Transit

Il blog di Alessandra Corubolo e Daniele Mattioli (on-line, in varie forme, dal 2005.)

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(R1)

Nel dibattito politico italiano la parola “#remigrazione” è arrivata con la forza tipica dei concetti che sembrano semplici solo in apparenza. A prima vista può ricordare un termine tecnico, quasi burocratico, ma il suo contenuto è tutt’altro che neutro: indica, infatti, l’idea di riportare fuori dal paese persone straniere considerate non integrate, non desiderate o comunque incompatibili con l’ordine sociale e culturale dominante.

È proprio questa ambivalenza a renderla così efficace e così insidiosa. Perché la remigrazione non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è una visione della società fondata sulla selezione, sulla gerarchia delle appartenenze e sulla costruzione di un confine identitario sempre più rigido tra chi sarebbe pienamente legittimo e chi no. In #Italia, questa parola ha trovato spazio soprattutto dentro l’ecosistema della destra radicale, ma il punto più delicato è un altro: la sua progressiva normalizzazione nel discorso pubblico, fino a diventare materia di confronto anche in contesti che un tempo l’avrebbero considerata apertamente estranea alla grammatica democratica.

La discesa in politica di Roberto #Vannacci ha accelerato questo processo e gli ha dato una nuova visibilità. Con la nascita di “Futuro Nazionale”, l’ex generale ha spostato la remigrazione dal margine al centro della sua proposta politica, presentandola come strumento di tutela dell’identità, della sicurezza e dei valori occidentali. In questo passaggio c’è già una prima distorsione: il tema migratorio non viene affrontato come questione complessa di diritto, lavoro, integrazione e gestione amministrativa, ma come terreno su cui costruire consenso attraverso la paura e la contrapposizione.

Vannacci non parla di remigrazione come di un semplice meccanismo di rimpatrio per chi è privo di titolo a restare; la inserisce invece in una narrazione più ampia, in cui il problema non è soltanto l’irregolarità, ma la presenza stessa di chi è percepito come estraneo. Questa è la prima grande stortura, politica e culturale insieme: la confusione tra rimpatrio e remigrazione. Il rimpatrio è uno strumento previsto dall’ordinamento e riguarda chi si trova in condizione di irregolarità; la remigrazione, nella versione rilanciata dalla nuova destra, aspira invece a diventare un progetto di più ampio respiro, capace di ridisegnare in senso etnico e simbolico la composizione della comunità nazionale.

La differenza non è marginale, perché nel primo caso si parla di applicazione della legge, nel secondo di una idea di società da rendere omogenea. Quando un’idea del genere entra nel dibattito politico, il rischio è che il diritto venga piegato a un obiettivo identitario, trasformando la cittadinanza in un filtro culturale e non più in uno status giuridico uguale per tutti. La seconda distorsione è il linguaggio. Espressioni come “culturalmente incompatibile”, ricorrenti nella retorica della remigrazione, hanno un’apparenza razionale ma aprono a criteri del tutto arbitrari. Chi stabilisce che cosa sia compatibile e che cosa non lo sia? Chi decide dove finisce l’integrazione e dove inizia l’incompatibilità? Soprattutto: sulla base di quali parametri, se non di un giudizio politico e ideologico?

(R2)

In questo slittamento si vede la natura profonda del concetto. La remigrazione non si limita a distinguere tra regolare e irregolare, ma prova a costruire una scala di appartenenza, nella quale alcuni soggetti restano tollerati solo fino a quando non diventano troppo visibili, troppo presenti o troppo diversi. Il caso italiano è particolarmente significativo, perché questa evoluzione non si è prodotta in modo improvviso, ma attraverso una serie di passaggi successivi. Prima il termine è circolato negli ambienti dell’estrema destra europea, poi è stato ripreso da movimenti identitari e da reti militanti, infine ha cominciato a trovare sponde nel dibattito mediatico e politico più largo.

Nel frattempo, la questione migratoria è stata sempre più spesso raccontata attraverso schemi binari: da un lato il cittadino minacciato, dall’altro lo straniero che destabilizza. Il risultato è una semplificazione estrema di problemi che invece richiederebbero strumenti diversi, dalla gestione dei flussi alle politiche abitative, dal lavoro alla scuola, dall’integrazione ai servizi territoriali. Quando invece si sceglie la scorciatoia della remigrazione, si promette una soluzione immediata a problemi strutturali e si sposta l’attenzione dalla complessità alla punizione.

Questa narrazione produce un effetto preciso: trasforma il migrante in un simbolo su cui scaricare ansie collettive che hanno origini molto più ampie. Insicurezza economica, precarietà sociale, sfiducia nelle istituzioni, timore del declino: tutto viene condensato in un’unica figura di alterità. È una strategia antica, ma oggi più potente che mai perché trova terreno fertile in un contesto di forte polarizzazione e di competizione identitaria.

Il problema è che questa semplificazione non risolve nulla. Al contrario, alimenta la percezione di una società divisa in blocchi incompatibili, rafforza il sospetto verso chi ha origine straniera anche quando è pienamente inserito nel tessuto civile e lavorativo, e mette in crisi l’idea stessa di convivenza come progetto comune.

La retorica della sicurezza è il motore principale di questa operazione. Ogni volta che si parla di remigrazione, il discorso viene immediatamente spostato sul terreno della protezione, del controllo e dell’ordine. Ma la sicurezza, in un sistema democratico, non può diventare una categoria etnica. Non può coincidere con l’idea che la presenza straniera sia di per sé una minaccia, né può essere usata per legittimare la compressione del principio di uguaglianza.

