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DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo GAUDIUM ET SPES (7 dicembre 1965)

Promuovere il bene comune 26 Dall'interdipendenza sempre più stretta e piano piano estesa al mondo intero deriva che il bene comune – cioè l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente – oggi vieppiù diventa universale, investendo diritti e doveri che riguardano l'intero genere umano.

Pertanto ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell'intera famiglia umana [Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl. Mater et Magistra]. Contemporaneamente cresce la coscienza dell'eminente dignità della persona umana, superiore a tutte le cose e i cui diritti e doveri sono universali e inviolabili. Occorre perciò che sia reso accessibile all'uomo tutto ciò di cui ha bisogno per condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito, l'abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, il diritto all'educazione, al lavoro, alla reputazione, al rispetto, alla necessaria informazione, alla possibilità di agire secondo il retto dettato della sua coscienza, alla salvaguardia della vita privata e alla giusta libertà anche in campo religioso.

L'ordine sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, poiché l'ordine delle cose deve essere subordinato all'ordine delle persone e non l'inverso, secondo quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato [Cf. Mc 2,27]. Quell'ordine è da sviluppare sempre più, deve avere per base la verità, realizzarsi nella giustizia, essere vivificato dall'amore, deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà [Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl. Pacem in terris].

Per raggiungere tale scopo bisogna lavorare al rinnovamento della mentalità e intraprendere profondi mutamenti della società. Lo Spirito di Dio, che con mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a questa evoluzione.

Il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell'uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità.

Rispetto della persona umana 27 Scendendo a conseguenze pratiche di maggiore urgenza, il Concilio inculca il rispetto verso l'uomo: ciascuno consideri il prossimo, nessuno eccettuato, come un altro «se stesso», tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari per viverla degnamente [Cf. Gc 2,15-16], per non imitare quel ricco che non ebbe nessuna cura del povero Lazzaro [Cf. Lc 16,19-31]. Soprattutto oggi urge l'obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio abbandonato da tutti, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o esiliato, o fanciullo nato da un'unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: «Quanto avete fatto ad uno di questi minimi miei fratelli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40). Inoltre tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l'aborto, l'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Mentre guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l'onore del Creatore.

Il rispetto e l'amore per gli avversari 28 Il rispetto e l'amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo.

Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi è l'amore stesso che spinge i discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva. Ma occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose [Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl. Pacem in terris].

Solo Dio è giudice e scrutatore dei cuori; perciò ci vieta di giudicare la colpevolezza interiore di chiunque [Cf. Lc 6,37-38; Mt 7,1-2; Rm 2,1-11; 14,10-12]. La dottrina del Cristo esige che noi perdoniamo anche le ingiurie [Cf. Mt 5,45-47] e il precetto dell'amore si estende a tutti i nemici; questo è il comandamento della nuova legge: «Udiste che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi odiano e pregate per i vostri persecutori e calunniatori» (Mt 5,43).

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Approfondimenti

Ogni persona nasce e vive in una comunità. Si sviluppa così la consapevolezza di una interdipendenza della persona umana e della società, riconoscendo la moltiplicazione dei legami sociali nel mondo moderno, l’impegno di dichiarare ed osservare i diritti e doveri della persona umana, il carattere evolutivo dell'ordine sociale, la responsabilità del bene comune e del suo carattere universale.

Ne derivano orientamenti pratici: il rispetto della persona umana; il rispetto dell'avversario; l'amore verso i nemici; l’uguaglianza fondamentale tra tutti gli uomini.


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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo GAUDIUM ET SPES (7 dicembre 1965)

PARTE I – CAPITOLO II – LA COMUNITÀ DEGLI UOMINI

Che cosa intende il Concilio 23 Il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto contribuisce il progresso tecnico contemporaneo.

Tuttavia il fraterno dialogo tra gli uomini non trova il suo compimento in tale progresso, ma più profondamente nella comunità delle persone, e questa esige un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale. La Rivelazione cristiana dà grande aiuto alla promozione di questa comunione tra persone; nello stesso tempo ci guida ad un approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale, scritte dal Creatore nella natura spirituale e morale dell'uomo.

Siccome documenti recenti del magistero della Chiesa hanno esposto diffusamente la dottrina cristiana circa l'umana società [Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl. Mater et Magistra, 15 maggio 1961: AAS 53 (1961), pp. 401-464, e Encicl. Pacem in terris, 11 apr. 1963: AAS 55 (1963), pp. 257-304; PAOLO VI, Encicl. Ecclesiam Suam, 6 ag. 1964: AAS 56 (1964), pp. 609-659], il Concilio ricorda solo alcune verità più importanti e ne espone i fondamenti alla luce della Rivelazione.

Insiste poi su certe conseguenze che sono particolarmente importanti per il nostro tempo.

L'indole comunitaria dell'umana vocazione nel piano di Dio 24 Iddio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli. Tutti, infatti, creati ad immagine di Dio «che da un solo uomo ha prodotto l'intero genere umano affinché popolasse tutta la terra» (At 17,26), sono chiamati al medesimo fine, che è Dio stesso. Perciò l'amor di Dio e del prossimo è il primo e più grande comandamento. La sacra Scrittura, da parte sua, insegna che l'amor di Dio non può essere disgiunto dall'amor del prossimo, «e tutti gli altri precetti sono compendiati in questa frase: amerai il prossimo tuo come te stesso. La pienezza perciò della legge è l'amore» (Rm 13,9); (1Gv 4,20).

È evidente che ciò è di grande importanza per degli uomini sempre più dipendenti gli uni dagli altri e per un mondo che va sempre più verso l'unificazione.

Anzi, il Signore Gesù, quando prega il Padre perché «tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola» (Gv 17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l'unione delle Persone divine e l'unione dei figli di Dio nella verità e nell'amore.

Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé [Cf. Lc 17,33].

Interdipendenza della persona e della umana società 25 Dal carattere sociale dell'uomo appare evidente come il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società siano tra loro interdipendenti.

Infatti, la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d'una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali [Cf. S. TOMMASO, I Ethic., Lez. 1].

Poiché la vita sociale non è qualcosa di esterno all'uomo, l'uomo cresce in tutte le sue capacità e può rispondere alla sua vocazione attraverso i rapporti con gli altri, la reciprocità dei servizi e il dialogo con i fratelli. Tra i vincoli sociali che sono necessari al perfezionamento dell'uomo, alcuni, come la famiglia e la comunità politica, sono più immediatamente rispondenti alla sua natura intima; altri procedono piuttosto dalla sua libera volontà.

In questo nostro tempo, per varie cause, si moltiplicano rapporti e interdipendenze, dalle quali nascono associazioni e istituzioni diverse di diritto pubblico o privato.

Questo fatto, che viene chiamato socializzazione, sebbene non manchi di pericoli, tuttavia reca in sé molti vantaggi nel rafforzamento e accrescimento delle qualità della persona umana e nella tutela dei suoi diritti [Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl. Mater et Magistra: AAS 53 (1961), pp. 418; PIO XI, Encicl. Quadragesimo anno, 15 maggio 1931: AAS 23 (1931), p. 222ss]. Ma se le persone umane ricevono molto da tale vita sociale per assolvere alla propria vocazione, anche religiosa, non si può tuttavia negare che gli uomini dal contesto sociale nel quale vivono e sono immersi fin dalla infanzia, spesso sono sviati dal bene e spinti al male.

È certo che i perturbamenti, così frequenti nell'ordine sociale, provengono in parte dalla tensione che esiste in seno alle strutture economiche, politiche e sociali.

Ma, più radicalmente, nascono dalla superbia e dall'egoismo umano, che pervertono anche l'ambiente sociale. Là dove l'ordine delle cose è turbato dalle conseguenze del peccato, l'uomo già dalla nascita incline al male, trova nuovi incitamenti al peccato, che non possono esser vinti senza grandi sforzi e senza l'aiuto della grazia.

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Approfondimenti

  • Si presenta la natura relazionale dell’essere umano e la si radica nella immagine trinitaria di Dio nell’uomo. Opportunità di valorizzare oggi, in molti ambiti, la prospettiva relazionale.

  • La vita sociale, politica, l’organizzazione comunitaria a vari livelli, ecc. sono tutti aspetti della vocazione dell’uomo, perché promanano dal suo essere immagine di Dio.

  • Tale natura relazionale ha una dimensione di responsabilità: ciò che l’uomo fa nel bene o nel male ha ripercussioni su tutti. Il peccato ha anche una dimensione sociale. Si tratta di una prospettiva recentemente ribadita con forza da papa Francesco nella Laudato si’

  • Vi sono ambiti anche dell’apostolato, in cui valorizzare la prospettiva comunitaria e relazionale. Nessuno si salva da solo. Ancor prima, nessuno può crescere e maturare da solo. Ciascuno ha bisogno del sostegno degli altri. Si segue Cristo quando si incontra una comunità in cui Cristo è seguito ed è presente. occorre vedere in modo armonico e non conflittuale il rapporto fra dimensione personale e dimensione comunitaria della fede.

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo GAUDIUM ET SPES (7 dicembre 1965)

Il mistero della morte 18 In faccia alla morte l'enigma della condizione umana raggiunge il culmine.

L'uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva.

Ma l'istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l'idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona.

Il germe dell'eternità che porta in sé, irriducibile com'è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell'uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene. Inoltre la fede cristiana insegna che la morte corporale, dalla quale l'uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato [Cf. Sap 1,13; 2,23-24; Rm 5,21; 6,23; Gc 1,15], sarà vinta un giorno, quando l'onnipotenza e la misericordia del Salvatore restituiranno all'uomo la salvezza perduta per sua colpa. Dio infatti ha chiamato e chiama l'uomo ad aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l'ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, liberando l'uomo dalla morte mediante la sua morte [Cf. 1 Cor 15,56-57].

