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from Transit

(209)

(IR1)

Gli #USA e #Israele hanno colpito l’ #Iran nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 2026, inaugurando una nuova e pericolosa escalation nel Medio Oriente che non intacca le fondamenta del regime teocratico di #Teheran, ma semina caos e illusioni.

Alle prime ore del mattino italiano, intorno alle 7, Washington e Tel Aviv hanno lanciato l’operazione “Ruggito del Leone”: raid aerei coordinati su siti missilistici, nucleari e comandi di leadership politico-militare, con gli Usa mirati a infrastrutture strategiche chiave come complessi di arricchimento uranio e depositi di droni, e Israele che ha esteso i bersagli a quartier generali dei Pasdaran e figure di vertice, colpendo anche nel cuore di Teheran.

L' Iran ha reagito con una raffica di missili balistici su Israele, intercettati in gran parte dalla “Iron Dome”, e su basi americane in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, causando decine di morti tra i civili iraniani, inclusi studenti in una scuola bombardata a Minab nel sud del Paese, e la chiusura immediata dello spazio aereo nazionale.

#Trump e #Netanyahu presentano l’attacco come “preventivo” per fermare il programma atomico iraniano, con messaggi diretti al popolo di Teheran: “Rivolgetevi contro il regime oppressore”, mentre l’ #Onu ha convocato un vertice d’urgenza bollato come “ricetta per il disastro”, #Ue, #Russia e #Cina chiedono il cessate il fuoco, con Mosca e Pechino che accusano Washington di destabilizzazione calcolata per ridisegnare gli equilibri regionali.

(IR2)

I mercati hanno reagito con un balzo del petrolio del 10-25%, spinto dal premio rischio, e scenari catastrofici se lo Stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del greggio mondiale, venisse bloccato, con l’Opec che discute aumenti di produzione per arginare i picchi, ma l’instabilità cronica si traduce in inflazione galoppante, squilibri energetici e pressione sui bilanci pubblici delle economie fragili del Golfo e oltre.

I raid alimentano la propaganda del regime come “vittima dell’imperialismo occidentale”, legittimando ondate di repressione contro un dissenso interno già vivo: donne che sfidano l’hijab obbligatorio, studenti in rivolta contro la corruzione, operai esausti da austerity e inflazione.

Un intervento esterno non smantellerà un sistema radicato su apparati di sicurezza feroci, clero onnipotente e controllo sociale capillare: al contrario, prolungherà l’agonia, incentivando ricatti nucleari, “proxy wars” in #Yemen, #Siria e #Libano, e un circolo vizioso di vendette, con solo il popolo iraniano, e la sua resilienza silenziosa accumulata in decenni di proteste pagate a caro prezzo, che potrà forgiare il proprio destino. Non lo faranno di certo droni lontani o tweet dalla Casa Bianca.

Questa ennesima esplosione di violenza rivela lo stato tragico del nostro mondo: un’umanità perennemente inchiodata a conflitti asimmetrici, dove superpotenze scaricano bombe su nazioni esauste, fingendo di seminare democrazia mentre coltivano solo macerie e petrolio. Il Medio Oriente non è un’eccezione, ma un laboratorio crudele: qui, come in #Ucraina o #Gaza, i civili, iracheni ieri, iraniani oggi, pagano il prezzo di egemonie che si rinnovano solo nei nomi, in un ciclo infinito di vendette intergenerazionali dove la pace resta un optional sacrificato su altari di gasdotti e testate.

Finché l’umanità non imparerà a spegnere le fabbriche di droni e a sedersi, invece a tavoli di reale diplomazia, quella della pace e non di parole vuote e retoriche, il 2026 resterà anno di un fallimento globale.

#Blog #USA #Israele #Iran #Medioriente #Geopolitica #World #Opinioni

 
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from Alviro

Prendere due emozioni e metterle nello stesso petto è una di quelle imprudenze che l’umanità commette con una costanza ammirevole. Amo e odio. Non in successione, come se la ragione avesse concesso il turno a ciascuna; ma simultaneamente, come due sovrani rivali che governano lo stesso territorio senza mai firmare un trattato.

Ci si potrebbe domandare come sia possibile una simile incoerenza. La domanda è legittima, benché presupponga che l’animo umano sia una costruzione logica. Non lo è. Se lo fosse, avremmo risolto i nostri dilemmi sentimentali con la stessa facilità con cui risolviamo un’equazione. Invece, il cuore possiede una straordinaria indifferenza verso il principio di non contraddizione. Ama con fervore ciò che, nello stesso istante, condanna con lucidità.

Non so spiegare questo paradosso in termini soddisfacenti. Potrei invocare la complessità della natura umana, ma sarebbe un modo elegante per confessare ignoranza. La verità è più semplice e meno consolante: sento entrambe le cose, e il sentimento precede la spiegazione. La ragione arriva sempre dopo, come un funzionario diligente che tenta di archiviare il caos prodotto dalle passioni.

E in questo conflitto non c’è alcuna armonia segreta, nessuna dialettica superiore che riconcili gli opposti. C’è soltanto l’esperienza nuda di una tensione che non si scioglie. Amo, e per questo sono vulnerabile. Odio, e per questo mi difendo. L’una emozione espone, l’altra arma. Insieme, mi lacerano.

Che io non sappia dire come sia possibile non attenua la realtà del fatto. La mente può restare perplessa; il sentimento, invece, è implacabile. Sento così. E ne soffro.

 
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from Transit

(208)

(LE1)

La proposta di riforma della legge elettorale della maggioranza #Meloni introduce un proporzionale “truccato” da un premio di maggioranza molto ampio, costruito per blindare l’attuale blocco di governo e mettere fuori gioco ogni alternanza reale. Cosa prevede, in sostanza, questo impianto? Innanzitutto il superamento del “Rosatellum” e dei collegi uninominali: il sistema diventa formalmente proporzionale, con liste bloccate e senza un vero ritorno alle preferenze, salvo qualche eccezione per le minoranze linguistiche. A questo si aggiunge un premio di maggioranza nazionale: chi supera il 40% dei voti ottiene un “pacchetto” aggiuntivo di seggi, stimato intorno a decine di deputati e senatori, che porta la coalizione vincente a sfiorare il 60% dei seggi parlamentari.

Restano soglie di sbarramento elevate (intorno al 3% per i singoli partiti e al 10% per le coalizioni), con un evidente incentivo a costruire cartelli elettorali ampi e subalterni al partito egemone. È previsto inoltre un eventuale ballottaggio: se le prime due coalizioni si collocano in una fascia intermedia di consenso, si va al secondo turno, che ha un’unica funzione reale, cioè assegnare comunque il premio a qualcuno e garantire una maggioranza “artificiale” anche quando il paese è diviso. Infine viene introdotto il “premier in scheda”: l’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio al momento della presentazione delle liste, legandosi politicamente alla riforma sul premierato e creando un meccanismo di investitura personale, pur fingendo di non toccare formalmente le prerogative del Capo dello Stato.

(LE2)

La narrazione ufficiale giura che tutto questo serve alla “stabilità”, come se il problema dell’Italia fosse l’ingovernabilità e non, semmai, l’abuso di maggioranze già iper-compatte. In realtà il disegno è trasparente: questa riforma serve a mettere in cassaforte la futura maggioranza del centrodestra, riducendo al minimo il rischio che un’opposizione unita, con numeri simili, possa vincere o quantomeno impedire l’egemonia assoluta nei due rami del Parlamento.

Il premio scatta esattamente nella fascia in cui i sondaggi collocano stabilmente l’area che sostiene Meloni, e la dimensione del premio è tale da deformare in modo pesante il rapporto tra voti e seggi, trasformando un 40 e rotti per cento dei consensi in quasi il 60% delle poltrone.

L’eliminazione degli uninominali, che nel 2022 avevano già favorito il centrodestra, non è una generosa apertura alla rappresentanza, ma un ulteriore passo verso un modello controllabile dal vertice: con le liste bloccate, i candidati “sicuri” vengono scelti dal capo, garantendo un esercito di fedelissimi in aula.

Sul piano politico più ampio, questa legge elettorale è il tassello perfetto di un mosaico: premierato, referendum sulla giustizia, riscrittura selettiva delle regole del gioco in modo da neutralizzare qualunque contrappeso e trasformare una maggioranza relativa di oggi in dominio strutturale sulle istituzioni domani, inclusa la possibilità di eleggere da sola il Presidente della Repubblica e incidere pesantemente sugli organi di garanzia.

Non mancano, in tutto questo, profili di evidente incostituzionalità o quantomeno di violazione dello spirito della Costituzione. La Corte costituzionale aveva già messo dei paletti, accettando, con molte cautele, l’idea di un premio che dal 40% dei voti porti al 55% dei seggi, non oltre.

Qui si spinge l’asticella verso soglie vicine al 60%, con un rischio concreto di calpestare il principio di rappresentanza e l’eguaglianza del voto, svuotando la proporzionale dal suo significato. Il combinato disposto di premio “secco”, liste bloccate e soglie di sbarramento selettive crea una distorsione che va ben oltre la fisiologica “correzione maggioritaria” e somiglia piuttosto a un’espropriazione del voto di milioni di cittadini che non si riconoscono nella coalizione vincente.

