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Atto finale della più grande cantante blues bianco mai esistita poco prima della sua morte, avvenuta il 4 ottobre del 1970, a causa di un miscuglio di alcol e droga. Pearl è il canto del cigno di una donna sola, infelice, che canta la sua tristezza con rabbiosa determinazione. A due passi dall’autodistruzione Janis Joplin realizza a Los Angels il sogno di emulare la sua antica maestra nera, Bessie Smith.

Ogni brano è un gemito, un pianto disperato dove il sesso e l’anima si uniscono per diventare emozione sconvolgente, viva, esplosiva. Non ci sono più le certezze di essere l’unica star di un gruppo di dilettanti come i Big Brothers né il dilemma e la paura del fallimento con la degenerazione sonora di Kozmic Blues, ma c’è un’artista che sente la fine un attimo prima e vuole dare il meglio di sè per esser ricordata.

Uscito postumo, Pearl è un epitaffio alla Spoon River. Si possono rintracciare canzone dopo canzone, nascita, splendore, miseria e morte di un talento inimitabile a cui bastava soltanto un sorso di bourbon per riprendere fiato, rialzarsi dal fango e scatenare il delirio.

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immagine Il titolo non tragga in inganno: non si tratta di un omaggio ad Elvis, nativo di Tupelo, Mississippi. Tupelo Honey è una ricercata qualità di miele, a cui Van paragona la sua dolce Janet.

Tutto i testi, qua, vertono sullo stesso tema: miele ed amore. In quanto a “radiofonicità”, questo è il seguito di Moondance, ma è un disco tutto diverso. E’ un tipico prodotto del periodo, sulla scia dei successi di James Taylor e Carole King.

Van si diverte a fare il cantante romantico, e ci riesce incantevolmente bene, circondato da un’orda di validi strumentisti. Il soul lascia lo spazio al country, gli arrangiamenti si sprecano, i coretti femminili non si risparmiano.

Dal punto di vista della musicalità e della produzione, questo disco soddisfa ampiamente. Delle composizioni spicca solo l’iniziale “Wild Night”, una melodia facile su un ritmo contagioso, con la quale Van dimostra la sua abilità nello scrivere pezzi da classifica e la sua incapacità di promuoverli adeguatamente.

Il singolo, infatti, non entrò nelle top ten. Delle altre canzoni si fanno notare quelle più lunghe, organizzate come piccole suite.

La critica italiana ha, per sua tradizione, bersagliato di offese questo lavoro, molto oltre il suo unico demerito, che è quello di contenere troppo miele.

Questo è un disco che nessun appassionato di Van dovrebbe lasciarsi scappare.

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Joni Mitchell è la compagna musicale fin dalla mia adolescenza. Era nel ’74, che io allora quindicenne, grazie a Carlo Massarini e ai programmi radiofonici serali della radiorai, ascoltai Blue, da quella volta non la persi più di vista

Ogni qualvolta ascoltavo questo disco eseguivo quasi un rito; lentamente prendevo il vinile, come fosse un oggetto di culto, lo mettevo sul giradischi come pesasse dieci chili, e al rallentatore appoggiavo il pick-up nei suoi solchi, quasi a non volerlo consumare.

Ricordi, sono ricordi ancora presenti nella mia mente, che però non rimangono solo tali, ma anzi rafforzano il mio presente.

Le dieci canzoni di Blue sono dei veri e propri autoritratti, sono racconti quotidiani in forma di canzoni. Esprimono i suoi sentimenti, il suo spirito tormentato, il suo punto di vista tipicamente femminile sulle contraddizioni dell’animo umano. Un disco intimo come le pagine di un diario, sono pensieri e appunti racchiusi in un taccuino di viaggio sulla poesia e sulla quotidianità che sta attorno a lei.

Mai, come in questo album, Joni riesce a fondere la sua vera grande passione (la pittura) e il suo talento naturale (la musica) diventando un’unica e inimitabile arte. Tanto che, per la prima volta, non ha bisogno di usare un suo dipinto per illustrare la copertina dell’album.

Musicalmente, i brani sono arrangiati in modo scarno ma raffinato, chitarra acustica e pianoforte sono quasi sempre l’unico accompagnamento sonoro alla sua melodiosa voce, voce che a volte è fragile, appena percettibile e subito un secondo dopo forte e squillante, ma pronta a gettarsi a capofitto in vocalizzi straordinariamente dolci e sofferti.

Le soluzioni ritmiche non sono mai scontate e, planando su un pop dolce e sottile, regalano passaggi deliziosi.

Blue è un disco magico, è una creazione poetica è un disco da consumare.

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