Transit

usa

(206)

(BOP1)

Il cosiddetto “Board of Peace” di #Trump per #Gaza nasce come organismo internazionale che affianca il cessate il fuoco tra #Israele e #Hamas, con l’obiettivo dichiarato di gestire la fase di ricostruzione e sicurezza nella Striscia.

Fin da subito, però, suscita forti perplessità sul piano politico, giuridico e istituzionale, e l’Italia si è mossa in modo ambiguo, oscillando tra il no formale e l’ipotesi di un rientro dalla finestra con un ruolo di osservatore. Trump ha annunciato il “Board of Peace” come nuova sede decisionale per la gestione del cessate il fuoco a Gaza, rivendicando che potrà fare “ciò che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare” e ponendosi esplicitamente in competizione con l’ #ONU.

Il Board riunisce una ventina di paesi, tra cui attori centrali come Israele, Egitto e Qatar, e si propone di seguire la ricostruzione postbellica e le questioni di sicurezza, con una possibile estensione del mandato ad altri conflitti. In vista della prima riunione, Trump ha sbandierato impegni per oltre 5 miliardi di dollari in aiuti e fondi per la ricostruzione di Gaza, oltre a migliaia di uomini per una forza internazionale di stabilizzazione autorizzata dall’ONU.

Di fatto, però, la sproporzione tra i costi stimati per ricostruire Gaza e le promesse, e l’assenza di un chiaro quadro di responsabilità democratiche, alimentano l’impressione di un’operazione più di immagine che di reale governance multilaterale.

(BOP2)

Diversi paesi europei, tra cui Francia e Germania, hanno assunto una posizione prudente o apertamente negativa, proprio perché il Board sembra costruito come alternativa politica al sistema di sicurezza collettiva dell’ONU.

Sul terreno, intanto, bombardamenti e vittime civili a Gaza continuano, rendendo ancora più stridente la retorica di un “board della pace” che nasce mentre manca una vera garanzia di protezione per i palestinesi.

È legittimo domandarsi se questo organismo non serva più a consolidare l’influenza geopolitica di #Washington e di Trump che a assicurare giustizia, ricostruzione e autodeterminazione ai gazawi. In questo contesto si inserisce anche il rinnovato asse Roma‑Berlino, che il governo italiano cerca di valorizzare come contrappeso alle diffidenze francesi e alle incertezze della stessa Unione Europea.

Berlino mantiene una linea molto prudente sul “Board of Peace”, teme di legittimare una struttura parallela all’ONU e preferisce incardinare ogni iniziativa sul quadro multilaterale esistente; #Roma, invece, tenta di stare a metà strada, rivendicando vicinanza agli Stati Uniti, ma ammiccando alla cautela tedesca.

Il risultato è un asse che sulla carta dovrebbe rafforzare il fronte europeo, ma che nei fatti rischia di produrre solo comunicati congiunti e poca chiarezza politica: si critica l’impianto del Board, ma non si ha il coraggio di dire apertamente che l’Europa dovrebbe rifiutare organismi costruiti su misura per la leadership di Trump.

Il governo italiano, richiamando l’articolo 11 della Costituzione, ha spiegato di non poter aderire al Board perché la sua architettura concentra un potere di vertice nelle mani di Trump, in assenza di condizioni di uguaglianza tra gli Stati membri.

È una motivazione giuridicamente corretta: l’Italia può cedere quote di sovranità solo a organismi effettivamente paritari, non a un consesso dove la lettura dello statuto è nelle mani del “presidente” di turno. Eppure, mentre #Tajani ribadisce il no formale, #Meloni apre alla possibilità di partecipare come osservatore, presentando questa scelta come modo per “non restare fuori dalla stanza” quando si decide il futuro di Gaza.

Il risultato è una linea ondivaga: da un lato si rivendica la fedeltà alla Costituzione, dall’altro si cerca un canale laterale per rientrare in un meccanismo che resta squilibrato e opaco, con il rischio di legittimarlo proprio mentre lo si critica.

In questo quadro, la prudenza italiana appare meno come un atto di autonomia politica e più come il tentativo di tenere insieme fedeltà a Washington, asse con Berlino, timori europei e vincoli costituzionali, senza mai dire chiaramente se il modello del “Board of Peace” sia compatibile con una vera architettura multilaterale. Prendere tempo sulla disgraziata #Gaza. Non di certo un modo degno di parlare di pace.

#Blog #BoardOfPeace #Medioriente #USA #Italia #GovernoMeloni #PoliticaEstera #Opinioni

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(205)

(WP1)

I licenziamenti di massa al #WashingtonPost non sono solo una crisi aziendale. Rappresentano un colpo diretto a quel poco che resta di una democrazia già in affanno, dentro e fuori i confini americani. Un quotidiano storico, centrale per il controllo del potere fin dai tempi del #Watergate, ha tagliato un terzo della redazione, chiuso intere sezioni e ridotto le presenze all’estero. Informare davvero non è più redditizio, quindi non è più una priorità del sistema.

