Transit

Opinioni

(147)

(Fine corsa)

Me lo ricordo bene quel periodo in cui già iniziavi a pensare che #Twitter e #Facebook fossero un po' uno schifo, ma la gente ti rispondeva che stavano tutti lì. Quindi. E basta. Quindi. Poi la cosa si è trascinata, come una rete bucata dal granchio blu: inutile, fa scappare qualsiasi cosa che, poi, viene mangiata dal predatore. Quindi -appunto- è passato tutto in cavalleria, per usare un'espressione dei miei tempi.

C'è la pancia. Quella che ti fa scrivere cento post al giorno perchè i tuoi neuroni si nutrono di apprezzamenti. La via più semplice è scrivere contro il Governo (che se lo merita), a favore delle popolazioni mondiali massacrate da chiunque, dei #Vip che mangiano i tuoi like a colazione e li sputano pure. Sei contento così, tra i cento e i mille cuoricini.

C'è l'incazzatura e quella, i neuroni, li fa morire. Però è liberatoria, fa fare carriera tra i compulsivi dei like, fa avanzare in graduatoria tra quelli che le medaglie le hanno perchè le regole inconsistenti, ridicole ed offensive dei #SocialMedia li bloccano. Così poi tornano ancora più livorosi, ma si sentono un Achille sulla spiaggia di Troia.

(FC2)

C'è la testa, che si cerca di usare, magari associandola ad un italiano corretto (in linea di massima), la cosiddetta profondità che bisogna far stare in pochi caratteri, però. Non ci si può permettere, a nessun stadio, di annoiare alcuno. La soglia di attenzione è quella di un sasso di fiume, ma lanciato a caso da un ponte. Fa un bel rumore, quando atterra.

C'è chi è bravo, e c'è sempre stato. C'è chi ci prova e farebbe meglio a coltivare zucchine. C'è chi non c'è ed è pure meglio, che a fare massa sono miliardi (il guaio è che le tastiere, a forza di “dai”, le conosciamo bene) e miliardi di troppo. E' la rete, bruttezza. Fare il giro e ritrovarsi con una mano davanti e l'altra dietro è costante.

Tutto questo a dire che la via d'uscita è indicata a colori variabili, ma tanti sono daltonici. Il libero arbitrio esiste, ma ci muoviamo a scatti come la Bella di “Poor Things”, circondati da creature fantasiose, perlopiù con la testa di cazzo e le mani libere -purtroppo-. Adattarsi o crepare, ma sarebbe troppo tranchant: meglio illudersi che la prossima fermata è un pollice in più. Dove volete voi.

Il fine corsa non c'è mai. Tanto ci siamo venduti anni fa, quando ci sentivamo rispondere “Quindi? Ci sono tutti.” come se fosse merito, come se dire al mondo “Eccomi” non avesse monetizzato ogni singola parola, ache e soprattutto quelle che non sappiamo. Molto semplice. (D.)

#SocialMedia #Internet #Opinioni #Blog

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(146)

“Anatomie d'une chute”, Francia, 2023.

(ADC)

Un premio come l’#Oscar ti apre moltissime strade. Piaccia o meno, è così. Per i film non americani vale di più. Anche questo è un argomento relativo. Personalmente, una delle difficoltà più evidenti e non poter vedere tutti i film inseriti nella competizione: intendo tutti, che sarebbe perfetto. I motivi li potete immaginare.

La passione arriva fino ad un certo punto e quel limite è, spesso, imposto. La cosa importante è, comunque, continuare ad amare il cinema. Lo slancio, a volte, ti porta davvero a guardare pellicole di una qualità ormai rara. Prendete “Anatomia di una caduta”, candidato al suddetto premio.

Sono sempre più convinto che quando ti “innamori” di un lungometraggio non c’è un genere, una regia, una piccola sega mentale che tenga: ti piace e basta, tanto c’è sempre chi ne farà una recensione edotta, zeppa di riferimenti cinematografici strabilianti, con un sacco di vocaboli azzeccati. E, magari, bella fredda.

