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DIARIO DI LETTURA DAL 25 DICEMBRE 2022

DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione DEI VERBUM (18 novembre 1965)

CAPITOLO IV – IL VECCHIO TESTAMENTO

La storia della salvezza nei libri del Vecchio Testamento 14 Iddio, progettando e preparando nella sollecitudine del suo grande amore la salvezza del genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo al quale affidare le promesse. Infatti, mediante l'alleanza stretta con Abramo (cfr. Gn 15,18), e per mezzo di Mosè col popolo d'Israele (cfr. Es 24,8), egli si rivelò, in parole e in atti, al popolo che così s'era acquistato come l'unico Dio vivo e vero, in modo tale che Israele sperimentasse quale fosse il piano di Dio con gli uomini e, parlando Dio stesso per bocca dei profeti, lo comprendesse con sempre maggiore profondità e chiarezza e lo facesse conoscere con maggiore ampiezza alle genti (cfr. Sal 21,28-29; 95,1-3; Is 2,1-4; Ger 3,17). L'economia della salvezza preannunziata, narrata e spiegata dai sacri autori, si trova in qualità di vera parola di Dio nei libri del Vecchio Testamento; perciò questi libri divinamente ispirati conservano valore perenne: «Quanto fu scritto, lo è stato per nostro ammaestramento, affinché mediante quella pazienza e quel conforto che vengono dalle Scritture possiamo ottenere la speranza» (Rm 15,4).

Importanza del Vecchio Testamento per i cristiani 15 L'economia del Vecchio Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunziare profeticamente (cfr. Lc 24,44; Gv 5,39; 1Pt 1,10) e a significare con diverse figure (cfr. 1Cor 10,11) l'avvento di Cristo redentore dell'universo e del regno messianico. I libri poi del Vecchio Testamento, tenuto conto della condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti chi è Dio e chi è l'uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso agisce con gli uomini. Questi libri, sebbene contengano cose imperfette e caduche, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina [Cf. PIO XI, Encicl. Mit brennender Sorge, 14 marzo 1937: AAS 29 (1937), p. 151]. Quindi i cristiani devono ricevere con devozione questi libri: in essi si esprime un vivo senso di Dio; in essi sono racchiusi sublimi insegnamenti su Dio, una sapienza salutare per la vita dell'uomo e mirabili tesori di preghiere; in essi infine è nascosto il mistero della nostra salvezza.

Unità dei due Testamenti 16 Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell'uno e dell'altro Testamento e ne è l'autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo [Cf. S. AGOSTINO, Quaest. in Hept., 2, 73: PL 34, 623]. Poiché, anche se Cristo ha fondato la Nuova Alleanza nel sangue suo (cfr. Lc 22,20; 1Cor 11,25), tuttavia i libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica [Cf. S. IRENEO, Adv. Haer., III, 21, 3: PG 7, 950 (= 25,1: HARVEY, 2, p. 115). S. CIRILLO DI GERUS., Catech., 4,35: PG 33, 497, TEODORO DI MOPS., In Soph., I, 4-6: PG 66, 452D-453A], acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 5,17; Lc 24,27), che essi a loro volta illuminano e spiegano.

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Approfondimenti

Cap. IV — IL VECCHIO TESTAMENTO

L'Antico Testamento viene presentato come parte organica della storia della salvezza. I suoi libri «conservano valore perenne» (n. 14), sono parola di Dio anche per i cristiani, nell'ottica di una «preparazione evangelica», di «una vera pedagogia divina» (n. 15), formando così un'unità articolata con il Nuovo Testamento, alla luce del quale «acquistano e manifestano il loro complesso significato» (n. 16).

Molti cristiani evitano quasi l’Antico Testamento: è trascurato un annuncio corretto di esso; si ha fastidio di un certo linguaggio, si diffondono gli stereotipi sul Dio “violento” e su una religione “nazionalista”, facendo ricadere il sospetto sulla religione ebraica e sull'ebraismo; è difficile vedere la continuità fra Antico e Nuovo Testamento, non si sa realizzare una lettura cristiana della prima alleanza! Tutto ciò richiede la conoscenza della teologia dell'Antico Testamento nel quadro cristiano e segnatamente del documento della Pontificia Commissione Biblica “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana” (2001).

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione DEI VERBUM (18 novembre 1965)

CAPITOLO III – L'ISPIRAZIONE DIVINA E L'INTERPRETAZIONE DELLA SACRA SCRITTURA

Ispirazione e verità della Scrittura 11 Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa [Cf. CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2: Dz 1787 (3006) [Collantes 2.015]. PONT. COMM. BIBLICA, Decr. 18 giugno 1915: Dz 2180 (3629); EB 420. S. S. C. del S. Uffizio, Lett. 22 dic. 1923: EB 499] per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità [Cf. PIO XII, Encicl. Divino afflante, 30 sett. 1943: AAS 35 (1943), p. 314; EB 556], affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo [In e per l’uomo: cf. Eb 1,1 e 4,7 (in); 2 Sam 23,2; Mt 1,22 e passim (per); CONC. VAT. I, Schema de doctr. cath., nota 9: Coll. Lac. VII, 522], scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte [LEONE XIII, Encicl. Providentissimus Deus, 18 nov. 1893: Dz 1952 (3293); EB 556 Collantes 2.028-30].

Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture [Cf. S. AGOSTINO, De Gen. ad litt., 2, 9, 20: PL 34, 270-271; CSEL 28, 1, 46-47, e Epist. 82, 3: PL 33, 277: CSEL 34, 2, 354. – S. TOMMASO, De Ver., q. 12, a. 2, C. – CONC. DI TRENTO, decr. De canonicis Scripturis: Dz 783 (1501) [Collantes 2.006]. – LEONE XIII, Encicl. Providentissimus Deus: EB 121, 124, 126-127 [Dz 3291ss; Collantes 2.026ss]. – PIO XII, Encicl. Divino afflante: EB 539]. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona».

Come deve essere interpretata la sacra Scrittura 12 Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana [Cf. S. AGOSTINO, De Civ. Dei, XVII, 6, 2: PL 41, 537; CSEL 40, 2,228], l'interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l'intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque che l'interprete ricerchi il senso che l'agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso [Cf. S. AGOSTINO, De Doctr. Christ., III, 18, 26: PL 34, 75-76; CSEL 80, 95]. Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l'autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell'agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani [Cf. PIO XII, l.c. [nota 5]: Dz 2294 (3829-3830); EB 557-562 in parte Collantes 2.069-71].

Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta [Cf. BENEDETTO XV, Encicl. Spiritus Paraclitus, 15 sett. 1920: EB 469. S. GIROLAMO, In Gal. 5, 19-21: PL 26, 417A], per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell'analogia della fede. È compito degli esegeti contribuire, seguendo queste norme, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della sacra Scrittura, affinché mediante i loro studi, in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Quanto, infatti, è stato qui detto sul modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio [Cf. CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2: Dz 1788 (3007) Collantes 2.016].

La «condiscendenza» della Sapienza divina 13 Nella sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l'ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, «affinché possiamo apprendere l'ineffabile benignità di Dio e a qual punto egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia adattato il suo parlare» [S. GIOVANNI CRISOSTOMO, In Gen. 3,8 (om. 17,1): PG 53,134. “Attemperatio”, in greco synkatábasis]. Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si son fatte simili al parlare dell'uomo, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile all'uomo.

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Approfondimenti

Cap. III — L'ISPIRAZIONE DIVINA E L'INTERPRETAZIONE DELLA SACRA SCRITTURA

Il cap. III della Dei Verbum, dedicato all'identità della Scrittura nella sua globalità, ha avuto un cammino di maturazione progressiva, che ha portato a un testo largamente condiviso, con contenuti da collocare e comprendere nel contesto della riflessione di secoli.

• Anzitutto viene l'affermazione sul fatto della ispirazione delle Scritture, cioè che i libri sacri «hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa» (n. 11). Più precisamente, hanno per autore Dio con la mediazione di veri autori umani.

• Viene poi il senso da dare alla verità della Bibbia: «I libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre lettere» (n. 11). Sottolineatura importante: proprio della Bibbia è dire verità rivelate da Dio in funzione non della nostra cultura o di finalità profane, ma della salvezza delle persone, e quindi da comprendere non come risposte scientifiche, ma religiose. Non viene limitata l'ispirazione, ma ne viene compresa la ragion d'essere. Qui si inserisce il giusto dialogo con le scienze, senza che vi sia motivo per conflitti perniciosi.

• Tutto ciò esige un corrispondente processo di interpretazione della Bibbia accolta per quello che è: parola di Dio in linguaggio umano, affidata alla Chiesa. Comporta un doppio livello di lettura: la ricerca del senso immediato del testo, secondo le sue connotazioni storiche e letterarie, e la sua trasfigurazione nel senso spirituale, ovvero secondo lo «stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (n. 12), quello Spirito che rimanda a Cristo e alla Chiesa. È il nodo fondamentale dell'ermeneutica, affermato dalla Dei Verbum nei principi sostanziali, ma affatto esaurito. Qui ha il suo posto il successivo documento della Pontificia Commissione Biblica, L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993).

• La Dei Verbum, a conclusione del capitolo sull'identità della Bibbia, ricorda che la Bibbia appartiene al mistero dell'incarnazione, che abbraccia tutte le parole di Dio nella Bibbia, racchiuse nella figura della divina Sapienza che ha il suo culmine nell'incarnazione del Figlio di Dio, parole quindi che rispecchiano in se stesse l'umanità e la divinità del Verbo, la debolezza umana e la forza di Dio (cfr. n. 13). Cercare i volti di Dio e dell'uomo facendo perno sul mistero di Cristo, uomo e Dio, diventa la via necessaria e indispensabile di intelligenza corretta e vitale delle Scritture.

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CAPITOLO II – LA TRASMISSIONE DELLA DIVINA RIVELAZIONE

Gli apostoli e i loro successori, missionari del Vangelo 7 Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la Rivelazione di Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l'Evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona venisse da loro predicato a tutti come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale [Cf. Mt 28,19-20 e Mc 16,15. CONC. DI TRENTO, Decr. De canonicis Scripturis: Dz 783 (1501) Collantes 2.006], comunicando così ad essi i doni divini. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini a loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza [Cf. CONC. DI TRENTO, l.c.; CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2: Dz 1787 (3006)].

Gli apostoli poi, affinché l'Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi «affidando il loro proprio posto di maestri» [S. IRENEO, Adv. Haer., III, 3, 1: PG 7, 848; HARVEY, 2, p. 9]. Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell'uno e dell'altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com'egli è (cfr. 1 Gv 3,2).

La sacra tradizione 8 Pertanto la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva esser conservata con una successione ininterrotta fino alla fine dei tempi. Gli apostoli perciò, trasmettendo ciò che essi stessi avevano ricevuto, ammoniscono i fedeli ad attenersi alle tradizioni che avevano appreso sia a voce che per iscritto (cfr. 2 Ts 2,15), e di combattere per quella fede che era stata ad essi trasmessa una volta per sempre [Cf. CONC. DI NICEA II: DZ 303 (602). CONC. DI COSTANT. IV, Sess. X, can. 1: Dz 336 (650-52)]. Ciò che fu trasmesso dagli apostoli, poi, comprende tutto quanto contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all'incremento della fede; così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede.

Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l'assistenza dello Spirito Santo [Cf. CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica, Dei Filius, cap. 4: Dz 1800 (3020) Collantes 1.085]: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio.

Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega. È questa Tradizione che fa conoscere alla Chiesa l'intero canone dei libri sacri e nella Chiesa fa più profondamente comprendere e rende ininterrottamente operanti le stesse sacre Scritture. Così Dio, il quale ha parlato in passato non cessa di parlare con la sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce dell'Evangelo risuona nella Chiesa e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti alla verità intera e in essi fa risiedere la parola di Cristo in tutta la sua ricchezza (cfr. Col 3,16).

Relazioni tra la Scrittura e la Tradizione 9 La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura è parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra Tradizione, essa trasmette integralmente la parola di Dio – affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli – ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza [Cf. CONC. DI TRENTO, Decr. De canonicis Scripturis: Dz 783 (1501) Collantes 2.006].

Relazioni della Tradizione e della Scrittura con tutta la chiesa e con il magistero 10 La sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa; nell'adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni (cfr. At 2,42 gr.), in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si stabilisca tra pastori e fedeli una singolare unità di spirito [f. PIO XII, Cost. Apost. Munificentissimus Deus, 1° nov. 1950: AAS 42 (1950), p. 756, che riporta le parole di S. CIPRIANO, Epist. 66, 8: CSEL 3, 2, 733: “La Chiesa è un popolo raccolto intorno al Sacerdote e un gregge unito al suo Pastore”].