A questo si aggiunge la forzatura del “premier in scheda”, introdotto mentre si discute di premierato: sulla carta il Presidente della Repubblica resta libero di nominare chi vuole, ma nei fatti viene schiacciato dalla pretesa di una legittimazione diretta del capo politico, costruita per via ordinaria senza modificare esplicitamente l’articolo 92.

È un corto circuito istituzionale: si cambia la forma di governo per legge ordinaria, mascherandola da semplice tecnica elettorale. In questo quadro, le parole “stabilità” e “governabilità” suonano come l’ennesima foglia di fico.

Questa riforma non nasce per dare più voce ai cittadini, non amplia la rappresentanza, non restituisce potere agli elettori nella scelta dei parlamentari: al contrario, concentra il controllo nelle mani dei vertici di coalizione, garantisce un premio abnorme a chi è già maggioranza e comprime ogni spazio di alternanza, conflitto politico e pluralismo reale. È l’ennesima legge elettorale-calcio di rigore: la squadra al governo sposta la porta, sceglie il portiere avversario, decide l’arbitro e poi pretende pure gli applausi in nome della “modernizzazione” del gioco democratico.

#Blog #Italia #RiformaElettorale #GovernoMeloni #Politica #Società #Opinioni

 
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from Pensiero Sovrano

Rock Symbol

La musica rock, fin dai suoi albori, ha sempre avuto un rapporto profondo e spesso controverso con il mistero, l'esoterismo e la spiritualità. Nata come espressione di ribellione e libertà negli anni '50, il rock ha rapidamente abbracciato temi che vanno oltre la superficie della società, esplorando l'ignoto, il soprannaturale e il trascendente. Ma da dove nasce questa associazione tra il rock e il cosiddetto “occulto”? E perché è stato a lungo considerato la “musica del demonio”? Negli anni '60 e '70, il rock si è evoluto in forme sempre più complesse e sperimentali, aprendo la strada a una connessione con simbolismi esoterici e mistici. Band come i Led Zeppelin hanno portato questa relazione su un nuovo livello. Jimmy Page, chitarrista e fondatore, era affascinato dagli scritti di Aleister Crowley, il famoso occultista britannico, tanto da acquistare la sua villa, Boleskine House, sulle rive del Loch Ness. Il quarto album della band, senza titolo ufficiale ma noto come Led Zeppelin IV, introduce i famosi simboli scelti dai membri: l'enigmatico “Zoso” di Page, la piuma di Robert Plant, e i segni di John Bonham e John Paul Jones. Questi simboli non erano solo decorazioni, ma rappresentavano una connessione personale con archetipi mistici e filosofie antiche. Tuttavia, i Led Zeppelin non erano un caso isolato. I Black Sabbath, pionieri dell'heavy metal, hanno spesso affrontato temi oscuri e controversi, giocando con l'immaginario satanico per scatenare reazioni e, probabilmente, riflettere le paure della società dell'epoca. Canzoni come Black Sabbath e The Wizard evocano immagini di magia nera e stregoneria, ma spesso con una vena critica o ironica. Anche altre band come i Pink Floyd, pur non direttamente esoterici, hanno esplorato temi metafisici e spirituali. L'iconica copertina di The Dark Side of the Moon, con il prisma che rifrange la luce in un arcobaleno, è un simbolo universale di trasformazione e consapevolezza. La simbologia esoterica nel rock non si è fermata a questi pionieri. Negli anni '80, band come gli Iron Maiden hanno reso le immagini dell'occulto un marchio di fabbrica. Il loro album The Number of the Beast ha alimentato polemiche e paure per il suo presunto satanismo, ma la band ha sempre sottolineato che si trattava di una narrazione artistica, non di un'adesione a credenze oscure. Parallelamente, i King Crimson e i Rush hanno utilizzato simboli mistici e filosofie complesse per arricchire la loro musica, esplorando l'alchimia, la libertà personale e la ricerca dell'illuminazione. Negli anni più recenti, band come i Tool hanno portato questa tradizione a nuovi livelli di complessità. Con copertine che incorporano simboli alchemici e geometrici e testi che esplorano la spiritualità e la consapevolezza, i Tool rappresentano un esempio perfetto di come il rock moderno continui a essere un veicolo per il mistero e la riflessione esoterica. Ma non è solo il rock a intrattenere questo rapporto con il mistero. Anche altri generi musicali, dal pop all'elettronica, hanno flirtato con l'occulto e il simbolismo. Artisti come David Bowie hanno esplorato temi esoterici attraverso personaggi e narrazioni, mentre artisti elettronici come Deadmau5 hanno utilizzato simboli geometrici e futuristici per creare un'aura di mistero. La musica italiana non è rimasta immune a queste influenze. Sebbene meno evidente rispetto alle band internazionali, il panorama italiano ha una sua vena mistica e simbolica. Negli anni '70, gruppi come il Banco del Mutuo Soccorso e la Premiata Forneria Marconi hanno introdotto elementi di esoterismo e filosofia nei loro testi e nelle copertine dei loro album. I testi spesso poetici e ricchi di riferimenti mitologici riflettevano una ricerca di significato e una connessione con tematiche universali. Anche Franco Battiato, con il suo stile unico e la sua esplorazione del misticismo, ha rappresentato un punto di riferimento. Album come La voce del padrone e Pollution contengono riferimenti a discipline spirituali, filosofie orientali e simbolismi esoterici. Negli anni più recenti, artisti come Vinicio Capossela hanno continuato questa tradizione, mescolando elementi di folklore, mitologia e spiritualità nei loro lavori. Capossela, con la sua narrazione teatrale e i suoi riferimenti a simboli antichi, dimostra come la musica italiana possa essere un terreno fertile per esplorazioni esoteriche. Anche la musica pop, apparentemente lontana da questi temi, non ne è completamente esente. Laura Pausini, ad esempio, ha inserito in alcuni videoclip immagini che richiamano simboli universali di rinascita e trasformazione, pur senza una connessione esplicita all'esoterismo. Ma allora, perché il rock è stato spesso etichettato come la “musica del demonio”? Questo pregiudizio ha radici profonde nella storia culturale e sociale. Il rock è nato come espressione di ribellione, rompendo con le norme tradizionali e sfidando le autorità religiose e morali. In un'epoca in cui la musica era considerata un riflesso diretto dei valori di una società, il rock, con i suoi ritmi potenti e i suoi testi provocatori, è stato visto come una minaccia. L'associazione con il “demonio” non era tanto una dichiarazione letterale, quanto una metafora del suo potenziale di sconvolgere lo status quo. Un altro elemento cruciale è il legame tra il rock e l'immaginario visivo. Le copertine degli album, i videoclip e persino i concerti live sono stati spesso utilizzati per evocare simboli e immagini che sfidano le convenzioni. Questo aspetto è evidente non solo nelle grandi produzioni internazionali, ma anche nelle rappresentazioni visive di artisti italiani. Negli anni '80 e '90, artisti come Gianna Nannini hanno adottato un'estetica provocatoria che sfidava i canoni tradizionali, esplorando temi di libertà personale e spiritualità interiore. È importante notare che molti artisti hanno usato il simbolismo esoterico e occulto come mezzo per esplorare temi profondi e universali, piuttosto che per promuovere credenze oscure. La musica rock è stata una piattaforma per esprimere inquietudini, aspirazioni e la ricerca del significato, temi che risuonano profondamente con l'essere umano. La presenza di simboli e riferimenti esoterici non è una celebrazione dell'oscurità, ma una finestra aperta su mondi alternativi, su possibilità diverse di interpretare la realtà. Oggi, la musica continua a essere un veicolo per il mistero e la spiritualità. Dai primi suoni distorti delle chitarre elettriche ai complessi arrangiamenti elettronici, il richiamo all'ignoto è un elemento intrinseco della creatività musicale. Che si tratti di simboli alchemici, miti antichi o riflessioni filosofiche, la musica è e rimarrà un territorio dove l'esoterismo e la bellezza si incontrano, sfidando il tempo e le convenzioni. Il rock non è la musica del demonio; è la musica dell'anima inquieta, quella che cerca risposte dove gli altri vedono solo domande.

 
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from Alviro

L’essere umano è, per sua sfortunata costituzione, un groviglio di istinti feroci ereditati da antenati che trovavano nella clava l’unico argomento dirimente. Tuttavia, la civiltà non è che il lento, faticoso processo di sostituzione dell'intelligenza alla forza bruta.

Sforzarsi di instaurare la non-violenza non è un mero esercizio di pietà cristiana — sentimento spesso ipocrita — bensì una necessità logica dettata dalla sopravvivenza nell'era atomica. Se vogliamo che il mondo non finisca in un cumulo di ceneri radioattive, dobbiamo comprendere che la violenza è un errore di calcolo: essa distrugge ciò che intende proteggere e semina i semi di future contese.

“Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. La non-violenza efficace non è la passività del debole, ma la suprema saggezza di chi comprende che l'odio è un lusso che non possiamo più permetterci.”

I Pilastri della Non-Violenza Efficace

Per rendere la pace uno strumento operativo e non un pio desiderio, occorre agire su tre fronti:

L'Educazione dello Spirito: Sostituire il dogmatismo, che è la radice psicologica della guerra, con una sana disposizione al dubbio e al metodo scientifico.

L'Efficacia Pratica: La non-violenza deve essere “efficace”; non deve limitarsi a porgere l'altra guancia, ma deve costruire istituzioni internazionali capaci di arbitrare i conflitti attraverso la legge anziché il sangue.

La Diminuzione dell'Invidia: Poiché gran parte della violenza nasce dal desiderio di possedere ciò che altri hanno, un'equa distribuzione dei beni materiali è il presupposto indispensabile per la tranquillità delle nazioni.

Conclusione

In sintesi, il nostro compito non è quello di trasformare gli uomini in angeli — impresa che lascio volentieri ai teologi — ma di convincerli che la cooperazione è più vantaggiosa del conflitto. Sostituire la violenza con la non-violenza non è un atto di fede, ma una vittoria della Ragione sulla barbarie.

 
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from cronache dalla scuola

[cronache dalla scuola]

Una cosa che trovo urticante quando si parla di scuola (ma non solo) sono due, in realtà sto mentendo a me stesso, sono infinite. Infinite. Ma in questo pezzo volevo concentrarmi brevemente su due, soprattutto la seconda, che in realtà non riguarda nemmeno il mondo scuola ma quello giornalistico.

La prima è il refrain “questa cosa (legata a qualche fatto di cronaca, in genere) andrebbe insegnata a scuola”. Se io mi appuntassi tutte le cose che “andrebbero insegnate a scuola” che escono sui social in cinque o sei mesi, ecco avremmo scuole con lezioni di dieci minuti con centinaia di docenti che entrano ed escono come pazzi furiosi. Difficilmente il “cosa andrebbe insegnato” va a toccare altri ambiti formativi, non mi pare di aver mai letto di rendere obbligatoria questa o quella pratica all'interno delle attività sportive, per dire. O all'interno delle famiglie.

Per quanto possa risultare folle visto dall'esterno, non esiste nessuna educazione obbligatoria alla genitorialità, per fare un esempio urticante.

La seconda è legata al semplice concetto di causa-effetto. Quando si parla di scuola, ma non solo, si utilizzano studi – spesso letti distrattamente – scherzo, spesso non letti ma di cui si è letto qualche abstract, per fornire visioni del mondo deterministiche piuttosto elementari.

Ricordo quando lavoravo per quintadicopertina quante discussioni sul fatto che la lettura digitale potesse o non potesse essere utilizzata per studiare, dove venivo colpito con link a decine di ricerche che dimostravano che l'apprendimento su libri di testo cartacei era più efficace rispetto ai libri digitali. ERGO i libri di carta sono superiori agli ebook. All'epoca andai a leggermi cinque o sei di quelle ricerche per vedere cosa intendessero per “libro digitale”, su che formato, con che dispositivo, con quali caratteristiche hardware. tldr: non c'era nulla, il “libro digitale”, dalla descrizione trovata in più ricerche era un contenuto generico letto con un dispositivo generico. All'epoca rimasti basito, perché – per dire – leggere una pagina web su un tablet lcd low cost senza possibilità di annotare, e leggere un ebook su un dispositivo e-ink a 13 pollici con sistema di annotazione, penna dedicata e trecento punti per pollice, è il giorno e la notte.

Intendiamoci, quegli studi sono comunque importanti, mostrano la mancanza di percezione della resa “materiale” del digitale, trascurano in maniera grossolana l'interfaccia tra uomo e digitale perché – a ritroso – questa allucinazione appartiene al mondo scuola, anche per banali motivi economici. Ed è utile per capire che ancora oggi un dispositivo per la lettura digitale che superi il libro in termini di apprendimento potrebbe avere costi non sostenibili su larga scala.

Così quando oggi leggo studi sulla relazione tra inizio dell'uso del cellulare e perdita di “performance” INVALSI, prendo quei dati per quello che sono: dati. Dovrò incrociarli con altri, alcuni già embeddati nelle ricerche, come le condizioni di “svantaggio sociale” di chi li usa (e ritorniamo al primo punto), l'uso e il non uso didattico degli smartphone e quanto l'interfaccia che questi software che stiamo utilizzando (sì, Facebook è un software) produca effetti tossici in tutti noi che li utilizziamo. Evitare gli ergo che – mi immagino – il legislatore utilizzerà invece con il severo sorrisino sulle labbra.

Non perché il problema non esista: non sono un ingenuo. In classe vedo come lo smartphone diventi un “oggetto transizionale eterno”, il peluche che permette agli studenti di essere e non essere a scuola nello stesso tempo. Ma perché Strindberg già a metà ottocento insegnava che le cose non accadono mai per un solo motivo. Nel suo ingenuo determinismo comunque Strindberg vedeva che quello che siamo è determinato da tante concause che partecipano al fatto, all'accadimento. Solo che – sempre Strindberg annota – ogni persona dal fatto legge solo un filo, quello che gli è più vicino, quello che preferisce riconoscere, quello che gli conviene evidenziare.

 
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from morsunled

Adding or Replacing Fog Lights on a 2000 GMC Sierra

Upgrading the fog lights on a GMC Sierra 1500 is one of the most practical and visually impactful improvements you can make to this classic pickup. Whether you use your truck for daily driving, job sites, or weekend adventures, adding or replacing fog lights can significantly enhance visibility, safety, and style. The 2000 Sierra already has a strong, rugged design, but modern lighting technology allows owners to bring its performance up to today’s standards.

Why Upgrade the Fog Lights?

Factory fog lights on a 2000 Sierra were typically halogen-based. While effective at the time, halogen bulbs produce a warmer, less focused beam and consume more power compared to modern LED alternatives. Over time, factory housings may also become cloudy, cracked, or moisture-damaged, reducing light output even further.

Upgrading to LED fog lights offers several advantages:

Improved visibility in fog, rain, and snow

Brighter and more focused beam patterns

Lower power consumption

Longer lifespan

Modern appearance

LED fog lights are designed to project a wide, low beam that cuts underneath fog and reduces glare. This is especially useful for drivers in regions with frequent rain or early morning mist.

Adding Fog Lights to a Sierra Without Factory Units

Some 2000 Sierra trims did not come equipped with factory fog lights. Fortunately, aftermarket kits make installation straightforward. These kits typically include fog light housings, mounting brackets, wiring harnesses, a relay, and a dash switch.

Before installation, check if your front bumper has pre-cut openings for fog lights. Many Sierra models were designed with optional fog light slots, making installation easier. If the wiring is not pre-installed, you’ll need to connect the harness to the battery and integrate the switch into the dashboard. Using a relay ensures proper power distribution and prevents overloading the factory wiring.

For a clean, OEM-style finish, choose fog lights designed specifically for the 1999–2002 Sierra body style. This ensures correct fitment and alignment.

Replacing Existing Fog Lights

If your Sierra already has factory fog lights, replacement is typically simple. The process generally involves:

Disconnecting the battery

Removing the lower bumper cover (if necessary)

Unbolting the old fog light housing

Disconnecting the wiring harness

Installing the new unit

When upgrading to LED units, ensure they are compatible with your truck’s voltage and connector type. Some LED lights may require anti-flicker harnesses to prevent dashboard warning lights or flickering issues.

GMC Sierra

Don’t Overlook the Headlight System

While upgrading fog lights improves low-level visibility, it’s equally important to consider the condition of your headlight system. The factory headlights on the 2000 Sierra often become hazy or dim over time due to oxidation and aging halogen bulbs. Restoring or upgrading your 2000 GMC Sierra headlights can dramatically improve nighttime driving safety.

Many owners choose to upgrade both fog lights and headlights simultaneously for a balanced lighting setup. Installing LED or projector-style headlights enhances forward illumination, while fog lights improve visibility close to the road. When both systems work together, you achieve better depth perception and reduced dark spots during night driving.

However, always ensure that upgraded headlights and fog lights are properly aimed. Incorrect alignment can cause glare for oncoming drivers and reduce overall effectiveness.

Choosing the Right Fog Lights

When selecting fog lights for your 2000 Sierra, look for:

DOT or SAE compliance

Waterproof rating (IP67 or higher)

Durable aluminum housing

Clear or selective yellow beam options

Plug-and-play installation compatibility

Selective yellow fog lights are particularly popular because they reduce glare in heavy fog and rain better than pure white lights.

A fog light upgrade on your 2000 GMC Sierra is a smart investment in both safety and style. Whether you’re replacing worn-out factory units or adding fog lights for the first time, modern LED options provide superior brightness, efficiency, and durability. Pairing your fog light upgrade with a refreshed headlight system creates a cohesive lighting setup that enhances confidence on dark roads and in poor weather conditions. With the right components and proper installation, your Sierra will not only look updated—but perform better where it matters most.

