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opinioni

(191)

(M1)

L’attacco #USA al #Venezuela, con la cattura di Nicolás Maduro annunciata trionfalmente da Trump come “large scale strike” contro un “narco-dittatore”, rappresenta un’escalation brutale dell’unilateralismo armato di Washington, ignorando ogni norma di sovranità e diritto internazionale.​ Raid mirati su Caracas hanno provocato esplosioni multiple, blackout diffusi e sorvoli di velivoli a bassa quota, spingendo il governo venezuelano a dichiarare lo stato di emergenza e a richiedere prove di vita del presidente e della moglie.​ Personalmente non ho mai difeso Maduro né il suo regime, ma l’azione USA non è il modo per riportare la democrazia in Venezuela: semmai ne compromette ogni possibilità.​ L’operazione non ha mandato ONU (cosa di cui a Trump non frega nulla) rené risponde a un’aggressione diretta: trasforma semplici accuse federali USA per narcotraffico (già sanzionate con una taglia da 15 milioni di dollari) in pretesto per un blitz militare extraterritoriale contro un capo di Stato in carica. Anche governi latinoamericani anti-Maduro, da Bogotá a Lima, avevano respinto l’intervento armato temendo effetti domino su migrazioni e instabilità regionale.​ La deposizione del leader non dissolve il “chavismo”, nell’apparato militare e tanto meno le milizie dei narcotrafficanti: lo scenario più probabile è frammentazione dello Stato, guerre a bassa intensità per risorse petrolifere e un nuovo esodo massiccio verso Colombia, Brasile e Caraibi. L’opposizione civile resta schiacciata tra ingerenza esterna e poteri armati locali.​ La regione reagisce con ostilità compatta: Brasile, Messico e persino Cuba denunciano un attacco alla sovranità di tutti. La Cina consoliderà crediti energetici, presentandosi come alternativa “prudente” all’impulsività USA e la Russia potrebbe offrire silo politico per i componenti del governo Maduro. Una transizione fragile sotto tutela esterna, una “balcanizzazione de facto” con gang e milizie, o un nuovo generale “filo-USA” che garantisce ordine in cambio di legittimità sono gli aspetti più probabili dopo questo attacco. In ogni caso, Washington ripete ciò che fatto inIraq e Libia, usando missili e commando per risolvere il “problema” del giorno, ma seminando un caos che non ha una data di fine.​

(M2)

Questa non è difesa della democrazia, ma imperialismo senza vergogna: bombardare un Paese, sequestrare un presidente, chiamare vittoria il disastro che segue. Un boomerang geopolitico che erode la credibilità USA più di qualsiasi propaganda chavista.​ Ma potevamo, di certo, aspettarcelo.

#Blog #USA #Venezuela #Geopolitica #Sudamerica #Opinioni

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(190)

(Ba1)

Il 2026 si annuncia come l’ennesimo “anno di transizione”: crescita anemica, guerre ibernate, ma non sepolte, e un’ #Italia che fluttua sopra lo zero mentre sotto si ammucchia la solita zavorra di poveri, lavoratori malpagati e slogan governativi che invecchiano male. È il “Si va avanti” di chi non sa dove, ma finge sicurezza nei grafici da proiettare nelle convention.​

L’economia mondiale crescerà quel tanto che basta a non crollare (intorno al 3%) e troppo poco per curare le ferite di pandemie, inflazione e dazi trumpiani. Il commercio si frantuma in blocchi ostili, sanzioni e protezionismi, mentre il multilateralismo è ridotto a un cerimoniale per diplomatici annoiati. Banche centrali come ultima diga, governi come giocolieri di emergenze e benvenuti nella normalità post-eroica.​

In #Ucraina sarà logoramento puro. Guerra a lume di candela, fronti che strisciano di un chilometro alla volta, mentre Mosca celebra “avanzate storiche.” La Russia pompa un’economia di guerra che non implode, ma divora futuro, riversando acciaio e uomini in un tritacarne senza sbocco, aggrappata a petrolio scontato per #Pechino e #Delhi. Sul campo un congelamento che fissa confini illegali, o guerra eterna che avvelena l’Europa, gonfiando sovranisti e svuotando il portafoglio #Ue.​

(Ba2)

A #Gaza c’è un “cessate il fuoco” da teatro dell’assurdo. Pausa tra un raid e l’altro, non pace. L’accordo 2025 ha domato i picchi di mattanza, ma la Striscia è un pantano di tensioni, con #Hamas in bilico, ostaggi come pedine e mediatori (USA, Qatar, Egitto) che cuciono stracci su governi ballerini. Israele tergiversa sulla fase due, la “sicurezza” è come un jolly eterno, mentre l’Europa versa aiuti umanitari e zero politica seria (campioni di bon ton, ma un nulla di influenza.) Risultato: radicalismo arabo che ribolle, #ONU irrilevante e un Medio Oriente che ride di noi.​

In #Italia la crescita sarà all’1% sulla carta, abbastanza per scansare “recessione”, zero per sfamare i poveri. Domanda interna come una stampella sghemba, export zavorrato da un mondo fiacco; debito al soffitto, politica che danza sul filo tra Bruxelles e balconi di palazzo. Bonus a getto continuo, riforme come miraggi: il circo del #GovernoMeloni, dove “stabilità” significa rinviare il conto alle prossime generazioni.​ 5,7 milioni di poveri, altri milioni sul baratro. Sud e giovani come vittime predestinate, working poor a dimostrare che sudare non paga più.

