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italia

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(SB1)

La situazione retributiva italiana non è il risultato di una singola scelta sbagliata, ma di una lunga combinazione di fattori politici, industriali e contrattuali che hanno eroso il valore del lavoro.

Da anni il Paese convive con una crescita economica debole, una produttività stagnante e un sistema salariale incapace di trasferire miglioramenti reali ai lavoratori.

Il punto centrale è semplice: l’Italia ha tenuto bassi i salari per decenni senza ottenere in cambio un vantaggio competitivo stabile. Il risultato è un equilibrio povero, non una strategia vincente.

Uno dei nodi principali è la stagnazione della produttività. Se l’economia non cresce in efficienza, innovazione e valore aggiunto, le imprese tendono a comprimere il costo del lavoro invece di investirlo come leva di sviluppo. In Italia questa logica si è consolidata: settori frammentati, imprese piccole, scarsa spesa in ricerca e organizzazione, contrattazione spesso difensiva. Nel frattempo, i salari reali sono rimasti indietro rispetto al costo della vita, con un potere d’acquisto che ha subito una lunga erosione.

I numeri aiutano a capire la dimensione del problema. Secondo varie analisi recenti, la retribuzione media annua lorda del settore privato resta intorno ai 23.662 euro in alcuni perimetri statistici, mentre altre letture più ampie collocano la media dei dipendenti privati poco sopra i 32.000 euro lordi annui.

La differenza tra queste stime riflette ambiti diversi, ma non cambia il dato politico di fondo: una quota molto ampia di lavoratori resta sotto soglie retributive modeste, spesso insufficienti rispetto ai costi abitativi, energetici e familiari.

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Il problema non è solo “quanto” si guadagna, ma come si distribuisce la ricchezza prodotta. Per anni il sistema ha favorito una moderazione salariale presentata come necessaria per la competitività. In realtà, quella moderazione ha spesso scaricato sui lavoratori il costo dell’aggiustamento economico, senza una contropartita credibile in termini di investimenti, innovazione o qualità del lavoro.

È una dinamica che ha protetto margini e bilanci nel breve periodo, ma ha impoverito la base sociale e indebolito la domanda interna. A questo si aggiunge una politica pubblica che interviene tardi e poco. I rinnovi contrattuali arrivano spesso con ritardi enormi, la contrattazione resta frammentata e la trasparenza retributiva è stata per anni insufficiente.

Solo nel 2026 l’Italia ha introdotto obblighi più stringenti di trasparenza salariale, segno che il sistema arrivava da una lunga stagione di opacità. Ma la trasparenza, da sola, non alza gli stipendi. Serve una scelta più netta: investimenti produttivi, contrattazione più solida, fiscalità che premi il lavoro e non solo la rendita.

Il punto, oggi, è che la questione salariale non è un dettaglio tecnico. È il centro della tenuta economica e sociale del Paese. Continuare a ignorarla significa accettare un’Italia in cui lavorare non basta più per vivere con dignità.

#Blog #Italia #Economia #Lavoro #DirittiCivili #Opinioni

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(R1)

Nel dibattito politico italiano la parola “#remigrazione” è arrivata con la forza tipica dei concetti che sembrano semplici solo in apparenza. A prima vista può ricordare un termine tecnico, quasi burocratico, ma il suo contenuto è tutt’altro che neutro: indica, infatti, l’idea di riportare fuori dal paese persone straniere considerate non integrate, non desiderate o comunque incompatibili con l’ordine sociale e culturale dominante.

È proprio questa ambivalenza a renderla così efficace e così insidiosa. Perché la remigrazione non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è una visione della società fondata sulla selezione, sulla gerarchia delle appartenenze e sulla costruzione di un confine identitario sempre più rigido tra chi sarebbe pienamente legittimo e chi no. In #Italia, questa parola ha trovato spazio soprattutto dentro l’ecosistema della destra radicale, ma il punto più delicato è un altro: la sua progressiva normalizzazione nel discorso pubblico, fino a diventare materia di confronto anche in contesti che un tempo l’avrebbero considerata apertamente estranea alla grammatica democratica.

La discesa in politica di Roberto #Vannacci ha accelerato questo processo e gli ha dato una nuova visibilità. Con la nascita di “Futuro Nazionale”, l’ex generale ha spostato la remigrazione dal margine al centro della sua proposta politica, presentandola come strumento di tutela dell’identità, della sicurezza e dei valori occidentali. In questo passaggio c’è già una prima distorsione: il tema migratorio non viene affrontato come questione complessa di diritto, lavoro, integrazione e gestione amministrativa, ma come terreno su cui costruire consenso attraverso la paura e la contrapposizione.

Vannacci non parla di remigrazione come di un semplice meccanismo di rimpatrio per chi è privo di titolo a restare; la inserisce invece in una narrazione più ampia, in cui il problema non è soltanto l’irregolarità, ma la presenza stessa di chi è percepito come estraneo. Questa è la prima grande stortura, politica e culturale insieme: la confusione tra rimpatrio e remigrazione. Il rimpatrio è uno strumento previsto dall’ordinamento e riguarda chi si trova in condizione di irregolarità; la remigrazione, nella versione rilanciata dalla nuova destra, aspira invece a diventare un progetto di più ampio respiro, capace di ridisegnare in senso etnico e simbolico la composizione della comunità nazionale.