L'ufficio poi d'interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa [Cf. CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 3: Dz 1792 (3011) Collantes 1.070], è affidato al solo magistero vivo della Chiesa [Cf. PIO XII, Encicl. Humani Generis, 12 ag. 1950: AAS 42 (1950), pp. 568-569: Dz 2314 (3886) Collantes 7.203-04], la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale magistero però non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio.

È chiaro dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime.

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Approfondimenti

Cap. II — LA TRASMISSIONE DELLA DIVINA RIVELAZIONE

La trasmissione della Rivelazione ha una sua complessità, che nel passato non poche volte è stata proposta nella divisione e nella contrapposizione tra Tradizione e Scrittura, o per svilire questa o per negare quella. La Dei Verbum mette in rilievo tre grandi verità:

• La Rivelazione, che si realizza per incarnazione della Parola nello spazio e nel tempo, per arrivare ad ogni uomo deve essere trasmessa di generazione in generazione, con l’annuncio, i segni e la testimonianza, tra cui anche i testi scritti. La Tradizione attua la vocazione missionaria della parola di Dio: «Dio dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni» (n. 7). Alla base della Tradizione sta la «predicazione apostolica» (n. 8), che continua la sua vita nel tempo in diverse modalità: orali, scritte, testimoniali, nella dottrina, nella celebrazione e nella vita della comunità, salvaguardandone l'autenticità, senza deformazioni, da vivente a vivente, secondo le mediazioni di trasmissione del tempo, dando figura di volta in volta alla dinamicità che è propria della parola di Dio.

• Soggetto responsabile della trasmissione della Rivelazione rimane sempre Cristo, per l'impulso dello Spirito Santo, rappresentato ed espresso dal corpo stesso di Gesù dopo Pasqua che è la Chiesa, la quale, «nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede» (n. 8). È una Tradizione che progredisce grazie allo studio, all'esperienza di fede, alla predicazione e «tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio» (n. 8).

• Tradizione e Scrittura sono «come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio» (n. 7), sono «strettamente tra loro congiunte e comunicanti», come canali «che scaturiscono dalla stessa divina sorgente» sono «un solo sacro deposito della parola di Dio affidata alla Chiesa» (n. 10). La Scrittura nasce dentro la Tradizione viva, da essa viene trasmessa e dunque ha bisogno del contesto di Tradizione per essere capita nel significato vitale, come parola di Dio. D'altra parte la Scrittura costituisce per così dire il centro della Tradizione, l'oggettivazione della sua aurora, la fa emergere nella freschezza alla sorgente, collegandola alla genuinità della Tradizione apostolica. La Tradizione è criterio di attualità, di vivificazione della Parola; la Scrittura, di autenticità. Il Magistero fa opera di discernimento in quanto ha l'ufficio di «interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa» (n. 10).

• Tradizione e Scrittura sono «come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio» (n. 7), sono «strettamente tra loro congiunte e comunicanti», come canali «che scaturiscono dalla stessa divina sorgente» sono «un solo sacro deposito della parola di Dio affidata alla Chiesa» (n. 10). La Scrittura nasce dentro la Tradizione viva, da essa viene trasmessa e dunque ha bisogno del contesto di Tradizione per essere capita nel significato vitale, come parola di Dio. D'altra parte la Scrittura costituisce per così dire il centro della Tradizione, l'oggettivazione della sua aurora, la fa emergere nella freschezza alla sorgente, collegandola alla genuinità della Tradizione apostolica. La Tradizione è criterio di attualità, di vivificazione della Parola; la Scrittura, di autenticità. Il Magistero fa opera di discernimento in quanto ha l'ufficio di «interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa» (n. 10).

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione DEI VERBUM (18 novembre 1965)

PROEMIO 1 In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il santo Concilio fa sue queste parole di san Giovanni: «Annunziamo a voi la vita eterna, che era presso il Padre e si manifestò a noi: vi annunziamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi siate in comunione con noi, e la nostra comunione sia col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1 Gv 1,2-3). Perciò seguendo le orme dei Concili Tridentino e Vaticano I, intende proporre la genuina dottrina sulla divina Rivelazione e la sua trasmissione, affinché per l'annunzio della salvezza il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami [Cf. S. AGOSTINO, De catechizandis rudibus, 4,8: PL 40, 316].

CAPITOLO I – LA RIVELAZIONE

Natura e oggetto della Rivelazione 2 Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione [Cf. Mt 11,27; Gv 1,14.17; 14,6; 17,1-3; 2 Cor 3,16; 4,6; Ef 1,3-14].

Preparazione della Rivelazione evangelica 3 Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo (cfr. Gv 1,3), offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé (cfr. Rm 1,19-20); inoltre, volendo aprire la via di una salvezza superiore, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori. Dopo la loro caduta, con la promessa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza (cfr. Gn 3,15), ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene (cfr. Rm 2,6-7). A suo tempo chiamò Abramo, per fare di lui un gran popolo (cfr. Gn 12,2); dopo i patriarchi ammaestrò questo popolo per mezzo di Mosè e dei profeti, affinché lo riconoscesse come il solo Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stesse in attesa del Salvatore promesso, preparando in tal modo lungo i secoli la via all'Evangelo.

Cristo completa la Rivelazione 4 Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini» [Epist. ad Diognetum, 7,4: FUNK, Patres Apostolici, I, p. 403.], «parla le parole di Dio» (Gv 3,34) e porta a compimento l'opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l'invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L'economia cristiana dunque, in quanto è l'Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun'altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).

Accogliere la Rivelazione con fede 5 A Dio che rivela è dovuta «l'obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr. Rm 1,5; 2 Cor 10,5-6), con la quale l'uomo gli si abbandona tutt'intero e liberamente prestandogli «il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» [CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 3: Dz 1789 (3008) Collantes 1.067] e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa. Perché si possa prestare questa fede, sono necessari la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi dello spirito e dia «a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» [SIN. DI ORANGE II, can. 7: Dz 180 (377) Collantes 8.035; CONC. VAT. I, l.c.: Dz 1791 (3010) Collantes 1.069]. Affinché poi l'intelligenza della Rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni.

Le verità rivelate 6 Con la divina Rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, «per renderli cioè partecipi di quei beni divini, che trascendono la comprensione della mente umana» [CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2: Dz 1786 (3005) Collantes 1.063]. Il santo Concilio professa che «Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale dell'umana ragione a partire dalle cose create» (cfr. Rm 1,20); ma insegna anche che è merito della Rivelazione divina se «tutto ciò che nelle cose divine non è di per sé inaccessibile alla umana ragione, può, anche nel presente stato del genere umano, essere conosciuto da tutti facilmente, con ferma certezza e senza mescolanza d'errore» [CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 2: Dz 1785 e 1786 (3004 e 3005) Collantes 1.061-63].

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Approfondimenti

Cap. I — LA RIVELAZIONE

La Dei Verbum È la costituzione conciliare che immediatamente propone una visione della fede tutta centrata sull’esperienza di Gesù Cristo. A partire dell’evento cristologico viene ricompresa la relazione tra Scrittura e Rivelazione. Dio vuole incontrare gli uomini e parlare loro come ad amici, e questo avviene nella vicenda storica che ha in Gesù Cristo il suo centro ed il suo culmine. La rivelazione di Dio diventa allora vissuta in una prospettiva amicale e ci fa dire che la fede non è prima di tutto comunicazione di una verità da credere, quanto un rapporto personale ed esistenziale degli esseri umani con Colui che per noi è Padre di misericordia.

La Chiesa è la realtà chiamata a prolungare nella storia e nel mondo questo dialogo divino / umano. Dio ci vuole dare accesso alla sua stessa intimità, lui si rende prossimo: è questa una possibilità inaudita. A questa chiamata egli ci sollecita come popolo santo di Dio, chiamato a vivere la nostra singolare unità di spirito a partire dalla comune costituzione battesimale: “La posta in gioco è quella dell’adesione alla Parola di Dio la cui intelligenza è a tutti noi affidata; non monopolio di alcuni, ma bene comune di tutti. La sfida – più che mai attuale – è appunto quella del ritenere, trasmettere, praticare e professare tutti, in «singolare unità di spirito», la fede ricevuta e trasmessa.” (Cettina Militello in Perle del Concilio. Dal tesoro del Vaticano II, a cura di Marco Vergottini, EDB, Bologna 2012, 34.)

La Dei Verbum si presenta strutturata in sei capitoli e 26 numeri; al Proemio seguono immediatamente i capitoli:

  1. La rivelazione
  2. La trasmissione della divina rivelazione
  3. L’ispirazione divina e l’interpretazione della sacra scrittura
  4. Il vecchio testamento
  5. Il nuovo testamento
  6. La sacra scrittura nella vita della chiesa

La Costituzione fu promulgata da Papa Paolo VI il 18 novembre 1965, in seguito all’approvazione dei vescovi riuniti in assemblea con 2.344 voti favorevoli e 6 contrari. Il titolo è un rimando sia alle Sacre Scritture (letteralmente, la «Parola di Dio»), sia allo stesso Gesù Cristo (il Verbo di Dio) ed è tratto dall’incipit del documento, com’è consuetudine nei documenti ufficiali del Concilio.

La parola di Dio che è il suo stesso Figlio, comunica all’uomo con parole e gesti; Egli, che si è fatto uomo, anche come uomo sa rispondere a tale Parola e insegna anche a noi a porci in questa stessa dinamica. Egli si fa mediatore per permettere all’uomo, e a ogni uomo, di comprendere umanamente quella parola divina ed adempierla.

La Dei Verbum ci invita dunque a ripercorrere il mistero della Parola che si fa Scrittura, come quello della Parola che si fa carne. La nostra spiegazione deve però essere maturata dalla pienezza della nostra vita in Dio e deve trovare sostegno nel nostro stare in silenzio davanti a Lui.

Ecco, in sintesi, alcuni dei caratteri con cui nella Dei Verbum viene descritta la Rivelazione, la parola di Dio.

• Prima di poter essere ricondotta a un insieme di formule dottrinali, la Rivelazione è l’atto di auto-comunicazione amorosa di Dio agli uomini, cui egli si dona in vista della loro salvezza. Le Persone divine si manifestano e si consegnano all'uomo, e la storia umana diventa, per volere di Dio, progetto di storia di salvezza.

• Tale evento di comunicazione avviene nella storia, secondo le modalità proprie con cui si realizza l'agire storico, e quindi mediante “eventi e parole”, che reciprocamente si illuminano.

• La Rivelazione storica ha un centro, che è l'evento di Gesù Cristo.

• All'uomo che è libero si richiede una libera risposta di consenso, la fede. Come risposta ad un evento, essa non si riduce al riconoscimento di una verità, ma implica l'accoglienza di Dio. Dimensione essenziale ed esistenziale, assenso veritativo e affidamento fiduciale non si oppongono nella fede cristiana, in cui la Verità si manifesta nella persona del Figlio di Dio fatto uomo.

