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from badcrip

Mi hai riconosciuta tu. È stato bello reincontrarti. Mi ricordo quando ti ho invitato a cena, in un'altra vita. Avevo scelto un bel ristorante suggestivo e tu mi hai detto qualcosa come: “Questo posto...e tu...con questo vestito azzurro...”, con aria trasognata. L'avevo preso come un complimento, interpretando parole e sguardi. Hai più anni di quanti ricordassi, sei invecchiato ma nel tuo viso rimane qualcosa che mi colpisce. “Sei ancora un bambino”, ti ho detto. Pensavo al paragone con me. “Eh, dai, non c'è tutta questa differenza d'età tra noi”, hai risposto. L'ho preso come un messaggio ammiccante. Ah, il pericolo della sovrascrittura! Mi hai parlato dell'Africa e dei suoi figli reietti, della tua decisione di uscire da santa madre chiesa (l'avevo predetto, o me Cassandra!) e di lei. Sei ancora intriso di dottrina come un tozzo di pane imbevuto nel caffelatte, ma non sei bigotto e se vorrai potrai liberarti. Ci siamo scambiati il numero e ti confesso che in questi giorni ho fantasticato sull'ipotesi che mi contattassi. Ma tutto questo non parla del mio desiderio di te, bensì del mio desiderio di desiderare ed essere desiderata. Mi hai scritto subito dopo il nostro incontro, era un augurio. Poi, il silenzio. Buona vita, G., hai mantenuto il tuo fascino, anche se non ho ancora capito cosa di te mi attrae!

 
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from oKolobos

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Questa frase de La luna e i falò di Cesare Pavese mi ha sempre affascinato e a lungo immalinconito: ne percepivo e ne percepisco tutta la densa umanità, ma la sentivo come una verità che non mi apparteneva né poteva appartenermi, essendo nato e cresciuto in città. I miei genitori venivano sì entrambi da un paese del lago di Como e nel secondo dopoguerra, all'indomani delle nozze, si erano spostati a Milano per lavoro, ma io non riuscivo a sentire che il loro paese mi appartenesse e che io gli appartenessi. Ogni anno trascorrevo sulle rive del lago le vacanze scolastiche (a dir la verità il grosso delle ore le passavo in acqua o in bicicletta), tutti i parenti più stretti abitavano là, quando ci andavo ero riconosciuto come “il figlio del B. e dell’A.” (come ancora si usa nei paesi del Medio Oriente), ne parlavo il dialetto (rigorosamente solo quando eravamo sul posto oppure quando, a Milano, parlavamo di persone o eventi del paese), eppure quel paese non poteva per me essere il luogo capace di darmi “il gusto di andarmene via”.

