Transit

SocialMedia

(163)

(X)

“X” non è più un #socialmedia. Ci sono voluti molti mesi dopo la fine di “Twitter” e l’acquisizione da parte di #Musk. Per arrivarci è stato necessario sopportare una campagna elettorale americana (di cui ci si potrebbe tranquillamente fregare) e la rielezione di uno come #Trump. Vedere il “paron del vapore” scodinzolare affettuoso con il nuovo Presidente, in compagnia di tutti gli altri miliardari della ex “Silicon Valley”, è stato il terzo ed ultimo atto della parabola discendente di questa piattaforma. Durante i mesi che hanno preceduto le urne, Musk ha donato soldi e fango a piene mani: tutto pur di compiacere un anziano “tycoon”, pregiudicato, scapestrato, ignorante e razzista. Non deve essere parso vero al fabbricante d’auto quando un tale soggetto, eletto da milioni di fenomeni uguali a lui, lo ha chiamato addirittura a far parte del governo. Sembra un film di quelli per la TV, sciatto e con una sceneggiatura ridicola.

(X1)

Eppure è così. Trump vuole ridare il diritto di parola, che nessuno ha mai tolto, all’America e un megafono come il social di Musk è lì, pronto e praticamente gratis. Via i controlli sulle fake news, via le restrizioni al linguaggio volgare, sessista e offensivo, via le moderazioni sulle vagonate di scemenze che scrive la gente: avanti con la libertà totale di insulto, con i contenuti pornografici e con un algoritmo talmente invasivo da diventare il vero gestore del tutto.

Quando “#Twitter” cambiò nome e dirigenza, molti se ne andarono perché non vedevano più quel social che avevano imparato ad usare (e amare?), quello vero, quello iniziale. Ancora più utenti resistettero, eroici, alle prime avvisaglie di disfacimento, arrivate con la personalità strabordante e cafona di Musk. Ma dopo il Novembre del 2024 tantissime persone hanno veramente raggiunto il limite di sopportazione ed hanno abbandonato la nave, che da allora batte decisamente la bandiera del “Non c’è nessun controllo.”

Dapprima gente famosa, poi moltissimi giornali, tanti attivisti e tante ONG hanno chiuso i loro account, seguiti dai profili della gente “comune”, stanca di continuare ad essere offesa, di non trovare più i post degli amici e di non uscire mai e poi mai sulla TL. Ormai conti, se l’algoritmo decide che sei utile allo sforzo propagandistico del vate o se, al contrario, sei talmente offensivo e razzista da veicolare un traffico importante. Il resto non serve a nulla: ci si illude per qualche giorno, magari con riscontri che appaiono gratificanti, per poi tornare a scrivere quasi solo per se stessi.

(X2)

Portiamo noi come esempio. Abbiamo perso più di trecento follower nel giro di tre mesi, ed eravamo a quota 7000: ogni giorno continua una lenta emorragia, che a volte si ferma e la rotta si inverte, ma non dura mai. I post sono visti al massimo 500 volte: le interazioni sono praticamente nulle e i commenti raramente raggiungono la decina. Questi sono gli aridi numeri, che, comunque, sono relativi. Non siamo su “X” per la fama e la gloria (magari i soldi…), ma per veicolare la nostra opinione su cose che riteniamo importanti. Anche per cazzeggiare, ovvio: è lo scopo esiziale di un social.

La cosa che fa propendere per la chiusura è che non si riesce ad interagire più. A parte fare decine di post al giorno per uscire, prerogativa di quegli sfigati degli influencer o di chi non ha altri impegni, dovresti commentare ogni tre secondi da qualche parte per avere un minimo di contraddittorio. Ma non era questo lo scopo dei social? Non era discutere, confrontarsi, anche incazzarsi? Se una formula matematica si mette contro questa cosa, il social non è più quello per cui è stato pensato: è solo un enorme frullatore di cose, alcune validissime, la maggior parte pessime, in cui si gira a vuoto senza alcun approdo. Ci ripetiamo: alcuni continuano bellamente a fare “numeri” enormi, ma sono sempre gli stessi e la maggior parte è schierata decisamente con Musk e il suo enorme conflitto di interessi.