Da questa articolata visione dell'atto comunicativo di Dio e della risposta dell'uomo possiamo trarre alcune implicazioni pastorali.

a) Incontrare la Bibbia è incontrare Dio che, comunicatosi a noi nella storia, oggi ci parla nel libro che è testimonianza della sua Rivelazione. La Bibbia stessa infatti è parola di Dio, questa parola amicale e di comunione. E interessante notare l'inclusione che si istituisce tra inizio e fine del documento. Si legge nel cap. I: «Con questa Rivelazione Dio invisibile nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (n. 2); e nel cap. VI, a proposito di Bibbia: «Nei libri sacri il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro» (n. 21). C'è molto da fare ancora perché da tutti sia avvertito che aprire la Bibbia è entrare nel mistero di amore del Padre che comunica con noi, nello Spirito, mediante il suo Figlio. Un'esperienza non riducibile alla sola sfera dell'intelligenza e della conoscenza, ma che si compie nell'incontro.

b) Dio parla di sé a noi come uomini: la Bibbia testimonia la Rivelazione di Dio all'uomo e dell'uomo a se stesso, e del loro reciproco rapporto. La Bibbia non parla di Dio e dell'uomo separati, ma in vista di un patto di amore, di un'alleanza, che Dio offre all'uomo, che l'uomo può accogliere o rifiutare, perdendo qualcosa di sé ogni volta che rifiuta qualcosa di Dio. La Bibbia, parola di Dio, vuol rendere grande l'uomo che la riceve, della grandezza e dignità di Dio, con la responsabilità di esserlo e di viverlo. L'incontro con la Bibbia porta alle altezze della dignità di Dio. Essa va proposta come “libro di alleanza”. Mettersi al suo ascolto deve essere percepito come una pratica di dialogo tra alleati, tra amici.

c) Congiunzione visibile e infallibile fra Dio e uomo è Gesù Cristo, il Figlio fatto uomo per opera dello Spirito. Non è da poco proporre l'incontro biblico come incontro con Dio in Gesù Cristo il mediatore, il ponte fra Dio e l'umanità. Importa, quanto meno, dare ai Vangeli un posto privilegiato nell'incontro biblico e concludere i messaggi degli altri libri contenuti nella Scrittura, avanti e dopo Gesù, nell'ultima Parola che è Gesù nella sua Chiesa; ed ancora sforzarsi di leggere in ogni brano biblico la Rivelazione di Dio, dell'uomo e del loro rapporto, vedendone la luce piena nella storia di Gesù.

d) Che Dio si riveli e dunque comunichi la sua parola nella storia, intreccio di opere e parole, porta a conoscere la vicenda della parola di Dio, anzitutto dentro la storia della Bibbia. Ciò significa abilitarsi a leggere la Bibbia secondo le tre dimensioni di storia, letteratura, messaggio; ma anche riconoscendo che la storia è luogo in cui la Rivelazione, la parola di Dio del passato si incarna e rivela la sua verità. Per questo ci si deve anzitutto allenare al discernimento dei segni di Dio, dei semi del Verbo, nella storia dell'uomo, dai grandi avvenimenti che segnano la storia dei popoli fino alle vicende personali di chi fa con noi un cammino con la Bibbia in mano; in secondo luogo si deve anche diventare costruttori di storia secondo un agire illuminato dalla luce della Parola.

e) Se la Rivelazione è, un rapporto, un dialogo fra Dio e uomo in Gesù Cristo, con la potenza dello Spirito, allora a Dio che si dona nel segno della parola non può che corrispondere come risposta adeguata la fede, quale atteggiamento esistenziale che percepisce e ritiene la verità della comunicazione e insieme si affida fiduciosamente al Padre, accogliendo con amore la Parola, pregandola e ubbidendovi: «A Dio che rivela è dovuta l'obbedienza della fede, con la quale l'uomo si abbandona tutto a Dio, liberamente, prestando il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà» (n. 5). L'azione pastorale non può prescindere da questa soggettività credente (che non esclude ma al contrario include l'oggettività del dato di fede), richiedendo ed educando all'atteggiamento di amore e di fede nel Signore che parla. La preghiera non deve essere un'appendice, ma la spina dorsale dell'incontro biblico. Per questo la lectio divina è antica quanto la Chiesa ed è proposta in maniera privilegiata da Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte al n. 39, dai Vescovi italiani in Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia al n. 49, segnalata in modo particolare ai giovani da Benedetto XVI nel Messaggio per la XXI Giornata Mondiale della Gioventù (9 aprile 2006) e ribadita nei Lineamenta per la XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi al n. 25.

https://www.diocesinola.it/downloads/category_105/Libretto-riflessione-Dei-Verbum.pdf

https://www.acvenezia.net/wp-content/uploads/2016/01/DEI_VERBUM_presentazioneDD.pdf


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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Chiesa LUMEN GENTIUM (21 novembre 1964)

CAPITOLO VIII – LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

IV. Il culto della beata Vergine nella Chiesa

Natura e fondamento del culto 66 Maria, perché madre santissima di Dio presente ai misteri di Cristo, per grazia di Dio esaltata, al di sotto del Figlio, sopra tutti gli angeli e gli uomini, viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale. E di fatto, già fino dai tempi più antichi, la beata Vergine è venerata col titolo di «madre di Dio» e i fedeli si rifugiano sotto la sua protezione, implorandola in tutti i loro pericoli e le loro necessità [Cf. Breviario Romano, ant. “Sub tuum praesidium” ai I Vespri del Piccolo Ufficio della Beata Vergine Maria; nella Liturgia delle Ore, antifona mariana di Compieta]. Soprattutto a partire dal Concilio di Efeso il culto del popolo di Dio verso Maria crebbe mirabilmente in venerazione e amore, in preghiera e imitazione, secondo le sue stesse parole profetiche: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché grandi cose mi ha fatto l'Onnipotente» (Lc 1,48). Questo culto, quale sempre è esistito nella Chiesa sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione reso al Verbo incarnato cosi come al Padre e allo Spirito Santo, ed è eminentemente adatto a promuoverlo. Infatti le varie forme di devozione verso la madre di Dio, che la Chiesa ha approvato, mantenendole entro i limiti di una dottrina sana e ortodossa e rispettando le circostanze di tempo e di luogo, il temperamento e il genio proprio dei fedeli, fanno si che, mentre è onorata la madre, il Figlio, al quale sono volte tutte le cose (cfr Col 1,15-16) e nel quale «piacque all'eterno Padre di far risiedere tutta la pienezza» (Col 1,19), sia debitamente conosciuto, amato, glorificato, e siano osservati i suoi comandamenti.

Norme pastorali 67. Il santo Concilio formalmente insegna questa dottrina cattolica. Allo stesso tempo esorta tutti i figli della Chiesa a promuovere generosamente il culto, specialmente liturgico, verso la beata Vergine, ad avere in grande stima le pratiche e gli esercizi di pietà verso di lei, raccomandati lungo i secoli dal magistero della Chiesa; raccomanda di osservare religiosamente quanto in passato è stato sancito circa il culto delle immagini di Cristo, della beata Vergine e dei Santi [Cf. CONCILIO DI NICEA II, anno 787: MANSI 13, 378-279; Dz 302 (600-01) [Collantes 7.336-37]; CONC. DI TRENTO, Sess. 25: MANSI 33, 171-172 Dz 1821-25; Collantes 7.343-47]. Esorta inoltre caldamente i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure da una eccessiva grettezza di spirito, nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio [Cf. PIO XII, Messaggio radiof., 24 ott. 1954: AAS 46 (1954), p. 679; Encicl. Ad caeli Reginam, 11 ott. 1954: AAS 46 (1954), p. 637]. Con lo studio della sacra Scrittura, dei santi Padri, dei dottori e delle liturgie della Chiesa, condotto sotto la guida del magistero, illustrino rettamente gli uffici e i privilegi della beata Vergine, i quali sempre sono orientati verso il Cristo, origine della verità totale, della santità e della pietà. Sia nelle parole che nei fatti evitino diligentemente ogni cosa che possa indurre in errore i fratelli separati o qualunque altra persona, circa la vera dottrina della Chiesa. I fedeli a loro volta si ricordino che la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa qual vana credulità, bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la madre nostra e all'imitazione delle sue virtù.

V. Maria, segno di certa speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio

Maria, segno del popolo di Dio 68 La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell'anima, costituisce l'immagine e l'inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore (cfr. 2Pt 3,10).

Maria interceda per l'unione dei cristiani 69 Per questo santo Concilio è di grande gioia e consolazione il fatto che vi siano anche tra i fratelli separati di quelli che tributano il debito onore alla madre del Signore e Salvatore, specialmente presso gli Orientali, i quali vanno, con ardente slancio ed anima devota, verso la madre di Dio sempre vergine per renderle il loro culto [Cf. PIO XI, Encicl. Ecclesiam Dei, 12 nov. 1923: AAS 15 (1923), p. 581. PIO XII, Encicl. Fulgens corona, 8 sett. 1953: AAS 45 (1953), pp. 590-591]. Tutti i fedeli effondano insistenti preghiere alla madre di Dio e madre degli uomini, perché, dopo aver assistito con le sue preghiere la Chiesa nascente, anche ora, esaltata in cielo sopra tutti i beati e gli angeli, nella comunione dei santi interceda presso il Figlio suo, fin tanto che tutte le famiglie di popoli, sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, in pace e concordia siano felicemente riunite in un solo popolo di Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinità.

21 novembre 1964

DAGLI ATTI DEL SS. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

Notificazioni

Fatte dall’Ecc.mo Segretario Generale del Ss. Concilio nella CXXIII Congregazione Generale del 16 novembre 1964

È stato chiesto quale debba essere la qualificazione teologica della dottrina esposta nello schema sulla Chiesa e sottoposto alla votazione. La commissione dottrinale ha dato al quesito questa risposta: «Come è di per sé evidente, il testo del Concilio deve sempre essere interpretato secondo le regole generali da tutti conosciute». In pari tempo la commissione dottrinale rimanda alla sua dichiarazione del 6 marzo 1964, di cui trascriviamo il testo:

«Tenuto conto dell'uso conciliare e del fine pastorale del presente Concilio, questo definisce come obbliganti per tutta la Chiesa i soli punti concernenti la fede o i costumi, che esso stesso abbia apertamente dichiarato come tali».

«Le altre cose che il Concilio propone, in quanto dottrina del magistero supremo della Chiesa, tutti e singoli i fedeli devono accettarle e tenerle secondo lo spirito dello stesso Concilio, il quale risulta sia dalla materia trattata, sia dalla maniera in cui si esprime, conforme alle norme d'interpretazione teologica».

Per mandato dell'autorità superiore viene comunicata ai Padri una nota esplicativa previa circa i «modi» concernenti il capo terzo dello schema sulla Chiesa. La dottrina esposta nello stesso capo terzo deve essere spiegata e compresa secondo lo spirito e la sentenza di questa nota.

16 novembre 1964

NOTA ESPLICATIVA PREVIA La commissione ha stabilito di premettere all'esame dei “modi” le seguenti osservazioni generali:

1) “Collegio” non si intende in senso « strettamente giuridico », cioè di un gruppo di eguali, i quali abbiano demandata la loro potestà al loro presidente, ma di un gruppo stabile, la cui struttura e autorità deve essere dedotta dalla Rivelazione. Perciò nella risposta al modus 12 si dice esplicitamente dei Dodici che il Signore li costituì « a modo di collegio o “gruppo” (coetus) stabile ». Cfr. anche il modus 53, c. Per la stessa ragione, per il collegio dei vescovi si usano con frequenza anche le parole “ordine” (ordo) o “corpo” (corpus). Il parallelismo fra Pietro e gli altri apostoli da una parte, e il sommo Pontefice e i vescovi dall'altra, non implica la trasmissione della potestà straordinaria degli apostoli ai loro successori, né, com'è chiaro, “uguaglianza” (aequalitatem) tra il capo e le membra del collegio, ma solo “proporzionalità” (proportionalitatem) fra la prima relazione (Pietro apostoli) e l'altra (papa vescovi). Perciò la commissione ha stabilito di scrivere nel n. 22 non “medesimo” (eodem) ma “pari” modo. Cfr. modus 57.

2) Si diventa “membro del collegio” in virtù della consacrazione episcopale e mediante la comunione gerarchica col capo del collegio e con le membra. Cfr. n. 22.

Nella consacrazione è data una “ontologica” partecipazione ai “sacri uffici”, come indubbiamente consta dalla tradizione, anche liturgica. Volutamente è usata la parola “uffici” (munerum), e non “potestà” (potestatum), perché quest'ultima voce potrebbe essere intesa di potestà esercitabile di fatto (ad actum expedita). Ma perché si abbia tale potestà esercitabile di fatto, deve intervenire la “determinazione” canonica o “giuridica” (iuridica determinatio) da parte dell'autorità gerarchica. E questa determinazione della potestà può consistere nella concessione di un particolare ufficio o nell'assegnazione dei sudditi, ed è concessa secondo le norme approvate dalla suprema autorità. Una siffatta ulteriore norma è richiesta “dalla natura delle cose”, trattandosi di uffici, che devono essere esercitati da “più soggetti”, che per volontà di Cristo cooperano in modo gerarchico. È evidente che questa “comunione” è stata applicata nella vita della Chiesa secondo le circostanze dei tempi, prima di essere per così dire codificata “nel diritto”. Perciò è detto espressamente che è richiesta la comunione “gerarchica” col capo della Chiesa e con le membra. “Comunione” è un concetto tenuto in grande onore nella Chiesa antica (ed anche oggi, specialmente in Oriente). Per essa non si intende un certo vago “sentimento”, ma una “realtà organica”, che richiede una forma giuridica e che è allo stesso tempo animata dalla carità. La commissione quindi, quasi d'unanime consenso, stabilì che si scrivesse: « nella comunione “gerarchica” ». Cfr. Mod. 40 ed anche quanto è detto della “missione canonica”, sotto il n. 24. I documenti dei recenti romani Pontefici circa la giurisdizione dei vescovi vanno interpretati come attinenti questa necessaria determinazione delle potestà.