I numeri del lavoro sono in verde (occupazione su, disoccupazione giù), la realtà in rosso. Salari da fame, precarietà endemica, donne relegate a “ruolo familiare” mentre il paese perde metà motore. Una polarizzazione da caricatura: élite export-oriented contro massa di camerieri e rider.​ La demografia che implode, produttività da Paleolitico, la “Pubblica amministrazione” che ingoia il PNRR come un buco nero. Giovani che emigrano, vecchi che comprano bonus pensionistici: roba da barzelletta europea. I vincoli Ue da una parte, rabbia popolare dall’altra.

Si promette la luna (meno tasse, più tutto), si consegna la polvere (tagli mimetizzati, like su “TikTok”.) Riforme annunciate 72 o più, eseguite zero.​

In un mondo di guerre “gestite” e economie zoppicanti, il 2026 per l’Italia è al sequel dal titolo prevedibile: “Ce la caveremo anche stavolta”. Peccato che milioni di cittadini, inchiodati nella “povertà assoluta” che è mera sopravvivenza, non ridano più della trama.

#Blog #Mondo #Economia #Politica #Italia #Opinioni

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(189)

(N1)

Un tempo il #Natale sapeva di mandarini e di freddo. Oggi sa di plastica, di profumo sintetico alla cannella e di offerte “imperdibili”. È passato da evento religioso (che riconosco, ma non frequento per coerenza) a vaccino annuale contro la malinconia, somministrato in dosi di pubblicità e zucchero. Non si aspetta più la nascita di un improbabile “Salvatore”: si aspetta il corriere espresso.

L’unico presepe che conta è quello dove il nuovo dio è lo scontrino fiscale. La festa comincia già a novembre, quando si accendono i LED sponsorizzati e le vetrine diventano vetrate di cattedrali dedicate alle divinità del consumo. L’atmosfera natalizia è una liturgia pubblicitaria senza fine: famiglie perfette, pacchi scintillanti, sorrisi programmati. “Fatevi un regalo”, dicono. Ma per molti, il vero regalo sarebbe un affitto pagato o una bolletta non scaduta.

Nei magazzini e nei centri di smistamento si lavora a tempo di jingle. I veri elfi di Babbo Natale sono precari con la schiena a pezzi e la consegna garantita. Mentre il mondo si commuove davanti agli spot, loro fanno le notti per tenere accesa la giostra del Natale. Il miracolo non è la nascita di un bambino, ma che qualcuno ancora sorrida dopo dodici ore di lavoro.

(N2)

Arriva la Vigilia: la prova di sopravvivenza più ipocrita dell’anno. Tavole imbandite, sorrisi forzati, discussioni che nessuno ha voglia di affrontare. A Natale ci si ama per obbligo, si ascolta per forza, si brinda per abitudine. È il grande festival delle relazioni diplomatiche: tutti seduti insieme, uniti solo dalla stanchezza e dal desiderio che finisca in fretta. Fuori, le città traboccano di “esperienze autentiche”: mercatini vintage, regali “etici”, panettoni artigianali da quarantacinque euro.

Tutto mercificato, anche la bontà. Se non compri, non esisti. La gioia è un’unità di misura tracciata in scontrini, la pace si conta in like. “Buone feste” è diventato un riflesso condizionato, un rumore di fondo da cui nessuno si salva. Dietro le luci e i brindisi resta il buio dei margini. I poveri, i precari, gli invisibili assistono al grande spettacolo del benessere da dietro la quinta. Per loro, il Natale è solo un altro turno, un altro giorno da superare. Poi arrivano i servizi televisivi “commoventi”, la lacrima di circostanza, e tutto finisce lì: quel poco di solidarietà si scioglie più in fretta del burro nel panettone.

Il Natale consumistico è una macchina perfetta: produce desideri, li vende, e poi li sostituisce. È la religione del capitale emotivo, dove la preghiera è contactless e la redenzione avviene in tre rate. Ogni gennaio ci chiediamo perché ci sentiamo vuoti. La risposta è semplice: lo siamo, ma almeno abbiamo comprato il vuoto in confezione regalo. Viva il #Natale, dunque: patrono dell’apparenza, santo protettore dell’ipocrisia e martire della sincerità. Non importa più cosa significhi, basta che arrivi il pacco in tempo e che l’etichetta sia quella giusta. Perché in fondo, nel presepe del mondo moderno, l’unico Bambin Gesù rimasto è un prodotto in pronta consegna.

#Blog #Natale #Consumismo #Economia #Opinioni

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(188)

(t1)

Il discorso alla nazione di #DonaldTrump del 17 dicembre 2025, trasmesso in prima serata dalla Diplomatic Room (con decorazioni natalizie perlomeno incongruenti), è durato meno di 20 minuti, ma ha condensato un tono visibilmente frustrato, aggressivo e autocelebrativo. Trump ha puntato il dito contro i democratici e Joe Biden con frasi ripetute come “Ho ereditato un disastro totale” e “È tutta colpa loro”, apparendo “arrabbiato e sulla difensiva” secondo le cronache dei media.

Questo stile, lontano da un sobrio aggiornamento sullo stato dell'Unione, sembrava mirare a placare i malumori crescenti tra gli elettori per il carovita persistente e le delusioni economiche, invitando gli americani alla “pazienza” in attesa di un futuro “boom senza precedenti”. Ha chiuso con un appello patriottico, esaltando l'“America prima di tutto”, ma il suo cipiglio tradiva insicurezze sul consenso interno in calo.​ Il discorso è stato un autentico tripudio di superlativi e iperboli, tipico del repertorio trumpiano.