La differenza non è marginale, perché nel primo caso si parla di applicazione della legge, nel secondo di una idea di società da rendere omogenea. Quando un’idea del genere entra nel dibattito politico, il rischio è che il diritto venga piegato a un obiettivo identitario, trasformando la cittadinanza in un filtro culturale e non più in uno status giuridico uguale per tutti. La seconda distorsione è il linguaggio. Espressioni come “culturalmente incompatibile”, ricorrenti nella retorica della remigrazione, hanno un’apparenza razionale ma aprono a criteri del tutto arbitrari. Chi stabilisce che cosa sia compatibile e che cosa non lo sia? Chi decide dove finisce l’integrazione e dove inizia l’incompatibilità? Soprattutto: sulla base di quali parametri, se non di un giudizio politico e ideologico?

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In questo slittamento si vede la natura profonda del concetto. La remigrazione non si limita a distinguere tra regolare e irregolare, ma prova a costruire una scala di appartenenza, nella quale alcuni soggetti restano tollerati solo fino a quando non diventano troppo visibili, troppo presenti o troppo diversi. Il caso italiano è particolarmente significativo, perché questa evoluzione non si è prodotta in modo improvviso, ma attraverso una serie di passaggi successivi. Prima il termine è circolato negli ambienti dell’estrema destra europea, poi è stato ripreso da movimenti identitari e da reti militanti, infine ha cominciato a trovare sponde nel dibattito mediatico e politico più largo.

Nel frattempo, la questione migratoria è stata sempre più spesso raccontata attraverso schemi binari: da un lato il cittadino minacciato, dall’altro lo straniero che destabilizza. Il risultato è una semplificazione estrema di problemi che invece richiederebbero strumenti diversi, dalla gestione dei flussi alle politiche abitative, dal lavoro alla scuola, dall’integrazione ai servizi territoriali. Quando invece si sceglie la scorciatoia della remigrazione, si promette una soluzione immediata a problemi strutturali e si sposta l’attenzione dalla complessità alla punizione.

Questa narrazione produce un effetto preciso: trasforma il migrante in un simbolo su cui scaricare ansie collettive che hanno origini molto più ampie. Insicurezza economica, precarietà sociale, sfiducia nelle istituzioni, timore del declino: tutto viene condensato in un’unica figura di alterità. È una strategia antica, ma oggi più potente che mai perché trova terreno fertile in un contesto di forte polarizzazione e di competizione identitaria.

Il problema è che questa semplificazione non risolve nulla. Al contrario, alimenta la percezione di una società divisa in blocchi incompatibili, rafforza il sospetto verso chi ha origine straniera anche quando è pienamente inserito nel tessuto civile e lavorativo, e mette in crisi l’idea stessa di convivenza come progetto comune.

La retorica della sicurezza è il motore principale di questa operazione. Ogni volta che si parla di remigrazione, il discorso viene immediatamente spostato sul terreno della protezione, del controllo e dell’ordine. Ma la sicurezza, in un sistema democratico, non può diventare una categoria etnica. Non può coincidere con l’idea che la presenza straniera sia di per sé una minaccia, né può essere usata per legittimare la compressione del principio di uguaglianza.

Quando questo accade, la politica smette di regolare conflitti e comincia a produrre gerarchie tra esseri umani. È qui che la remigrazione rivela il suo carattere più profondo: non una risposta ai problemi, ma una modalità di lettura del mondo che distingue tra chi appartiene e chi può essere espulso simbolicamente prima ancora che materialmente.lù

La parabola di Vannacci è emblematica anche per un altro motivo: mostra quanto il centrodestra italiano sia attraversato da una tensione interna tra gestione istituzionale dei fenomeni migratori e radicalizzazione del linguaggio. Da una parte c’è chi prova a parlare di rimpatri, regole e accordi; dall’altra c’è chi preferisce alzare il tono e trasformare il tema in una battaglia di civiltà.

La remigrazione si colloca esattamente in questa seconda traiettoria, quella che consente di mobilitare consensi attraverso la contrapposizione, ma che finisce anche per spostare sempre più avanti il confine di ciò che appare politicamente legittimo. È un meccanismo pericoloso, perché la destra istituzionale rischia di inseguire quella più estrema invece di contenerla, contribuendo così alla sua ulteriore legittimazione.

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Le conseguenze sociali sono ancora più gravi. Una società che adotta la remigrazione come parola d’ordine comincia a percepirsi come un corpo da “ripulire”, non come una comunità complessa da governare. Si rafforza la divisione tra “noi” e “loro”, si alimentano sospetti generalizzati verso interi gruppi di popolazione, si indebolisce il principio di uguaglianza e si diffonde l’idea che la presenza di alcune persone sia sempre revocabile, condizionata o temporanea. In questo clima, la cittadinanza perde il suo significato universale e diventa un privilegio da assegnare in modo selettivo. Non è un dettaglio lessicale: è una trasformazione profonda della cultura politica.

Ed è proprio qui che si vede l’alterazione più importante. La remigrazione viene presentata come soluzione a problemi concreti, ma in realtà funziona come dispositivo di spostamento del conflitto. Invece di affrontare le cause della crisi sociale, economica e istituzionale, si costruisce un racconto in cui la responsabilità viene attribuita al soggetto più visibile e più vulnerabile. Il migrante diventa così il bersaglio ideale: facile da nominare, semplice da contrapporre, utile da esibire come prova di fermezza.