 
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from Alviro

Si tende spesso a parlare della bellezza come se fosse una proprietà inerente agli oggetti, una sorta di etichetta metallica applicata dal fabbricante e il cui prezzo possa essere stabilito all'asta da un banditore. “Questo quadro è bello”, sentenziamo, con la stessa sicurezza con cui affermeremmo “Questo blocco di ferro pesa un chilogrammo”. Ma questa è una grossolana semplificazione, un errore logico che ci porta a reificare ciò che è, invece, una relazione.

In realtà, quando pronunciamo un giudizio estetico, non stiamo descrivendo l'oggetto, ma piuttosto una nostra specifica reazione emotiva e psicologica dinanzi ad esso. Affermare “Questo tramonto è bello” è una proposizione fondamentalmente diversa da “Questo tramonto avviene alle ore 19:00”. La seconda è una constatazione di fatto, verificabile con un orologio e indipendente dall'osservatore. La prima, invece, è l'espressione di un complesso stato d'animo suscitato in noi dalla combinazione di colori e luci. Come osservava Hume con acume, la bellezza non è una qualità delle cose stesse: esiste solo nella mente che le contempla.

Da questo deriva una conseguenza importante, che rende la metafora del banditore non solo imprecisa, ma fuorviante. Un banditore, per definizione, grida un prezzo che altri sono disposti a pagare, un valore che si suppone oggettivo e universalmente riconoscibile. Ma la bellezza, in quanto esperienza soggettiva, si sottrae a ogni tentativo di quotazione universale. Non esiste una Borsa Valori Estetici in cui si possano acquistare azioni di “bellezza” con la certezza di un dividendo garantito.

Il luogo comune, l'opinione della maggioranza, la tirannia del “si dice” cercano costantemente di imporci un tale mercato. Ci suggeriscono a buon mercato, con la disinvoltura di un imbonitore, quali cose siano “belle” e quali no. Ci offrono giudizi preconfezionati, pronti all'uso, risparmiandoci la fatica e l'incertezza dell'esperienza diretta. Ma un giudizio estetico acquistato a questo prezzo, sulla fiducia, è un giudizio vuoto, una moneta falsa che non corrisponde ad alcun reale arricchimento interiore.

La vera esperienza della bellezza è, al contrario, profondamente personale e richiede un coraggio quasi eroico: il coraggio di dissentire dal coro. Può accadere che un uomo, dinanzi a una cattedrale gotica che tutti osannano, provi solo un senso di opprimente smarrimento, e che, al contrario, trovi una commozione inaspettata e profonda nella geometria essenziale di un ponte di ferro o nella macchia di ruggine su un vecchio cancello. Forse si sbaglia? No. Egli sta semplicemente dando voce all'unico tribunale estetico competente: il proprio sentire. Può discutere le sue ragioni, certo, e cercare di comunicare la sua emozione, ma non può, in onestà intellettuale, sostituirla con l'emozione che gli viene prescritta.

L'universalità che possiamo sperare di raggiungere nell'arte non risiede nell'uniformità del giudizio, ma nella capacità dell'artista di comunicare la propria esperienza individuale in modo così potente da risvegliare, in chi lo contempla, un'esperienza altrettanto viva e personale. Non si tratta di ricevere un verdetto, ma di essere iniziati a un nuovo modo di vedere.

Concludendo, la bellezza non è un dato di fatto da registrare, né una merce da acquistare al miglior offerente. È un incontro, talvolta fortuito, tra la complessità del mondo e la nostra interiore capacità di esserne commossi. Ed è proprio nella sua natura sfuggente, personale e non negoziabile che risiede il suo valore più autentico.

 
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from Bymarty

📔 Dal mio diario, pensieri del 15/03/2020

Probabilmente è la prima lettera di questo anno, a parte qlche piccolo commento quotidiano. Siamo al terzo mese di questo nuovo anno , un anno particolare, perché stiamo vivendo una situazione nuova e sicuramente difficile, che ci costringe a rimanere chiusi in casa! E allora da dove inizio? Dal fatto che mi rendo conto che non so più scrivere, che ho dolore e che sinceramente la mia scrittura è orrenda! Siamo in emergenza Coronavirus, cioè si è diffuso un virus, proveniente dalla Cina, già a fine febbraio, la Cina è quasi del tutto fuori dalla Pandemia, noi no! Per ora saremo chiusi in casa fino al 3 aprile, presumibilmente per il tempo necessario per evitare la diffusione, limitare i contagi! Hanno chiuso le scuole da giovedì 5, fino al 15 marzo inizialmente, poi fino al aprile! Cosa significa realmente? Non lo so, però so solo che per ora mio figlio è sempre con me, inizialmente sembrava una vacanza, poi con il passare dei gg è diventata un' imposizione, una restrizione per tutta l'Italia, che ormai è in zona Rossa! Abbiamo dovuto prendere confidenza con nuovi termini, con il fatto che non ci si può spostare, possiamo solo andare in farmacia, fare la spesa, indossare la mascherina e stare a distanza! Mio marito per ora lavora, con le dovute precauzioni, i miei genitori avvertono il disagio e sono preoccupati, non si pranza più insieme, ci parliamo per pochi attimi ed io sono l'addetta per la spesa.. Purtroppo questa pandemia sta mietendo vittime, non solo anziani, ma anche giovani e per ora il mio paese è immune dal contagio, solo negozi chiusi, strade deserte, e la mia prima uscita al supermercato per me è stata terribile! Iniziare questa specie di vestizione in macchina, armarsi di coraggio , mascherando la paura, invece no , sono crollata , ho avuto paura, panico totale, mi sembrava stessi vivendo un film , non la realtà! E poi di nuovo dopo pochi giorni, stessa scena , supermercato diverso, poi un saluto al volo, con un'amica e sua figlia, che erano sul balcone, per il loro momento d'aria! Cosa si respira? Nulla, solo tristezza, noia, paura, voglia di evadere, tentativi di impiegate il tempo, ma poi il tempo vola e basta. Solita vita per ora, e oggi ho scritto abbastanza, anche troppo e forse questa mia lettera, sarà una chiara e spero lontana testimonianza, per il futuro, un futuro che mai come oggi sembra difficile, lontano e soprattutto indefinito! Si pensa al futuro, sperando di rimanere in salute, sperando di poterlo ancora raccontare e sperando di poter ancora avere al nostro fianco, i nostri cari, amici, parenti.. Sono le 15.30 del pomeriggio e mio figlio dorme, sereno come un angioletto, con quell'innocenza che meritava ancora i contatti, gli abbracci, i sorrisi, le parole .. perché ormai i sorrisi si sono spenti dietro sterili mascherine e gli abbracci solo un lontanissimo ricordo..

 
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from Pensiero Sovrano

Il successo è un cammino

Il successo è un cammino. Lo sappiamo, sembra una frase buona per i poster motivazionali da appendere in palestra accanto all’immagine di una tigre che ti fissa. Ma non è solo una frase fatta: è un principio che, se preso sul serio, può davvero cambiare il modo in cui affrontiamo la vita. Perché il successo non è una meta con tanto di cartello “Benvenuto, sei arrivato!”. Non è un punto d’arrivo, ma una strada che va percorsa ogni giorno. E questa strada non ha corsie preferenziali, semafori verdi permanenti o navigatori che ti dicono “tra 200 metri svolta a destra per la realizzazione personale”. No, è più simile a una vecchia strada di campagna: a tratti dritta, a tratti piena di buche, curve improvvise e qualche cane che ti abbaia dietro. La verità è semplice: se ti fermi, non arrivi. Se torni indietro, peggio ancora. È un po’ come mettersi a dieta e poi decidere che il tiramisù non conta perché “è domenica”. Spoiler: conta eccome. Il successo ha bisogno di costanza. Non di slanci eroici una volta ogni tanto, ma di piccoli passi ogni giorno. È un processo lento, spesso noioso, a volte ingrato. Però funziona. Perché mentre tu cammini, cresci. E mentre cresci, ti avvicini sempre di più a quel che desideri. Attenzione: non si parla solo di successo economico o lavorativo. Quello è un capitolo, non l’intero libro. Il successo è anche sentirsi meglio con sé stessi, coltivare relazioni sane, svegliarsi la mattina con la voglia di fare e non con la voglia di lanciare la sveglia dalla finestra. Il punto è che non puoi delegare questo viaggio. Nessuno lo farà al posto tuo. Non ci sono sostituti, non ci sono “volontari” che si prendono il pacchetto completo di fatiche e rinunce. È la tua strada, con i tuoi passi, i tuoi inciampi e i tuoi traguardi. E già che ci siamo, una cosa importante: il successo non ama i pigri. Non ti aspetta. Non ti dice: “Tranquillo, fai pure un sonnellino e quando ti svegli ci sarò ancora qua a due metri da te”. No, quello si muove, corre avanti. Se tu resti fermo, lui se ne va. E qui entra in gioco la parte più scomoda: la disciplina. Non è sexy parlarne, lo so. Non è affascinante come le storie dei geni che hanno fatto fortuna da un garage. Però senza disciplina, niente cammino. È lei che ti fa mettere un piede davanti all’altro anche quando non hai voglia. È lei che ti ricorda che, no, non basta il desiderio, ci vuole l’impegno. Vuoi il lato positivo? Ogni passo conta. Anche quelli piccoli, anche quelli incerti. Ogni mattina in cui ti alzi e ci provi, stai avanzando. Ogni errore che correggi è un passo avanti. Ogni volta che resisti alla tentazione di mollare, sei più vicino di quanto eri ieri. Il bello del cammino è che non sei mai davvero “arrivato”. Perché ogni volta che raggiungi una tappa, scopri che ce n’è un’altra un po’ più avanti. È come scaricare un aggiornamento sullo smartphone: pensi di aver finito e subito arriva la notifica del nuovo update. Ma non è una condanna ma è la parte più vitale della vita. Se ci pensi, la noia più grande sarebbe avere tutto subito e restare fermi. La strada, invece, ti tiene vivo. E allora cammina con le tue scarpe, col tuo passo, col tuo ritmo. Non correre dietro agli altri: non sai che scarpe portano e magari hanno pure le vesciche. Cammina per te stesso. Il successo è un cammino. Se ti fermi, resti indietro. Se torni indietro, lo perdi di vista. Se invece continui, anche lentamente, anche inciampando, lui ti aspetta poco più avanti, con quel suo sorriso ironico che sembra dirti: “Ah, finalmente!”.