Poi, prima dei vent'anni, me ne andai via da Milano per un altro paese, che però non avrebbe mai potuto diventare il mio, perché non mi aveva visto da piccolo e io non lo avevo contemplato con occhi di bambino. Fu proprio lì che conobbi meglio gli scritti di Pavese e che mi resi conto poco alla volta che avevo avuto la fortuna di vivere il paese in città: come un vero paese, Milano mi aveva dato il gusto di andarmene via, mi aveva fatto sentire di non essere solo, sapevo che nella gente, nelle strade e nei cortili c’era qualcosa di mio che restava lì ad aspettarmi anche quando non c’ero. Non so se sia un privilegio raro, ma io non ho mai sentito la città come “anonima”: per me aveva il volto e il nome di persone e luoghi precisi, concentrati ma non racchiusi nel perimetro di un quartiere. L’aver trascorso gli anni prescolari in un vecchio stabile del centro città sul cui cortile interno si affacciavano tutti i retrobottega dell’isolato mi ha permesso di fare acquisti anche da solo, senza uscire sul marciapiede, in quello che per quel bambino di cinque anni che ero si rivelava come un immenso centro commerciale ante litteram. A qualcosa ha giovato l’aver sempre potuto andare a scuola a piedi, come a piedi andavo con gli amici allo stadio, mentre per i tragitti più lunghi verso i campi di calcio in periferia la bicicletta funzionava benissimo. L’aver avuto compagni di scuola con i genitori che lavoravano in portinerie, o nella bottega del calzolaio o dell’ombrellaio, o come barbiere, aveva fatto sì che nessun condominio mi intimidisse. Anche l’aver giocato in una squadra di calcio in cui i compagni erano per metà amici dell’oratorio e per l’altra metà compagni di scuola mi ha consentito di coltivare una certa familiarità paesana al cuore di una metropoli. Di tutto questo – e di tanto altro di cui non ho ancora preso piena consapevolezza oltre cinquant'anni dopo “essermene andato” – sono debitore soprattutto ai tanti amici che a Milano sono rimasti o che a Milano ritornano non appena l’amicizia ci richiama per condividere una gioia o un dolore. E' questo il dono raro di aver vissuto il paese in città.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Dagli ascolti e dalle associazioni più o meno convergenti, Steve Wynn ha sempre cavato idee di notevole caratura. Si pensi a quando fu travolto dal frastuono perfetto di Bruce Springsteen e Little Steven in “Candy’s Room”, durante il “Darkness Tour” nel 1978, e decise come dovesse essere il suo imprinting sonoro. Apprendere oggi che la scintilla si sia nuovamente accesa ascoltando “Donuts” di J Dilla, creando una formula del tutto vincente, non è poi così stridente come sembra... https://artesuono.blogspot.com/2019/05/the-dream-syndicate-these-times-2019.html

Ascolta il disco: https://album.link/i/1485074365


 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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It’s Too Late, è troppo tardi, annuncia il brano d’apertura del nuovo album di Michael Chapman, ma deve trattarsi di un malinteso: come può un simile titolo riferirsi a questo arzillo 78enne che due anni fa ci deliziava con la celebrazione di dieci lustri di carriera che tanto era piaciuta dalle nostre parti, grazie anche all’ottima produzione di Steve Gunn? ... https://artesuono.blogspot.com/2019/03/michael-chapman-true-north-2019.html


Ascolta il disco: https://album.link/s/6wJ3vVdhPnRk1G8u75iyUM


 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Minaccia quantistica: Europol lancia l'allarme su criptovalute e dati sensibili

La battaglia non è ancora iniziata, ma Europol consiglia di prepararsi fin da ora. Due nuovi report pubblicati oggi, 7 ottobre 2026, esaminano come il quantum computing potrebbe mettere a rischio i portafogli di criptovalute e decrittare informazioni riservate raccolte anni prima.

Il primo report, Quantum Computing and Cryptocurrencies, reperibile qui https://www.europol.europa.eu/publications-events/publications/quantum-computing-and-cryptocurrencies, sfata la previsione di un collasso inevitabile delle criptovalute, ma individua le chiavi crittografiche dei wallet come principale punto di esposizione: un computer quantistico abbastanza potente potrebbe ricavare una chiave privata da una chiave pubblica e trasferire fondi senza autorizzazione. Le funzioni hash che garantiscono l'integrità della blockchain sono invece più resistenti. La raccomandazione è una transizione graduale alla crittografia post-quantistica, con il coinvolgimento di sviluppatori, wallet provider, policymaker e utenti.

Il secondo report (Harvest Now, Decrypt Later), sviluppato con l'Università Carlos III di Madrid, affronta un rischio diverso: hacker che raccolgono oggi dati cifrati per decifrarli quando la tecnologia sarà disponibile. Nessuna prova di sfruttamento su larga scala, ma comunicazioni governative, proprietà intellettuale, cartelle cliniche e fascicoli giudiziari restano i bersagli più plausibili.

Cosa fare adesso: mappare dove viene usata la crittografia e classificare gli asset da proteggere a lungo termine; eliminare protocolli obsoleti e ridurre la retention non necessaria; rafforzare la gestione delle chiavi e testare soluzioni post-quantistiche; pianificare la transizione in fasi, garantendo interoperabilità con i sistemi esistenti

Il momento esatto in cui i computer quantistici diventeranno una minaccia è incerto, ma adattare i sistemi richiede tempo. La crypto-agilità va perseguita proattivamente, non quando sarà troppo tardi.