Una politica che sceglie questa strada non rafforza lo Stato e non rende più solida la convivenza democratica. Produce invece una società più diffidente, più rancorosa e più disponibile ad accettare che alcuni diritti valgano meno di altri.

La questione, in fondo, non riguarda solo la parola remigrazione. Riguarda il modo in cui una parte della politica italiana ha deciso di usare il tema migratorio come acceleratore identitario, spostando il baricentro del dibattito dalla soluzione dei problemi alla costruzione del nemico. La discesa in campo di Vannacci ha reso questa tendenza più visibile, più organizzata e più competitiva elettoralmente. Ma proprio per questo andrebbe letta non come un episodio isolato, bensì come il segnale di una trasformazione più ampia: il passaggio da una politica che prova a governare la complessità a una politica che preferisce semplificare il mondo in appartenenze contrapposte.

La remigrazione, in questa cornice, non è una proposta tra le altre. È il sintomo di una cultura politica che non cerca di tenere insieme una società plurale, ma di ridefinirla attraverso l’esclusione.

#Blog #Politica #Destra #DirittiCivili #Remigrazione #Vannacci

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(225)

(V1)

La dialettica di #RobertoVannacci non è solo uno stile comunicativo: è una vera grammatica politica. Fatta di formule brevi, parole d’ordine ripetute, contrapposizioni nette e continuo richiamo a identità, tradizioni e sicurezza, essa costruisce un terreno emotivo prima ancora che programmatico. È una comunicazione che non cerca la mediazione, ma la polarizzazione; non invita al confronto, ma alla presa di posizione.

In questo senso, il suo linguaggio non è un semplice vezzo retorico, ma il veicolo di una precisa visione del mondo, che si iscrive nel solco delle destre più radicali che avanzano in Europa. Il lessico che Vannacci utilizza è fortemente identitario: parla a un “noi” che si percepisce assediato, minacciato, umiliato da élite, minoranze, organismi sovranazionali. Ogni discorso è costruito come una chiamata alle armi simbolica, dove l’appello al “buon senso” e alle “radici” diventa lo strumento per delegittimare qualunque forma di complessità sociale.

La realtà viene ridotta a una successione di contrasti: italiani contro stranieri, “normali” contro “diversi”, patrioti contro traditori. È una struttura binaria che semplifica e rassicura, ma che al tempo stesso prepara il terreno a politiche escludenti e discriminatorie. Questa impostazione non è un caso isolato, ma si connette a una tendenza più ampia della destra estrema europea, che negli ultimi anni ha imparato a presentarsi con toni più istituzionali e rispettabili senza rinunciare al proprio impianto ideologico.

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Il linguaggio del “Generale” si inserisce in questa traiettoria: combina riferimenti alla tradizione militare e nazionale con la retorica del “dire la verità che gli altri non hanno il coraggio di dire”, trasformando ogni polemica in prova di autenticità.

Così, la provocazione diventa metodo e la costante ricerca dello scontro funziona come dispositivo di mobilitazione permanente. È in questo quadro che la figura di Vannacci va letta: non come un’eccezione folkloristica, ma come uno dei volti possibili di una destra che prova a istituzionalizzare linguaggi e temi un tempo confinati ai margini. Il suo discorso contribuisce a spostare l’asticella di ciò che è considerato dicibile nello spazio pubblico, normalizzando espressioni e concetti che fino a ieri sarebbero stati percepiti come apertamente estremisti.

In nome della “libertà di parola” e della “difesa delle radici”, si costruisce così un immaginario in cui l’altro è sempre un pericolo, una minaccia da controllare o respingere. Per questo parlare di Vannacci significa andare oltre la provocazione. La sua comunicazione non è un dettaglio di stile, ma la forma stessa della sua proposta politica. Ed è una forma che, per contenuti, obiettivi e alleanze, si inserisce con chiarezza nella nuova destra estrema europea.

Bisogna dirlo senza ambiguità: dietro la patina della semplificazione e del “coraggio di parlare chiaro” si nasconde un progetto di chiusura, di esclusione e di regressione democratica. È una traiettoria che non va relativizzata, ma contrastata con fermezza, perché quando certi linguaggi smettono di apparire estremi e diventano familiari, il danno politico è già in corso.

#Blog #Vannacci #Politica #Comunicazione #Italia

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(219)

(G1)

Premessa. Celebrare il #25Aprile, come fa con questo bel post l’amico @piedea.bsky.social, è una cosa che dovrebbe essere normale, se vista nella giusta prospettiva. Con questo racconto mi piace l’idea di esaltare la ricorrenza per quello che dovrebbe essere: un giorno del popolo e per il popolo, per chi crede nella memoria della lotta di liberazione dal nazifascismo, non per coloro che vogliono equiparare tutto e tutti in nome di una “normalizzazione” che è solo propaganda per un regime abbietto. Le righe che leggerete sono colme di un sentimento che mi appartiene e che così bene è stato espresso dal mio amico. Lo ringrazio anche per aver saputo, meglio di me, intercettare il senso profondo del #25Aprile, che a tutti noi ricorda il valore imprescindibile della difesa della democrazia e della libertà. Tutti i giorni. Ovunque. Per sempre.