Il tempo scorre sempre e solo in avanti (l'abbiamo già detto) e perderne troppo in rete è abbastanza stupido. Poi, per amor del cielo, ognuno è libero di fare e dire ciò che gli pare, ma davvero ha ancora senso stare su “X”? Non apriamo il capitolo delle alternative, perché resta nel campo delle scelte personali e proporre un social più di un altro è veramente assurdo. Però è arrivato il momento, anche per noi (Ale è silente da molti mesi, ma l’account è il suo), di dire “Stop.”

“X” è diventato politica e quella che a noi non piace, quella di una nazione che vediamo allo sbando, sempre più arrogante, cinica, spietata, esattamente come i suoi rappresentanti. E’ il covo di una informazione fatta di dichiarazioni rocambolesche, di gesti plateali, di offese continue a chi non si allinea, di razzismo evidente, di violenza verbale e non, di sdoganamento dell’inutile a sfavore della profondità.

Basterebbe questo a rendere la nostra decisione dovuta. Aggiungiamo anche che il fatto di non leggere mai le persone che abbiamo a cuore (ve lo ricordate, sì, l’algoritmo?), quelle a cui ci siamo affezionati e che stimiamo, rende tutto più frustrante. Ecco, è per loro che siamo rimasti finora: per quelle risposte, per le loro domande, per le nostre domande, per il sostenerci nei nostri ideali e nelle tante utopie. Mancheranno, tanto, ma proprio per la coerenza che dovrebbe sempre muovere le azioni di tutti, dobbiamo andarcene.

Le vie del web sono infinite. Magari percorrendone una meno battuta ci si ritroverà.

[Alessandra & Daniele]

#SocialMedia #X #Blog #Personal #Opinioni #Opinion

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Gli scritti sono tutelati da “Creative Commons” (qui)

Tutte le opinioni qui riportate sono da considerarsi personali. Per eventuali problemi riscontrati con i testi, si prega di scrivere a: corubomatt@gmail.com

(157)

(uvdf)

Ingabbiati. E ci stiamo volentieri, là dentro. Internet non è un luogo libero, per come viene vissuto, attualmente, dalla maggioranza delle persone. Meglio. Per come si vivono i #socialmedia adesso (il loro futuro resta meravigliosamente confuso). E' dove si scava maggiormente per stare male e le notizie più veicolate sono quelle tragiche. Si cerca ossessivamente ciò che chi fa paura.

E' nella nostra natura (soprattutto di italiani, io penso) perpetrare l'infelicità, cercare di soddisfare un potentissimo desiderio di abbracciare la morte, le guerre, le disgrazie altrui. E' stato così dall'alba dei tempi, dalle cronache sui papiri o scolpite sulle epigrafi tombali. Niente di più, ma in continuo: un cerchio infinito di disgrazie che si esaltano nella ripetizione dei post, degli articoli, delle immagini.

Tutti contribuiamo, anche perchè così facendo è molto meno arduo che pensare ad altro, di più impegnativo, ma con meno “soddisfazione.” Partendo dall'assioma che la felicità non esiste, pare che il mondo ci stia dicendo che è proprio così. Non riusciamo nemmeno più a ritagliare un paio d'ore in cui non siamo affranti per accadimenti che lo meritano, ma su cui non abbiamo il benchè minimo potere di cambiamento.

Sì, davvero tutto umano, umanissimo. L'unico risultato è non avere che spiragli bui di fuga. Beninteso, ognuno ha la sua strada, il suo discernimento “...puro, cristallino” (cit.) Non faccio la morale. Per quella bisogna essere laureati o avere un paio di milioni di “followers”. Accetto un mondo cambiato, ma che non riusciamo più a migliorare.

La cosa è tristissima, piuttosto sfiancante e molto impegnativa, a tutti i livelli. In fondo ci si abitua tutto, in questo mondo sempre più piccolo, caldo e brutto. Evviva. Possiamo andare avanti come se il futuro fosse una cosa infinita. Proprio senza termine, come il nostro impegno ad essere tristi e incazzati.

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(155)

(IS)

C'è da avere una certa tenerezza nei confronti di chi, con inutile (e falso), stupore, ad ogni fatto di cronaca -brutto, bello, inventato- si lagna degli odiatori sui #socialmedia. Un po' come quelli che si definiscono tifosi, per i quali una squadra è “ragione di vita”: così importante da renderli dei perfetti imbecilli, in un campo dove anche gli imbecilli veri sono realmente degli idioti.

