noblogo.org

Reader

Leggi gli ultimi post dagli utenti di noblogo.org.

from norise 3 letture AI

Fonema

insufflato dal dio

passa come un vento di mare

il ricercato fonèma

che nel sogno dispiega le ali

di scintillante bellezza

. Questo testo è un esempio raffinato di poesia che evoca l’idea di una forza creatrice e divina incarnata nel “fonema”, un’unità minima di suono che assume qui una valenza quasi cosmica. Il poeta sembra voler suggerire che le parole—o, più in generale, il suono—non sono semplicemente strumenti della comunicazione, ma veicoli di bellezza e ispirazione, trasportati da un impulso divino.

La scelta del termine fonema richiama la nozione linguistica, ma in questo contesto assume un significato metaforico. Si allude a quell’essenza originaria, “insufflata dal dio”, che dà vita alla poesia e alla creazione. Il suono non è statico: “passa come un vento di mare”, evocando un’immagine dinamica e fluida, capace di muoversi liberamente e di risvegliare sensazioni e ricordi. L’idea di un vento di mare richiama tanto la vastità dell’oceano quanto la forza e l’imprevedibilità della natura, suggerendo che l’ispirazione si manifesta in modo spontaneo e sovrannaturale.

Nel verso “il ricercato fonèma che nel sogno dispiega le ali di scintillante bellezza”, la poesia culmina in un’immagine potente: il suono diventa un’entità quasi alata, che si libera dalle catene del quotidiano per elevarsi nel regno del sogno e del sublime. L’uso del verbo “dispiegare” aggiunge una dimensione visiva, quasi scenografica, in cui il suono-archetipo assume la forma di un essere in grado di volare, trasportando con sé una bellezza che è al contempo effimera e intensa.

Questa riflessione poetica invita il lettore a considerare il linguaggio come veicolo non solo di significato profondo, ma anche di esperienza estetica e spirituale. L’invisibile diventa visibile, l’ineffabile si materializza nell’immaginario, e il suono si trasforma in un simbolo della forza creatrice che permea la realtà.

 
Read more...

from cronache dalla scuola

In quinta informatico li porto nella classe di cooperative dove c'è già pronto il poeta, Guido Caserza, che li aspetta, assieme al regista Roberto Merani. I ragazzi si siedono e Guido nella mezz'ora successiva declama il suo poema “Canto dei morti sul lavoro” accompagnato dal video multimediale di Merani. I ragazzi ascoltano, in silenzio mentre si parla di morti bianche, di arti tranciati, di capitale, di Dio, di gente che va a lavorare, a morire. Dal video arrivano rumori di fabbrica, musica industriale, volti anonimi che si accavallano e sovrappongono.

Alla fine i ragazzi applaudono e inizano a fare le domande a Caserza e Merani: in quanto tempo l'hai scritto? Credi in Dio? I volti che si vedono di chi sono? È nato prima il testo o prima il video, o assieme? Come ti sei documentato? Che stile hai usato? E molte altre. Sono domande per buona parte spontanee, è una classe di informatici, lontana dal mondo della letteratura, ma sono curiosi, vogliono capire. Per me è una fatica organizzare tutto, mi appoggio alla generosità dei miei ospiti, ma è un modo per fare entrare la letteratura viva a scuola. Mostrare come il mondo culturale si interseca con quello tecnologico. Guarda e parla della società. Impasta il suo linguaggio con quello della storia.

Ci ritorno nell'aula di cooperative, oggi, con una seconda scientifico, accompagnato da una docente di sostegno che viene di sua sponte. Faccio spostare tutti i banchi e li faccio sedere in cerchio, gli dico che ho notato che da mesi ci sono tensioni fra di loro, momenti di rabbia, divisioni in gruppi. Gli dico che si sta creando un luogo di studio e di lavoro tossico. Gli do poi un post-it, incidentalmente a forma di foglia. “Dovete scrivere – gli dico – le tre cose che più non sopportate dei vostri compagni di classe. Quelle che vi danno disagio, che vi fanno stare male”.

Nel mezzo del cerchio che si è creato metto un cartellone che ho preso dal laboratorio artistico, mi metto a quattro zampe e scrivo sopra “MALESSERE”. I ragazzi intanto compilano i loro foglietti anonimi e li posano per terra.

Quando tutti hanno fatto, con la collega li chiamiamo uno a uno: devono prendere una delle foglie posate per terra, leggere cosa c'è scritto e provare a indovinare chi l'ha scritto. La persona che viene identificata come autore può dire se è stata davvero lei a scriverlo o negare. Può anche mentire. Può dire se è d'accordo comunque con quello che c'è scritto sul foglietto, anche se non l'ha scritto lei. Poi chiediamo quanti sono d'accordo con quello che è stato scritto. Alla fine attachiamo la foglia nel cartellone “malessere” e passiamo alla foglia dopo.

Escono tante cose: fastidio di essere criticati, odio del rumore, sofferenza per il clima teso e senza momenti di rilassamento, sarcasmo e derisione. Altri inaspettati come la percezione di mancanza di igiene nei compagni. Il vittimismo davanti ai docenti, le bestemmie. Alla fine del giro il cartellone “malessere” è finito. Creiamo con la collega dei gruppi di studio per scrivere delle strategie per attenuare o risolvere questi problemi emersi. Delle “regole” che andremo a mettere in un secondo cartellone chiamato “benessere” di cui, di tanto in tanto, verificheremo l'efficacia.

Suona la campanella mentre stiamo ancora lavorando e interrompiamo tutto, continueremo domani. “Lo so perché ha fatto questa attività” mi dice uscendo uno studente. “Perché ha dimenticato il libro di storia” dice e ride.

Rido.