Qui, di freddo, c’è solo l’ambientazione. Il resto è costruito su una narrazione a più livelli, di certo usata in migliaia di altre situazioni: eppure la capacità di scrittura di Arthur Harari e Justine Triet (anche regista) fa quello che a sempre meno sceneggiatori riesce. Scrivere bene. Scrivere un bel film, complesso, emozionale, profondo.

Il resto, magari con fortuna, è fatto dagli attori, dalle scelte di inquadratura, dalla -pochissima -ottima scelta- musica. E’ costruito dai dialoghi (su tutti quello della lite precedente all’evento, in Inglese) e da come gli stessi riportino ad una quotidianità che diventa straniamento ed introspezione, violenza e perdono.

(ADUC2)

Il diavolo sta nei dettagli e “Anatomia di una caduta” ne è colmo: dalle espressioni del viso di ogni personaggio, all’uso di più lingue -straniante ed efficace-, alle aule di un tribunale riprese quasi sempre con “non luogo”, più un confessionale che imparziali spazi dove si dovrebbe amministrare la giustizia.

E’ un film lungo, come amo io lento, ponderato. Fateci caso: nella vita ci sono accelerazioni e quiete, momenti di improvvisa passione e lunghe distrazioni. Ci sono coloro che non sappiamo collocare e coloro che, più da vicino, non riusciamo lo stesso a comprendere appieno. Buio e luce. Più il buio, forse.

Lo dico con grande serenità. Se “Anatomia di una caduta”, in una improbabile corsa a due con “Io capitano”, vincesse ne sarei lieto. E’ un’opera più completa, compatta, più convincente e tutto questo sapendo che il film italiano ha moltissimi meriti. Questo non è dettato solo dal fatto che mi sono emozionato maggiormente con questa pellicola, ma esclusivamente di validità artistica.

Per fortuna, la mia è solo una delle infinite opinioni. Conta come tale. Sarebbe un piccolo peccato, però, non prestare a attenzione al vincitore della “Palma d’oro”. Non per il fatto in sé, che è ampiamente secondario, ma per dire di aver visto un ottimo film, sotto tutti moltissimi punti di vista. Come amo ripetere -sic-, mica poco, nel 2024. (D.)

#CBS #Film #Opinioni #Blog

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(142)

(Merito)

Partendo dalla nuova denominazione del “Ministero dell'istruzione”, passando attraverso cosette abbastanza scialbe come il “Liceo del Made In Italy” (in Inglese, ché l'italiano è secondario, a scuola), il #GovernoMeloni spinge come un ossesso sul “merito.” Ora, dato che l'esperienza personale sbandierata va di moda sulla rete, butto qui la mia. Spero sia condivisa o condivisibile.

Avendo a che fare per la natura del mio lavoro, ogni giorno, con molta gente (tra cui ingegneri, tecnici specializzati, fornitori di servizi etc. etc.), lo affermo con una certa sicurezza: in Italia il merito esiste solo come idea, peraltro molto astratta. Direte che non è un'affermazione nuova, nemmeno originale. Vero. Molto, molto vero.

Eppure a me risulta ancora come un boccone amaro da mandare giù. Dalla scuola (forse fin dalla famiglia), al lavoro, alla quotidianità più spicciola, vi sfido a trovare tale qualità in più di una persona all'anno. O al decennio? Tralasciamo il discorso politico, quanto mai difficoltoso sull'argomento.

Restiamo alla giornata lavorativa. Davvero non mi capita quasi mai e, quando accade, è per persone che sono relegate ad avere molto meno spazio di quello che meriterebbero. La norma è l'arroganza di un titolo di studio da mettere sulle mail, del servilismo per fare carriera, di una malsana idea del lavoro sempre inteso come di una utilità che può essere paragonata solo a quella di un tecnico della sicurezza nucleare. Poi, in realtà, molti sembrano pesci dentro ad un acquario piuttosto sporco.

E' così che siamo fatti, in questo paese. Probabilmente anche nel resto del mondo, ma meglio guardare alla propria, di aia. Un eterno vivere sopra le righe, con un'aria di sufficienza verso chiunque, ma proprio tutti. Il cipiglio di generazioni intere votate al “Non sai chi sono io” (il “tu” è obbligatorio, devi fare sentire gli altri inferiori), che è il vero insegnamento multimediale, trasversale, politicamente corretto e comprensibile in venti dialetti.