Il Washington Post ha annunciato il licenziamento di circa un terzo dei lavoratori, eliminando la redazione sportiva, vari uffici esteri e la copertura dei libri. Questa è l’ondata di tagli più dura da quando la nuova direzione ha preso il controllo nel 2024, dopo anni di riduzioni e prepensionamenti. Un giornale di riferimento globale, di proprietà di uno degli uomini più ricchi del pianeta, sceglie di ridurre il giornalismo invece di ripensare il modello di business.

#Trump, Intanto, intensifica pressioni, ostacoli, ritorsioni e cause temerarie contro i media critici, rendendo la libertà di stampa ancora più fragile. L’attacco politico diretto si combina con l’assalto di mercato che trasforma il giornalismo in un costo da tagliare, non in un pilastro della sfera pubblica. Il “Primo Emendamento” continua a proteggere formalmente la libertà di stampa, è una libertà svuotata materialmente, con meno giornalisti, meno inchieste e meno copertura internazionale e diventa però sempre più fittizia.

Restrizioni di accesso, screditamenti sistematici e interferenze nella seconda era Trump completano il quadro di una democrazia che mantiene i simboli, ma smantella le condizioni reali. Questo è lo schema del #backsliding democratico. Non arriva un colpo di Stato, né spariscono le elezioni, ma si corrodono i meccanismi che rendono effettiva la partecipazione informata e il controllo del potere. La stampa indipendente si marginalizza, le voci critiche si isolano e l’opinione pubblica si riduce a pubblico passivo di propaganda e marketing politico.

Quello che accade negli Stati Uniti fa parte di una tendenza globale. Le destre radicali o nazional-conservatrici sfruttano crisi e paure per restringere gli spazi democratici.

In #Brasile, #Ungheria e #Tunisia l’ascesa di leader ostili ai contrappesi istituzionali è stata favorita da polarizzazione estrema, retorica della sicurezza, uso spregiudicato dei media e paure sociali.

Lo schema si ripete ovunque. Forte concentrazione del potere esecutivo, delegittimazione di opposizioni, sindacati, ONG e stampa, uso di emergenze reali o costruite per restrizioni permanenti. Le destre del nuovo ciclo non aboliscono la democrazia.

La svuotano dall’interno, trasformandola in un guscio procedurale che ratifica decisioni prese altrove.

(WP2)

La vicenda del Washington Post è un segnale di allarme che va oltre una redazione o un settore economico. Quando la stampa libera diventa accessoria, la democrazia si riduce a rituale. Elezioni, slogan, sondaggi e campagne social sopravvivono, ma la capacità dei cittadini di conoscere, criticare e fermare il potere evapora. La vera democrazia scompare perché troppo scomoda per chi governa e controlla le leve economiche. Gli Stati Uniti, che per decenni hanno esportato il modello democratico, ne offrono oggi una versione distorta.

Più show che sostanza, più branding che diritti, più mercato e sicurezza che partecipazione e giustizia sociale. La destra globale capitalizza su questa stanchezza. L’unica risposta possibile riparte dalla ricostruzione di informazione indipendente, conflitto sociale e organizzazione collettiva. Senza questo restano solo le macerie eleganti di una democrazia già perduta.

#Blog #Giornalismo #WashingtonPost #USA #Democrazia #Democracy #Destra #Opinioni

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(199)

(I1)

#Minneapolis è diventata un’altra ferita aperta negli Stati Uniti, non solo per la politica immigratoria, ma per la natura stessa del potere federale e della violenza che questo può esercitare contro i cittadini. Quello che doveva essere un controllo migratorio si è trasformato in un’operazione di punizione di massa, con agenti federali che piombano in città, sparano a cittadini americani disarmati e poi si comportano come se non fosse successo nulla.

Il risultato è una città in rivolta, con serrande abbassate, proteste dure, e una mobilitazione che rischia di bloccare il governo: la piazza e la protesta sono diventate l’unica vera forza sociale che ancora conti. Da #Washington, il messaggio è stato chiaro fin dall’inizio: bisogna usare la forza, “spingere” l’immigrazione fuori dalle città, far paura, e mostrare che il governo non ha pietà.

L’ #ICE è stata lanciata come una milizia pronta a colpire senza porsi troppi problemi di legalità, con operazioni che somigliano più a retate di guerra che a controlli di polizia. Ma quando quei colpi sono arrivati addosso a due cittadini americani,Renée Good e Alex Pretti, qualcosa si è spezzato.

Il sentimento di ribellione è diventato così forte che è arrivato a minacciare l’intero bilancio federale: nessun voto per finanziare lo stato federale, si è detto, finché quello stesso stato continua a inviare a Minneapolis agenti che sparano a chi vive lì.

(I2)

Proprio su questo fronte si è imposto all’attenzione mediatica il colpo di scena: la promessa di ritirare l’ICE. Non perché ci sia stato un ripensamento morale, né per un’improvvisa riscoperta dei diritti civili, ma per pura convenienza.

L’escalation è stata tale che minaccia di paralizzare il governo e di far pagare un prezzo politico troppo alto. Così, mentre si annuncia che i “muscoli” stanno per lasciare la città, si promette di lasciare una task force per contrastare le frodi ai servizi sociali, come se fosse un problema di frodi e non di violenza di stato. È un modo per arretrare senza sembrare in fuga, per cambiare faccia alla repressione senza rinunciare a esercitarla.