Ha descritto il confine meridionale come “il più sicuro della storia americana”, l'economia “tornata più forte che mai”, con “prezzi che calano a velocità record”, “salari che crescono più dell'inflazione per la prima volta in anni” e un “boom economico senza precedenti” realizzato in soli 11 mesi di mandato. Trump ha vantato 18.000 miliardi di dollari di investimenti privati attratti grazie ai dazi (definita la sua “parola preferita”, come se non si fosse capito) e ha rivendicato di aver “risolto otto guerre calde nel mondo”, inclusa una presunta pace stabile a #Gaza, portando “pace duratura in Medio Oriente per la prima volta nella storia”.

Non sono mancati annunci come il “warrior dividend” di 1.776 dollari (un numero simbolico per l'anno della dichiarazione d'indipendenza) per ogni militare, con assegni “già spediti per Natale”, esaltando un'America che “fa invidia al mondo intero” e che “tornerà grande come mai prima”. Queste affermazioni, pronunciate con enfasi teatrale, ignorano del tutto le complessità reali.​

(t2)

Il tycoon ha scaricato sistematicamente ogni problema economico e sociale sul predecessore #Biden, dipingendolo come responsabile di un'“invasione barbarica” alle frontiere, un “caos economico totale”, con un’inflazione “alle stelle come mai vista” e “mayhem” nei quartieri urbani. Ha deriso il suo predecessore per aver implorato al Congresso aiuti sul confine, sostenendo che bastava “un nuovo leader forte come me” per chiuderlo ermeticamente in soli sette mesi, riducendo i flussi di droga del 94% e fermando “milioni di criminali”.

Queste narrazioni distorcono i fatti storici: l'inflazione era già stabilizzata al 3% annuo all'insediamento di Trump a gennaio 2025, ereditata dal post-pandemia e dalle politiche globali, non un “disastro esclusivo” di Biden. Similmente, i flussi migratori erano in calo pre-Trump grazie a accordi messicani, e le accuse di “invasione” si basano su numeri gonfiati, come confermato da fact-check indipendenti.​

Un capitolo a parte merita l'incapacità cronica di Trump nel gestire le relazioni internazionali, nonostante le millanterie. Ha vantato di aver “risolto otto guerre” e portato “pace duratura in Medio Oriente”, con #Gaza come “trionfo personale” grazie a presunte mediazioni USA. In realtà, il conflitto in #Ucraina persiste senza tregue stabili, con aiuti militari USA in stallo; a Gaza, le escalation israeliane continuano con centinaia di vittime civili, mentre i raid USA in Yemen hanno solo intensificato le tensioni con gli Houthi anziché risolverle.

Le sue “storiche paci” con nazioni arabe del primo mandato sono rimaste fragili e unilaterali, senza affrontare il nodo palestinese. Intanto, le elazioni con #Cina e alleati #NATO si sono deteriorate per dazi protezionistici e minacce di ritiri, lasciando gli USA più isolati diplomaticamente e con costi militari in aumento del 15% per operazioni “unilaterali”.

Questa politica erratica ha alimentato instabilità globale, contraddicendo le promesse di “pace attraverso la forza”.​ Contrariamente alle iperboli, i numeri del primo anno di Trump deludono clamorosamente le attese. Il PIL ha contratto dello 0,3% nel primo trimestre 2025 a causa dell'afflusso massiccio di import pre-dazi, con rischi di recessione che hanno portato a una crescita anemica del 3%, ma solo grazie a import in calo e non a investimenti strutturali. L'inflazione resta ferma al 3% annuo a settembre (lontana dal “prezzi in calo” promesso). La disoccupazione è salita al 4,6% a novembre, ai massimi dal 2021, con un mercato del lavoro in indebolimento, licenziamenti nel settore tech e consumi al palo.

Gli investimenti vantati sono gonfiati: annunci non vincolanti, stimati realisticamente al massimo 7-9 trilioni, non i 18 promessi, mentre i salari crescono ma non compensano i rincari energetici. I fact-check confermano: l'economia arranca tra tariffe, incertezze e debiti pubblici alle stelle.​

Questo sproloquio riflette la narrazione trumpiana classica: trionfalistica, divisiva e smentita dai fatti. Trump vanta lodi dall'estero da leader come #GiorgiaMeloni, che lo esaltano pubblicamente per interessi economici (evitare dazi punitivi su export di auto Fiat, vino e macchinari) e strategici, come il supporto #NATO contro la Russia, ma si tratta di puro servilismo opportunistico. Meloni ha scritto su “X” “...Trump ha reso l'America forte di nuovo”, ignorando come le politiche protezioniste USA stiano causando rincari energetici in Europa e tensioni nel Mediterraneo, danneggiando Roma con bollette alle stelle e instabilità migratoria. Simili elogi da Orban o Netanyahu mascherano calcoli cinici, non ammirazione genuina. Gli americani, intanto, pagano costi elevati, crescita fiacca, caos internazionale e un'amministrazione isolata, con l'opinione pubblica in calo al 42%.

È ora di distinguere retorica da realtà.  E sarebbe sempre il momento di imparare a fare da soli, che è meglio che essere accompagnati da un ballista dilettante.