Pertanto la fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già strappati dalla morte, dandoci la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio.

Forme e radici dell'ateismo 19 L'aspetto più sublime della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio.

Se l'uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore, non cessa di dargli l'esistenza; e l'uomo non vive pienamente secondo verità se non riconosce liberamente quell'amore e se non si abbandona al suo Creatore. Molti nostri contemporanei, tuttavia, non percepiscono affatto o esplicitamente rigettano questo intimo e vitale legame con Dio: a tal punto che l'ateismo va annoverato fra le realtà più gravi del nostro tempo e va esaminato con diligenza ancor maggiore. Con il termine «ateismo» vengono designati fenomeni assai diversi tra loro.

Alcuni atei, infatti, negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l'uomo non possa dir niente di lui; altri poi prendono in esame i problemi relativi a Dio con un metodo tale che questi sembrano non aver senso. Molti, oltrepassando indebitamente i confini delle scienze positive, o pretendono di spiegare tutto solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta. Alcuni tanto esaltano l'uomo, che la fede in Dio ne risulta quasi snervata, inclini come sono, a quanto sembra, ad affermare l'uomo più che a negare Dio.

Altri si creano una tale rappresentazione di Dio che, respingendolo, rifiutano un Dio che non è affatto quello del Vangelo. Altri nemmeno si pongono il problema di Dio: non sembrano sentire alcuna inquietudine religiosa, né riescono a capire perché dovrebbero interessarsi di religione. L'ateismo inoltre ha origine sovente, o dalla protesta violenta contro il male nel mondo, o dall'aver attribuito indebitamente i caratteri propri dell'assoluto a qualche valore umano, così che questo prende il posto di Dio. Perfino la civiltà moderna, non per sua essenza, ma in quanto troppo irretita nella realtà terrena, può rendere spesso più difficile l'accesso a Dio.

Senza dubbio coloro che volontariamente cercano di tenere lontano Dio dal proprio cuore e di evitare i problemi religiosi, non seguendo l'imperativo della loro coscienza, non sono esenti da colpa; tuttavia in questo campo anche i credenti spesso hanno una certa responsabilità.

Infatti l'ateismo, considerato nel suo insieme, non è qualcosa di originario, bensì deriva da cause diverse, e tra queste va annoverata anche una reazione critica contro le religioni, anzi in alcune regioni, specialmente contro la religione cristiana.

Per questo nella genesi dell'ateismo possono contribuire non poco i credenti, nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione.

L'ateismo sistematico 20Ma l'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.

L'ateismo moderno si presenta spesso anche in una forma sistematica, secondo cui, oltre ad altre cause, l'aspirazione all'autonomia dell'uomo viene spinta a un tal punto, da far ostacolo a qualunque dipendenza da Dio. Quelli che professano un tale ateismo sostengono che la libertà consista nel fatto che l'uomo sia fine a se stesso, unico artefice e demiurgo della propria storia; cosa che non può comporsi, così essi pensano, con il riconoscimento di un Signore, autore e fine di tutte le cose, o che almeno rende semplicemente superflua tale affermazione.

Una tale dottrina può essere favorita da quel senso di potenza che l'odierno progresso tecnico ispira all uomo. Tra le forme dell'ateismo moderno non va trascurata quella che si aspetta la liberazione dell'uomo soprattutto dalla sua liberazione economica e sociale La religione sarebbe di ostacolo, per natura sua, a tale liberazione, in quanto, elevando la speranza dell'uomo verso il miraggio di una vita futura, la distoglierebbe dall'edificazione della città terrena.

Perciò i fautori di tale dottrina, là dove accedono al potere, combattono con violenza la religione e diffondono l'ateismo anche ricorrendo agli strumenti di pressione di cui dispone il potere pubblico, specialmente nel campo dell'educazione dei giovani.

Atteggiamento della Chiesa di fronte all'ateismo. 21 La Chiesa, fedele ai suoi doveri verso Dio e verso gli uomini, non può fare a meno di riprovare, come ha fatto in passato [Cf. PIO XI, Encicl. Divini Redemptoris, 19 marzo 1937: AAS 29 (1937), pp. 65-106 [in parte Dz 3771-74]; PIO XII, Encicl. Ad Apostolorum Principis, 29 giugno 1958: AAS 50 (1958), pp. 601-614; GIOVANNI XXIII, Encicl. Mater et Magistra, 15 maggio 1961: AAS 53 (1961), pp. 451-453; PAOLO VI, Encicl. Ecclesiam Suam, 6 ag. 1964: AAS 56 (1964), pp. 651-653], con tutta fermezza e con dolore, quelle dottrine e quelle azioni funeste che contrastano con la ragione e con l'esperienza comune degli uomini e che degradano l'uomo dalla sua innata grandezza. Si sforza tuttavia di scoprire le ragioni della negazione di Dio che si nascondono nella mente degli atei e, consapevole della gravità delle questioni suscitate dall'ateismo, mossa dal suo amore verso tutti gli uomini, ritiene che esse debbano meritare un esame più serio e più profondo. La Chiesa crede che il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità dell'uomo, dato che questa dignità trova proprio in Dio il suo fondamento e la sua perfezione. L'uomo infatti riceve da Dio Creatore le doti di intelligenza e di libertà ed è costituito nella società; ma soprattutto è chiamato alla comunione con Dio stesso in qualità di figlio e a partecipare alla sua stessa felicità. Inoltre la Chiesa insegna che la speranza escatologica non diminuisce l'importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno dell'attuazione di essi.

Al contrario, invece, se manca la base religiosa e la speranza della vita eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come si constata spesso al giorno d'oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione. E intanto ciascun uomo rimane ai suoi propri occhi un problema insoluto, confusamente percepito. Nessuno, infatti, in certe ore e particolarmente in occasione dei grandi avvenimenti della vita può evitare totalmente quel tipo di interrogativi sopra ricordato.

A questi problemi soltanto Dio dà una risposta piena e certa, lui che chiama l'uomo a una riflessione più profonda e a una ricerca più umile. Quanto al rimedio all'ateismo, lo si deve attendere sia dall'esposizione adeguata della dottrina della Chiesa, sia dalla purezza della vita di essa e dei suoi membri. La Chiesa infatti ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e il Figlio suo incarnato, rinnovando se stessa e purificandosi senza posa sotto la guida dello Spirito Santo [Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, cap. I, n. 8].

Ciò si otterrà anzi tutto con la testimonianza di una fede viva e adulta, vale a dire opportunamente formata a riconoscere in maniera lucida le difficoltà e capace di superarle.

Di una fede simile han dato e danno testimonianza sublime moltissimi martiri.

Questa fede deve manifestare la sua fecondità, col penetrare l'intera vita dei credenti, compresa la loro vita profana, e col muoverli alla giustizia e all'amore, specialmente verso i bisognosi.

Ciò che contribuisce di più, infine, a rivelare la presenza di Dio, è la carità fraterna dei fedeli che unanimi nello spirito lavorano insieme per la fede del Vangelo [Cf. Fil 1,27] e si presentano quale segno di unità. La Chiesa, poi, pur respingendo in maniera assoluta l'ateismo, tuttavia riconosce sinceramente che tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono contribuire alla giusta costruzione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme: ciò, sicuramente, non può avvenire senza un leale e prudente dialogo. Essa pertanto deplora la discriminazione tra credenti e non credenti che alcune autorità civili ingiustamente introducono, a danno dei diritti fondamentali della persona umana. Rivendica poi, in favore dei credenti, una effettiva libertà, perché sia loro consentito di edificare in questo mondo anche il tempio di Dio. Quanto agli atei, essa li invita cortesemente a volere prendere in considerazione il Vangelo di Cristo con animo aperto.

La Chiesa sa perfettamente che il suo messaggio è in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano quando essa difende la dignità della vocazione umana, e così ridona la speranza a quanti ormai non osano più credere alla grandezza del loro destino.

Il suo messaggio non toglie alcunché all'uomo, infonde invece luce, vita e libertà per il suo progresso, e all'infuori di esso, niente può soddisfare il cuore dell'uomo: «Ci hai fatto per te», o Signore, «e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te» [S. AGOSTINO, Confess., I,1: PL 32, 661].

Cristo, l'uomo nuovo. 22 In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.

Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro [Cf. Rm 5,14. Cf. TERTULLIANO, De carnis resurr., 6: “Tutto quello che il fango significava, si riferiva a Cristo, l’uomo futuro”: PL 2, 802 (848); CSEL 47, p. 33, l. 12-13] (Rm 5,14) e cioè di Cristo Signore.

Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.

Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è «l'immagine dell'invisibile Iddio» (Col 1,15) [Cf. 2 Cor 4,4] è l'uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata [Cf. CONCILIO DI COSTANTINOP. II, can. 7: “Né il Verbo Dio passato nella natura della carne, né la carne si trasformata nella natura del Verbo”: Dz 219 (428) Collantes 4.026. – Cf. anche CONC. DI COSTANTINOP. III: “Come la santissima, immacolata, animata sua carne deificata non fu distrutta, ma rimase nel suo proprio stato e modo d’essere”: Dz 291 (556) Collantes 4.071. – Cf. CONC. DI CALCED.: “Dev’essere riconosciuto inconfusamente, immutabilmente, senza divisione, inseparabilmente in due nature”: Dz 148 (302) Collantes 4.012] per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.

Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con volontà d'uomo [Cf. CONC. DI COSTANTINOP. III: “Così non stata distrutta la sua volontà umana”: Dz 291 (556) Collantes 4.071] ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato [Cf. Eb 4,15]. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi [Cf. 2 Cor 5,18-19; Col 1,20-22] e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio «mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal 2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme [Cf. 1 Pt 2,21; Mt 16,24; Lc 14,27] ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato.

Il cristiano poi, reso conforme all'immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm 8,23) [Cf. Rm 8,29; Col 1,18] per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell'amore [Cf. Rm 8,1-11].

In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef 1,14), tutto l'uomo viene interiormente rinnovato, nell'attesa della «redenzione del corpo» (Rm 8,23): «Se in voi dimora lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morte, egli che ha risuscitato Gesù Cristo da morte darà vita anche ai vostri corpi mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi» (Rm 8,11) [Cf. 2 Cor 4,14].

Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte, così anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza [Cf. Fil 3,10; Rm 8,17].

E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia [Cf. CONC. VAT. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, cap. II, n. 16]. Cristo, infatti, è morto per tutti [Cf. Rm 8,32] e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale.

Tale e così grande è il mistero dell'uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell'enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ci ha fatto dono della vita [Cf. Liturgia Paschalis Bizantina], perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre! [Cf. Rm 8,15; Gal 4,6; Gv 1,12 e 1 Gv 3,1-2].

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Approfondimenti

  • L’essere umano attende di essere liberato anche dalla morte, che coglie come privazione, alla quale non riesce a rassegnarsi, essendo stato creato per l’eternità. La morte, rivelatrice di Dio. La saggezza che deriva dalla meditazione della morte.

  • La morte si prepara per tutta la vita: momento supremo dell’accettazione della propria creaturalità e abbandono pieno di speranza nelle mani del Creatore, anche per coloro che non hanno conosciuto Cristo.

  • Rapporti fra morte e peccato originale. Come spiegarli oggi.

  • La situazione dell’ateismo positivo oggi. L’ascesa dell’indifferentismo religioso.

  • Il fenomeno del “nuovo ateismo”. Il naturalismo sostituisce il materialismo. La religione ridicolizzata e ricategorizzata.

  • La responsabilità dei cristiani nelle cause dell’ateismo e nell’ascesa progressiva della secolarizzazione: gli spunti del testo conciliare.

  • L’ateismo positivo della modernità ha visto Dio come antagonista dell’uomo (Feuerbach, Marx, Nietzsche). Le cose stanno in modo profondamente diverso. La dignità dell’uomo e la sua libertà sono fondate su Dio: negando Dio si nega anche l’uomo. L’analisi della storia: H. de Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo.

  • Il valore della testimonianza cristiana, come argine all’ateismo. Testimonianza e predicazione. Dialogo, interesse per l’uomo, servizio, carità.

  • Un dialogo serio con l’ateismo, partendo dai valori che si desiderano difendere. Saper mostrare che solo in Dio l’essere umano trova appagate le sue profonde aspirazioni. Il Vangelo deve essere predicato, pertanto, con fiducia e con convinzione, come servizio all’uomo, con chiedendo scusa e in punta di piedi...

  • È questo uno dei punti più belli di tuta la Costituzione e probabilmente di tutto il Concilio. Viene riaffermata la convergenza di fondo fra antropologia e cristologia. La Chiesa può proporre a tutti gli uomini, con forza e con chiarezza, che solo in Cristo, l’enigma dell’uomo trova le sue risposte. La Chiesa proclama Cristo Risorto a tutti gli uomini.

  • La proposta cristiana è assolutamente universale e deve raggiungere tutti, perché tutti, anche coloro che ancora non lo sanno, sono stati creati in Cristo e sono stati redenti da Cristo. Cercare di comprendere l’uomo senza Cristo è impresa impossibile e destinata al fallimento.

  • Dio si è unito in Cristo, in certo modo ad ogni uomo. Lo Spirito ha le sue strade affinché ogni essere umano entri in rapporto con il mistero pasquale di Cristo

  • Si gettano le basi delle motivazioni profonde della dignità del lavoro umano, delle realtà terrene, della corporeità, tema di sviluppo dei numeri successivi.

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo GAUDIUM ET SPES (7 dicembre 1965)

Dignità dell'intelligenza, verità e saggezza 15 L'uomo ha ragione di ritenersi superiore a tutto l'universo delle cose, a motivo della sua intelligenza, con cui partecipa della luce della mente di Dio.

Con l'esercizio appassionato dell'ingegno lungo i secoli egli ha fatto certamente dei progressi nelle scienze empiriche, nelle tecniche e nelle discipline liberali Nell'epoca nostra, poi, ha conseguito successi notevoli particolarmente nella investigazione e nel dominio del mondo materiale.

E tuttavia egli ha sempre cercato e trovato una verità più profonda.

L'intelligenza, infatti, non si restringe all'ambito dei soli fenomeni, ma può conquistare con vera certezza la realtà intelligibile, anche se, per conseguenza del peccato, si trova in parte oscurata e debilitata. Infine, la natura intelligente della persona umana può e deve raggiungere la perfezione. Questa mediante la sapienza attrae con dolcezza la mente a cercare e ad amare il vero e il bene; l'uomo che se ne nutre è condotto attraverso il visibile all'invisibile.

L'epoca nostra, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza per umanizzare tutte le sue nuove scoperte. È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi. Inoltre va notato come molte nazioni, economicamente più povere rispetto ad altre, ma più ricche di saggezza, potranno aiutare potentemente le altre.

Col dono, poi, dello Spirito Santo, l'uomo può arrivare nella fede a contemplare e a gustare il mistero del piano divino [Cf. Sir 17,7-8].

Dignità della coscienza morale 16 Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro.

L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato [Cf. Rm 2,14-16]. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità [Cf. PIO XII, Messaggio radiofonico sulla retta formazione della coscienza cristiana nei giovani, La famiglia è la culla, 23 marzo 1952: AAS 44 (1952), p. 271].

Tramite la coscienza si fa conoscere in modo mirabile quella legge che trova il suo compimento nell'amore di Dio e del prossimo [Cf. Mt 22,37-40; Gal 5,14]. Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale. Quanto più, dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità. Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità.

Ma ciò non si può dire quando l'uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine del peccato.

Grandezza della libertà 17Ma l'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà.

I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore tale libertà, e a ragione. Spesso però la coltivano in modo sbagliato quasi sia lecito tutto quel che piace, compreso il male.

La vera libertà, invece, è nell'uomo un segno privilegiato dell'immagine divina.

Dio volle, infatti, lasciare l'uomo « in mano al suo consiglio » [Cf. Sir 15,14] che cerchi spontaneamente il suo Creatore e giunga liberamente, aderendo a lui, alla piena e beata perfezione.

Perciò la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e determinato da convinzioni personali, e non per un cieco impulso istintivo o per mera coazione esterna. L'uomo perviene a tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al suo fine mediante la scelta libera del bene e se ne procura con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti. Questa ordinazione verso Dio, la libertà dell'uomo, realmente ferita dal peccato, non può renderla effettiva in pieno se non mediante l'aiuto della grazia divina.

Ogni singolo uomo, poi, dovrà rendere conto della propria vita davanti al tribunale di Dio, per tutto quel che avrà fatto di bene e di male [Cf. 2 Cor 5,10].

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Approfondimenti

  • Si ribadisce l’impostazione realista e non solo fenomenica della conoscenza. Apertura dell’essere umano alla sapienza, non solo al sapere pragmatico e strumentale. Importanza di educare alla profondità, anche nella formazione che diamo

  • L’importanza di educare oggi ad ascoltare la coscienza. Il valore del silenzio, del raccoglimento, della profondità. Recuperare anche il pensiero classico sul valore della coscienza umana. Senza coscienza non c’è senso del peccato e senza senso del peccato la croce di Cristo perde significato, il kerygma cristiano (Gesù è morto per i nostri peccati) diventa incomprensibile. Rileggere e far rileggere autori come sant’Agostino e il beato J.H. Newman.

  • È importante oggi insegnare il valore e la realtà/verità della libertà. Una parola sacra, da ribadire, da difendere. La libertà è strada verso Dio, perché ci fa percepire responsabili di fronte a Qualcuno. Il naturalismo materialismo che riduce l’essere umano ad un semplice animale nega la libertà, affermando nell’uomo solo l’azione di pulsioni necessarie, non libere.

  • Questo è falso anche da un punto di vista scientifico, come rivela l’evoluzione culturale di Homo sapiens, dettata non solo dalle necessità primarie di nutrizione e di riproduzione.

  • La Libertà, insieme alla Verità e all’Amore sono i tre grandi preamboli della fede. Necessità di tenerli alti nel mondo odierno, sapendoli fondare e far riconoscere.

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PARTE I – LA CHIESA E LA VOCAZIONE DELL'UOMO

Rispondere agli impulsi dello Spirito 11 Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l'universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova, e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell'uomo, orientando così lo spirito verso soluzioni pienamente umane.

In questa luce, il Concilio si propone innanzitutto di esprimere un giudizio su quei valori che oggi sono più stimati e di ricondurli alla loro divina sorgente.

Questi valori infatti, in quanto procedono dall'ingegno umano che all'uomo è stato dato da Dio, sono in sé ottimi ma per effetto della corruzione del cuore umano non raramente vengono distorti dall'ordine richiesto, per cui hanno bisogno di essere purificati.

Che pensa la Chiesa dell'uomo?

Quali orientamenti sembra debbano essere proposti per la edificazione della società attuale?

Qual è il significato ultimo della attività umana nell'universo?

