Le copertine

Alcuni dei miei editoriali andati in onda sulla Rete Due della RSI nella trasmissione Alphaville

Come un'emozione può cambiare il mondo

Le rage rooms e la rabbia delle donne

Copertina andata in onda il 10.10.2024

Stanno sorgendo un po’ dappertutto: dopo aver conquistato americani e giapponesi, hanno cominciato a spuntare in varie città d’Italia, da Milano a Roma, da Rimini a Bari, e anche in Svizzera.

Sono le rage rooms, le stanze della rabbia: ci si iscrive online o telefonando, ci si presenta il giorno e l’orario pattuito e si viene addestrati dagli addetti ai lavori circa il regolamento e l’uso corretto del luogo.

A disposizione ci sono mazze da baseball, ferri da golf, badili, piedi di porco e dopo aver indossato il vestiario antinfortunistico si può iniziare l’opera di distruzione: il kit di oggetti da rompere viene fornito dal personale.

Non è consentito distruggere il locale ma per il resto tutto è lecito: scegliere la musica di sottofondo, gridare parolacce o inveire contro il capoufficio.

È assodato – ci ha spiegato Franco Palazzi, autore del volume La politica della rabbia, che l’incapacità di articolare la rabbia costituisce una componente significativa sia della depressione sia dell’ansia, condizioni diagnosticate molto più frequentemente nelle donne che negli uomini, mentre il maggior tasso di sofferenza mentale femminile è confermato da studi che mostrano come le donne provino sistematicamente più rabbia degli uomini.

A dare un nome e strumenti di espressione alla rabbia femminile ci hanno provato a partire dagli anni ‘60 le femministe, portandola in piazza, urlandola nei megafoni, teorizzandola nei loro volantini e nei loro libri.

Una di loro, l’americana Shulamith Firestone, proponeva una modalità di protesta piuttosto originale, cioè un boicottaggio dei sorrisi, che avrebbe permesso alle donne di abbandonare il sorriso che chiamava “di cortesia”, iniziando a sorridere solo quando qualcosa faceva loro realmente piacere.

Un modo – spiega ancora Franco Palazzi – per liberarsi di quella sottile forma di oppressione interiorizzata che era (e forse è ancora ) l’obbligo di sorridere agli altri – soprattutto uomini – per metterli a proprio agio.

Non stupisce dunque se le rage rooms piacciono soprattutto alle donne, tra i 25 e i 40 anni.

Ma veramente la rabbia si può evacuare chiudendola in una scatola da nascondere sotto il letto? Forse erano più sagge quelle femministe che la portavano in strada, la facevano prendere aria, la ammaestravano collettivamente e la facevano diventare una fionda contro i loro oppressori.

@MattiaPelli@mastodon.uno

Trasformare l'odio in energia di cambiamento aiuta la democrazia

Rabbia è partecipazione

Copertina andata in onda l'11.10.2024

E’ interessante vedere come nel corso di una settimana di Alphaville, questa nostra trasmissione dove ogni giorno cerchiamo di portarvi le voci del dibattito culturale, sociale e politico in corso, si sviluppino quasi in modo imprevisto dei filoni, delle tendenze.

Una è quella, ovvia, che ci ha portato a parlare nel corso di tutta questa settimana di un’emozione declinata in cinque modi diversi: la rabbia.

La seconda tendenza che abbiamo registrato è stata questa settimana quella della riflessione attorno alla democrazia, alla sua crisi e al suo futuro.

Abbiamo imparato che la rabbia e l’odio sono due cose diverse: il secondo è strumento di propaganda politica che mira alla pancia dei cittadini, individuando un capro espiatorio da sacrificare alla rabbia individuale, che non diventa mai collettiva e si esaurisce nell’odio dell’altro.

Quando invece la rabbia viene – per così dire – collettivizzata, allora ci aiuta ad uscire dalle nostre rage rooms, le stanze in cui alcuni sfogano la propria rabbia individuale spaccando tutto, e questo sentimento potenzialmente autodistruttivo si trasforma in un motore di cambiamento.

Perché la minaccia più grave contro la democrazia è la mancanza di partecipazione: se è vero, come afferma l’Ufficio federale di statistica svizzero, che dall'inizio del XXI secolo l'affluenza media alle urne è leggermente aumentata, d’altra parte nel 2023 su 5 milioni e mezzo di aventi diritto, soltanto il 42% in media ha partecipato alle votazioni.