Un caravanserraglio di protervia ed egoismo (*) che fa marciare il carrozzone sbullonato dell'Italia “che fa”, contrapposta a quella che non muove un dito, ma che comunque serve per il voto. Quindi non si deve dire nulla. Bisogna annuire sorridenti e compiaciuti di fronte a chi ne sa sempre una più di te, su qualsiasi argomento. E, chiaramente, che conosce tutte le aziende, i lavori, i responsabili, i Conti, i visconti e qualche Re d'avanzo.

Sguazzare in tutto ciò va di lusso per un Governo come quello attuale, che percepisce netto il valore dell'ideologia (le altre sono tutte sbagliate) e della retorica. Trova terreno fertilissimo in milioni di itaglioni che non aspettavano che vedere sdoganate le proprie pessime “qualità.” Più che di merito bisognerebbe scrivere di superficialità trasmissibile, in tutte le maniere. Ma sia “Made in Italy”, che sennò ci sentiamo offesi.

(*): l'egoismo non è, per forza, insalubre. Serve per andare avanti, per proteggersi dalla mediocrità. Sia detto a fin di bene.

#Opinioni #Italia #IlBelpaese

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(141)

(IS)

Non è perchè Italiana. Non è perchè il suo “processo” è totalmente sbilanciato, visto il reato che ha commesso. Non è perchè ci sia “solo” Lei. Non è perchè l'Ungheria è Europa, una della 27 nazioni che la formano. Non è perchè adesso i #SocialMedia hanno trovato un'altra vicenda di cui imbottirsi e andare avanti per qualche giorno. Non è perchè i personaggi famosi si svegliano, in maniera selettiva.

Non è solo per questo che #IlariaSalis è, comunque, importante. E' importante come lo sono tutti gli esseri umani, soprattutto quelli che la società ritiene, in qualche maniera, sbagliati. Quelli contro cui è semplice schierarsi, sempre imbevuti della convinzione di essere dalla parte giusta. Quelli verso i quali si tende il dito dell'accusa o della difesa, magari pensando ad uno, ed un solo, aspetto del loro caso.

E' importante, quindi, comprendere che l'erosione dei #diritticivili e di quelli umani è in continuo avanzamento, in tutto il mondo, Ungheria compresa. Come si soleva dire “Se Sparta piange, Atene non ride.” Quelli più evidentemente divisivi fanno audience, oscurando, nel contempo, i milioni di avvenimenti simili sparsi, con continuità disarmante, su tutto il globo.

Ogni riferimento è voluto, adesso e nel passato. Si sta scivolando verso un “cupio dissolvi”, che fa dei corpi e delle storie unicamente un indistinto brusio da far tacere, in ogni maniera, meglio se disumana. Se può apparire come un pensiero oltre il pessimismo, allora si vuole assolutamente evadere (sic) dalla realtà tangibile. Ed è concreta proprio perchè inequivocabile.

Milioni di argomenti si possono collegare a quello che sta accadendo alla nostra concittadina. Sicuramente verranno sviscerati, uno ad uno, da chi fa questo per mestiere o per credere di essere qualcuno in rete (magari anche il sottoscritto.) Esattamente come sono milioni le persone che subiscono, senza poter opporsi, il loro voler giustizia, quella che dovrebbe apparire cristallina, pura, indiscutibile.

E' tutto aleatorio, tutto perennemente in bilico. Per prima cosa lo sono le azioni di umanità, a cui non si concede più nemmeno lo spazio di un secondo. Non serve pensare. Occorre reprimere, fare da esempio, in qualsiasi maniera. Se qualcuno protesta, ditegli di stare ordinato e silenzioso. Le catene abbondano. Ce n'è per tutti. (D.)

#Opinioni #Italia #DirittiCivili #DirittiUmani

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(140)

(DDLAD)

Anteprima: lezioncina. Il Senato italiano ha approvato, in prima lettura, il disegno di legge (ddl) sull’autonomia differenziata, noto come “Ddl Calderoli.” Il ddl è stato approvato con 110 voti favorevoli, 64 contrari e 30 astenuti. Ora passa all’esame della Camera.