Quando questo accade, la politica smette di regolare conflitti e comincia a produrre gerarchie tra esseri umani. È qui che la remigrazione rivela il suo carattere più profondo: non una risposta ai problemi, ma una modalità di lettura del mondo che distingue tra chi appartiene e chi può essere espulso simbolicamente prima ancora che materialmente.lù

La parabola di Vannacci è emblematica anche per un altro motivo: mostra quanto il centrodestra italiano sia attraversato da una tensione interna tra gestione istituzionale dei fenomeni migratori e radicalizzazione del linguaggio. Da una parte c’è chi prova a parlare di rimpatri, regole e accordi; dall’altra c’è chi preferisce alzare il tono e trasformare il tema in una battaglia di civiltà.

La remigrazione si colloca esattamente in questa seconda traiettoria, quella che consente di mobilitare consensi attraverso la contrapposizione, ma che finisce anche per spostare sempre più avanti il confine di ciò che appare politicamente legittimo. È un meccanismo pericoloso, perché la destra istituzionale rischia di inseguire quella più estrema invece di contenerla, contribuendo così alla sua ulteriore legittimazione.

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Le conseguenze sociali sono ancora più gravi. Una società che adotta la remigrazione come parola d’ordine comincia a percepirsi come un corpo da “ripulire”, non come una comunità complessa da governare. Si rafforza la divisione tra “noi” e “loro”, si alimentano sospetti generalizzati verso interi gruppi di popolazione, si indebolisce il principio di uguaglianza e si diffonde l’idea che la presenza di alcune persone sia sempre revocabile, condizionata o temporanea. In questo clima, la cittadinanza perde il suo significato universale e diventa un privilegio da assegnare in modo selettivo. Non è un dettaglio lessicale: è una trasformazione profonda della cultura politica.

Ed è proprio qui che si vede l’alterazione più importante. La remigrazione viene presentata come soluzione a problemi concreti, ma in realtà funziona come dispositivo di spostamento del conflitto. Invece di affrontare le cause della crisi sociale, economica e istituzionale, si costruisce un racconto in cui la responsabilità viene attribuita al soggetto più visibile e più vulnerabile. Il migrante diventa così il bersaglio ideale: facile da nominare, semplice da contrapporre, utile da esibire come prova di fermezza.

Una politica che sceglie questa strada non rafforza lo Stato e non rende più solida la convivenza democratica. Produce invece una società più diffidente, più rancorosa e più disponibile ad accettare che alcuni diritti valgano meno di altri.

La questione, in fondo, non riguarda solo la parola remigrazione. Riguarda il modo in cui una parte della politica italiana ha deciso di usare il tema migratorio come acceleratore identitario, spostando il baricentro del dibattito dalla soluzione dei problemi alla costruzione del nemico. La discesa in campo di Vannacci ha reso questa tendenza più visibile, più organizzata e più competitiva elettoralmente. Ma proprio per questo andrebbe letta non come un episodio isolato, bensì come il segnale di una trasformazione più ampia: il passaggio da una politica che prova a governare la complessità a una politica che preferisce semplificare il mondo in appartenenze contrapposte.

La remigrazione, in questa cornice, non è una proposta tra le altre. È il sintomo di una cultura politica che non cerca di tenere insieme una società plurale, ma di ridefinirla attraverso l’esclusione.

#Blog #Politica #Destra #DirittiCivili #Remigrazione #Vannacci

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(V1)

“Il pianificatore. Economia, politica e potere in URSS” di Giovanni Cadioli, edito da il Mulino, è un saggio storico di grande valore che ricostruisce la parabola esemplare di Nikolaj #Voznesenskij, il capo pianificatore dell'Unione Sovietica tra il 1938 e il 1949, attraverso la quale l'autore illumina le complesse dinamiche del potere nell'URSS staliniana.

Voznesenskij non fu un dissidente o un personaggio esterno alla leadership suprema, ma ne fu un perno centrale. Presidente del Gosplan (il Comitato statale per la pianificazione) e membro del Politburo, definito «stratega della vittoria economica» dell'URSS nella Seconda guerra mondiale, diresse la pianificazione sovietica in uno dei periodi più cruciali della storia russa. La sua ascesa e la sua caduta, avvenuta nel 1949-1950 con l'arresto e la fucilazione durante le purghe staliniane del dopoguerra, costituiscono il filo conduttore attraverso cui #Cadioli analizza la natura del sistema sovietico.

Il libro mostra con chiarezza documentaria come l'economia che i sovietici descrivevano come «pianificata» non lo fosse affatto. Fin dai primi anni Trenta, l'economia pianificata sovietica prese le forme di un'economia di comando, all'interno della quale l'elemento fondamentale era il fatto che il potere direttivo, politico ed economico era nelle mani della leadership del Partito. Le decisioni economiche venivano prese con scarsissimo interesse per i costi effettivi, essendo propedeutiche all'ottenimento di obiettivi politici. Il piano quinquennale non era uno strumento tecnico di sviluppo, ma un'arma ideologica.

Il lato umano della vicenda emerge con forza dalla ricostruzione della traiettoria di Voznesenskij. La sua competenza tecnica, la sua dedizione al lavoro, la sua capacità di organizzare la produzione industriale durante la guerra contro la Germania nazista non lo salvarono dalla macchina del terrore. Quando #Stalin decise di eliminare uno dei suoi più stretti collaboratori, bastarono accuse infondate di tradimento e spionaggio. Voznesenskij fu arrestato, processato e fucilato nel 1950. Solo nel 1956, durante il discorso segreto di Chruščёv al XX Congresso del PCUS, fu formalmente riabilitato.