 
Continua...

from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Dalla rivoluzione al disincanto

C’è stato un tempo in cui Internet era una promessa. Un luogo libero, aperto, senza recinti. Dove le idee viaggiavano velocità e la curiosità era l’unica vera password. Oggi viviamo in un mondo iperconnesso. Tutto è a portata di clic eppure non siamo mai stati così filtrati, selezionati, indirizzati. La cultura digitale è cambiata. E la domanda è semplice ma scomoda: siamo ancora noi a usare la tecnologia…o è lei a usare noi? La cultura digitale è nata come una promessa: informazione libera, comunicazione senza confini, collaborazione globale. Negli anni ’90 e nei primi 2000, l’Internet degli idealisti era un territorio aperto, dove il sapere fluiva senza barriere e l’innovazione era sinonimo di libertà. Ma oggi, a trent’anni dall’inizio di quella rivoluzione, dobbiamo fare i conti con un paesaggio diverso: più connesso, ma anche più controllato; più accessibile, ma dominato da poche grandi piattaforme. Chi ha vissuto i primi anni del Web ricorda la sensazione di frontiera. Forum, blog personali, mailing list: strumenti semplici ma rivoluzionari. Non servivano algoritmi per trovare una comunità, bastava la curiosità. Il digitale era sinonimo di partecipazione: Wikipedia nasceva dall’idea che chiunque potesse contribuire alla conoscenza. L’open source portava l’idea che il codice fosse patrimonio dell’umanità. E il concetto di “rete” non era solo tecnologico, ma umano. Poi è arrivata la fase due. Social network, streaming, e-commerce: la rete si è trasformata in un sistema centralizzato. Le grandi piattaforme hanno semplificato l’accesso, ma in cambio hanno preso il controllo dell’esperienza. Gli algoritmi hanno sostituito la scoperta spontanea: non cerchiamo più, ci facciamo trovare. Ma questo significa che vediamo solo ciò che qualcuno – o qualcosa – decide per noi. Nel nuovo ecosistema digitale, la cultura non è più soltanto il frutto di un processo creativo, ma un bene che deve generare interazioni, like, visualizzazioni. Il valore non si misura più in profondità, ma in velocità: un contenuto “vale” finché resta nella timeline. Questa logica ha trasformato anche l’informazione: il titolo deve catturare, il video deve trattenere, l’articolo deve generare reazioni rapide. Non sempre conta il messaggio, ma l’impatto immediato. Oggi possiamo assistere in diretta a un concerto dall’altra parte del mondo o partecipare a un corso universitario senza muoverci di casa. Ma allo stesso tempo, la sovrabbondanza di contenuti crea rumore: l’attenzione è una risorsa scarsa, e ogni piattaforma compete per conquistarla. L’abbondanza informativa rischia di trasformarsi in superficialità diffusa, dove si “scorre” più che si approfondisce. Negli ultimi anni si è sviluppata una nuova corrente: quella della cultura digitale consapevole. Più utenti cercano di capire come funzionano gli algoritmi, come proteggere la propria privacy, come usare la tecnologia senza esserne usati. Podcast, newsletter indipendenti, progetti open source tornano a creare spazi alternativi, lontani dalla logica delle piattaforme. Non è un ritorno ai vecchi tempi, ma un’evoluzione: meno ingenuità, più attenzione critica. La cultura digitale è un ecosistema vivo: muta ogni giorno, cresce e si contrae, crea opportunità e problemi. Non è un male o un bene assoluto, ma un campo di forze in continua tensione. Il futuro non sarà un ritorno al passato, ma un nuovo equilibrio tra centralizzazione e libertà, tra accesso globale e qualità del contenuto. Se c’è una lezione che possiamo trarre dagli ultimi trent’anni è questa: la tecnologia cambia, ma la cultura la facciamo noi. E la direzione dipende dalle scelte che facciamo ogni volta che clicchiamo.

 
Continua...

from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Non pensa ma agisce

Ore 02:47, Tokyo. Un sistema di intelligenza artificiale intercetta un pattern anomalo nelle comunicazioni digitali. In meno di mezzo secondo valuta il rischio, attiva le contromisure, sventa un attacco informatico su larga scala. Nessun analista ha ancora letto il report. Nessun umano ha deciso. È successo davvero. Ed è il presente. Nel 2025 l’Intelligenza Artificiale non è più un semplice strumento. È diventata un attore cognitivo che partecipa ai processi decisionali più delicati: sicurezza nazionale, medicina predittiva, giustizia, finanza, creatività. Non ha emozioni. Non ha coscienza. Ma agisce. Il cuore di questa rivoluzione si chiama Transformer. Un’architettura matematica che non ragiona come un essere umano, ma che sa prevedere con precisione sorprendente cosa viene dopo: una parola, una decisione, una strategia. Modelli come GPT analizzano enormi quantità di dati, individuano pattern invisibili all’occhio umano e restituiscono risposte coerenti, fluide, spesso convincenti. Ma attenzione: l’IA non capisce. Simula la comprensione. E lo fa così bene da ingannarci. Ogni risposta che leggiamo non nasce da intenzione o consapevolezza, ma da probabilità statistiche. L’IA non sa cosa sia il dolore, l’etica, la giustizia. Sa solo come parliamo di queste cose. E questo la rende potente… e fragile allo stesso tempo. Il vero problema non è tecnico. È culturale. L’IA apprende dai dati. E i dati siamo noi: le nostre parole, i nostri pregiudizi, le nostre distorsioni. Se il mondo è sbilanciato, l’algoritmo lo sarà ancora di più. I bias non sono errori di sistema: sono specchi. Nel frattempo, le macchine stanno diventando multimodali. Leggono testi, analizzano immagini, interpretano suoni, scrivono codici. Un medico può caricare una TAC e ricevere un’analisi istantanea. Un programmatore può descrivere un’idea e vederla trasformarsi in software funzionante. Un artista può generare mondi visivi partendo da una frase. Siamo entrati nell’era della simbiosi uomo-macchina. Non più utenti e strumenti, ma collaboratori cognitivi. L’IA accelera il pensiero, amplia le possibilità, riduce il rumore. Ma non sostituisce il giudizio umano. O almeno, non dovrebbe. Perché l’IA non sa quando sta sbagliando. Può inventare fatti, citare fonti inesistenti, sostenere errori con assoluta sicurezza. E se le affidiamo decisioni critiche senza supervisione, il rischio non è l’errore. È la fiducia cieca. La domanda allora non è: le macchine diventeranno intelligenti? La vera domanda è: noi resteremo vigili? Capire come funziona l’intelligenza artificiale oggi non è più un lusso per tecnici o ingegneri. È una competenza culturale di base. Perché ogni algoritmo che decide al posto nostro ridefinisce, un po’, anche ciò che significa essere umani. Il futuro non è scritto nel codice. Ma nel modo in cui sceglieremo di usarlo.