Che, poi, bisognerebbe essere più sottili. Un conto sono quelli che sanno tutto e dispensano pillolone di saggezza che farebbero vergognare chiunque fosse almeno vicino alla soglia minima per poterlo definire intelligente. Un altro sono coloro che continuano a vivere Internet come la loro vera esistenza: uno schifo senza vie d'uscita. E ci sono altri, tanti profili di disagiati che cercano solo un pollice o un cuore in più per svoltare le loro meste giornate.

Il pulpito da cui scrivo è oscurato da tutta una serie di evidenti falli sulla riga: la battuta è quella di uno che ha sbagliato come e molto più di altri. Come nei filmetti degli anni '50, dove tutti erano poveracci, ma bellissimi, la mia redenzione passa attraverso la porta della consapevolezza. Indotta, per quieto vivere, ma sincera perchè il tempo perso è davvero troppo. Se tutto resta, sulla rete, siamo comunque spacciati. Tutti.

Perciò combattere l'odio con e la stupidità con la banalità non è 'sto gran servizio. Si perpetra un'idea di se stessi bianco latte, ma piena di magagne egualmente. Si potrà essere adulati per tre o quattro ore, ma la sostanza non verrà spostata di un commento uno. La guerra è stata persa molto tempo fa, milioni di cazzate or sono. Vale la pena sottolineare che “ambiente tossico” sembra l'unica definizione azzeccata di “X”, “Facebook” e altre menate.

(Mask)

Il declino di tutto questo si compie adesso, e continuerà fino all'esaurimento non dell'idiozia -che si rinnova in automatico-, ma del mezzo in sè. Non sarà domani, ne dopodomani e nemmeno tra cento anni. Arriverà e basta. La gente se ne ricorderà come una cloaca pensata apposta per fare soldi e creare malessere, dove continuiamo a sguazzare. Insieme a quegli illusi che pensano di essere quelli che non si sporcano.

#Blog #Haters #Internet #Rete #Opinioni

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(151)

(News)

Nel suo film “La giusta distanza” (del 2007, che sembra un secolo fa), Carlo Mazzacurati narra la vicenda di un giovane, apprendista giornalista, che non riesce, in merito ad un fatto di cronaca, a mantenere la “giusta distanza” dai fatti, come gli ha suggerito il suo mentore. Ovvero non riesce ad approfondire abbastanza quel che accade per averne una visione imparziale, il più possibile corretta e scevra da opinioni ed idee personali: quello che, nella teoria, ogni giornalista dovrebbe tendere a fare nel suo mestiere.

Da parte di molte testate giornalistiche e di TG d'ogni canale è un muoversi nelle direzioni più disparate: dapprima per rimanere “sul pezzo” e, passata la fase di “picco” della notizia, per estendere all'infinito una serie di tematiche, perlopiù allarmistiche e con un alto tasso di sensazionalismo, fino a coprire intere giornate di trasmissione.

E' anche un po' il limite, per esempio, dei canali “All News”, dove per ventiquattro ore al giorno si trasmette ogni sorta di dettaglio, di accadimento, di vocio per coprire la giornata intera. Reiterando all'infinito le stesse cose (non può accadere qualcosa di clamoroso ogni ora), si finisce con il “caricare” la notizia fino allo spasimo, spesso inserendo note di colore che rendono la narrazione volutamente altisonante, pervasiva, angosciante. Una estremizzazione indotta per mantenere lo spettatore attento e soprattutto sintonizzato.

Chiaramente è una maniera d'operare per nulla corretta e, per quanto giornalisti ed opinionisti lo neghino, appare abbastanza chiaro che è un mare in cui a loro piace nuotare. Possiamo comprendere che sia più semplice fare così che mantenere quella distanza di cui sopra: si rischia, magari, la noia o una maniera troppo blanda di porgere le notizie e molte persone amano, inconsciamente o meno, il clamore e la chiacchiera, a discapito di coloro che, invece, vorrebbero leggere o sentire semplicemente ciò che è successo, senza fronzoli.

(News2)

D'altro canto ognuno può essere un amplificatore dei fatti: basta un account su “Facebook” o su “X” dove riprendere e commentare ogni cosa venga detta, magari distorcendo ulteriormente le cose, caricandole con opinioni personali (cui si ha diritto) e facendo rimbalzare tutto ovunque. Una sorta di cerchio infinito in cui la sconfitta è l'informazione di qualità, quella cui dovrebbero sempre ambire tutti. Sarebbe un freno per un mondo già pieno di input, dove siamo “bombardati” senza sosta, senza tregua di cose da seguire.