Ogni anno, all'approssimarsi del venticinque Aprile, salta fuori qualcuno che tenta di trasformare la “Festa della Liberazione” dal nazi-fascismo in una blanda commemorazione delle vittime di entrambi gli schieramenti, relegando a un ormai lontano passato oscuro, da nascondere e purtroppo già in buona parte dimenticato, la parte vitale, fondante e portante della nostra democrazia.

Rendere labile il confine tra chi è caduto cercando di riscattare l'onore di un Paese dopo vent'anni di dittatura e chi nella Libertà e nei valori democratici non ha mai creduto, significa rendere meno forti quei valori, anestetizzare le persone affinché non riconoscano negli odierni comportamenti illiberali le stesse radici, mai estirpate, di quelli passati.

È un'operazione tanto subdola quanto semplice, tanto che anche qualcuno “di sinistra” ha ceduto a volte alla tentazione di equiparare le vittime in quanto cadute per degli ideali, anche se opposti. No: una cosa è l'umana pietà (che i fasci comunque non avevano) per la persona, un'altra è il giudizio storico, politico, civile, umano, che distingue in due posizioni antitetiche chi lottava per la Libertà e chi contro di essa.

La linea di demarcazione è e deve essere netta: niente sconti, nessuno spazio ad ammorbidimenti o “dimenticanze”. Già troppo si è perso della spinta liberatrice primigenia, prova ne sia l'attuale classe dirigente e il sostegno di cui gode. A ricordarmi di questa netta divisione non sono le storie partigiane, che pure qui sulle Apuane non mancano, nemmeno il discorso di Calamandrei, riportato sull'obelisco delle Fosse del Frigido, e neppure i periodi bui della nostra Repubblica, fra tentativi di golpe, bombe sui treni e alle stazioni e logge massoniche: a ricordarmi lo spartiacque invalicabile è Macchiarino (Machjarino), un cane.

Con i bombardamenti e le cannonate americane, la piana e la città di Massa non erano sicure e la popolazione cercò riparo sulle colline circostanti. Nell'estate del '44 fu implementata dai tedeschi la Linea Gotica, che iniziava dalle Apuane fino all'Adriatico. Ampie fasce pedemontane furono minate. Canfin (Petrolio), così detto per i capelli e i baffoni neri e unti, aveva dei terreni dove ora abito io e tutte le mattine, prima dell'alba, si metteva in cammino scendendo dal rifugio montano, e cercava di strappare qualcosa alla terra per poter sfamare alla sera la famiglia sfollata. A far da guida a lui e altri era il suo cane Machjarino, che, non si sa come, aveva trovato un passaggio sicuro fra le mine. Forno, Vinca, Bergiola Foscalina, San Terenzo, Castelpoggio... sono solo alcune delle stragi nazifasciste compiute in queste zone.

(G2)

Molti borghi all'epoca erano raggiungibili solo con mulattiere o sentieri e solo gente del posto, gente in camicia nera (spesso coperta con uniformi della Wehrmacht) poteva guidare i tedeschi, svolgere ruolo di copertura e, a volte, partecipare attivamente alle stragi. A Sant'Anna di Stazzema, 560 vittime, fino a pochi anni fa i sopravvissuti vi avrebbero detto che mentre un organetto suonava tra una raffica e l'altra, molti soldati tedeschi parlavano in dialetto carrarino e spezzino.

Anche loro erano giovani che combattevano e spesso morivano per un ideale e quindi il 25 Aprile andrebbero commemorati assieme alle vittime civili e partigiane, per chiudere una questione ormai superata: questo ci tiene a farci sapere il nostro presidente del Senato.

No, cari La Russa e accoliti: non tutti gli ideali sono uguali, come non lo sono le vittime. E nemmeno le guide.

A guerra finita, dopo lo sminamento, Machjarino saltò su una mina perduta, ma sopravvisse. Viva Machjarino!

#Blog #25Aprile #FestaDellaLiberazione #Antifascismo #Italia #Repubblica #Racconti

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(217)

(LDC1)

In #Italia ogni conflitto, aperto o latente, nasce da una diseguaglianza di fondo: quella tra chi possiede e chi sopravvive. In un paese che si illude di essere uscito dall’età delle contrapposizioni, la linea di frattura tra le classi si è soltanto spostata, assumendo forme più sottili, più digitali, ma non meno violente. Negli ultimi decenni il linguaggio politico ha provato a disinnescare la parola “classe”, quasi fosse un relitto ideologico. Si è preferito parlare di “merito”, “mobilità sociale” o “uguaglianza di opportunità”.

Ma dietro la facciata della modernità resta immutata la gerarchia di fondo: chi nasce povero continua, statisticamente, a restare tale, mentre chi nasce ricco eredita non solo patrimoni, ma anche relazioni, competenze e possibilità. In questa Italia apparentemente pacificata, la lotta di classe non è mai finita: ha solo cambiato campo di battaglia. Le nuove forme di conflitto sociale attraversano i luoghi di lavoro precario, le piattaforme digitali, le periferie abbandonate, le scuole pubbliche impoverite.

Dalle piazze per il diritto alla casa ai cortei studenteschi, fino alle battaglie per un salario minimo dignitoso, si muove una costellazione di resistenze che hanno tutte lo stesso nemico: un sistema economico che concentra ricchezza in poche mani e lascia briciole al resto della nazione. Eppure queste voci vengono spesso derise, ignorate o criminalizzate. La narrazione dominante le descrive come minoritarie o “ideologiche”, quando in realtà raccontano la condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati e migranti.