3) Il collegio, che non si dà senza il capo, è detto essere: «anche esso soggetto di suprema e piena potestà sulla Chiesa universale ». Ciò va necessariamente ammesso, per non porre in pericolo la pienezza della potestà del romano Pontefice. Infatti il collegio necessariamente e sempre si intende con il suo capo, “il quale nel collegio conserva integro l'ufficio di vicario di Cristo e pastore della Chiesa universale”. In altre parole: la distinzione non è tra il romano Pontefice e i vescovi presi insieme, ma tra il romano Pontefice separatamente e il romano Pontefice insieme con i vescovi. E siccome il romano Pontefice e il “capo” del collegio, può da solo fare alcuni atti che non competono in nessun modo ai vescovi, come convocare e dirigere il collegio, approvare le norme dell'azione, ecc. Cfr. Modo 81. Il sommo Pontefice, cui è affidata la cura di tutto il gregge di Cristo, giudica e determina, secondo le necessità della Chiesa che variano nel corso dei secoli, il modo col quale questa cura deve essere attuata, sia in modo personale, sia in modo collegiale. Il romano Pontefice nell'ordinare, promuovere, approvare l'esercizio collegiale, procede secondo la propria discrezione, avendo di mira il bene della Chiesa.

4) Il sommo Pontefice, quale pastore supremo della Chiesa, può esercitare la propria potestà in ogni tempo a sua discrezione, come è richiesto dallo stesso suo ufficio. Ma il collegio, pur esistendo sempre, non per questo permanentemente agisce con azione “strettamente” collegiale, come appare dalla tradizione della Chiesa. In altre parole: Non sempre è «in pieno esercizio», anzi non agisce con atto strettamente collegiale se non ad intervalli e “col consenso del capo”. Si dice « col consenso del capo », perché non si pensi a una “dipendenza”, come nei confronti di chi è “estraneo”; il termine “consenso” richiama, al contrario, la “comunione” tra il capo e le membra e implica la necessità dell'atto”, il quale propriamente compete al capo. La cosa è esplicitamente affermata nel n. 22 ed è ivi spiegata. La formula negativa “se non” (nonnisi) comprende tutti i casi, per cui è evidente che le “norme” approvate dalla suprema autorità devono sempre essere osservate. Cfr. modus 84.

Dovunque appare che si tratta di “unione” dei vescovi “col loro capo”, e mai di azione dei vescovi “indipendentemente” dal papa. In tal caso, infatti, venendo a mancare l'azione del capo, i vescovi non possono agire come collegio, come appare dalla nozione di “collegio”. Questa gerarchica comunione di tutti i vescovi col sommo Pontefice è certamente abituale nella tradizione.

N. B.– Senza la comunione gerarchica l'ufficio sacramentale ontologico, che si deve distinguere dall'aspetto canonico giuridico, “non può” essere esercitato. La commissione ha pensato bene di non dover entrare in questioni di “liceità” e “validità”, le quali sono lasciate alla discussione dei teologi, specialmente per ciò che riguarda la potestà che di fatto è esercitata presso gli Orientali separati e che viene spiegata in modi diversi.

  • PERICLE FELICI Arcivescovo tit. di Samosata Segretario generale del Concilio

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Approfondimenti

Cap. VII. — LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

Il capitolo si chiude con la raccomandazione che la devozione speciale a Maria non diventi culto di adorazione che è riservato solo alla Trinità e al Verbo incarnato.

https://www.chiesadilavenomombello.it/items/consiglio_pastorale/29/allegati/Lumen%20Gentium%20-%20riduzione%20ppt.pdf

NOTA ESPLICATIVA PREVIA La “nota esplicativa previa” circa la dottrina sulla collegialità episcopale, dovrebbe essere letta prima del Cap. III, perché risponde a una necessità di un approfondimento, dato che non vi era un consenso consolidato sulla comprensione dei termini utilizzati circa la collegialità episcopale. In sintesi dice che:

  1. Il termine «collegio» non si deve intendere in senso strettamente giuridico, ma in quello di gruppo stabile, nel quale non vige l’uguaglianza tra i membri e il loro capo.
  2. L’incorporazione in esso si realizza attraverso la consacrazione episcopale consistente nella comunione gerarchica con i membri del collegio e il suo capo.
  3. L'autorità del suo capo è tale da costituire un elemento necessario al collegio stesso e da potersi esercitare sempre e con piena e universale potestà anche al di fuori di esso.
  4. L’autorità collegiale dei suoi membri, pur esistendo sempre, non viene esercitata che ad intervalli e col consenso del capo del collegio.

Questa nota non apporta alcun elemento nuovo al testo votato dal Concilio.

«La collegialità è solo una parte del discorso più ampio della sinodalità: il limite più grande della dottrina sulla collegialità proposta dal Concilio che costituisce anche uno dei nodi più grossi dell’intera questione – è la sua declinazione assoluta, senza alcun riferimento al popolo di Dio e alle sue funzioni, come dimostra il silenzio totale della costituzione – e di tutto il Concilio – sulla sinodalità della chiesa». (Dario Vitali, Verso la sinodalità, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, Magnano (BI) 2014, 62).


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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Chiesa LUMEN GENTIUM (21 novembre 1964)

CAPITOLO VIII – LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

III. La beata Vergine e la Chiesa

Maria e Cristo unico mediatore 60 Uno solo è il nostro mediatore, secondo le parole dell'Apostolo: «Poiché non vi è che un solo Dio, uno solo è anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che per tutti ha dato se stesso in riscatto» (1Tm 2,5-6). La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l'unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita.

Cooperazione alla redenzione 61 La beata Vergine, predestinata fino dall'eternità, all'interno del disegno d'incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, coll'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell'ordine della grazia.

Funzione salvifica subordinata 62 E questa maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti anche dopo la sua assunzione in cielo non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna [Cf. KLEUTGEN, testo riformato De mysterio Verbi incarnati, cap. IV: MANSI 53, 290. Cf. S. ANDREA DI CRETA, In nat. Mariae, sermo 4: PG 97, 865A. S. GERMANO DI COSTANTINOP., In annunt. Deiparae: PG 98, 321BC. In dorm. Deiparae, III: 361D. S. GIOV. DAMASCENO, In dorm. B. V. Mariae, Hom. I, 8: PG 96, 712BC-713A]. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, Mediatrice [Cf. LEONE XIII, Encicl. Adiutricem populi, 5 sett. 1895: ASS 28 (1895-96), p. 129. S. PIO X, Encicl. Ad diem illum, 2 febbr. 1904: Acta I, p. 154; Dz 1978a (3370) [Collantes 5.032-33]. PIO XI, Encicl. Miserentissimus, 8 maggio 1928: AAS 20 (1928), p. 178. PIO XII, Messaggio Radiof., 13 maggio 1946: AAS 38 (1946), p. 266]. Ciò però va inteso in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore [Cf. S. AMBROGIO, Epist. 63: PL 16, 1218].

Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e redentore. Ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato, tanto dai sacri ministri, quanto dal popolo fedele, e come l'unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l'unica mediazione del Redentore non esclude, bensì suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un'unica fonte. La Chiesa non dubita di riconoscere questa funzione subordinata a Maria, non cessa di farne l'esperienza e di raccomandarla al cuore dei fedeli, perché, sostenuti da questa materna protezione, aderiscano più intimamente al Mediatore e Salvatore.

Maria vergine e madre, modello della Chiesa 63 La beata Vergine, per il dono e l'ufficio della divina maternità che la unisce col Figlio redentore e per le sue singolari grazie e funzioni, è pure intimamente congiunta con la Chiesa: la madre di Dio è figura della Chiesa, come già insegnava sant'Ambrogio, nell'ordine cioè della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo [Cf. S. AMBROGIO, Expos. Lc. II, 7: PL 15, 1555]. Infatti nel mistero della Chiesa, la quale pure è giustamente chiamata madre e vergine, la beata vergine Maria occupa il primo posto, presentandosi in modo eminente e singolare quale vergine e quale madre [Cf. Ps. PIER DAM., Serm. 63: PL 144, 861AB. GOFFREDO DI S. VITTORE, In nat. B. M., Ms. Parigi, Mazarine, 1002, fol. 109r. GEROBO DI REICH., De gloria et honore Filii hominis, 10: PL 194, 1105AB]. Ciò perché per la sua fede ed obbedienza generò sulla terra lo stesso Figlio di Dio, senza contatto con uomo, ma adombrata dallo Spirito Santo, come una nuova Eva credendo non all'antico serpente, ma, senza alcuna esitazione, al messaggero di Dio. Diede poi alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra i molti fratelli (cfr. Rm 8,29), cioè tra i credenti, alla rigenerazione e formazione dei quali essa coopera con amore di madre.

La Chiesa vergine e madre 64 Orbene, la Chiesa contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo; imitando la madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità [Cf. S. AMBROGIO, Expos. Lc. II, 7 e X, 24-25: PL 15, 1555 e 1810. S. AGOSTINO, In Io., Tr. 13, 12: PL 35, 1499. Cf. Serm. 191, 2, 3: PL 38, 1010; ecc. Cf. anche VEN. BEDA, In Lc. Expos. I, cap. 2: PL 92, 330. ISACCO DELLA STELLA, Serm. 51: PL 194, 1863A].

La Chiesa deve imitare la virtù di Maria 65 Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine quella perfezione, che la rende senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli del Cristo si sforzano ancora di crescere nella santità per la vittoria sul peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. La Chiesa, raccogliendosi con pietà nel pensiero di Maria, che contempla alla luce del Verbo fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel supremo mistero dell'incarnazione e si va ognor più conformando col suo sposo. Maria infatti, la quale, per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce per così dire e riverbera le esigenze supreme della fede, quando è fatta oggetto della predicazione e della venerazione chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all'amore del Padre. A sua volta la Chiesa, mentre ricerca la gloria di Cristo, diventa più simile al suo grande modello, progredendo continuamente nella fede, speranza e carità e in ogni cosa cercando e compiendo la divina volontà. Onde anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente guarda a colei che generò il Cristo, concepito appunto dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa. La Vergine infatti nella sua vita fu modello di quell'amore materno da cui devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini.

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Approfondimenti

Cap. VII. — LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

Maria è inserita nel mistero di Cristo (incarnazione) e della Chiesa (Pentecoste)

Evidenzia la solidarietà di Maria con l’azione di Dio in Gesù – il suo sì e il suo accompagnamento fino alla croce; la sua singolarità – nessuno vicino a Gesù come lo fu lei; la sua eminenza – nessuno più di lei partecipe del piano di Dio.

Il punto nuovo è la lettura di Maria in chiave “ecclesiotipica”. Maria è modello della Chiesa in quanto vergine e madre in senso spirituale prima che biologico:

• Vergine in quanto tutta nella fede nella Parola • Madre in quanto tutta nella carità di Dio

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Chiesa LUMEN GENTIUM (21 novembre 1964)

CAPITOLO VIII – LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

I. Proemio

52 Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo, «quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, nato da una donna... per fare di noi dei figli adottivi» (Gal 4,4-5), «Egli per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si è incarnato per opera dello Spirito Santo da Maria vergine» [Simbolo Costantinopolitano: MANSI 3, 566. Cf. CONC. DI EFESO, ib. 4, 1130 (anche ib. 2, 665 e 4, 1071); CONC. DI CALC., ib. 7, 111-116; CONC. DI COSTANTINOPOLI II, ib. 9, 375-396 [Dz 150, 301, 422; Collantes 4.012, 4.020, 0.509]; Messale romano, nel Credo]. Questo divino mistero di salvezza ci è rivelato e si continua nella Chiesa, che il Signore ha costituita quale suo corpo e nella quale i fedeli, aderendo a Cristo capo e in comunione con tutti i suoi santi, devono pure venerare la memoria «innanzi tutto della gloriosa sempre vergine Maria, madre del Dio e Signore nostro Gesù Cristo» [Messale romano, nel Canone (Preghiera eucaristica I)].

Maria e la Chiesa 53 Infatti Maria vergine, la quale all'annunzio dell'angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come vera madre di Dio e Redentore. Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è insignita del sommo ufficio e dignità di madre del Figlio di Dio, ed è perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo; per il quale dono di grazia eccezionale precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri. Insieme però, quale discendente di Adamo, è congiunta con tutti gli uomini bisognosi di salvezza; anzi, è «veramente madre delle membra (di Cristo)... perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» [S. AGOSTINO, De S. Virginitate, 6: PL 40, 399]. Per questo è anche riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità; e la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come madre amatissima.