 
Continua...

from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

La sicurezza in Italia

Nel 2025 la sicurezza informatica in Italia non è più un argomento per soli tecnici chiusi in una stanza buia illuminata da monitor verdi stile anni ’90. È diventata una questione quotidiana, concreta, che riguarda ministeri e bar di provincia, grandi aziende e cittadini che controllano il conto online mentre aspettano l’autobus. La cyber sicurezza è entrata nelle nostre vite con passo felpato, come un hacker educato, ma che non vuole piu' andare via. Il nostro Paese, storicamente più incline all’arte che agli algoritmi, ha fatto passi avanti significativi. L’Agenzia per la Cyber sicurezza Nazionale è ormai una presenza stabile e riconoscibile, non più un acronimo misterioso ma un attore centrale nella difesa digitale. Coordina, forma, interviene. E soprattutto prova a tradurre il linguaggio tecnico in qualcosa di comprensibile, impresa titanica quanto spiegare la blockchain a una cena di famiglia. Nel 2025 le minacce informatiche sono diventate più sofisticate ma anche più “democratiche”. Non colpiscono solo le grandi infrastrutture critiche, ma anche i piccoli comuni, le scuole, gli studi professionali. Il ransomware resta il re indiscusso del cybercrimine: ti cifra i dati e poi ti chiede un riscatto con la gentilezza di un esattore medievale. La differenza è che ora spesso lo fa con messaggi scritti in un italiano sorprendentemente corretto. Le aziende italiane stanno finalmente capendo che la sicurezza informatica non è un costo inutile ma una forma di assicurazione sul futuro. Backup, formazione del personale, autenticazione a più fattori: parole che un tempo facevano sbadigliare oggi sono diventate mantra aziendali. E sì, anche la password “123456” è ufficialmente considerata un crimine contro l’umanità digitale. Ma parliamo di hackerismo, perché in Italia l’hacker non è solo il cattivo dei film. Esiste una comunità di hacker etici, ricercatori di sicurezza, smanettoni brillanti che segnalano falle prima che vengano sfruttate. Nel 2025 bug bounty, CTF e conferenze di settore non sono più nicchie esoteriche ma momenti di confronto aperti, dove si impara e si cresce. L’hacker italiano spesso non buca sistemi per distruggere, ma per dimostrare che possono essere migliorati. Naturalmente esiste anche il lato oscuro: forum clandestini, phishing sempre più raffinato, truffe che sfruttano l’intelligenza artificiale per clonare voci e volti. Qui la fantasia criminale corre veloce, ma non più veloce della consapevolezza. Gli utenti iniziano a riconoscere le trappole, a dubitare delle email troppo gentili, delle urgenze improvvise, dei “clicca qui subito”. La pubblica amministrazione, spesso bersaglio preferito, nel 2025 mostra segnali incoraggianti. Sistemi più moderni, maggiore attenzione agli accessi, piani di risposta agli incidenti. Non è tutto perfetto, ma il principio è chiaro: la sicurezza non è un evento, è un processo continuo. Un po’ come la manutenzione di una Vespa digitale. Il bello della sicurezza informatica oggi è che può essere raccontata senza terrorismo psicologico. Non serve spaventare per educare. Serve spiegare, con esempi semplici, perché aggiornare un sistema è importante, perché diffidare di certi link, perché proteggere i dati equivale a proteggere se stessi. Nel 2025 l’Italia non è ancora una superpotenza cyber, ma è una nazione più consapevole. Ha capito che la rete è una piazza, non un far west senza regole. E che tra hacker cattivi e hacker buoni, tra virus e antivirus, la vera arma resta sempre la conoscenza. In fondo, la sicurezza informatica è come il buon senso: non fa rumore, non si vede, ma quando manca ce ne accorgiamo subito. E nel frattempo, mentre i firewall lavorano in silenzio, noi possiamo concederci un sorriso. Anche nel cyberspazio, ogni tanto, serve un po’ di leggerezza.