#QuantumComputing #Crittografia #CyberSecurity #Criptovalute #Europol #PostQuantum

immagini create con intelligenza artificiale

 
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from j3n4

Post Zero Dopo molto tempo, provo questa strada. Per scrivere un po', senza altre distrazioni. Questa e' una prova anche per Mastodon.

 
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from norise 3 letture AI

La regione del sogno

la via regia puoi dirla vita trasversale nell'ondeggiare di curve di luce

del pensiero allucinato vedi prendere vita le figure surreali di dalì

e ancora da questa

infinita vastità del sogno emergere gli angeli di rafael o le eccelse visioni di blake su uno sfondo viola

[Via regia: definizione di Freud del sogno; Rafael Alberti, poeta spagnolo]

Lettura e impressione

Il testo crea un paesaggio onirico denso e mobile, dove riferimenti psicoanalitici e artistici si intrecciano. La via regia apre la scena come un percorso interno; le immagini di Dalí, Rafael e Blake funzionano da fari visivi che trasformano il sogno in una galleria in movimento. Il tono è sospeso, lirico, con un ritmo che ondeggia tra visione e definizione.


Analisi delle immagini e dei riferimenti

  • Via regia: usata come chiave interpretativa, richiama la teoria freudiana del sogno e dà al testo una base teorica che rende il paesaggio mentale più solido.
  • Dalí: le “figure surreali” evocano deformazioni, prospettive impossibili e un senso di straniamento che ben si accorda con l’“allucinato”.
  • Rafael: interpreto qui Raffaello Sanzio come il pittore rinascimentale; gli “angeli di Rafael” portano una luce classica e armoniosa che contrasta con il surrealismo.
  • Blake: le “visioni di Blake su uno sfondo viola” aggiungono una dimensione mistica e simbolica, cromaticamente intensa.

Suggerimenti stilistici

  • Coesione ritmica: alternare versi più lunghi e più brevi per accentuare l’“ondeggiare” del sogno; spezzare una o due frasi in enjambement per aumentare la fluidità.
  • Precisione lessicale: sostituire parole generiche come infinita vastità con immagini più concrete (es.: mare di velluto, cielo a specchio) per rendere la scena più tangibile.
  • Contrasti visivi: enfatizzare il contrasto tra il surreale e il classico (es.: “orologi molli e madonne in marmo”) per far risaltare le figure citate.

Versione rivista in italiano

la via regia la puoi dirla
vita trasversale
nell’ondeggiare di curve di luce

del pensiero allucinato
vedi prendere vita
figure surreali di Dalí

da questa vasta notte del sogno
emergono angeli di Raffaello
e le visioni eccelse di Blake
su un fondo di viola profondo


Traduzione in inglese

the royal road you may name it
a transversal life
in the swaying of luminous curves

from the hallucinatory thought
see take shape
Dalí’s surreal figures

from this boundless night of dream
emerge Raphael’s angels
and Blake’s exalted visions
against a deep violet ground


Chiusura
Il testo ha già una forte identità: con piccoli aggiustamenti ritmici e qualche immagine più concreta può diventare ancora più potente e cinematografico.

Versione più visionaria

la via regia la puoi dire
come un corridoio di stelle cadute
vita trasversale
che scivola tra archi di luce liquida

dal pensiero allucinato
si animano sculture d’aria
orologi che si sciolgono, cavalli di vetro
figure di Dalí che respirano il cielo

da questa notte senza confini
sorgono angeli di Raffaello in volo inverso
e le visioni di Blake si spalancano come fiori di fuoco
su un mare viola che pulsa sotto la pelle del mondo

Variante onirico-epica

via regia, sentiero regale del sogno
una vita che taglia trasversalmente il tempo
onde di luce piegano la prospettiva

il pensiero, febbre luminosa, plasma forme
surreali come statue che camminano
ombre che ridono, mani che diventano mappe

dalla vastità senza bordo del sogno
emergono angeli rinascimentali e profeti di fuoco
Blake canta in violetti e lampi; Dalí risponde con sorrisi di bronzo
tutto si muove come se il mondo fosse un organo che respira