Se a questo si aggiunge che gli abitanti sopra i 18 anni nel nostro Paese sono attorno ai sette milioni, questo significa che a prendere le decisioni è poco più del 31% della popolazione residente.

E poi ci sarebbe da chiedersi qual è il rapporto tra democrazia e guerra: l’Italia ripudia la guerra nella sua costituzione, mentre il nostro Paese, la Svizzera, ha fatto della neutralità la sua forza. Sorge allora la domanda: che conseguenze può avere sulla democrazia di un paese muovere guerra a un popolo sostanzialmente inerme?

Per esempio distruggendone completamente il sistema sanitario: secondo l’ONU Israele avrebbe perpetrato una politica concertata per distruggere il sistema sanitario di Gaza, commettendo crimini di guerra e il crimine contro l'umanità dello sterminio con attacchi incessanti e deliberati contro il personale e le strutture mediche, come ha dichiarato ieri in un nuovo rapporto la Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati.

@MattiaPelli@mastodon.uno

Il boom dei giochi da tavolo è anche un business redditizio

Giocare è conoscersi

Copertina andata in onda il 31.12.2025

In Svizzera, i giochi da tavolo godono di una notevole popolarità e diffusione. Secondo l'Ufficio federale di statistica, il 76% della popolazione vi si dedica, una percentuale che supera quella degli appassionati di videogiochi (55%).

Il ritorno in auge dei giochi da tavolo è un fenomeno che si è manifestato con forza negli ultimi dieci anni. Questo interesse può essere visto come un'alternativa all'eccessiva esposizione agli schermi, in un contesto in cui la digitalizzazione è sempre più presente nella vita quotidiana. Inoltre, eventi come la pandemia di Covid-19 hanno contribuito a riscoprire i giochi da tavolo.

Il settore in Svizzera è anche un business redditizio. Nel 2020, il fatturato del settore ha superato per la prima volta il mezzo miliardo di franchi, raggiungendo i 560 milioni di franchi nel 2021. A livello globale, il mercato dei giochi da tavolo nel 2023 è stimato a 12 miliardi di dollari. La presenza di numerosi titoli nuovi ogni anno, con un'industria in continua crescita, dimostra la vitalità e l'importanza di questo settore.

Oggi abbiamo parlato alle 11.45 delle evoluzioni più recenti, proposte ben diverse dai classici, come Risiko o scarabeo. E’ un mercato in piena evoluzione, soprattutto nel Nord Europa, e forse anche a Nord delle Alpi, per quanto riguarda il nostro Paese.

I giochi da tavolo hanno una storia lunga e antica. Le prime tracce di giochi risalgono al 2600 a.C. in Egitto con il Senet, considerato l’antenato del Backgammon. Altri giochi antichi includono il GO cinese e il Chaturanga indiano, l'antenato degli scacchi.

Ma il gioco più venduto in Svizzera (e nel mondo) resta il Monopoly, la cui versione originale fu creata da Elizabeth Magie nel 1935 negli USA con l'intento di denunciare le pressioni sui locatari per gli affitti troppo alti.

Secondo l’Ufficio federale di statistica, l'affitto medio mensile netto in Svizzera per il 2022 era di 1.412 franchi. Gli affitti più alti si trovano nei cantoni di Zugo, Zurigo e Svitto. I cantoni più economici sono Giura, Neuchâtel e Vallese.

Ecco, come è evidente, i giochi da tavolo non sono solo un passatempo. In francese si chiamano jeux de societé, cioè giochi di società, e – come affermava Platone -

si può conoscere di più una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione.

@MattiaPelli@mastodon.uno

Nel 2024 sono aumentati i conflitti armati

Si invoca la pace, ma si continua a fare la guerra

Copertina andata in onda il 30.12.2024

Nel 2024, il mondo si trova ancora a fronteggiare numerosi conflitti, con guerre in corso che continuano a creare sofferenza e distruzione.

L'Armed Conflict Location & Event Data Project ha documentato un allarmante aumento della violenza politica, registrando oltre 165.273 eventi tra luglio 2023 e luglio 2024, con un incremento del 15% rispetto all'anno precedente. Si stima che, in questo periodo, una persona su sette sia stata direttamente esposta alle conseguenze di questi conflitti.

A Gaza, l'attacco guidato da Hamas e la successiva risposta militare israeliana, trasformatasi in un vero e proprio genocidio, hanno minato le già scarse speranze di una soluzione pacifica.

