Buddismo esoterico e Grundgestalt

Una foto che ho fatto al Giardino Botanico di Leuven, con sovrapposto un occhio di Horus. Foto e composizione © Eidon, tutti i diritti sono riservati.

Come ho già detto in altri post, sto leggendo un libro davvero meraviglioso — “Il Pensiero Giapponese Classico”, dell'immenso Professor Massimo Raveri. Più che una lettura, la mia è una meditazione. Leggo e rileggo, ed ogni volta trovo in quelle pagine un nuovo regalo, una nuova sorpresa — un nuovo Loto.

In questi giorni sono stato catturato dai Capitoli VII.4 e VII.5, rispettivamente intitolati “Il Mistero della Voce” e “Il Mistero della Mente”. L'argomento di fondo è il Buddismo Esoterico del grande Maestro Kūkai (空海), fondatore della scuola buddista Shingon (“Vera Parola”, 真言). La “vera parola” è il mantra, e il mantra è più che una semplice parola: Kūkai infatti

“postula l’esistenza di una modalità linguistica «altra», perfetta e non condizionata: gli shingon 真言 (mantra), «suoni, parole vere».”

(Massimo Raveri, “Il Pensiero Giapponese Classico”).

Rimando al testo appena citato per gli approfondimenti su questo concetto. Qui invece voglio passare ad un'idea che ha subito attirato la mia attenzione: le cosiddette sillabe sacre che vengono a comporre i mantra:

Sono definite shuji 種子 (bīja), cioè «semi», perché esse «generano» per analogia tutte le lettere. Se ripetute nella meditazione esse dischiudono la conoscenza piú profonda dei Buddha, allo stesso modo in cui i semi contengono la potenzialità di fiorire e dare frutti. (Massimo Raveri, opera citata).

Gli shuji sono sillabe che racchiudono in se, come compressi, dei concetti divini. Gli shuji, emessi in una delle modalità “esatte”, esprimono gli shingon, che a loro volta racchiudono nella loro interezza ed esprimono le “parole di dio” e degli Iniziati.

Una prima osservazione che mi nasce è che questo processo generativo è un po' come una pipeline di sottoprocessi.

Ma ancora più importante, io credo, è il fatto che questi sottoprocessi sono in realtà tutti basati sullo stesso holon, la trasformazione “genetica” di un seme in un fenotipo. Per Kūkai gli shuji e gli shingon sono infatti forme fondamentali — “semigenotipici di un processo generativo che produce fenotipi di rivelazione.

Proseguendo oltre nella lettura, si apprende che questo interessante concetto fondativo non è esclusivo del Buddismo, e che anzi corrisponde strettamente ad un concetto autoctono e preesistente del Pensiero giapponese — quello di kotodama (言霊). I kotodama sono parole che

“contenevano l’essenza dell’entità divina che potevano soggiogare, o dell’azione che designavano e che potevano suscitare. Erano pronunciate all’interno di un rito estatico, e con estrema attenzione, perché poteva essere pericoloso attivare l’«anima della parola»: poteva risvegliare la sua potenza piú segreta e scatenare forze incontrollabili.” (Massimo Raveri, opera citata).

Parole magiche, dunque? Non credo. La mia “via” per comprendere i kotodama è un percorso inverso rispetto a quello degli shingon. Mi figuro i kotodama come una sintesi estrema, condensata, di una verità. Mi viene da pensare alle formule matematiche — ad E = M C², giusto per fare un esempio. Potremmo chiamare questa formula come “f”, e sarebbe un suono con in sé il potere dell'atomo. Questo perché una volta sviscerata, processata, attualizzata, la “f” fenotipo potrebbe prendere forma di una centrale nucleare o di un genocidio terroristico perpetrato col potere dell'atomo. Da quanto comprendo, le kotodama non sono dunque semplici parole, bensi' punti di arrivo di un movimento dalle dimensioni del molteplice alle dimensioni dell'Uno; un processo di comprensione, sintesi e compressione della realtà.


Kotodama / Shingon, organizzati in elementi più complessi ed emessi secondo precise regole portano direttamente al concetto di composizione musicale. E vi è in effetti uno stretto legame tra la Scuola Shingon e la musica.

Le note stesse possono essere più che mattoni compositivi; possono essere esse stesse formule, come mantra condensati in Un suono, Una parola, Un concetto, Un'anima: kotodama. In una composizione generata da questo seme, si dispiega (rivela, decomprime) un concetto apparentemente complesso, molteplice, strutturato. Il kotodama lo genera, ma è anche prova della forma sintetica semplice che esso puo assumere. E' il piccolo crepaccio dal quale nasce il fiume impetuoso, e il suo sviluppo, come un maṇḍala, ci consente di visualizzarne il percorso, l'insieme ma anche l'origine.

“Star Mandala (Kumeidadera Temple)”. The Kyoto National Museum.