Cadioli non adotta toni enfatici o moralistici, e proprio in questo risiede la forza del suo lavoro. Il tono è professionale e misurato, la documentazione è rigorosa, eppure la semplice esposizione dei fatti basta a tratteggiare un quadro devastante della disumanizzazione del sistema staliniano. Un uomo che aveva dedicato la propria vita al servizio del regime, che aveva contribuito alla vittoria contro il nazismo, che aveva organizzato la produzione industriale sovietica, poté essere eliminato senza processo, senza prove, senza motivo. La burocrazia sovietica non era inefficiente per incompetenza, ma per natura: serviva a nascondere la responsabilità delle deliberazioni e a rendere impossibile individuare chi prendeva davvero le decisioni.

Il saggio è un contributo importante alla comprensione non solo della storia sovietica, ma della natura stessa dei totalitarismi. La pianificazione economica, nata come strumento razionale di organizzazione sociale, si rivelò uno dei pilastri su cui si reggeva l'intero apparato repressivo dello stalinismo. Un'opera di valore storico e documentario, scritta con equilibrio e rigore, che merita di essere letta da chiunque voglia comprendere i meccanismi del potere nelle dittature del Novecento.

#Blog #URSS #Stalin #Economia #Letteratura #Opinioni

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(226)

(F1)

Dalla fabbrica alla routine di oggi, il valore discreto dell’impegno.

Spesso ci hanno insegnato a considerare la #fatica come qualcosa da evitare. Come se ogni forma di sforzo fosse solo un ostacolo, un rallentamento, quasi una colpa. Eppure la fatica è stata, per molto tempo, la sostanza stessa della vita di molti. Lo era nelle fabbriche, nei campi, nei cantieri. Lo era anche nei percorsi di studio di chi, come me, ha fatto la maturità nel 1984 e ha conosciuto presto il peso delle giornate lunghe, della disciplina, della necessità di andare avanti senza fare troppo rumore.

Oggi il linguaggio comune tende a premiare altro: rapidità, leggerezza, visibilità. Si parla di risultati, di efficienza, di talento, ma si parla meno della continuità con cui si regge una vita normale. La fatica, però, non è soltanto sforzo fisico. È anche resistenza mentale, tenuta emotiva, capacità di sopportare la ripetizione senza perdere la dignità del proprio lavoro. In questo senso, la fatica non è un retaggio del passato. È una condizione ancora attuale, anche se spesso non viene riconosciuta.

La mia esperienza mi ha insegnato che non tutte le fatiche hanno lo stesso volto. C’è la fatica dura, concreta, quella che spezza il fiato e si misura con il corpo. Poi c’è una fatica più silenziosa, meno evidente, ma altrettanto pesante: quella di chi svolge ogni giorno una mansione comoda solo in apparenza, perché priva di prospettive, ripetitiva, senza sbocchi, senza avanzamento. È una forma di logoramento diverso, meno visibile, ma non per questo minore. In un lavoro del genere non manca solo la soddisfazione. Manca anche la sensazione di crescere. Si continua a fare, ma senza costruire davvero. Si tiene il ritmo, ma non si vede un orizzonte.

(F2)

Questa è una fatica che consuma lentamente, perché toglie senso alla ripetizione quotidiana. E quando il lavoro perde significato, il tempo si svuota. #Calabresi ricorda che la fatica non va confusa con la sofferenza fine a sé stessa. Non si tratta di glorificare l’affanno o di dire che tutto ciò che pesa è automaticamente utile. Si tratta piuttosto di riconoscere che esiste un valore nello sforzo sostenuto con costanza, nella capacità di restare, di reggere, di non cercare sempre la scorciatoia.

La fatica ha un senso quando conduce a qualcosa: una competenza, una responsabilità, una forma di maturità. Per chi ha vissuto stagioni di lavoro duro (e sono milioni), questa riflessione non ha nulla di astratto. Non serve idealizzare il passato per capire che molte conquiste personali e collettive sono nate da gesti semplici e ripetuti.

Andare avanti, anche quando si è stanchi. Accettare il limite senza arrendersi. Fare bene il proprio dovere anche quando nessuno applaude. Sono parole antiche, forse, ma non superate. Oggi il rischio è un altro: credere che solo ciò che è immediatamente gratificante abbia valore. Ma la realtà continua a smentire questa illusione.

La vita si regge ancora su persone che si alzano presto, lavorano in silenzio, tengono in piedi famiglie, uffici, fabbriche, servizi, e spesso lo fanno senza riconoscimenti. La loro fatica non fa notizia, ma è una delle forme più concrete di responsabilità civile.

Questa traccia parla anche a chi non è più studente da decenni. Ricorda che la fatica non va rimossa dal discorso pubblico, perché è dentro la vita vera. E ricorda che il rispetto non dovrebbe andare solo al successo, ma anche alla tenacia di chi continua a esserci, giorno dopo giorno, senza scorciatoie.

#Blog #Maturità #Lavoro #Fatica #EducazioneCivica #Us

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(225)

(V1)

La dialettica di #RobertoVannacci non è solo uno stile comunicativo: è una vera grammatica politica. Fatta di formule brevi, parole d’ordine ripetute, contrapposizioni nette e continuo richiamo a identità, tradizioni e sicurezza, essa costruisce un terreno emotivo prima ancora che programmatico. È una comunicazione che non cerca la mediazione, ma la polarizzazione; non invita al confronto, ma alla presa di posizione.