Il ddl sull’autonomia differenziata mira a dare attuazione a quanto previsto dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione. Secondo questa disposizione, possono essere attribuite alle Regioni a statuto ordinario, che ne facciano richiesta, forme e condizioni particolari di autonomia su 23 materie. Queste materie sono elencate nell’articolo 117 della Costituzione come materie di “legislazione concorrente più 3 di legislazione esclusiva dello Stato.” Le materie vanno dalla Salute all’Istruzione, passando per sport, istruzione, ambiente, energia, trasporti, cultura e commercio estero.

Il ddl definisce le procedure legislative e amministrative che servono per arrivare a un’intesa tra lo Stato e le Regioni, che chiedono di avere maggiori competenze su determinate materie.

(DDLAD2)

Questa mossa del Governo non poteva passare in silenzio, senza che almeno le opposizioni, in uno strano rigurgito unitario (tranne “Azione”, ma conta per quel che è), si oppongano. Quanto duramente è da vedere e da valutare: non appaiono dei leoni ruggenti, in questi mesi. Durante la votazione, dai banchi dell’opposizione sono stati esposti cartelli con il tricolore e alcuni senatori hanno intonato l’inno d’Italia. Quindi una farsetta italiota.

Nonostante le critiche, l’obiettivo del Governo è arrivare all’approvazione definitiva prima delle elezioni europee di Giugno. Anche un cieco appare limpido come una mattina d'inverno, il regalo che il Governo Meloni ha inteso mettere in un bel pacchetto per la Lega. Gli alleati vanno accontentati, non troppo spesso. Il tanto che basta per ricordargli di riportare l'osso la prossima volta che verrà lanciato. Senza sbavare, che si sta sulle spese.

Il ruolo del popolo, sempre ribadendo (la ripetizione è propria dei vecchi, ripeto -ndr-) che questa è una definizione vaga come discorso di Sgarbi, è messo in ghiaccio. Non se ne sente parlare, si leggono i social tramite addetti stampa ossequiosi, ma, in fondo, ci si può sbattere altamente della reale situazione Italiana. Che, anche questo scritto mille volte, è semplicemente disastrosa.

Forse la prossima riunione della Camera sull'argomento andrebbe fatta in un pronto soccorso (giorno feriale a piacere), o in una scuola non a norma. Oppure in un discount, dove le persone, felici perchè autonome su tante cose, devono contare anche i centesimi fuori posto per comprare il cibo (brutta storia quella che bisogna mangiare per sopravvivere, noiosa.)

Lo scollamento è totale, la politica scende gli ultimi gradini della propria ipocrisia per imboccare la scala della sopraffazione, come da copione di regime. E noi imbavagliati, legati alle difficoltà quotidiane, al disastro di un Paese che retrocede al rango più infimo della “civiltà” industriale, continuiamo a sperare nel “Superenalotto” per emigrare. Non capiremo la nuova lingua, ma saremo un attimo più sereni.

#Italia #Politica #AutonomiaDifferenziata #Opinioni

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(135)

(Yemen)

Il mondo non è alla rovescia. Stanotte, nello Yemen, si è ribadito. Quella che sta mancando, da sempre, è la prospettiva di umanità, lo sguardo oltre a tutte le cose che non siano quelle che ci distinguono (ma sempre meno) da altre forme di vita. Ogni guerra, nel mondo, è il cedimento agli istinti, alla paura, alla sopraffazione, al cammino verso la fine globale.

Non spaventi un tono quasi “ecumenico”, ma ciò che accade in Palestina non può nemmeno stupire: indignare no di sicuro, perchè gli interessi geo-politici ed economici sono da sempre superiori a qualsiasi tipo di altra considerazione. Si uccide per vivere meglio, si uccide in nome di Dei che sono favole inventate per non avere paura.

Ma si uccide, sempre di più, sempre più indifferenti e apparentemente stupidi. Si uccide perchè è semplice, di massa, si possono eliminare quelli che non sono come noi e fare i soldi ricostruendo ciò che si è distrutto appositamente. E non c'è di certo quella “giustizia divina” che è un'altra invenzione ridicola, un altro schermo dietro cui nascondersi.