#Blog #USA #Trump #Politica #Economia #Esteri #Opinioni

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(187)

(Aut)

Il ritorno del concetto di #autocrazia nella politica internazionale rappresenta una tendenza sempre più evidente, alimentata anche dall’ascesa di figure come Donald Trump e Elon Musk. Questi personaggi incarnano un modello di leadership che privilegia la decisione rapida, l’efficienza apparente e la disintermediazione digitale, spesso a scapito della partecipazione democratica e dei diritti individuali. La rottura tra #Trump e #Musk, per esempio, non segna il tramonto del #trumpismo, ma piuttosto la sua evoluzione verso una governance più strutturata e meno personalizzata, ma sempre più autoritaria e meno trasparente.​

Negli ultimi anni, il potere politico ha mostrato una tendenza a concentrarsi nelle mani di pochi, spesso con il sostegno di una tecnocrazia privatizzata che utilizza strumenti digitali e algoritmi per governare. Questa convergenza tra potere esecutivo, tecnologia e capitalismo delle piattaforme ha portato a una forma di “autocrazia algoritmica”, in cui le decisioni vengono prese in modo rapido e apparentemente efficace, ma con una sostanziale riduzione della trasparenza e della partecipazione dei cittadini. Il modello è particolarmente visibile negli Stati Uniti, ma ha avuto ripercussioni anche in #Europa e in altri continenti.​

In #Italia, come in molti altri Paesi, si registra una crescente propensione a preferire governi “forti” rispetto a una democrazia più compiuta che richiede la partecipazione attiva di tutti, anche del singolo cittadino. Una ricerca recente ha evidenziato che circa il 24% dei giovani italiani si dichiara favorevole a un regime autoritario, mentre solo il 57% preferisce la democrazia a qualsiasi altra forma di governo. Questa percentuale è simile a quella di Spagna e Francia, ma inferiore rispetto alla Germania, dove la preferenza per la democrazia supera il 70%.

Questa differenza evidenzia come, in Italia, la fiducia nella democrazia sia meno radicata, soprattutto tra i giovani e tra chi si sente economicamente svantaggiato.​

(Aut2)

Una delle conseguenze più preoccupanti di questa tendenza è la disponibilità di molti cittadini a rinunciare a parte dei propri diritti in cambio di maggiore sicurezza o stabilità. Il desiderio di governi più radicali e “cattivi” si manifesta anche nella richiesta di misure più severe contro la criminalità, l’immigrazione o le proteste sociali. Questo fenomeno è alimentato da una percezione di crisi economica, sociale e culturale che porta molte persone a cercare soluzioni rapide e apparentemente efficaci, anche a costo di compromettere alcuni principi democratici.

La recessione della democrazia, come viene definita da molti analisti, è quindi legata non solo a scelte politiche, ma anche a una crescente insoddisfazione economica e sociale che spinge le persone a preferire governi autoritari.​

Il vero scandalo per la democrazia italiana è questa resa collettiva, incarnata dal governo Meloni che, nel discorso finale alla kermesse di “Atreyu”, ha dipinto un'Italia monolitica e “forte” dove la partecipazione si riduce a un applauso acritico, mentre si sacrificano diritti e uguaglianza in nome di una fermezza illusoria. Invece di mobilitare i cittadini contro disuguaglianze economiche sempre più abissali (con salari stagnanti e precarietà dilagante), la premier invita a delegare tutto a un esecutivo che si definisce “granitico” e che promette ordine con manganelli e retorica nazionalista, tradendo chi sogna una vera lotta per i diritti.

Questa propaganda autoritaria, che cavalca la stanchezza popolare, non risolve crisi, ma le amplifica, preferendo la stabilità fittizia di un leader onnipotente alla responsabilità condivisa di una democrazia viva e inclusiva. È una beffa: le persone rinunciano a battersi per più diritti, illudendosi che un pugno di ferro le protegga, mentre Meloni consolida un potere che erode le basi stesse della libertà.

#Blog #Opinioni #Politica #Autocrazia #Democrazia #GovernoMeloni

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(186)

(LP1)

In Italia, il lavoro ha smesso di essere una garanzia contro la povertà. Nel 2025 oltre un lavoratore su dieci è in difficoltà economica pur avendo un impiego, con un tasso di rischio di povertà lavorativa che supera l’11% e colloca il paese stabilmente sopra la media europea.

È il volto dei cosiddetti #workingpoor, persone che timbrano il cartellino, consegnano pacchi, servono ai tavoli, assistono anziani e bambini, ma non riescono a condurre una vita dignitosa.​ Secondo i dati più recenti, oltre un lavoratore su dieci in Italia è a rischio povertà, con una quota di “working poor” che in alcune analisi si avvicina a un quarto della forza lavoro, se si considerano contratti part time involontari, stagionali e parasubordinati.

L’occupazione cresce (almeno nelle tabelle del #GovernoMeloni, quelle che spacciano per tavole della verità), ma cresce anche il numero di chi, pur lavorando, non supera la soglia dei mille euro al mese e non riesce a far fronte al costo della vita. Si parla di milioni di persone che vivono in condizioni di povertà o rischio di povertà nonostante un’occupazione, smentendo l’idea che “basta un lavoro” per stare al sicuro.​ La povertà lavorativa non è solo una statistica: si traduce in vite più fragili, reti sociali che si spezzano, salute che si deteriora.