Intanto, la politica interna si trasforma in una sequenza di ritocchi tattici: fondi separati per il #Pentagono e la sanità, proposte per colpire le città che non collaborano con le deportazioni, qualche mea culpa strozzato, molta retorica sulla legge e sull’ordine. La sostanza resta la stessa: la violenza è diventata strumento abituale, uno strumento che non si discute, ma si giustifica. E quando si uccide un cittadino americano, si parla di “errore” o di armi nascoste, si riscrive la storia per trasformare la vittima in minaccia, in modo che si possa continuare a credere di essere nel giusto.

L’ICE, in questo quadro, appare per quello che è: una milizia fascistoide all’interno dello stato, una forza che agisce con impunità, furgoni anonimi, arresti lampo, violenza indiscriminata.

Uccide in città che non hanno chiesto la sua presenza, invade comunità con una logica di guerra, e quando uccide due cittadini americani in un mese, viene difesa e coperta, non perseguita.

Il presidente che la esalta, la chiama “fenomenale”, e non si assume la responsabilità di quei colpi di pistola, mostra che la sua America è un luogo dove la forza precede il diritto, dove la pelle, la lingua e il permesso di soggiorno definiscono chi merita di vivere e chi no.

#Blog #USA #ICE #Minneapolis #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni

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(198)

#Trump a Davos ha trasformato il World Economic Forum in un'asta immobiliare da quattro soldi, piantandosi sul palco a blaterare che l'Europa è un disastro irriconoscibile – “non nella maniera positiva”, ha detto lui, dalla sua bolla svizzera blindata – e che solo gli USA possono “salvare” la Groenlandia con negoziati immediati, altrimenti via con dazi al 10-25% su acciaio, auto e tutto ciò che l'Europa produce di decente. Ha giurato che non è una minaccia per la NATO, figuriamoci: niente urla “alleanza solida” come minacciare di comprarti un territorio danese sotto ricatto commerciale, mentre difende le sue tariffe come “sicurezza nazionale”, cioè o cedete l'Artico o i vostri export diventano il mio bancomat elettorale. ​ ​L'Europa, però, stavolta non sta a guardare con la bocca aperta: il Parlamento UE ha già congelato l'accordo commerciale USA siglato l'estate scorsa, bollando le minacce di Trump come coercizione pura, e ora si parla di “trade bazooka” per ritorsioni su vasta scala. Von der Leyen e i leader tuonano contro questa “spirale pericolosa tra alleati”, promettendo risposte inflessibili, mentre a Bruxelles sale il fronte per un'autonomia strategica vera: difesa Artico con Canada e Norvegia, sovranità digitale, climatica e militare, usando Davos come alibi perfetto per dire basta al bullo a strisce e stelle. ​ Economicamente è un disastro annunciato: dazi incrociati che gonfiano prezzi, uccidono catene di fornitura e regalano caos ai mercati globali, con la UE pronta a colpire duro sui big tech USA e l'agroexport yankee. Politicamente, Trump ha appena consegnato all'Europa il regalo avvelenato che sognava chiunque voglia più integrazione: “Ecco perché serve l'UE forte”, diranno da Stoccolma a Roma, mentre il suo show da venditore di tappeti usati accelera il declino del multilateralismo che lui finge di odiare ma di cui ha bisogno per i suoi tweet. ​ ​Chiudo come farebbe “lui.” E ora, Donald, ascolta bene un continente che hai stancato: torna nel tuo bunker dorato, smettila di giocare al Monopoli con Groenlandia e dazi da due soldi, perché l' #Europa non è più la tua preda facile, siamo stufi del tuo circo da quattro soldi, e stavolta ti manderemo a casa con le tasche vuote e la coda tra le gambe, loser.

#Blog #USA #Europa #Davos #UE #Opinioni

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(197)

(M1)

L’accordo UE‑Mercosur, nato per dare all’Europa un po’ di ossigeno fuori dal circuito economico statunitense, arriva al suo battesimo pubblico nel momento forse più tossico dei rapporti transatlantici.

Mentre Bruxelles prova ad aprirsi al Sud America, la Casa Bianca alza i dazi e trasforma la Groenlandia nel casus belli perfetto da sbandierare anche a #Davos.​ L’intesa con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay crea una delle maggiori aree di libero scambio al mondo (circa 750 milioni di persone), con abbattimento progressivo dei dazi su circa il 90% delle linee tariffarie e miliardi di risparmi stimati per le imprese europee.