(LDC2)

La sinistra italiana sconta anni di arretramento culturale: ha accettato troppe volte le logiche del mercato e della finanza, dimenticando che la giustizia sociale non si misura in punti di PIL ma in vite dignitose. Il vero dramma è che anche il fronte istituzionale, l’attuale governo, procede in direzione opposta. Le politiche fiscali favoriscono i grandi patrimoni, la sanità pubblica viene smantellata pezzo per pezzo, la scuola vive di precarietà e tagli mentre il lavoro stabile è trattato come un privilegio.

Si parla di sicurezza e decoro, mai di povertà; si invocano le “radici cristiane” ma si abbandonano i più fragili. In questo scenario, riaffermare il valore delle lotte sociali significa restituire senso politico alla parola solidarietà. Significa ricordare che ogni rivendicazione, dal diritto a un reddito dignitoso alla difesa del territorio, riguarda sempre la distribuzione del potere e della ricchezza.

Riconoscere questo non è nostalgia, ma lucidità: finché l’Italia rimarrà divisa tra chi accumula e chi resiste, tra chi governa e chi sopporta, resterà intatta la verità di fondo da cui tutto parte: che ogni lotta, in ultima istanza, è una lotta di classe.

#Blog #LottaDiClasse #Italia #Diseguaglianze #Opinioni #Società

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(216)

(D1)

(*): “50&50” è la sigla dietro la quale si nascondono Daniele Mattioli (con Alessandra Corubolo) e @piedea.bsky.social. I post, quando indicato, sono da attribuire ad entrambi.

Da due, tre giorni si parla di terremoto nel centro destra. I pezzi che crollano uno dopo l'altro, anche quelli non direttamente collegati con la debacle referendaria, l'incapacità di mettere subito in sicurezza le strutture, tamponando, puntellando, sostituendo rapidamente i pilastri venuti a mancare: tutto questo rende bene l'idea di un evento inatteso, violento, distruttivo.

Un terremoto appunto.
Eppure di questo sisma ancora non conosciamo esattamente l'epicentro: è sicuramente nelle vicinanze del “No” uscito vincitore dalle urne, ma sfiora, fino a non si sa che punto, le fondamenta di un sistema di governo che ha funzionato fino a che non è dovuto ricorrere al giudizio dei cittadini.
Non conosciamo nemmeno l'entità della scossa: la andiamo scoprendo giorno per giorno, accorgendoci delle nuvole di polvere provocate dai crolli di bastioni evidentemente danneggiati, ma non mappati. E diversi crolli non sono dovuti a moti sussultori o ondulatori, ma a precise richieste di chi “da oggi non copre più nessuno” (semi cit.)

Ed è anche il tremare della tanto sbandierata solidità istituzionale, quella che dovrebbe cambiare la storia d’Italia.
Non è solo un fatto temporale, di giorni di governo che fanno curriculum.
E’ un’idea che passa ed è quella che, in fondo, spesso erano solo chiacchiere. Uno strano modo di affrontare un moto tellurico da parte di chi dovrebbe coordinare i soccorsi e strano modo di subirlo da parte di chi è crollato, responsabile o meno della scossa.
Poi ci sono quelli che scappano, non importa chiederglielo. Loro scappano, da sempre. Scappavano dai vascelli in procinto di affondare, scappavano vestiti da caporali tedeschi, scappano per paura che un terremoto, irrispettoso del loro ruolo di capogruppo, possa seppellirli. Figure marginali che verranno sostituite da altre altrettanto insignificanti.

Ed è uno strana modalità quella con cui lo si affronta: in fondo, se non previsto, poteva essere preso in considerazione, i punti deboli potevano essere rinforzati o sostituiti ben prima del referendum che lo ha provocato.

(D2)

Si potrebbe avere l'impressione di essere di fronte a un “redde rationem”, se non fosse strano pure questo, visto che non riguarda solo i responsabili. Anzi ci si dimentica dei principali, dal guarda sigilli alla PdC che mai avrà la dignità di fare un passo indietro. Smentirebbe se stessa e la sua narrazione, lasciando un vuoto negli impavidi cuori di coloro che la considerano davvero una politica di rango.
Quindi, è anche un problema di propaganda.

Il tutto assomiglia, invece, a un ben più prosaico riequilibrio di potere, un levarsi sassolini di varie dimensioni dalle scarpe, volendo dare al tempo stesso un'impressione di repulisti e di impegno democratico: un gattopardesco e vendicativo cambiare tutto per non cambiare nulla.

Fra tutte queste macerie, pugnalate alle spalle ed esercizi di potere più o meno leciti, sbocciano le illusioni delle opposizioni, convinte di tramutare in voti la percentuale vittoriosa dei dati referendari. Non sarà così, non lo sarà se i partiti minori non decideranno una volta per tutte da che parte stare.

Come dovranno fare anche i riformisti che hanno fatto campagna contro il proprio schieramento. E non lo sarà se non verranno velocemente chiariti e mantenuti pochi punti guida del patto contro la destra in generale ed il governo in particolare e se non si chiariranno i rapporti di forza, senza prevaricazioni.