In questo senso, il suo linguaggio non è un semplice vezzo retorico, ma il veicolo di una precisa visione del mondo, che si iscrive nel solco delle destre più radicali che avanzano in Europa. Il lessico che Vannacci utilizza è fortemente identitario: parla a un “noi” che si percepisce assediato, minacciato, umiliato da élite, minoranze, organismi sovranazionali. Ogni discorso è costruito come una chiamata alle armi simbolica, dove l’appello al “buon senso” e alle “radici” diventa lo strumento per delegittimare qualunque forma di complessità sociale.

La realtà viene ridotta a una successione di contrasti: italiani contro stranieri, “normali” contro “diversi”, patrioti contro traditori. È una struttura binaria che semplifica e rassicura, ma che al tempo stesso prepara il terreno a politiche escludenti e discriminatorie. Questa impostazione non è un caso isolato, ma si connette a una tendenza più ampia della destra estrema europea, che negli ultimi anni ha imparato a presentarsi con toni più istituzionali e rispettabili senza rinunciare al proprio impianto ideologico.

(V2)

Il linguaggio del “Generale” si inserisce in questa traiettoria: combina riferimenti alla tradizione militare e nazionale con la retorica del “dire la verità che gli altri non hanno il coraggio di dire”, trasformando ogni polemica in prova di autenticità.

Così, la provocazione diventa metodo e la costante ricerca dello scontro funziona come dispositivo di mobilitazione permanente. È in questo quadro che la figura di Vannacci va letta: non come un’eccezione folkloristica, ma come uno dei volti possibili di una destra che prova a istituzionalizzare linguaggi e temi un tempo confinati ai margini. Il suo discorso contribuisce a spostare l’asticella di ciò che è considerato dicibile nello spazio pubblico, normalizzando espressioni e concetti che fino a ieri sarebbero stati percepiti come apertamente estremisti.

In nome della “libertà di parola” e della “difesa delle radici”, si costruisce così un immaginario in cui l’altro è sempre un pericolo, una minaccia da controllare o respingere. Per questo parlare di Vannacci significa andare oltre la provocazione. La sua comunicazione non è un dettaglio di stile, ma la forma stessa della sua proposta politica. Ed è una forma che, per contenuti, obiettivi e alleanze, si inserisce con chiarezza nella nuova destra estrema europea.

Bisogna dirlo senza ambiguità: dietro la patina della semplificazione e del “coraggio di parlare chiaro” si nasconde un progetto di chiusura, di esclusione e di regressione democratica. È una traiettoria che non va relativizzata, ma contrastata con fermezza, perché quando certi linguaggi smettono di apparire estremi e diventano familiari, il danno politico è già in corso.

#Blog #Vannacci #Politica #Comunicazione #Italia

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(224)

C1)

#Cuba si sta spegnendo, lentamente e sotto gli occhi di tutti. Tra blackout, scarsità e isolamento, l’isola paga il prezzo di un doppio fallimento: quello del proprio sistema e quello di una politica esterna che continua a colpire la popolazione invece del potere.

Cuba non sta semplicemente attraversando una fase difficile: sta vivendo un collasso prolungato. La vita quotidiana sull’isola è diventata un esercizio di sopravvivenza. Mancano elettricità, carburante, pezzi di ricambio, medicinali e trasporti regolari. Gli ospedali lavorano a intermittenza, le scuole arrancano, le famiglie si organizzano attorno ai blackout come se fossero ormai parte del paesaggio. Non lo sono. Sono il segno di un sistema esausto, di un’economia soffocata e di una società tenuta in piedi dalla forza dell’abitudine e della scarsità.

Dentro questa crisi c’è una responsabilità interna evidente. Per anni il paese ha accumulato inefficienze, rigidità amministrative, scarsa produttività e un controllo politico che ha frenato ogni riforma vera. L’economia cubana non ha saputo diversificarsi, modernizzare i servizi, attrarre investimenti o garantire una base materiale stabile alla popolazione. Il risultato è un declino che non nasce oggi, ma si è sedimentato nel tempo fino a diventare strutturale.

(C2)

Ma sarebbe disonesto fingere che il blocco degli Stati Uniti sia un dettaglio marginale. Non lo è. L’embargo commerciale, economico e finanziario imposto da #Washington pesa in modo concreto su energia, importazioni, farmaci, attrezzature e alimenti. Rende più costoso ogni acquisto, più fragile ogni approvvigionamento, più difficile ogni transazione. Colpisce un sistema già debole e amplifica ogni sua crepa. L’Assemblea generale dell’ #ONU ha chiesto ancora una volta la fine dell’embargo, con un voto schiacciante nel 2024, ma la distanza tra la condanna formale e gli effetti reali resta enorme.

La linea politica di #Trump, in questo quadro, non punta alla distensione ma alla pressione massima. L’obiettivo è isolare l’isola, alzare il costo della sua sopravvivenza economica, indebolire il governo e spingerlo verso una resa politica. Non è diplomazia. È un uso brutale del potere economico come arma di coercizione. Il problema è che il prezzo di questa strategia non lo paga la nomenclatura, ma la popolazione. A cadere non sono gli slogan del regime, ma la luce nelle case, i farmaci negli ospedali, il cibo sulle tavole.