L'intenzione del Concilio 54 Perciò il santo Concilio, mentre espone la dottrina riguardante la Chiesa, nella quale il divino Redentore opera la salvezza, intende illustrare attentamente da una parte, la funzione della beata Vergine nel mistero del Verbo incarnato e del corpo mistico, dall'altra i doveri degli uomini, e i doveri dei credenti in primo luogo. Il Concilio tuttavia non ha in animo di proporre una dottrina esauriente su Maria, né di dirimere le questioni che il lavoro dei teologi non ha ancora condotto a una luce totale. Permangono quindi nel loro diritto le sentenze, che nelle scuole cattoliche vengono liberamente proposte circa colei, che nella Chiesa santa occupa, dopo Cristo, il posto più alto e il più vicino a noi [Cf. PAOLO VI, Discorso al Concilio del 4 dic.1963: AAS 56 (1964), p. 37].

II. Funzione della beata Vergine nell'economia della salvezza

La madre del Messia nell'Antico Testamento 55 I libri del Vecchio e Nuovo Testamento e la veneranda tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione della madre del Salvatore nella economia della salvezza e la propongono per così dire alla nostra contemplazione. I libri del Vecchio Testamento descrivono la storia della salvezza, nella quale lentamente viene preparandosi la venuta di Cristo nel mondo. Questi documenti primitivi, come sono letti nella Chiesa e sono capiti alla luce dell'ulteriore e piena rivelazione, passo passo mettono sempre più chiaramente in luce la figura di una donna: la madre del Redentore. Sotto questa luce essa viene già profeticamente adombrata nella promessa, fatta ai progenitori caduti in peccato, circa la vittoria sul serpente (cfr. Gen 3,15). Parimenti, è lei, la Vergine, che concepirà e partorirà un Figlio, il cui nome sarà Emanuele (cfr. Is 7, 14; Mt 1,22-23). Essa primeggia tra quegli umili e quei poveri del Signore che con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza. E infine con lei, la figlia di Sion per eccellenza, dopo la lunga attesa della promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova «economia», quando il Figlio di Dio assunse da lei la natura umana per liberare l'uomo dal peccato coi misteri della sua carne.

Maria nell'annunciazione 56 Il Padre delle misericordie ha voluto che l'accettazione da parte della predestinata madre precedesse l'incarnazione, perché così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l'uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura [Cf. S. GERMANO DI COST., Hom. in Annunt. Deiparae: PG 98, 328A; In Dorm., 2: 357. ANASTASIO D’ANTIOCHIA, Serm. 2 de Annunt., 2: PG 89, 1377AB; Serm. 3, 2: 1388C. S. ANDREA DI CRETA, Can. in B. V. Nat., 4: PG 97, 1321B; In B. V. Nat., 1: 812A; Hom. in Dorm., 1: 1068C. S. SOFRONIO, Or. 2 in Annunt., 18: PG 87(3), 3237BD]. Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall'angelo dell'annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale «piena di grazia» (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde «Ecco l'ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l'animo, senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell'uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice Sant'Ireneo, essa «con la sua obbedienza divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano» [S. IRENEO, Adv. Haer. III, 22, 4: PG 7, 959A; HARVEY, 2, 123]. Per cui non pochi antichi Padri nella loro predicazione volentieri affermano con Ireneo che «il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione coll'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede» [S. IRENEO, Adv. Haer. III, 22, 4: PG 7, 959A; HARVEY, 2, 124] e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria «madre dei viventi [S. EPIFANIO, Haer. 78, 18: PG 42, 728CD-729AB] e affermano spesso: «la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria» [S. GIROLAMO, Epist. 22, 21: PL 22, 408. Cf. S. AGOSTINO, Serm. 51, 2, 3: PL 38, 335; Serm. 232, 2: 1108. S. CIRILLO DI GERUS., Catech. 12, 15: PG 33, 741AB. S. GIOV. CRISOSTOMO, In Ps. 44, 7: PG 55, 193. S. GIOV. DAMASCENO, Hom. 2 in dorm. B.M.V., 3: PG 96, 728.].

Maria e l'infanzia di Gesù 57 Questa unione della madre col figlio nell'opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui; e prima di tutto quando Maria, partendo in fretta per visitare Elisabetta, è da questa proclamata beata per la sua fede nella salvezza promessa, mentre il precursore esultava nel seno della madre (cfr. Lc 1,41-45); nella natività, poi, quando la madre di Dio mostrò lieta ai pastori e ai magi il Figlio suo primogenito, il quale non diminuì la sua verginale integrità, ma la consacrò [Cf. CONC. LAT. del 649, can. 3: MANSI 10, 1151 [Dz 503; Collantes 4.044]. S. LEONE M., Epist. ad Flav.: PL 54, 759 [Dz 291; Collantes 4.007]. CONC. DI CALC.: MANSI, 7, 462. S. AMBROGIO, De instit. virg.: PL 16, 32]. Quando poi lo presentò al Signore nel tempio con l'offerta del dono proprio dei poveri, udì Simeone profetizzare che il Figlio sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l'anima della madre, perché fossero svelati i pensieri di molti cuori (cfr. Lc 2,34-35). Infine, dopo avere perduto il fanciullo Gesù e averlo cercato con angoscia, i suoi genitori lo trovarono nel tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero le sue parole. E la madre sua conservava tutte queste cose in cuor suo e le meditava (cfr. Lc 2,41-51).

Maria e la vita pubblica di Gesù 58 Nella vita pubblica di Gesù la madre sua appare distintamente fin da principio, quando alle nozze in Cana di Galilea, mossa a compassione, indusse con la sua intercessione Gesù Messia a dar inizio ai miracoli (cfr. Gv 2 1-11). Durante la predicazione di lui raccolse le parole con le quali egli, mettendo il Regno al di sopra delle considerazioni e dei vincoli della carne e del sangue, proclamò beati quelli che ascoltano e custodiscono la parola di Dio (cfr Mc 3,35; Lc 11,27-28), come ella stessa fedelmente faceva (cfr. Lc 2,19 e 51). Così anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cfr. Gv 19,25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrifico, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco tuo figlio (cfr. Gv 19,26-27) [Cf. PIO XII, Encicl. Mystici Corporis, 29 giugno 1943: AAS 35 (1943), pp. 247-248 Collantes 5.034-35].

Maria dopo l'ascensione 59 Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente il mistero della salvezza umana prima di effondere lo Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste «perseveranti d'un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i suoi fratelli» (At 1,14); e vediamo anche Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito che all'annunciazione, l'aveva presa sotto la sua ombra. Infine la Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale [Cf. PIO IX, Bolla Ineffabilis, 8 dic. 1854: Acta Pii IX, 1, I, p. 616; Dz 1641 (2803) Collantes 5.026] finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo [Cf. PIO XII, Cost. Apost. Munificentissimus, 1° nov. 1950: AAS 42 (1950); Dz 2333 (3903) [Collantes 5.030]. Cf. S. GIOV. DAMASCENO, Enc. in dorm. Dei genetricis, Hom. 2 e 3: PG 96, 721-761, specialmente 728B. S. GERMANO DI COSTANTINOP., In S. Dei gen. dorm., Serm. 1: PG 98(6), 340-348; Serm. 3: 361. S. MODESTO DI GER., In dorm. SS. Deiparae: PG 86(2), 3277-3312] e dal Signore esaltata quale regina dell'universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte [Cf. PIO XII, Encicl. Ad coeli Reginam, 11 ott. 1954: AAS 46 (1954), pp. 633-636: Dz 3913ss. Cf. S. ANDREA DI CRETA, Hom. 3 in dorm. SS. Deiparae: PG 97, 1089-1109. S. GIOV. DAMASCENO, De fide orth, IV, 14: PG 94, 1153-1161].

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Approfondimenti

Cap. VII. — LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA

Scopo del capitolo è porre una linea guida sul culto mariano per superare due difficoltà: • L’accento messo fortemente sui dogmi mariani; • La interpretazione di Maria come “modello di Cristo”

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CAPITOLO VII – INDOLE ESCATOLOGICA DELLA CHIESA PEREGRINANTE E SUA UNIONE CON LA CHIESA CELESTE

Natura escatologica della nostra vocazione 48 La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia di Dio acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria celeste, quando verrà il tempo in cui tutte le cose saranno rinnovate (cfr. Ap 3,21), e col genere umano anche tutto l'universo, il quale è intimamente congiunto con l'uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, troverà nel Cristo la sua definitiva perfezione (cfr. Ef 1,10; Col 1,20).

E invero il Cristo, quando fu levato in alto da terra, attirò tutti a sé (cfr. Gv 12,32 gr.); risorgendo dai morti (cfr. Rm 6,9) immise negli apostoli il suo Spirito vivificatore, e per mezzo di lui costituì il suo corpo, che è la Chiesa, quale sacramento universale della salvezza; assiso alla destra del Padre, opera continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla Chiesa e attraverso di essa congiungerli più strettamente a sé e renderli partecipi della sua vita gloriosa col nutrimento del proprio corpo e del proprio sangue. Quindi la nuova condizione promessa e sperata è già incominciata con Cristo; l'invio dello Spirito Santo le ha dato il suo slancio e per mezzo di lui essa continua nella Chiesa, nella quale siamo dalla fede istruiti anche sul senso della nostra vita temporale, mentre portiamo a termine, nella speranza dei beni futuri, l'opera a noi affidata nel mondo dal Padre e attuiamo così la nostra salvezza (cfr. Fil 2,12).

Già dunque è arrivata a noi l'ultima fase dei tempi (cfr. 1Cor 10,11). La rinnovazione del mondo è irrevocabilmente acquisita e in certo modo reale è anticipata in questo mondo: difatti la Chiesa già sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta. Tuttavia, fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora (cfr. 2Pt 3,13), la Chiesa peregrinante nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo; essa vive tra le creature, le quali ancora gemono, sono nel travaglio del parto e sospirano la manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-22).

Congiunti dunque con Cristo nella Chiesa e contrassegnati dallo Spirito Santo «che è il pegno della nostra eredità» (Ef 1,14), con verità siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente (cfr. 1Gv 3,1), ma non siamo ancora apparsi con Cristo nella gloria (cfr. Col 3,4), nella quale saremo simili a Dio, perché lo vedremo qual è (cfr. 1Gv 3,2). Pertanto, «finché abitiamo in questo corpo siamo esuli lontani dal Signore» (2Cor 5,6); avendo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente (cfr. Rm 8,23) e bramiamo di essere con Cristo (cfr. Fil 1,23). Dalla stessa carità siamo spronati a vivere più intensamente per lui, il quale per noi è morto e risuscitato (cfr. 2Cor 5,15). E per questo ci sforziamo di essere in tutto graditi al Signore (cfr. 2Cor 5,9) e indossiamo l'armatura di Dio per potere star saldi contro gli agguati del diavolo e resistergli nel giorno cattivo (cfr. Ef 6,11-13). Siccome poi non conosciamo il giorno né l'ora, bisogna che, seguendo l'avvertimento del Signore, vegliamo assiduamente, per meritare, finito il corso irrepetibile della nostra vita terrena (cfr.Eb 9,27), di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati (cfr. Mt 25,31-46), e non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri (cfr. Mt 25,26), di andare al fuoco eterno (cfr Mt 25,41), nelle tenebre esteriori dove «ci sarà pianto e stridore dei denti» (Mt 22,13 e 25,30). Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo «davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno il salario della sua vita mortale, secondo quel che avrà fatto di bene o di male» (2Cor 5,10), e alla fine del mondo «usciranno dalla tomba, chi ha operato il bene a risurrezione di vita, e chi ha operato il male a risurrezione di condanna» (Gv 5,29, cfr Mt 25,46). Stimando quindi che «le sofferenze dei tempo presente non sono adeguate alla gloria futura che si dovrà manifestare in noi» (Rm 8,18; cfr 2Tm 2,11-12), forti nella fede aspettiamo «la beata speranza e la manifestazione gloriosa del nostro grande Iddio e Salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13) «il quale trasformerà allora il nostro misero corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso» (Fil 3,21), e verrà «per essere glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che avranno creduto».