Queste domande reclamano una riposta. In seguito, risulterà ancora più chiaramente che il popolo di Dio e l'umanità, entro la quale esso è inserito, si rendono reciproco servizio, così che la missione della Chiesa si mostra di natura religiosa e per ciò stesso profondamente umana.

PARTE I – CAPITOLO I – LA DIGNITÀ DELLA PERSONA UMANA

L'uomo ad immagine di Dio 12 Credenti e non credenti sono generalmente d'accordo nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice.

Ma che cos'è l'uomo?

Molte opinioni egli ha espresso ed esprime sul proprio conto, opinioni varie ed anche contrarie, secondo le quali spesso o si esalta così da fare di sé una regola assoluta, o si abbassa fino alla disperazione, finendo in tal modo nel dubbio e nell'angoscia.

Queste difficoltà la Chiesa le sente profondamente e ad esse può dare una risposta che le viene dall'insegnamento della divina Rivelazione, risposta che descrive la vera condizione dell'uomo, dà una ragione delle sue miserie, ma in cui possono al tempo stesso essere giustamente riconosciute la sua dignità e vocazione.

La Bibbia, infatti, insegna che l'uomo è stato creato « ad immagine di Dio » capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene [Cf. Gen 1,26; Sap 2,23] quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio [Cf. Sir 17,3-10].

« Che cosa è l'uomo, che tu ti ricordi di lui? o il figlio dell'uomo che tu ti prenda cura di lui?

L'hai fatto di poco inferiore agli angeli, l'hai coronato di gloria e di onore, e l'hai costituito sopra le opere delle tue mani. Tutto hai sottoposto ai suoi piedi » (Sal 8,5).

Ma Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio « uomo e donna li creò » (Gen 1,27) e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone.

L'uomo, infatti, per sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti.

Perciò Iddio, ancora come si legge nella Bibbia, vide « tutte quante le cose che aveva fatte, ed erano buone assai» (Gen 1,31).

Il peccato 13 Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di lui.

Pur avendo conosciuto Dio, gli uomini « non gli hanno reso l'onore dovuto... ma si è ottenebrato il loro cuore insipiente »... e preferirono servire la creatura piuttosto che il Creatore [Cf. Rm 1,21-25].

Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza.

Infatti l'uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono.

Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l'armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione.

Così l'uomo si trova diviso in se stesso.

Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre.

Anzi l'uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato.

Ma il Signore stesso è venuto a liberare l'uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell'intimo e scacciando fuori « il principe di questo mondo » (Gv 12,31), che lo teneva schiavo del peccato [Cf. Gv 8,34].

Il peccato è, del resto, una diminuzione per l'uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza. Nella luce di questa Rivelazione trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione, sia la profonda miseria, di cui gli uomini fanno l'esperienza.

Costituzione dell'uomo 14Unità di anima e di corpo, l'uomo sintetizza in sé, per la stessa sua condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore [Cf. Dn 3,57-90]. Non è lecito dunque disprezzare la vita corporale dell'uomo.

Al contrario, questi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell'ultimo giorno.

E tuttavia, ferito dal peccato, l'uomo sperimenta le ribellioni del corpo.

Perciò è la dignità stessa dell'uomo che postula che egli glorifichi Dio nel proprio corpo [Cf. 1 Cor 6,13-20] e che non permetta che esso si renda schiavo delle perverse inclinazioni del cuore.

L'uomo, in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana.

Infatti, nella sua interiorità, egli trascende l'universo delle cose: in quelle profondità egli torna, quando fa ritorno a se stesso, là dove lo aspetta quel Dio che scruta i cuori [1 Sam 16,7; Ger 17,10] là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo destino. Perciò, riconoscendo di avere un'anima spirituale e immortale, non si lascia illudere da una creazione immaginaria che si spiegherebbe solamente mediante le condizioni fisiche e sociali, ma invece va a toccare in profondo la verità stessa delle cose.

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Approfondimenti

La vocazione dell’uomo e della donna ad essere ad immagine di Dio riporta alla grande dignità del corpo e dell’anima, in particolare della intelligenza umana. Non è dimenticato il peccato che divide l'uomo in se stesso, ma ogni persona ha la dignità della coscienza morale, chiamata alla libertà, consapevole della sua vocazione sociale, impegnata nella lotta e nella vittoria sulla morte.

  • L’uomo, strada della Chiesa, via per parlare di Dio e per andare a Dio. Non aver timore di percorrere questa strada. Su questa strada, Dio ci è venuto incontro in Cristo, facendosi uomo Lui stesso.

  • Dignità dell’uomo e dignità di Dio sono intimamente connesse. Quando si nega Dio si finisce col negare l’uomo; quando si costruisce una società senza Dio, si finisce col costruirla contro l’uomo.

  • L’uomo, diviso in se stesso, attende di essere decodificato, liberato. Il peccato (originale) si riconosce quasi sperimentalmente, fenomenologicamente.

  • Sullo sfondo, il valore della libertà umana, che sarà esaminata con maggiore dettaglio in un punto successivo.

  • Una parte antropologica debitrice, nel sottofondo alla visione della grandezza e miseria in Blaise Pascal (Pensieri)

  • Il corpo umano come vertice in cui il conso creato dà gloria a Dio. Risultato di una lunga storia, anche fisica, biologica.

  • Unicità dell’uomo e sua trascendenza sulla natura. L’essere umano è un animale, ma non è soltanto un animale. Necessità di avere modi intelligenti e rispettosi del dato scientifico per sottolineare la trascendenza dell’essere umano. Il recupero del pensiero classico.

  • Valore del realismo conoscitivo. Partire dalle cose, dalla propria condizione creaturale.

  • Pensare a strategie che, nella formazione che impartiamo e soprattutto nell’apostolato co i non credenti, sappiamo partire da questa concezione antropologica storicamente condivisa, realista, fenomenica.

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LA CONDIZIONE DELL'UOMO NEL MONDO CONTEMPORANEO

Squilibri nel mondo contemporaneo 8 Una così rapida evoluzione, spesso disordinatamente realizzata, e la stessa presa di coscienza sempre più acuta delle discrepanze esistenti nel mondo, generano o aumentano contraddizioni e squilibri. Anzitutto a livello della persona si nota molto spesso lo squilibrio tra una moderna intelligenza pratica e il modo di pensare speculativo, che non riesce a dominare né a ordinare in sintesi soddisfacenti l'insieme delle sue conoscenze.

Uno squilibrio si genera anche tra la preoccupazione dell'efficienza pratica e le esigenze della coscienza morale, nonché molte volte tra le condizioni della vita collettiva e le esigenze di un pensiero personale e della stessa contemplazione.

Di qui ne deriva infine lo squilibrio tra le specializzazioni dell'attività umana e una visione universale della realtà. Nella famiglia poi le tensioni nascono sia dalla pesantezza delle condizioni demografiche, economiche e sociali, sia dal conflitto tra le generazioni che si susseguono, sia dal nuovo tipo di rapporti sociali tra uomo e donna. Grandi contrasti sorgono anche tra le razze e le diverse categorie sociali; tra nazioni ricche e meno dotate e povere; infine tra le istituzioni internazionali nate dall'aspirazione dei popoli alla pace e l'ambizione di imporre la propria ideologia, nonché gli egoismi collettivi esistenti negli Stati o in altri gruppi.

Di qui derivano diffidenze e inimicizie, conflitti ed amarezze di cui l'uomo è a un tempo causa e vittima.

Le aspirazioni sempre più universali dell'umanità 9 Cresce frattanto la convinzione che l'umanità non solo può e deve sempre più rafforzare il suo dominio sul creato, ma che le compete inoltre instaurare un ordine politico, sociale ed economico che sempre più e meglio serva l'uomo e aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità. Donde le aspre rivendicazioni di tanti che, prendendo nettamente coscienza, reputano di essere stati privati di quei beni per ingiustizia o per una non equa distribuzione.

I paesi in via di sviluppo o appena giunti all'indipendenza desiderano partecipare ai benefici della civiltà moderna non solo sul piano politico ma anche economico, e liberamente compiere la loro parte nel mondo; invece cresce ogni giorno la loro distanza e spesso la dipendenza anche economica dalle altre nazioni più ricche, che progrediscono più rapidamente.

I popoli attanagliati dalla fame chiamano in causa i popoli più ricchi.

Le donne rivendicano, là dove ancora non l'hanno raggiunta, la parità con gli uomini, non solo di diritto, ma anche di fatto. Operai e contadini non vogliono solo guadagnarsi il necessario per vivere, ma sviluppare la loro personalità col lavoro, anzi partecipare all'organizzazione della vita economica, sociale, politica e culturale. Per la prima volta nella storia umana, i popoli sono oggi persuasi che i benefici della civiltà possono e debbono realmente estendersi a tutti.

Sotto tutte queste rivendicazioni si cela un'aspirazione più profonda e universale.

I singoli e i gruppi organizzati anelano infatti a una vita piena e libera, degna dell'uomo, che metta al proprio servizio tutto quanto il mondo oggi offre loro così abbondantemente.

Anche le nazioni si sforzano sempre più di raggiungere una certa comunità universale.

Stando così le cose, il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell'odio. Inoltre l'uomo prende coscienza che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli.

Per questo si pone degli interrogativi.

Gli interrogativi più profondi del genere umano 10 In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell'uomo. È proprio all'interno dell'uomo che molti elementi si combattono a vicenda. Da una parte infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; d'altra parte sente di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato ad una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe [Cf. Rm 7,14ss].

Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società. Molti, è vero, la cui vita è impregnata di materialismo pratico, sono lungi dall'avere una chiara percezione di questo dramma; oppure, oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Altri, in gran numero, credono di trovare la loro tranquillità nelle diverse spiegazioni del mondo che sono loro proposte. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione dell'umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell'uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del suo cuore. Né manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l'audacia di quanti, stimando l'esistenza umana vuota in se stessa di significato, si sforzano di darne una spiegazione completa mediante la loro sola ispirazione.

Con tutto ciò, di fronte all'evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi più fondamentali: cos'è l'uomo?

Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso?

Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo?

Che apporta l'uomo alla società, e cosa può attendersi da essa?

Cosa ci sarà dopo questa vita?

Ecco: la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto [Cf. 2 Cor 5,15], dà sempre all'uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza per rispondere alla sua altissima vocazione; né è dato in terra un altro Nome agli uomini, mediante il quale possono essere salvati [Cf. At 4,12]. Essa crede anche di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana.

Inoltre la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli [Cf. Eb 13,8].

Così nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di tutte le creature [Cf. Col 1,15] il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell'uomo e per cooperare nella ricerca di una soluzione ai principali problemi del nostro tempo.

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Approfondimenti

  • Ci sono varie tipologie di squilibrio: ragione speculativa e intelligenza pratica. Non basta vedere o capire le cose per agire bene. C'è uno squilibrio fra il bene teoricamente ammesso e l'utile pragmaticamente cercato. Di ciò occorre tener conto al momento di insegnare e fare apostolato.

  • L’uomo continua ad essere un enigma, un mistero a se stesso. Un mistero che esige una decodifica, una soluzione. Prendere atto di questa problematica è già preparazione all’ascolto della Rivelazione. Questo è l’uomo che necessità di “essere rivelato a se stesso”, in Cristo.

  • Siamo esortati a capire cosa c’è davvero dietro questi aneliti e queste “rivendicazioni”, dietro questi cambiamenti antropologici e sociali. Ci sono delle istanze buone che vanno riconosciute e valorizzate e riportate alla loro comune origine: l’implicita vocazione umana al bene e alla giustizia.

  • Il Concilio introduce progressivamente il tema della libertà dell’uomo, responsabile del proprio destino. Ed introduce il tema dell’uomo come essere che interroga e si interroga, perché soggetto di autotrascendenza. Si prepara il terreno a rendere possibile il riconoscimento di una dimensione spirituale dell’uomo, anch’esso propedeutico all’ascolto della Rivelazione.

  • L’importanza di suscitare oggi, nell’interlocutore contemporaneo, queste domande ultime. Queste domande sono la dignità dell’uomo. L’indifferentismo può narcotizzarle pro tempore ma non può cancellarle per sempre.

  • Solo un uomo che si interroga e si riconosce enigma a se stesso può essere disposto ad ascoltare la Parola di Dio.

  • Quali strategie impiegare oggi per suscitare, in positivo, questi interrogativi? Valorizzare i grandi temi della cultura, della letteratura, dell’arte, della classicità ma anche della modernità.

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LA CONDIZIONE DELL'UOMO NEL MONDO CONTEMPORANEO

Speranze e angosce 4 Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico. Ecco come si possono delineare le caratteristiche più rilevanti del mondo contemporaneo. L'umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all'insieme del globo. Provocati dall'intelligenza e dall'attività creativa dell'uomo, si ripercuotono sull'uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e d'agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui riflessi si ripercuotono anche sulla vita religiosa.

Come accade in ogni crisi di crescenza, questa trasformazione reca con sé non lievi difficoltà.

Così, mentre l'uomo tanto largamente estende la sua potenza, non sempre riesce però a porla a suo servizio. Si sforza di penetrare nel più intimo del suo essere, ma spesso appare più incerto di se stesso. Scopre man mano più chiaramente le leggi della vita sociale, ma resta poi esitante sulla direzione da imprimervi. Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica; e tuttavia una grande parte degli abitanti del globo è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini non sanno né leggere né scrivere.

Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica.

E mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, violentemente viene spinto in direzioni opposte da forze che si combattono; infatti, permangono ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali e ideologici, né è venuto meno il pericolo di una guerra capace di annientare ogni cosa.

Aumenta lo scambio delle idee; ma le stesse parole con cui si esprimono i più importanti concetti, assumono nelle differenti ideologie significati assai diversi.

Infine, con ogni sforzo si vuol costruire un'organizzazione temporale più perfetta, senza che cammini di pari passo il progresso spirituale.

Immersi in così contrastanti condizioni, moltissimi nostri contemporanei non sono in grado di identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli dovutamente con le scoperte recenti.

Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e l'angoscia, mentre si interrogano sull'attuale andamento del mondo.

Questo sfida l'uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta.

Profonde mutazioni 5 Il presente turbamento degli spiriti e la trasformazione delle condizioni di vita si collegano con un più radicale modificazione, che tende al predominio, nella formazione dello spirito, delle scienze matematiche, naturali e umane, mentre sul piano dell'azione Si affida alla tecnica, originata da quelle scienze. Questa mentalità scientifica modella in modo diverso da prima la cultura e il modo di pensare. La tecnica poi è tanto progredita, da trasformare la faccia della terra e da perseguire ormai la conquista dello spazio ultraterrestre. Anche sul tempo l'intelligenza umana accresce in certo senso il suo dominio: sul passato mediante l'indagine storica, sul futuro con la prospettiva e la pianificazione. Non solo il progresso delle scienze biologiche, psicologiche e sociali dà all'uomo la possibilità di una migliore conoscenza di sé, ma lo mette anche in condizioni di influire direttamente sulla vita delle società, mediante l'uso di tecniche appropriate.

Parimenti l'umanità sempre più si preoccupa di prevedere e controllare il proprio incremento demografico. Il movimento stesso della storia diventa così rapido, da poter difficilmente esser seguito dai singoli uomini. Unico diventa il destino della umana società o senza diversificarsi più in tante storie separate. Così il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell'ordine delle cose, a una concezione più dinamica ed evolutiva. Ciò favorisce il sorgere di un formidabile complesso di nuovi problemi, che stimola ad analisi e a sintesi nuove.

Mutamenti nell'ordine sociale 6 In seguito a tutto questo, mutamenti sempre più profondi si verificano nelle comunità locali tradizionali famiglie patriarcali, clan, tribù, villaggi, nei differenti gruppi e nei rapporti della vita sociale. Si diffonde gradatamente il tipo di società industriale, che favorisce in alcune nazioni una economia dell'opulenza, e trasforma radicalmente concezioni e condizioni secolari di vita sociale. Parimenti la civilizzazione urbana e l'attrazione che essa provoca s'intensificano, sia per il moltiplicarsi delle città e dei loro abitanti, sia per la diffusione tra i rurali dei modelli di vita cittadina. Nuovi e migliori mezzi di comunicazione sociale favoriscono nel modo più largo e più rapido la conoscenza degli avvenimenti e la diffusione delle idee e dei sentimenti, suscitando così numerose reazioni a catena. Né va sottovalutato che moltissima gente, spinta per varie ragioni ad emigrare, cambia il suo modo di vivere. In tal modo, senza arresto si moltiplicano i rapporti dell'uomo coi suoi simili, mentre a sua volta questa «socializzazione» crea nuovi legami, senza tuttavia favorire sempre una corrispondente maturazione delle persone e rapporti veramente personali, cioè la «personalizzazione». Un'evoluzione siffatta appare più manifesta nelle nazioni che già godono del progresso economico e tecnico; ma essa mette in movimento anche quei popoli ancora in via di sviluppo, che aspirano ad ottenere per i loro paesi i benefici della industrializzazione e dell'urbanizzazione.

Questi popoli, specialmente se vincolati da più antiche tradizioni, sentono allo stesso tempo il bisogno di esercitare la loro libertà in modo più adulto e più personale.

Mutamenti psicologici, morali e religiosi 7 Il cambiamento di mentalità e di strutture spesso mette in causa i valori tradizionali, soprattutto tra i giovani: frequentemente impazienti, essi diventano ribelli per l'inquietudine; consci della loro importanza nella vita sociale, desiderano assumere al più presto le loro responsabilità.

Spesso genitori ed educatori si trovano per questo ogni giorno in maggiori difficoltà nell'adempimento del loro compito.

Le istituzioni, le leggi, i modi di pensare e di sentire ereditati dal passato non sempre si adattano bene alla situazione attuale; di qui un profondo disagio nel comportamento e nelle stesse norme di condotta. Anche la vita religiosa, infine, è sotto l'influsso delle nuove situazioni. Da un lato, un più acuto senso critico la purifica da ogni concezione magica nel mondo e dalle sopravvivenze superstiziose ed esige un adesione sempre più personale e attiva alla fede; numerosi sono perciò coloro che giungono a un più vivo senso di Dio. D'altro canto però, moltitudini crescenti praticamente si staccano dalla religione. A differenza dei tempi passati, negare Dio o la religione o farne praticamente a meno, non è più un fatto insolito e individuale.

Oggi infatti non raramente un tale comportamento viene presentato come esigenza del progresso scientifico o di un nuovo tipo di umanesimo.

Tutto questo in molti paesi non si manifesta solo a livello filosofico, ma invade in misura notevolissima il campo delle lettere, delle arti, dell'interpretazione delle scienze umane e della storia, anzi la stessa legislazione: di qui il disorientamento di molti.

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Approfondimenti

Il mondo che la Chiesa ha di fronte e che la Chiesa conosce è l’unico mondo di tutti gli uomini. È questo il mondo che va redento.

  • Un mondo che va conosciuto in profondità, con le sue dinamiche e le sue potenzialità. Dal di dentro, attraverso chi nel mondo ci vive. Il rischio di stare nel mondo senza vivere nel mondo...