Un corto circuito permanente d'attenzione e di sovraccarico mediatico. E come ogni cosa portata all'eccesso, è un danno cui, temo, non si possa più porre rimedio, se non con la volontà personale di distaccarsi da questa narrazione sbilanciata, reinserendo nel proprio modo di informarsi una quanto mai necessaria dose di distacco e di ragionamento. Cose difficili da fare, ma non impossibili.

#Informazione #SocialMedia #Giornalismo #News #Italia

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(150)

(1)

Qualche giorno fa, se stavate su “X”, qualcuno avrà saputo di che umore eravate. No, non i vostri “follower”; meglio, non solo. All' “UVM” nel Vermont è stato, già da tempo, messo a punto e migliorato un sistema di indagine denominato “Edonometro”. Detta in soldoni un modello virtuale che analizza l'umore che facciamo trasparire quando inviamo ai nostri amici, o al mondo intero (se vogliamo), un post. Non importa l'argomento o se sia una risposta ad un un altro “cinguettio”: l'edonometro analizza giornalmente cinquanta milioni di tweet e traccia una mappa dei sentimenti espressi sui #SocialMedia. Quindi, almeno in parte, dell'umore di una massa imponente di persone.

L'utilizzo attivo di tale mezzo è ancora abbastanza lontano. Le variabili linguistiche e la difficoltà di un apparato meccanico nell'interpretare le sfumature letterali rendono l'edonometro uno strumento in evoluzione permanente, ma già abbastanza efficace per poter valutare parecchie situazioni generalizzate: sappiamo, quindi, se le cose sono viste con, per esempio, prudenza, o panico, o se, più semplicemente, la gente è arrabbiata e delusa. Appare chiaro come un tale sistema possa, nel futuro (anche se in parte lo sta già facendo) essere assai utile per uno screening psicologico ad uso della sanità pubblica o, più prosaicamente, per indirizzare messaggi pubblicitari sempre più mirati.

(2)

Ma al di là di tali considerazioni ciò che potrebbe farci riflettere sull'immediato è il cambiamento del “mezzo” #Internet, della rete. Se l'affermazione “Il mezzo è neutro: è l'uso che ne fai che lo rende più o meno utile, più o meno pericoloso, più o meno efficace” l'abbiamo recepita, adesso la possiamo ribaltare. Noi siamo il mezzo. L'utente è il mezzo. Chi fa un post non usa solo i Social media: lui è la piattaforma cui guardare. Il suo umore, le parole che usa, l'atteggiamento che ha nei confronti degli altri sono il mezzo. E' un'evoluzione in senso personalistico di internet: è divenuto la rete “delle cose” e chi lo fa girare, chi lo influenza è il singolo, staccato dal resto.

Ciò che potrà divenire questa nuova concezione della rete lo stiamo già scoprendo. Sarebbe utile arrivare ad una consapevolezza piuttosto profonda, intanto, di come noi tutti siamo stati cambiati da questa evoluzione della comunicazione. Renderci conto che si vuole che i nostri sentimenti siano valutabili, spendibili; che ciò che proviamo e che esprimiamo vada al di là della nostra opinione personale e che io, proprio io, sono una rotella dell'ingranaggio. Ci stiamo dentro, non siamo più fuori pensando che le conseguenze si limitino alla “perdita” di follower o di pochi like ai nostri post.

Oltre la gratificazione personale, ci giochiamo perfino l'umore: se stare su “X” o Facebook ci crea ansia e depressione, anche questo disagio ha un suo scopo. E non lo decidiamo. Noi, ingenuamente, continuiamo regalare anima e mente a coloro che vogliono creare persone modellate su un sistema che mira al profitto: potete pensare, se volete, ai bozzoli di “Matrix”, creati per dare linfa vitale al mondo che tutti credono reale. Invece è fittizio, come lo è la notorietà che ognuno di noi pensa o vuole avere. Quasi a tutti costi.

Quindi un mezzo che ingabbia, quasi senza via d'uscita. E tutti, tutti sanno che la porta che conduce al vero cambiamento non è quella di un PC, ma della vita: occorre definirla “reale”? A quanto pare sì. Ed è quella in cui le idee, i confronti, gli scontri, le chiacchiere, lo stato umorale di altri e tutto ciò che ogni giorno incessantemente vogliamo far sapere (ed è un bene, spesso, sia chiaro) devono tradursi in atti, in fatti. Azioni che migliorino noi stessi e la società, prima che tutto si confonda irrimediabilmente. Là fuori.