Per la #UE è un modo per ancorarsi a un terzo polo, latinoamericano, che attenui la dipendenza dal mercato USA e dalla guerra tariffaria permanente tra Washington e Pechino.​

(M2)

Il prezzo politico, però, non convince gli agricoltori: “Coldiretti” e “Filiera Italia” bollano l’accordo come “inaccettabile”, denunciando l’assenza di vera reciprocità su standard ambientali e sanitari, il rischio di carne e prodotti agricoli sudamericani low‑cost e controlli insufficienti alle frontiere. Le proteste si sono allargate a Francia, Irlanda, Belgio e oltre, con migliaia di trattori in piazza a Bruxelles e accuse di aver sacrificato la terra europea sull’altare dell’export industriale.​

Nel frattempo #Trump ha rilanciato la sua campagna di bullismo commerciale: oltre alla minaccia di dazi del 10% su tutti i prodotti di vari paesi UE legati al “no” sull’acquisto della Groenlandia, destinati a salire al 25% entro giugno, ora si parla apertamente di tariffe al 200% su vini e champagne francesi. Il messaggio è semplice: chi ostacola le ambizioni americane in Groenlandia pagherà un prezzo salato, a colpi di dazi mirati sui simboli economici e culturali europei.​

L’UE prepara la risposta: si discute di attivare lo strumento anti‑coercizione, la cosiddetta “bazooka commerciale” che consentirebbe contromisure su tariffe, investimenti e accesso al mercato europeo. Un vertice urgente a Bruxelles, subito dopo la settimana di Davos, dovrà decidere fin dove spingersi nella rappresaglia, evitando però di affondare anche l’economia europea in una guerra commerciale totale.​

Il “World Economic Forum” di Davos diventa così il palco ideale per questo braccio di ferro. Da un lato la presidente von der Leyen, Macron e altri leader europei cercano di rassicurare mercati e opinioni pubbliche ribadendo la sovranità della Groenlandia e la volontà di una risposta coordinata; dall’altro Trump arriva con una delegazione numerosa e il solito repertorio di minacce tariffarie, convinto che “gli europei non reagiranno troppo”.​

Sul tavolo non ci sono solo **dazi e Groenlandia, ma anche l’immagine stessa dell’Europa: potenza commerciale che firma accordi storici con il Mercosur per diversificare i propri sbocchi, o protettorato atlantico che accetta il ricatto del 200% sui vini pur di non disturbare l’alleato americano?

Mercosur, da questo punto di vista, è più di un trattato: è il test per capire se l’UE è pronta a farsi adulto sulla scena globale o se continuerà a farsi tirare il guinzaglio da chi, tra una minaccia sui dazi e una battuta sulla Groenlandia, considera il vecchio continente poco più di un elegante cortile di casa.​

#Blog #Economia #Mercosur #UE #USA #Davos #Agroalimentare #Opinioni

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(195)

(MD1)

Negli ultimi mesi le violenze e gli abusi legati alla #ICE sono esplosi da questione “di nicchia” per attivisti dei diritti umani a crisi politica nazionale, con morti in detenzione e sulle strade, pestaggi, uso di armi “meno letali” contro chi protesta e un crescendo di denunce da parte di ONG e media.

Questa escalation, nel pieno del secondo mandato #Trump, rischia di trasformarsi non solo in un tema centrale delle prossime elezioni di #midterm di novembre 2026, ma anche in un banco di prova per la tenuta stessa delle libertà civili negli Stati Uniti e altrove.​

Dagli ultimi report di “Human Rights Watch” e di altre organizzazioni emergono quadri di detenzione sovraffollata, condizioni sanitarie degradate, pestaggi, uso di gas e granate stordenti contro chi protesta per cibo, acqua o cure mediche, fino a casi di morte evitabile in custodia. Non parliamo solo di “mele marce”: in strutture come Fort Bliss in Texas o i centri in Florida, gli abusi appaiono sistemici, con intimidazioni, violenze fisiche e sessuali e pressioni perché le persone accettino la deportazione “volontaria”.

Parallelamente, i dati mostrano che la grande maggioranza delle persone detenute non ha condanne per reati violenti, smentendo la narrazione di un’operazione mirata a “criminali pericolosi” e confermando piuttosto una logica di repressione di massa a fini politici. L’uso mirato di ICE come strumento di terrore amministrativo verso migranti, comunità e attivisti finisce così per normalizzare uno stato d’eccezione permanente.​

(MD2)

Le proteste, in città come #Minneapolis, Boston o New York dopo l’uccisione da parte di agenti ICE di #ReneeNicoleGood, hanno riportato al centro la questione del controllo federale sulla sicurezza e sull’ordine pubblico. La risposta del governo (con la retorica di “legge e ordine”, invio della Guardia Nazionale e teorizzazione di ICE intorno ai seggi “per controllare i non cittadini”) mostra quanto la frontiera tra repressione migratoria e intimidazione politica sia ormai sottile.

Elettoralmente, il tema è a doppio taglio. Da un lato galvanizza la base trumpiana, che vede nella durezza contro migranti e manifestanti un segno di forza; dall’altro, rischia di mobilitare un elettorato urbano, giovane, latino e afroamericano che ha già dimostrato di reagire alle violenze di polizia trasformando la rabbia in voto.