  • Un mondo che presenta ambivalenze, ambiguità, successi e insuccessi, segno che qualcosa non ha funzionato o non funziona nel cuore dell’uomo. Anche se il cristiano conosce le risposte a questi problemi, la sua fede non lo dispensa dal condividere con tutti gli uomini il travaglio che la vita comporta, non lo esonera dal porsi, insieme a loro, le domande essenziali.

  • Compito del cristiano è certamente interpretare queste ambiguità e questi contrasti alla luce della fede in Cristo risorto, ma senza ignorare il cammino da percorrere insieme, con tutti. Senza dare lezioni in modo distaccato, ma entrando in sincera empatia con tutti.

  • È cambiato l’orizzonte e lo sguardo sull’uomo e sulla natura, sulla società e sul suo futuro. Un mondo in travaglio, un mondo in evoluzione. Non è l’immagine armonica e statica che suggerisce giudizi semplicistici: è l’immagine complessa di temi nuovi e difficili da affrontare. L’evangelizzazione deve tenere presente tutto questo se vuole restare significativa per ogni uomo, per tutto l’uomo.

  • In particolare, va considerato l’influsso della mentalità scientifica sul modo di pensare delle persone. La necessità di tener conto delle conoscenze scientifiche al momento di spiegare la fede e la credibilità della Rivelazione. Compito di ciascuno, specie di coloro che conoscono quei temi e se ne occupano professionalmente.

  • Il mondo cambia, ma cambiano i cristiani nel mondo e insieme al mondo. Non stanno a guardare dall’esterno, per poi penetrare nel mondo: vivono all’interno dle mondo, ma devono viverci da cristiani.

  • Compito bellissimo ed esigente: i cristiani devono ripensare tutto questo alla luce del Vangelo e tenerne conto nel costruire la città degli uomini per ordinarla alla città di Dio. Il modo di comunicare, di lavorare, di rapportarsi con etnie e culture diverse. Il modo di impiegare i mezzi ella tecnica e servirsene in modo umano.

  • Questi mutamenti coinvolgono, in modo determinante, il rapporto fra l’uomo e Dio, fra Dio e la natura, l’immagine che l’uomo si fa di Dio, il modo di considerare Dio presente in mezzo al mondo. Prima il mondo, le leggi, la cultura, l’ambiente, la famiglia, la vita sociale, portavano a Dio ed avevano Dio come riferimento implicito. Adesso non più. Questo stato di cose va non solo conosciuto e non solo nel va preso atto, ma ne vanno comprese le cause per smascherarne gli errori.

  • Per questo, il cristiano deve rispondere a tutto questo con desiderio di capire, di approfondire, di studiare. Come frutto di questa comprensione illuminata dalla fede, il cristiano deve saper spiegare che il progresso e il vero umanesimo non sono contro Dio. Ad essere contro Dio è il peccato.

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo GAUDIUM ET SPES (7 dicembre 1965)

[La Costituzione Pastorale “Sulla Chiesa nel mondo contemporaneo” consta di due parti, ma è un tutto unitario. La Costituzione detta “Pastorale” perché, basata sui principi dottrinali, intende esporre l’atteggiamento della Chiesa verso il mondo e gli uomini d’oggi. Non manca dunque né l’intento pastorale nella prima parte, né l’intento dottrinale nella seconda. Nella prima parte la Chiesa sviluppa la sua dottrina sull’uomo, sul mondo nel quale l’uomo inserito e sul suo rapporto con queste realtà . Nella seconda considera più da vicino i diversi aspetti della vita odierna e della società umana, e precisamente in particolare le questioni e i problemi che ai nostri tempi sembrano pi urgenti in questo campo. Per cui in questa seconda parte la materia, soggetta ai principi dottrinali, consta di elementi non solo immutabili, ma anche contingenti. Perciò la Costituzione dev’essere interpretata secondo le norme generali dell’interpretazione teologica, e ciò tenendo conto, soprattutto nella sua seconda parte, delle mutevoli circostanze con le quali sono connessi, per loro natura, gli argomenti di cui si tratta].

PROEMIO

Intima unione della Chiesa con l'intera famiglia umana 1 Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

A chi si rivolge il Concilio 2 Per questo il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l'azione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi dell'uomo, delle sue sconfitte e delle sue vittorie; il mondo che i cristiani credono creato e conservato in esistenza dall'amore del Creatore: esso è caduto, certo, sotto la schiavitù del peccato, ma il Cristo, con la croce e la risurrezione ha spezzato il potere del Maligno e l'ha liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento.

A servizio dell'uomo 3 Ai nostri giorni l'umanità, presa d'ammirazione per le proprie scoperte e la propria potenza, agita però spesso ansiose questioni sull'attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell'uomo nell'universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini. Per questo il Concilio, testimoniando e proponendo la fede di tutto intero il popolo di Dio riunito dal Cristo, non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d'amore verso l'intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi sopra accennati, arrecando la luce che viene dal Vangelo, e mettendo a disposizione degli uomini le energie di salvezza che la Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, riceve dal suo Fondatore. Si tratta di salvare l'uomo, si tratta di edificare l'umana società.

È l'uomo dunque, l'uomo considerato nella sua unità e nella sua totalità, corpo e anima, l'uomo cuore e coscienza, pensiero e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione.

Pertanto il santo Concilio, proclamando la grandezza somma della vocazione dell'uomo e la presenza in lui di un germe divino, offre all'umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d'instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione.

Nessuna ambizione terrena spinge la Chiesa; essa mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l'opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità [Cf. Gv 18,37], a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito [Cf. Gv 3,17; Mt 20,28; Mc 10,45].

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Approfondimenti

La Costituzione Pastorale della Chiesa nel Mondo Contemporaneo è, molto probabilmente, il documento di più articolata elaborazione in tutta la storia del Concilio Vaticano II. È un testo che porta i segni di un lavoro faticoso e difficile, tanto che il documento è stato l’ultimo ad essere approvato dall’assemblea conciliare.

Tra tutti i documenti prodotti dal Concilio spicca come un unicum: mai un Concilio aveva promulgato una Costituzione Pastorale! Una totale novità che non si ferma solo al titolo, ma annuncia una novità di contenuto. Inoltre nel titolo non si legge “messaggio della Chiesa al mondo contemporaneo”, ma “la Chiesa nel mondo contemporaneo”. La Chiesa non si pone davanti al mondo ma vuole comprenderlo entrando dentro la storia dell’umanità: con questo documento il Concilio non si rivolge soltanto ai propri fedeli, ma a tutta la famiglia umana.

Un modo totalmente nuovo di essere Chiesa, non previsto all’inizio dei lavori; ecco perché il documento ebbe una fase redazionale lunga e complicata.

I temi affrontati dalla GS non sono nuovi rispetto alla dottrina della Chiesa; ciò che si presenta con carattere di novità è il modo di rappresentare detti temi ed il loro fondamento.

Infatti il Magistero della Chiesa si era già espresso su tematiche specifiche e su questioni sociali come il matrimonio, la famiglia, la guerra, la pace e la società politica con i precedenti papi, da Pio IX a Pio XII.

A titolo di esempio si può ricordare che centouno anni prima dell’emanazione della GS, Pio IX aveva scritto l’enciclica Quanta Cura in cui la Chiesa si metteva di fronte al mondo enunciando i principali errori del tempo (Sillabo). L’enciclica era carica di ansie e timori; pur non mancando la fiducia nella Provvidenza che guida la Storia verso il Bene, l’animo era quello di vedere ciò che andava male.

La teologia fondamentale preconciliare voleva dimostrare che Dio esiste ed è Creatore, che Gesù Cristo è Suo rivelatore e che i fondamenti della Chiesa derivano dalla rivelazione di Cristo e dalla capacità dell'uomo di risponderle con l'intelletto.

Si avvertiva, invece, l’esigenza di considerare una nuova prospettiva teologica nella quale l'invito di Dio all'uomo fosse visto secondo il modello biblico della «comunicazione».

La GS pone al suo centro la pienezza dell'uomo e di tutti gli uomini.

Al dualismo della Scolastica, che ha prodotto la separazione dell'uomo in mondano (natura) e religioso (sopra natura), subentra, una visione unitaria dell’uomo, umano e divino al contempo, in Cristo. Ciò conduce ad un rapporto nuovo con il mondo perché questo diverso modo di definire l'uomo è decisivo per il suo impegno nel mondo.

Nel Proemio (n. 1-3) viene sottolineato che il Concilio è rivolto a tutti gli uomini e si pone in atteggiamento di dialogo con l'intera famiglia umana.

Il punto di forza della Gaudium et Spes, usando una metafora del card. Kasper, è quello che fa di questa costituzione conciliare una vera e propria «arca di Noè»: in essa sono contenuti svariate tematiche!

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione DEI VERBUM (18 novembre 1965)

CAPITOLO VI – LA SACRA SCRITTURA NELLA VITA DELLA CHIESA

Importanza della sacra Scrittura per la Chiesa 21 La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli. Insieme con la sacra Tradizione, ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede; esse infatti, ispirate come sono da Dio e redatte una volta per sempre, comunicano immutabilmente la parola di Dio stesso e fanno risuonare nelle parole dei profeti e degli apostoli la voce dello Spirito Santo. È necessario dunque che la predicazione ecclesiastica, come la stessa religione cristiana, sia nutrita e regolata dalla sacra Scrittura. Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella parola di Dio poi è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della loro fede, il nutrimento dell'anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale. Perciò si deve riferire per eccellenza alla sacra Scrittura ciò che è stato detto: «viva ed efficace è la parola di Dio» (Eb 4,12), «che ha il potere di edificare e dare l'eredità con tutti i santificati» (At 20,32; cfr. 1 Ts 2,13).