(LP2)

La mancanza di un reddito stabile e sufficiente costringe a rinunciare a uscite, viaggi, corsi per i figli, cure sportive o culturali, alimentando l’isolamento sociale. Per molte coppie, l’incertezza economica significa rinviare indefinitamente progetti di vita, come avere un figlio o andare a vivere da soli, mentre ansia e stress da precarietà diventano condizioni permanenti, con effetti documentati anche sulla salute mentale.​

Il lavoro povero incide anche sull’accesso alla sanità e ai servizi fondamentali. Cresce la quota di chi rinuncia a visite specialistiche, esami o terapie per i costi diretti o per l’impossibilità di assentarsi dal lavoro precario senza perdere giornate pagate a ore. Allo stesso modo, la povertà educativa si radica nelle famiglie dei “working poor”: bambini e ragazzi che non partecipano a attività extrascolastiche, corsi di lingua, musica o sport, e che vivono fin da piccoli il peso delle ristrettezze economiche.

Così la povertà lavorativa di oggi prepara le disuguaglianze di domani.​ La povertà lavorativa non è un incidente di percorso, ma il prodotto di scelte politiche precise. Tra il 2019 e il 2024 i salari reali hanno perso circa il 10,5% del potere d’acquisto, perché i prezzi sono saliti di oltre il 21% a fronte di retribuzioni cresciute di poco più del 10%, con una perdita secca per milioni di lavoratori.

In questo quadro, il rifiuto ostinato di introdurre un salario minimo legale espone chi lavora a un ricatto permanente: accettare qualsiasi paga, qualsiasi orario, qualsiasi condizione, pur di non scivolare nella povertà assoluta. Le promesse di “difendere i salari” e “mettere al centro il lavoro” restano slogan, mentre aumentano le persone costrette a rivolgersi a mense e associazioni pur avendo un contratto in tasca.​

Oggi in Italia la povertà ha cambiato volto: diminuiscono i senza dimora assistiti dalle reti solidali, aumentano invece i lavoratori poveri, i giovani, gli over 60, le famiglie numerose che non riescono più a far quadrare i conti. In un paese dove la spesa complessiva per il Natale 2025 è stimata in quasi 28 miliardi di euro, con oltre mille euro di budget medio a famiglia tra regali, cibo, viaggi e ristoranti, chi vive di salario basso guarda da fuori una festa costruita sul consumo. Per di questi lavoratori, le tredicesime servono solo a coprire affitti, bollette, debiti, ben lontano dai 200 euro a testa che in media si spenderanno per i regali.

Non c’è spazio per l’ipocrisia: uno Stato che accetta tutto questo senza garantire una retribuzione minima dignitosa e senza contrastare davvero la precarietà non è un arbitro distratto, ma un attore consapevole di una società che può permettersi cene, luci e shopping, ma non la dignità di chi quelle luci le accende e quelle cene le serve.

Auguri.

#Blog #Italia #LavoPovero #Diseguaglianze #Povertà #WorkingPoor #StatoSociale #Opinioni

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(185)

(UI)

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra #Italia e Stati Uniti si sono rapidamente rafforzati, diventando uno dei pilastri della politica estera italiana e della sicurezza europea. L’Italia, uscita dal conflitto profondamente segnata e con un sistema politico in ricostruzione, ha trovato negli Stati Uniti un alleato strategico fondamentale per la propria ricostruzione economica e per la stabilità democratica.​ Nel 1949, l’Italia fu tra i fondatori della #NATO, alleanza militare occidentale nata per contrastare l’espansione del blocco sovietico. Questa scelta rifletteva la volontà italiana di allinearsi politicamente e militarmente all’Occidente, in particolare agli Stati Uniti.

L’Italia divenne così un avamposto strategico per la NATO nel #Mediterraneo e un punto di riferimento per la sicurezza europea, ospitando basi militari statunitensi e partecipando a numerose operazioni internazionali.​ La cooperazione militare tra Italia e #USA si è consolidata negli anni attraverso accordi bilaterali e multilaterali, condividendo tecnologie, strategie e obiettivi di sicurezza. L’Italia ha partecipato a missioni #NATO nei Balcani, Afghanistan e Libia, dimostrando il proprio impegno nel sistema di difesa collettiva occidentale. Tuttavia, questa stretta alleanza ha anche sollevato critiche: va sottolineato come il nostro paese, soprattutto nell’ambito della difesa, abbia spesso seguito la linea statunitense, con una limitazione della propria autonomia strategica.​ Parallelamente a questa mansione, la cooperazione economica tra Italia e USA si è intensificata dopo la guerra, con il “Piano Marshall” che ha sostenuto la ricostruzione italiana e favorito la crescita industriale.

(UI2)

Negli ultimi decenni, si è consolidata una visione per cui l’Italia sarebbe “succube” degli Stati Uniti anche in ambito economico, dipendendo da scelte e pressioni statunitensi in settori come energia, tecnologia e politica monetaria.​ La guerra in #Ucraina ha riportato al centro il ruolo della NATO e la posizione dell’Italia. Roma, pur esprimendo solidarietà all’Ucraina, ha mostrato una certa prudenza nelle decisioni militari, preferendo seguire le iniziative europee e atlantiche piuttosto che prendere iniziative autonome.