Nel suo dispiegarsi, la nota kotodama da origine alla costruzione che consiste di altri “mattoni” sussidiari, fenotipici. E nomina altri mattoni attraverso la loro assenza.

In tutto questo, la prassi esecutiva e' fondamentale, perche rappresenta la resilienza del processo di costruzione fenotipica. Il corpo sano generato dalla Madre è un miracolo che richiede un susseguirsi preciso, prefissato, di passi elementari. Passi anch'essi codificati nello stesso genotipo che si va materializzando. Che posso rappresentare nuovamente attraverso il kotodama “f”, ad esempio.

Se pronuncio “f”, cosa avviene nelle menti in ascolto? Dipende da quanto quelle menti hanno costruito dentro di se. Se la comprensione è completa, e se il mio pronunciare è corretto, avviene il miracolo dello sviluppo: “f” diventa ad esempio i concetti che sto esprimendo in questi post.

Voce — il seme, l'input, ad esempio “f”;

Mente — il processo di interpretazione e sviluppo, f,

e Corpo, ossia l'output di f (“f”), la composizione, il Grundgestalt prodotto dal Grundgestalt. Sono i tre Misteri dello Shingon.


La dimensione dei kotodama, come pure degli shuji, è dunque quella della sintesi, del passaggio dalle molteplici manifestazioni alla singola legge che le regola e riassume tutte. Sono la comprensione più intima del molteplice — massima perfezione e succinta eleganza. La “f” dice già tutto quel che c'è da dire, ovviamente se chi la riceve ha fatto propri i giusti meccanismi di lettura. La meticolosa precisione dei dettami interpretativi degli shuji simboleggia l'algoritmo sottinteso, quella funzione f di cui parlavo qui. Allontanarsi dalla “norma” è sbagliato perché distorcendo la f si arriva a concetti molto diversi, distanti, inattesi; potenzialmente pericolosi.


Shuji, shingon, e kotodama “parlano” di decompressione, di un passaggio da potenzialità ad atto. Questa potenzialità è già contenuta in questi semi indipendentemente da come effettivamente si estrinsecherà. A seconda dell'humus nel quale verrà posto, il genotipo dello shuji potrà generare mille fenotipi, mille materializzazioni diverse dello stesso concetto.

Si comprende quindi come la dimensione del fenotipo, il mondo fisico, possa essere considerato come una “volgarizzazione” (o “vulgarizzazione”) del genotipo, un po' come è volgare un concetto assunto come vero senza che abbia alle spalle un processo meditativo personale di comprensione e accettazione o rigetto. L'eleganza unitaria e indipendente del genotipo viene estrinsecata in una lista di dettagli fenotipici che fanno perdere di vista il tutto.

E' il seme la verità, la potenza, l'unicità, il blueprint, la monade — il Grundgestalt. Come un bimbo si perde di fronte alla lista di componenti da cui emerge ad esempio un'automobile, cosi' spesso noi ci perdiamo quando osserviamo il mondo sensibile, fluttuante, illusorio, fatto di materia che in realtà fatta principalmente di vuoto.

Immagine da pinterest.


Vorrei per ora chiudere con un'ultima citazione da Raveri:

[...] “I Tre Misteri, sanmitsu, 三密, con cui il Buddha supremo predica. Scrive Kūkai:

I Tre Misteri pervadono l’intero universo adornando nella gloria il maṇḍala dello spazio senza fine. Sono dipinti con pennelli di montagne e inchiostro di oceani. Cielo e terra sono rilegature di un sūtra che svela la verità. Tutte le cose nell’universo sono riflesse in un punto. Il libro sacro è contenuto nei dati di sensi e mente, esso è aperto o chiuso a seconda di come lo guardiamo. Il sole e la luna brillano nello spazio e sull’acqua, indisturbati dal vento forte. Bene e male sono relativi nel Suo predicarsi. I concetti di «io» e «tu» sono cancellati e dimenticati. Quando il mare della nostra mente diventa sereno nella sapienza della meditazione profonda, egli rivela totalmente se stesso, come acqua che inonda”,

come acqua che inonda, come fiume impetuoso...


Ed ecco il mio piccolo maṇḍala, fenotipo geometrico del kotodama 011112233334:

© Eidon (Eidon@tutanota.com). Mi piacerebbe condensare queste mie strane idee in un testo complessivo, per cui mi riservo ogni diritto di diffusione e pubblicazione.


See also Zappa's Big Note:

“Everything in the universe is ... is ... is made of one element, which is a note, a single note. Atoms are really vibrations, you know, which are extensions of THE BIG NOTE ... Everything's one note. Everything, even the ponies. The note, however, is the ultimate power, but see, the pigs don't know that, the ponies don't know that ...”

(Spider in Very Distraughtening ~ Lumpy Gravy)