 
Continua...

from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Blogghiamo

Un blog è uno spazio digitale, personale o professionale, in cui si condividono idee, esperienze, opinioni e conoscenze. È nato come un diario online, ma nel tempo si è evoluto fino a diventare uno strumento di comunicazione strutturato, capace di accogliere qualsiasi argomento: dalla cucina alla tecnologia, dai viaggi allo sport, dall’esoterismo alla moda. Oggi il blog non è più soltanto un luogo di espressione individuale. È un elemento centrale dell’ecosistema digitale, utilizzato per informare, educare, intrattenere e, sempre più spesso, per costruire identità professionali e progetti di valore. Che nasca come hobby o come iniziativa imprenditoriale, un blog rappresenta una presenza stabile e riconoscibile nel tempo. Le finalità di un blog possono essere molteplici. Può servire a condividere una passione, diffondere conoscenza, offrire guide pratiche, tutorial e approfondimenti. Può anche diventare uno strumento di promozione intelligente per un’attività, un brand o un progetto personale. Questo vale in particolare per freelance, creativi e aziende che desiderano aumentare la propria visibilità e costruire una relazione autentica con il pubblico. I blogger sono, a tutti gli effetti, i narratori contemporanei del web. Professionisti o amatori, sono accomunati da una caratteristica fondamentale: scrivono di ciò che conoscono e amano. Alcuni lo fanno per puro piacere personale, altri hanno trasformato il blogging in una vera e propria carriera, generando reddito attraverso collaborazioni, pubblicità o la vendita di prodotti e servizi. In un mondo sempre più interconnesso e veloce, il blog rimane una delle forme di comunicazione più autentiche e longeve. Nato come semplice diario digitale, oggi è uno strumento raffinato, capace non solo di informare e intrattenere, ma anche di influenzare opinioni e scelte di consumo. Gestire un blog, però, significa molto più che scrivere bene. Dietro ogni articolo c’è un lavoro articolato fatto di ricerca, cura del linguaggio e attenzione al pubblico di riferimento. Il blogger è allo stesso tempo autore, curatore, editore e promotore del proprio spazio digitale. Ogni blog nasce da una scintilla: un’idea, una competenza, un’esperienza che merita di essere condivisa. Il blogging va oltre la scrittura. Ogni post è solo la parte visibile di un processo più ampio che comprende la progettazione del sito, la scelta delle immagini, l’ottimizzazione dei contenuti per i motori di ricerca (SEO), l’analisi dei dati di traffico, la gestione dei commenti e la presenza sui social media. Chi blogga in modo professionale deve sapersi muovere tra creatività e strategia, offrendo contenuti originali senza perdere di vista le dinamiche del digitale. Aprire un blog oggi è più semplice che mai. Piattaforme intuitive come WordPress, Blogger o Medium permettono a chiunque di iniziare in pochi passaggi. Tuttavia, la facilità tecnica non garantisce il successo. Ciò che fa la differenza è la capacità di creare valore, di proporre un punto di vista autentico e riconoscibile in un panorama sempre più competitivo. Ma perché i blog continuano a essere rilevanti nell’epoca dei social network? La risposta sta nella profondità. I social privilegiano la velocità e l’immediatezza, mentre i blog offrono spazio alla riflessione e all’approfondimento. Consentono ai lettori di esplorare un tema in modo completo, di trovare risposte durature e contenuti che restano utili nel tempo. In conclusione, il blog è una forma di espressione digitale in continua trasformazione. È uno spazio di libertà creativa, di condivisione del sapere e di connessione autentica. Che tu sia un lettore curioso o un aspirante autore, il mondo del blogging ha ancora molto da offrire. E se senti di avere qualcosa da raccontare, forse è il momento giusto per iniziare. Perché le parole, oggi più che mai, possono ancora lasciare un segno. Anche nell’immenso oceano del web.

 
Continua...

from L' Alchimista

I pilastri della spiritualità moderna

Quando si parla di spiritualità, uno degli equivoci più diffusi è confonderla con un sistema di credenze, come se fosse un insieme di idee a cui aderire o verità da accettare. In realtà, la spiritualità autentica non chiede di credere in qualcosa, né di sostituire una fede con un’altra. Chiede qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, più impegnativo: fare esperienza diretta. Una credenza è un’idea accettata come vera perché ci è stata insegnata, perché l’abbiamo letta o perché qualcuno ritenuto autorevole l’ha affermata. Un’esperienza, invece, è qualcosa che accade e che può essere osservato in prima persona. La differenza è sostanziale. Credere significa aderire mentalmente a un concetto; fare esperienza significa sentire, percepire, accorgersi di ciò che succede dentro e fuori di noi. In questo senso, la spiritualità non è un insieme di dogmi, regole o verità assolute, ma un processo di esplorazione interiore continuo, vivo, personale. Quando la spiritualità si riduce a una credenza, diventa fragile, perché dipende da ciò che si è letto, da ciò che si è sentito dire o da ciò che qualcun altro ha insegnato. Basta un dubbio, un’informazione contraria o una delusione per farla vacillare. Quando invece la spiritualità è esperienza, diventa stabile, perché nessuno può toglierti ciò che hai visto con chiarezza dentro di te. Questo approccio rende la spiritualità accessibile anche a chi si definisce razionale, scettico o poco incline alla fede. Non serve credere. Serve osservare. Osservare la mente mentre produce pensieri, il corpo mentre reagisce agli stimoli, le emozioni mentre emergono nelle situazioni quotidiane. Nel linguaggio tecnico, questa capacità di osservazione si chiama consapevolezza: la facoltà di notare ciò che accade, momento per momento, senza giudicarlo e senza identificarvisi automaticamente. La spiritualità intesa come esperienza non promette illuminazioni improvvise, stati estatici o soluzioni magiche. Promette qualcosa di molto più concreto e trasformativo: lucidità. La capacità di vedere le cose per come sono, dentro e fuori di noi. E la lucidità, nella vita moderna fatta di rumore, accelerazione e distrazioni continue, è già una forma profonda di libertà. Non si tratta di credere a nuove idee, ma di vedere con maggiore chiarezza. Non di accumulare concetti, ma di fare spazio all’esperienza. Non credi: vedi. Ed è esattamente da lì che inizia ogni trasformazione reale.

 
Continua...

from Geocriminalità e Cooperazione Internazionale di Polizia

Euro contraffatti in banconote e monete arrivavano a pacchi dalla Cina

Un'operazione internazionale coordinata da Europol, condotta da Austria, Portogallo e Spagna, e che ha visto coinvolte le forze di polizia anche di Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Serbia, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti, ha portato al sequestro di circa 1,2 miliardi di euro in contanti falsi e monete contraffatte.
L'operazione si è svolta tra giugno e novembre 2025 e ha portato al blocco di 379 pacchi contenenti denaro falso.