Per i #Democratici, restare prudenti significa perdere credibilità; schierarsi apertamente contro ICE e la militarizzazione può però costare consensi in stati chiave dove la paura è diventata l’argomento centrale della destra.​

Sul piano giuridico, l’uso di #ICE come braccio armato interno alimenta un clima da emergenza, ma non offre un appiglio legale reale per rinviare o annullare le elezioni di midterm di novembre 2026. La data delle midterm è fissata dal Congresso, l’amministrazione è in mano agli stati e non esiste oggi alcun potere presidenziale diretto per sospenderle o cancellarle, come ricordano costituzionalisti e fact-check indipendenti che hanno demolito le allusioni a “Big Beautiful Bill” o a stati d’emergenza estesi.

Il pericolo non è tanto l’annullamento formale del voto, quanto il suo svuotamento materiale: intimidazione ai seggi, presenze minacciose di agenti, gestione caotica delle proteste, nuove restrizioni sul diritto di manifestare e sorveglianza capillare possono ridurre l’affluenza e selezionare chi ha realmente la forza, o il coraggio, di recarsi alle urne. È, in altre parole, una strategia di erosione lenta e progressiva della democrazia, che mira a rendere “normale” ciò che fino a ieri sarebbe stato impensabile.​

Quello che accade con ICE negli Stati Uniti non resta mai confinato entro i confini nazionali. Quando la prima potenza mondiale legittima campi di detenzione disumani, uso sproporzionato della forza e repressione violenta delle proteste, manda un messaggio potente a tutti i governi tentati dall’inasprire le proprie politiche di sicurezza: se lo fanno loro, lo possiamo fare anche noi.

È così che, lentamente, il linguaggio dei diritti umani viene sostituito da quello del controllo; il migrante, il manifestante, il giornalista scomodo diventano variazioni di un’unica figura da neutralizzare. Per questo la battaglia contro la violenza di ICE non riguarda solo chi rischia di finire su un pullman per il confine, ma chiunque tenga ancora a uno spazio pubblico in cui dissentire non sia considerato un reato, ma un diritto.​

#ICE #USA #Midterm #Politica #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni

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(192)

(M1)

A Minneapolis, a pochi isolati dal punto in cui fu ucciso George Floyd, un’agente dell’ #ICE ha sparato e ucciso una donna di 37 anni durante una maxi‑operazione anti‑migranti, colpendola alla testa mentre era alla guida della sua auto. Il suo nome era Renee Nicole Good ed era disarmata, identificata da più testimoni e da rappresentanti politici come una osservatrice legale presente per monitorare l’azione federale, non per minacciare nessuno. L’ennesima uccisione a freddo, nel solco di una repressione sempre più brutale, rischia di incendiare ancora una volta il tessuto sociale degli Stati Uniti nei prossimi mesi.​

L’ICE sostiene che la donna stesse tentando di investire gli agenti, ma i video circolati online mostrano un’auto che si muove lentamente e un agente che spara in testa mentre il veicolo prova ad allontanarsi, una versione che molti leader locali definiscono inaccettabile e menzognera.

Il sindaco ha chiesto apertamente agli agenti federali di “andarsene affanculo fuori da #Minneapolis e dal Minnesota”, accusandoli di seminare caos e violenza in una città che porta ancora le cicatrici del 2020. I democratici parlano di “esecuzione” e di uso temerario della forza, mentre dalla Casa Bianca di #Trump arrivano dichiarazioni che bollano le proteste come “terrorismo interno”, capovolgendo la realtà e criminalizzando il dissenso.​

Minneapolis non è un luogo qualsiasi: è il simbolo dell’omicidio di George Floyd e dell’esplosione di “Black Lives Matter”, e tornare a vedere una persona uccisa da un agente, a pochi isolati da lì, apre ferite mai rimarginate.

(M2)

Negli ultimi mesi, almeno una decina di sparatorie che coinvolgono agenti federali in operazioni migratorie sono state segnalate dai media, segno di un clima in cui l’uso letale della forza contro corpi percepiti come “sacrificabili” sta diventando routine.

Le prime ore dopo l’uccisione hanno visto nascere veglie, cortei, blocchi simbolici di edifici federali e proteste in altre città, con una parola d’ordine chiara: “ICE out of our cities”.​​ L’episodio arriva nel pieno di una nuova stretta federale sull’immigrazione, alimentata da una retorica razzista contro la comunità somala e da scandali usati come pretesto per un intervento muscolare di Trump sul territorio. È prevedibile un rafforzamento dei movimenti abolizionisti e delle reti di difesa dei migranti, che già ora chiedono lo smantellamento dell’ICE e il ritiro delle forze federali dalle città, trasformando il caso di Renee Nicole Good in un simbolo nazionale.