Il nostro Stato sostiene le sanzioni contro la Russia e partecipa ai programmi di aiuto militare all’Ucraina, ma la sua posizione resta spesso condizionata dalle linee guida di Bruxelles e Washington.​ La crisi ucraina ha anche messo in evidenza le divisioni all’interno dell’UE, con l’Italia che cerca di bilanciare il sostegno all’Ucraina con la ricerca di una soluzione diplomatica, talvolta proponendosi come mediatore. La stretta dipendenza dall’asse transatlantico rende difficile una politica estera completamente autonoma, soprattutto in materia di sicurezza.​

Il governo Meloni ha confermato l’impegno atlantista e la stretta collaborazione con gli Stati Uniti. La Premier ha mantenuto una linea di sostegno agli aiuti occidentali all’Ucraina, pur dialogando con figure della destra globale come Donald Trump. In particolare, la reciproca stima tra Meloni e Trump ha suscitato interesse per le possibili implicazioni di un’alleanza tra la destra italiana e quella americana, anche in vista di nuove elezioni negli USA.​

Meloni ha ottenuto un canale privilegiato con ambienti conservatori statunitensi, mostrando una certa apertura verso il mondo della destra globale, pur mantenendo la linea europeista e atlantista. Questo atteggiamento riflette una strategia di bilanciamento tra autonomia nazionale e fedeltà agli alleati storici, in un contesto internazionale sempre più polarizzato.​

(UI3)

Il governo Meloni, pur presentandosi come promotore di una visione sovranista e nazionale, ha in realtà confermato e rafforzato una dipendenza strategica dagli Stati Uniti, soprattutto in ambito militare e diplomatico.

La scelta di mantenere un atteggiamento atlantista e di coltivare rapporti privilegiati con figure della destra americana sembra contraddire la retorica dell’autonomia nazionale, trasformando la politica estera italiana in un riflesso delle scelte statunitensi, anche quando ciò comporta una riduzione della capacità di mediazione e di proposta autonoma dell’Italia sul palcoscenico internazionale.

Questo atteggiamento fa comprendere che, dietro ai discorsi sul sovranismo ed il patriottismo (che spesso hanno una connotazione che rasenta l’apologia del fascismo), si celi in realtà una subordinazione agli interessi dell’alleato americano, con conseguenze non sempre trasparenti per la politica estera e la sicurezza del paese.​

E, di certo, l’attuale esecutivo non nasconde questa sua inclinazione. Anzi, la sbandiera come un punto di forza, quando in realtà i segnali che provengono dall’amministrazione Trump, tendono a rendere sempre più marginale il ruolo della UE e, di conseguenza, del nostro paese. C’è da chiedersi se il modo di operare del governo non sia, a questo punto, profondamente dilettantesco, con le conseguenze che vediamo ogni giorno. Non serve nemmeno un’analisi troppo professionale per evidenziarlo. Basta un minimo di buon senso.

#Blog #USA #Italia #UE #GovernoMeloni #Opinioni #Politica #Politics

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(184)

(K1)

I colloqui di pace tra #Ucraina e #Russia languono in un impasse totale, complicati da intercettazioni pubblicate dalla stampa che rivelano dettagli sensibili e dal recente vertice di cinque ore al Cremlino, il 2 Dicembre, tra #Putin, Steve Witkoff e Jared Kushner. “Bloomberg” ha diffuso un audio del 14 ottobre tra #Witkoff, inviato di #Trump, e Yuri Ushakov, consigliere di Putin, dove l'americano suggerisce a Mosca come approcciare Trump per una tregua, passando da #Gaza all' #Ucraina e lodando un cessate-il-fuoco rapido. #Ushakov ha bollato la fuga come “inaccettabile”, irritando Cremlino e repubblicani.

Il “New York Times”, in un'inchiesta su negoziati passati (2022) e attuali, evidenzia come i documenti esaminati mostrino compromessi territoriali ucraini (#Crimea esclusa, #Donbass ceduto) e rinunce #Nato, allarmando Washington per un “disarmo unilaterale” di #Kiev, pattern che persiste oggi con il piano Trump.​

L'incontro Putin-Witkoff-Kushner, con pranzi e passeggiate, ha esaminato il piano USA in 28 punti più quattro documenti extra: Mosca accetta “alcuni aspetti”, ma respinge concessioni territoriali, con Ushakov che nota versioni “confuse” trasmesse informalmente. Dmitriev e Peskov definiscono i talks “costruttivi”, ma senza compromessi su #Donetsk, #Luhansk, #Cherson e #Zaporizhia,

Putin accusa la #UE di “ostacolare la pace”, minacciando ritorsioni. L'appuntamento salta per #Zelensky, mentre #Rubio annuncia “progressi” cauti con garanzie sicurezza per Kiev.​

(K2)

Il “New York Times” e altre fonti sottolineano come il piano #Trump, ideato da businessman come Witkoff-Dmitriev (non diplomatici), sia più economico che politico: prevede gli #USA leader in “ricostruzione e investimenti” in Ucraina post-pace, con spartizione territori (Donbass/Luhansk russi, linea fronte per sud-est), neutralità Kiev (no alla #Nato, no basi occidentali, ma aerei in Polonia) e azzeramento delle sanzioni.

Intercettazioni confermano l'approccio “deal-making”: Witkoff propone a Putin un “modo migliore” per Trump, focalizzato su tregua rapida, eco di passati negoziati dove l’economia sovrastava la sovranità. Questo privilegia i profitti (investimenti post-bellici) rispetto alla giustizia politica, con Trump che definisce il conflitto un “casino” da chiudere presto.​ Le intercettazioni, uscite post-vertice Ginevra, acuiscono contraddizioni: gli USA dialogano bilateralmente con Mosca, ma Kiev e UE denunciano il loro isolamento.