Piccola nota personale. Centocinquanta post, se non si scrive per mestiere, possono essere tanti. In effetti l'impegno è discontinuo, ma anche bello. Proprio perchè non obbligato. Grazie soprattutto alla mia amatissima moglie Alessandra, per la pazienza e per avermi fatto capire, a forza di dai, la profonda vacuità di tutto questo, che era e resta un esercizio personale per non addormentarsi.

Le foto sono di Lasse Hoile.

#Rete #Opinioni #Post #Blog

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(147)

(Fine corsa)

Me lo ricordo bene quel periodo in cui già iniziavi a pensare che #Twitter e #Facebook fossero un po' uno schifo, ma la gente ti rispondeva che stavano tutti lì. Quindi. E basta. Quindi. Poi la cosa si è trascinata, come una rete bucata dal granchio blu: inutile, fa scappare qualsiasi cosa che, poi, viene mangiata dal predatore. Quindi -appunto- è passato tutto in cavalleria, per usare un'espressione dei miei tempi.

C'è la pancia. Quella che ti fa scrivere cento post al giorno perchè i tuoi neuroni si nutrono di apprezzamenti. La via più semplice è scrivere contro il Governo (che se lo merita), a favore delle popolazioni mondiali massacrate da chiunque, dei #Vip che mangiano i tuoi like a colazione e li sputano pure. Sei contento così, tra i cento e i mille cuoricini.

C'è l'incazzatura e quella, i neuroni, li fa morire. Però è liberatoria, fa fare carriera tra i compulsivi dei like, fa avanzare in graduatoria tra quelli che le medaglie le hanno perchè le regole inconsistenti, ridicole ed offensive dei #SocialMedia li bloccano. Così poi tornano ancora più livorosi, ma si sentono un Achille sulla spiaggia di Troia.

(FC2)

C'è la testa, che si cerca di usare, magari associandola ad un italiano corretto (in linea di massima), la cosiddetta profondità che bisogna far stare in pochi caratteri, però. Non ci si può permettere, a nessun stadio, di annoiare alcuno. La soglia di attenzione è quella di un sasso di fiume, ma lanciato a caso da un ponte. Fa un bel rumore, quando atterra.

C'è chi è bravo, e c'è sempre stato. C'è chi ci prova e farebbe meglio a coltivare zucchine. C'è chi non c'è ed è pure meglio, che a fare massa sono miliardi (il guaio è che le tastiere, a forza di “dai”, le conosciamo bene) e miliardi di troppo. E' la rete, bruttezza. Fare il giro e ritrovarsi con una mano davanti e l'altra dietro è costante.

Tutto questo a dire che la via d'uscita è indicata a colori variabili, ma tanti sono daltonici. Il libero arbitrio esiste, ma ci muoviamo a scatti come la Bella di “Poor Things”, circondati da creature fantasiose, perlopiù con la testa di cazzo e le mani libere -purtroppo-. Adattarsi o crepare, ma sarebbe troppo tranchant: meglio illudersi che la prossima fermata è un pollice in più. Dove volete voi.

Il fine corsa non c'è mai. Tanto ci siamo venduti anni fa, quando ci sentivamo rispondere “Quindi? Ci sono tutti.” come se fosse merito, come se dire al mondo “Eccomi” non avesse monetizzato ogni singola parola, ache e soprattutto quelle che non sappiamo. Molto semplice. (D.)

#SocialMedia #Internet #Opinioni #Blog

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(143)

(ZC)

Alla fine della lettura dell'ottima grapich novel (si dice così?) “In fondo al pozzo” di #Zerocalcare sul numero 1545 di #Internazionale (qui), si parla di responsabilità. A me ha colpito, come dovrebbe, ma ha anche fatto seguire un po' di timore. In fondo c'è sempre stato, diciamo dal 2005, quando è nato questo #Blog. Parlando di #IlariaSalis e della sua vicenda (ma anche di altre, altrettanto e anche più gravi), l'autore romano crea un piccolo corto circuito doveroso.

A dire che la paura di assumersi una responsabilità diretta, in qualunque maniera noi agiamo (quindi sì, anche scrivendo un post), soprattutto sui #socialmedia, non è cosa di poco conto. Non so se ci riflettiamo abbastanza, prima di accendere il PC, di mandare una foto al mondo, di maledire politicanti e cialtroni vari. Io no, di certo. Non mi giustifica una impulsività di fondo ben radicata nel mio (pessimo) carattere. Eppure non serve avere un cervello da 242 di q.i. per comprendere che è questo, il punto essenziale.