In Sudan, le tensioni tra fazioni militari si sono trasformate in un conflitto aperto, con migliaia di morti e milioni di sfollati nel Darfur.

La guerra russo-ucraina si sta prolungando ed è diventata una questione politica di portata globale, con le dinamiche sul campo di battaglia che determineranno il futuro della sicurezza europea e la stabilità delle ex repubbliche sovietiche.

In Myanmar, un'offensiva ribelle rappresenta una seria minaccia per la giunta militare al potere. Nella regione del Sahel, i colpi di stato in Mali, Burkina Faso e Niger hanno consolidato il potere militare, senza tuttavia offrire soluzioni efficaci per contenere la violenza.

Anche il conflitto tra Armenia e Azerbaigian è tornato a infiammarsi, con l'offensiva azera nel Nagorno-Karabakh che ha causato l'esodo di oltre 100.000 persone.

Evviva il 2024, insomma.

Tutti dicono di volere la pace ma poi, inevitabilmente, finiscono per fare la guerra. Pubblicamente ci si inchina al pacifico Rousseau, ma nel privato ci si affida a Thomas Hobbes e al suo stato di “guerra di ogni uomo contro ogni uomo”, mentre Immanuel Kant, che sosteneva che il commercio e le democrazie fossero meno inclini alla guerra, affermando che “lo spirito del commercio non può coesistere con la guerra”, ci fa un po’ di tenerezza ormai.

E che fine ha fatto Sun Tzu, uno dei maggiori pensatori della guerra, che affermava che “non c'è esempio di una nazione che abbia beneficiato di una guerra prolungata” o il Machiavelli, che scriveva “La guerra fa i ladri, la pace li impicca”?

Ce lo siamo chiesti a Rete Due, dove abbiamo deciso di dedicare il Natale di Alphaville alla pace. Undici personalità si sono confrontate e hanno riflettuto sul tema, raccontando la loro esperienza.

Uno di questi è stato lo scrittore irlandese Colum McCann, vincitore del National Book Award nel 2009 con il romanzo Questo bacio vada al mondo intero, che con Apeirogon ha affrontato il tema del conflitto israelo-palestinese.

@MattiaPelli@mastodon.uno

A Gaza 35% delle strutture danneggiate dalla guerra

Chateaubriand e la passione degli esseri umani per le macerie

Copertina andata in onda il 16.9.2024

Scrittore, politico, diplomatico, fondatore del romanticismo letterario francese, Francois-René di Chateaubriand amava, come molti romantici, del resto, le rovine. Anzi, sosteneva che

“Tutti gli uomini (e le donne aggiungiamo noi) hanno una segreta attrazione per le rovine”.

Mica tanto segreta, verrebbe da dire di fronte all’espresso desiderio mostrato da molti nostri congeneri di radere al suo con tonnellate di esplosivo larghe parti del globo.

Lo spiega lo storico Franco Cardini in una recensione apparsa qualche tempo fa sul quotidiano Avvenire, in cui parlava del volume di Alain Schnapp “Storia Universale delle rovine”.

“Chi meglio di noi – si chiedeva il medievista italiano – è in grado, in questo primo quarto del XXI secolo, di contemplare con piena cognizione di causa le rovine?”

In effetti potremmo anche sostenere, senza sembrare troppo provocatori, che le rovine ci piacciono così tanto che – generosamente – ci premuriamo di crearne un numero sufficiente perché anche i nostri pronipoti possano goderne.

Secondo i dati dell’ONU, circa il il 35% delle strutture totali della Striscia di Gaza e un totale di 121.400 unità abitative sono state danneggiate o distrutte dall’esercito israeliano. Il conflitto ha portato alla distruzione di 200 strutture governative, 122 scuole e università, 610 moschee e tre chiese.

Secondo Amnesty International lungo il confine orientale di Gaza a maggio 2024, oltre il 90% degli edifici, tra cui più di 3.500 strutture, erano distrutti o gravemente danneggiati. I danni totali ammonterebbero a 18,5 miliardi di dollari. Le Nazioni Unite hanno avvertito che la rimozione di 40 milioni di tonnellate di macerie lasciate in seguito ai bombardamenti di Israele potrebbe richiedere 15 anni e costare tra i 500 e i 600 milioni di dollari.

Nel nostro dossier della settimana ad Alphaville, sulla Rete Due della RSI, abbiamo parlato di Rovine e la prima intervista è stata con l’antropologo Andrea Staid, autore di Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente.

E mentre parliamo della storia, non dimentichiamo che sotto le macerie di oggi ci sono uomini, donne e bambini.