Dovrebbe essere fatto senza indecisioni, dando dimostrazione di efficienza e coesione, magari formando un governo ombra che non solo ribatta colpo su colpo le storture di un esecutivo incompetente, ma si dimostri capace di proposte serie e attrattive.

E curando la comunicazione.
Reimparare a comunicare, spiegare, martellare. L'augurio è che il prossimo sia un vero sisma, forte, distruttivo, per ricostruire un paese libero da spinte reazionarie e di bassa politica, rispettando i progetti della Costituzione ed ampliandoli per un vero bene comune.

#Blog #50&50 #Politica #GovernoMeloni #Dimissioni #Italia #Opinioni

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(215)

(DF1)

Questo post nasce dall'incontro di scrittura tra me e l'amico @piedea.bsky.social, che ringrazio con affetto.

Sul piano dei principi, il referendum toccava il cuore della divisione dei poteri: ridefinire l’assetto della magistratura significa intervenire sul modo in cui lo Stato limita sé stesso e protegge i più deboli.

In questo senso, la vittoria del “No” può essere letta come la riaffermazione di un’etica della cautela di fronte a riforme percepite come sbilanciate a favore della politica, e quindi come potenzialmente lesive di quell’idea di giustizia come spazio autonomo dal consenso del momento.

La stessa mobilitazione del fronte del “Sì”, che ha insistito su imparzialità e terzietà del giudice, mostra quanto l’istanza di una giustizia avvertita come equa e trasparente sia ormai un valore condiviso, anche se tradotto in proposte opposte; ed è in questa visione bipartisan che possiamo trovare uno dei motivi del fallimento del governo.

Che una riforma della giustizia sia necessaria è convinzione comune, ma non può e non deve essere calata dall'alto, imposta a colpi di fiducia. In una democrazia rappresentativa quale siamo, decisioni importanti di questa portata devono essere discusse e mediate coinvolgendo il più alto numero di parlamentari possibile.

Il voto sul referendum sulla giustizia consegna un messaggio morale duplice: da un lato una richiesta di protezione dell’indipendenza dei poteri, dall’altro la rivendicazione di un ruolo più attivo dei cittadini nella definizione del patto di cittadinanza.

Il fatto che quasi sei elettori su dieci si siano recati alle urne, in una consultazione senza quorum, attribuisce a questo segnale un peso etico particolarmente forte.

(DF2)

C’è poi una dimensione etica relativa alla responsabilità individuale: trattandosi di referendum costituzionale senza quorum, ogni astensione era, di fatto, una scelta che lasciava ad altri il compito di ridisegnare uno dei tre poteri dello Stato.

L’affluenza elevata, in controtendenza rispetto al disincanto degli ultimi anni, segnala una reazione: molti cittadini hanno percepito che la giustizia non è un tema “di categoria”, ma riguarda la propria possibilità concreta di vedere riconosciuti i diritti e difese le minoranze. In questo, la consultazione riapre l’idea di cittadinanza come partecipazione attiva e non solo come delega episodica ai partiti.

Il voto assume anche il significato di una correzione di rotta dal basso, in un contesto di forte verticalizzazione del potere esecutivo. L’esito negativo per il governo ricorda che la legittimazione elettorale non è un assegno in bianco: la società italiana mostra di voler esercitare un controllo etico sulle scelte che toccano le garanzie fondamentali, anche a costo di smentire un esecutivo che pure resta in carica.

Il referendum restituisce alla comunità politica un momento di riflessione collettiva su quali limiti porre a chi governa e su come proteggere gli spazi di dissenso e di controllo. Il modo in cui il dibattito è stato animato da comitati, associazioni, sindacati e gruppi di società civile indica un tessuto democratico che, pur provato, non è rassegnato.

Il richiamo ricorrente all’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla difesa della Costituzione come “patrimonio comune”, alla necessità di un voto informato e non solo schierato, dona l’immagine di un Paese che, almeno su questo terreno, continua a misurarsi con categorie come responsabilità, limite, garanzia, e non soltanto con l’immediatezza del vantaggio politico.

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(214)

(R1)

**Nota: il post è scritto nell'immediatezza dei risultati e delle prime reazioni politiche. Non è assolutamente esaustivo. Per ora.

Il referendum sulla giustizia si chiude con una partecipazione insolitamente alta, il 58,93% degli aventi diritto, e con una vittoria netta ma non schiacciante del “No”, che si attesta intorno al 54%.

È un responso che smentisce sia l’idea di un Paese apatico sulle regole del proprio Stato di diritto, sia la narrazione di un mandato in bianco per la riforma Nordio voluta da Giorgia Meloni.

La prima sconfitta politica è proprio per la presidente del Consiglio, che aveva caricato il voto di un’evidente valenza plebiscitaria, evocando scenari cupi di stupratori e pedofili liberati in caso di vittoria del “No” e presentando il “Sì” come il solo argine alla “impunità”.

Il risultato, invece, dice che una maggioranza relativa di italiani non si è fatta convincere né da questa propaganda securitaria, né dall’idea che per “far funzionare la giustizia” si debba riscrivere la Costituzione in sette punti, piegando un po’ di più la magistratura al potere politico.

Il governo Meloni si ritrova così con una riforma archiviata dagli elettori e un capitale politico eroso su un terreno, quello della “lotta ai giudici politicizzati”, che doveva essere identitario.