 
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from Cyberdyne Systems

luks-lvm (segue da Cenni sulla creazione di pool di storage con LVM) ...anche se è la base per una serie di sviluppi interessanti.

Come ormai sappiamo, device mapper è il framework del kernel Linux col quale mappare dispositivi a blocchi fisici su dispositivi a blocchi logici, che costituisce la base per fornire funzionalità ulteriori quali:

  • volumi logici
  • raid
  • cifratura (Full Disk Encryption)
  • snapshot di volumi

Scenario 1

È molto comune per es. cifrare l'intero disco e “affettarlo” con volumi logici in base alle proprie esigenze di partizionamento .

Il doppio vantaggio è dato da:

  1. offuscamento totale dello schema di partizionamento
  2. estrema versatilità / flessibilità del partizionamento grazie ai volumi logici

Come si agisce?

  1. si cifra il dispositivo fisico
  2. si crea un gruppo di volumi avente come volume fisico il volume cifrato
  3. si creano i volumi logici in base allo schema di partizionamento desiderato.

luks-lvm

Passo 1 – Inizializzazione

Simulo il mio dispositivo fisico ricorrendo ai loop device.

Il “disco” avrà una grandezza simbolica di 2 GiB, non avrà header detachable. L'algoritmo di hash sarà sha512 e la chiave sarà da 512 bit. Il resto è il default di luks2 (argon2id come pbkdf, per maggiori dettagli vedi cryptsetup --help)

# 1. Preparazione disco "fisico"
fallocate -l 2g cipher_disk.img

# 2. loop device che simula l'attach del dispositivo
DEV=$(losetup -Pf --show cipher_disk.img)

# 3. Inizializzazione cifratura
cryptsetup luksFormat  \
    --type luks2 \
    --hash sha512 \
    --key-size 512 \
    $DEV

Passo 2

Il passo successivo consiste nell'apertura del dispositivo cifrato e nella definizione dello schema di partizionamento in volumi logici

# 1. apertura del disco cifrato
cryptsetup open \
    --type luks2 \
    $DEV cipher_disk

Nell'apertura, device mapper fa la sua prima magia.

Infatti, se osserviamo lo stato dei dispositivi, vedremo una situazione simile:

lsblk
...
loop9                7:9    Kib0     2G  0 loop  
└─cipher_disk      252:3    0     2G  0 crypt 
...

Cio vuol dire che sopra il dispositivo fisico, /dev/loop9in questo caso, device mapper ha “poggiato” cipher_disk (/dev/mapper/cipher_disk).

Questo sarà il nostro volume fisico per definire gruppi di volume e, conseguentemente, i volumi logici.

# 2. creazione gruppo di volumi
vgcreate vg_lab /dev/mapper/cipher_disk

# 3. creazione volumi logici
lvcreate -n lv_lab_1 vg_lab -L 700M
lvcreate -n lv_lab_2 vg_lab -L 600M
lvcreate -n lv_lab_3 vg_lab -l 100%FREE

La situazione dei dispositivi è ora questa:

lsblk
...
loop9                7:9    0     2G  0 loop  
└─cipher_disk      252:3    0     2G  0 crypt
  ├─vg_lab-lv_lab_1 252:4    0   700M  0 lvm
  ├─vg_lab-lv_lab_2 252:5    0   600M  0 lvm
  └─vg_lab-lv_lab_3 252:6    0   728M  0 lvm
...

Sopra /dev/loop9 c'è cipher_disk (/dev/mapper/cipher_disk) e sopra di esso, i 3 volumi logici

  • lv_lab_1 (/dev/mapper/vg_lab-lv_lab_1)
  • lv_lab_2 (/dev/mapper/vg_lab-lv_lab_2)
  • lv_lab_3 (/dev/mapper/vg_lab-lv_lab_3)

Formatto e monto i volumi logici

# 4. formattazione dei 3 volumi logici
mkfs.ext4 /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_1
mkfs.ext4 /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_2
mkfs.ext4 /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_3

# 5. creo e preparo i punti di mmontaggio
mkdir disk_1 disk_2 disk_3
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_1 disk_1
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_2 disk_2
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_3 disk_3
chown $USER disk_1 disk_2 disk_3

# 6. unmount di tutti i dispositivi
umount disk_1 disk_2 disk_3
vgchange -an vg_lab
cryptsetup close cipher_disk
losetup -d $DEV

Passo 3

Infine, per completezza, gli script di mount e unmount del dispositivo. mount

# 1. attach del dispositivo
DEV=$(losetup -Pf --show cipher_disk.img)

# 2. Apre il disco cifrato 
cryptsetup open \
    --type luks2 \
    $DEV cipher_disk

# 3. monta il gruppo di volume
# (opzionale. L'apertura del disco cifrato dovrebbe montare 
# automaticamente il gruppo di volumi)
vgchange -ay vg_lab

# 4. monta i volumi logici
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_1 disk_1
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_2 disk_2
mount -t ext4 -o user,noauto,rw  /dev/mapper/vg_lab-lv_lab_3 disk_3

unmount

# 1. smonta i 3 dischi
umount disk_1 disk_2 disk_3

# 2. smonta il gruppo di volumi
vgchange -an vg_lab

# 3. chiude il disco cifrato
cryptsetup close cipher_disk

# 4. "stacca" il dispositivo fisico
losetup -d $DEV

Questo è ciò che si farebbe normalmente quando si vuole il full disk encryption sul proprio pc. Ma con una piccola eccezione.

In realtà ciò che viene cifrata è una partizione quasi completa del disco, perché almeno una piccola partizione, quella contenente il boot, /BOOT, deve essere in chiaro per consentire:

  • a UEFI di avviare GRUB che conosce le partizioni,
  • GRUB provvederà all'avvio del kernel,
  • l'avvio del kernel con initramfs chiederà la password per sbloccare la partizione cifrata.

La cifratura totale (che proprio totale non sarà perché /boot/efi deve rimanere in chiaro) eleva di molto la complessità del setup iniziale.

Affidare a GRUB la gestione della cifratura potrebbe voler dire, oltre alla complessità della configurazione iniziale che dovrà far ricorso a moduli come cryptodisk, che bisognerà rinunciare ad Argon2 perché GRUB ancora non lo supporta pienamente e, a differenza del kernel, non ha sufficiente potenza per farlo lavorare come si deve.

Un buon compromesso potrebbe essere il ricorso ad un dispositivo esterno, es. una pendrive, che contenga tutta la partizione /boot in chiaro, anche l'header del disco cifrato. GRUB dovrà solo sapere dove si trovi il boot, il resto dell'avvio viene affidato come di consueto al kernel.

Scenario 2

Rimanendo nell'ambito dell'esplorazione di device mapper e della cifratura di dispositivi esterni non avviabili, immaginiamo qualcosa di più estremo.

Supponiamo di dover custodire un segreto in qualcosa che non sia un semplice vault cifrato.

Per diminuire il rischio di compromettere un unico vault, decido di dividerlo in varie parti, come gli horcrux ma con 0 malignità. Ogni parte sarà cifrata con una sua chiave che affiderò ad una persona diversa, di mia fiducia. Solo io, titolare ultimo del segreto, avrò accesso ai dati e solo la mia chiave (come l'Anello che li domina tutti) aprirà il vault.