Chi, come Ilaria Salis, ci mette la faccia e tutto il resto, può sbagliare, può andare oltre quello che le convenzioni chiamano “buon comportamento”. Intanto, per farla corta, queste persone rischiano molto e subiscono anche di più. Da una tastiera, ammettendo che la Polizia Postale si dedichi ai delinquenti veri, la probabilità di rimetterci i denti o la mandibola è milioni di volte inferiore. Zerocalcare lo spiega bene e non serve arrivare a tanto.

Fermarsi o riflettere? Le due cose non si elidono, seppur nell'era della velocità mediatica e della ricerca ossessiva della notorietà, anche se non si vuole rischiare di prenderle veramente. A me torna piuttosto arduo fare il secondo step, come detto. Quindi, sbaglio. E aggiungo, senza sentirmi retorico, che solo nella realtà si realizza la vera responsabilità, qualsiasi cosa riguardi. Praticamente le obiezioni stanno a zero (calcare.)

Tuttavia, ed è sempre l'esperienza personale di cui scrivevo ieri, sembra così semplice e giusto, tanto giusto. Adamantino. Ma i diamanti non fanno nascere nulla (lo cito apposta): è sporcandosi che si possono creare le cose, la giustizia, la lotta per chi non può difendersi, la ricerca di un mondo un po' meno schifoso. Il mezzo, a questo punto, conta pochissimo. Se ci pensiamo più di tre secondi dovremmo tacere e fare sì con la testa. Punto. Due punti e a capo.

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(141)

(IS)

Non è perchè Italiana. Non è perchè il suo “processo” è totalmente sbilanciato, visto il reato che ha commesso. Non è perchè ci sia “solo” Lei. Non è perchè l'Ungheria è Europa, una della 27 nazioni che la formano. Non è perchè adesso i #SocialMedia hanno trovato un'altra vicenda di cui imbottirsi e andare avanti per qualche giorno. Non è perchè i personaggi famosi si svegliano, in maniera selettiva.

Non è solo per questo che #IlariaSalis è, comunque, importante. E' importante come lo sono tutti gli esseri umani, soprattutto quelli che la società ritiene, in qualche maniera, sbagliati. Quelli contro cui è semplice schierarsi, sempre imbevuti della convinzione di essere dalla parte giusta. Quelli verso i quali si tende il dito dell'accusa o della difesa, magari pensando ad uno, ed un solo, aspetto del loro caso.

E' importante, quindi, comprendere che l'erosione dei #diritticivili e di quelli umani è in continuo avanzamento, in tutto il mondo, Ungheria compresa. Come si soleva dire “Se Sparta piange, Atene non ride.” Quelli più evidentemente divisivi fanno audience, oscurando, nel contempo, i milioni di avvenimenti simili sparsi, con continuità disarmante, su tutto il globo.

Ogni riferimento è voluto, adesso e nel passato. Si sta scivolando verso un “cupio dissolvi”, che fa dei corpi e delle storie unicamente un indistinto brusio da far tacere, in ogni maniera, meglio se disumana. Se può apparire come un pensiero oltre il pessimismo, allora si vuole assolutamente evadere (sic) dalla realtà tangibile. Ed è concreta proprio perchè inequivocabile.

Milioni di argomenti si possono collegare a quello che sta accadendo alla nostra concittadina. Sicuramente verranno sviscerati, uno ad uno, da chi fa questo per mestiere o per credere di essere qualcuno in rete (magari anche il sottoscritto.) Esattamente come sono milioni le persone che subiscono, senza poter opporsi, il loro voler giustizia, quella che dovrebbe apparire cristallina, pura, indiscutibile.

E' tutto aleatorio, tutto perennemente in bilico. Per prima cosa lo sono le azioni di umanità, a cui non si concede più nemmeno lo spazio di un secondo. Non serve pensare. Occorre reprimere, fare da esempio, in qualsiasi maniera. Se qualcuno protesta, ditegli di stare ordinato e silenzioso. Le catene abbondano. Ce n'è per tutti. (D.)