(R2)

All’interno della maggioranza, la sconfitta apre inevitabilmente una contabilità di responsabilità. Meloni ha già provato a mettere le mani avanti nelle scorse settimane, dicendo di non temere contraccolpi politici e di avere un’esecutivo “saldo”.

Una bocciatura popolare di questa portata sulla sua prima grande riforma costituzionale non potrà non pesare nei rapporti di forza con gli alleati e nel rapporto con un ministro Nordio che esce politicamente indebolito.

Nel breve periodo non è scontato un terremoto di governo, ma la capacità della premier di usare il tema giustizia come clava identitaria contro opposizioni e magistratura esce significativamente logorata.

Sul fronte del “No”, Piazza del Popolo aveva anticipato il clima: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni avevano trasformato la battaglia referendaria in un test di difesa dell’indipendenza dei giudici e della natura antifascista della Costituzione. Schlein ha insistito sul rifiuto di “giudici assoggettati alla politica” e sulla necessità di essere controllati anche quando si governa, segnando una linea che guarda già alle politiche del 2027. Conte ha parlato di riforma “ipocrita” e finta modernizzazione, mentre Bonelli e Fratoianni hanno accusato il governo di voler colpire l’indipendenza della magistratura senza dirlo apertamente, evocando persino paragoni con l’Ungheria e la Repubblica iraniana.

È questo fronte variegato (partiti, sindacato, associazioni come Anpi e Arci, pezzi di società civile) ad avere oggi il merito e la responsabilità di non trasformare il risultato in un semplice “tutti a casa” del governo, ma in un lavoro più serio sulla giustizia.​ Per chi ha votato “No”, la vittoria non è un punto d’arrivo ma un argine provvisorio.

Si è fermata una riforma pericolosa, che avrebbe ristretto l’autonomia dei magistrati senza affrontare davvero i tempi biblici dei processi o la carenza di personale negli uffici giudiziari. L’urgenza di una giustizia più rapida e più giusta resta intatta, e non basterà cantare vittoria per rispondere alla domanda di efficienza che viene dal Paese.

Se il governo ha perso il “suo” referendum, l’opposizione non può permettersi di vincere soltanto in negativo: dovrà dimostrare di saper scrivere una proposta alternativa, credibile e coerente con quella stessa Costituzione che oggi, con questo voto, gli elettori hanno scelto di difendere.

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(212)

(IM1)

L’Italia è nel mezzo di una crisi sociale silenziosa, e il governo #Meloni sceglie deliberatamente di voltarsi dall’altra parte, ripetendo slogan identitari mentre lascia marcire salari, bollette e povertà, oggi aggravati da una nuova stagione di guerra che ha l’ #Iran come sfondo.

I numeri sono chiari: secondo l’Ocse, nel primo trimestre 2024 i salari reali italiani sono ancora circa il 6,9% sotto il livello pre‑pandemico, il calo peggiore tra le principali economie avanzate, mentre altri Paesi hanno già recuperato almeno in parte il potere d’acquisto. Non si tratta di “percezioni”, ma del fatto che milioni di lavoratori si ritrovano ogni mese con uno stipendio che, al netto dell’inflazione, vale molto meno di cinque anni fa, a fronte di profitti aziendali che hanno retto decisamente meglio l’urto delle crisi.

Di fronte a questo, il governo continua a opporsi a un salario minimo legale e a qualsiasi forma strutturale di indicizzazione dei salari, preferendo bonus una tantum, tagli temporanei al cuneo e propaganda sul “lavoro ritrovato”, come se un contratto precario e sottopagato bastasse a cancellare il problema di chi vive stabilmente in trincea tra affitto e spesa.

Sul fronte delle bollette, dopo l’esplosione dei prezzi legata alla guerra in #Ucraina, l’Autorità “Arera” certifica un calo dell’energia elettrica di circa il 10,8% nel primo trimestre 2024, con una spesa annua tipo di 684 euro, la metà rispetto ai dodici mesi precedenti, ma ancora circa 150 euro in più rispetto al 2020, prima della crisi. In altre parole, le famiglie continuano a pagare un “sovrapprezzo strutturale” per luce e gas, mentre il governo smantella il rafforzamento dei bonus sociali e lascia che la fine del mercato tutelato diventi un’altra occasione di rendita per i grandi operatori, non certo un sollievo per chi fatica a tenere accesi i termosifoni.

Intanto l’Istat ci dice che oltre 2,2 milioni di famiglie, quasi 5,7 milioni di persone, vivono in povertà assoluta, con un’incidenza vicina al 10% della popolazione e punte drammatiche tra minori e famiglie straniere. È il dato che più smentisce la narrazione della “nazione risollevata”: dietro il patriottismo da palco ci sono bambini che saltano pasti proteici, anziani che rinunciano alle cure, giovani adulti che rimandano qualsiasi progetto di vita autonoma.

(IM2)

In questo quadro, l’ennesima escalation militare in Medio Oriente e la prospettiva di un conflitto allargato che coinvolga direttamente l’Iran non sono una questione astratta di diplomazia: significano nuove tensioni sui prezzi dell’energia, altro carburante per l’inflazione, altro margine per scaricare costi sui più fragili mentre ci si rifugia dietro la parola d’ordine della “sicurezza”.