Anche quella umana, di giustizia, non dà molto affidamento. E' monca, paralizzata spesso da cose più grandi di lei, generalmente tutte quelle scritte qui sopra. Si dirà che siamo fallibili e che non c'è mai un “giusto” assoluto od un male altrettanto totale ed è così. Ma appare ovvio e sanguinante che il male è più diffuso, più bramato, più consolante.

La storia finirà (lo scrissi già, ripeterlo non gioverà, temo) e tutto tornerà nell'alveo dell'inutilità: c'è una fine, che non ha data, per tutti e tutto. Nel mentre il mondo gira, ma non cambia senso. Attende, passivo, che questa forma di vita che siamo noi lo finisca, ma lentamente, facendo più danni possibili. Deve essere, in qualche maniera, divertente. Non c'è un'altra spiegazione che regga così bene. (D.)

#Blog #Opinioni #World #Peace #NoWar

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(133)

(Pozzolo)

Ci hanno fatto credere che, in molte maniere, chi fa politica, chi detiene un potere (economico, sociale, fittizio come quello religioso), sia superiore agli altri. Prassi e pochissima voglia di mettere in discussione un assunto che è divenuto regola, chi si ribella è perduto: più che altro muore di solitudine o arriva al punto in cui percepisce che si sta sfiancando inutilmente.

Mettiamoci anche dell'insano masochismo, che porta moltissime persone a diventare zerbini 4.0, ovvero consenzienti e felici, e capiamo che è game, set e partita. Un immenso prato di sopraffazione dove pascolano indisturbati i fautori del “...Lei non sa chi sono io”, brucando l'erba del consenso in cambio dell'impunità e abbeverandosi alla fonte dell'ignoranza imperante.

Perciò risulta abbastanza ovvio l'atteggiamento di Campana nei confronti del Pozzolo, che per ridere si porta dietro una pistoletta da noir dell'800 (qui). Il che non significa che non possa ammazzare, sia detto. Basta mirare bene, avere qualche scusa pronta e fare le famose telefonate. Il che è risaputo e la vittima ne è consapevole.

Consapevolezza non scusabile. Rinviare una denuncia di qualche ora non è peccato. Lo è affermare certe cose, magari indotte da avvocati che vorrebbero recitare in qualche crime made in USA. Una così palese, scontata e avvilente affermazione di sudditanza dovrebbe risultare indigesta al popolo, termine con il quale ci si riempie la bocca per sputare sentenze spesso inique.

Quella stessa massa asservita che fa “sì, sì” con la testa a fronte di qualsiasi angheria, meglio se svolta contro le stesse leggi che dovrebbe ben conoscere (non chiediamolo agli “onorevoli”, fanno fatica a leggere). Mendicando favori e una cultura sociale/politica degna di “Rete 4”, si scatta sugli attenti e si battono i tacchi.

Il sig. Campana non è originale ed è pure prevedibile. Sarà uno dei milioni che non conosce un super potere che è stato inviato in dono (gratis, vuol dire) a tutti gli operai del mondo: la dignità. I più fortunati hanno anche quello della consapevolezza, che li rende invulnerabili: sono esattamente eguali a tutti gli altri e più uguali ai “potenti” dei potenti stessi.

Tu guarda. Incredibile. Se ci ragioni su un un attimo e cerchi questa forza, anche nelle tasche più nascoste, la trovi. Sempre. E non vanno nemmeno trovate scuse sugli antidoti che ti possono sparare contro: non esistono. E' roba fortissima, invincibile, che porta un esempio. Lo si può perfino seguire, ogni giorno ovunque.

Le scuse stanno a zero, anche se vogliono far credere il contrario. Milioni di operai, casalinghe, pensionati, ragazzi che non devono sentirsi inferiori a nessuno. Per costituzione, scritta e morale. Chi sbaglia paga, qualsiasi sia il suo nome, grado e parentela. Fateglielo capire ogni santo giorno. Non passeranno. (D.)