Supponiamo di avere 3 dispositivi fisici (che nel laboratoro saranno simulati da loop device come al solito) per altrettanti “custodi”, ognuno dei quali verrà cifrato con la chiave e con dei parametri da consegnare al “custode” specifico.

I 3 dispositivi cifrati costituiranno un gruppo di volumi con un volume logico (dai requisiti posti non c'è necessità di sfruttare la flessibilità di partizionamento dei volumi logici) che verrà cifrato con la mia chiave master.

luks-lvm-luks

Ogni dispositivo, volume logico finale compreso, prima della cifratura, verrà inizializzato con del rumore casuale. Questo per impedire ad un'analisi forense di risalire ad un qualunque pattern sul dispositivo raw.

Caratteristiche di ogni cifratura:

  • dispositivi inizializzati con rumore casuale
  • header detachable
  • offset custom
  • key-file
  • default di argon2id (controlla il tuo default con cryptsetup benchmark)

Quando vorrò aprire il vault, sarà necessario che i 3 “custodi” aprano il loro “pezzo” e solo io potrò ricostruire e decifrare il volume con la mia chiave.

L'inzializzazione con rumore casuale dei dispositivo, tralasciando l'uso di dd su /dev/urandom che sappiamo essere CPU-intensive, può essere fatta ricorrendo:

################################
# Emulazione dei device fisici #
################################
fallocate -l 512M cipher_disk_1.img
fallocate -l 512M cipher_disk_2.img
fallocate -l 512M cipher_disk_3.img



###########################
# creazione dei 3 keyfile #
###########################
# keyfile del custode n° 1
dd if=/dev/urandom bs=1024 count=4 | \
    gpg --yes -o cipher_disk_1.key.gpg -c \
        --s2k-mode 3 \
        --s2k-count 32505856 \
        --s2k-cipher-algo aes256 \
        --s2k-digest-algo sha512 \
        --force-mdc -

# keyfile del custode n° 2
dd if=/dev/urandom bs=1024 count=4 | \
    gpg --yes -o cipher_disk_2.key.gpg -c \
        --s2k-mode 3 \
        --s2k-count 32505856 \
        --s2k-cipher-algo aes256 \
        --s2k-digest-algo sha512 \
        --force-mdc -

# keyfile del custode n° 3
dd if=/dev/urandom bs=1024 count=4 | \
    gpg --yes -o cipher_disk_3.key.gpg -c \
        --s2k-mode 3 \
        --s2k-count 32505856 \
        --s2k-cipher-algo aes256 \
        --s2k-digest-algo sha512 \
        --force-mdc -

# keyfile master
dd if=/dev/urandom bs=1024 count=4 | \
    gpg --yes -o master.key.gpg -c \
        --s2k-mode 3 \
        --s2k-count 32505856 \
        --s2k-cipher-algo aes256 \
        --s2k-digest-algo sha512 \
        --force-mdc -



##########################
# cifratura dei 3 device #
##########################
# attach dispositivo
DEV_1=$(losetup -Pf --show cipher_disk_1.img)

# inizializzazione dev_1 con rumore casuale
cryptsetup open --type plain ${DEV_1} container --key-file /dev/urandom
dd if=/dev/zero of=/dev/mapper/container status=progress
cryptsetup close container

# cifratura dispositivo n° 1
gpg -d cipher_disk_1.key.gpg | \
    cryptsetup luksFormat  \
        --type luks2 \
        --key-file - \
        --header header_1.img \
        --offset 32768 \
        --hash sha512 \
        --key-size 512 \
        --cipher aes-xts-plain64 \
        ${DEV_1}

# attach dispositivo
DEV_2=$(losetup -Pf --show cipher_disk_2.img)

# inizializzazione dev_2 con rumore casuale
cryptsetup open --type plain ${DEV_2} container --key-file /dev/urandom
dd if=/dev/zero of=/dev/mapper/container status=progress
cryptsetup close container

# cifratura dispositivo n° 2
gpg -d cipher_disk_2.key.gpg | \
    cryptsetup luksFormat  \
        --type luks2 \
        --key-file - \
        --header header_2.img \
        --offset 36864 \
        --hash sha512 \
        --key-size 512 \
        --cipher aes-xts-plain64 \
        ${DEV_2}

# attach dispositivo
DEV_3=$(losetup -Pf --show cipher_disk_3.img)

# inizializzazione dev_3 con rumore casuale
cryptsetup open --type plain ${DEV_3} container --key-file /dev/urandom
dd if=/dev/zero of=/dev/mapper/container status=progress
cryptsetup close container

# cifratura dispositivo n° 3
gpg -d cipher_disk_3.key.gpg | \
    cryptsetup luksFormat  \
        --type luks2 \
        --key-file - \
        --header header_3.img \
        --offset 40960 \
        --hash sha512 \
        --key-size 512 \
        --cipher aes-xts-plain64 \
        ${DEV_3}



##############################
# Creazione gruppo di volumi #
##############################
# "apro" il volume 1
gpg -d cipher_disk_1.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_1.img \
         --key-file - \
         ${DEV_1} cipher_disk_1

# "apro" il volume 2
gpg -d cipher_disk_2.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_2.img \
         --key-file - \
         ${DEV_2} cipher_disk_2

# "apro" il volume 3
gpg -d cipher_disk_3.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_3.img \
         --key-file - \
         ${DEV_3} cipher_disk_3

# Creo il mio gruppo di volumi con i 3 volumi "fisici":
# 1. /dev/mapper/cipher_disk_1
# 2. /dev/mapper/cipher_disk_2
# 3. /dev/mapper/cipher_disk_3
vgcreate vg_master /dev/mapper/cipher_disk_1  /dev/mapper/cipher_disk_2  /dev/mapper/cipher_disk_3

# creazione dell'unico volume logico
lvcreate -n lv_master vg_master -l 100%FREE



################################
# cifratura e mount del master #
################################
# cifratura dispositivo master
dd if=/dev/urandom of=/dev/mapper/vg_master-lv_master bs=1M count=32 status=progress
gpg -d master.key.gpg | \
    cryptsetup luksFormat  \
        --type luks2 \
        --key-file - \
        --header header_master.img \
		--offset 65536 \
        --hash sha512 \
        --key-size 512 \
        --cipher aes-xts-plain64 \
        /dev/mapper/vg_master-lv_master

# apriamo il dispositivo master
gpg -d master.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_master.img \
         --key-file - \
         /dev/mapper/vg_master-lv_master cipher_disk_master

# e finalmente lo formattiamo
mkfs.ext4 /dev/mapper/cipher_disk_master

# Test: montiamo il disco
mkdir -p /run/media/master/disk_master
chown -R ${USER}:${USER} /run/media/master/disk_master
mount -t auto /dev/mapper/cipher_disk_master /run/media/master/disk_master

# Infine chiudiamo tutto
umount /run/media/master/disk_master
cryptsetup close cipher_disk_master
vgchange -an vg_master
cryptsetup close cipher_disk_1
cryptsetup close cipher_disk_2
cryptsetup close cipher_disk_3
losetup -d ${DEV_1} ${DEV_2} ${DEV_3}

Dopo aver appurato che tutto funzioni, consegno ad ogni “custode” dispositivo, keyfile e header.

Se un attaccante dovesse entrare in possesso di uno o più dispositivi, troverebbe solo un mucchio di dati incomprensibili.

Posto che riuscisse a decifrare il dispositivo, troverebbe un pezzo di un gruppo di volumi, cifrato e inutilizzabile.

Il master a questo punto non dovrà fare altro che aprire e chiudere il vault, dopo aver riunito tutti i pezzi, come segue:

Apertura del vault

# Attach dei dispositivi
DEV_1=$(losetup -Pf --show cipher_disk_1.img)
DEV_2=$(losetup -Pf --show cipher_disk_2.img)
DEV_3=$(losetup -Pf --show cipher_disk_3.img)

# "apro" il volume 1
gpg -d cipher_disk_1.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_1.img \
         --key-file - \
         ${DEV_1} cipher_disk_1

# "apro" il volume 2
gpg -d cipher_disk_2.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_2.img \
         --key-file - \
         ${DEV_2} cipher_disk_2

# "apro" il volume 3
gpg -d cipher_disk_3.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_3.img \
         --key-file - \
         ${DEV_3} cipher_disk_3

# (facoltativo) apre il gruppo di volumi
vgchange -ay vg_master

# "apre" il master volume
gpg -d master.key.gpg | \
    cryptsetup open \
         --type luks2 \
         --header header_master.img \
         --key-file - \
         /dev/mapper/vg_master-lv_master cipher_disk_master

# Monta il volume
mount -t auto /dev/mapper/cipher_disk_master /run/media/master/disk_master

Chiusura del vault

# smonta il volume cifrato
umount /run/media/master/disk_master

# chiusura del vault master
cryptsetup close cipher_disk_master

# chiusura del gruppo di volumi
vgchange -an vg_master

# chiusura dei singoli vault cifrati
cryptsetup close cipher_disk_1
cryptsetup close cipher_disk_2
cryptsetup close cipher_disk_3

# deattach dei dispositivi
losetup -d ${DEV_1} ${DEV_2} ${DEV_3}

#cryptsetup #devicemapper #dmcrypt #gpg #loseup #luks #lvm #loopdevice #storage

 
Continua...

from Bymarty

📔Dal mio diario..