La comunità internazionale, nel frattempo, resta intrappolata tra dichiarazioni di principio e impotenza pratica. Le condanne formali si ripetono, le risoluzioni si accumulano, ma nulla cambia davvero. Molti governi sanno che l’embargo è insostenibile sul piano umanitario, pochi sono disposti a trasformare questa consapevolezza in una linea politica capace di incidere. Cuba resta così schiacciata tra il fallimento del proprio modello interno e la durezza di una pressione esterna che punisce un intero popolo per logorare un governo.

Il punto, alla fine, è questo: un paese non si rimette in piedi affamando la sua popolazione. E una politica che trasforma la sofferenza civile in leva diplomatica porta con sé una responsabilità morale pesantissima.

#Blog #Cuba #USA #DirittiUmani #DirittiCivili #Embargo #Geopolitica #DirittoInternazionale

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(223)

(CP1)

Questo post è probabilmente scritto più per me stesso che per Voi. O, almeno, non per tutti Voi.

In calce al testo, l'ultimo brano inciso da Capovilla con i “Cattivi Maestri.” Ora, ascoltandolo, capirete che la coerenza e lo sguardo sul mondo non passano per radio.

Sul “red carpet” dei “David di Donatello”, tra smoking impeccabili e abiti da sera, #PierpaoloCapovilla ha sfilato con una kefiah al collo. Tessuta in Cisgiordania. Non era un vezzo stilistico, non era una provocazione gratuita. Era, semplicemente, lui.

Chi conosce il percorso artistico di Capovilla (dalla stagione feroce e visionaria del “Teatro degli Orrori” fino alla sua presenza sempre più intensa nel cinema), sa che tra la sua arte e la sua vita non c’è mai stato un confine netto. Le sue canzoni hanno sempre parlato di dolore sociale, di margini, di chi resta indietro. Salire sul red carpet della più importante cerimonia del cinema italiano con una kefiah non è un’eccezione alla sua coerenza: è la conferma di essa.

Lo ha spiegato con parole semplici e dirette: la kefiah è un simbolo di solidarietà, fratellanza e vicinanza verso chi soffre la violenza armata. E ha aggiunto che indossarla aiuta il suo cuore e la sua anima a esserci ancora. C’è qualcosa di molto preciso in quella frase. Non il linguaggio dello slogan, non la retorica del comunicato. C’è la voce di qualcuno che ha bisogno di non distogliere lo sguardo per continuare a fare arte con integrità.

Viviamo in un tempo in cui è facile condividere un post, mettere una cornice alla foto del profilo, scrivere qualcosa di indignato prima di passare alla storia successiva. È più raro, e per questo più significativo, scegliere di portare quella posizione nel corpo, fisicamente, in un luogo pubblico e visibile, sapendo che qualcuno storcerebbe il naso, che qualcuno avrebbe qualcosa da dire, qualcuno ti odierà.

Un simbolo indossato non salva nessuno, è vero. Ma testimonia qualcosa che i social, con tutta la loro velocità, faticano a restituire: la continuità tra ciò che si pensa e ciò che si fa, tra la propria arte e il proprio stare nel mondo.

E questo piccolo gesto (piccolo solo nelle dimensioni) ci interroga tutti.

Ci chiede dove siamo, non online, ma nella vita concreta. Ci chiede se gli ideali che diciamo di difendere abitano anche i nostri corpi, le nostre scelte quotidiane, le occasioni in cui potremmo dire qualcosa e scegliamo il silenzio comodo.

In tempi in cui la giustizia viene erosa ogni giorno con una normalità che fa spavento, chi sceglie di esserci, davvero, con coerenza e senza calcolo, ci ricorda che schierarsi è ancora possibile. E che è ancora necessario.

Video di “Dimenticare Maria” di “Pierpaolo Capovilla e i cattivi maestri”: https://www.youtube.com/watch?v=4v09Q-FCPMo&list=RD4v09Q-FCPMo&start_radio=1

#Blog #PierpaoloCapovilla #DavidDiDonatello #Palestina

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(222)

(T76)

Per me sono passati cinquant'anni da una sera che non dimenticherò mai. I ricordi non sempre sanno scindere la gioia dal dolore ed oggi, dopo tanto tempo, voglio pensare a quel giorno non con le mie parole, ma con quelle di un amico, “Lobster” (i nick non sempre li amo, ma servono.) E' un privilegio ospitare un suo scritto che mi ha fatto grande piacere riportarvi ed in cui ritrovo parole dette con il cuore, come a me non sempre capita. Oggi mi piacerebbe che chi legge queste righe si sentisse Friulano. Oggi siete tutti Friulani.

Il primo ricordo adulto della mia vita è quello del sei Maggio 1976.

Scoprivo che esisteva un posto che avrei amato da adulto, ma soprattutto scoprivo che si poteva morire in casa, da bambini, da vecchi, nel posto sicuro della vita. Ricordo i nomi dei paesi, le facce dei bambini, le immagini di quella che sarebbe diventata la protezione civile che si organizzava in una macchina che che sarebbe stata rodata a casa mia.

Imparai come erano fatti i paesi rasi al suolo, imparai Gemona. Ero un bambino che si domandava come quei bambini si sentivano, se lo domandava in un mondo di adulti che commentavano da adulti che non sapevano ciò che sarebbe accaduto a loro 4 anni dopo.

Quei due terremoti colpirono i più deboli, popolazioni rurali, dimenticate fino a quel momento.

Che beffa essere dimenticati in vita e diventare celebri per un disastro.

Torno bambino e guardo un video ora, di bambini che non quasi non parlano in italiano: quelle parole sono simili a quelle di tutti i bambini del mondo sottoposti ai terremoti, le carestie, le guerre.