#Italia #Politica #Pozzolo #GovernoMeloni #Opinioni

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(Maestro)

Bradley Cooper presenta Carey Mulligan in “Maestro”, il film biografico sul leggendario compositore e direttore d'orchestra americano Leonard Bernstein da lui diretto, co-scritto e interpretato, in una scena che sembra presa da Hitchcock. Il personaggio della Mulligan scende da un autobus in una strada di periferia, una silhouette aggraziata in un'inquadratura ampia finché il suo viso non emerge in primo piano, catturato da una lente morbida. È un momento intriso di bellezza e amore. La Mulligan interpreta Felicia Montealegre, la moglie di Bernstein per 27 anni e, per molti versi, “Maestro” è una lettera d'amore per lei, Il “Maestro” è, ovviamente, Bernstein, con i suoi straordinari successi come primo americano a dirigere la “New York Philharmonic”, la “London Symphony” e la “Berlin Philharmonic”, ma il titolo avrebbe potuto facilmente riferirsi a Felicia.

Era la padrona del suo cuore e della sua anima nella loro complessa relazione, segnata dalle sue continue relazioni con gli uomini. I due si incontrano quando Bernstein ha vent'anni e aveva appena debuttato alla “Carnegie Hall” : è un trionfo e la sua stella sorge rapidamente. Lenny, come viene soprannominato, e Felicia si incontrano a una festa e sono attratti l'uno dall'altro come le falene dalla fiamma. Il loro carisma si rivela irresistibile l'uno per l'altro e per il pubblico. Proprio come ha fatto in “A Star is Born”, con Lady Gaga, Cooper ha un talento prodigioso nel recitare al fianco di se stesso. Lui e Mulligan hanno una forte alchimia sullo schermo e quei primi anni, girati in un caldo bianco e nero, pulsano di raffinatezza, come nei vecchi film degli anni ‘50 e che andrebbero rivisti, ogni tanto.

Cooper stabilisce che la posta in gioco è il loro amore e questo rimane palpabile nel corso degli anni, mentre i contrasti emotivi si scatenano quando lui è sempre più portato a soddisfare i suoi altri desideri. Anche nella scena culminante in cui la coppia affronta la resa dei conti, durante la parata del giorno del ringraziamento, quando un gigantesco Snoopy gonfiabile fluttua sullo sfondo, c'è un peso in ogni parola detta e non detta: è scritta benissimo, con la camera fissa su due protagonisti, senza artifici di sorta.

(Maestro)

Ciò che risulta notevole è che, nonostante la connessione tra Lenny e Felicia sia così forte, quando i personaggi sono lontani l'uno dall'altro, sono ancora esseri completamente uniti. Quando il regista ricrea la straordinaria direzione d'orchestra di Bernstein della “Resurrezione” di Mahler alla Cattedrale di Ely nel Regno Unito, è così energico e avvincente. Soprattutto lo sguardo di pura trascendenza sul volto di Lenny mentre viene travolto dalla musica. Quella sensazione viene trasferita al pubblico. Ma alla fine corre da sua moglie e in quel momento, di puro cinema, si sente netta questa piena sintonia tra i due: è palpabile, letteralmente.

Cooper ha il pieno controllo delle immagini in “Maestro”, che rappresenta un'evoluzione della sua regia. In questo film conosce meglio se stesso e gestisce aspetti difficili della realizzazione di un film comunque complesso e molto “parlato” con maggiore sicurezza. (D.)

#CamarilloBrillo #Film #Cinema #Opinioni

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129

(SW)

La musica è importante, proprio per me, nella mia vita. Potessi ne ascolterei molte più ore, in una giornata. Premessa banale, premessa inutile.

Quando, solo in questi giorni, ho letto il messaggio (pubblico, riportato nella foto in cima) di #StevenWilson -chi è (qui)– sono rimasto molto perplesso. Prima. Mi sono incazzato, poi. Non starò qui a riaprire un dibattito vecchio almeno quanto me su come si possa o si voglia scindere l'arte dal vissuto di chi la fa. Siamo pubblico, perciò parziali. Immagino alcuni di voi (non siete migliaia) che porranno a paragone sulla vicenda #RogerWaters, o che scomoderanno #PierPaoloPasolini.