Più del 90% del denaro sequestrato proveniva dalla Cina, con particolare rilevanza per i sequestri in Romania, dove sono state scoperte oltre 223.000 banconote contraffatte. In questo contesto sono state identificate e bloccate diverse reti criminali che distribuivano denaro falso tramite servizi postali. Europol collabora con la Banca Centrale Europea e le autorità cinesi per affrontare il problema alla fonte

 
Continua...

from L' Alchimista

L'illusione non nasce mai da una bugia

L’illusione non nasce mai da un’unica bugia. Nasce dalla ripetizione, dalla coerenza apparente, dalla sedimentazione lenta di eventi che, visti uno per uno, sembrano normali, persino inevitabili. È questa la vera forza delle grandi narrazioni del potere: non chiedono fede cieca, ma assuefazione. Non impongono una verità, la rendono l’unica disponibile. Quando si elencano episodi come lo sbarco sulla Luna, l’11 settembre, il cambiamento climatico, Big Pharma, il Covid-19, la Federal Reserve, i media mainstream o la sovrappopolazione, il riflesso immediato è difensivo: “complottismo”. Etichetta comoda, spesso usata non per confutare, ma per chiudere il discorso. Eppure il punto non è dimostrare che tutto sia falso. Il punto è chiedersi come certe versioni diventino intoccabili e perché il dubbio venga percepito come una minaccia. Lo sbarco sulla Luna non è solo un evento scientifico. È stato un atto politico, simbolico, narrativo. In piena Guerra Fredda, serviva dimostrare supremazia tecnologica e morale. Anche ammettendo la realtà dell’impresa, la sua trasformazione in mito fondativo americano è un esempio perfetto di come un fatto possa essere elevato a dogma. Non si discute ciò che diventa identità. L’11 settembre 2001 rappresenta uno spartiacque ancora più evidente. Indipendentemente dalle dinamiche operative, è stato utilizzato come catalizzatore per una ridefinizione radicale dei rapporti tra sicurezza e libertà. Sorveglianza di massa, legislazioni emergenziali, guerre preventive: tutto giustificato da un trauma collettivo. Non è complottismo osservare che la paura è stata monetizzata politicamente. Il cambiamento climatico è forse il terreno più scivoloso. La questione ambientale è reale, documentata, urgente. Ma proprio per questo è diventata anche uno strumento narrativo potente. Quando il dibattito viene ridotto a slogan, quando le soluzioni proposte coincidono sempre con nuovi mercati, nuove tasse, nuovi controlli, la domanda non è se il problema esista, ma chi gestisce la risposta e a vantaggio di chi. Big Pharma incarna un paradosso moderno: aziende che producono salute rispondendo a logiche di profitto. Non è una rivelazione, è un dato strutturale. La fiducia cieca è ingenua, il rifiuto totale è irresponsabile. Ma l’opacità, i conflitti di interesse, le pressioni sui governi e sugli enti regolatori non sono fantasie: sono documentate, spesso ammesse, raramente punite. Il Covid-19 ha mostrato tutto questo in tempo reale. Il virus esisteva. La pandemia è stata reale. Ma la gestione dell’emergenza ha rivelato quanto rapidamente i diritti possano essere sospesi e quanto poco spazio venga lasciato al dissenso, anche quando motivato. La risposta non è stata solo sanitaria: è stata politica, economica, comunicativa. Ed è lì che si è giocata la partita più delicata. La Federal Reserve e il sistema del debito sono un altro esempio di complessità trasformata in dogma. La creazione di moneta, la finanziarizzazione dell’economia, il trasferimento di ricchezza verso l’alto non sono segreti. Sono semplicemente difficili da spiegare e quindi raramente spiegati. Chi controlla il linguaggio controlla la comprensione. Chi controlla la comprensione controlla il consenso. I media mainstream non mentono sempre. Ma selezionano, gerarchizzano, semplificano. La propaganda moderna non funziona per falsità assolute, ma per omissione, saturazione, ripetizione. Non dice cosa pensare, ma su cosa pensare. E ciò che resta fuori dal perimetro mediatico tende a essere percepito come irrilevante o sospetto. Infine, la sovrappopolazione. Una parola che ritorna ciclicamente, spesso associata a paure, emergenze, necessità di controllo. Eppure i dati demografici mostrano un mondo in rallentamento, con tassi di natalità in calo e problemi strutturali legati non al numero di persone, ma alla distribuzione delle risorse. Anche qui, il problema non è il tema, ma l’uso che se ne fa. Mettere in fila questi elementi non significa negare la realtà. Significa interrogarsi sulla costruzione della realtà condivisa. Significa riconoscere che il potere oggi non si esercita solo con la forza, ma con le narrazioni. E che il vero atto sovversivo non è credere a tutto, né rifiutare tutto, ma pensare lentamente, criticamente, senza delegare il giudizio. Forse l’illusione non è una bugia. È un ecosistema. E uscirne non richiede una rivelazione improvvisa, ma una fatica quotidiana: distinguere tra fatto e racconto, tra informazione e interpretazione, tra sicurezza e obbedienza. Non per sentirsi “svegli”, ma per restare umani in un mondo che preferisce sudditi tranquilli a cittadini consapevoli.

 
Continua...

from Chi sei ele?

Continuo di ICARUS

Riflettere

Facciamolo, facciamo questa cosa, rispolvero vecchi articoli.