Ogni giorno è il sei Maggio 1976 perché c’è un bambino che si domanda davanti alla tv perché sia accaduto e uno che si sente in colpa per essersi salvato, ma che in fondo pensa a quando torneranno le rondini.

Video: https://youtu.be/ttizkMpQWa8?si=a4yhjMKnnzhqL9tu

#Blog #Terremoto #TerremotoDelFriuli #FriuliVeneziaGiulia #Ricordi

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(221)

(PM1)

Il governo #Meloni ha scelto di presentare un nuovo decreto sul lavoro in coincidenza con il 1° Maggio, quasi a voler trasformare una ricorrenza nata per difendere i diritti dei lavoratori in un palcoscenico per l’ennesima operazione di immagine.

Il problema, però, è che i decreti non cambiano la realtà se non affrontano le sue contraddizioni più profonde. E la realtà del lavoro in Italia continua a essere segnata da precarietà diffusa, salari fermi da anni, contratti fragili e una crescente difficoltà per milioni di persone a costruirsi un futuro dignitoso.

Il decreto può contenere misure utili, ma non scioglie il nodo centrale: il lavoro in Italia resta spesso troppo debole per garantire sicurezza, continuità e autonomia. Si interviene sui margini, si promettono correzioni, si moltiplicano gli annunci, ma non si tocca davvero l’impianto che produce disuguaglianza.

Il mercato del lavoro continua a premiare la flessibilità per le imprese e a scaricare l’incertezza sui lavoratori. Questa è la stortura principale, ed è la più difficile da mascherare con la retorica governativa. La precarietà, infatti, non è un effetto collaterale: è diventata una condizione strutturale. Troppi giovani entrano nel mondo del lavoro attraverso contratti temporanei, part-time involontari, collaborazioni fragili o occupazioni discontinue. Troppi lavoratori passano da un impiego all’altro senza mai arrivare a una stabilità vera.

Quando il lavoro è instabile, anche la vita lo diventa: si rimandano progetti, si rinuncia a una casa, si rinvia una famiglia, si vive nell’incertezza permanente. Nessun decreto che si limiti a interventi parziali può sanare davvero questa ferita.

C’è poi il grande tema dei salari, che resta intatto e irrisolto. In Italia le retribuzioni reali sono ferme da troppo tempo, e questo significa che lavorare non basta più, in molti casi, per vivere con serenità. Il costo della vita cresce, i prezzi corrono, ma gli stipendi restano al palo.

(PM2)

È una frattura che colpisce soprattutto chi ha redditi medio-bassi, chi non ha margini di risparmio, chi ogni mese fa i conti con spese impossibili da comprimere. Parlare di occupazione senza parlare di salario è un esercizio incompleto, quasi un trucco lessicale: si descrive il numero dei posti, ma si tace sulla qualità della vita che quei posti consentono.

È qui che il decreto mostra i suoi limiti più evidenti. Se non affronta in modo serio il nodo del potere d’acquisto, della contrattazione, della produttività distribuita male e della povertà lavorativa, rischia di essere soltanto una toppa.

Una toppa non è una riforma. Le storture restano tutte lì: i contratti brevi, la debolezza delle tutele, la differenza tra chi può scegliere e chi deve accettare qualunque condizione, il divario tra lavoro dichiarato e lavoro realmente dignitoso. Il Paese continua a produrre occupazione, ma non abbastanza sicurezza. Continua a celebrare il lavoro, ma non a proteggerlo fino in fondo.

Per questo il 1° Maggio non può essere ridotto a una formula di circostanza. Deve restare una giornata di verità, di memoria e di conflitto civile. La verità è che in Italia il lavoro resta troppo spesso povero, precario e sottopagato. La memoria è quella delle lotte che hanno conquistato diritti, orari, tutele e dignità. Il conflitto civile, oggi, è il rifiuto di accettare che il salario fermo e la precarietà diventino la normalità.

Se la Repubblica è davvero fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: non con i simboli, ma con scelte capaci di cambiare davvero la vita delle persone. Il 1° Maggio dovrebbe tornare a essere questo: una giornata di memoria, di conflitto civile e di rivendicazione, non una passerella istituzionale e nemmeno un’occasione per l’ennesimo annuncio destinato a restare parziale.

Se l’Italia è davvero, come dice la #Costituzione, una Repubblica fondata sul lavoro, allora il lavoro va difeso sul serio: con salari giusti, contratti stabili, sicurezza reale e tutele concrete. Tutto il resto è retorica. E la retorica, davanti alla precarietà e ai salari fermi da anni, non paga l’affitto, non riempie il carrello della spesa e non restituisce dignità a chi ogni giorno tiene in piedi il Paese.

#Blog #PrimoMaggio #Lavoro #Precarietà #DirittiCivili #DirittoAlLavoro

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Chernobyl mostra i limiti dei sistemi complessi senza trasparenza e responsabilità politica.

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Nota: il post risulta abbastanza lungo, ma ho inteso approfondire un “minimo” un argomento così importante, seppur trattato innumerevoli volte.

Il 26 aprile 1986, nella centrale nucleare di #Chernobyl, allora parte dell’Unione Sovietica, un test condotto in condizioni inadeguate provocò l’esplosione del reattore numero 4. È rimasto uno dei più gravi disastri nucleari della storia contemporanea. Ma ridurlo a incidente tecnico significa non comprenderne davvero la portata: né allora, né oggi.