E' legittimo che anche un artista possa esprimere un pensiero politico, sociale, personale. Il web è di tutti e lo è anche l'arte (con dovuti distinguo che, per amore di brevità, eviterò di citare.) Pertanto non è qui l'incazzatura, non sta assolutamente qui. E' che ci sono dei limiti, anche questi suggeriti da se stessi. E non sono in discussione.

La coerenza non paga e nemmeno siamo pagati da chi ascoltiamo, dagli artisti che ci aggradano: almeno vale per il sottoscritto, che non becca un centesimo da nessuno, ma che ha speso migliaia di euro per la sua passione. Non morirà di fame -sic- il suddetto artista, cui cambia meno di una virgola che io esprima il totale dissenso verso la sua posizione, che io non compri mai più nessun suo prodotto (ahimè, anche quelli dei #PorcupineTree, che sono una band da adorare) o che perda dieci minuti della mia vita a scrivere per un #Blog che conta pochissimi lettori.

Questa cosa la dovevo dire, anche per la coerenza di cui sopra. Non si passano anni a dire che la Palestina è uno stato di diritto, che Israele è una “democrazia” solo per chi si arroga il diritto di negare anche un cessate il fuoco -Biden è uguale a tutti gli altri- e poi tace quando qualcuno “che conta” scrive cose gravissime. Notare come nel post ci siano quei toni che vanno bene per la massa, attenti a dire e contraddire nello stesso istante, così belli e poetici da far cascare i denti. Se non siamo proprio cotti e rincoglioniti non ci caschiamo.

Ecco, uno sfogo questo. Non ho verità assolute da spacciare, non sono né più bello, né più bravo, tantomeno intelligente, di nessuno. Ma che possa cascare immediatamente questo Governo se taccio o non ribadisco la mia (e per, fortuna, di milioni di altre persone) idea. Il “signor” Wilson può contare su tutti i suo fans. E si può vergognare con tutte le note musicali che conosce. (D.)

#Blog #Musica #Music #Opinions #Opinioni

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128

(Bestemmia)

Nel 1999 la sanzione contro “Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa da lire centomila a seicentomila.” è stata aggiornata agli euro. Un bel passo avanti, dal 1930, ci pare. Mentre nei contratti nazionali, quelli così cari a chi non vuole aumentare le paghe orarie incostituzionali, a questa cosa non si accenna -giustamente-, una delle migliaia di ditte in appalto agli illuminati “colossi” italiani licenzia per questo motivo (qui)

Un’altra istituzione, l’ONU, che si tira fuori solo se serve a scopi molto ipocriti, nel 2014 ha chiesto di abrogare queste idiozie. Dieci anni fa. Eppure la storia si perpetua immutabile, almeno in questo Paese, arrivando ogni giorno a nuovi picchi di sudditanza nei confronti di una delle religioni ammesse. Una, non la sola.

E’ vero che una bestemmia può dare fastidio: se parliamo della stessa ditta e di una operatrice che ha insultato un cliente, il licenziamento ci sta anche. Il cruccio è una cosa, richiamare un’altra, licenziare una bestialità opportunistica. Può darsi che lo stesso appaltante, tronfio del proprio falso perbenismo, abbia spinto per arrivare a tanto. Può darsi che sia stata una scusa per allontanare chi, sempre ipoteticamente, ha compiuto altri atti contro il datore di lavoro o colleghi, ma ci sono varie sanzioni che si possono applicare. Lo sanno anche certi fenomeni che stazionano nei CDA.

Eppure tutto quanto ha il colore smunto della immutabile, perniciosa sudditanza psicologica nei confronti della chiesa cattolica. Se il fatto resta entro l’ambito della personale idea del mondo (e del resto), nulla si ha da ridire. Non si deve. Arrivare a certi estremi, appare chiaro, fa riflettere su quanto l’Italia non sia uno Stato compiuto, ma ancora -e solo- un paesello colmo di persone che invecchiano malissimo.

Mentre tutto il pianeta si permette di usare il termine “futuro”, a volte persino con troppa facilità, noi, vantandoci, restiamo fermi, immobili a calpestare persone in nome e per conto di entità fittizie cui deleghiamo la nostra intelligenza. E’ più comodo, non sporca e di solito porta a sentirsi migliori. Di chi non s’è ancora compreso.

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