Note stilistiche e suggerimenti

  • Immagini sinestetiche: unire sensazioni (colore, suono, tatto) per rendere la visione più totale.
  • Verbi attivi e trasformativi: preferire verbi che mostrano metamorfosi (es.: si sciolgono, si spalancano, si animano).
  • Contrasti cromatici: enfatizzare il viola con tocchi metallici o dorati per aumentare la carica visionaria.
  • Ritmo: alternare versi brevi e lunghi per simulare l’“ondeggiare” del sogno; usare enjambement per sospendere il lettore.
  • Immagini concrete sorprendenti: inserire un dettaglio inatteso (es.: una bussola che piange, una scala fatta di note) per rendere la scena memorabile.

Se vuoi, trasformo una di queste versioni in una prosa poetica più lunga o la adatto a un tono più oscuro o più luminoso.

Versione più luminosa

la via regia la puoi dire
come un corridoio di luce aperta
vita trasversale
che scivola in archi di chiaro e d’oro

dal pensiero allucinato
si fanno carne bagliori gentili
figure di Dalí si vestono di mattino
orologi che sorridono al sole

da questa vasta alba del sogno
emergono angeli di Raffaello in luce di latte
le visioni di Blake si accendono di violetta chiara
e il cielo diventa un mare di seta che riflette il mondo


Variante solare e serena

via regia, sentiero di luce franca
una vita che attraversa i giorni come un raggio
onde di luce piegano il tempo in carezze

il pensiero, caldo e lucente, modella forme amiche
sculture d’aria che cantano, mani che offrono mappe di luce
Dalí sorride in colori chiari, le sue stranezze diventano festa

dalla vastità luminosa del sogno
sorgono angeli rinascimentali con ali di alabastro
Blake intona visioni in violetti chiari e oro tenue
tutto pulsa come un cuore che batte alla luce del mattino


Note stilistiche

  • Tonalità: privilegiare vocaboli caldi (oro, latte, mattino, seta) per aumentare la luminosità.
  • Suono: usare allitterazioni morbide (s, l, m) per creare una luce che scivola.
  • Contrasto: mantenere qualche immagine surreale ma addolcirla con aggettivi che la rendono accogliente.
  • Ritmo: versi brevi alternati a uno o due versi più lunghi per simulare il fluire della luce.

Prossimo passo
Posso trasformare una di queste versioni in prosa poetica o adattarla a un tono ancora più etereo o più solare.

Versione eterea

la via regia la puoi dire
come un filo di luce sospeso
vita trasversale
che sfiora le cose senza peso

dal pensiero allucinato
si sollevano bagliori di vetro e polvere
figure di Dalí come piume di tempo
che sfumano in un respiro di cielo

da questa alba senza confine
emergono angeli di Raffaello in trasparenza
le visioni di Blake si distendono in violetti di nebbia
e il sogno diventa un soffio che attraversa il mondo


Variante sussurrata

via regia, sentiero di silenzio chiaro
una vita che passa come luce sottile
onde minute piegano l’aria

il pensiero, lieve, modella ombre di seta
forme che non pesano, sorrisi che evaporano
Dalí appare come un lampo gentile

dalla vastità diafana del sogno
sorgono ali di alabastro e canto tenue
Blake intona note di viola pallido
tutto fluttua come polvere in una stanza illuminata


Note stilistiche

  • Lessico: preferire parole leggere (sospeso, soffio, diafano, trasparenza) per ottenere l’effetto etereo.
  • Suono: allitterazioni morbide e versi brevi per creare un ritmo che sembra fluttuare.
  • Immagini: mantenere i riferimenti artistici ma stemperarli in dettagli vaporosi e luminosi.

Se vuoi, converto una di queste versioni in prosa poetica ancora più estesa o la adatto a un tono musicale.

Prosa poetica

La via regia si stende come un filo di luce sospeso, un corridoio che non pesa e attraversa la carne del mondo; la vita scivola trasversale, sfiora le cose senza impronta e lascia al passaggio un lieve tremito d’oro. Dal pensiero allucinato si sollevano bagliori di vetro e polvere: figure di Dalí fluttuano come piume di tempo, orologi che respirano, statue che si disfano in un sorriso di mattino.