Che i giochi abbino inizio

Ecco questo fa' male commentarlo, abbandonato tutto. Motivo? Tempo
Ah questa mia paura del tempo, ha sempre ragione, il tempo non basta e finché il blocco più grande occuperà e mi mangerà, non potrò mai dedicare me stesso ai progetti che potevano salvarmi. La scuola, quel macigno che occupa il tempo.

“La scuola insegna maturità, crescita ed è la base per ogni adolescente”
A me ha insegnato che non bastano sogni e speranzi, voti alti e nemmeno raccomandazioni, la vita è tutta fortuna, o sei in o sei out e ODIO tutto questo. Io facciò attivismo per un sogno e questo sogno per quanto bello o brutto che sia punta anche a cambiare la scuola, perché essa non demoralizzi più la vita dei studenti, non lo renda un luogo ostile, decreativo e che anzi, sia di salvezza per gli studenti, ma... non ci sto riuscendo, spero che chi mi succederà ci riesca...

Cos'è questo blog?

Un articolo sofferente che ripercorre una sintesi molto, molto ristretta, della mia vita post pandemia.
Quella playlist è ancora utile a scrivere articoli come questi, fui lungimirante devo dire.

Ora odio le chiamate.

Non so come rispondere a questa mia citazione, avvolto le odio, avvolte le amo, vorrei tornare più spesso su Ds, visto che mi sono finalmente sbloccato ma il tempo non c'è. Mi mancano quelle chiamate in cui faccio “Papà Gufo” e per quanto possa tornare quando voglio, ho la sensazione di starle perdendo.

2022-2023

Quel capitolo era importante, ma lo scritto molto edulcurato. Quei anni facevo schifo, come persona e ora me lo dico.
Quando vedo che la gente si lamenta di una mia conoscente, che la criticano e la odiano, io non riesco, perché lei è simile a me in questo arco di età, nel 2022.

Per questo, ora da esterno, so quanto schifo facessi, eppure mi è servito questa fase, mi è servita a formare una buona parte del mio carattere. In parte devo essere felice di essere stato così, perché vedo persone che non ci sono passate che non solo non vedono la situazione, ma criticano senza sapere cosa c'è dietro.

2024-ora [...] P.S. 2024-2025 [...]

La parte più importante di tutte, quindi ora lo dico. SI, è l'anno più bello, fino in fondo, anche come si è concluso, ma è sofferente, è doloroso, è frastagliato di problemi, pieno di bornout, di pianti, di scleri, urla, nottate passate a chiedere aiuto indirettamente perché non nè sono capace e gente che se ne approfitta. MA, mi ha donato troppo per odiarlo.

Chiudiamo qui?

Si dai, chiudiamo qui.

~ele
 
Continua...

from Chi sei ele?

(sto scrivendo con sottofondo ICARUS – Tony Ann, valla a cercare per avere il giusto mood)

“Ricordati di non avere paura di chi si arrabbia, ma di chi sorride sempre”

E come capisco questa frase. Una persona all'apparenza calma, pacata, che sorride sempre e cerca di essere gentile con tutti. Ecco lei, quella persona, sta male. Me ne accorgo subito qual è la differenza tra chi lo fa' per educazione e chi per evitare guai, chi lo fa' per comportamento evasivo e perché sta male. Sai perché lo riconosco subito? Sono uno di quelli.

“Volevo tatuarmi il punto e virgola, sai il significato vero? Però io non l'ho mai del tutto superato, ci sono periodi, in cui ricado in quel vortice e altri in cui ne esco senza che nulla sia mai successo. Penso che me lo tatuerò spezza, quella virgola” “tuttuala separata, così che, quando l'avrai superata davvero finisci di tatuarlo”.

L'idea del secolo e penso che lo farò, tatuando l'ultima parte di rosso, con un bel rosso che marchierà ancora di più la fine di tutto questo.

Finirò mai di scrivere questo blog?

Il giorno che smetterò, sarà il giorno che tatuerò quell'ultima parte, chissà fra quanto, alla fine questo blog sta su un host indipendente, potrebbe sparire domani, come ultima prova di un ele che soffriva, che voleva essere salvato ma da se stesso. Che in verità non può essere salvato, perché il problema è se stesso e non farà accedere a nessuno a quella parte di se da curare o estirpare.

Dappertutto ma mai pienamente presente

Fa sentire tutti come i suoi migliori amici pur tenendoli tutti a distanza.
Parla ininterrottamente (se ha il “salvagente”) ma non dice mai nulla di reale. Conosce i tuoi segreti mentre i suoi restano nascosti (o escono alla sprovista). Pensi di essere intimo con lui, finché non capisci che intimo con tutti.
Colleziona persone ma non si lega con nessuno.
Esiste una parte di lui che nessuno vedrà mai.

Si inserisce in qualsiasi situazione all'istante, caccia carisma dal cilindro nelle occasioni giuste. Legge ogni stanza, persona, situazione, alla perfezione.
Argomenta emtrambi i lati così bene che dimentichi di cosa trattava il litigio. La sua mente si muove più velocemente di quanto la maggior parte delle persone riesca a seguire. Riesce a tirarsi fuori (o dentro) da tutto a parole. Evita lo scontro, anche verbale. Fa sembrare semplice anche la complessità.

Se avete letto queste parole da un'altra parte, spoiler si, sono di un post che mi hanno mandato, il problema è che era inquetantemente accurato, cosa che pensa anche la persona che me l'ha mandato. Non la vedo come una cosa positiva.

Chiudersi in una bolla, che apro leggermente la finestrella e che se scoppia, mi chiudo in casa nel tentativo disperato che si ricostruisca, non è affatto positivo. Quando me la toglierò?

 
Continua...

from La biblioteca di Amarganta

C come ... Colore!

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Inifinita. Lettera C, creatore Antonio Basioli

Avete letto bene: oggi parliamo del #colore.