In questo scenario, lo scontro tra amministrazioni locali e governo federale rischia di radicalizzarsi: sindaci, governatori e consigli comunali si trovano stretti tra la pressione delle comunità e la linea dura della Casa Bianca, creando un conflitto istituzionale che alimenterà mobilitazioni, boicottaggi e campagne di disobbedienza civile.​

Quando un governo difende l’uccisione di una donna disarmata e definisce “terrorista” chi protesta, non sta solo coprendo un crimine: sta normalizzando l’idea che alcuni corpi possano essere eliminati senza processo, senza domande, senza memoria. Il fatto che una osservatrice legale, presente per tutelare diritti fondamentali, venga abbattuta come un bersaglio qualsiasi dice molto sul livello di disumanizzazione raggiunto dalla macchina della deportazione e del controllo. Nei prossimi mesi, gli Stati Uniti si muoveranno su un crinale pericoloso: da un lato una società sempre più abituata a vedere immagini di esecuzioni in diretta, dall’altro comunità che rifiutano di accettare l’idea che lo Stato possa sparare a chi osserva, filma, documenta.​

Minneapolis sembra lontana, ma ciò che accade lì parla anche all’Europa e all’Italia, dove la logica dell’“emergenza migranti” viene usata per giustificare respingimenti, morti in mare, abusi ai confini e nei CPR (pure vuoti e pure all'estero.) Se oggi un’agente federale può sparare alla testa di una donna che documenta un’operazione, domani chiunque alzi un telefono, una penna, una telecamera per raccontare può diventare un bersaglio: è questo il messaggio più inquietante che arriva dagli Stati Uniti, la più grande anti-democrazia del mondo.​

#Blog #USA #Minneapolis #ICE #DirittiCivili #DirittiUmani #Opinioni

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(191)

(M1)

L’attacco #USA al #Venezuela, con la cattura di Nicolás Maduro annunciata trionfalmente da Trump come “large scale strike” contro un “narco-dittatore”, rappresenta un’escalation brutale dell’unilateralismo armato di Washington, ignorando ogni norma di sovranità e diritto internazionale.​ Raid mirati su Caracas hanno provocato esplosioni multiple, blackout diffusi e sorvoli di velivoli a bassa quota, spingendo il governo venezuelano a dichiarare lo stato di emergenza e a richiedere prove di vita del presidente e della moglie.​ Personalmente non ho mai difeso Maduro né il suo regime, ma l’azione USA non è il modo per riportare la democrazia in Venezuela: semmai ne compromette ogni possibilità.​ L’operazione non ha mandato ONU (cosa di cui a Trump non frega nulla) rené risponde a un’aggressione diretta: trasforma semplici accuse federali USA per narcotraffico (già sanzionate con una taglia da 15 milioni di dollari) in pretesto per un blitz militare extraterritoriale contro un capo di Stato in carica. Anche governi latinoamericani anti-Maduro, da Bogotá a Lima, avevano respinto l’intervento armato temendo effetti domino su migrazioni e instabilità regionale.​ La deposizione del leader non dissolve il “chavismo”, nell’apparato militare e tanto meno le milizie dei narcotrafficanti: lo scenario più probabile è frammentazione dello Stato, guerre a bassa intensità per risorse petrolifere e un nuovo esodo massiccio verso Colombia, Brasile e Caraibi. L’opposizione civile resta schiacciata tra ingerenza esterna e poteri armati locali.​ La regione reagisce con ostilità compatta: Brasile, Messico e persino Cuba denunciano un attacco alla sovranità di tutti. La Cina consoliderà crediti energetici, presentandosi come alternativa “prudente” all’impulsività USA e la Russia potrebbe offrire silo politico per i componenti del governo Maduro. Una transizione fragile sotto tutela esterna, una “balcanizzazione de facto” con gang e milizie, o un nuovo generale “filo-USA” che garantisce ordine in cambio di legittimità sono gli aspetti più probabili dopo questo attacco. In ogni caso, Washington ripete ciò che fatto inIraq e Libia, usando missili e commando per risolvere il “problema” del giorno, ma seminando un caos che non ha una data di fine.​

(M2)

Questa non è difesa della democrazia, ma imperialismo senza vergogna: bombardare un Paese, sequestrare un presidente, chiamare vittoria il disastro che segue. Un boomerang geopolitico che erode la credibilità USA più di qualsiasi propaganda chavista.​ Ma potevamo, di certo, aspettarcelo.

#Blog #USA #Venezuela #Geopolitica #Sudamerica #Opinioni

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Il discorso alla nazione di #DonaldTrump del 17 dicembre 2025, trasmesso in prima serata dalla Diplomatic Room (con decorazioni natalizie perlomeno incongruenti), è durato meno di 20 minuti, ma ha condensato un tono visibilmente frustrato, aggressivo e autocelebrativo. Trump ha puntato il dito contro i democratici e Joe Biden con frasi ripetute come “Ho ereditato un disastro totale” e “È tutta colpa loro”, apparendo “arrabbiato e sulla difensiva” secondo le cronache dei media.

Questo stile, lontano da un sobrio aggiornamento sullo stato dell'Unione, sembrava mirare a placare i malumori crescenti tra gli elettori per il carovita persistente e le delusioni economiche, invitando gli americani alla “pazienza” in attesa di un futuro “boom senza precedenti”. Ha chiuso con un appello patriottico, esaltando l'“America prima di tutto”, ma il suo cipiglio tradiva insicurezze sul consenso interno in calo.​ Il discorso è stato un autentico tripudio di superlativi e iperboli, tipico del repertorio trumpiano.