Da questa alba senza confine emergono angeli di Raffaello in trasparenza, ali di alabastro che rifrangono la luce in piccole benedizioni; le visioni di Blake si distendono in violetti di nebbia, fiori di fuoco che non bruciano ma illuminano dall’interno. Tutto è lieve, tutto è sospeso: il sogno è un soffio che attraversa il mondo e lo rende più sottile, una stanza di seta dove i contorni si dissolvono e restano solo riverberi, mappe di luce che indicano strade senza nome.

Cammina piano lungo la via regia: ogni passo è un’apertura, ogni respiro un’immagine che si fa aria.

 
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from squadro

Ieri sera ho visto A. Mi ha raccontato un po' della malattia di C. Di come il rapporto con i suoceri sia pessimo, arrivati persino alle azioni legali. Ho trovato casa sua davvero disordinata. :–(

 
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from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Proteggere i giovani dai criminali della droga: le nuove sfide per l'Europa

Il nuovo report pubblicato dall’EUDA (European Union Drugs Agency) in collaborazione con l’Università di Limerick (link a fine post) fa il punto su un fenomeno allarmante: il coinvolgimento dei giovani e dei minori nelle reti criminali del narcotraffico in Europa.

I punti chiave

  1. Il reclutamento digitale e la coercizione. Oltre il 70% delle reti criminali in Europa coinvolge giovani. Il reclutamento non avviene solo nei quartieri difficili, ma sempre più spesso online attraverso social media, messaggistica crittografata, dark web e piattaforme di gaming. Con tecniche di “gamification” e promesse di guadagni facili, i giovani vengono ingaggiati come corrieri, “prestanome” (money mules) o informatori, sfumando il confine tra amicizia e sfruttamento.

  2. Vittime o criminali? Spesso i minori vengono spinti al crimine attraverso forme di intimidazione, debiti di droga ed estorsioni (debt bondage). La ricerca evidenzia una criticità nei sistemi giudiziari europei: i giovani coinvolti vengono frequentemente trattati unicamente come colpevoli anziché come vittime di sfruttamento criminale.

  3. Un grande vuoto nella ricerca e negli interventi. Nonostante la gravità del problema, le evidenze scientifiche su “cosa funzioni davvero” per prevenire questo fenomeno in Europa sono estremamente limitate e frammentate. Le soluzioni standard o “preconfezionate” scaricate da altri contesti spesso falliscono.

Cinque le raccomandazioni chiave per la politica e le istituzioni:

  • Dati e definizioni condivise: Creare indicatori comuni a livello UE per monitorare il fenomeno e valutare gli interventi.
  • Pilota e co-progettazione: Sperimentare modelli flessibili e co-progettati con il territorio (supporto alle famiglie, percorsi educativi e interventi digitali).
  • Studi longitudinali: Investire in ricerche a lungo termine per comprendere esattamente i meccanismi e i tempi di reclutamento.
  • Focalizzarsi sull'attuazione pratica: Rendere i servizi di supporto realmente ed ergonomicamente “raggiungibili” dai ragazzi più a rischio, superando ostacoli burocratici e mancanza di personale.
  • Infrastruttura di apprendimento UE: Condividere le buone pratiche (e gli errori) tra i Paesi membri prima di estendere i progetti su larga scala.

Serve un approccio integrato tra sicurezza, sanità pubblica e politiche sociali, capace di adattarsi alla rapida evoluzione digitale delle reti criminali per sottrarre i ragazzi dallo sfruttamento. 📄

Per saperne di più: Report [lingia inglese] “Safe Futures: Protecting young people from recruitment into criminal drug networks” (EUDA, 2026) https://www.euda.europa.eu/system/files/documents/2026-09/safe-futures-research-needs-and-priorities-report_final.pdf

 
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from Diario

Diario diario diario, caro diario. Non perdere mai il ritmo. Morire, ma con gusto. Passare dallo sconforto più profondo, toccare con mano la muffa consistente della depressione e poi provare l'euforia disorganica della creazione. Così, un ritmo continuo. Desiderare di immergersi nella broda bollente, la fanghiglia di quel romanzo di fantascenza, chissà chi era. Sentire il fango bollente e odoroso che lentamente seduce ogni piccolo atollo della tua pelle.