Necessità di traduzioni appropriate e corrette 22 È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla sacra Scrittura. Per questo motivo, la Chiesa fin dagli inizi fece sua l'antichissima traduzione greca del Vecchio Testamento detta dei Settanta, e ha sempre in onore le altre versioni orientali e le versioni latine, particolarmente quella che è detta Volgata. Poiché, però, la parola di Dio deve essere a disposizione di tutti in ogni tempo, la Chiesa cura con materna sollecitudine che si facciano traduzioni appropriate e corrette nelle varie lingue, di preferenza a partire dai testi originali dei sacri libri. Se, per una ragione di opportunità e col consenso dell'autorità della Chiesa, queste saranno fatte in collaborazione con i fratelli separati, potranno essere usate da tutti i cristiani.

Impegno apostolico degli studiosi 23 La sposa del Verbo incarnato, la Chiesa, ammaestrata dallo Spirito Santo, si preoccupa di raggiungere una intelligenza sempre più profonda delle sacre Scritture, per poter nutrire di continuo i suoi figli con le divine parole; perciò a ragione favorisce anche lo studio dei santi Padri d'Oriente e d'Occidente e delle sacre liturgie. Gli esegeti cattolici poi, e gli altri cultori di sacra teologia, collaborando insieme con zelo, si adoperino affinché, sotto la vigilanza del sacro magistero, studino e spieghino con gli opportuni sussidi le divine Lettere, in modo che il più gran numero possibile di ministri della divina parola siano in grado di offrire con frutto al popolo di Dio l'alimento delle Scritture, che illumina la mente, corrobora le volontà e accende i cuori degli uomini all'amore di Dio [Cf. PIO XII, Encicl. Divino afflante Spiritu, 30 sett. 1943: EB 551, 553, 567. PONT. COMM. BIBLICA, Instructio de S. Scriptura in Clericorum Seminariis et Religiosorum Collegiis recte docenda, 13 maggio 1950: AAS 42 (1950) pp. 495-505]. Il santo Concilio incoraggia i figli della Chiesa che coltivano le scienze bibliche, affinché, con energie sempre rinnovate, continuino fino in fondo il lavoro felicemente intrapreso con un ardore totale e secondo il senso della Chiesa [Cf. PIO XII, Encicl. Divino afflante Spiritu, 30 sett. 1943: EB 569].

Importanza della sacra Scrittura per la teologia 24 La sacra teologia si basa come su un fondamento perenne sulla parola di Dio scritta, inseparabile dalla sacra Tradizione; in essa vigorosamente si consolida e si ringiovanisce sempre, scrutando alla luce della fede ogni verità racchiusa nel mistero di Cristo. Le sacre Scritture contengono la parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente parola di Dio, sia dunque lo studio delle sacre pagine come l'anima della sacra teologia [Cf. LEONE XIII, Encicl. Providentissimus Deus: EB 114; BENEDETTO XV, Encicl. Spiritus Paraclitus, 15 sett. 1920: EB 483]. Anche il ministero della parola, cioè la predicazione pastorale, la catechesi e ogni tipo di istruzione cristiana, nella quale l'omelia liturgica deve avere un posto privilegiato, trova in questa stessa parola della Scrittura un sano nutrimento e un santo vigore.

Si raccomanda la lettura della sacra Scrittura 25 Perciò è necessario che tutti i chierici, principalmente i sacerdoti e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, conservino un contatto continuo con le Scritture mediante una lettura spirituale assidua e uno studio accurato, affinché non diventi «un vano predicatore della parola di Dio all'esterno colui che non l'ascolta dentro di sé» [S. AGOSTINO, Serm. 179, 1: PL 38, 966], mentre deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. «L'ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo» [S. GIROLAMO, Comm. in Is., Prol.: PL 24, 17. – Cf. BENEDETTO XV, Encicl. Spiritus Paraclitus: EB 475-480. PIO XII, Encicl. Divino afflante: EB 544]. Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l'approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l'uomo; poiché «quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini» [S. AMBROGIO, De officiis ministrorum, I, 20, 88: PL 16, 50]. Compete ai vescovi, «depositari della dottrina apostolica» [S. IRENEO, Adv. Haer., IV, 32, 1: PG 7, 1071; (= 49,2) HARVEY, 2, p. 255], ammaestrare opportunamente i fedeli loro affidati sul retto uso dei libri divini, in modo particolare del Nuovo Testamento e in primo luogo dei Vangeli, grazie a traduzioni dei sacri testi; queste devono essere corredate delle note necessarie e veramente sufficienti, affinché i figli della Chiesa si familiarizzino con sicurezza e profitto con le sacre Scritture e si imbevano del loro spirito. Inoltre, siano preparate edizioni della sacra Scrittura fornite di idonee annotazioni, ad uso anche dei non cristiani e adattate alla loro situazione; sia i pastori d'anime, sia i cristiani di qualsiasi stato avranno cura di diffonderle con zelo e prudenza.

Conclusione 26 In tal modo dunque, con la lettura e lo studio dei sacri libri «la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata» (2 Ts 3,1), e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall'assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso alla vita spirituale dall'accresciuta venerazione per la parola di Dio, che «permane in eterno» (Is 40,8; cfr. 1Pt 1,23-25).

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Approfondimenti

Cap. VI – LA SACRA SCRITTURA NELLA VITA DELLA CHIESA

Quest'ultimo capitolo non fa che esplicitare e raccogliere in chiave pastorale, o, con più precisione, in rapporto alla “vita della Chiesa” e con un linguaggio ricco ed intenso, quanto dagli altri capitoli è stato motivato. È un capitolo pratico, ma è pratico come pratica è la vita: è alla vita che tende l'esegesi, che a sua volta dalla vita riceve arricchimento. Giustamente il cap. VI della Dei Verbum è stato definito la “magna charta” della spiritualità e pastorale biblica della Chiesa.

La prima conseguenza pastorale è farne oggetto di lettura come testo-guida, documento base, che sta sullo sfondo della già citata nota della CEI su La Bibbia nella vita della Chiesa.

Il n. 21 presenta in certo modo la “teoria” della pratica, le ragioni fondanti e direttive dell'incontro con la Bibbia che fa il cristiano. Si articola in tre nuclei: la Scrittura, insieme con il Corpo di Cristo, è il “pane di vita” di un'unica mensa; essa è “regola suprema della fede”, che compenetra la religione cristiana in tutte le sue manifestazioni; è “sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale”.

Ne scaturiscono implicazioni pastorali notevolissime, fondamentali:

  1. La Scrittura è attivamente efficace, dona ciò che dice, a patto che non rimanga congelata nello scritto, in un libro collocato in biblioteca, ma ridiventi parola viva nel suo ambiente vitale (tradizione e comunità), sotto la forza dello Spirito, irradiando la vita personale e sociale; ambedue queste dimensioni vanno sviluppate.
  2. L'ambito dove la Scrittura irradia la maggior efficacia è laddove la Parola che ha al centro Gesù si coniuga con la presenza stessa di Gesù: l'Eucaristia, e più ampiamente i sacramenti, da sempre segni dell'incontro con Cristo. La lectio divina ha una sua caratteristica realizzazione, analogica ma efficace, nella Messa domenicale, e mantiene come momento privilegiato di contemplazione la presenza di Gesù esposto nell'adorazione eucaristica.
  3. Globalmente, il primo buon uso della Bibbia è dato dalla sua capacità di diventare spiritualità, vita interiore, mondo simbolico, motivazione, convinzione, mentalità, “cultura cristiana” di chi l'accosta.

Il num. 22 afferma una prima conseguenza del valore intrinseco appena affermato: essere a disposizione di tutti in ogni tempo. In primo luogo, sono segnalate due applicazioni notevolissime: «È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura». Con ciò viene enunciata la ragione stessa e l'obiettivo dell'apostolato biblico, che mira a mettere la Bibbia in mano a tutti, superando un passato di lontananza che si vorrebbe ricacciare definitivamente indietro, come sta capitando felicemente anche nelle nostre comunità ecclesiali. In secondo luogo si rende necessario che il Libro Sacro sia accessibile, il che avviene con buone traduzioni, anche in collaborazione ecumenica.

Due le implicazioni pastorali.

  1. Va ricordata a tutti la presenza e l'attività della Federazione Biblica Cattolica, cui anche la CEI aderisce, di cui il Settore dell'Apostolato Biblico, insieme all'Associazione Biblica Italiana, è la mediazione operativa. Analoga attenzione occorre avere per le Società Bibliche, un tempo di matrice evangelica, ma oggi in collaborazione preziosa con la Chiesa cattolica.
  2. L'apostolato biblico deve estendersi sempre di più nelle nostre comunità e il popolo di Dio deve scoprire la Bibbia come libro di vita; deve averne una copia in casa, abituarsi ad averla in mano, a sfogliarne le pagine, a leggerla come parola di Dio. Quindi è compito dell'apostolato biblico, ma non solo, diffondere delle buone Bibbie a prezzo minimo, magari nel contesto dell'iniziazione cristiana, la quale è anche iniziazione alla Bibbia. Diffondere Bibbie sì, ma insieme insegnare a leggerle da cristiani, nell'orizzonte della fede della Chiesa.

I nn. 23-26 esplicitano altre indicazioni riguardanti gli operatori biblici: esegeti, teologi, pastori.

Agli esegeti tocca lo studio del testo, con l'ausilio delle diverse scienze bibliche, che aiutano a penetrare sempre di più la Parola (n. 23).

