante, creano un filtro luminoso particolarmente piacevole.

Un altro punto di forza del bagolaro è il suo apparato radicale. A differenza di altre specie che possono danneggiare marciapiedi e tubature, il bagolaro sviluppa radici profonde e robuste che lo rendono estremamente stabile e resistente al vento, riducendo il rischio di ribaltamento e i danni alle pavimentazioni stradali se messo a dimora correttamente.

Infine, il legno del bagolaro è noto per la sua eccezionale durezza, elasticità e resistenza all'usura. Storicamente utilizzato per costruire cerchi per botti, manici di attrezzi e persino per i raggi delle ruote dei carri, questo legno duro testimonia la solidità strutturale di una pianta che unisce bellezza paesaggistica a una longevità e resistenza ideali per le sfide delle città moderne. Per chi volesse mettere a dimora una piantina la prossima primavera puo'contattare la nostra redazione che metterà in contatto con i volontari del verde.

 
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