Ieri ero a tavola e bevevo la mia bibita Ginger marchiata Primia. Leggo gli ingredienti mentre le bollicine rossastre mi saturano la bocca. Nella bibita Ginger marchiata Primia non c'è il ginger. Niente zenzero, non ufficialmente. Solo acqua, zucchero, vari acidificanti, carote e altre cose per dare colore, e poi: aromi. Cosa ci sia negli aromi non è lecito sapere.

Mi scrive Z Tapes. C'è un concorso per partecipare a una compilation di shoegaze music. Cerco su internet cosa sia la shoegaze music. Leggo la descrizione, mi faccio una idea. Penso seriamente di partecipare al concorso. In fondo cosa ci vuole? Ho un basso elettrico, il mondo è pieno di suoni.

Invece mi butto sul divano. Sono distrutto. Metto su un album di Morton Feldman. Noioso come la morte. Penso che sia una delle cose più noiose che abbia nella mia biblioteca musicale. Lo ascolto però molto spesso, lo metto su, come una specie di ospite in casa. Io faccio le mie cose mentre Feldman fa le sue. Comunque, metto su la lavapiatti e la faccio partire, faccio anche di queste cose. Chissà se Eco si occupava personalmente della lavapiatti. Buzzati. Pasolini che si mette lì a infilare bene i piatti per riempirla al meglio. Baricco. Baricco forse sì, ce lo vedo. Come gesto di emancipazione.

Torno sul divano. Provo a dormire, ma ora la musica di Feldman si è impastata con il rumore della lavastoviglie. In una chat ho scritto che i suoni dei due elementi si mesmerizzavano, e io lì sul divano, trovo affascinante la cosa e – contro il volere del mio corpo – mi alzo, prendo il cellulare e inizio a registrare tutto. Due minuti di Feldman mesmerizzato con la lavastoglie. Salvo il file e penso che potrei usarlo per un video. Penso a qualcosa di statico, una camera fissa. Provo a inquadrare il traffico, con un filtro in bianco e nero che uso spesso in questo periodo, ma non funziona. Allora vedo sul muro un insetto. Piccolo, non so come si chiamino. Sono delle specie di incrocio tra un moscerino e una libellula.

Lo inquadro e ingrandisco, zommo al 300 per cento. Scopro che se mi allontano o se mi avvicino dopo averlo messo a fuoco, il filtro sgrana, trasforma l'insetto in un insieme di punti. Diventa un insetto granuare. Faccio un po' di riprese dell'insetto sempre tenendo il microfono che registra l'ambiente, nel mio caso Feldman e la lavastoviglie. Invio tutto al portatile e mi metto sul divano, finalmente, a fare il montaggio.

Soprappongo i due video landscape, in modo da ottenere un unico video di forma quadrata. Creo tre tracce audio: una per la registrazione che avevo fatto con il cellulare messo tra la lavastoviglie e Feldman, e due per quella video, più spostato verso la finestra. In tutte e tre ci sono momenti diversi del pezzo di Feldamn con la lavastoglie in funzione.

Uno dei video finisce prima dell'altro e l'audio finisce ancora dopo. Penso allora che tutto funzionerebbe meglio se ci fossero delle scritte rosse. Ho in mente dei post che ho letto in rete. Gente che definisce “genociccio” lo sterminio dei palestinesi da parte dell'esercito di Israele. Penso alla prostata di questi utenti Facebook mentre guardo l'insetto ingrandito in bianco e nero, immobile. Inizio a scrivere i testi, mettendo sullo stesso piano informazioni sulla prostata e microframmenti di comunicazione standard sulla questione. Non è una satira. È puro materiale lessicale. Chiudo con una citazione, il titolo di un libro di Morovich. Carico tutto sui social e esco di casa, cammino e mentre cammino penso che alcune scritte rosse erano male allineate rispetto ai due video.