Il reattore coinvolto, di tipo “RBMK”, presentava caratteristiche strutturali problematiche: instabilità a bassa potenza e assenza di un adeguato contenimento. Questi limiti erano noti in ambito tecnico, ma non vennero affrontati con la necessaria trasparenza. Il sistema sovietico tendeva a compartimentare le informazioni, limitandone la circolazione anche tra specialisti.

Come ricorda lo storico ucraino Serhij Plochiy, il reattore era nato anche per produrre plutonio militare, e la conoscenza dei difetti non arrivò mai del tutto a chi lo gestiva ogni giorno. La cultura politica giocò un ruolo decisivo. La priorità era dimostrare efficienza e rispettare obiettivi produttivi stabiliti centralmente. Segnalare criticità significava esporsi a conseguenze professionali e politiche. La sicurezza, pur formalmente centrale, veniva spesso subordinata ad altre esigenze.

Il Politburo di Gorbačëv riconobbe internamente che le responsabilità andavano divise tra errori umani e difetti di progettazione, ma in pubblico la colpa fu scaricata quasi interamente sugli operatori. Gli operatori che quella notte portarono avanti il test agirono in un quadro rigido, con informazioni incomplete e istruzioni contraddittorie. Alcuni sistemi di sicurezza furono disattivati per rispettare il protocollo sperimentale.

In un ambiente dove il dissenso era scoraggiato, la possibilità di fermare la procedura si ridusse drasticamente. “Aggirare” le regole era diventato prassi per tenere il passo con gli obiettivi di produzione, in un sistema che puniva l’allarme più del rischio. Dopo l’esplosione, la gestione dell’emergenza seguì la stessa logica. Le autorità locali e centrali evitarono di diffondere informazioni immediate e complete. La città di Pripyat, a pochi chilometri dalla centrale, non fu evacuata subito: per ore, decine di migliaia di persone rimasero esposte senza saperlo. Solo quando le rilevazioni di radioattività in altri paesi europei resero impossibile negare l’accaduto, l’Unione Sovietica iniziò a fornire comunicazioni ufficiali, comunque parziali e controllate.

Le conseguenze immediate furono drammatiche: incendi, esposizione acuta alle radiazioni, morti tra i soccorritori e tra il personale della centrale. Nei giorni successivi, centinaia di migliaia di persone furono evacuate e intere aree furono dichiarate inabitabili. Eppure, a quarant’anni di distanza, il numero delle vittime ufficialmente riconosciute resta poco superiore alle quaranta, cioè coloro che morirono per sindrome acuta da radiazioni: tutto il resto – malattie, decessi prematuri, impatto sulla salute mentale, rimane largamente sotto‑stimato. Gli effetti a lungo termine sono difficili da quantificare, ma non meno rilevanti. Ancora oggi, ampie zone tra Ucraina, Bielorussia e Russia risultano contaminate. Isotopi come il cesio-137 e lo stronzio-90 persistono nel suolo per decenni, entrando nella catena alimentare e richiedendo monitoraggi continui. Uno degli impatti più documentati è l’aumento dei tumori alla tiroide, soprattutto tra chi era bambino all’epoca dell’incidente. A questo si aggiungono altre patologie e conseguenze psicologiche: ansia, stigma sociale, perdita di radicamento.

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L’impatto sociale fu profondo. Le evacuazioni non furono solo spostamenti logistici, ma rotture definitive: comunità disperse, economie locali distrutte, territori trasformati in zone di esclusione. La memoria del disastro continua a influenzare la percezione del rischio nucleare in tutta Europa. L’idea che “un Chernobyl da qualche parte è un Chernobyl ovunque” ha pesato sulle scelte energetiche di diversi paesi, dall’Italia alla Germania.

Chernobyl ebbe anche un impatto politico rilevante. L’incidente contribuì a incrinare la fiducia nell’Unione Sovietica, sia tra i cittadini sia a livello internazionale. La gestione opaca dell’emergenza rese evidente la distanza tra la narrazione ufficiale e la realtà, accelerando dinamiche di sfiducia già presenti. Sempre Plochiy sottolinea che, fra i fattori del crollo dell’Urss, Chernobyl fu almeno importante quanto la guerra in Afghanistan, perché mostrò ai cittadini i limiti strutturali del sistema.

Il nodo, quindi, non è solo tecnologico. È politico e culturale: riguarda il rapporto tra potere, informazione e responsabilità. Quando chi decide non è tenuto a rispondere, la gestione del rischio diventa opaca e più pericolosa.

E qui Chernobyl smette di essere solo storia. Le condizioni che resero possibile quel disastro (concentrazione del potere, controllo dell’informazione, repressione del dissenso) non appartengono solo al passato sovietico. Quarant’anni dopo, la sua eredità attraversa la storia dell’Ucraina indipendente e arriva fino alla guerra iniziata nel 2022, quando le truppe russe hanno occupato nuovamente il sito della centrale lungo la loro avanzata verso Kyiv.

Nella Russia di oggi, molte di quelle dinamiche sono tornate visibili: media indipendenti ridotti o chiusi, opposizione marginalizzata o repressa, gestione del potere sempre più verticale. In parallelo, in Ucraina la memoria di Chernobyl, insieme a quella dell’Holodomor (la carestia avvenuta durante il regime di Stalin nell'Ucraina sovietica dal 1932 al 1933), è diventata uno dei pilastri dell’identità nazionale, e l’occupazione del 2022 è letta come una nuova tappa di una storia di aggressione e resistenza.