La Chiesa celeste e la Chiesa peregrinante 49 Fino a che dunque il Signore non verrà nella sua gloria, accompagnato da tutti i suoi angeli (cfr. Mt 25,31) e, distrutta la morte, non gli saranno sottomesse tutte le cose (cfr. 1Cor 15,26-27), alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria contemplando «chiaramente Dio uno e trino, qual è» [CONC. DI FIRENZE, Decretum pro Graecis: Dz 693 (1305) (Collantes 0.023)]. Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui (cfr. Ef 4,16). L'unione quindi di quelli che sono ancora in cammino coi fratelli morti nella pace di Cristo non è minimamente spezzata; anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dallo scambio dei beni spirituali [Oltre ai documenti più antichi contro qualunque forma di evocazione spiritistica da Alessandro IV (27 sett. 1258) in poi, cf. Encicl. della S. S. C. del S. Uffizio De magnetismi abusu, 4 ag. 1856: ASS 1 (1865), pp. 177-178; Dz 1653-54 (2823-25); risposta della S. S. C. del S. Uffizio del 24 apr. 1917: AAS 9 (1917), p. 268; Dz 2182 (3642).]. A causa infatti della loro più intima unione con Cristo, gli abitanti del cielo rinsaldano tutta la Chiesa nella santità, nobilitano il culto che essa rende a Dio qui in terra e in molteplici maniere contribuiscono ad una più ampia edificazione (cfr. 1Cor 12,12-27) [Si veda l’esposizione sintetica di questa dottrina paolina in: PIO XII, Encicl. Mystici Corporis: AAS 35 (1943), p. 200 e passim.]. Ammessi nella patria e presenti al Signore (cfr. 2Cor 5,8), per mezzo di lui, con lui e in lui non cessano di intercedere per noi presso il Padre [Cf. per es. S. AGOSTINO, Enarr. in Ps. 85, 24: PL 37, 1099. S. GIROLAMO, Liber contra Vigilantium, 6: PL 23, 344. S. TOMMASO, In IV Sent., d. 45, q. 3, a. 2. S. BONAVENTURA, In IV Sent. d. 45, a. 3, q. 2; ecc.] offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1Tm 2,5), servendo al Signore in ogni cosa e dando compimento nella loro carne a ciò che manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del suo corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24) [Cf. PIO XII, Encicl. Mystici Corporis AAS 35 (1943), p. 245]. La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine.

Relazioni della Chiesa celeste con la Chiesa peregrinante 50 La Chiesa di coloro che camminano sulla terra, riconoscendo benissimo questa comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, fino dai primi tempi della religione cristiana coltivò con grande pietà la memoria dei defunti e, «poiché santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti [Cf. parecchie iscrizioni nelle Catacombe romane] perché siano assolti dai peccati», ha offerto per loro anche suffragi. Che gli apostoli e i martiri di Cristo, i quali con l'effusione del loro sangue diedero la suprema testimonianza della fede e della carità, siano con noi strettamente uniti in Cristo, la Chiesa lo ha sempre creduto; li ha venerati con particolare affetto insieme con la beata vergine Maria e i santi angeli [Cf. GELASIO I, Decretale De libris recipiendis, 3: PL 59, 160; Dz 165 (353)] e ha piamente implorato il soccorso della loro intercessione. A questi in breve se ne aggiunsero anche altri, che avevano più da vicino imitata la verginità e la povertà di Cristo [Cf. S. METODIO, Symposion, VII, 3: GCS (BONWETSCH), p. 74] e infine altri, il cui singolare esercizio delle virtù cristiane [Cf. BENEDETTO XV, Decretum approbationis virtutum in Causa beatificationis et canonizationis Servi Dei Ioannis Nepomuceni Neumann: AAS 14 (1922), p. 23; diversi Discorsi di PIO XI sui Santi: Inviti all’eroismo, in Discorsi e Radiomessaggi, tt. 1941-1942, passim; PIO XII, Discorsi e Radiomessaggi, t. X, 1949, 37-43] e le grazie insigni di Dio raccomandavano alla pia devozione e imitazione dei fedeli [Cf. PIO XII, Encicl. Mediator Dei: AAS 39 (1947), p. 581].

Il contemplare infatti la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, è un motivo in più per sentirsi spinti a ricercare la città futura (cfr. Eb 13,14 e 11,10); nello stesso tempo impariamo la via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo e secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno [Cf. Eb 13,7; Sir 44-50; Eb 11,3-40. Cf. anche PIO XII, Encicl. Mediator Dei: AAS 39 (1947), p. 582-583], potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità. Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell'immagine di Cristo (cfr. 2Cor 3,18), Dio manifesta agli uomini in una viva luce la sua presenza e il suo volto. In loro è egli stesso che ci parla e ci dà un segno del suo Regno [Cf. CONC. VATICANO I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 3: Dz 1794 (3013) (Collantes 1.072)] verso il quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni (cfr. Eb 12,1) e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati.

Non veneriamo però la memoria degli abitanti del cielo solo per il loro esempio, ma più ancora perché l'unione della Chiesa nello Spirito sia consolidata dall'esercizio della fraterna carità (cfr. Ef 4,1-6). Poiché, come la cristiana comunione tra i cristiani della terra ci porta più vicino a Cristo, così la comunità con i santi ci congiunge a lui, dal quale, come dalla loro fonte e dal loro capo, promana ogni grazia e la vita dello stesso popolo di Dio [Cf. PIO XII, Encicl. Mystici Corporis: AAS 35 (1943), p. 216 (Collantes 8.161)]. È quindi sommamente giusto che amiamo questi amici e coeredi di Gesù Cristo, che sono anche nostri fratelli e insigni benefattori, e che per essi rendiamo le dovute grazie a Dio [Circa la riconoscenza verso i Santi, cf. E. DIEHL, Inscriptiones latinae christianae veteres, I, Berolini 1925, nn. 2008, 2382 e passim], «rivolgiamo loro supplici invocazioni e ricorriamo alle loro preghiere e al loro potente aiuto per impetrare grazie da Dio mediante il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro, il quale solo è il nostro Redentore e Salvatore» [CONC. DI TRENTO, Decr. De invocatione... Sanctorum: Dz 984 (1821) (Collantes 7.343)]. Infatti ogni nostra vera attestazione di amore fatta ai santi, per sua natura tende e termina a Cristo, che è «la corona di tutti i santi» [Breviario romano, Invitatorio nella festa di Tutti i Santi] e per lui a Dio, che è mirabile nei suoi santi e in essi è glorificato [Cf. per es. 2 Ts 1,10].

La nostra unione poi con la Chiesa celeste si attua in maniera nobilissima, poiché specialmente nella sacra liturgia, nella quale la virtù dello Spirito Santo agisce su di noi mediante i segni sacramentali, in fraterna esultanza cantiamo le lodi della divina Maestà tutti [CONC. VATICANO II, Cost. sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, cap. 5, n. 104: AAS 56 (1964), pp. 125-126], di ogni tribù e lingua, di ogni popolo e nazione, riscattati col sangue di Cristo (cfr. Ap 5,9) e radunati in un'unica Chiesa, con un unico canto di lode glorifichiamo Dio uno in tre Persone Perciò quando celebriamo il sacrificio eucaristico, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa sempre vergine Maria, del beato Giuseppe, dei beati apostoli e martiri e di tutti i santi _[Messale romano, Canone (Preghiera Eucaristica I) della Messa].

Disposizioni pastorali del Concilio 51 Questa veneranda fede dei nostri padri nella comunione di vita che esiste con i fratelli che sono nella gloria celeste o che dopo la morte stanno ancora purificandosi, questo sacrosanto Concilio la riceve con grande pietà e nuovamente propone i decreti dei sacri Concili Niceno II [CONC. DI NICEA II, Sess. VII: Dz 302 (600) (Collantes 7.336)] Fiorentino [CONC. DI FIRENZE, Decretum pro Graecis: Dz 693 (1304) (Collantes 0.022)] e Tridentino [ONC. DI TRENTO, Decr. de invocatione, veneratione et reliquiis Sanctorum et sacris imaginibus: Dz 984-88 (1821-24) [Collantes 7.343-47]; Decr. de Purgatorio; Dz 983 (1820) [Collantes 0.029]; decr. De iustificatione, can. 30: Dz 840 (1580) (Collantes 8.113)]. E allo stesso tempo con pastorale sollecitudine esorta tutti i responsabili, perché, se si fossero infiltrati qua e là abusi, eccessi o difetti, si adoperino per toglierli o correggerli e tutto ristabiliscano per una più piena lode di Cristo e di Dio. Insegnino dunque ai fedeli che il vero culto dei Santi [Messale romano, dal prefazio dei Santi concesso alle diocesi di Francia] non consiste tanto nel moltiplicare gli atti esteriori, quanto piuttosto nell'intensità del nostro amore fattivo, col quale, per il maggiore bene nostro e della Chiesa, cerchiamo «dalla vita dei santi l'esempio, dalla comunione con loro la partecipazione alla loro sorte e dalla loro intercessione l'aiuto». E d'altra parte insegnino ai fedeli che il nostro rapporto con gli abitanti del cielo, purché lo si concepisca alla piena luce della fede, non diminuisce affatto il culto di adorazione reso a Dio Padre mediante Cristo nello Spirito, ma anzi lo arricchisce [Cf. S. PIETRO CANISIO, Catechismus Maior seu Summa Doctrinae christianae, cap. III (ed. crit. F. STREICHER), Pars I, pp. 15-16, n. 44 e pp. 100-101, n. 49].

Tutti quanti infatti, noi che siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia (cfr. Eb 3), mentre comunichiamo tra noi nella mutua carità e nell'unica lode della Trinità santissima, rispondiamo all'intima vocazione della Chiesa e pregustando partecipiamo alla liturgia della gloria perfetta [Cf. CONC. VATICANO II, Cost. sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, cap. I, n. 8: AAS 56 (1964), p. 401]. Poiché quando Cristo apparirà e vi sarà la gloriosa risurrezione dei morti, lo splendore di Dio illuminerà la città celeste e la sua lucerna sarà l'Agnello (cfr. Ap 21,24). Allora tutta la Chiesa dei santi con somma felicità di amore adorerà Dio e «l'Agnello che è stato ucciso» (Ap 5,12), proclamando a una voce: «A colui che siede sul trono e all'Agnello, benedizione onore, gloria e dominio per tutti i secoli dei secoli» (Ap 5,13-14).

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Approfondimenti

Cap. VII. — Indole escatologica della Chiesa pellegrinante e sua unione con la Chiesa celeste

La Chiesa ha il suo compimento nel Regno, compimento che coinvolge l’intero genere umano e lo stesso universo.

Il compimento è iniziato nella Pasqua di Cristo.

Questo compimento è anticipato, in modo imperfetto, dalla Chiesa nella quale c’è ancora il segno della caduta (chiesa peccatrice) insieme alla speranza della piena redenzione (chiesa santa).

Richiama i “novissimi” tradizionali: morte, giudizio, inferno e paradiso, riaffermando la resurrezione dei corpi.

Alle categorie di militante, purgante e trionfante, preferisce quella di pellegrinante e celeste.

Queste ultime costituisco l’unica Chiesa caratterizzata dalla comunione dei santi, siano essi ancora nella carne o già alla presenza del Padre.

Questa comunione è comunione di preghiera che parte da due diverse situazioni per convergere ad un unico mediatore, Cristo, ed un unico fine (il Padre).

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Chiesa LUMEN GENTIUM (21 novembre 1964)

CAPITOLO VI – I RELIGIOSI

I consigli evangelici nella Chiesa 43 I consigli evangelici della castità consacrata a Dio, della povertà e dell'obbedienza, essendo fondati sulle parole e sugli esempi del Signore e raccomandati dagli apostoli, dai Padri e dai dottori e pastori della Chiesa, sono un dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva. La stessa autorità della Chiesa, sotto la guida dello Spirito Santo, si è data cura di interpretarli, di regolarne la pratica e anche di stabilire sulla loro base delle forme stabili di vita. Avvenne quindi che, come un albero che si ramifica in modi mirabili e molteplici nel campo del Signore a partire da un germe seminato da Dio, si sviluppassero varie forme di vita solitaria o comune e varie famiglie, il cui capitale spirituale contribuisce al bene sia dei membri di quelle famiglie, sia di tutto il corpo di Cristo [Cf. ROSWEYDE, Vitae Patrum, Antverpiae 1628. Apophtegmata Patrum: PG 65. PALLADIO, Historia Lausiaca: PG 34, 995ss: ed. C. BUTLER, Cambridge 1898 (1904). PIO XI, Cost. Apost. Umbratilem, 8 lug. 1924: AAS 16 (1924), pp. 386-387. PIO XII, Disc. Nous sommes heureux, 11 apr. 1958: AAS 50 (1958), p. 283]. Quelle famiglie infatti forniscono ai loro membri gli aiuti di una maggiore stabilità nella loro forma di vita, di una dottrina provata per il conseguimento della perfezione, della comunione fraterna nella milizia di Cristo, di una libertà corroborata dall'obbedienza, così che possano adempiere con sicurezza e custodire con fedeltà la loro professione religiosa, avanzando nella gioia spirituale sul cammino della carità [Cf. PAOLO VI, Disc. Magno gaudio, 23 maggio 1964: AAS 56 (1964), p. 566].