Me ne ero accorto ma per sciatteria le avevo lasciate così. Tanto cosa importa. Invece mi brucia. Quando torno a casa cancello i video che avevo caricato e mi rimetto a lavorare sul file del montaggio. Sposto le scritte come le avevo pensate. Cambio anche una frase che funzionava male e ne aggiungo una finale dopo quella di Morovich. Ridacchio. Ricarico tutto. Non se ne accorgerà nessuno, pochi guardano questi video mentre io ne sono piuttosto convinto. E anche se non lo fossi poco importa. Mi danno soddisfazione mentre li faccio. Tanto basta. In un mondo di ciechi chi è orbo, eccetera. Quaranta minuti circa.

Mentre scrivevo questo diario, mentre raccontavo di me sul divano che facevo il montaggio, il Tab XC si è spento. Mi ero dimenticato che mi aveva avvertito che la batteria stava per scaricarsi. Mi ero invexendato, ero tutto preso nello scrivere questa cronaca, nel miglior stile possibile ma senza perderci troppo tempo. Non avevo salvato niente, perché uso una applicazione cinese che dovrebbe salvare periodicamente mentre scrivo. Lo schermo con una grossa batteria che indica che è completamente scarico. Vado a cercare l'alimentatore, attacco tutto, riavvio il tablet. Apro. L'applicazione cinese ha salvato tutto, caro diario. Continuo a scrivere febbrile, mentre la schiena manda i suoi strilli e mi dice di mollare, venerandi, e mollami.

 
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from Endurista

Calvinismo, elezione e patologia della perfezione.

Ogni volta che vengo qui, spesso per lavoro, raramente per diletto, molte domande si affacciano al mio lobo frontale. Perché questa ricerca di perfezione? È sincera? È sana? O c'è qualcosa di impalpabilmente oscuro che si cela dietro le apparenze? Dopo qualche ragionamento, ho capito. È il calvinismo.

 
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from ᗩᐯᗩIᒪᗩᗷᒪᗴ

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Celia è il nuovo lavoro discografico di Angélique Kidjo, l’artista che da quando se n’è andata Miriam Makeba è diventata la nuova Mama Africa. Nata e cresciuta a Ouidah, quella del “viceré” di Bruce Chatwin (da cui Herzog trasse il suo bellissimo Cobra Verde), da anni è cittadina del mondo, vivendo random tra Parigi e New York. Anche i suoi ultimi lavori discografici sono nomadi. A partire da una trilogia con cui la Kidjo ha voluto indagare le influenze della musica africana nel mondo, una ricerca fatta seguendo le orme della diaspora che ha riguardato il continente... https://artesuono.blogspot.com/2019/05/angelique-kidjo-celia-2019.html


Ascolta il disco: https://album.link/i/1454514314


 
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from giuliano1993

Torno di nuovo a scrivere, con un titolo che non è arrivato con altre settimane ed altri eventi che hanno continuato ad accumularsi nel contesto pubblico. Altre violenze da parte della polizia – non serve indicare la parte del mondo, in generale sembra basti indicare uno stato a caso in questo momento – l'america di Trump che prova ad imporsi, nuovi regolamenti europei approvati che legalizzano la deportazione degli esseri umani arrivati “illegalmente” – quando la legalità non è un'opzione.

Quello che mi rimane addosso ogni volta che mi affaccio alle notizie è un immenso senso di violenza, verso i più deboli, verso chi è diverso ( per nazionalità, religione, opinione ). È una sensazione che si attacca addosso e non se ne va, ma sembra piuttosto voler autoaccrescersi, invitare a una rabbia che sfocia anch'essa in altra violenza, perché in fondo nel momento in cui tutti fanno così, esiste un altro modo di farsi sentire? Di sopravvivere in mezzo a tutta questa violenza collettiva.