#Zelensky invoca una “pace dignitosa” e il vice di Trump, #Rubio, si dice ottimista. Mosca, però, appare irremovibile. L' #UE, invece, oppone solo rigidità: La Kallas e la von der Leyen insistono su una parità tra Kiev e Bruxelles, con controproposte che eliminano concessioni territoriali e spingono sui missili a lungo raggio. Criticano il piano Trump e lo bollano come “isolazionista”. Intanto Putin accusa l’Europa di volere una guerra, ma la UE appare impotente senza alternative concrete al deal economico USA-Russia.​

Le intercettazioni Bloomberg e l'inchiesta NYT smascherano la farsa: Trump pedina Putin con emissari tycoon per un piano che puzza di affare immobiliare più che diplomazia, sacrificando territori ucraini per ricostruzione lucrativa e sanzioni azzerate, mentre UE pontifica e Zelensky implora. Questa “pace economica” non è salvezza, ma rapina geopolitica dove il business trumpiano trionfa sulla sovranità, lasciando macerie fisiche e morali sulle persone. Il tutto per profitti d'élite.

#Blog #Ucraina #Russia #UE #Politica #Pace #Opinioni

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(183)

(T1)

L’attuale quadro in Medio Oriente, tra Striscia di #Gaza e #Cisgiordania, continua a smentire nei fatti la narrativa di una tregua solida e orientata alla pace. Nelle ultime settimane, mentre le autorità israeliane e statunitensi insistono sulla “fragilità”, ma ancora tenuta del cessate il fuoco, le operazioni militari israeliane in Cisgiordania e il perdurare dell’emergenza umanitaria a Gaza mostrano la distanza tra il linguaggio diplomatico e la realtà sul terreno. Organizzazioni per i diritti umani e osservatori indipendenti hanno parlato di una tregua “solo sulla carta”, che non ha interrotto il ciclo di violenza contro la popolazione palestinese.​

A Gaza, il cessate il fuoco entrato in vigore nell’ottobre 2025 è stato più volte “messo alla prova” da raid israeliani giustificati come risposta a presunti attacchi di #Hamas, con decine di morti palestinesi anche dopo la proclamazione della tregua. Alcuni resoconti parlano di oltre 200 palestinesi uccisi nella Striscia dopo l’accordo di cessate il fuoco, a conferma del carattere estremamente fragile e unilaterale della tregua.

Nel frattempo, le condizioni di vita della popolazione restano drammatiche: la stragrande maggioranza degli oltre due milioni di abitanti è sfollata o senza casa, esposta a fame, malattie e mancanza di accesso ai servizi essenziali, in continuità con una crisi umanitaria aggravata da 18 anni di blocco israeliano.​

Le organizzazioni umanitarie sul terreno, tra cui “Emergency”, “WeWorld“ e altre ONG internazionali, descrivono campi sovraffollati, mancanza di acqua potabile, elettricità e cure mediche adeguate, con l’arrivo delle piogge invernali che trasforma le aree di accampamento in distese di fango e rifiuti. I rapporti parlano di accesso agli aiuti ostacolato dalle autorità israeliane e di un sistema di “evacuazioni” che comprime la popolazione in aree sempre più ristrette, priva di infrastrutture vitali.

(T2)

In questo contesto, la tregua appare come un dispositivo che congela l’assedio e ne normalizza gli effetti devastanti, piuttosto che come un passo verso la fine delle ostilità.​ Nella Cisgiordania occupata, tra fine novembre e oggi si è registrata una ulteriore intensificazione delle operazioni israeliane nel nord del territorio, in particolare nelle aree di Tubas, Tammun, Aqaba e Jenin.

Le IDF, affiancate dallo Shin Bet, hanno lanciato maxi-operazioni “antiterrorismo” con irruzioni notturne nelle abitazioni, arresti mirati, blocchi stradali, uso di bulldozer per isolare interi quartieri e il dispiegamento di mezzi corazzati ed elicotteri. Secondo fonti militari israeliane, tali azioni mirano a “decapitare le cellule terroristiche” nel nord della Cisgiordania, ma le conseguenze pratiche sono un ulteriore irrigidimento del regime di occupazione e la compressione degli spazi di vita per la popolazione palestinese.​

Queste operazioni si inseriscono in un quadro più ampio di consolidamento del controllo israeliano sulla Cisgiordania, che comprende l’espansione delle colonie, la frammentazione territoriale e l’avanzamento di proposte legislative di annessione formale delle aree occupate. Analisi giornalistiche hanno parlato di “nessun ritiro” e di un processo di annessione strisciante, in cui la presenza militare e dei coloni prepara il terreno alla cancellazione di fatto della prospettiva di uno Stato palestinese contiguo.

La quotidianità palestinese è così segnata da check-point, incursioni armate e violenza dei coloni, in un contesto che molte organizzazioni definiscono di apartheid e pulizia etnica lenta.​

Gli Stati Uniti continuano a presentare il piano del presidente #Trump come architettura di riferimento per la tregua e il processo politico, la cui “prima fase” ha costituito la base dell’accordo di cessate il fuoco del 9 ottobre. Tale piano prevede, nelle fasi successive, il progressivo ritiro israeliano verso la cosiddetta “Linea Gialla”, l’istituzione di un’autorità di transizione per governare Gaza, il dispiegamento di una forza di sicurezza multinazionale e l’avvio della ricostruzione. Importanti organizzazioni per i diritti umani hanno sottolineato come l’accordo non affronti le cause strutturali del conflitto (blocco, occupazione, impunità) e rischi di consolidare uno status quo di subordinazione palestinese.​

Il Consiglio di Sicurezza dell’ #ONU ha approvato a novembre 2025 una risoluzione su Gaza che, secondo il “Centro diritti umani” dell’Università di Padova, rappresenta un “piano di guerra e non di pace”, poiché trasferisce poteri essenziali a un nuovo “Board of Peace” guidato dagli Stati Uniti, svuotando di fatto il ruolo dell’Onu in materia di pace e sicurezza internazionale. L’Unione Europea, pur ribadendo nei suoi documenti il sostegno alla soluzione a due Stati e la necessità di preservare la tregua, continua a limitarsi a dichiarazioni e richiami al diritto internazionale, senza dotarsi di strumenti coercitivi efficaci per contrastare l’espansione militare e coloniale israeliana.