@MattiaPelli@mastodon.uno

Contro il dogmatismo dei camici bianchi

Scienza e autorità per Popper

Copertina andata in onda il 18.9.2024

Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso era ancora abbastanza comune vedere nei programmi televisivi più conosciuti, in vari Paesi europei e negli Stati Uniti, scienziati in camice bianco presentare verità scientifiche in tutta la loro autorità. Un’autorità che allora, nel periodo culminante del positivismo, nessuno osava contestare.

A parte un filosofo, Karl Popper, di cui abbiamo parlato in un'intervista a Stefano Gattei, per marcare l’anniversario dei 30 anni dalla morte, critico del positivismo scientifico con la sua teoria della falsificabilità scientifica.

Poi dalla fine degli anni ‘60 il processo di perdita di fiducia nella scienza si è sviluppato fino ai giorni nostri, diventando evidente e a volte anche inquietante. Lo abbiamo visto all’opera con l’esplosione del movimento novax durante la crisi Pandemica con il COVID-19.

Le origini di questo crollo di autorità dei camici bianchi si possono ritrovare nella nascita della controcultura negli anni Sessanta e nella messa in discussione di tutte le forme di autorità. E poi la tendenza è stata accentuata da gravi incidenti tecnologici e industriali come Chernobyl, e da controversie su temi scientifici come gli organismi geneticamente modificati (OGM) e, più in generale, l'ingegneria genetica.

Gli scienziati, sottoposti a pressioni da parte del potere politico, hanno perso la loro aura. E questo non è necessariamente un male: il positivismo ha creato anche l’eugenetica e istituzioni totali come il manicomio.

Ma d’altra parte la messa in discussione di un’autorità basata sull’autoritarismo non può semplicemente scartare il problema della verità scientifica, che è quella che ha permesso le grandi scoperte scientifiche che senza dubbio hanno migliorato la nostra vita e la nostra conoscenza dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo.

E’ allora come ridare alla scienza non la sua autorità autoritaria ma la sua autorevolezza?

L'autorità della scienza, nella prospettiva di Karl Popper, deriva dalla possibilità di far evolvere in continuazione le nostre teorie in base a ciò che impariamo dall'osservazione.

Popper cerca di evitare il dogmatismo scientifico proprio sottolineando questa caratteristica distintiva della scienza. L'obiettivo della scienza non è quello di arrivare a teorie fisse e immutabili che siano solo apparentemente vere, ma di avviare un approccio sempre critico ai quadri di conoscenza già stabiliti.

È questa caratteristica della scienza che le conferisce il suo carattere virtuoso e la sua autorità, perché possiamo avere maggiore fiducia nei suoi risultati attuali, frutto di una lunga evoluzione, e nei suoi risultati futuri.

Un buon punto di partenza.

@MattiaPelli@mastodon.uno

Alle radici di un mistero ancora insoluto

Dove nasce la lingua?

Copertina andata inonda il 18.9.2024

A ben pensarci è un vero mistero, quasi un miracolo, che gli esseri umani tra il primo e il secondo anno di vita apprendano un codice comunicativo così straordinariamente complesso in modo naturale, nonostante la loro immaturità mentale.

Sulla lingua, sul suo funzionamento, sulle sue regole, si interrogano da secoli scienziati di ogni disciplina. Tutti hanno cercato di spiegare questo apparente paradosso, proponendo tesi diverse, spesso contrastanti, dando vita a diverse scuole di pensiero.

Una delle tesi più influenti del secondo novecento, e che gode ancora oggi di un grande seguito, è quella della grammatica generativa, messa a punto da uno scienziato americano: Noam Chomsky, conosciuto anche come intellettuale pubblico per la sua critica feroce agli Stati Uniti e alle sue guerre imperiali.

Chomsky ipotizzò che le lingue, anche se all’apparenza incredibilmente variabili, condividono “struttura profonda”, da cui ognuno può derivare le singole regole ricorrendo a una sorta di logica deduttiva. E che ogni essere umano possieda una specie di “macchina linguistica innata”, cioè frutto della nostra evoluzione biologica, che ha dentro di sé queste regole.

Ma le sue tesi nello scorso mezzo secolo sono state messe fortemente in discussione: uno dei critici più accaniti di Chomsky in Italia è stato Tullio De Mauro, il grande linguista, che vedeva nella lingua un fenomeno eminentemente sociale.