La risposta un po' naive ma giusta ed anche estremamente difficile è la scelta della gentilezza. Nel mezzo di un clima pieno di odio e violenza probabilmente questa è l'unica cosa che può aver senso. Ma non voglio dirla come luogo comune o come qualcosa che sia facile da portare avanti. Essere gentili non è facile; non lo è quando chiunque è diffidente, quando ci si aspetta sempre il peggio dal prossimo. Mi ci metto anche io in mezzo, con quella che è l'attualità è difficile fidarsi di chi si ha a fianco, di vivere senza giudicare a prescindere. Anche qui l'idea che si manda in giro è che sia facile, essere gentile con le altre persone, essere sempre accogliente e scevri da pregiudizi, non è una cosa semplice. Va desiderata, va coltivata, nella coscienza che molte volte non sarà capita come cosa, che spesso sarà fraintesa. Siamo abituati che spesso se qualcuno è immotivatamente gentile con noi è per proprio tornaconto; ragionando in questo modo viene meno naturale essere gentili col prossimo in modo del tutto spontaneo: ed anche la spontaneità è spesso bloccata sempre da abitudini sociali malsane con cui siamo cresciuti, abitudini che portano ancora a reagire davanti a cose genuinamente belle o gentili, come fossero qualcosa di cringe .

Quanto detto finora non vogliono essere scuse, ma solo un flusso di pensieri che si snoda nel momento in cui rifletto sul bisogni di gentilezza che c'è, come unico vero riparo da tutta la violenza che ci circonda. Essere gentili non è una passeggiata di piacere, non nel mondo in cui ci troviamo, è più simile a una lotta, con tutto quello che c'è stato insegnato, con le immagini che ci arrivano dalla quotidianità. Richiede forza e desiderio di comportarsi in modo diverso da quanto ci si aspetta. Certo è che nel momento in cui riusciamo ad attuarla, può diventare un cuscino per noi e per chi abbiamo intorno da quello che è un mondo fin troppo spinoso. Perché prima di combattere le grandi battaglie, bisogna passare per quelle piccole, sentirci al sicuro noi e far sentire al sicuro le persone che abbiamo intorno. Avere la forza di essere gentili e di far scoprire agli altri questa stessa forza protettiva e rassicurante. Può essere un primo passo, penso. Non risolve tutta la violenza del mondo, non ne risolve affatto, ma è intanto un antidoto contro il nostro continuare questa catena da anello inconsapevole; noi scegliamo di rompere il concatenamento violento e sostituirlo con qualcosa di più soffice.

Dobbiamo scegliere di fare un passo indietro, scegliere anche in parte di sottrarci a tutto quello che normalizza quest'aggressività, perché al di la dei fatti di cronaca, siamo circondati da media che promuovono contenuti sempre più apertamente violenti e aggressivi, in un modo che ci ha desensibilizzato a cose che solo qualche anno fa sarebbero state considerate assurde. Invece oggi oltre ai media delle notizie, anche le serie e i film mostrano contenuti estremamente violenti, e cose che all'inizio ci scandalizzavano ora sono considerati la base da cui partire. Per come la vedo io la scelta sta anche nell'evitare il più possibile questo tipo di messaggio, che va piano piano a scavarsi nel nostro cervello, stabilendo man mano una nuova normalità. La scelta dell'individuo deve essere totale, nel momento in cui decidiamo di volerci tirar fuori da un sistema che normalizza ogni forma di violenza, dobbiamo tirarcene fuori per capire quanto sia fuori di testa.

Io personalmente ho bisogni di tirarmene fuori, tendenzialmente già lo faccio ma ogni tanto ci ricasco, sia nei contenuti che consumo o nel farmi prendere da quella rabbia che la cronaca mi fa ribollire dentro. Però nessun percorso è totalmente dritto, si sbaglia tanto, io di errori ne faccio a valangate. Però penso che in fondo sia importante aver chiaro l'obiettivo e pian piano muoversi in quella direzione. Quel che so è che voglio tirarmi fuori da questo magma rabbioso che ti entra dentro e ti fa ribollire dall'interno, spero di riuscir a passare un po di gentilezza a chi mi sta intorno. Spero anche di non esser solo su questa strada.

Ci sentiamo la prossima volta.

G.

 
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