Ha descritto il confine meridionale come “il più sicuro della storia americana”, l'economia “tornata più forte che mai”, con “prezzi che calano a velocità record”, “salari che crescono più dell'inflazione per la prima volta in anni” e un “boom economico senza precedenti” realizzato in soli 11 mesi di mandato. Trump ha vantato 18.000 miliardi di dollari di investimenti privati attratti grazie ai dazi (definita la sua “parola preferita”, come se non si fosse capito) e ha rivendicato di aver “risolto otto guerre calde nel mondo”, inclusa una presunta pace stabile a #Gaza, portando “pace duratura in Medio Oriente per la prima volta nella storia”.

Non sono mancati annunci come il “warrior dividend” di 1.776 dollari (un numero simbolico per l'anno della dichiarazione d'indipendenza) per ogni militare, con assegni “già spediti per Natale”, esaltando un'America che “fa invidia al mondo intero” e che “tornerà grande come mai prima”. Queste affermazioni, pronunciate con enfasi teatrale, ignorano del tutto le complessità reali.​

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Il tycoon ha scaricato sistematicamente ogni problema economico e sociale sul predecessore #Biden, dipingendolo come responsabile di un'“invasione barbarica” alle frontiere, un “caos economico totale”, con un’inflazione “alle stelle come mai vista” e “mayhem” nei quartieri urbani. Ha deriso il suo predecessore per aver implorato al Congresso aiuti sul confine, sostenendo che bastava “un nuovo leader forte come me” per chiuderlo ermeticamente in soli sette mesi, riducendo i flussi di droga del 94% e fermando “milioni di criminali”.

Queste narrazioni distorcono i fatti storici: l'inflazione era già stabilizzata al 3% annuo all'insediamento di Trump a gennaio 2025, ereditata dal post-pandemia e dalle politiche globali, non un “disastro esclusivo” di Biden. Similmente, i flussi migratori erano in calo pre-Trump grazie a accordi messicani, e le accuse di “invasione” si basano su numeri gonfiati, come confermato da fact-check indipendenti.​

Un capitolo a parte merita l'incapacità cronica di Trump nel gestire le relazioni internazionali, nonostante le millanterie. Ha vantato di aver “risolto otto guerre” e portato “pace duratura in Medio Oriente”, con #Gaza come “trionfo personale” grazie a presunte mediazioni USA. In realtà, il conflitto in #Ucraina persiste senza tregue stabili, con aiuti militari USA in stallo; a Gaza, le escalation israeliane continuano con centinaia di vittime civili, mentre i raid USA in Yemen hanno solo intensificato le tensioni con gli Houthi anziché risolverle.

Le sue “storiche paci” con nazioni arabe del primo mandato sono rimaste fragili e unilaterali, senza affrontare il nodo palestinese. Intanto, le elazioni con #Cina e alleati #NATO si sono deteriorate per dazi protezionistici e minacce di ritiri, lasciando gli USA più isolati diplomaticamente e con costi militari in aumento del 15% per operazioni “unilaterali”.

Questa politica erratica ha alimentato instabilità globale, contraddicendo le promesse di “pace attraverso la forza”.​ Contrariamente alle iperboli, i numeri del primo anno di Trump deludono clamorosamente le attese. Il PIL ha contratto dello 0,3% nel primo trimestre 2025 a causa dell'afflusso massiccio di import pre-dazi, con rischi di recessione che hanno portato a una crescita anemica del 3%, ma solo grazie a import in calo e non a investimenti strutturali. L'inflazione resta ferma al 3% annuo a settembre (lontana dal “prezzi in calo” promesso). La disoccupazione è salita al 4,6% a novembre, ai massimi dal 2021, con un mercato del lavoro in indebolimento, licenziamenti nel settore tech e consumi al palo.

Gli investimenti vantati sono gonfiati: annunci non vincolanti, stimati realisticamente al massimo 7-9 trilioni, non i 18 promessi, mentre i salari crescono ma non compensano i rincari energetici. I fact-check confermano: l'economia arranca tra tariffe, incertezze e debiti pubblici alle stelle.​

Questo sproloquio riflette la narrazione trumpiana classica: trionfalistica, divisiva e smentita dai fatti. Trump vanta lodi dall'estero da leader come #GiorgiaMeloni, che lo esaltano pubblicamente per interessi economici (evitare dazi punitivi su export di auto Fiat, vino e macchinari) e strategici, come il supporto #NATO contro la Russia, ma si tratta di puro servilismo opportunistico. Meloni ha scritto su “X” “...Trump ha reso l'America forte di nuovo”, ignorando come le politiche protezioniste USA stiano causando rincari energetici in Europa e tensioni nel Mediterraneo, danneggiando Roma con bollette alle stelle e instabilità migratoria. Simili elogi da Orban o Netanyahu mascherano calcoli cinici, non ammirazione genuina. Gli americani, intanto, pagano costi elevati, crescita fiacca, caos internazionale e un'amministrazione isolata, con l'opinione pubblica in calo al 42%.

È ora di distinguere retorica da realtà.  E sarebbe sempre il momento di imparare a fare da soli, che è meglio che essere accompagnati da un ballista dilettante.