✍️Oggi va così, cioè non va, c'è il sole ed io vorrei correre in giardino, iniziare a spiantare, preparare semenzai e alcune piantine per i trapianti di primavera! Ma manca ancora un mese e non vorrei che fosse un'illusione, fuori è freddo ed io proprio pronta e in forma non sono! Infatti ho comprato del terriccio, che io uso mischiare con la mia terra, e destino vuole che rimango bloccata con la schiena! Ma un dolore di quelli lancinanti! 🥺Così mi riposo un po' e poi ricomincio con le faccende domestiche e si ripresenta, perciò ho capito che la giornata andrà così! Non sono ispirata, perché è un periodo dove prevalgono i bassi, perciò qualsiasi cosa dica, faccia e realizzi, presenta la mia negatività, il mio stato d'animo e sicuramente, come è già accaduto, non sarebbe compreso da tutti! Riceverei i soliti mi dispiace e poi rimproveri gratuiti, consigli non richiesti, da chi pensa di sapere cosa io o chi come me, sta passando! Magari condividerò un post proprio sul dopo, su come cambia tutto dopo una diagnosi del genere! Non voglio neppure nominarlo, perché magari questo argomento così attuale, può urtare la sensibilità di qualcuno, perché troppo delicato, troppo negativo! E si perché alla fine noi stiamo imparando a convivere, ad affrontare giorno dopo giorno, passo dopo passo , ogni singolo cambiamento, difficoltà e dolore! E si il bel tempo ci aiuta, ci rende più positivi, ci illumina e ci fa credere, sperare, che tutto è possibile, che noi possiamo, non essere come prima, ma diversamente una nuova versione di noi stessi! Io a volte mi affido, seguo e prendo spunto, forza da chi mi è accanto e come me ha dovuto reinventarsi, ricominciare e benché sia terapeutico, ti rendi conto che non tutto è per tutti, che ogni guarigione ha i suoi tempi e modi, che ciascuno di noi reagisce, si pone in modo differente e che non c'è una terapia uguale per tutti che ci faccia essere più forti, reattivi, combattivi e positivi! Non c'è un pulsante da accendere, forse si deve solamente imparare a parlare con sé stessi, a capire quali sono i nostri dubbi, preoccupazioni, priorità, motivazioni e cercare in noi stessi quella forza, quella voglia di alzarsi e andare avanti, di camminare anche se hai dolori e di raccontare, di esternare, di non calpestare e soffocare, pensieri, emozioni, paure, timori, solo per paura di non essere capiti, di non essere di compagnia o di continuare ad essere messi all'angolo, in un isolamento che a volte può sembrare peggio, della stessa malattia! Perché noi siamo ancora esseri viventi, che lottano e che hanno un attaccamento maggiore alla vita, perché hanno dovuto sbattere contro uno dei mali peggiori, di quelli che a volte non lascia scampo, altre volte si presenta, ti fa crollare tutto, ma nonostante tutto ci viene data la possibilità di combattere e di continuare a vivere, diversamente e consapevolmente in armonia con tutto, tutti e soprattutto con noi stessi! Perché ad oggi il sole splende allo stesso modo anche per noi, siamo solo un po' penalizzati, perché abbiam dovuto superare prove, difficoltà , imprevisti! Ma non per questo non meritiamo ancora di essere felici, sereni, amati, anche e soprattutto nei nostri momenti no, con le nostre fragilità e debolezze!✨

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from storieribelli

Memoria di una generazione che provò a cambiare la società.

È passato mezzo secolo dai primi giorni del ’76, eppure a volte sembra ieri: quando ricordo quei volti sorridenti di noi ragazzi, molti appena ventenni, con le barbe incolte e i capelli lunghi; e le ragazze, con l'abbandono delle divise rassicuranti della “buona famiglia”, lo sguardo fiero di chi non abbassava più gli occhi e un modo di vestire libero, che per la società di allora erano entrambi un atto di insubordinazione, testimonianza di una diversità rispetto alla “norma” di un paese sperduto al Sud, che non era periferia geografica ma linea di frontiera, in cui malgrado tutto ci sentivamo parte di quel mondo giovanile il cui fermento sociale risaliva allo sconvolgimento del post-’68.

Ricordo come fosse adesso: le giornate passate al circolo Musica e Cultura. C’era un’artigianalità che oggi definirei povera ma sacra, ad inventarci le tessere per i soci o per i cineforum o per il teatro o i concerti: un cartoncino da ritagliare, poche parole scritte a mano. E poi le sere affollate e fumose dei cineforum, dei concerti, delle assemblee democratiche e partecipate e che erano l'anima stessa del circolo, dove le proposte trovavano vita o finivano nell'oblio tra discussioni accese.

Altre volte mi sembra un tempo lontanissimo: se penso a quanto c'è stato in mezzo, anche se tante problematiche sembrano rimaste immutate. C'è in me una sensazione da naufrago per aver perso quell'associazionismo che dava identità. Altre volte mi sento un sopravvissuto, un reduce per cui l'aver tenuto fede a quel fuoco formativo è diventata una condanna – non una pena, una condanna. Mi sento a volte relitto di un'epoca passata, custode di memorie che altrimenti sarebbero ormai perse.

Un valore che non sta nel replicare l’esperienza, ogni tempo ha i suoi linguaggi e le sue battaglie, ma nel trasmetterne la temperatura morale. E qui inciampo nell’ imbarazzo: mi chiedo con un certo smarrimento che valore abbia davvero quel fuoco oggi.

Altri anni sono scivolati via per quella fedeltà assoluta alla collettività delle decisioni. Anche se il circolo non esisteva più come luogo fisico, le persone sono rimaste, e a ognuna si chiedeva di contribuire a un racconto comune. Ma scrivere del proprio vissuto e delle proprie emozioni non è qualcosa che si impara sui banchi di scuola; deve nascere da un’esigenza interiore di comunicare, restando però lontani dal protagonismo, dalla retorica, dal facile sentimentalismo.

Quell’onda lunga iniziata nel ’68, a Cinisi, non era discussione sui massimi sistemi, non era teoria. Era pratica di vita vissuta a tavola quando andavano in frantumi i piatti e le ragazze venivano trainate dai genitori per casa, afferrate per i capelli. Non era banale ribellione: era il prezzo del distacco dall’affettività e dalla protezione della famiglia, per un altro modo di stare insieme – non scontato, non esperito, tutto da costruire. Un ideale da rendere concreto. Non so oggi se una scelta così radicale possa essere compresa dai giovani. Far comprendere come la libertà che cercavamo non era quella delle nostre case, e come il desiderio di essere se stessi ci mettesse in lite continua con la famiglia e la società del tempo.

Far parte di quel circolo non era svago: la cultura non era accademia, la musica non era solo evasione. Era lasciarsi dietro il vecchio mondo e provarne uno nuovo, con la musica come linguaggio universale, la cultura come contro-potere; l’alternativa all’omologazione del non sentire, non vedere, non parlare.

Eppure, tutto questo non spiega perché abbiamo impiegato cinquant'anni per raccontare questa esperienza, lasciando che altri dall'esterno la interpretassero a modo loro. Forse la cesura brutale dell’assassinio di Peppino, questo lutto mai elaborato collettivamente ma forse solo in parte a livello personale, per certi versi, ci ha sbandato. Nei primi anni, l'urgenza assoluta era politica e giudiziaria: dovevamo ribaltare una “verità” di comodo che era solo una menzogna di Stato.

Ci ha portato via più di venti anni.

Anche tutto questo però non lo sento come risposta esauriente. Qualcosa ancora sfugge. Tante volte ho fatto un parallelo pensando ai sopravvissuti della Shoah, al loro riserbo nel non raccontare in tutti quei primi anni. Lì c’era una sofferenza inaudita, una storia difficile da credere, una storia certamente molto diversa dalla nostra.

Della nostra, della mia, non saprei dire perché.