Durante quell’occupazione, il personale ucraino della centrale ha cercato di mantenere il controllo tecnico dell’impianto, imponendo ai soldati russi regole minime di sicurezza per evitare un nuovo incidente. Oggi il rischio nucleare non riguarda solo la tecnologia, ma anche l’uso politico e militare degli impianti: centrali occupate, infrastrutture energetiche trasformate in obiettivi militari, minacce di “ricatto atomico” come strumento di pressione.

Chernobyl, da questo punto di vista, non è solo memoria: è un precedente concreto di cosa accade quando sistemi complessi sono gestiti da poteri non controllati. Ricorda che gli effetti di un incidente nucleare non si fermano ai confini di uno Stato e che, di fronte a questi rischi, trasparenza, controllo indipendente e responsabilità politica non sono un di più, ma una condizione minima di sicurezza.

#Chernobyl #Russia #UnioneSovietica #Ucraina #EnergiaAtomica #Blog #Opinioni

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(G1)

Premessa. Celebrare il #25Aprile, come fa con questo bel post l’amico @piedea.bsky.social, è una cosa che dovrebbe essere normale, se vista nella giusta prospettiva. Con questo racconto mi piace l’idea di esaltare la ricorrenza per quello che dovrebbe essere: un giorno del popolo e per il popolo, per chi crede nella memoria della lotta di liberazione dal nazifascismo, non per coloro che vogliono equiparare tutto e tutti in nome di una “normalizzazione” che è solo propaganda per un regime abbietto. Le righe che leggerete sono colme di un sentimento che mi appartiene e che così bene è stato espresso dal mio amico. Lo ringrazio anche per aver saputo, meglio di me, intercettare il senso profondo del #25Aprile, che a tutti noi ricorda il valore imprescindibile della difesa della democrazia e della libertà. Tutti i giorni. Ovunque. Per sempre.

Ogni anno, all'approssimarsi del venticinque Aprile, salta fuori qualcuno che tenta di trasformare la “Festa della Liberazione” dal nazi-fascismo in una blanda commemorazione delle vittime di entrambi gli schieramenti, relegando a un ormai lontano passato oscuro, da nascondere e purtroppo già in buona parte dimenticato, la parte vitale, fondante e portante della nostra democrazia.

Rendere labile il confine tra chi è caduto cercando di riscattare l'onore di un Paese dopo vent'anni di dittatura e chi nella Libertà e nei valori democratici non ha mai creduto, significa rendere meno forti quei valori, anestetizzare le persone affinché non riconoscano negli odierni comportamenti illiberali le stesse radici, mai estirpate, di quelli passati.

È un'operazione tanto subdola quanto semplice, tanto che anche qualcuno “di sinistra” ha ceduto a volte alla tentazione di equiparare le vittime in quanto cadute per degli ideali, anche se opposti. No: una cosa è l'umana pietà (che i fasci comunque non avevano) per la persona, un'altra è il giudizio storico, politico, civile, umano, che distingue in due posizioni antitetiche chi lottava per la Libertà e chi contro di essa.

La linea di demarcazione è e deve essere netta: niente sconti, nessuno spazio ad ammorbidimenti o “dimenticanze”. Già troppo si è perso della spinta liberatrice primigenia, prova ne sia l'attuale classe dirigente e il sostegno di cui gode. A ricordarmi di questa netta divisione non sono le storie partigiane, che pure qui sulle Apuane non mancano, nemmeno il discorso di Calamandrei, riportato sull'obelisco delle Fosse del Frigido, e neppure i periodi bui della nostra Repubblica, fra tentativi di golpe, bombe sui treni e alle stazioni e logge massoniche: a ricordarmi lo spartiacque invalicabile è Macchiarino (Machjarino), un cane.

Con i bombardamenti e le cannonate americane, la piana e la città di Massa non erano sicure e la popolazione cercò riparo sulle colline circostanti. Nell'estate del '44 fu implementata dai tedeschi la Linea Gotica, che iniziava dalle Apuane fino all'Adriatico. Ampie fasce pedemontane furono minate. Canfin (Petrolio), così detto per i capelli e i baffoni neri e unti, aveva dei terreni dove ora abito io e tutte le mattine, prima dell'alba, si metteva in cammino scendendo dal rifugio montano, e cercava di strappare qualcosa alla terra per poter sfamare alla sera la famiglia sfollata. A far da guida a lui e altri era il suo cane Machjarino, che, non si sa come, aveva trovato un passaggio sicuro fra le mine. Forno, Vinca, Bergiola Foscalina, San Terenzo, Castelpoggio... sono solo alcune delle stragi nazifasciste compiute in queste zone.

(G2)

Molti borghi all'epoca erano raggiungibili solo con mulattiere o sentieri e solo gente del posto, gente in camicia nera (spesso coperta con uniformi della Wehrmacht) poteva guidare i tedeschi, svolgere ruolo di copertura e, a volte, partecipare attivamente alle stragi. A Sant'Anna di Stazzema, 560 vittime, fino a pochi anni fa i sopravvissuti vi avrebbero detto che mentre un organetto suonava tra una raffica e l'altra, molti soldati tedeschi parlavano in dialetto carrarino e spezzino.

Anche loro erano giovani che combattevano e spesso morivano per un ideale e quindi il 25 Aprile andrebbero commemorati assieme alle vittime civili e partigiane, per chiudere una questione ormai superata: questo ci tiene a farci sapere il nostro presidente del Senato.

No, cari La Russa e accoliti: non tutti gli ideali sono uguali, come non lo sono le vittime. E nemmeno le guide.

A guerra finita, dopo lo sminamento, Machjarino saltò su una mina perduta, ma sopravvisse. Viva Machjarino!

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