Ai teologi, nello studio della teologia, la Bibbia si propone come fondamento, forza che la ringiovanisce, anima che porta la vita (n. 24).

Ai pastori si rivolge inizialmente il n. 25, con la scelta di una frase di san Girolamo, precisa ed eloquente: «L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». Ma ben presto l'esortazione a «essere attaccati alle Scritture» si estende a tutti i fedeli, su misura dei compiti di ciascuno. In particolare in questo n. 25 si incontra, in prospettiva propriamente pastorale, una breve, densa sintesi di apostolato biblico, con esplicito accenno alle varie espressioni di frequentazione della Parola, segnalando in particolare la centralità della lectio divina, qui definita come “pia lettura”.

Si parla di presenza della Bibbia nella liturgia, di momenti di iniziazione, di sussidi, ecc. Preme sottolineare come sia soprattutto sollecitata l'attenzione su quattro poli.

  1. La frequentazione assidua: il “contatto continuo”, la “sacra lettura assidua”, lo “studio accurato”, la “frequente lettura”, ecc. Va superata l'episodicità, la disarticolazione rispetto ai ritmi della vita spirituale ed ecclesiale.
  2. L'intenzione di fede, per cui nelle parole del testo si incontra Dio («ascoltiamo lui, quando leggiamo gli oracoli divini»), e dunque la necessità della interiorizzazione personale, il riferimento alla liturgia, in una parola il clima di preghiera «affinché possa svolgersi il dialogo fra Dio e l'uomo». Questo vale in particolare per chi propone la Bibbia agli altri e si dispone ad aiutarli nel cammino della lettura. Qui entrano in considerazione le tantissime modalità ed attività di apostolato biblico ben conosciute, cui richiamano gli orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia al n. 49, che a loro volta rimandano alla nota della CEI, La Bibbia nella vita della Chiesa, del 1995.
  3. La parola di Dio vuol essere “pane di vita”. Significa che l'incontro biblico si fa maturo non quando si ferma in appropriazioni tanto devote quanto intime, ma quando porta ad una lettura sapienziale del testo sacro, cioè a una lettura per la trasformazione della vita, ove si esercita il discernimento cristiano dei segni dei tempi e si diventa testimoni ad alta voce della Parola letta e detta silenziosamente nei propri gruppi di ascolto. Questa testimonianza che scaturisce dalla lettura sapienziale non si esaurisce nella sfera personale ma si allarga all'impegno sociale del credente.
  4. È fondamentale vivere tanto intensamente l'incontro con la pagina sacra in forma diretta, segnatamente con la lectio divina, quanto è vitale proseguire nel cammino che viene aperto dalla medesima parola di Dio trovata nel testo. Questa richiede di risuonare nella Chiesa dove è stata pronunciata per la prima volta, animando l'apostolato biblico, ma non trascurando gli altri canali della Parola, quali la catechesi, la liturgia, il servizio della carità.

E, finalmente, la parola di Dio della Bibbia arriva alle frontiere, dove vivono uomini e donne di altre religioni o di cultura solo laica, con cui intende entrare in un dialogo che salva, come faceva Gesù iniziando il Vangelo nella “Galilea delle genti” (Mt 4,15). Qui si possono incontrare anche le intenzionalità più profonde del cosiddetto progetto culturale della Chiesa italiana, con cui si vuole rendere la fede di sempre significativa e plausibile nel contesto delle culture che caratterizzano il nostro tempo.

A conclusione di questa rilettura è da precisare che non bisogna separare il mistero della parola di Dio dalla mediazione del testo: la Parola si dice con l'alfabeto della Bibbia. Ma l'alfabeto della Bibbia è quello della Tradizione originaria, così come l'ha sillabato la Chiesa nel suo dialogo con lo Sposo. Da questa convinzione di fede, che unisce parola scritta e vita della comunità ecclesiale, può scaturire un modello di iniziazione alla Parola di Dio che ne faccia accrescere la venerazione facendo accrescere la vita della Chiesa (cfr. n. 26). ______________________________________________

«Tutta l’evangelizzazione è fondata sulla Parola di Dio, ascoltata, meditata, vissuta, celebrata e testimoniata. La Sacra Scrittura è fonte dell’evangelizzazione. Pertanto, bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio “diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale”. La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. Abbiamo ormai superato quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata, viva ed efficace, prepara la ricezione del Sacramento, e nel Sacramento tale Parola raggiunge la sua massima efficacia». papa Francesco Evangelii Gaudium n. 174.

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione DEI VERBUM (18 novembre 1965)

CAPITOLO V – IL NUOVO TESTAMENTO

Eccellenza del Nuovo Testamento 17 La parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede (cfr. Rm 1,16), si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testamento. Quando infatti venne la pienezza dei tempi (cfr. Gal 4,4), il Verbo si fece carne ed abitò tra noi pieno di grazia e di verità (cfr. Gv 1,14). Cristo stabilì il regno di Dio sulla terra, manifestò con opere e parole il Padre suo e se stesso e portò a compimento l'opera sua con la morte, la risurrezione e la gloriosa ascensione, nonché con l'invio dello Spirito Santo. Elevato da terra, attira tutti a sé (cfr. Gv 12,32 gr.), lui che solo ha parole di vita eterna (cfr. Gv 6,68). Ma questo mistero non fu palesato alle altre generazioni, come adesso è stato svelato ai santi apostoli suoi e ai profeti nello Spirito Santo (cfr. Ef 3,4-6, gr.), affinché predicassero l'Evangelo, suscitassero la fede in Gesù Cristo Signore e radunassero la Chiesa. Di tutto ciò gli scritti del Nuovo Testamento presentano una testimonianza perenne e divina.

Origine apostolica dei Vangeli 18 A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche quelle del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una superiorità meritata, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore. La Chiesa ha sempre e in ogni luogo ritenuto e ritiene che i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Infatti, ciò che gli apostoli per mandato di Cristo predicarono, in seguito, per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti che sono il fondamento della fede, cioè l'Evangelo quadriforme secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni [Cf. S. IRENEO, Adv. Haer., III, 11, 8: PG 7, 885; ed. SAGNARD, p. 194.].

Carattere storico dei Vangeli 19 La santa madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e con la più grande costanza che i quattro suindicati Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfr At 1,1-2). Gli apostoli poi, dopo l'Ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza delle cose, di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dallo Spirito di verità [Cf. Gv 14,26; 16,13], godevano [Cf. Gv 2,22; 12,6; da confr. con 14,26; 16,12-13; 7,39]. E gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce o già per iscritto, redigendo un riassunto di altre, o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere [Cf. Istruzione Sancta Mater Ecclesia emanata dal Pontificio Consiglio per la promozione degli Studi Biblici: AAS 56 (1964) p. 715]. Essi infatti, attingendo sia ai propri ricordi sia alla testimonianza di coloro i quali « fin dal principio furono testimoni oculari e ministri della parola », scrissero con l'intenzione di farci conoscere la « verità » (cfr. Lc 1,2-4) degli insegnamenti che abbiamo ricevuto.

Gli altri scritti del Nuovo Testamento 20 Il canone del Nuovo Testamento, oltre i quattro Vangeli, contiene anche le lettere di san Paolo ed altri scritti apostolici, composti per ispirazione dello Spirito Santo; questi scritti, per sapiente disposizione di Dio, confermano tutto ciò che riguarda Cristo Signore, spiegano ulteriormente la sua dottrina autentica, fanno conoscere la potenza salvifica dell'opera divina di Cristo, narrano gli inizi della Chiesa e la sua mirabile diffusione nel mondo e preannunziano la sua gloriosa consumazione. Il Signore Gesù, infatti, assisté i suoi apostoli come aveva promesso (cfr. Mt 28,20) e inviò loro lo Spirito consolatore, il quale doveva introdurli nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13).

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Approfondimenti

Cap. V – IL NUOVO TESTAMENTO

Il cap. V della Dei Verbum affronta alcune questioni relative al Nuovo Testamento, che è il vertice di tutta la Sacra Scrittura, perché in esso ci è data «testimonianza perenne e divina» del mistero del Verbo fatto carne, che si manifesta nella «pienezza dei tempi» (n. 7); questa testimonianza ha al suo centro i santi vangeli, di cui è affermata l'origine apostolica (n. 18) e sottolineato il valore storico, punto sostanziale per la fede, per cui è da riconoscerne la corretta genesi, partendo dalla predicazione di Gesù, attraverso la predicazione degli apostoli, fino alla redazione dei quattro evangelisti (n. 19); senza dimenticare l'importanza degli altri scritti neotestamentari (n. 20).

Nell'esperienza biblica va dato il primato al Nuovo Testamento, segnatamente alla persona di Gesù; ma questo non dovrebbe estromettere altri scritti del Nuovo Testamento, San Paolo in particolare, il grande sconosciuto. Il primato non è tanto o soltanto materiale, ma prima di tutto di centralità, così che ogni lettura biblica abbia nel Nuovo Testamento la sua chiave interpretativa.

Occorre non rinunciare a dare un giusto profilo biografico della persona di Gesù Cristo (non basterebbe trattarlo in frammenti di parole e di fatti). Vi è la missione terrena da porre in risalto nelle coordinate storiche, geografiche, ambientali e contestuali; c'è da cogliere nell'integralità il suo messaggio e infine il suo mistero, quello che la risurrezione svela, con l'approfondimento armonico di tale mistero nel credo della Chiesa. Le varie esperienze bibliche, specialmente se continuate, dovrebbero permettere di dare e ricevere il volto di Gesù nella sua pienezza.

https://www.acvenezia.net/wp-content/uploads/2016/01/DEI_VERBUM_presentazioneDD.pdf


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