Solitamente nella narrativa il colore è un elemento che non riguarda i romanzi, ma i libri per bambini piccoli, ricchi di illustrazioni. Certo, non è insolito che (specie in passato) che i romani per ragazzi vengano pubblicati con illustrazioni. Da buon #Millenial quale sono, mi vengono in mente i disegni di Serena Riglietti per i primi libri Harry Potter o quelli presenti nei romanzi di Rohal Dahl. Solitamente, però, si tratta sempre di disegni in bianco e nero, e sono elementi per lo più aggiuntivi.

È una costante della #letteratura: salvo rari casi, il colore appartiene alle copertine dei libri, non certo al loro testo che è sempre nero ... giusto?

La questione cromatica

In Italia sono disponibili due versioni de La Storia Infinita, entrambe con la traduzione della Pandolfi. La prima è un'edizione standard in bianco e nero che distingue le parti ambientate nel mondo reale da quelle nel mondo immaginario attraverso una differenza di carattere tipografico. La seconda utilizza invece due colori diversi: rosso per il mondo umano, verde acqua per Fantasìa.

Di queste due versioni, la seconda è quella “autentica”, che rispetta la volontà espressa da Ende in occasione della prima edizione assoluta (quella tedesca) del libro. L'autore sovverte qui i canoni con una scelta apparentemente “infantile” (l'utilizzo di un testo colorato) che ha però l'effetto di rendere anche il colore del testo parte integrante della narrazione.

La differenza di carattere tipografico utilizzata nella versione in bianco e nero è invece un espediente, un escamotage adottato per l'edizione economica pubblicata dalla TEA: un modo per rendere “a basso costo” la distinzione fra i due mondi.

L'autore tedesco, durante la stesura del romanzo, arrivò a ritenere che una semplice pubblicazione tradizionale non fosse adatta per l'opera che stava scrivendo, ma che questa dovesse essere confezionata come un libro di magia, con copertina di cuoio e bottoni in madreperla e ottone. Fu solo dopo i colloqui con l'editore, preoccupato per i costi di una simile produzione, che i due si accordarono per qualcosa di più semplice: copertina in seta rossa, 26 capilettera per i singoli capitoli (disegnati dall'artista Roswitha Quadflieg) e la celebre stampa a due colori.

Una scelta che verrà poi ripresa anche nelle edizioni straniere. In quella italiana pure i capilettera appositamente scelti, quelli di Antonio Basioli, furono adattati ai colori con cui iniziano i vari capitoli, che non è solo un capriccio dell'autore ma una vera e propria testimonianza della natura metanarrativa del libro.

"Dove si trova questo libro? Nel libro."

Quando Bastiano comincia a leggere il suo libro de La Storia Infinita (quello interno alla storia) il testo viene da subito descritto come verde acqua. Chissà che emozione sarà stata per i lettori di allora, quella di voltare pagina dopo il prologo scritto in rosso e di ritrovarsi anche loro a leggere lo stesso racconto letto dal protagonista scritto con lo stesso colore!

Leggere letteralmente un libro nel libro, cosa rafforzata inoltre dalla già accennata copertina in seta rossa dell'edizione originale, esattamente come quella del libro preso da Bastiano!

Ma Ende fece di più. Egli rese La Storia Infinita non solo un libro nel libro, ma aggiunse un terzo libro omonimo all'interno di Fantasìa, dove il Vecchio della Montagna Vagante – figura antitesi dell'Infanta Imperatrice, simbolo della scrittura che rende le storie immutabili laddove l'altra è la creatività che da loro forma – riporta tutto quello che avviene in un volume che – a suo dire – non contiene semplicemente tutta Fantasìa, ma “[...] è tutta Fantasìa” . E durante questo incontro, fra l'imperatrice e il suo contrario, per un breve istante, il contenuto di tutti e tre i libri diviene uno.

Quando l'Infanta Imperatrice (nel suo ultimo tentativo per portare Bastiano a Fantasìa) chiede al Vecchio di cominciare a rinarrare il suo libro, la sua Storia Infinita dal principio, l'inchiostro con cui l'anziano scrive, la copertina del suo libro così come la tonaca che indossa, cambiano il loro colore dalla da verde acqua a un ben più (per il lettore) famigliare rosso. La storia ricomincia in un ciclo infinito (la Fine Infinita) dal momento in cui i noi lettori di Ende hanno iniziato il libro, con le stesse identiche parole e le stesse identiche scene (salvo la differenza che nella nostra copia questo testo è ancora verde acqua, fatta eccezione per le reazioni di Bastiano nel leggere di sé stesso).

Nel romanzo di Ende, il colore del testo non è più un fronzolo o un capriccio autoriale, ma un elemento concreto della storia. Qualcosa di cui anche chi legge può fare esperienza in prima persona. Da appassionato di esoterismo (in particolare alchimia e antroposofia), Ende dava molta importanza al simbolismo, elemento chiave delle pratiche magiche (non a caso voleva stampare il romanzo come se fosse un libro di magia). La sua scelta dei colori e il gioco metanarrativo, trasportano questa dimensione simbolica al testo scritto, e la mette in mano a lettrici e lettori che però potranno interamente comprenderla solo arrivati a metà del libro, nella scena della Fine Infinita ...

 
Continua...

from Bymarty

🧦 Spaiati, ma felici..✨

Nel mio cassetto pieno di calzini tutti apparentemente uguali, c'è ne sono alcuni un po' particolari. Uno azzurro con piccoli cuoricini dorati, l’altro rosso con babbo Natale, poi alcuni bianco neri... Ma ogni mattina rimangono li, uno sull'altro, tristi, perché diversi, soli e non più in coppia.. Seppur diversi, in realtà non son sbagliati, anch'essi si possono indossare, accarezzare, riutilizzare! Così per loro oggi c'è una festa, a chi li indossa seppur diversi, a chi sorride, a chi incuriosito osserva , senza per questo giudicare! Alla fine questa diversità vuol solo far capire che non si è speciali perché uguali, precisi, nuovi, colorati e appaiati, ma lo si diventa, se si ha il coraggio di essere se stessi, nonostante i propri difetti! Perciò spesso al mattino mi diverto ad indossare proprio quei calzini rimasti soli, perché col tempo ho capito, che l'essere diversi può arricchire, senza mai sminuire o impoverire.