Un simile stato, se si riguardi la divina e gerarchica costituzione della Chiesa, non è intermedio tra la condizione clericale e laicale, ma da entrambe le parti alcuni fedeli sono chiamati da Dio a fruire di questo speciale dono nella vita della Chiesa e ad aiutare, ciascuno a suo modo, la sua missione salvifica [Cf. CIC, cann. 487 e 488, 4o [nel nuovo Codice: cann. 573 e 588]. PIO XII, DISC. Annus sacer, 8 dic. 1950: AAS 43 (1951), p. 27s. PIO XII, Cost. Apost. Provida Mater, 2 febbr. 1947: AAS 39 (1947), p. 120ss].

Natura e importanza dello stato religioso 44 Con i voti o altri impegni sacri simili ai voti secondo il modo loro proprio, il fedele si obbliga all'osservanza dei tre predetti consigli evangelici; egli si dona totalmente a Dio amato al di sopra di tutto, così da essere con nuovo e speciale titolo destinato al servizio e all'onore di Dio. Già col battesimo è morto al peccato e consacrato a Dio; ma per poter raccogliere in più grande abbondanza i frutti della grazia battesimale, con la professione dei consigli evangelici nella Chiesa intende liberarsi dagli impedimenti che potrebbero distoglierlo dal fervore della carità e dalla perfezione del culto divino, e si consacra più intimamente al servizio di Dio [Cf. PAOLO VI, l.c. [nota 2], p. 567]. La consacrazione poi sarà più perfetta, in quanto legami più solidi e stabili riproducono di più l'immagine del Cristo unito alla Chiesa sua sposa da un legame indissolubile.

Siccome quindi i consigli evangelici, per mezzo della carità alla quale conducono [Cf. S. TOMMASO, Summa Theol. II-II, q. 184, a. 3 e q. 188, a. 2. S. BONAVENTURA, Opusc. XI, Apologia Pauperum, c. 3, 3: ed. Opera, Quaracchi, t. 8, 1898, p. 245a] congiungono in modo speciale coloro che li praticano alla Chiesa e al suo mistero, la loro vita spirituale deve pure essere consacrata al bene di tutta la Chiesa. Di qui deriva il dovere di lavorare, secondo le forze e la forma della propria vocazione, sia con la preghiera, sia anche con l'attività effettiva, a radicare e consolidare negli animi il regno di Cristo e a dilatarlo in ogni parte della terra. Per questo la Chiesa difende e sostiene l'indole propria dei vari istituti religiosi. Perciò la professione dei consigli evangelici appare come un segno, il quale può e deve attirare efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere con slancio i doveri della vocazione cristiana. Poiché infatti il popolo di Dio non ha qui città permanente, ma va in cerca della futura, lo stato religioso, il quale rende più liberi i suoi seguaci dalle cure terrene, meglio anche manifesta a tutti i credenti i beni celesti già presenti in questo tempo, meglio testimonia l'esistenza di una vita nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura resurrezione e la gloria del regno celeste. Parimenti, lo stato religioso imita più fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo per fare la volontà del Padre e che propose ai discepoli che lo seguivano. Infine, in modo speciale manifesta l'elevazione del regno di Dio sopra tutte le cose terrestri e le sue esigenze supreme; dimostra pure a tutti gli uomini la preminente grandezza della potenza di Cristo-Re e la infinita potenza dello Spirito Santo, mirabilmente operante nella Chiesa.

Lo stato di vita dunque costituito dalla professione dei consigli evangelici, pur non concernendo la struttura gerarchica della Chiesa, appartiene tuttavia inseparabilmente alla sua vita e alla sua santità.

La gerarchia e lo stato religioso 45 Essendo ufficio della gerarchia ecclesiastica di pascere il popolo di Dio e condurlo a pascoli ubertosi (cfr. Ez 34,14), spetta ad essa di regolare sapientemente con le sue leggi la pratica dei consigli evangelici, strumento singolare al servizio della carità perfetta verso Dio e verso il prossimo [Cf. CONC. VAT. I, Schema De Ecclesia Christi, cap. XV, e Annot. 48: MANSI 51, 549s e 619s. LEONE XIII, Lett. Au milieu des consolations, 23 dic. 1900: ASS 33 (1900-01), p. 361. PIO XII, Cost. Apost. Provida Mater, l.c. [nota 3], p. 114s], Essa inoltre, seguendo docilmente gli impulsi dello Spirito Santo, accoglie le regole proposte da uomini e donne esimi, e, infine dopo averle messe a punto più perfettamente, dà loro una approvazione autentica; con la sua autorità vigile e protettrice viene pure in aiuto agli istituti, dovunque eretti per l'edificazione del corpo di Cristo, perché abbiano a crescere e fiorire secondo lo spirito dei fondatori.

Perché poi sia provveduto il meglio possibile alle necessità dell'intero gregge del Signore, il sommo Pontefice può, in ragione del suo primato sulla Chiesa universale e in vista dell'interesse comune esentare ogni istituto di perfezione e ciascuno dei suoi membri dalla giurisdizione dell'ordinario del luogo e sottoporli a sé solo [Cf. LEONE XIII, Cost. Romanos Pontifices, 8 maggio 1881: ASS 13 (1880-81), p. 483. PIO XII, Disc. Annus sacer, 8 dic. 1950: AAS 43 (1951), p. 28s]. Similmente essi possono essere lasciati o affidati alle proprie autorità patriarcali. Da parte loro i membri nel compiere i loro doveri verso la Chiesa secondo la loro forma particolare di vita, devono, conforme alle leggi canoniche, prestare riverenza e obbedienza ai vescovi, a causa della loro autorità pastorale nelle Chiese particolari e per la necessaria unità e concordia nel lavoro apostolico [Cf. PIO XII, Disc. Annus sacer, l.c. [nota prec.], p. 28. PIO XII, Cost. Apost. Sedes Sapientiae, 31 maggio 1956: AAS 48 (1956), p. 355. PAOLO VI, Disc. Magno gaudio, 23 maggio 1964: AAS 56 (1964), pp. 570-571.].

La Chiesa non solo erige con la sua sanzione la professione religiosa alla dignità dello stato canonico, ma con la sua azione liturgica la presenta pure come stato di consacrazione a Dio. La stessa Chiesa infatti, in nome dell'autorità affidatagli da Dio, riceve i voti di quelli che fanno la professione, per loro impetra da Dio gli aiuti e la grazia con la sua preghiera pubblica, li raccomanda a Dio e impartisce loro una benedizione spirituale, associando la loro offerta al sacrificio eucaristico.

Grandezza della consacrazione religiosa 46 I religiosi pongano ogni cura, affinché per loro mezzo la Chiesa abbia ogni giorno meglio da presentare Cristo ai fedeli e agli infedeli: sia nella sua contemplazione sul monte, sia nel suo annuncio del regno di Dio alle turbe, sia quando risana i malati e gli infermi e converte a miglior vita i peccatori, sia quando benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, sempre obbediente alla volontà del Padre che lo ha mandato [Cf. PIO XII, Encicl. Mystici Corporis, 29 giugno 1943: AAS 35 (1943), p. 214s].

Tutti infine abbiano ben chiaro che la professione dei consigli evangelici, quantunque comporti la rinunzia di beni certamente molto apprezzabili, non si oppone al vero progresso della persona umana, ma al contrario per sua natura le è di grandissimo profitto. Infatti i consigli, volontariamente abbracciati secondo la personale vocazione di ognuno, contribuiscono considerevolmente alla purificazione del cuore e alla libertà spirituale, stimolano in permanenza il fervore della carità e soprattutto come è comprovato dall'esempio di tanti santi fondatori, sono capaci di assicurare al cristiano una conformità più grande col genere di vita verginale e povera che Cristo Signore si scelse per sé e che la vergine Madre sua abbracciò. Né pensi alcuno che i religiosi con la loro consacrazione diventino estranei agli uomini o inutili nella città terrestre. Poiché, se anche talora non sono direttamente presenti a fianco dei loro contemporanei, li tengono tuttavia presenti in modo più profondo con la tenerezza di Cristo, e con essi collaborano spiritualmente, affinché la edificazione della città terrena sia sempre fondata nel Signore, e a lui diretta, né avvenga che lavorino invano quelli che la stanno edificando [Cf. PIO XII, Disc. Annus sacer, l.c. [nota 7], p. 30. Disc. Sous la maternelle protection, 9 dic. 1957: AAS 50 (1958), p. 39s].

Perciò il sacro Concilio conferma e loda quegli uomini e quelle donne, quei fratelli e quelle sorelle, i quali nei monasteri, nelle scuole, negli ospedali e nelle missioni, con perseverante e umile fedeltà alla loro consacrazione, onorano la sposa di Cristo e a tutti gli uomini prestano generosi e diversissimi servizi.

Esortazione alla perseveranza 47 Ognuno poi che è chiamato alla professione dei consigli, ponga ogni cura nel perseverare e maggiormente eccellere nella vocazione a cui Dio l'ha chiamato, per una più grande santità della Chiesa e per la maggior gloria della Trinità, una e indivisa, la quale in Cristo e per mezzo di Cristo è la fonte e l'origine di ogni santità.

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Approfondimenti

Cap. VI. — I religiosi

Anche il tema dei religiosi assume una nuova comprensione:

  • Si tratta di una speciale scelta che assume liberamente e definitivamente i “consigli evangelici” (castità, povertà e obbedienza) per il Regno.
  • In quanto scelta personale, è attuabile sia da parte dei laici che dei chierici. Non si tratta di una posizione intermedia ma di un modo di vivere la propria condizione.
  • Questa scelta rimanda alla perfezione escatologica ossia alla condizione di totale appartenenza a Dio.
  • Per decisione pontificia, la famiglia religiosa può essere sottratta alla giurisdizione del vescovo e sottoporla solo al Papa.
  • La scelta religiosa non nega il valore della persona e non la sottrae dal mondo. Al contrario libera forze umane e capacità di carità per un orizzonte più ampio.

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DOCUMENTI DEL CONCILIO VATICANO II Costituzione dogmatica sulla Chiesa LUMEN GENTIUM (21 novembre 1964)

CAPITOLO V – UNIVERSALE VOCAZIONE ALLA SANTITÀ NELLA CHIESA

La santità nella Chiesa 39 La Chiesa, il cui mistero è esposto dal sacro Concilio, è agli occhi della fede indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato «il solo Santo» [Messale Romano, Gloria a Dio. Cf. Lc 1,35; Mc 1,24; Lc 4,34; Gv 6,69; At 3,14; 4,27.30; Eb 7,26; 1Gv 2,20; Ap 3,7], amò la Chiesa come sua sposa e diede se stesso per essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l'ha unita a sé come suo corpo e l'ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità, secondo le parole dell'Apostolo: «Sì, ciò che Dio vuole è la vostra santificazione» (1 Ts 4,3; cfr. Ef 1,4). Orbene, questa santità della Chiesa costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli; si esprime in varie forme in ciascuno di quelli che tendono alla carità perfetta nella linea propria di vita ed edificano gli altri; e in un modo tutto suo proprio si manifesta nella pratica dei consigli che si sogliono chiamare evangelici. Questa pratica dei consigli, abbracciata da molti cristiani per impulso dello Spirito Santo, sia a titolo privato, sia in una condizione o stato sanciti nella Chiesa, porta e deve portare nel mondo una luminosa testimonianza e un esempio di questa santità.