Recenti scoperte in campo etno-linguistico hanno dato un ulteriore scossone alla tesi innatista di Chomsky.

Il linguista Dan Everett ha studiato una lingua molto particolare, quella di una piccola tribù amazzonica – i Piraha – che a differenza delle altre 7000 lingue umane conosciute, non usa concetti come “alcuni” e “molti” per definire la quantità e non ha nemmeno il concetto dei “uno”.

Una parola di questo idioma ha diversi significati, e i cacciatori si parlano fischiando. I Piraha non hanno pronomi, o norme linguistiche, e il sistema fonetico è formato da sole otto consonanti e tre vocali. E – soprattutto – i Piraha non hanno la funzione ricorsiva del linguaggio, che secondo Chomsky sta alla base della grammatica generativa della lingua.

Con ogni probabilità questo piccolo popolo composto da 700 parlanti non sente la necessità di imparare la grammatica, come invece è toccato a tutti noi, chiedendoci ogni volta qual era il senso di quello sforzo cognitivo.

Ce lo hanno spiegato i nostri ospiti in un approfondimento sulla Rete Due dedicato proprio all’insegnamento della buona vecchia grammatica nelle scuole.

Mirko Tavoni, ex professore ordinario di Linguistica italiana nell’Università di Pisa, Accademico della Crusca e Simone Fornara, docente ricercatore in didattica dell’italiano presso il Dipartimento della Formazione e dell’Apprendimento della SUPSI.

@MattiaPelli@mastodon.uno

Il libro più citato nelle scienze sociali

Il Capitale, corpo e opera di Marx

Copertina andata in onda il 20.9.2024

Dal 23 al 27 settembre 2024 il dossier della settimana di Alphaville, la trasmissione di attualità culturale della Rete Due della RSI, è stato dedicato all’opera più importante di Karl Marx, “Il Capitale”.

Einaudi ha infatti da poco dato alle stampe una riedizione con numerose novità, curata da Roberto Fineschi, che è stato il nostro primo ospite (l'intervista si può riascoltare qui).

Nel preparare il dossier sono rimasto piuttosto impressionato dal rapporto tra il corpo di Marx e quello della sua opera, raccontato in modo magistrale da Marcello Musto nella sua biografia dedicata al filosofo tedesco (qui si può ascoltare l'intervista).

Allora in esilio in Inghilterra, perseguitato dai debiti e dai lutti, Marx deve affrontare una malattia strana: il carbonchio, che lo debilita con lo sviluppo di pustole nere e inquietanti.

Scrive all’amico Friedrich Engels nel febbraio del 1866, nel pieno del lavoro di redazione del libro primo del Capitale:

“Questa volta ne è andata della pelle. I medici hanno ragione: la causa principale di questa ricaduta è stato l’esagerato lavoro notturno.”

Friedrich Engels, che non manca mai di sostenere l’amico, gli scrive:

“Fa a me e alla tua famiglia l’unico piacere di lasciarti curare. In verità io non ho più quiete, né di giorno né di notte, finché non ti so fuori da questa storia”.

Il Capitale è dunque un libro che non nasce nello studio di un agiato studioso dedito al suo lavoro circondato da calma e serenità: nasce al contrario in un contesto difficile per Marx e la sua famiglia, ma difficile anche dal punto di vista politico ed economico.

Il Capitale è – più di altri – un libro che avrebbe potuto non vedere nemmeno la luce. E ad alcuni avrebbe di certo fatto piacere. Ma nonostante questo è diventato il libro apparso prima del 1950 più citato nelle scienze sociali.

Nel corso del ‘900 Marx ha subito nei paesi del cosiddetto socialismo reale una forma di santificazione che non avrebbe mai accettato: di sé stesso diceva infatti ironicamente di non essere marxista.

Santificazione che nascose sotto il velo del dogma quelle pustole nere, che oggi ci ricordano l’umanità di un pensatore che continua a parlarci.

Per ascoltare tutte le cinque interviste dedicate al “Capitale” di Marx basta andare su questo sito.

@MattiaPelli@mastodon.uno

Quando la rabbia viaggia sui social

Road rage

Copertina andata in onda il 17.10.2024

Qual è il contesto nel quale capita di esprimere con più violenza la nostra rabbia? Non è difficile: la strada. Quando siamo in macchina le barriere dell’autocontrollo davanti a un posteggio rubato o un sorpasso azzardato cadono e il nervosismo si esprime con una guida spericolata o con il furioso uso del clacson.