Il governo Meloni si presenta come il paladino dell’Occidente assediato, ma sul fronte interno pratica un rigoroso immobilismo sociale: nessuna riforma coraggiosa su salari, nessun piano serio contro la povertà, nessuna strategia per disinnescare l’effetto combinato di guerra e caro‑vita sulle famiglie a basso reddito.

Invece di mettere in discussione un modello che produce lavoratori poveri e cittadini cronicamente indebitati con le utenze, l’esecutivo preferisce distribuire colpe verso l’esterno: l’Europa, i migranti, le Ong, ora i nemici di turno in Medio Oriente.

La verità è che, mentre il governo agita la bandiera dell’ordine e della forza, è proprio sull’unica sicurezza che dovrebbe contare. quella di potersi permettere un salario dignitoso, una bolletta pagabile, una vita fuori dalla miseria, che continua a non muovere un dito.

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(211)

(DLA1)

Dopo il voto di oggi al Senato, il decreto legge «antisemitismo» entra nella sua seconda fase: il testo passa ora alla Camera, dove la maggioranza punta a confermarne l’impianto senza modifiche sostanziali, blindando in via definitiva la nuova cornice giuridica su antisemitismo e critica a Israele.

All’inizio di questo post voglio essere chiaro su un punto essenziale: criticare lo Stato di Israele per la sua condotta a #Gaza e in #Cisgiordania non significa, in alcun modo, essere antisemiti. L’antisemitismo è un odio antico e pericoloso che va combattuto con la massima determinazione, ma proprio per questo non può essere usato come scusa per zittire chi denuncia bombardamenti su civili, occupazione militare, annessione di territori e violazioni sistematiche del diritto internazionale.

Il decreto «antisemitismo» non è più solo una minaccia: oggi il Senato lo ha approvato, confermando in aula l’impianto liberticida già emerso nei lavori della “Commissione Affari costituzionali” e facendo un passo decisivo verso la trasformazione della critica a Israele in sospetto di odio razziale. Il testo adotta la definizione di antisemitismo dell’IHRA, già al centro di durissime critiche perché, in concreto, tende a far passare come “antisemita” ogni critica radicale al sionismo e alle politiche del governo israeliano, compresa la denuncia di apartheid, annessione della Cisgiordania e pulizia etnica a Gaza.

(DLA2)

Nonostante gli appelli di giuristi, associazioni per i diritti umani e pezzi importanti della società civile, la maggioranza ha tirato dritto, respingendo gli emendamenti delle opposizioni che provavano almeno a limitare i danni di una norma che confonde deliberatamente dissenso politico e razzismo.

Rispetto alla versione iniziale, alcune delle disposizioni più sfacciatamente repressive sono state limate per evitare una bocciatura immediata davanti alla Corte costituzionale, in particolare quelle che prevedevano in modo esplicito il divieto di manifestazioni pubbliche anti ebree e l’inasprimento delle sanzioni contro personale scolastico e universitario critico verso Israele.

Ma il cuore del problema è rimasto intatto: l’adozione piena della definizione #IHRA e l’inquadramento dell’antisemitismo in una logica securitaria che consente di trattare le manifestazioni contro la politica israeliana come minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.

“Amnesty International”, tra gli altri, ha avvertito che così si soffocano il dibattito pubblico, l’accademia, la libertà di associazione e di protesta, perché chi denuncia crimini di guerra, apartheid e genocidio rischia di essere equiparato per legge a chi diffonde odio antiebraico.

Considero l’antisemitismo uno dei veleni più persistenti della storia europea, da combattere con decisione nella scuola, nella cultura, nei media, nella vita quotidiana. Proprio per questo trovo gravissimo che la memoria della “Shoah” e la sacrosanta lotta all’antisemitismo vengano piegate a diventare scudo di uno Stato che oggi bombarda, assedia, occupa, annette, e che pretende immunità morale e politica in nome delle proprie vittime passate.

Difendere gli ebrei dall’odio non significa blindare il governo #Netanyahu dalle sue responsabilità, né trasformare in reato di opinione chi usa parole dure (come genocidio, apartheid, pulizia etnica) per descrivere ciò che accade sul terreno in #Palestina.

In uno Stato che voglia dirsi democratico, criticare Israele per la sua condotta deve essere non solo possibile, ma necessario, esattamente come si critica qualsiasi altro governo quando calpesta il diritto internazionale e i diritti umani.

Con il voto di oggi, il governo Meloni mostra ancora una volta il suo vero volto: non quello del presunto baluardo di libertà, ma quello di un potere che piega le leggi alla ragion di Stato filo-israeliana, subordina i diritti costituzionali alla fedeltà a un alleato e considera il dissenso un problema di ordine pubblico da neutralizzare.

Il testo ora proseguirà il suo iter alla Camera, dove la stessa maggioranza che l’ha imposto al Senato punta a blindarlo in tempi rapidi, respingendo le richieste di cambiamento di chi chiede almeno di separare chiaramente antisemitismo e critica legittima a Israele.

Ma qualunque sarà la forma finale, una cosa è già chiara: oggi Palazzo Madama ha votato non solo un disegno di legge, ha votato un messaggio politico preciso (in Italia si può dire “mai più” solo se non disturba gli equilibri geopolitici) e la libertà di parola finisce dove comincia l’interesse del governo a non irritare Tel Aviv e Washington.

#Blog #GovernoMeloni #DLAntisemitismo #Politica #Italia #Opinioni

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