Vocazione universale alla santità 40 Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: «Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste» (Mt 5,48) [Cf. ORIGENE, Comm. Rom. 7,7: PG 14, 1122B. PS. MACARIO, De Oratione, 11: PG 34, 861AB. S. TOMMASO, Summa Theol. II-II, q. 184, a. 3]. Mandò infatti a tutti lo Spirito Santo, che li muova internamente ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze (cfr Mc 12,30), e ad amarsi a vicenda come Cristo ha amato loro (cfr. Gv 13,34; 15,12). I seguaci di Cristo, chiamati da Dio, non a titolo delle loro opere, ma a titolo del suo disegno e della grazia, giustificati in Gesù nostro Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l'aiuto di Dio, mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto. Li ammonisce l'Apostolo che vivano «come si conviene a santi» (Ef 5,3), si rivestano «come si conviene a eletti di Dio, santi e prediletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza» (Col 3,12) e portino i frutti dello Spirito per la loro santificazione (cfr. Gal 5,22; Rm 6,22). E poiché tutti commettiamo molti sbagli (cfr. Gc 3,2), abbiamo continuamente bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno pregare: «Rimetti a noi i nostri debiti» (Mt 6,12) [Cf. S. AGOSTINO, Retract. II, 18: PL 32, 637s. PIO XII, Encicl. Mystici Corporis, 29 giugno 1943: AAS 35 (1943), p. 225].

È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità [Cf. PIO XI, Encicl. Rerum omnium, 26 genn. 1923: AAS 15 (1923), pp. 50 e 59-60 [Collantes 7.319-20]; Encicl. Casti Connubii, 31 dic. 1930: AAS 22 (1930), p. 548. PIO XII, Cost. Apost. Provida Mater, 2 febbr. 1947: AAS 39 (1947), p. 117. Disc. Annus sacer, 8 dic. 1950: AAS 43 (1951), pp. 27-28. Disc. Nel darvi, 1° lug. 1956: AAS 48 (1956), p. 574s] e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo l'esempio di lui e diventati conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con piena generosità si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà in frutti abbondanti, come è splendidamente dimostrato nella storia della Chiesa dalla vita di tanti santi.

Esercizio multiforme della santità 41 Nei vari generi di vita e nei vari compiti una unica santità è coltivata da quanti sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adorando in spirito e verità Dio Padre, camminano al seguito del Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria. Ognuno secondo i propri doni e uffici deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità . In primo luogo i pastori del gregge di Cristo devono, a immagine del sommo ed eterno sacerdote, pastore e vescovo delle anime nostre, compiere con santità e slancio, umiltà e forza il proprio ministero: esso, così adempiuto, sarà anche per loro un eccellente mezzo di santificazione. Chiamati per ricevere la pienezza del sacerdozio, è loro data la grazia sacramentale affinché, mediante la preghiera, il sacrificio e la predicazione, mediante ogni forma di cura e di servizio episcopale, esercitino un perfetto ufficio di carità pastorale [Cf. S. TOMMASO, Summa Theol. II-II, q. 184, a. 5 e 6; De perf. vitae spir., c. 18. ORIGENE, In Is., Hom. 6, 1: PG 13, 239] non temano di dare la propria vita per le pecorelle e, fattisi modello del gregge (cfr. 1 Pt 5,3), aiutino infine con l'esempio la Chiesa ad avanzare verso una santità ogni giorno più grande.

I sacerdoti, a somiglianza dell'ordine dei vescovi, dei quali formano la corona spirituale [Cf. S. IGNAZIO M., Magn. 13, 1: ed. FUNK I, p. 241] partecipando alla grazia dell'ufficio di quelli per mezzo di Cristo, eterno ed unico mediatore, mediante il quotidiano esercizio del proprio ufficio crescano nell'amore di Dio e del prossimo, conservino il vincolo della comunione sacerdotale, abbondino in ogni bene spirituale e diano a tutti la viva testimonianza di Dio [Cf. S. PIO X, Esort. Haerent animo, 4 ag. 1908: ASS 41 (1908), p. 560s. CIC, can. 124 [nel nuovo Codice can. 276]. PIO XI, Encicl. Ad catholici sacerdotii, 20 dic. 1935: AAS 28 (1936), p. 22] emuli di quei sacerdoti che nel corso dei secoli, in un servizio spesso umile e nascosto, hanno lasciato uno splendido esempio di santità. La loro lode risuona nella Chiesa di Dio. Pregando e offrendo il sacrificio, com'è loro dovere, per il loro popolo e per tutto il popolo di Dio, cosciente di ciò che fanno e confermandosi ai misteri che compiono _[Cf. Pontificale Romanum, Ordinazione dei Presbiteri, esortazione iniziale] anziché essere ostacolati dalle cure apostoliche, dai pericoli e dalle tribolazioni, ascendano piuttosto per mezzo dì esse ad una maggiore santità, nutrendo e dando slancio con l'abbondanza della contemplazione alla propria attività, per il conforto di tutta la Chiesa di Dio. Tutti i sacerdoti e specialmente quelli che, a titolo particolare della loro ordinazione, portano il nome di sacerdoti diocesani, ricordino quanto contribuiscano alla loro santificazione la fedele unione e la generosa cooperazione col loro vescovo.

Alla missione e alla grazia del supremo Sacerdote partecipano in modo proprio anche i ministri di ordine inferiore; e prima di tutto i diaconi, i quali, servendo i misteri di Dio e della Chiesa [Cf. S. IGNAZIO M., Trall. 2, 3: ed. FUNK I, p. 244] devono mantenersi puri da ogni vizio, piacere a Dio e studiarsi di fare ogni genere di opere buone davanti agli uomini (cfr. 1 Tm 3,8-10; e 12-13). I chierici che, chiamati dal Signore e separati per aver parte con lui, sotto la vigilanza dei pastori si preparano alle funzioni di sacri ministri, sono tenuti a conformare le loro menti e i loro cuori a una così eccelsa vocazione; assidui nell'orazione, ferventi nella carità, intenti a quanto è vero, giusto e onorevole, facendo tutto per la gloria e l'onore di Dio. A questi bisogna aggiungere quei laici scelti da Dio, i quali sono chiamati dal vescovo, perché si diano più completamente alle opere apostoliche, e nel campo del Signore lavorano con molto frutto [Cf. PIO XII, Disc. Sous la maternelle protection, 9 dic. 1957: AAS 50 (1958), p. 36].

I coniugi e i genitori cristiani, seguendo la loro propria via, devono sostenersi a vicenda nella fedeltà dell'amore con l'aiuto della grazia per tutta la vita, e istruire nella dottrina cristiana e nelle virtù evangeliche la prole, che hanno amorosamente accettata da Dio. Così infatti offrono a tutti l'esempio di un amore instancabile e generoso, edificando la carità fraterna e diventano testimoni e cooperatori della fecondità della madre Chiesa, in segno e partecipazione di quell'amore, col quale Cristo amò la sua sposa e si è dato per lei [Cf. PIO XI, Encicl. Casti Connubii, 31 dic. 1930: AAS 22 (1930), p. 548s. S. GIOV. CRISOSTOMO, In Ephes., Hom. 20, 2: PG 62, 136ss]. Un simile esempio è offerto in altro modo dalle persone vedove e celibatarie, le quali pure possono contribuire non poco alla santità e alla operosità della Chiesa. Quelli poi che sono dediti a lavori spesso faticosi, devono con le opere umane perfezionare se stessi, aiutare i concittadini e far progredire tutta la società e la creazione verso uno stato migliore; devono infine, con carità operosa, imitare Cristo, le cui mani si esercitarono in lavori manuali e il quale sempre opera col Padre alla salvezza di tutti, in ciò animati da una gioiosa speranza, aiutandosi gli uni gli altri a portare i propri fardelli, ascendendo mediante il lavoro quotidiano a una santità sempre più alta, santità che sarà anche apostolica.

Sappiano che sono pure uniti in modo speciale a Cristo sofferente per la salute del mondo quelli che sono oppressi dalla povertà, dalla infermità, dalla malattia e dalle varie tribolazioni, o soffrono persecuzioni per la giustizia: il Signore nel Vangelo li ha proclamati beati, e «il Dio... di ogni grazia, che ci ha chiamati all'eterna sua gloria in Cristo Gesù, dopo un po' di patire, li condurrà egli stesso a perfezione e li renderà stabili e sicuri» (1 Pt 5,10).

Tutti quelli che credono in Cristo saranno quindi ogni giorno più santificati nelle condizioni, nei doveri o circostanze che sono quelle della loro vita, e per mezzo di tutte queste cose, se le ricevono con fede dalla mano del Padre celeste e cooperano con la volontà divina, manifestando a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale Dio ha amato il mondo.

Vie e mezzi di santità 42 «Dio è amore e chi rimane nell'amore, rimane in Dio e Dio in lui» (1 Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui. Ma perché la carità, come buon seme, cresca e nidifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l'aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all'eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all'abnegazione di se stesso, all'attivo servizio dei fratelli e all'esercizio di tutte le virtù. La carità infatti, quale vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col 3,14; Rm 13,10), regola tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine [Cf. S. AGOSTINO, Enchir. 121, 32: PL 40, 288. S. TOMMASO, Summa Theol. II-II, q. 184 a. 1. PIO XII, Esort. Apost. Menti nostrae, 23 sett. 1950: AAS 42 (1950), p. 660 (Collantes 7.321)]. Perciò il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo.

Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv 3,16; Gv 15,13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d'amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa.

Parimenti la santità della Chiesa è favorita in modo speciale dai molteplici consigli che il Signore nel Vangelo propone all'osservanza dei suoi discepoli [Sui consigli in genere cf. ORIGENE, Comm. Rom. X, 14: PG 14,1275B. S. AGOSTINO, De S. Virginitate 15,15: PL 40, 403. S. TOMMASO, Summa Theol. I-II, q. 100, a. 2c (alla fine); II-II, q. 44, a. 4, ad 3]. Tra essi eccelle il prezioso dono della grazia divina, dato dal Padre ad alcuni (cfr. Mt 19,11; 1 Cor 7,7), di consacrarsi, più facilmente e senza divisione del cuore (cfr. 1 Cor 7,7), a Dio solo nella verginità o nel celibato [Sull’eccellenza della verginità consacrata cf. TERTULLIANO, Exhort. Cast. 10: PL 2, 925C. S. CIPRIANO, Hab. Virg. 3 e 22: PL 4, 443B e 461As. S. ATANASIO (?), De Virg.: PG 28, 252ss. S. GIOV. CRISOSTOMO, De Virg.: PG 48, 533ss]. Questa perfetta continenza per il regno dei cieli è sempre stata tenuta in singolare onore dalla Chiesa, quale segno e stimolo della carità e speciale sorgente di fecondità spirituale nel mondo.

La Chiesa ripensa anche al monito dell'Apostolo, il quale incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale «spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo... facendosi obbediente fino alla morte» (Fil 2,7-8), e per noi «da ricco che era si fece povero» (2 Cor 8,9). L'imitazione e la testimonianza di questa carità e umiltà del Cristo si impongono ai discepoli in permanenza; per questo la Chiesa, nostra madre, si rallegra di trovare nel suo seno molti uomini e donne che seguono più da vicino questo annientamento del Salvatore e più chiaramente lo mostrano, abbracciando, nella libertà dei figli di Dio, la povertà e rinunziando alla propria volontà: essi cioè per amore di Dio, in ciò che riguarda la perfezione, si sottomettono a una creatura umana al di là della stretta misura del precetto, al fine di conformarsi più pienamente a Cristo obbediente [Sulla povertà spirituale cf. Mt 5,3 e 19,21; Mc 10,21; Lc 18,22; sull’obbedienza si propone l’esempio di Cristo; Gv 4,34 e 6,38; Fil 2,8-10; Eb 10,5-7. Abbondano i Padri e i fondatori degli ordini religiosi].

Tutti i fedeli del Cristo quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di dirigere rettamente i propri affetti, affinché dall'uso delle cose di questo mondo e da un attaccamento alle ricchezze contrario allo spirito della povertà evangelica non siano impediti di tendere alla carità perfetta; ammonisce infatti l'Apostolo: Quelli che usano di questo mondo, non vi ci si arrestino, perché passa la scena di questo mondo (cfr. 1 Cor 7,31 gr.) [Sull’effettiva pratica dei consigli, che non viene imposta a tutti, cf. S. GIOV. CRISOSTOMO, In Mt., Hom. 7,7: PG 57, 81s. S. AMBROGIO, De Viduis 4,23: PL 16, 241s].

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Approfondimenti

Cap. V. — La santità nella Chiesa, vocazione di tutti

Il tema della santità è trattato in modo nuovo:

  • La santità del popolo di Dio è partecipazione della Sua santità e per questo produce frutti di carità.
  • Non è conquista di sforzi umani. È ottenuta nel battesimo e si conferma nella pienezza della vita in Gesù.
  • Ognuno la esercita nella propria condizione. È esplicitamente affermato il percorso di santità della vita matrimoniale.
  • Ogni condizione è mezzo e fine della santità.

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