#Opinioni #Italia #DirittiCivili #DirittiUmani

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(132)

(Threads)

Di vero c'è che avrei dovuto “applicarmi.” Se provi un nuovo #SocialMedia la regoletta è che devi metterti a seguire chi già leggevi (o vedevi) sugli altri: in questo caso, ovviamente, #Instagram. Poi devi scrivere, interagire, starci, smanettare, fare e fare. Questi passi sono perlopiù sostenuti dalla curiosità, più che dalla novità. Le piattaforme social ormai non le contiamo più. E' semplicemente una questione di grandezza, di influenza (insopportabile) e di moda.

Non essendo il mio lavoro, come per miliardi di altri utenti, gli “scopi” per starci sono relativamente importanti. Direi che perfino chi ci guadagna dovrebbe porsi delle domande su tutto questo, ma i post filosofici li ho già fatti. Quindi, arriviamo al nocciolo. #Threads mi ha già annoiato e perfino infastidito. Come accennato, non avendo obblighi di alcun tipo, ci ho provato. Chiarisco che non è un problema di numeri, di followers. L'asilo l'ho terminato.

Mi arrogo un minimo di esperienza in rete e la cosa che dovrebbe sempre restare in primo piano è l'uso che le Big della rete fanno di questi mezzi. #Meta è ovunque e se ci mettiamo a pensare, pure per poco, comprendiamo che ci siamo già giocati tutto, a livello di informazioni. Per ciò, non è nemmeno questo il gradino più alto. Nel caso di #Threads è altro, quell'altro che sta facendo di “X” (da molto) un luogo non “tossico”, ma molto più pericoloso. E intendo un pericolo per chiunque cerchi un approccio minimale, se non tranquillo.

Su questa nuova piattaforma si intuisce subito come sia divenuta immediatamente terreno fertile per le cose peggiori: bullismo verbale, banalità, idea dei social come esposizione totale (anche del corpo), stupidità sbandierata come passatempo. Anche il famigerato #follow4follow che chiunque ha sperimentato (tipo su “Facebook”), porta a risultati deleteri. E' semplice cassare queste affermazioni enunciando la -relativa- gioventù di #Threads e di pari passo la il suo doversi assestare, ma è ancora accettabile dedicare tempo a cose come questa, intese in tale maniera?

La mia risposta personale è chiara. Facendo due conti sto usando quattro social (compreso il Blog, che non lo è in senso stretto e per fortuna). Molto più di quello che dovrebbe fare chiunque. Perciò, dopo qualche giorno essenzialmente di noia e incazzature non dovute, chiuderò il profilo. Lascio volentieri il campo a coloro che hanno intenzione di attendere che #Threads diventi adulto, ben consapevole che la mia è solo un'opinione che si può discutere.

Per concludere, e sarebbe il caso, ritengo che #Mastodon resti la vera alternativa. Certo, se non vi interessa avere miliardi di possibili “amici”. Mi pare sia questo che si desidera. Ma anche nella vita di tutti i giorni suggerirei di selezionare coloro cui dedicare energie, pensieri ed affetto e mollare il resto. Ricordate che il tempo va sempre e solo avanti. Non si può ricaricare come uno smartphone o un portatile. Ed è anche più semplice da ricordare, questa cosa. Impegniamoci. (D.)

#Blog Opinions #SocialMedia

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(Oppenheimer)

E' così. Amo i film lunghi, lenti e anche verbosi. Da due anni in qua, “Oppenheimer” (qui l'essenziale) ha catalizzato di tutto: sui #socialmedia credo di non aver mai visto così tante “recensioni”, così variegate opinioni e maree di cazzate (ma questo stupisce meno.) Come per tutte le opere cinematografiche, o musicali, o artistiche, gli unici occhi ed orecchie che contano davvero sono i nostri. Niente di ciò che pensiamo è realmente originale: il mondo ci influenza, ogni persona lo fa. Come arriviamo ad una conclusione sta a noi, però. Proprio ieri ho letto perfino una critica del tutto politica a questa pellicola. Un universo che racchiude in sè ogni cosa te la fa anche apprezzare. Poi li apri, quegli occhi. Essere semplicemente lì a farsi prendere da una storia -fin troppo zeppa di nomi, ma quello è- potrà mai essere una colpa? Di certo per le menti fini sì. Per coloro che amano essere alternativi a tutto e tutti pure. Per chi va a mangiare il popcorn certamente. Per chi pensa di sapere tutto, sempre, assolutamente. Per me, che ho ancora voglia di emozioni, solo un film stupendo. (D.)

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