#Blog #USA #Trump #Politica #Economia #Esteri #Opinioni

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Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra #Italia e Stati Uniti si sono rapidamente rafforzati, diventando uno dei pilastri della politica estera italiana e della sicurezza europea. L’Italia, uscita dal conflitto profondamente segnata e con un sistema politico in ricostruzione, ha trovato negli Stati Uniti un alleato strategico fondamentale per la propria ricostruzione economica e per la stabilità democratica.​ Nel 1949, l’Italia fu tra i fondatori della #NATO, alleanza militare occidentale nata per contrastare l’espansione del blocco sovietico. Questa scelta rifletteva la volontà italiana di allinearsi politicamente e militarmente all’Occidente, in particolare agli Stati Uniti.

L’Italia divenne così un avamposto strategico per la NATO nel #Mediterraneo e un punto di riferimento per la sicurezza europea, ospitando basi militari statunitensi e partecipando a numerose operazioni internazionali.​ La cooperazione militare tra Italia e #USA si è consolidata negli anni attraverso accordi bilaterali e multilaterali, condividendo tecnologie, strategie e obiettivi di sicurezza. L’Italia ha partecipato a missioni #NATO nei Balcani, Afghanistan e Libia, dimostrando il proprio impegno nel sistema di difesa collettiva occidentale. Tuttavia, questa stretta alleanza ha anche sollevato critiche: va sottolineato come il nostro paese, soprattutto nell’ambito della difesa, abbia spesso seguito la linea statunitense, con una limitazione della propria autonomia strategica.​ Parallelamente a questa mansione, la cooperazione economica tra Italia e USA si è intensificata dopo la guerra, con il “Piano Marshall” che ha sostenuto la ricostruzione italiana e favorito la crescita industriale.

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Negli ultimi decenni, si è consolidata una visione per cui l’Italia sarebbe “succube” degli Stati Uniti anche in ambito economico, dipendendo da scelte e pressioni statunitensi in settori come energia, tecnologia e politica monetaria.​ La guerra in #Ucraina ha riportato al centro il ruolo della NATO e la posizione dell’Italia. Roma, pur esprimendo solidarietà all’Ucraina, ha mostrato una certa prudenza nelle decisioni militari, preferendo seguire le iniziative europee e atlantiche piuttosto che prendere iniziative autonome.

Il nostro Stato sostiene le sanzioni contro la Russia e partecipa ai programmi di aiuto militare all’Ucraina, ma la sua posizione resta spesso condizionata dalle linee guida di Bruxelles e Washington.​ La crisi ucraina ha anche messo in evidenza le divisioni all’interno dell’UE, con l’Italia che cerca di bilanciare il sostegno all’Ucraina con la ricerca di una soluzione diplomatica, talvolta proponendosi come mediatore. La stretta dipendenza dall’asse transatlantico rende difficile una politica estera completamente autonoma, soprattutto in materia di sicurezza.​

Il governo Meloni ha confermato l’impegno atlantista e la stretta collaborazione con gli Stati Uniti. La Premier ha mantenuto una linea di sostegno agli aiuti occidentali all’Ucraina, pur dialogando con figure della destra globale come Donald Trump. In particolare, la reciproca stima tra Meloni e Trump ha suscitato interesse per le possibili implicazioni di un’alleanza tra la destra italiana e quella americana, anche in vista di nuove elezioni negli USA.​

Meloni ha ottenuto un canale privilegiato con ambienti conservatori statunitensi, mostrando una certa apertura verso il mondo della destra globale, pur mantenendo la linea europeista e atlantista. Questo atteggiamento riflette una strategia di bilanciamento tra autonomia nazionale e fedeltà agli alleati storici, in un contesto internazionale sempre più polarizzato.​

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Il governo Meloni, pur presentandosi come promotore di una visione sovranista e nazionale, ha in realtà confermato e rafforzato una dipendenza strategica dagli Stati Uniti, soprattutto in ambito militare e diplomatico.

La scelta di mantenere un atteggiamento atlantista e di coltivare rapporti privilegiati con figure della destra americana sembra contraddire la retorica dell’autonomia nazionale, trasformando la politica estera italiana in un riflesso delle scelte statunitensi, anche quando ciò comporta una riduzione della capacità di mediazione e di proposta autonoma dell’Italia sul palcoscenico internazionale.

Questo atteggiamento fa comprendere che, dietro ai discorsi sul sovranismo ed il patriottismo (che spesso hanno una connotazione che rasenta l’apologia del fascismo), si celi in realtà una subordinazione agli interessi dell’alleato americano, con conseguenze non sempre trasparenti per la politica estera e la sicurezza del paese.​

E, di certo, l’attuale esecutivo non nasconde questa sua inclinazione. Anzi, la sbandiera come un punto di forza, quando in realtà i segnali che provengono dall’amministrazione Trump, tendono a rendere sempre più marginale il ruolo della UE e, di conseguenza, del nostro paese. C’è da chiedersi se il modo di operare del governo non sia, a questo punto, profondamente dilettantesco, con le conseguenze che vediamo ogni giorno. Non serve nemmeno un’analisi troppo professionale per evidenziarlo. Basta un minimo di buon senso.

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