Caso Roggero, la legge funziona: è la destra a deragliare.
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Nota: Come per Vannacci, questo sarà l'unico post sulla faccenda da parte mia. Solo la grazia potrebbe farmi tornare a scrivere.
La condanna è coerente con la legge voluta dal centrodestra, mentre la politica trasforma un imputato in martire per coprire i propri fallimenti sulla sicurezza.
La condanna di #Roggero è giuridicamente corretta, applica alla lettera la legge sulla legittima difesa voluta dalla stessa destra che oggi urla allo scandalo e il modo in cui viene strumentalizzata configura una pericolosa deriva fascistoide nello spazio pubblico italiano. Nel 2021 Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, inseguì in strada tre rapinatori in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo, quando l’azione dentro il negozio era già conclusa. La Corte d’Assise d’Appello di Torino lo ha condannato per omicidio di due rapinatori e tentato omicidio del terzo, riducendo la pena da 17 anni a 14 anni e 9 mesi, poi confermati in via definitiva dalla Cassazione il 15 luglio 2026. Nelle motivazioni, i giudici ricordano che anche dopo la riforma “#Salvini” del 2019 l’uso dell’arma è scriminato solo se il pericolo è attuale, l’impiego necessario e non vi siano alternative meno lesive; nel caso Roggero, al momento degli spari i rapinatori erano all’esterno, in fuga, e nessuno dei familiari era più esposto a un’offesa concreta.
Proprio per questo la legittima difesa è stata esclusa: non si trattava di respingere un’aggressione in corso, ma di esercitare una violenza privata e letale in piena via pubblica, al di fuori di qualunque schema costituzionale di uso legittimo della forza. Di fronte a questo quadro, la destra ha scelto la strada più semplice e più pericolosa: trasformare un imputato condannato definitivamente in un martire, un “uomo perbene” contro lo Stato cattivo.
Leader come Salvini e Vannacci si sono letteralmente gettati sul “caso Roggero”, facendone il totem di una campagna sulla “difesa sempre legittima”, con sit‑in davanti al carcere e gare di dichiarazioni muscolari, in piena chiave elettorale. Non si tratta solo di solidarietà umana (che è legittima verso chiunque), ma di un uso sistematico della vicenda per alimentare l’idea che il giudice sia un nemico del “popolo” e che la sentenza non valga nulla se non coincide con l’istinto punitivo dell’opinione pubblica.

In questa narrazione, il dettaglio fondamentale viene occultato: la condanna applica proprio quella legge sulla legittima difesa che il centrodestra ha sventolato come “licenza di sparare”, ma che, letta seriamente, non copre inseguimenti armati e colpi esplosi a freddo su soggetti già in fuga. Mentre il paese affronta inflazione, salari fermi, servizi pubblici in crisi e una sicurezza reale fatta di quartieri dimenticati, il governo e la sua galassia mediatica hanno bisogno di un diversivo emotivo forte.
Roggero, “gioielliere giustiziere”, è perfetto: polarizza, semplifica, spacca il discorso pubblico in due curve da stadio e sposta il focus dalle responsabilità concrete dell’esecutivo sul fronte della sicurezza quotidiana. Non a caso le opposizioni sottolineano che il centrodestra insegue Vannacci facendo del caso Roggero un totem per nascondere il fallimento delle proprie politiche di sicurezza e l’incapacità di governare fenomeni complessi con strumenti diversi dallo slogan.
Si parla per giorni di “grazia”, di “eroe tradito dallo Stato”, mentre si tace sul fatto che la stessa destra ha reso più difficile la vita nei quartieri, ha tagliato risorse e continua a vendere la favola della pistola come surrogato di politiche sociali e preventive assenti. La Costituzione italiana pone al centro il monopolio pubblico della forza, il principio di uguaglianza davanti alla legge e il rifiuto della giustizia privata: è il cuore della rottura con il fascismo, che esaltava le spedizioni punitive e la violenza squadrista.
L’articolo 610 del codice penale sulla violenza privata punisce proprio chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare o tollerare qualcosa: è il contrario del modello costituzionale di convivenza, che affida la reazione al reato alle istituzioni, non al singolo armato. Quando esponenti di governo e leader di destra normalizzano l’idea che, una volta subita una rapina, sia “comprensibile” o addirittura giusto inseguire e giustiziare i fuggitivi sulla strada, stanno sdoganando la violenza privata come forma accettabile di regolazione dei conflitti.
È esattamente la logica fascista: il cittadino “virile” che si fa Stato, che sostituisce il giudice con la pistola, che pretende una sorta di diritto personale alla vendetta, applaudito da una folla che considera la sentenza un fastidioso dettaglio tecnico invece che il fondamento dello stato di diritto. Il pressing sulla grazia, cavalcato mediaticamente ancor prima che esistesse una domanda formalmente istruibile, è un altro tassello di questa deriva. Il Quirinale ha ricordato che la grazia è una prerogativa del Capo dello Stato regolata dalla Costituzione e che non può trasformarsi in un quarto grado di giudizio deciso a colpi di hashtag.
Eppure esponenti della destra hanno usato l’ipotesi di grazia come clava propagandistica, tentando di condizionare il Colle e di piegare un istituto di garanzia alla bisogna di campagna elettorale. Quando un ministro annuncia o lascia intendere una corsia preferenziale per la grazia in concomitanza con una sentenza sgradita, manda un messaggio devastante: se il verdetto non piace al “popolo”, si cambia per via politica, non con gli strumenti di garanzia previsti dall’ordinamento.
Questo è il punto politico: la condanna di Roggero non è uno scandalo, è la dimostrazione che la Costituzione e il codice penale funzionano e difendono l’idea che nessuno possa farsi boia in nome della paura o della rabbia.
Lo scandalo è la legittimazione di un clima in cui la violenza privata viene romanticizzata, i giudici diventano “nemici del popolo” e il governo usa casi di sangue per minare, un pezzo alla volta, la cultura dello Stato di diritto nata dall’antifascismo.
La domanda chiave, allora, non è se Roggero meriti umanamente pietà (ogni vita, anche quella di chi ha ucciso, la merita), ma se siamo disposti a buttare a mare decenni di civiltà giuridica per compiacere un’onda emotiva alimentata ad arte, aprendo la porta a un ritorno, magari in giacca e cravatta, della vecchia idea fascista che la legge è solo un ostacolo sulla strada del “vero popolo”.
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