Ne deriva una asimmetria di potere in cui gli Stati Uniti dettano la cornice del processo, mentre l’UE rimane un attore essenzialmente reattivo e marginale.​ Appare sempre più evidente che la tregua ufficiale funzioni principalmente come cornice retorica dietro cui Israele continua a perseguire, con mezzi militari, politici ed economici, un piano di lungo periodo di disarticolazione del tessuto sociale palestinese.

Le offensive “mirate” in Cisgiordania, l’assedio strutturale di Gaza, l’ostacolo sistematico agli aiuti umanitari e l’assenza di reali garanzie internazionali configurano un processo di distruzione progressiva delle condizioni di esistenza del popolo palestinese, sotto l’ombrello di un cessate il fuoco che non interrompe, ma piuttosto normalizza, la violenza strutturale.

La tregua non rappresenta un passo verso la pace, bensì uno strumento di gestione del conflitto che consente a Israele di avanzare nel proprio progetto coloniale e di annessione, mentre la comunità internazionale, tra complicità e inerzia, assiste all’erosione ulteriore dei diritti e della stessa possibilità di autodeterminazione palestinese.​

#Medioriente #Gaza #Israele #Peace #Blog #Opinioni

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(182)

(P1)

Il #governoMeloni spinge con decisione sulla riforma del #premierato, con l'intenzione di discuterla alla Camera già a gennaio 2026. L'idea centrale è introdurre l'elezione diretta del presidente del Consiglio, abbinata a un premio di maggioranza che assegni il 55% dei seggi alla coalizione vincitrice anche con quote di voto inferiori al 40%. Questo schema promette “stabilità”, ma rischia di alterare profondamente gli equilibri costituzionali, concentrando poteri nelle mani del capo del governo.​

Le modifiche agli articoli 92 e 94 della Costituzione prevedono un premier legittimato direttamente dal voto popolare, con fiducia parlamentare solo formale. Una “norma anti-ribaltone” che limiterebbe le crisi di governo a sostituzioni interne alla stessa coalizione, sotto pena di scioglimento delle Camere. Il “Presidente della Repubblica” perderebbe autonomia nella nomina del capo del governo e nelle fasi di stallo, diventando figura di ratifica piuttosto che garante. Molti costituzionalisti sottolineano come questo crei uno squilibrio tra poteri, con un esecutivo dominante e un Parlamento indebolito.​

La legge elettorale collegata adotterebbe un proporzionale con premio maggioritario, sul modello regionale, per blindare maggioranze artificiali. La Russa e Fazzolari ritengono i “tempi maturi”, ma il disegno solleva interrogativi sulla reale efficacia contro l'instabilità.​

Già oggi l’esecutivo Meloni ha usato il ricorso a decreti-legge (32 su 103 leggi nella prima fase) e voti di fiducia, comprimendo il dibattito parlamentare, limitando emendamenti e commissioni. Il premierato aggraverebbe questa tendenza: con maggioranza garantita e sfiducia impraticabile, le Camere diverrebbero sedi di approvazione automatica, private di controllo reale sull'esecutivo.

(P2)

Si passerebbe da una democrazia parlamentare a un sistema ibrido, dove il leader eletto prevale sul pluralismo rappresentativo.​ Non manca qualche dissenso o dubbio tra i partiti di governo, soprattutto in merito all’abbandono dei collegi uninominali proprio da parte di chi aveva fatto di quell’elemento uno dei pilastri elettorali. La “Lega” e “Forza Italia” manifestano riserve sulla forma della legge elettorale che accompagna il premierato e sull’effettiva possibilità di avere sulla scheda il nome del candidato premier.

Queste tensioni interne, seppure non in grado finora di fermare i piani di “Fratelli d’Italia”, indicano che la riforma non è un progetto unanimemente condiviso all’interno della stessa coalizione di governo.​ Le critiche di esperti evidenziano un “premier pigliatutto” che influenzerebbe nomine chiave (dal Quirinale alla Consulta) senza contrappesi adeguati. Non risolve i problemi di governabilità, ma li sposta verso una verticalizzazione del potere che riduce spazi per opposizioni e mediazioni. L'Italia ha bisogno di rafforzare il Parlamento, non di ridurlo a esecutore di un leader plebiscitario.

Una riforma così profonda merita un esame puntiglioso e per nulla ammiccante, ma i rischi per la democrazia parlamentare appaiono evidenti.

E’ la mossa decisamente più importante e pericolosa di un esecutivo che, finora, ha brillato solo per la sua scarsa qualità politica e morale. Un modo per avvicinarsi, con decisione, ad una idea di Stato inchiodato ad una donna (o uomo) forte. E, pur ammettendo che il paragone è trito, molti Italiani pensano, nella loro idea di storia al contrario, che questa sia ancora la soluzione migliore. Un allarme democratico che tutti coloro che si rispecchiano nella Costituzione e nella democrazia devono cogliere e combattere.

#Premierato #Italia #Politica #Costituzione #Opinioni #Blog

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