 
Continua...

from cronache dalla scuola

[cronache dalla scuola]

Oggi ho preso l'aula di cooperative learning per tutta la mattina, ormai potrei metterci il sacco a pelo e dormirci dentro. Comunque, tra le cose che ero curioso di fare oggi, ne racconto due.

La prima con i ragazzi di seconda, gli ho dato il link dell'articolo de Il Post che parla della foto che ritrae il poliziotto durante i recenti scontri torinesi, “ritoccata” con l'IA. Con i loro cellulari dovevano leggere l'articolo e – divisi in gruppi – rispondere ad alcune domande che avevo preparato per loro. Alcune di comprensione, altre di discussione.

Ci tenevo che si confrontassero con un fatto che non è facilmente “polarizzabile”. Già alla prima domanda i gruppi hanno dato risposte diverse. “È una vera foto?”. Dipende cosa intendiamo per verità. Il fatto che la foto testimonia, è realmente avvenuto e – sostanzialmente nei termini mostrati dall'immagine – ma la foto – di per sé – non è una “vera foto”. Di contro non è una creazione di pura fantasia. Anche la domanda sulla natura della foto, disinformation, malinformation o misinformation ha dato vita a risposte diverse. Per alcuni la foto era disinformazione, per altri c'era anche un intento di malinformazione, perché tendeva a danneggiare – di riflesso – i manifestanti. Interessante vedere come l'articolo de Il Post apparisse a tutti neutrale e ovviamente la domanda finale: a tutti i ragazzi, anche quelli che manifestatamente simpatizzano per le forze di polizia, è sembrata una pessima idea la pubblicazione della foto manipolata.

Alla fine mi sono preso anche due minuti di pippolotto dicendo che questa cosa che è successa è interessante perché ci mostra un plot che si ripeterà sempre di più e in maniera sempre più invasiva nei prossimi anni: fonti fotografiche e video che “sembrano veri” e che hanno magari parti di realtà embeddate dentro una sovrastruttura falsificata e strutturata per disinformare le masse. E serviranno quindi nuove competenze e nuove skill per sapere gestire questi nuovi materiali di disordine informativo, competenze che non saranno solo tecniche, ma anche culturali, umane. Anche dopo la scuola e nel mondo lavorativo. Alcuni – forse – ascoltavano.

Nel corso della mattinata poi ho portato i ragazzi di quarta per leggere, sempre con i loro smartphone, un articolo del New York Times che avevo trovato piuttosto interessante. Un attore americano che negli Stati Uniti non può più recitare l'Otello per motivi legati alla cancel culture e al blackface e che riesce a metterlo in scena in un centro commerciale in Cina, modificando il copione di Shakespeare spostando la scena da Venezia e Cipro a una piccola isola del fiume Yangtze e le etnie: il “moro” è sostituito da un occidentale, mentre i veneziani sono tutti cinesi. Il razzismo che permea molte battute di Iago ai danni del 'nero', qua sono contro l'occidentale.

Anche in questo caso ho usato la tecnica di lasciarli liberi di leggere l'articolo e di rispondere alle domande che avevo preparato per loro, condividendo poi le risposte alla fine tra i vari gruppi. Mi ha fatto piacere che tutti abbiano colto il riferimento alle cose viste precedentemente in classe, indicando l'idea di Shalespeare come “artigiano” teatrale capace di modificare il copione a seconda delle esigenze e che si fossero trovati a loro agio nei riferimenti all'Otello che avevamo visto integralmente in classe nella versione di Welles e che poi loro avevano recitato creando dei brevi film con alcune delle scene chiave.

Anche qua alla fine ho fatto il pippolotto di due minuti due, mostrando come un articolo del genere fosse ricco di informazioni: ci parlava della cancel culture e dei limiti della sua applicazione; dell'interesse degli occidentali statunitensi alla censura e alle libertà concesse sotto Xi Jinping; della fortuna scenica e di come questa sia legata doppio filo alla politica (Shakespeare sparisce in Cina durante la rivoluzione culturale) e di come il teatro sia una forma di espressione che si adatta e muta nel corso del tempo e dello spazio.

È stato per me interessante vedere la curiosità di un mio studente di origini cinesi nel leggere l'articolo e nel contestare anche un termine usato dal New York Times, e di come almeno un altro studente sapesse già cosa fosse il blackface tanto da poterlo spiegare sommariamente ai suoi compagni.

Fine, torno nel mio sacco a pelo, buon fine settimana, portatemi dei caffé in barattolini di plastica monouso, grazie.

 
Continua...

from Chi sei ele?

Scrivo per salvarmi, scrivo per rileggerlo in tempo futuro ma soprattutto scrivo perché spero che qualcuno mi salvi, ma chi cercherà di salvarmi mi farà solo che danni. Perché dovrebbe salvarmi da me stesso.

Spero di ritrovarmi di nuovo e non perdere di nuovo la strada

~ele
 
Continua...

from Chi sei ele?

“Vivo perché i miei cari ci rimarrebbero male” “Vivo per inseguire i miei sogni” “Vivo per stare dietro chi amo e fare in modo che non sentino questo” Tutti motivi che potrebbero finire domani. Perché non vivo mai per me stesso?

Vorrei la risposta ma davvero non lo so

 
Continua...