Per saperne di più su Peppino ed il circolo “Musica e Cultura” vai qui:

https://paolochirco.altervista.org/50-anni-circolo-musica-cultura-cinisi/

 
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from Pensiero Sovrano

Tanti libri pochi lettori

In Italia si pubblicano oltre 80.000 novità l’anno. In una libreria media significa anche 200 nuovi titoli al giorno che chiedono attenzione, spazio, recensioni, lettori. Eppure i lettori forti diminuiscono, e quelli occasionali leggono uno o due libri l’anno. La domanda allora non è solo “perché si legge poco?”, ma: perché si pubblica così tanto e si legge così poco? Ogni giorno combattiamo contro notifiche, serie TV, podcast, social, lavoro. Il libro non è più l’unico strumento di intrattenimento o conoscenza. È uno tra tanti. Il tempo di lettura è diventato un tempo “residuo”. Se resta energia, si legge. Se no, si scrolla. Non è solo un problema culturale: è un problema di attenzione. Molti italiani associano la lettura all’obbligo. Riassunti. Analisi del testo. Parafrasi. Pochi ricordi felici, molte pagine “da fare”. Se la prima esperienza con i libri è una verifica, non una scoperta, qualcosa si rompe. Non è la mancanza di intelligenza. È la mancanza di piacere. Entrare in una libreria oggi può essere disorientante. Pile di novità. Copertine gridate. “Il caso editoriale dell’anno”. “Il thriller che vi terrà svegli tutta la notte”. Ma tra 200 nuovi titoli al giorno, quanto resta davvero? La vita media di un libro sugli scaffali è brevissima. Se non vende subito, sparisce. Il mercato premia la velocità, non la profondità. Molti editori pubblicano tanto perché il sistema lo richiede: – più titoli = più probabilità di bestseller – più novità = più visibilità – più rotazione = più spazio Ma così si crea rumore e nel rumore, il lettore si stanca. La sensazione diffusa è: “Non so cosa scegliere”. E quando la scelta è troppa, spesso si sceglie di non scegliere. Attenzione: gli italiani leggono eccome. Leggono post, newsletter, articoli online, chat, manuali, thread, blog. Leggono frammenti. Il libro, invece, richiede immersione. Richiede lentezza. Richiede silenzio. E il silenzio oggi è un lusso. Non mancano i libri. Mancano: Comunità di lettura vive e accessibili, librerie di quartiere che consigliano, non solo vendono, narrazioni che facciano sentire la lettura come esperienza condivisa. E forse manca anche una cosa più semplice: parlare di libri senza snobismo. Leggere non deve essere una gara. Non è un segno di superiorità morale. È un atto intimo, personale, libero. Forse il problema non è che in Italia ci sono più libri che lettori. Forse il problema è che i libri cercano lettori, ma i lettori sono pochi. E quando un libro intercetta un bisogno reale, funziona. Sempre. Non servono 200 titoli al giorno. Ne basta uno giusto.

 
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from La biblioteca di Amarganta

D come ... Donna Aiuola

Capolettera della prima edizione italiana della Storia Infinita. Lettera D, creatore Antonio Basioli

Donna Aiuola è un personaggio che non è presente nelle varie trasposizioni. Si tratta di uno dei personaggi più complessi e carichi di simbolismo di Ende, che richiama, reinterpreta la figura archetipica della Grande Madre, evitando però di cadere nello stereotipo e facendone una figura complessa.

Chi è Donna Aiuola

A scanso di equivoci, va precisato che Donna Aiuola (Dame Aiuóla in originale) è una figura positiva nella storia. Ci troviamo in uno degli ultimi capitoli, quello corrispondente alla lettera X. Lei accoglie Bastiano nella sua Casa che Muta dopo che il ragazzo realizza gli sbagli che ha compiuto seguendo Xayde e dopo che ha lasciato il senso di comunità “totalizzante” che sono i Navigatori della Nebbia (gli Yskandari) desiderando di avere qualcuno che lo ami per quello che è! E Donna Aiuola è la risposta a questo desiderio.

Il suo nome è esplicativo della sua natura. Donna Aiuola è infatti una donna (così come dice il suo nome) vegetale. Viene descritta come una donna che ha “l'aspetto di una bella mela, bella tonda e dalle gote rosa” ma dal fisico grosso e imponente. Dal suo corpo crescono foglie, fiori che formano il suo vestito, mentre dal suo cappello produce frutti in abbodanza con cui nutre Bastiano, trattandolo come se fosse un bambino piccolo, aiutandolo così a riconnettersi con una parte di sé stesso che durante il suo periodo a Fantasia aveva tralasciato: il suo essere un ragazzino.

E amorevole e materna, ma non come lo sono le madri (e in generale i genitori) umani. Il suo amore per consiste per lo più nell'avere qualcuno con cui ella possa condividere la sua abbondanza. Lei stessa ammette infatti che i Fantaiani non possono amare come gli esseri umani, o meglio solo chi fra loro ha bevuto le Acque della Vita può farlo. Tuttavia, a differenza della strega di Hansel e Gretel, lei è anche pronta a lasciare che Bastiano vada via dalla Casa che Muta, quando verrà il momento per lui di continuare il suo cammino (e ciò avviene poeticamente nel momento in cui lei inizia a perdere i fiori).

Poiché la sua natura è vegetale, Donna Aiuola non nasce e muore come altri esseri. Lei si secca in inverno, morendo, e poi rinasce sbocciando in primavera carica di fiori come una persona simile ma diversa. Lei stessa si definisce “figlia e madre di sè stessa”.

Donna Aiuola come Madre Terra

Difficile non vedere nel personaggio di Donna Aiuola una rielaborazione dell'archetipo della Madre Terra (o se preferite Madre Natura), forse una delle prime iterazioni della figura divina della Grande Madre. Gli elementi vegetali che ne caratterizzano il “vestiario”, il suo essere paragonata a un frutto e la sua corporatura risultano abbastanza evidenti.

Le figure materne sono una costante nei racconti e nelle #fiabe. Ogni fata madrina, strega, madre o matrigna non sono altro è che diverse interazioni di un archetipo. Possono essere delle figure supportive e amorevoli (la fata Smemorina di Cenerentola) oppure rappresentare ostacoli da superare per diventare grandi (la già menzionata strega di Hansel e Gretel)

Interessante potrebbe essere il paragone di Donna Aioula con l'idea della Dea Triplice, una concezione diffusa in ambienti Neopagani che attribuisce al Femmineo Sacro di tre volti, in sintonia con le tre età dell'uomo del #mito di Edipo: giovinezza (la fanciulla), età adulta (la donna matura) e infine la vecchiaia (l'anziana). Donna Aiuola incarna ciò nei suoi cicli di vita, esprimendo la capacità di rinascita della natura ad ogni stagione.

Sebbene Ende non menzionò mai esplicitamente questo concetto, è probabile che ne fosse consapevole, dato il suo già menzionato interesse per il #simbolismo estoterico, incluse alchimia e Antroposofia Steineriana, che ritroviamo anche nell'estetica di AURYN, che unisce l'uroboro occidentale con il Tao cinese.

Slegato dalla concezione di Madre Terra parrebbe invece essere l'incapacità di Donna Aiuola di amare, o almeno di amare come un essere umano data la sua natura fantasiana. Ben lungi dal fare paragoni con il Dialogo fra un'islandese e la Natura di Leopardi, esso può essere visto come un modo intrigante in cui Ende invita chi legge a riflettere su come il mondo fantastico, per quanto affascianate e accogliente, non ci potrà mai dare l'amore tangibile di coloro che viene da coloro che ci amano veramente.

 
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from Il Manuale Del Futuro Imperfetto

Dentro l’economia dei database

L’uomo nel database: come siamo diventati la vera materia prima dell’era digitale. Ogni giorno lasciamo tracce, generiamo informazioni, alimentiamo sistemi che registrano abitudini, desideri, spostamenti, relazioni. Non produciamo soltanto contenuti: produciamo dati. Nell’economia contemporanea il valore non nasce più soltanto dagli oggetti o dai servizi, ma dalla capacità di raccogliere, analizzare e monetizzare flussi informativi. In questo scenario l’essere umano rischia di ridursi a risorsa estrattiva, elemento grezzo di un processo industriale invisibile che trasforma comportamenti in previsioni e previsioni in profitto. L’identità digitale non è più una semplice estensione della persona, ma un doppio costantemente aggiornato, misurato e ottimizzato. Ogni clic diventa segnale, ogni pausa uno schema, ogni preferenza un indicatore di consumo. Il punto non è demonizzare la tecnologia, che resta uno strumento straordinario di conoscenza e connessione, ma comprendere la logica che la governa: un modello fondato sull’attenzione come moneta e sulla profilazione come infrastruttura. Quando l’esperienza viene filtrata da interfacce progettate per catturare tempo e reazioni, la libertà si sposta dal fare al reagire. In questa trasformazione silenziosa la persona rischia di coincidere con il proprio tracciato digitale, mentre la complessità dell’esistenza si appiattisce in categorie statistiche. Ripensare il nostro rapporto con i dispositivi significa allora ripensare la nostra ontologia quotidiana: siamo utenti passivi o soggetti consapevoli? Possiamo abitare la rete senza esserne assorbiti? Recuperare intenzionalità nell’uso della tecnologia è un gesto culturale prima ancora che tecnico. Significa scegliere quando essere connessi e quando sottrarci, quando condividere e quando custodire, quando delegare agli algoritmi e quando rivendicare la decisione. Nell’epoca del database globale la vera rivoluzione non è l’innovazione incessante, ma la consapevolezza critica. Se l’uomo è diventato materia prima dell’ecosistema digitale, può ancora decidere di non essere soltanto questo: può tornare a essere autore del proprio tempo, interprete dei propri dati e non semplice fornitore inconsapevole di valore.

 
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