A volte il tragitto casa-lavoro si trasforma in una specie di guerra tutti contro tutti, ognuno chiuso nella sua bolla a macerare dentro ai propri sentimenti negativi. Ma la rabbia ha conseguenze: secondo uno studio della National Highway Traffic Safety Administration negli USA, il 67% degli incidenti stradali è dovuto a un comportamento aggressivo alla guida. E gli americani, che danno un nome a tutto, hanno inventato un termine per definire questo fenomeno: road rage, rabbia da strada.

Quali sono gli elementi che portano una persona altrimenti tranquilla a perdere i freni inibitori quando è in macchina? Il primo, secondo gli studiosi, è il fatto di essere chiusi in un mezzo che ci isola dal resto del mondo e ci dà la sensazione di essere protetti da una armatura che niente può intaccare.

Viene in mente quella scena narrata dal famoso etologo Konrad Lorenz: due cani ringhiano e abbaiano uno contro l’altro attraverso una rete, ma quando la rete finisce i due smettono di colpo, senza sapere più come comportarsi.

Ma c’è anche un’altra similitudine: quella con i social. Protetti dalla lontananza, l’altro essere umano diventa un'astrazione contro la quale riversare senza freni il proprio odio e la propria rabbia.

La rabbia è considerata uno dei sentimenti primordiali, che nasce dall’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente circostante. Alle origini, aveva una funzione adattiva, oggi può trasformarsi in un emozione disadattiva. Come per esempio quando siamo per strada.

Ma può avere invece un ruolo positivo quando usciamo dalla nostra bolla, che sia quella della nostra auto o quella dei social. Lo spiegava bene Martin Luther King:

“La disobbedienza civile di massa può usare la rabbia come una forza costruttiva e creativa”.

Di rabbia abbiamo parlato su Rete Due con Francesco Filippi, autore del volume “Cinquecento anni di rabbia. Rivolte e mezzi di comunicazione da Gutenberg a Capitol Hill”.

@MattiaPelli@mastodon.uno

L'autore che ha saputo raccontare le ombre della Svizzera

Jacques Chessex, il vampiro di Ropraz

Copertina andata in onda il 9.10.2024

Ropraz è un piccolo comune del Jorat vodese, una bellissima regione di colline e campi, costellata di paesini e fattorie, che d’inverno si copre di neve e silenzio. Ed è anche il luogo dove ha vissuto uno dei più grandi scrittori svizzeri contemporanei: Jacques Chessex.

Durante la mia adolescenza ho vissuto proprio in un comune lì vicino, e a Ropraz ci andavamo spesso. Mia mamma mi raccontava di questo scrittore un po’ scandaloso e sulfureo, con i suoi baffoni e il suo carattere poco accomodante, che era facile incontrare in giro per il paese.

Ora Jacques Chessex, scomparso nel 2009, riposa nel piccolo cimitero di Ropraz, che è stato anche lo scenario di una delle sue storie più tremende e affascinanti, che ho scoperto soltanto anni dopo. Il libro di cui sto parlando è naturalmente “Le vampire de Ropraz”, un libro che non mi pare sia stato mai tradotto in italiano.

La storia inizia con la scoperta del corpo di una giovane donna, Rosa, profanato e mutilato nella sua tomba. L'ombra del vampirismo incombe sulla vallata, alimentando paure ancestrali e sospetti reciproci. Alla fine l'ossessione per il mostro porta alla caccia di un capro espiatorio, un giovane uomo solitario e marginale che viene accusato e condannato senza prove concrete. Chessex, con la sua prosa cruda, dipinge un quadro inquietante della società rurale svizzera, rivelando le sue crepe e le sue paure più profonde.

Vivendo lì ho incrociato anche io storie drammatiche, come solo nel segreto dei fienili e delle stalle possono nascere: sentivo i miei genitori parlarne e intuivo dietro i panorami bucolici storie di violenza e prevaricazione.

Da ormai 30 anni vicino al cimitero di Ropraz c’è una fondazione culturale, che si chiama l’Estrée, che propone mostre e concerti, nata dalla passione per l’arte di Alain Gilléron, che ho conosciuto come panettiere nel comune nel quale vivevo e le sue deliziose torte della domenica.

La Svizzera è anche questo: quella di Jacques e quella di Alain.

E di Chessex abbiamo parlato su Rete Due con Daniel Maggetti, direttore del Centre de Littératures en Suisse Romande all’Università di Losanna.

@MattiaPelli@mastodon.uno